venerdì 4 settembre 2020

ricordo di David Graeber

 Come cambiare il corso della storia umana - David Graeber e David Wengrow 

 

La storia che ci siamo raccontati sulle nostre origini perpetua l'idea che la disuguaglianza sociale sia inevitabile, una conseguenza della civiltà, e tuttavia molti studi smentiscono questa tesi. David Graeber e David Wengrow su Eurozine si chiedono perché il mito della "rivoluzione agricola" sia così persistente e sostengono che ci sia molto di più da imparare dai nostri antenati, che siano esistite in passato società sorprendentemente egualitarie, e che dunque un'alternativa è possibile.

Per spiegare le origini della disuguaglianza sociale, da secoli ci raccontiamo una storia piuttosto semplice. Per la maggior parte della loro esistenza, gli esseri umani hanno vissuto in minuscoli gruppi ugualitari di cacciatori-raccoglitori. Poi è arrivata l’agricoltura, che ha portato con sé la proprietà privata, e sono apparse le città. Questo ha determinato la nascita della ci­viltà propriamente detta. La civiltà ha signi­ficato molte cose brutte (guerre, tasse, bu­rocrazia, patriarcato, schiavitù), ma ha an­che reso possibile la letteratura scritta, la scienza, la filosofia e tante altre grandi con­quiste umane.

Quasi tutti conoscono questa storia nel­le linee generali. Almeno dai tempi di Jean-Jacques Rousseau, riassume le nostre idee sul disegno generale e la direzione della storia dell’umanità. Ed è un fatto importan­te, perché questa narrazione definisce an­che il nostro senso della possibilità politica. Molti considerano la civiltà, e quindi la di­suguaglianza, una tragica necessità. Alcuni sognano di tornare a un passato utopico, di trovare un equivalente industriale del “co­munismo primitivo” o addirittura, in casi estremi, di distruggere tutto e ricominciare a essere cacciatori e raccoglitori. Ma nessu­no mette in discussione la struttura di base della storia. Eppure c’è un problema di fon­do in questa narrazione: non è vera.

L’archeologia, l’antropologia e le disci­pline affini offrono prove schiaccianti che cominciano a delineare un quadro piuttosto chiaro degli ultimi quarantamila anni della storia umana, e questo quadro non somiglia affatto alla narrazione convenzionale. In realtà la nostra specie non ha passato gran parte della sua storia in minuscoli gruppi; l’agricoltura non ha segnato una svolta irre­versibile nell’evoluzione sociale; le prime città spesso furono profondamente uguali­tarie. Anche se i ricercatori sono gradual­mente arrivati a un consenso generale su questi temi, gli autori che riflettono sui “grandi problemi” della storia umana – Ja­red Diamond, Francis Fukuyama, Ian Mor­ris e altri – continuano a prendere come punto di partenza l’interrogativo di Rousseau (“Qual è l’origine della disuguaglianza sociale?”) e danno per scontato che la gran­de storia cominci con una sorta di perdita dell’innocenza primordiale.

Già solo inquadrare la questione in que­sti termini significa partire da una serie di presupposti: che esiste una cosa che si chia­ma disuguaglianza, che la disuguaglianza è un problema e che c’è stato un tempo in cui la disuguaglianza non esisteva. Con la crisi finanziaria del 2008 e gli sconvolgimenti che ne sono seguiti, il “problema della disu­guaglianza sociale” è diventato centrale nel dibattito pubblico. Negli ambienti politici e intellettuali sembra dominare la convinzio­ne che i livelli di disuguaglianza sociale sia­no aumentati a dismisura sfuggendo a ogni controllo e che da questo, in un modo o nell’altro, dipendano quasi tutti i problemi del mondo. Oggi denunciare questa realtà è considerato una sfida alle strutture di po­tere globale, ma pensate a come questi pro­blemi sarebbero stati discussi una genera­zione fa. A differenza di termini come “ca­pitale” o “potere di classe”, la parola “disu­guaglianza” sembra fatta apposta per con­durre a mezze misure e compromessi. Si può immaginare di rovesciare il capitalismo o di abbattere il potere dello stato, ma è molto difficile immaginare di cancellare la “disuguaglianza”. Di fatto, non è neppure chiaro cosa significhi, perché le persone non sono tutte uguali e nessuno vorrebbe davvero che lo fossero.

