Qualche giorno fa, nella “piazza del Mondo” di Trieste – come
segnalato su questa pagine, Un suicidio di carta – abbiamo assistito a un suicidio: un
suicidio di carta, ma pur sempre un suicidio: un suicidio politico, quando le
carte dello Stato sono metà della tua vita – sono la tua “persona”, la tua
maschera sociale, la tua possibilità di esistere per qualche tempo in questa
società.
Un ragazzo è venuto al tavolo dove si preparava la distribuzione della
cena, chiedendo di mangiare (piazza del Mondo è il nome assegnato a piazza
della Libertà da chi ogni giorno, da diversi anni, accoglie i migranti della
rotta balcanica, ndr). Gli è stato detto di mettersi in fila insieme
agli altri che, seduti sul bordo dell’aiuola, attendevano l’offerta della cena,
come avviene ogni sera. Allora, il ragazzo, in piedi accanto al tavolo, ha
estratto da un sacchetto di plastica tutti i suoi documenti e li ha
minuziosamente fatti a pezzi, gettandoli intorno a sé per terra. Poi, senza
dire una parola, si è allontanato.
Un gesto estremo per un migrante distruggere i documenti della questura: l’identità
faticosamente strappata dopo un cammino rischioso anche di anni, dopo l’attesa
umiliante per ricever la grazia di poter esistere in questo paese, non un
diritto, ma una concessione sovrana. Un gesto disperato nella sproporzione con
la semplice richiesta di mettersi in fila con gli altri, che non è un rifiuto,
ma un far presente che anche gli altri attendevano. Ma nelle condizioni
esasperate di quel giovane non c’era posto per gli altri. Allora è scomparso
lasciandoci fra le mani i frammenti di quello che era il fine della sua lotta
per sopravvivere, ridotto a carta straccia.
È facile scriverne seduti sul divano: “differenza abissale” – come è stata
chiamata – fra noi e loro. A loro il rischio dell’abisso. A noi la possibilità
di lamentarcene pietosamente. Ma non solo…
Quel “suicidio di carta” è un gesto simbolico che esprime una condizione
che possiamo ben chiamare “tragica”. Nella piazza del Mondo si manifesta la
tragedia dei nostri tempi: la frattura della continuità storica, in forme
attenuate, contratte, elementari, apparentemente dissolte in un’atmosfera
umanitaria.
Il suicidio simbolico del profugo manifesta ciò che Giorgio Agamben chiama
“la nuda vita”: la vita umana gettata in una dimensione nella quale, mancandole
il “riconoscimento” del potere, può soltanto tentar di sopravvivere. È l’invasione del
potere sulla vita, nell’articolazione delle sue inscindibili dinamiche, quella
cosiddetta “economica” e quella chiamata ‘politica’, ormai prive di ogni pur
fragile freno sociale.
La nuda vita – correntemente: “sopravvivenza” – è la vita del profugo:
profugo dalla “vita”, dalla vita quale si è articolata in questo primo quarto
di secolo, ma resa già manifesta nel 1945, come non si stancava di dirci quel
grande filosofo che è stato Günther Anders, con le due prime esplosioni
atomiche dal “vivo”.
È la vita di chi è schiacciato sulla mera sopravvivenza: il ‘futuro’ ormai
della vita intera che l’uomo – in realtà, una piccola parte degli uomini – ha
messo e continua sempre più a mettere a rischio.
Questo suicidio simbolico mostra lo scarto tragico fra il riconoscimento
del potere e il bisogno-desiderio di vivere: la tragedia della nostra
condizione, in cui la funzione storica del potere di decidere chi può vivere
e chi può – o deve – non vivere, ha assunto un’estrema pervasività mettendo
a rischio la forma di vita terrestre in cui si è sviluppato l’antropos.
Questo suicidio politico con le carte che definiscono se puoi diventare o
meno una “persona” – che equivale a poter vivere o non poter vivere nelle
nostre società – è il messaggio profondo di questo movimento di profughi che
rimanda a un futuro in cui il loro cammino diventerà enorme, abnorme, oltre
ogni “norma”, mentre le norme contro i profughi, che sono profughi dal mondo,
continuano a diventar sempre più violente. Questi profughi sono angheloi
– gli annunciatori – dell’apocalisse.
Quel giovane ha fatto un gesto di disperazione gettandosi nella nuda vita. Possiamo
trasformare il suo gesto in un messaggio politico radicale, sovvertendolo nel
passaggio dalla richiesta di essere accolto in un’identità statale a una nuova
forma di soggettività liberata dal potere. Certamente per noi è facile,
rinchiusi e seduti, come stiamo, nella nostra identità. Ma possiamo –
dobbiamo – cominciare un cammino nuovo.
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