giovedì 9 gennaio 2020

La terra inventata - Ascanio Celestini



Questa volta racconterò una favola. Perché nelle favole di tradizione popolare c’è un rapporto tra uomo e natura che sta scomparendo.
Molti di noi che non sono contadini o pescatori, allevatori o boscaioli hanno un’idea della natura come di qualcosa che si può amare. La natura si riduce alle belle passeggiate in montagna, alle belle fotografie da condividere con gli amici. Invece nella fiabe popolari la natura incute timore. Cioè quel sentimento che è allo stesso tempo amore, rispetto e paura. Noi non abbiamo più timore della natura. Siamo diventati turisti della natura. Il turista della natura quando si trova davanti alle onde che si infrangono contro la scogliera pensa “la natura è grandiosa!”, scatta la foto col telefono e la posta su instagram. Il pescatore quando c’è mare grosso non esce per andare a pesca. O peggio ancora, se già si trova in mare, combatte contro il naufragio. Figurati cosa sono le onde per un migrante che ha paura anche del mare calmo. E cos’è la pioggia per un turista della natura che sta in vacanza con la fidanzata? Si ritira nel casale, accende il camino e la pioggia diventa romantica. Il contadino prega affinché la pioggia giunga nel periodo giusto e nella maniera giusta, ma se arriva prima o dopo, se piove poco o troppo… è un casìno.
Quando il turista della natura vuole mangiarsi un panino col prosciutto se ne va al bar e se lo compra. Ma nei dieci minuti in cui lo consuma non pensa al contadino e al suo “timore” nei confronti della natura. Non pensa alla pioggia, al contadino che semina il campo, al grano che cresce, viene raccolto e portato al mulino per essere macinato. Il turista della natura non pensa al fornaio che impasta la farina e sforna una pagnotta di pane. Il turista della natura non pensa al tempo che passa dalla distribuzione dei semi sulla terra al primo morso che lui da al suo panino. E quel che vale per la pagnotta… vale anche per il maiale che serve a produrre il prosciutto. Ci vuole tempo! Ma il turista della natura vuole un panino col prosciutto. Lo vuole subito. Vuole entrare nel bar e dire “voglio quel panino al prosciutto”. Al massimo ringrazia il bangladino sottopagato che glielo incarta in un tovagliolo e glielo vende in cambio di denaro. Magari gli lascia pure la mancia. Nel migliore dei casi il turista della natura snobba il centro commerciale e va a farsi fare il panino al prosciutto al negozio biologico. Ma anche al negozio biologico indica il panino al prosciutto e dice “voglio quel panino”.

Il turista della natura… ci pensa alla natura quando si mangia il panino? Il turista della natura non è interessato a sapere che prima di diventare “panino” quella roba è stata lavoro, mesi, pioggia… Timore. Perché quel panino è “merce” non è cibo. Esiste solo nei dieci minuti che se lo compra, lo mangia e butta la salvietta che lo incartava. E per il bicchiere di vino che ci beve insieme è lo stesso. E lo stesso è per il caffè che prende subito dopo.
Eppure il turista della natura dice: io amo la natura. E noi dovremmo rispondergli: tu non conosci la natura, come puoi amarla? È come dire “io amo Nicole Kidman”… ma io ho solo visto i film, non la conosco nemmeno. Manco parlo l’inglese! Ma fin qui il problema sarebbe solo un problema che appartiene al turista della natura. Il disastro è che se anche non ha coscienza del tempo che serve per arrivare a qual panino… quel tempo esiste lo stesso. Esiste il contadino che semina, raccoglie, teme la pioggia e la siccità. Esiste il fornaio, eccetera. Se il turista della natura invece di fare le foto con lo smartphone alle onde del mare… si ricordasse di quel tempo si ricorderebbe anche che esiste una natura complessa. Ma il turista della natura non se ne ricorda o non lo sa. Lui vuole mangiare un panino, magari bio.
Nel momento in cui non conosce più la natura nella quotidianità come la conosce il contadino… non è più in grado di rispettarla. La va a fotografare e a farcisi le passeggiate. Per il turista… la natura è un museo delle cere. Incontra Einstein e Marilyn Monroe, ma sono pezzi di cera. Il turista della natura non lo sa ma in quel momento sta combattendo una guerra. È un semplice soldato, un pedone… ma fa parte di un esercito che combatte una guerra. E non solo contro la natura. Sta facendo una guerra contro tutto quel tempo che ignora. La combatte contro il bangladino sottopagato, il fornaio, il contadino. Noi chiamiamo “prodotti” degli oggetti che sappiamo solo consumare. Sono merce che comperiamo. Della produzione non ne sappiamo niente. Voglio un panino! Non voglio sapere come vive il contadino che semina il campo. Voglio un panino! Non sono interessato ai problemi che quell’agricoltore ha con la pioggia che fa prosperare o rovina il raccolto. Voglio un panino! Non voglio sapere se il grano è stato coltivato in Italia o in Australia, Canada, Francia, Stati Uniti, Spagna, Grecia, Canada, Messico, Argentina, Kazakistan.

