giovedì 21 novembre 2019

sull'Ilva di Taranto

Che fare dell’Ilva? - Guido Viale

La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?
La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.
Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?
Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito – per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.
Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.
E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere?
Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza. 
Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera – va messa in crisi lottando per la pace.
Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza).
L’altra è la necessità di una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi.
Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per   valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose. 
Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione. 
da qui



La macchina assassina non può restare ai privati - Marco Revelli


L’ho già scritto e lo ripeto. L’ILVA di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la “morte industriale” canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.
Uccide chi ci lavora dentro: i “suoi” operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per “incidenti” sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione, all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).
E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. “Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media”. Sono dati, agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col “Rapporto Sentieri” giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto, trabocca di “eccessi”, cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali: un “eccesso del 90% per i linfomi in età pediatrica, per mesoteliomi, tumori dello stomaco, fegato, pancreas e vescica tra gli uomini; per melanomi, tumori alla mammella e all’utero, leucemie tre le donne .
Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbero bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato “scudo penale” – un’aberrazione giuridica oltre che morale, che tuttavia continua a essere pervicacemente riproposta – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Dovrebbe scattare, se un minimo senso delle cose sopravvivesse in questo paese, un naturale meccanismo di inibizione di fronte a idee, proposte, progetti che con tutta evidenza negano il diritto alla vita come valore intrascendibile.  Invece li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, confindustriali in doppio petto e portaborse in grisaglia, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italiana nell’acciaio in Europa, di necessari “bilanciamenti tra salute e lavoro”, di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un “fondamentale diritto”, mentre il “lavoro” che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a “lavoro schiavo”.
Chi ha avuto lo stomaco di seguire in questi giorni i talk show che vanno per la maggiore, avrà avuto modo di misurare quanto esteso, e ramificato, trasversalmente, sia il “partito del Pil” ( che in questo caso, e sempre più, si identifica con il “partito della morte”): renziani della prima ora di Italia viva (sic!) e postfascisti riciclati di FdI, leghisti usi a gridare “prima gli italiani” quando si tratta di gettare a mare i migranti poveri ma pronti a mettere prima i franco-indiani se hanno i miliardi e fassiniani memori dell’antico produttivismo da socialismo reale, editorialisti del gruppo De Benedetti-Elkan e di Mediaset, per una volta uniti nella lotta, quasi tutti (con encomiabili eccezioni come quella di Michele Ainis su Repubblica), quando gli si ricordano i numeri della strage non sospendono neppure per un secondo il chiacchiericcio, nella migliore delle ipotesi guardano per un attimo il soffitto, e poi ripartono lancia in resta col tormentone che senza “scudo” nessuno si prenderà il fabbricone decotto, che senza il fabbricone l’Italia perderà tutta la sua industria, che senza un po’ di fumi e di emissioni tossiche l’acciaio non si fa (chi lo dice poi?), usando – come fossero ostaggi – i posti di lavoro degli operai messi a rischio e irridendo le poche voci critiche con l’accusa, considerata sanguinosa da chi la muove, di essere fautori della “decrescita felice” fuori dal mondo.
