Gli studenti "stranieri" nelle classi non sono il problema, checché ne dica il governo Meloni. Il problema è tutto ciò che sta attorno alla scuola italiana.
Sono un
insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e
per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni
ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano
puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la
parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga.
Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che
avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in
sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi
consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola
sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla.
Ora, mi
rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i
giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere
qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio,
Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il
numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi
lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione.
Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera
sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che
è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio
lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso
la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non
necessariamente realizzabili.
Proverò
allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei
in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo
viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della
Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali
davanti alla legge (senza distinzione «di razza, di lingua, di religione, di
opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») ma si dà anche «un
compito», lo chiama proprio così: «è compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana
e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese». Quello che adoro di questo articolo è che prima
enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che
“di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un
realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la
Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il
diritto a cercarla («the pursuit of happiness»): così la nostra Carta
ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che
abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più
ostacoli possibile.
Questo
spiega come mai, per esempio, la scuola è «obbligatoria e gratuita» (art. 34).
Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più
“di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza
scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti
dall’estero?
In effetti,
se potessimo prelevare da tutte le case questi studenti (900 mila nel 2024,
secondo il Ministero) e paracadutarli ogni giorno in modo uniforme sul
territorio, di modo che si possano mescolare con il resto della popolazione
scolastica (8 milioni scarsi di studenti), noi ci troveremmo ad avere un alunno
“straniero” ogni 11 studenti italiani; in una classe più o meno di venticinque
alunni, gli “stranieri” sarebbero due o al massimo tre. (Uso le virgolette
perché detesto chiamare “straniero” uno studente che ogni giorno frequenta la
stessa scuola in cui lavoro io. Se vengono a scuola in Italia sono italiani, o
comunque devono prepararsi a diventarlo, e senz’altro a essere considerati
tali). Questo non risolverebbe necessariamente i problemi dell’integrazione,
perché gli alunni “stranieri” non sono tutti uguali; c’è chi effettivamente in
mezzo agli italiani riesce in breve a comunicare con loro (soprattutto nella scuola
primaria) e c’è chi passerà anni a fissare una parete e degli insegnanti che
parlano una lingua a lui incomprensibile. Questo rischio comunque si riduce
sensibilmente se la scuola può avvalersi di mediatori, che già esistono, e che
però a quel punto dovrebbero anche loro spargersi uniformemente nel territorio,
ovvero moltiplicarsi. Per ottenere questo servono risorse che Giorgia Meloni
non potrebbe spendere, né probabilmente intende farlo. Quel che vuole è vincere
le elezioni, e per farlo deve approcciarsi al problema nel modo opposto a
quanto ho fatto io fin qui. Io ho visto il problema dall’alto – tipico di noi
insegnanti, il paternalismo è una malattia professionale. Ho pensato a come una
riforma del genere, calando dall’alto, modificherebbe la società, aumentando
l’inclusività, aiutando gli studenti di tutta l’Italia a venire a contatto col
diverso (ma a piccole dosi, due o tre per classe) e tutti gli studenti
“stranieri” a mescolarsi con gli altri. Molto bene, ma non devo vincere le
elezioni; Giorgia Meloni sì, e quindi Giorgia Meloni deve guardare al problema
dal basso, e domandarsi: cosa può migliorare la vita al mio elettore? Una
classe con meno cognomi stranieri, ecco, sì. Se riusciamo ad abbassare il
numero di cognomi stranieri nella classe di suo figlio, se diamo anche solo la
sensazione di averci provato, il mio elettore sarà contento.
Adesso devo
confessare una cosa. A volte mi piacerebbe che anche i miei personaggi politici
di riferimento – i leader democratici, progressisti, insomma “di sinistra” – si
ponessero il problema dallo stesso punto di vista di Giorgia Meloni. Si
calassero, insomma, nei panni dell’italiano medio che iscrive suo figlio a
scuola, dà un’occhiata alla composizione della classe, e scopre che venti
ragazzi su venticinque hanno un cognome che non suona italiano. Ho parlato di
“italiano medio”, ma perché poi? Ho visto incazzarsi anche genitori che non
assomigliavano affatto all’italiano medio. Genitori di origine africana, o
asiatica, che risiedendo e lavorando in Italia da anni credevano di avere
iscritto il loro figlio a una scuola italiana, dove avrebbe finalmente parlato
italiano con compagni italiani; per scoprire che proprio nella loro classe gli
“italiani” erano la minoranza.
Uno si
potrebbe anche rassegnare: dopotutto non è colpa di nessuno se l’immigrazione è
avvenuta a macchie di leopardo. In certe province, in certi quartieri, di
stranieri praticamente non ce n’è; in altri sono una percentuale importante, e
soprattutto con un tasso di natalità molto più alto degli autoctoni. Quindi le
classi ghetto sono inevitabili, no? Eppure.
