martedì 2 novembre 2021

La trasparenza è una merce rara - Francesco Gesualdi

 

È stata appena pubblicata l’edizione 2021 di Top 200, il dossier a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che oltre a fornire informazioni sulle prime 200 multinazionali del mondo, offre approfondimenti su alcune tematiche di particolare rilevanza. Tre dei “pezzi” pubblicati nella nuova edizione, mettono in evidenza come la trasparenza sia la merce più rara nel mondo delle imprese.

Il primo articolo riguarda Amazon, la cui segretezza forse non ha uguali. L’impero fondato da Jeff Bezos è ormai il terzo gruppo mondiale per fatturato e il quinto per capitalizzazione, eppure non offre un prospetto della propria struttura di gruppo, non offre una lista completa delle proprie filiali e della loro localizzazione, non dà un numero complessivo dei propri dipendenti, né la loro suddivisione geografica e per settori.

Segretezza funzionale a quello che sembra essere il massimo impegno del gruppo ossia evitare le tasse. Per cominciare la capogruppo Amazon.Com, Inc, è registrata nel Delaware, paradiso fiscale statunitense, mentre in Europa si è dotata di una struttura organizzativa che le permette di convogliare in Lussemburgo, altro noto paradiso fiscale, tutti i profitti che realizza nel continente.

Nel 2020 la controllante europea Amazon Europe Core ha dichiarato profitti per oltre 2 miliardi di euro, pagandoci sopra solo 21 milioni di imposte (appena l’1%), mentre la controllata Amazon Eu, che dal Lussemburgo  coordina tutte le filiali europee, ha dichiarato perdite per 1,2 miliardi di euro aggiudicandosi un credito fiscale di 56 milioni di euro.

Ed ha pure ottenuto ragione dal Tribunale dell’Unione Europea che, con una sentenza del 12 maggio 2021, ha stabilito che Amazon non ha goduto di nessun vantaggio selettivo da parte del Lussemburgo. Così va il mondo quando la legge è dalla parte delle imprese.

L’altro articolo che mette in evidenza la profonda segretezza che ancora avvolge ampi strati dell’economia mondiale è un approfondimento sull’economia dei militari in Egitto e Myanmar, due fra i peggiori regimi dittatoriali del mondo. Sia in un paese che nell’altro, la presenza dei militari nell’economia del proprio paese è di vecchia data, ma preoccupa la loro espansione.

All’inizio in Egitto l’obiettivo dei militari era solo la produzione bellica, ma con la scusa che i soldati debbono anche mangiare, vestirsi, lavarsi, l’esercito ha gradatamente esteso la propria presenza a molti altri settori: dalle fattorie all’allevamento di pesci, dalle industrie alimentari a quelle farmaceutiche, dagli stabilimenti chimici a quelli elettronici.

E pensando al bisogno di svago degli ufficiali, l’esercito ha finito per occupare anche l’industria del turismo, giungendo a gestire oltre 600 alberghi e vari villaggi turistici. Uno dei  progetti più grandiosi dei militari, che sta molto a cuore ad Al Sisi, riguarda la costruzione di una nuova capitale amministrativa, una sorta di città satellite del Cairo, totalmente gestita dall’esercito.

Altri grandi cantieri comprendono l’ampliamento del Canale di Suez e la costruzione di nuove città che avrebbero l’intento di decongestionare le aree situate attorno al Nilo, da sempre sovrappopolate. Non è noto il numero di stabilimenti gestiti, né dei dipendenti. Secondo alcuni, in Egitto i militari controllano tra il 15 e il 40% del prodotto interno lordo.

Secondo Al Sisi, non supera il 3%. Stabilire dove stia la verità è pressoché impossibile perché non esiste trasparenza. Non si conoscono i bilanci delle imprese gestite dai militari, i loro risultati economici, i percettori degli eventuali profitti, l’ammontare dei contributi pubblici messi a loro disposizione.

Tutto è avvolto nel mistero. Di sicuro, però, si sa che la lunga mano dei militari arriva fino al controllo dell’informazione, addirittura per il tramite dei servizi segreti, che possiedono le più importanti testate televisive e giornalistiche.

Quanto al Myanmar, la presenza dei militari è in tutti i gangli più importanti dell’economia del paese e in particolare quella dei minerali preziosi. Da una ricerca pubblicata nell’agosto 2019 dalle Nazioni Unite, si apprende che l’esercito del Myanmar possiede ben 23 società dedite ad estrazione e commercio di giada e rubini. Ed è proprio nelle aree minerarie che si registrano i comportamenti peggiori che hanno reso l’esercito del Myanmar tristemente famoso per la violazione dei diritti umani.

L’ultimo articolo che la dice lunga sullo sforzo delle imprese per vendersi migliori di quelle che sono riguarda una ricerca condotta nel 2021 da Amo, una società di consulenza al servizio delle imprese per aiutarle a proteggere la propria reputazione. La ricerca   condotta sui codici etici e sui rapporti sociali di 525 multinazionali sparse in 22 paesi, ha messo in evidenza che  le imprese cercano di dare una buona descrizione di sé autodipingendosi sotto tre profili: modo di essere, modo di lavorare, rapporto con gli altri (stakeholders).

I vocaboli utilizzati sono i più vari: da audacia a coraggio, da resilienza a tenacia, da cura a compassione, da pazienza a entusiasmo, da bellezza a efficienza, ma la stessa Brooke Masters, analista del Financial Times, in un articolo del 22 luglio 2021 ha scritto: “Sospetto che l’uso di parole d’ordine così impegnative risieda nel fatto che sono estremamente difficili da misurare. La loro vaghezza permette alle imprese di citarli come principi di riferimento senza sapere di cosa stiamo parlando”. Se lo dice il Financial Times, c’è proprio da crederci!

Le Top10, confronto in un decennio


2010

1° Walmart
2° Royal Dutch Shell
3° Exxon Mobil
4° BP
5° Sinopec Group
6° China National Petroleum
7° State Grid
8° Toyota Motor
9° Japan Post Holdings
10° Chevron

2020
1° Walmart
2° State Grid
3° Amazon.com
4° China National Petroleum
5° Sinopec Group
6° Apple TEC
7° CVS Health
8° UnitedHealth Group
9° Toyota Motor
10° Volkswagen

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