giovedì 26 maggio 2022

Il salario minimo e il harakiri dei sindacati italiani – Andrea Fumagalli

 

Quando si è in tempi di emergenza, prima quella sanitaria ora quella bellica, i/le lavorator* non se la passano bene. Lo sanno i bene i/le lavorator* ucraini. Ma lo sanno bene anche i/le lavorator*, precari e non, in Italia.

Negli ultimi mesi, il tasso di inflazione ha raggiunto un valore medio su base annua in Europa del 7,5%. Secondo i dati Eurostat, l’incremento medio dei salari è stato del 3%. Ciò significa che il potere d’acquisto si è ridotto di 4,5 punti.

Tali valori, tuttavia, variano da paese a paese. Vediamo come.

L’anno scorso (2021) in Francia il salario minimo è aumentato tre volte (complessivamente del 5,9%), e i sindacati si sono posti l’obiettivo di arrivare a 2 mila euro al mese. In Spagna il salario minimo ha raggiunto i mille euro e le mensilità sono 14. In Portogallo, il sindacato ha chiesto un aumento da 705 euro al mese a 800. In Germania per gli 85 mila lavoratori delle acciaierie, il sindacato IG Metall sta cercando di ottenere un aumento dell’8,2%, e intanto i chimici-farmaceutici hanno ottenuto una ‘una tantum’ da 1400 euro. In Danimarca il sindacato Fnv sta cercando di fare aumentare il salario minimo da 10 a 14 euro all’ora. In Lussemburgo e a Cipro, i salari sono agganciati all’inflazione.

Secondo Luca Visentini, segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), “gli aumenti salariali maggiori sono in Germania, Austria e Francia”. “Ma”, aggiunge, “sono in corso grandi campagne anche in Belgio, Spagna e Portogallo”.

In Italia, invece, non si batte chiodo. I salari non solo non aumentano ma rimangono fermi a livello nominale. Ciò si traduce in un forte calo del potere d’acquisto. Poche settimane fa, il ministro del lavoro Orlando – bisogna riconoscerlo – ha preso atto che il calo dei salari reali non è un fattore positivo per una congiuntura economica già stressata dalle varie forme di emergenza in vigore. E aveva proposto di legare gli incentivi e gli aiuti monetari alle imprese nei settori più in difficoltà (i cd. ristori) ad una corrispondente ripresa salariale. Di fatto, parte dei ristori doveva essere devoluti ai lavoratori. Un gioco a somma positiva per le imprese, che potevano beneficiare di parte dei sussidi e di un possibile aumento di ricavi se il potere di spesa del lavoro – e quindi la domanda –aumentava. Eppure, netto è stato il diniego di Confindustria, talmente netto che oggi tale proposta è finita nel dimenticatoio, come si è visto a proposito dell’ultimo decreto del governo Draghi a sostegno dell’economia.

Come abbiamo visto, in altri paesi europei la situazione è differente e il sindacato, seppur in modo flebile, è in grado di far sentire la propria voce.

La ragione ce la spiega la stessa Ces, per bocca del suo segretario: “In tutti i Paesi dove c’è un salario minimo legale si sta agendo su due fronti, proteggendo le categorie più povere con aumenti decisi per legge e nello stesso tempo facendo crescere la scala salariale al momento del rinnovo dei contratti”.

Detto in altre parole: è grazie all’esistenza di un salario minimo, che fissa un plafond verso il basso sotto il quale non si può andare, che la contrattazione collettiva è in grado di ottenere aumenti stipendiali.

In Italia non c’è un salario minimo. Cisl e Uil sono ferocemente contrarie e la posizione della Cgil, pur aprendo delle porte, non è univoca. A parte i 5S e Sinistra Italiana, i partiti della maggioranza fanno finta di non vedere. Ma la capacità contrattuale dei 5S e di SI (che è all’opposizione) è risibile di fronte all’autoritarismo di Draghi.

La contrarietà all’introduzione di un salario minimo legale è argomentata con la paura che tale misura potrebbe mettere a repentaglio la contrattazione collettiva. Ma l’Istat ci ricorda che più della metà dei/lle lavorator* in Italia (54,5%, pari a 6,8 milioni di persone) è in attesa del rinnovo contrattuale, soprattutto nel settore terziario.

Questa settimana è stato rinnovato il contratto per il trasporto pubblico locale, che era scaduto 4 anni e mezzo fa (54 mesi!). 90 euro lordi di aumento medio mensile e 500 euro una tantum per la vacanza contrattuale.  Se l’aumento di 90 euro fosse stato applicato alla scadenza del contratto, l’incremento del monte salari medio tabellare sarebbe stato per ogni singolo lavoratore pari a 4860 euro, quasi dieci volte di più dell’una tantum di compensazione per la “vacanza contrattuale”: una vergogna.

Si tratta di una situazione paradigmatica. L’Italia è l’unico paese europeo in cui si sciopera (non sempre con successo) non sul merito del rinnovo ma per chiedere che cominci la trattativa. È una prassi talmente consolidata che è diventata l’asse portante della strategia padronale. Le associazioni datoriali (Confindustria in testa) procrastinano nel tempo l’avvio delle trattive per un rinnovo contrattuale, sapendo che ciò consente loro un cospicuo risparmio e una riduzione del costo del lavoro, poiché la compensazione per la vacanza contrattuale sarà sempre inferiore a ciò che avrebbero dovuto pagare se il nuovo contratto fosse diventato operativo il giorno dopo la sua scadenza, come il rinnovo del trasporto pubblico locale ben evidenzia.

Si spiega così la crisi salariale italiana, la più profonda del continente europeo. La causa sta certo nella protervia padronale ma anche nell’incapacità sindacale di capire che solo l’introduzione di un salario minimo potrà invertire questa drammatica tendenza.

da qui

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