mercoledì 23 settembre 2020

I peccatucci dei giganti digitali - Silvia Ribeiro


Il 29 luglio del 2020 quattro delle cinque maggiori società tecnologiche del pianeta, Google, Amazon, Facebook e Apple (GAFA), hanno dovuto presentarsi a un’audizione pubblica davanti al Congresso degli Stati Uniti, accusate di pratiche monopolistiche nei confronti di concorrenti più piccoli, consumatori e utenti. Si tratta di un aspetto chiave degli impatti negativi di queste gigantesche piattaforme digitali, ma è solo uno di quelli che caratterizzano il loro potere economico, politico e sociale senza precedenti.

Il mercato complessivo di queste quattro società ammonta attualmente a più di 5.000 miliardi di dollari. Insieme a Microsoft (GAFAM), sono tra le prime 10 società che detengono il maggior valore di capitalizzazione del mercato nel mondo e nella storia del capitalismo. Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon, insieme alle compagnie petrolifere Petrochina e Saudi Aramco, sono le uniche sei società che hanno superato i 1.000 miliardi di dollari di valore di mercato (Trillion dollar companies, in inglese). Facebook segue con un valore di 633 miliardi di dollari, simile a quello delle piattaforme digitali cinesi Alibaba e Tencent.

Nel corso dell’audizione, che è durata più di cinque ore, ai rappresentanti di Google, Amazon, Facebook e Apple è stata presentata una lunga lista di domande, raccolte dalla commissione antitrust, coordinata da David Cicilline, dopo un anno di indagini e più di un milione di documenti. Jeff Bezos, fondatore di Amazon; Marc Zuckerberg, fondatore di Facebook (entrambi tra gli otto uomini più ricchi del pianeta); gli amministratori delegati di Apple (Tim Cook), e di Alphabet, società proprietaria di Google (Sundar Pichair), hanno difeso le loro imprese di fronte a un mucchio di prove che difficilmente hanno potuto contestare.

I casi presentati erano noti, ma non per questo meno gravi. Ad esempio, è stato dimostrato sulla base di e-mail che Facebook ha acquistato i suoi concorrenti Instagram e WhatsApp perché li percepiva come una minaccia al proprio controllo degli utenti, una motivazione analoga a quella che indotto Alphabet (Google) ad acquistare YouTube. È emerso che Google ruba dati a società più piccole, ad esempio le recensioni di Yelp sui ristoranti, e di fronte alle rimostranze di quest’ultima ha minacciato di escluderla dal motore di ricerca. Google controlla il 90 per cento delle ricerche online. Le accuse contro Apple ruotavano intorno all’impossibilità per i suoi clienti di utilizzare applicazioni di altri sviluppatori.

Amazon dal 2019 supera nelle vendite al dettaglio Walmart, il più grande supermercato del pianeta. Con la pandemia i suoi profitti sono cresciuti in maniera esponenziale, facendo di Bezos l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale di 181 miliardi di dollari [sembra che ora abbia superato i 200 miliardi – ndt]. Il controllo di Amazon sui suoi fornitori è brutale, con il potere di far fallire chi non può o non vuole attenersi alle sue condizioni. È inoltre risultato chiaro che copia, produce con il proprio marchio e vende a prezzi più bassi (inizialmente) i prodotti più redditizi di altre aziende, facendole morire.

Si è parlato inoltre della manipolazione dei dati e dell’informazione con i suoi impatti politici e discriminatori, ma rimanendo ben al di sotto della vera dimensione del fenomeno. Un aspetto particolare di questa audizione è stato l’alto livello di preparazione della commissione antitrust, che ha fatto vacillare i dirigenti. Due anni fa, Zuckerberg ha dovuto presentarsi a rispondere al Congresso della fuga (o vendita) di dati di oltre 80 milioni di utenti di Facebook alla società Cambridge Analytica, il che ha permesso alla società e ai suoi dirigenti di influire in maniera decisiva, con modalità sia aperte che subliminali, sull’elezione di Trump e di altri personaggi, come Bolsonaro in Brasile. In quell’occasione, Zuckerberg ha mantenuto il controllo del dibattito di fronte a membri del Congresso che a malapena capivano la questione, e l’ha fatta franca con una multa di 5 miliardi di dollari, che non è una cifra da poco, ma che è stata molto inferiore ai profitti realizzati e al rialzo immediato del valore delle sue azioni non appena la sentenza è stata emessa.

Colpisce il fatto che non abbiano citato Microsoft e il suo fondatore Bill Gates, che insieme a GAFA controlla più della metà del mercato globale delle piattaforme digitali. Il motivo è probabilmente che 22 anni fa Microsoft è stata convocata a un’audizione analoga per rispondere del suo monopolio nel mercato del software, un processo che ha influito sulla struttura della compagnia e ha cambiato alcuni piani, come lo sviluppo della telefonia. Nonostante questo, Microsoft e il suo attuale potere nel campo dei cloud, dell’intelligenza artificiale e della gestione di volumi massici di dati (Big Data) svolgono un ruolo fondamentale nel controllo delle scelte economiche e politiche, insieme agli altri quattro mostri della digitalizzazione.

Il tema del controllo monopolistico dei mercati è determinante, ma è soltanto uno degli aspetti cruciali di queste nuove forme di accumulazione capitalistica a partire dai dati sulla vita di tutte e di tutti, che stanno alla base del cosiddetto capitalismo della sorveglianza, una questione che dobbiamo comprendere e che dobbiamo affrontare organizzandoci collettivamente. Non si tratta soltanto di tecnologie digitali, ma del fatto che la digitalizzazione è entrata in tutti gli ambiti della vita produttiva e sociale. Un contributo interessante a questo dibattito ci viene offerto dalla rivista Internet Ciudadana.

Fonte: “Gigantes digitales, al banquillo”, in La Jornada, 01/08/2020
Traduzione a cura di Camminardomandando

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