martedì 8 settembre 2020

Epidemia di crimini contro i popoli - Raúl Zibechi

I cattivi governi che amministrano stati polizieschi stanno lanciando in tutta l’America Latina una fenomenale offensiva militare contro i popoli. Nelle favelas del Brasile, nelle periferie urbane dell’Argentina, nelle aree rurali della Colombia, nei territori in resistenza mapuche e nel Chiapas zapatista.

È proprio dove la dignità di quelli in basso rimane intatta, dove la forza collettiva dei popoli resiste e costruisce altri mondi che quelli in alto stanno approfittando delle quarantene che si autoimpongono quelli per contenere la pandemia, per cercare di distruggere le resistenze ai megaprogetti estrattivi.

Il 22 agosto dei paramilitari dell’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) hanno saccheggiato e incendiato case e magazzini del Centro di Commercio Nuevo Amanecer del Arcoiris, nella località crocevia di Cuxuljá, nella comunità ribelle di Moisés Ghandi, municipio di Ocosingo, Chiapas (https://bit.ly/3lj4qB5).

Come dichiara il comunicato del Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo, i paramilitari operano insieme al partito Morena e al governo regionale, facendo parte della “guerra che, dall’alto, si sta dispiegando contro l’organizzazione delle comunità zapatiste”.

In Colombia, l’offensiva paramilitare ha assassinato 33 persone in appena 11 giorni, in quattro massacri “per mano di gruppi finanziati dal narcotraffico”  (https://bit.ly/3aWQaJw). Quest’anno sono stati effettuati 33 massacri. Uno dei dipartimenti più colpiti è il Cauca, dove i popoli riuniti nel Consiglio Regionale Indigeno del Cauca offrono una tenace resistenza al modello di morte.

Nel Cauca, il Processo di Liberazione della Madre Terra ha recuperato 16 proprietà agricole in quasi cinque anni, dove seminano vita e si prendono cura di 26 mila e 200 pozze d’acqua e 123 lagune naturali (https://bit.ly/3jfhAgB). In un quarto del Cauca si cerca petrolio e nel 40 per cento della superficie si esplora in cerca di metalli. Inoltre si vogliono costruire due grandi strade e un porto in acque profonde nel Pacifico.

In Argentina, il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale ha registrato, dal 20 marzo al 6 agosto, 92 morti per mano di membri delle forze statali, quando “non c’era una reale situazione di pericolo per ‘l’uccisore’ o terzi”. Di questo totale, 34 sono state fucilazioni per “grilletto facile”, 45 morti sotto custodia in carceri o commissariati, quattro sono stati femminicidi e tre scomparse forzate (https://bit.ly/2QmFmLi).

Nel medesimo periodo denunciano, inoltre, circa 100 casi di uso abusivo della forza da parte della polizia, con “bastonate, torture, assassinii, stupri e persone fatte scomparire”. Tutto questo succede sotto un governo che si autoproclama “progressista”.

In Brasile, le morti per mano della polizia durante la pandemia sono cresciute del 26 per cento, “nonostante la riduzione di gente nelle strade”, secondo un’inchiesta realizzata dal quotidiano O Globo (https://glo.bo/3gvBZvP). Meno persone nelle strade, significa “minor controllo sociale sull’attività di polizia”, fatto che finisce con una maggiore impunità, giacché si constata “una polizia senza controllo”.

Un rapporto dell’Università Federale Fluminense segnala che “il numero di morti nelle favelas di Río de Janeiro è caduto del 72,5 per cento nel mese in cui sono state sospese le operazioni di polizia in queste comunità” (https://bit.ly/31onaH8). Il pattugliamento militare nelle favelas è stato sospeso a maggio dal Tribunale Supremo Federale, dopo un massacro di 12 persone nel Complexo do Alemão (https://bit.ly/3hnTYpo).

Nei territori mapuche, del Cile, è aumentata la repressione, con l’attivazione da parte dello stato di gruppi paramilitari composti da agricoltori, che occupano terre usurpate alle comunità  (https://bit.ly/31njy8w).

Tre considerazioni finali:

La prima è che la violenza contro quelli in basso è aumentata in tutta la regione, con governi di destra, come in Colombia, Cile e Brasile, e con governi “progressisti”, come in Argentina e Messico. È, pertanto, una violenza strutturale e sistemica.

La seconda è che le classi dominanti stanno approfittando della pandemia per rompere le resistenze al saccheggio che rappresentano i popoli in movimento. Per ottenere questo obiettivo, accelerano la militarizzazione e la guerra contro le comunità.

La terza è che solo l’autodifesa collettiva dei popoli può frenare questa offensiva. Dobbiamo aver chiaro che siamo nelle prime fasi di una vasta guerra contro i popoli originari destinata a ridisegnare la mappa del mondo, espellendo le comunità dalle loro terre per aumentare l’estrattivismo.

In questa guerra quelli in alto utilizzano eserciti statali, paramilitari, narcos e una brutale disinformazione. Noi non resistiamo alla morte con la morte. Non agiamo in modo simmetrico. La reazione dell’EZLN di fronte all’assassinio del maestro Galeano, nel maggio del 2014, ci ispira: continuare a costruire i nostri mondi, mentre resistiamo.

 

Fonte: La Jornada

L’articolo è stato tradotto e pubblicato in italiano dal Comitato Fonseca

 

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