Vi faccio un altro esempio. Avete presente quei grandi negozi di articoli sportivi dove vendono tutto su tutti gli sport? Il turista della natura va col figlio in uno di questi. E quel ragazzo vede un bel pallone di cuoio. Il turista si ricorda che quando era ragazzino lui quel tipo di pallone costava un capitale perché lo cuciva un operaio europeo che s’era guadagnati i diritti lottando per anni. Oggi lo cuce un ragazzino in una città dell’Asia meridionale dove si producono il 75 per cento dei palloni di cuoio venduti nel mondo. E in queste fabbriche ci lavorano i ragazzini che hanno le dita piccole. Ma il turista della natura non lo sa. Al massimo in Asia Meridionale c’è andato in vacanza e ha fatto le fotografie alla natura che ama tanto. Suo figlio vuole il pallone perché è un ragazzo sportivo e lo sport fa bene alla salute. E il turista della natura glielo compra. Anche se quel pallone è stato cucito da un bambino che ha la stessa età di suo figlio. Perché? Perché per lui quel pallone è “merce” e tutto quel che c’è stato prima che arrivasse nel negozio di sport lui non lo conosce. Come non conosce la pioggia del contadino e il lavoro del fornaio. Perché di quel pallone… come del panino al prosciutto… lui non sa nulla. Di quel pallone sa soltanto che rimbalza.
Questa guerra è già scoppiata e momentaneamente la sta combattendo anche lui quando va a comprare il panino o il pallone. Ma un giorno verrà dichiarata anche contro di lui. Sarà una rivoluzione o una guerra civile? La prima è improbabile, serve una coscienza di classe. Senza coscienza di classe non si fa la rivoluzione. Se doveva esserci una rivoluzione… sarebbe già scoppiata. Invece per la guerra civile bastano fucili e pistole. Sapete come faranno a farla scoppiare apertamente? A dichiararla? Saranno gli economisti a spiegarcelo. Ce lo diranno con le loro facce da giacca e cravatta, col loro sorriso in gessato doppiopetto grigio. Ci parleranno della natura e della complessità, ma lo faranno alla maniera loro… tanto noi non ce la ricorderemo più. Ci diranno che dobbiamo “temere” la natura, ma soltanto per farci provare paura. Racconteranno la storia del contadino che semina, del grano che cresce, della farina e del fornaio. Ci spiegheranno che per fare un panino ci vuole un sacco di gente che si spezza la schiena sui campi, nei mulini… che si brucia davanti a un forno di notte. Dichiareranno che per fare un panino servono mesi di lavoro. Perché la natura è lenta e questa lentezza si paga cara. Mentre in catena di montaggio si monta una pistola in meno di un’ora. Così il prezzo del pane andrà alle stelle e regaleranno le pistole al mercato. Da quel giorno nessuno potrà più comprare il panino al prosciutto. Tutti si armeranno e assalteranno i bar, i supermercati e i centri commerciali. Il turista della natura lo troveremo armato di fionda davanti al negozio biologico.

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