Eppure a
volte nella stessa scuola, o nello stesso quartiere, scopri che c’è una classe
simile a quella di tuo figlio, dove tutti parlano italiano prima lingua. Com’è
possibile? L’elettore italiano medio non capisce come sia possibile. Anche
l’immigrato medio non lo capisce (e un giorno voterà pure lui). Ci dev’essere
senz’altro una fregatura, un trucco, da qualche parte; e se Giorgia Meloni
promette di eliminarla, forse Giorgia Meloni si merita il loro voto. Ecco, io
vorrei che a volte anche i leader di sinistra provassero a ragionare così,
perché spesso li ho sentiti fare dei bei discorsi dall’alto, su quanto sia
importante la tolleranza, su quanto sia necessario mantenere pari opportunità
per ognuno, su come la scuola sia un baluardo della democrazia anche perché
accoglie chi è diverso. Discorsi giustissimi, anche fatti bene, che però non si
capisce a chi siano rivolti: al genitore che non avrebbe voluto per suo figlio
una classe-ghetto? È colpa sua, se lì ci sono più “stranieri” che altrove? È
una persona cattiva, se si accorge quasi subito che nella classe di suo figlio
ci sono più difficoltà, che gli apprendimenti sono più lenti, i comportamenti
più problematici, gli insegnanti più stanchi? È una persona che voterà a destra
perché è razzista, o perché ha la sensazione che a destra almeno capiscano il
suo problema?
Restiamo un
attimo dalla sua parte, perché la sua analisi è corretta: c’è davvero un
trucco. D’accordo, l’immigrazione avviene a macchie di leopardo, spesso
concentrate nei distretti industriali (ma anche in zone rurali che richiamano
manodopera non qualificata). Rispetto ad altri Paesi occidentali interessati
dal fenomeno migratorio, l’Italia ha una caratteristica peculiare: invece di
concentrarsi in alcune metropoli, la popolazione si sfarina in miriadi di
piccoli centri, che a volte hanno economie comunque dinamiche, e quindi
attraggono immigrati che in Francia o nel Regno Unito avrebbero più facilmente
seguito il richiamo dei grandi centri, finendo dislocati nelle periferie.
Questo è anche il motivo per cui in Italia, fin qui, non si sono viste rivolte
delle banlieue o riot come a Londra o intorno a Parigi; magari ci
arriveremo, però forse ci manca quel tessuto metropolitano in cui gli immigrati
di seconda generazione possano fare massa critica senza integrarsi. In Italia
le città con il più alto numero di studenti senza cittadinanza sono Prato,
Mantova, Piacenza, Cremona, Parma: piccole città del nord – e quattro anni fa
Giorgia Meloni le elezioni le ha vinte proprio nei piccoli centri del nord. Ci
sono due Italie, che non sono esattamente ripartite tra Nord e Sud, e nemmeno
tra grandi città e le province: è un confine più poroso e complesso, che pochi
osservatori riescono a notare. Nelle zone non interessate dal fenomeno
migratorio, gli stranieri sono rari come quarant’anni fa: quando passano
(magari per recapitare pacchetti) la gente ancora ci fa caso. E magari ne ha
paura, come si ha paura degli alieni che nessuno vede mai, ma di cui parlano
con insistenza giornali e tv.
Nelle
macchie di leopardo invece gli stranieri sono tanti: a volte, uscendo a certe
ore del giorno o della sera, si ha davvero la sensazione che siano la
maggioranza. E quindi fanno paura – agli anziani, soprattutto: che però sono
tantissimi anche loro, in percentuale. Per i giovani è diverso, perché davvero
imparano a conoscersi a scuola; e però a scuola succede appunto qualcosa di
strano. Alcune classi sono ghetti, pardon, sono “in deroga”, altre no. A volte
nello stesso comune. Nello stesso quartiere, a pochi isolati di distanza. A
volte nella stessa scuola Come funziona questa cosa?
Proverò a
spiegare quello che ho capito io. A un certo punto, credo a partire dagli anni
‘90, ci siamo messi in testa che l’economia di mercato fosse l’unica possibile,
e che una certa mentalità andasse trapiantata anche in ambiti che col mercato
non avevano molto a che fare, come ad esempio la scuola. Ricordo che a norma di
Costituzione la scuola è gratuita e obbligatoria, quindi che senso aveva
domandare alle scuole dell’obbligo di farsi concorrenza tra loro? Eppure molti
ministri dell’istruzione erano persuasi che fosse un’ottima idea. Ogni scuola
avrebbe presentato ai genitori un’“Offerta formativa”, così che i genitori
avrebbero potuto scegliere la scuola per i propri figli, così come si sceglie
il supermercato in base alle offerte e al rapporto qualità/prezzo dei prodotti.
