lunedì 15 novembre 2021

Quel virus inarrestabile - Enzo Scandurra

 

Un altro virus si aggira per l’Europa, non meno socialmente pericoloso del Covid: è quello che potremmo chiamare dell’incattivimento sociale o inimicizia sociale che porta a vedere nell’altro il nemico da cui difendersi o da demolire.

I due virus interagiscono l’uno con l’altro come parti di un sistema finalizzato ad un unico scopo finale: l’autodistruzione della specie.

La manifestazione più evidente e drammatica dell’inimicizia sociale è la sindrome di accerchiamento che spinge ad un odio spietato e molecolare di ognuno contro tutti: il vicino di casa, il commerciante all’angolo della strada, l’immigrato, il medico, colui che professa semplicemente idee diverse dalle nostre.

La sindrome da accerchiamento prende spesso anche la forma più estrema, come nel caso dei due giovani uccisi in auto perché sospettati dal proprietario di una villetta di essere potenziali rapinatori.

Il virus si propaga velocemente, la sua diffusione avviene attraverso i mass media, i talk show televisivi, la pubblicità, giornalisti alla ricerca di gossip e, infine, per mezzo di una classe politica che vede nell’avversario solo un pericoloso nemico da distruggere.

Gli esempi non mancano, anzi si moltiplicano quasi che il paese fosse diventato un arena dove si svolgono combattimenti mortali, come nella serie televisiva Squid Game. Dove masse di diseredati lottano tra loro per conquistare un ricchissimo premio in denaro.

Thomas Mann attraverso la descrizione della vita quotidiana di una famiglia borghese, i Buddenbrook, ci restuì l’immagine della dissoluzione della società borghese e dei suoi valori destinati inesorabilmente a sparire. Oggi ci vorrebbe un’analoga opera letteraria per descrivere la trasformazione antropologica di una famiglia degli anni Cinquanta, dei suoi valori, delle speranze e delle passioni politiche che l’animavano.

Perché c’è stato un tempo, subito dopo la guerra e per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui famiglie di tramvieri, ferrovieri, operai che con il loro lavoro e facendo grandi sacrifici, erano sorrette da una fede nel futuro e c’era un clima di convivenza pacifica cui contribuiva l’opera di assistenza del Partito comunista e del sindacato.

Le sezioni di strada accoglievano chiunque si affacciasse alla loro porta, le discussioni politiche favorivano l’emancipazione dei singoli, una solidarietà universale tra lavoratori creava quella cornice di convivenza pacifica.

Ora quelle famiglie senza più guida sono state catturate dalle lusinghe di una destra rancorosa: al momento del voto il figlio più piccolo non va alle urne, quello più grande forse sceglie 5S, la mamma vota Salvini e il vecchio padre, un tempo militante comunista, non lo dichiara, vergognandosene un po’.

 

Un furore collettivo anima le piazze dove un tempo le persone si ritrovavano accomunate da passioni e sentimenti di cambiamento. Ognuno con le sue motivazioni personali come è dato osservare a proposito delle manifestazioni no-vax, no green-pass.

Prevalgono individualismo, trasgressività conformista, edonismo permissivo, azioni fuori da ogni ideologia e da ogni finalità politica: rabbia, furore, risentimento, rancore, frustrazione.

Le cause sono note ma spesso mal dibattute: la sfiducia nella classe politica tutta, l’impoverimento generale in un mondo dove la gente povera diventa sempre più povera e quella ricca sempre più ricca, la delusione per le aspettative della globalizzazione, salutata negli anni Novanta, anche dalla sinistra, come benefica e portatrice di un nuovo progresso, la disoccupazione, il cinismo di gruppi padronali che delocalizzano fabbriche in base ai costi della manodopera, l’informazione carente e contraddittoria sul Covid. Ne è testimone la bassa affluenza alle urne e la disaffezione, fattasi rancore, per tutta la sinistra.

Sembra cadere anche il naturale sentimento di rispetto per gli anziani: la famosa metafora attribuita a Newton dove i giganti (i vecchi) hanno il compito di portare sulle loro spalle i nani (i giovani) ancora incapaci di muoversi autonomamente.

Ora i giganti, umiliati ed offesi, vagano smarriti privati di questo nobile ruolo e molti giovani, liberi da tutte le regole di convivenza, credono di acquisire prestigio attraverso gadget e oggetti e scambiano la felicità con il consumo.

La parata del G20 a Roma è stata un ulteriore elemento di frustrazione: vedere la città paralizzata mentre file di suv blindati impazzavano per consentire ai Grandi della Terra di gettare monetine nella Fontana di Trevi. Parata smisurata se confrontata coi magri risultati ottenuti.

Quant’è lontana questa manifestazione smodata e teatrale da quella silenziosa di Papa Francesco che, in mesta solitudine attraversava via del Corso o a quella dello stesso Francesco che, solitario, saliva le scale della Basilica di San Pietro per inginocchiarsi di fronte alla croce. Forse, di questi tempi, un po’ di umiltà e sobrietà farebbe bene anche alla sinistra.


Articolo pubblicato anche su il Manifesto


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