“Disuguaglianza” è un modo di inqua­drare i problemi sociali adatto ai tecnocra­ti riformisti, i quali partono dal presuppo­sto che qualunque reale trasformazione sociale è esclusa dal dibattito politico da molto tempo. Consente di armeggiare con i numeri, ragionare sui coefficienti di Gini, ricalibrare i regimi fiscali e lo stato sociale, consente perfino di spaventare l’opinione pubblica con cifre che dimostrano quanto è peggiorata la situazione (“Ci pensate? Lo 0,1 per cento della popolazione mondiale controlla più del 50 per cento della ricchez­za!”), e tutto ciò senza affrontare nessuno degli aspetti che la gente critica realmente di questi ordinamenti sociali così “disu­guali”: per esempio il fatto che alcuni rie­scono a trasformare la loro ricchezza in potere, mentre altre persone si sentono di­re che le loro esigenze non sono importan­ti e la loro vita non ha un valore in sé. Tutto questo sarebbe solo l’effetto inevitabile della disuguaglianza, e la disuguaglianza sarebbe la conseguenza ineludibile del vi­vere in qualunque società grande, com­plessa, urbana e tecnologicamente sofisti­cata.

Le scienze sociali dominanti oggi sem­brano voler rafforzare questo senso d’im­potenza. Quasi ogni mese ci troviamo da­vanti a pubblicazioni che cercano di proiet­tare sull’età della pietra l’attuale ossessio­ne per la distribuzione della proprietà, e ci spingono a una falsa ricerca di “società ugualitarie” definite in termini che ne ren­dono impossibile l’esistenza al di fuori di qualche minuscolo gruppo di cacciatori-raccoglitori (e forse neanche in quelli).

L’opinione comune sul corso generale della storia umana si può riassumere più o meno così: circa duecentomila anni fa, alla comparsa dell’Homo sapiens anatomica­mente moderno, la nostra specie viveva in gruppi piccoli e mobili che comprendeva­no tra i venti e i quaranta individui. Cerca­vano i territori migliori per cacciare e pro­curarsi da mangiare, seguendo i branchi, raccogliendo noci e bacche. Quando le ri­sorse cominciavano a scarseggiare o emer­gevano tensioni sociali, reagivano spo­standosi altrove. Per questi primi esseri umani – potremmo parlare di infanzia dell’umanità – la vita era piena di pericoli, ma anche di possibilità. C’erano pochi beni materiali, ma il mondo era un posto incon­taminato e invitante. La maggior parte di loro lavorava solo poche ore al giorno, e le dimensioni ridotte dei gruppi sociali per­mettevano di mantenere un disinvolto ca­meratismo, senza strutture formali di dominio. Nel settecento Rousseau lo definì “stato di natura”, ma oggi si presume che sia durato per la maggior parte della nostra storia. Si presume anche che quella fu l’unica era in cui gli umani riuscirono a vi­vere in autentiche società di uguali, senza classi, caste, capi ereditari o governi cen­tralizzati.

Purtroppo questo idillio era destinato a finire. La versione convenzionale della sto­ria mondiale colloca questo momento in­torno a diecimila anni fa, al termine dell’ul­tima era glaciale. A quel punto, i nostri immaginari attori umani erano sparsi in tutti i continenti, e cominciarono a coltiva­re la terra e ad allevare il bestiame. Quali che fossero le ragioni a livello locale (l’ar­gomento è oggetto di discussione), gli ef­fetti furono epocali, e sostanzialmente identici dappertutto. L’attaccamento al territorio e la proprietà privata dei beni ac­quistarono un’importanza prima scono­sciuta, e cominciarono scontri sporadici e guerre.