Le scuole che avessero convinto più genitori, avrebbero aperto più classi a
settembre: più classi significavano più fondi, più cattedre, ovvero posti di
lavoro per insegnanti che, una volta ottenuta la cattedra, l’avrebbero difesa
con le unghie, aiutando i dirigenti a costruire offerte formative sempre più
appetibili ai nuovi clienti – pardon, ai nuovi genitori. Tutto giusto, no?
Ecco, no.
C’è un problema. La scuola dell’obbligo non dovrebbe funzionare così, perché,
appunto, è dell’obbligo. Se dico che non è un supermercato, non è perché
io mi senta di erogare un servizio superiore a quello di chi mi fa trovare ogni
giorno frutta e verdura fresche – davvero, no. La scuola dell’obbligo non può
essere un supermercato perché, appunto, gli studenti sono obbligati a
frequentarla. Inoltre serve – ricordate? – a rimuovere gli ostacoli che ci
impediscono di essere davvero eguali davanti alla legge. Cioè l’esatto opposto
di quel che succede in un’economia di mercato, che tende naturalmente ad
attirare clienti di fasce di reddito diverse con prodotti diversi. Ancora oggi
anche a sinistra c’è che pensa che mettere in competizione scuole dell’obbligo
sia un modo per ottenere dalle scuole offerte formative sempre migliori. Li
riconosci spesso dal lessico: tendono a parlare di “eccellenze”, a vantare i
risultati di questo o quell’istituto-modello, in cui il dirigente ha saputo costruire
la “sua squadra”, insomma a vedere il mercato dal lato migliore, quello del
successo. Preferiscono non dare troppa importanza al fatto che se una scuola,
in un territorio, sta aumentando i corsi, se sta attirando genitori e
insegnanti più motivati… da qualche parte nello stesso territorio, un’altra
scuola quei corsi li sta perdendo, mentre gli insegnanti motivati chiedono
trasferimento e i genitori trasferiscono i figli. Indovinate di solito in quale
tipo di quartiere una scuola riesce ad attirare studenti con un’Offerta
Formativa migliore. Indovinate invece quale tipo di territorio si ritrova, nel
giro di una generazione, con la scuola ghetto.
In effetti,
per mia esperienza, i genitori non perdono troppo tempo a consultare le
brochures tanto accuratamente confezionate degli insegnanti, con tutti i
dettagli dell’Offerta Formativa. Per lo più badano al sodo: l’edificio è
solido? C’è una palestra? Gli insegnanti sono buoni? E… quanti stranieri ci
sono per classe? Perché c’è questa idea, che a qualcuno potrà suonare razzista,
che una classe con molti stranieri sia una classe che resta indietro. E per
quanto la realtà sia molto più sfumata, per quanto molti dei miei migliori
studenti portassero cognomi non italiani, io non mi sento di poter smentire
questa affermazione: una classe con molti stranieri resta indietro. Ma indietro
rispetto a cosa?
Rispetto a
una classe con meno stranieri, ovvio. Sarà anche ovvio, ma non è tanto chiaro –
perché ci sono classi con meno stranieri? Se non possiamo distribuirli uniformemente
su tutto il territorio italiano, possiamo comunque ripartirli in numero uguale
in tutte le classi, no? Ecco: no. Meglio di no. Ma perché no? Perché appunto,
in un’economia di mercato le scuole devono cercare di attirare genitori con
prodotti diversi (lo devono fare: altrimenti perdono cattedre, posti di
lavoro!) E quindi ecco che abbiamo classi diciamo per utenti senza pretese,
spesso stranieri, che non sanno quale corso scegliere e quindi finiscono
ammucchiati nella stessa classe-ghetto. Mentre al genitore un po’ esigente, che
magari nella scuola democratica ci crede, ma ha paura di infilare suo figlio in
classe con venti ragazzi che non sanno l’italiano, ecco che proponiamo una
classe un po’ più tranquilla, un po’ più – diciamolo – bianca, dove gli
stranieri sono pochi, e quei pochi provengono da famiglie che ormai si stanno
integrando, visto che hanno capito il trucco.
Il trucco
qual è? Può essere una sperimentazione particolare, qualche ora in più alla
settimana che è sufficiente a creare una barriera tra le famiglie che ne hanno
sentito parlare e quelle che ignorano completamente cosa si tratti, e quindi
iscrivono i loro figli a un corso normale. Più spesso è una lingua straniera un
po’ più difficile delle altre, che so, il tedesco. Nella scuola dove ho
lavorato per vent’anni andava fortissimo il tedesco, e questo malgrado si
tratti di una lingua difficile e nemmeno così spendibile nel mondo del lavoro.