E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione.
In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti “salva Ilva”, compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’“immunità penale” per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione per far cassa e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello “scudo”, l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime. Nessuno di quei decreti, fatti non per favorire l'”ambientalizzazione della fabbrica” – cioè la sua messa in sicurezza rispetto ai danni alla salute di operai e cittadini – ma esclusivamente per permetterle di continuare a produrre nonostante l’intervento della magistratura di fronte a inconfutabili prove di danni mortali, nessuno, dicevo, fissava tempi e modi precisi per l’adempimento del piano ambientale e l’ottemperanza alle disposizioni dell’originaria Autorizzazione integrata ambientale (AIA) che, è bene ricordarlo, fin dal 2012 imponeva di eliminare emissioni dannose di diossina e dispersione di polveri sottili entro il 2015!!! L’unica preoccupazione di Renzi (che oggi ci riprova, con i suoi emendamenti tossici) e dei suoi successori, a cominciare da Gentiloni (che pure lui si spende per la continuazione della libertà di inquinare) è sempre stata quella di permettere allo stabilimento di sfornare le sue tonnellate di acciaio e di alimentare le sue frazioni di punto di Pil, quello si da misurare giorno per giorno, con il metro avaro dei profitti e delle perdite,  mentre l’ambiente e la gente che lo abita possono aspettare, nessuno si preoccupa di controllare cronoprogrammi e scadenze tecniche…
In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna intenzione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa direzione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipendenti e la produzione dell’area. Gli si faccia pagare tutto quello che deve pagare, penali, arretrati, danni agli impianti, bonifiche…, gli si mettano sotto sequestro i beni sul territorio italiano, li si trascini in giudizio per i reati penali rilevabili, ma per favore non li si trattenga qui, a tenere ancora in ostaggio operai e popolazione.
In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri “di mercato” che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie “pulite” (supposto che esistano). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni “sporche”. Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – “nazionalizzarlo” se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, “restituirlo al mercato” a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo. Lo so che si leveranno le mani dei soliti noti, a gridare che “non licet!”: non si può! Non lo permetteranno i Commissari europei, le agenzie di rating, gli investitori internazionali, le casse dello Stato, la morale, la scienza economica, il padreterno. Soprattutto non lo permetterà il credo liberista che è rimasta l’unica fede di un mondo infedele alle sue stesse radici. Ma è IDEOLOGIA! Un Paese, uno Stato che si rispetti – tra tanti statalisti da trivio deve toccare proprio a me, universalista per vocazione e formazione, dirlo? –  non solo può, ma deve metter rimedio a una catastrofe ambientale e sanitaria (una catastrofe paragonabile a un’alluvione, un terremoto, un’epidemia) con mezzi pubblici, propri o della comunità internazionale di cui è parte. Non per mettere su un altro baraccone burocratico, ma per affidare il compito del risanamento della fabbrica e della città di Taranto a un soggetto pubblico controllato dalla comunità in cui è inserito, con procedure trasparenti ed efficaci, che non rispondano solo alla logica privatistica del profitto ma a quella (sacrosanta in questo caso) del perseguimento del bene comune: a cominciare da quell’essenziale bene comune che è la vita. 
Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob “Albe e tramonti”, realizzato a luglio per ribadire che “Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino” e per ricordare “qualcuno che l’alba non potrà più rivederla”: “Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami”.