L’agricoltura garantiva un’eccedenza di cibo, che permise ad alcuni di accumulare ricchezza e potere al di là del ristretto grup­po familiare. Altri usarono l’affrancamento dalla ricerca di cibo per sviluppare nuove abilità, come costruire armi, utensili, vei­coli e fortificazioni o per dedicarsi alla po­litica e alla religione organizzata. Di conse­guenza, questi “agricoltori del neolitico” ebbero presto la meglio sui loro vicini cac­ciatori-raccoglitori e cominciarono a eli­minarli o assorbirli in un nuovo stile di vita, superiore ma meno ugualitario.

A complicare ulteriormente le cose, così continua la storia, l’agricoltura provo­cò un aumento globale della popolazione. Man mano che si univano in concentrazio­ni sempre più grandi, i nostri progenitori fecero un altro passo irreversibile verso la disuguaglianza e circa seimila anni fa com­parvero le città: a quel punto il nostro desti­no fu segnato. Con le città arrivò l’esigenza di un governo centrale. Nuove classi di bu­rocrati, sacerdoti e politici-guerrieri assun­sero cariche permanenti per mantenere l’ordine e garantire i servizi pubblici e la regolarità degli approvvigionamenti. Le donne, che un tempo avevano un ruolo preminente negli affari umani, furono iso­late o imprigionate negli harem. I prigio­nieri di guerra diventarono schiavi. Arrivò la vera e propria disuguaglianza, e non ci fu modo di liberarsene.

Eppure, ci assicurano sempre i narrato­ri, la nascita della civiltà urbana ebbe an­che aspetti positivi. Fu inventata la scrittu­ra, in un primo momento per tenere la contabilità dello stato, che consentì pro­gressi straordinari nella scienza, nella tec­nologia e nelle arti. A prezzo dell’innocen­za siamo diventati moderni, e ora possia­mo solo guardare con compassione e invi­dia a quelle poche società “tradizionali” o “primitive” che in qualche modo hanno perso il treno.


Dalle bande agli imperi


Questa è la storia che, come abbiamo detto, costituisce la base di tutto il dibattito con­temporaneo sulla disuguaglianza. Se un esperto di relazioni internazionali o uno psicologo vogliono riflettere su questi temi, probabilmente daranno per scontato che per gran parte della loro storia gli esseri umani hanno vissuto in piccoli gruppi ugua­litari o che la nascita delle città ha determi­nato la nascita dello stato. Lo stesso vale per i libri più recenti che guardano alla preisto­ria per trarre conclusioni politiche attinenti alla realtà contemporanea. Prendiamo The origins of political order (2011) del politolo­go Francis Fukuyama:

"Nelle sue prime fa­si, l’organizzazione politica umana è simile alla società in bande che si può osservare nei primati superiori come gli scimpanzé. Può essere considerata come una forma quasi automatica di organizzazione sociale. Rousseau ha sottolineato che l’origine della disuguaglianza politica va ricercata nello sviluppo dell’agricoltura, e ha in larga misu­ra ragione."


Il biologo Jared Diamond, nel suo saggio Il mondo fino a ieri (Einaudi 2012), suggeri­sce che queste bande (in cui ritiene che gli esseri umani abbiano vissuto “fino ad appe­na undicimila anni fa”) comprendevano solo “poche decine di individui”, per lo più biologicamente imparentati, e conclude che solo in questi gruppi primordiali la spe­cie umana ha raggiunto un grado significa­tivo di uguaglianza sociale.

Per Diamond e Fukuyama, come per Rousseau qualche secolo prima, a mettere fine a quell’uguaglianza – ovunque e per sempre – furono l’invenzione dell’agricoltu­ra e il conseguente aumento della popolazione. L’agricoltura provocò una transizio­ne dalle “bande” alle “tribù”. Le eccedenze alimentari consentirono la crescita della popolazione, portando alcune “tribù” a svi­lupparsi in società gerarchiche governate da un capotribù.

