lunedì 14 settembre 2020

IL PROFESSORE – Giuseppe Aragno


– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò Francesco, avvilito. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano generali, date e campi di battaglia, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che una sera alla tele parlava dell’Asiento…

– L’Asiento? E cos’è?, chiese Lucia, incuriosita.

– E’ una parola affascinante, lo so, ma ha un significato terribile. Si parlava di grandi Stati, quelli che chiamano “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Presto però venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario, che ognuno voleva tutto per sé: sovrani, imprenditori, proprietari terrieri, militari. La grande assente era la sofferenza degli sventurati venduti a milioni a questo o a quel padrone.

– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.

E su queste parole il discorso s’inceppò. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta, che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.

– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.

Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile neoliberista travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa i teorici dello sfruttamento: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco e lo so quanto vali!

Lucia sobbalzò.

– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va già alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare questo il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!

La moglie, sbiancata a vederlo così esasperato, lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano unite come in preghiera, avevano l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazi per la tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non riuscire più a smettere. E le tornavano in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:

– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.

Di questa Waterloo dei sentimenti non parlano mai gli esperti nelle loro inutili interviste. Eppure è così che va: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri e i giornali sono pieni di pagine sul prodotto interno lordo, sui titoli, le oscillazioni della Borsa, le importazioni, le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, della miseria che mette in crisi l’intimità delle coppie, delle innumerevoli famiglie travolte dalle “reazioni” del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
– Privilegiati, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, con una sicumera provocatoria che gli veniva probabilmente dalla triplice veste di avvocato, studioso e senatore. Privilegiati, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e sul viso largo e onesto si vedeva la nausea.

– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano padri e i figli.

Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.

– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.

Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.

– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni del vapore, c’era la Costituzione, ma si licenziava chi dava fastidio. Nei primi anni della Repubblica ci sono stati sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre! E una legge da noi, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori e lavoratrici avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo! E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Ora non c’è più e avete ricominciato.

L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:

– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?

– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.

Da queste ricette miracolose il giuslavorista aveva ricavato premi, notorietà e quattrini. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista diceva di avere già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Secondo l’operaio non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava solo pagare, come da anni, del resto. I lavoratori pagavano anche la scorta armata che proteggeva l’esperto.

L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché Francesco se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:

– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?

– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te questo licenziamento ti sta facendo veramente male. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…

Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si rendeva conto di quanto feroce fosse stata la vita. Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.

– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Paolo, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…

– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:

– Paolo, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?

– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo: col sindacato o contro il sindacato. Dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…

Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Camera del Lavoro alla Cgil, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.

– In Parlamento, proseguì Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.

– Che ha fatto nella vita?

– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.

– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici

– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese

Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.

– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…

– Tra me e te?

– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.

– Cercava una compagna… disponibile.

– Una puttana, dici?

– Pensava che tu ti vendessi.

– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.

– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…

Paolo, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:

– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.

Lucia fece appena in tempo a commentare:

– Non dico una bella cosa, lo so, ma per forza ci vuole la scorta

Francesco la guardava come non capitava da tempo.

– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione

– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.

– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

da qui

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