E allora perché vogliono tutti iscrivere il loro figlio alle classi in tedesco?
Perché sembrano migliori – tutti dicono che sono più avanti degli altri, e i
prof più esigenti, e poi diciamolo. Diciamolo. Ci sono meno stranieri.
Ora voi
potreste chiedermi: ma se le cose stanno così, perché non hai sbattuto il
tavolo e non te ne sei andato in una scuola più inclusiva? Non solo non me ne
sono andato, ma finché sono restato ho aiutato colleghi e dirigenti ad attirare
i genitori con la promessa di classi più esclusive, e perché? Perché il fine
giustifica i mezzi, specialmente quando il fine è lottare contro la scuola del
quartiere confinante, un gioiellino appena costruito, che attirava famiglie
italiane come il miele le mosche. Per non parlare della paritaria, anzi,
parliamone: non soltanto dobbiamo farci concorrenza tra noi, ma dobbiamo anche
competere con scuole private che non sono tenute ad accogliere nessuno studente
straniero, se non ne hanno voglia. Qualche anno fa ci fu il caso di una scuola
primaria di Luzzara che con il 75 per cento di studenti di origine straniera
aveva, di fatto, aperto una classe differenziale per gli studenti che dovevano
studiare italiano prima lingua. A Milano o a Roma qualche giornalista
progressista trovò la cosa scandalosa, perché insomma, secondo la Costituzione
dovremmo essere tutti uguali: io che sto a trenta chilometri trovavo invece
strano che la percentuale fosse così alta. Luzzara senz’altro è un centro
interessato dall’immigrazione, ma non è il Bronx; dov’erano finiti tutti gli
studenti italiani? Vuoi vedere che nello stesso comune c’è anche una scuola
paritaria cattolica, che li attirava tutti? Indovinate: c’era.
Questo pezzo
è già troppo lungo – chiedo scusa a chi ha letto fin qui, giusto per scoprire
che il colpevole è più prevedibile del maggiordomo: è il capitalismo. Ma in
coscienza credo che il problema stia tutto lì. L’articolo tre della
Costituzione non prevede il libero mercato, o se preferite introduce alcuni
ambiti in cui dovrebbe essere sospeso. Siamo tutti liberi di acquistare al
supermercato le merci che più ci piacciono; di scegliere al cinema il film che
preferiamo vedere; ma a scuola è diverso. A scuola dovremmo essere tutti
uguali, il che a mio parere si potrebbe realizzare soltanto con alcuni
accorgimenti molto drastici, che ad alcuni appariranno sovietici.
Primo
accorgimento: le scuole private non hanno ragion d’essere. Mi dispiace, ma se
metti una scuola privata in un piccolo centro, lì nei pressi vedrai un’altra
scuola che diventa un ghetto – e l’Italia è fatta di piccoli centri. Secondo
accorgimento: al diavolo l’Offerta Formativa. Non è un modo di dire: si tratta
di un espediente diabolico che ci mette poveri contro meno poveri. Tutte le
scuole devono offrire la stessa istruzione, altrimenti che senso ha che sia
obbligatoria? Terzo accorgimento: ai genitori non dovrebbe spettare la scelta
della scuola. Ogni studente dovrebbe essere iscritto a quella più vicina
secondo lo stradario – salvo nei casi in cui, appunto, sia opportuno spargere
su più scuole studenti con determinate difficoltà, non solo linguistiche.
Tutto questo
renderebbe la scuola dei vostri figli migliore? Siccome siete lettori di Rivista
Studio, ho la sensazione che in alcuni casi la peggiorerebbe. Qualche
classe potrebbe diventare più composita, e quindi più difficile. Qualche
eccellenza potrebbe livellarsi verso il basso – ma è all’insieme che dobbiamo
guardare. La scuola pubblica non è un ristorante stellato, e soprattutto non
deve provare a diventarlo; se deve erogare lo stesso servizio a otto milioni di
studenti, è meglio se pensa a sé stesso come a una sconfinata mensa aziendale. È
giusto pretendere che il servizio migliori, sempre; è giusto chiedere un
personale sempre più qualificato. Ma dappertutto, non soltanto in certi
quartieri, mentre in altri la cucina giace in stato d’abbandono. Giorgia Meloni
questa cosa l’ha capita? Onestamente non lo credo. Ma almeno si è accorta che
c’è un problema. Le sue soluzioni probabilmente complicheranno qualche
situazione, a discuterne si perde soltanto tempo, e probabilmente domani la
scuola sarà più o meno la stessa di ieri. Ma il problema c’è, e non si risolve
ignorandolo.
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