Ben presto i capitribù si proclamarono re e perfino imperatori. Resistere non aveva senso. Una volta adottate forme di organiz­zazione grandi e complesse le conseguenze erano inevitabili. E quando i capi comincia­rono a comportarsi male – appropriandosi delle eccedenze di cibo per favorire parenti e lacchè, rendendo la loro posizione perma­nente ed ereditaria, collezionando crani come trofei e harem di schiave o strappan­do il cuore dei rivali con coltelli di ossidiana – era troppo tardi per tornare indietro. “Le popolazioni numerose”, sostiene Diamond, “non possono funzionare senza capi che prendono le decisioni, esecutori che le at­tuano e burocrati che amministrano le deci­sioni e le leggi”.

Anche gli antropologi e gli archeologi, quando cercano di dare un quadro comples­sivo, finiscono molto spesso per ripetere la versione di Rousseau, con qualche piccola variazione. In The creation of inequality (2012), Kent Flannery e Joyce Marcus im­piegano circa cinquecento pagine di studi etnografici e archeologici per cercare di ri­solvere il mistero. L’aspetto curioso del libro di Flannery e Marcus è che tutti gli aspetti davvero cruciali della loro ricostruzione delle “origini della disuguaglianza” si basa­no su osservazioni relativamente recenti di raccoglitori, allevatori e coltivatori su pic­cola scala, come gli hadza della Rift valley in Africa orientale o i nambikwara della fo­resta pluviale amazzonica. Le descrizioni di queste “società tradizionali” sono trattate come se fossero finestre sull’era del paleoli­tico o del neolitico. Il problema è che non è affatto così. Gli hadza e i nambikwara non sono fossili viventi. Sono in contatto da mil­lenni con stati agrari e imperi, razziatori e mercanti, e le loro istituzioni sociali si sono formate in seguito ai tentativi di trattare con loro o di evitarli. Solo l’archeologia può dirci se hanno qualcosa in comune con le società preistoriche. Anche se Flannery e Marcus offrono molti spunti interessanti su come potrebbero nascere le disuguaglianze nelle società umane, non ci danno molte ragioni per credere che le cose siano andate realmente così.


Il paradosso di Rousseau

La cosa veramente bizzarra di tutte queste evocazioni dello stato di natura di Rousseau e della perdita dell’innocenza è che lo stes­so Rousseau non ha mai sostenuto che lo stato di natura fosse esistito davvero. Era solo un esercizio teorico. Nel suo Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini del 1754, su cui si basa gran parte della storia che ci siamo raccontati, Rousseau scrive:

"Le ricerche che possiamo fare in questa occasione non vanno prese per verità storiche, ma solo come ragiona­menti ipotetici e condizionali, più adatte a chiarire la natura delle cose che a svelarne la vera origine."

Lo stato di natura di Rousseau non è mai stato concepito come una fase dello svilup­po. Era piuttosto un racconto allegorico. Come ha sottolineato la politologa Judith Shklar, in realtà Rousseau stava cercando di approfondire quello che considerava il pa­radosso fondamentale della politica uma­na, e cioè che la nostra innata ricerca della libertà in qualche modo ci porta ogni volta a una “spontanea marcia verso la disugua­glianza”.

Dobbiamo concludere che i rivoluziona­ri non si sono dimostrati molto ricchi d’im­maginazione, soprattutto quando si tratta di collegare passato, presente e futuro. Tut­ti continuano a raccontare la stessa storia. Probabilmente non è un caso se oggi, agli albori del nuovo millennio, i movimenti ri­voluzionari più vitali e creativi, come gli zapatisti del Chiapas e i curdi del Rojava, sono quelli che si radicano in un passato profondamente tradizionale. Invece di im­maginare una qualche utopia primordiale, possono ispirarsi a una narrazione più com­plessa. Di fatto sembra esserci una consa­pevolezza sempre maggiore, negli ambien­ti rivoluzionari, che la libertà, la tradizione e l’immaginazione sono state e saranno sempre intrecciate in modi che non com­prendiamo fino in fondo. È arrivato il mo­mento che anche tutti gli altri si aggiornino e comincino a considerare una versione non biblica della storia umana.