(L’articolo è stato pubblicato, in versione più breve, sul Manifesto di domenica 17 novembre col titolo Nazionalizzare è l’unica soluzione)

da qui



ILVA, un precedente degli anni Ottanta - Umberto Franchi

1.
Negli anni Ottanta, in qualità di Segretario dei chimici (Filcea) della CGIL Toscana, ho seguito tutte le vicende dell’azienda chimica FARMOPLANT di Massa Carrara, di proprietà della Montedison. L’azienda, con 400 dipendenti, produceva fertilizzanti, pesticidi come il “Rogor” con anche un inceneritore che sviluppava una temperatura di 1500 gradi centigradi che inceneriva anche i rifiuti ospedalieri, senza rischi di diossina.
Negli anni Settanta-Ottanta, c’era stata una serie incidenti che da una parte portarono le popolazioni locali e i movimenti ambientalisti a protestare e dall’altra indussero noi, come organizzazioni sindacali, a spingere sulla Montedison perché facesse investimenti sulla sicurezza.
Un primo accordo del 1985, con 7 miliardi di vecchie lire, determinò l’uscita dell’azienda dall’elenco delle aziende ad alto rischio previste dalla legge n. 175. Ma nonostante l’accordo la protesta non si fermava e anzi si ampliava con la partecipazione anche di noti e importanti ambientalisti come Laura Conti, Giorgio Nebbia, Chiara Ingrao. I movimenti decisero di mettere una tenda davanti ai cancelli della FARMOPLANT con iniziative continue finalizzate alla chiusura dello stabilimento.
Il 27 ottobre del 1987 il Comune di Massa, spinto dai movimenti ambientalisti, organizzò un referendum consultivo, su due quesiti: uno chiedeva alla popolazione se voleva fare cessare le attività inquinanti e convertire l’azienda verso produzioni ecologicamente compatibili con l’ambiente, l’altro se voleva la chiusura dello stabilimento  nonché  dell’inceneritore. Vinse la proposta di chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore, con il 70% dei voti espressi.
Il referendum, peraltro, era solo consultivo e quindi non vincolante. Ma il suo esito spinse noi, come sindacato, assieme ai lavoratori, a chiedere subito un confronto con la MONTEDISON per definire la cessazione della produzione di pesticidi e altri inquinanti, attraverso un piano industriale di totale riconversione e di bonifiche di tutta l’area produttiva, così da rendere sicura la popolazione e i lavoratori.
La lotta non fu facile e furono effettuate molte ore di sciopero e iniziative tese a coinvolgere la popolazione e le istituzioni locali, regionali e nazionali  sulla nostra “piattaforma rivendicativa” e sulla lotta dei lavoratori. Nel mese di aprile del 1988, riuscimmo a fare sottoscrivere alla Montedison un accordo del valore di 30 miliardi di lire, che prevedeva, a partire dal mese di ottobre, la chiusura di tutte le attività produttive esistenti in Farmoplant, la conversione delle produzioni verso attività nel campo delle biotecnologie, la bonifica dell’area e il mantenimento di tutti i livelli occupazionali.
Ci sembrava un ottimo accordo e una vittoria che conciliava la chimica con l’ambiente. La popolazione sembrava avere recepito positivamente l’accordo anche se alcuni comitati, decisero di continuare il presidio perché volevano la chiusura e iniziarono a dire che con le biotecnologie la FARMOPLANT avrebbe prodotto dei “mostriciattoli” agendo sul DNA.
La notte tra un sabato e una domenica del luglio 1988 (non ricordo il giorno preciso) mi chiamarono dal consiglio di fabbrica, per dirmi che c’era stato un  grave incidente con uno scoppio e una grande nube inquinante sul territorio e che solo per caso non c’erano stati dei morti.
A quel punto la situazione divenne insostenibile, ripresero subito con forza le proteste e dopo 10 giorni di riunioni con la RSU e di assemblee dove i lavoratori interessati  manifestavano il forte sospetto che l’incidente fosse stato provocato dalla stessa proprietà per non procedere con gli investimenti previsti, convocai un’assemblea dei dipendenti aperta alla stampa e alla popolazione nella quale, in accordo con i lavoratori e con le lacrime agli occhi, annunciai che eravamo d’accordo sulla chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore.
2.
Ora credo che ci siano delle forti assonanze con quello che sta avvenendo all’ILVA di Taranto perché l’industria chimica, come quella siderurgica, è un settore strategico importante per qualsiasi sistema economico e sociale. Le scelte possibili sono due: o la chiusura dello stabilimento, che  può significare un processo di deindustrializzazione senza alternative valide, o una intensa innovazione tecnologica e la bonifica dell’area, sapendo che è tecnicamente possibile effettuare la riconversione, tramite intensi investimenti capaci di bonificare e salvaguardare l’ambiente, il territorio, la sicurezza della popolazione, la sicurezza degli impianti e l’occupazione;
Ma l’esperienza ci dice che non possiamo lasciare decidere ai “padroni” la qualità e la finalità delle produzioni, la qualità dello sviluppo, la sua compatibilità ecologica e ambientale perché difficilmente lor signori sono disposti alla riconversione industriale anche a causa degli alti costi e il rischio è sempre identico a quello della FARMOPLANT, dove la Montedison tre mesi prima che entrasse in vigore l’accordo “ha avuto” un incidente che le ha fatto risparmiare 30 miliardi di investimenti mentre ha continuato a produrre i pesticidi spostando le produzioni a Ravenna e in Messico.
L’insegnamento della vicenda della FARMOPLANT è che non si può prescindere da un preciso ruolo dello Stato anche attraverso le nazionalizzazioni delle imprese strategiche. Non credo che vi siano altre alternative valide.
da qui

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