Quindi cosa ci hanno insegnato davvero le ricerche archeologiche e antropologiche condotte dopo Rousseau? Per prima cosa, che probabilmente interrogarsi sulle “origi­ni della disuguaglianza sociale” è un punto di partenza sbagliato. La verità è che non abbiamo idea di come fosse la vita sociale umana prima dell’inizio di quello che chia­miamo paleolitico superiore.

Le più antiche prove concrete sull’orga­nizzazione sociale umana nel paleolitico vengono soprattutto dall’Europa, dove la nostra specie visse a fianco dell’Homo nean­derthalensis fino all’estinzione di quest’ulti­mo circa quarantamila anni fa. A quell’epo­ca, e per tutto l’ultimo massimo glaciale, le zone abitabili dell’Europa somigliavano più al parco del Serengeti in Tanzania che a un qualunque habitat europeo di oggi. A sud delle calotte glaciali, fra la tundra e le spon­de del Mediterraneo, si stendevano vallate popolate da animali selvatici e steppe attra­versate da mandrie di cervi, bisonti e mam­mut. Gli studiosi della preistoria ribadisco­no da decenni – a quanto sembra con scarsi risultati – che gli abitanti di questi ambienti non avevano niente in comune con quelle bande ugualitarie e semplici di cacciatori-raccoglitori che immaginiamo come nostri lontani progenitori.

Tanto per cominciare c’è l’esistenza in­discussa di ricche sepolture, che risalgono fino al culmine dell’era glaciale. Nel perma­frost sotto l’insediamento paleolitico di Sunghir, a est di Mosca, è stata trovata la tomba di un uomo di mezza età sepolto – come osserva Felipe Fernándes-Armesto nella sua recensione di The creation of ine­quality sul Wall Street Journal – con “stupe­facenti segni di prestigio sociale: braccia­letti d’avorio, un diadema di denti di volpe e quasi tremila perle d’avorio laboriosamente scolpite e levigate”. A pochi metri di distan­za, in una tomba identica, “giacevano due bambini di 10 e 13 anni, adorni di doni fune­rari dello stesso tipo, comprese circa cin­quemila perle e una lancia d’avorio”.

Sepolture altrettanto ricche sono state scoperte nelle grotte e negli insediamenti del paleolitico superiore in gran parte dell’Eurasia occidentale. Per esempio, la signora di Saint-Germain-de-la-Rivière”, risalente a 16mila anni fa, che indossava ornamenti realizzati con i denti di giovani cervi cacciati a trecento chilometri di di­stanza, nel paese basco spagnolo, e le sepol­ture della costa ligure, come quella del “gio­vane principe”, che nel suo corredo funera­rio ha una lunga lama di selce, bastoni di corna di alce e un elaborato copricapo di conchiglie traforate e denti di cervo. Questi ritrovamenti pongono sfide interpretative stimolanti. Ha ragione Fernández-Armesto nel sostenere che sono le prove di un “pote­re ereditato”? Qual era lo status di questi individui?

Non meno misteriose sono le sporadi­che ma affascinanti tracce di architettura monumentale che risalgono all’ultimo massimo glaciale. Il pleistocene non ha nul­la di paragonabile per dimensioni alle pira­midi di Giza o al Colosseo. Però ha costru­zioni che, per gli standard dell’epoca, pote­vano essere considerate solo opere pubbli­che, perché implicano una progettazione sofisticata e un impressionante coordina­mento della manodopera. Tra queste ci so­no le straordinarie “case dei mammut”, costituite da una struttura di zanne rivestita di pelli, di cui si possono trovare esempi da­tabili intorno a 15mila anni fa nella fascia tra Cracovia e Kiev.

Ancora più stupefacenti sono i templi di pietra di Göbekli Tepe, rinvenuti più di vent’anni fa alla frontiera tra Siria e Turchia e tuttora al centro di un vivace dibattito scientifico. Databili intorno a 11mila anni fa, proprio alla fine dell’ultima era glaciale, comprendono almeno venti recinti megali­tici. Ognuno era formato da pilastri di cal­care alti più di cinque metri e pesanti fino a una tonnellata. Quasi ogni megalite di Gö­bekli Tepe è un’impressionante opera d’ar­te, ornata da bassorilievi di animali feroci con i genitali maschili orgogliosamente in mostra. Uccelli rapaci si alternano a imma­gini di teste umane mozzate. Le incisioni danno prova di capacità scultoree che erano state certamente affinate sul più malleabile legno. Malgrado le loro dimensioni, ciascu­na di queste enormi strutture ebbe una vita relativamente breve, che si concluse con un grande banchetto e l’interramento delle sue mura: gerarchie innalzate per essere subito abbattute. I protagonisti di questo spettacolo di costruzione e distruzione era­no, per quanto ci è dato sapere, cacciatori-raccoglitori che vivevano dei frutti della natura.

Cosa dovremmo dedurne allora? Alcuni studiosi suggeriscono di abbandonare completamente l’idea di un’età dell’oro ugualitaria e concludere che l’interesse egoistico e l’accumulazione del potere so­no le forze che da sempre sottendono lo sviluppo sociale umano. Ma neanche que­sto funziona davvero. I segni di disugua­glianza strutturale nelle società dell’era glaciale sono solo sporadici. Le sepolture appaiono a secoli e spesso a centinaia di chilometri di distanza.

Regni stagionali

Anche se questo fosse dovuto alla fram­mentarietà delle prove, dobbiamo chieder­ci perché le prove sono così frammentarie: se questi “principi” dell’era glaciale si fos­sero comportati come i principi dell’età del bronzo, troveremmo anche fortificazioni, magazzini, palazzi e tutti i segni degli stati emergenti. Invece, per decine di millenni vediamo monumenti e sepolture magnifi­che, ma poco altro che indichi la comparsa di società gerarchiche. Poi ci sono elemen­ti ancora più strani, come il fatto che la maggioranza delle sepolture “principe­sche” contiene individui con impressio­nanti anomalie fisiche che oggi sarebbero considerati giganti, gobbi o nani.

Un’analisi più ampia dei reperti arche­ologici suggerisce una risposta che riguar­da i ritmi stagionali della vita sociale prei­storica. Gran parte dei siti paleolitici citati fin qui sono associati a segni di aggregazio­ni annuali o biennali, legate alle migrazio­ni degli animali – che si tratti di mammut, bisonti della steppa, renne o (nel caso di Göbekli Tepe) gazzelle – o alle migrazioni cicliche dei pesci e ai raccolti di noci.

In periodi meno favorevoli dell’anno, almeno alcuni dei nostri antenati dell’era glaciale sicuramente vivevano e si procu­ravano da mangiare in piccoli gruppi. Ma ci sono prove schiaccianti che in altri mo­menti si riunivano in massa in micro-città come quelle trovate a Dolni Vĕstonice, nel­la Repubblica Ceca, per approfittare della sovrabbondanza di risorse naturali, impe­gnarsi in complessi rituali e imprese arti­stiche e scambiare minerali, conchiglie e pelli di animali, coprendo distanze impres­sionanti. Gli equivalenti di questi siti di aggregazione stagionale in Europa occi­dentale sarebbero i grandi rifugi rupestri del Périgord francese e della costa canta­brica, con i loro famosi dipinti e le celebri incisioni, che facevano anch’essi parte di un ciclo annuale di aggregazione e disper­sione.

Questi modelli stagionali di vita sociale sopravvissero a lungo dopo l’“invenzione dell’agricoltura”, che in teoria avrebbe do­vuto cambiare tutto. Nuove prove dimo­strano che questo genere di ciclicità potreb­be essere la chiave per comprendere i famo­si monumenti neolitici della piana di Sa­lisburyStonehenge sarebbe solo l’ultima di una lunghissima sequenza di strutture ri­tuali in legno o in pietra che venivano erette quando la gente arrivava nella pianura dagli angoli più remoti delle isole britanniche in certi periodi dell’anno. Gli scavi hanno di­mostrato che molte di queste strutture – ora interpretate plausibilmente come monu­menti ai progenitori di potenti dinastie del neolitico – furono smantellate poche gene­razioni dopo la loro costruzione.

La cosa impressionante è che questa abitudine di erigere e smantellare monu­menti grandiosi coincide con un periodo in cui i popoli del Regno Unito, che avevano importato l’economia agricola del neoliti­co dall’Europa continentale, sembravano aver abbandonato un aspetto essenziale, interrompendo la coltivazione dei cereali e tornando – intorno al 3300 aC – alla raccol­ta di nocciole come risorsa alimentare di base. I costruttori di Stonehenge continua­vano ad allevare bovini e probabilmente non erano né agricoltori né cacciatori-rac­coglitori, ma una via di mezzo. E se nella stagione festiva, quando si radunavano in massa, s’instaurava qualcosa di simile a una corte reale, questa non poteva che dis­solversi per buona parte dell’anno, quando le stesse persone tornavano a sparpagliarsi in tutta l’isola.


Perché queste variazioni stagionali so­no importanti? Perché rivelano che fin dall’inizio gli esseri umani hanno consape­volmente sperimentato diverse possibilità sociali. Secondo gli antropologi le società di questo tipo erano caratterizzate da una “doppia morfologia”. All’inizio del nove­cento Marcel Mauss osservò che gli inuit dell’Artico “e analogamente molte altre società hanno due strutture sociali, una d’estate e l’altra d’inverno, e due sistemi di legge e di religione paralleli”. Nei mesi estivi gli inuit si disperdevano in piccole bande patriarcali, ciascuna sotto l’autorità di un unico maschio anziano, alla ricerca di pesci d’acqua dolce, caribù e renne. La pro­prietà privata era chiaramente contrasse­gnata e i patriarchi esercitavano un potere coercitivo, a volte addirittura tirannico, sui loro familiari. Ma nei lunghi mesi inverna­li, quando foche e trichechi affollavano il litorale artico, subentrava un’altra struttu­ra sociale e gli inuit si riunivano per costru­ire grandi case comuni di legno, ossa di balena e pietra. In queste case regnavano i princìpi dell’uguaglianza, dell’altruismo e della vita collettiva; la ricchezza veniva condivisa; mariti e mogli si scambiavano i partner sotto l’egida della dea Sedna.

Ancora più sorprendenti, in termini di capovolgimenti politici, erano le pratiche stagionali delle confederazioni tribali dell’ottocento nelle grandi pianure ameri­cane: agricoltori occasionali o ex agricoltori che avevano adottato una vita nomade de­dita alla caccia. Alla fine dell’estate, piccole bande di cheyenne e lakota si riunivano in grandi insediamenti per prepararsi alla cac­cia al bisonte. In questo importantissimo periodo dell’anno creavano una forza di po­lizia che aveva poteri coercitivi assoluti, compreso il diritto di imprigionare, frustare o multare qualunque trasgressore ostaco­lasse i preparativi. Eppure, come ha osser­vato l’antropologo Robert Lowie, questo “indubbio autoritarismo” era temporaneo, e cedeva il posto a forme di organizzazione più “anarchiche” una volta conclusa la sta­gione della caccia e i rituali collettivi che la seguivano.


Avanti e indietro

I reperti archeologici suggeriscono che ne­gli ambienti molto stagionali dell’ultima era glaciale i nostri progenitori si comporta­vano in modi assai simili: alternando ordi­namenti sociali molto diversi, consentendo la comparsa di strutture autoritarie in certi periodi dell’anno a condizione che non po­tessero durare, e con l’intesa che nessun particolare ordine sociale era mai fisso o immutabile. All’interno della stessa popo­lazione si poteva vivere in quella che a volte sembra una banda, altre volte una tribù e altre volte ancora una società con molte delle caratteristiche che oggi attribuiamo agli stati. 

Questa flessibilità istituzionale offre la possibilità di uscire dai confini di una certa struttura sociale e riflettere, di fare e disfare i mondi politici in cui si vive. Se non altro, questo spiega i “principi” e le “principesse” dell’ultima era glaciale, che sembrano i per­sonaggi di una fiaba o di un dramma in co­stume. Forse lo erano, quasi letteralmente. Se mai hanno regnato, forse è stato – come per i re e le regine di Stonehenge – per una sola stagione.


Gli autori moderni tendono a usare la preistoria per riflettere su problemi filosofi­ci: gli esseri umani sono sostanzialmente buoni o cattivi, collaborativi o competitivi, ugualitari o gerarchici? Quindi tendono a scrivere come se per il 95 per cento della storia della nostra specie le società siano state in larga misura sempre uguali. Ma quarantamila anni sono un periodo lungo, lunghissimo. Sembra altamente probabile, e le prove lo confermano, che quegli stessi pionieri umani che colonizzarono gran par­te del pianeta abbiano anche sperimentato un’enorme varietà di ordinamenti sociali.

Come spesso ha sottolineato Claude Lévi-Strauss, i primi Homo sapiens non era­no uguali agli umani moderni solo fisica­mente, ma anche a livello intellettuale. Molto probabilmente erano più consape­voli del potenziale della società di quanto generalmente lo siamo oggi, visto che ogni anno passavano da una forma di organiz­zazione all’altra. Invece di oziare in un’in­nocenza primordiale finché il genio della disuguaglianza è riuscito in qualche modo a liberarsi, i nostri antenati preistorici sem­brano essere riusciti ad aprire e chiudere regolarmente la bottiglia, confinando la disuguaglianza nei drammi in costume ri­tuali, costruendo divinità e regni come co­struivano i loro monumenti per poi sman­tellarli allegramente. 

Se è così allora non dovremmo chieder­ci quali sono le origini delle disuguaglianze sociali, ma perché – dato che abbiamo pas­sato una parte così grande della nostra sto­ria facendo avanti e indietro fra sistemi politici diversi – a un certo punto siamo ri­masti bloccati. Tutto questo è molto di­stante dalla nozione che le società preisto­riche siano scivolate ciecamente verso le catene istituzionali che le hanno legate. E anche dalle cupe profezie di Fukuyama, Diamond e altri, secondo cui ogni forma di organizzazione sociale complessa com­porta necessariamente che piccole élite prendano il controllo delle risorse chiave e comincino a calpestare tutti gli altri. La maggior parte delle scienze sociali le con­sidera verità autoevidenti, ma sono infon­date. Quindi potremmo chiederci quali altre verità acclarate dovrebbero essere gettate nella pattumiera della storia.

L’idea che l’agricoltura abbia segnato una grande transizione nelle società uma­ne non è più sostenuta da prove concrete. Nelle parti del mondo dove animali e pian­te furono addomesticati per la prima volta, non c’è stato un passaggio repentino e rico­noscibile dal cacciatore-raccoglitore del paleolitico all’agricoltore del neolitico. La “transizione” da un’esistenza basata sulle risorse spontanee a una basata sulla pro­duzione del cibo di regola ha richiesto qualcosa come tremila anni. Anche se l’agricoltura consentiva la possibilità di una più disuguale concentrazione di ric­chezza, nella maggioranza dei casi questo cominciò a succedere millenni dopo la sua comparsa.
 
Nel frattempo, gli umani che vivevano in zone lontanissime come l’Amazzonia e la mezzaluna fertile in Medio Oriente faceva­no esperimenti con l’agricoltura, “giocava­no agli agricoltori”, in un certo senso, cam­biando ogni anno i modi di produzione proprio come alternavano le loro strutture sociali. Inoltre, la “diffusione dell’agricoltu­ra” in aree secondarie come l’Europa – spes­so descritta in termini trionfalistici come l’inevitabile declino della caccia e della rac­colta – in realtà è stata un processo estrema­mente delicato che a volte è fallito, portan­do a un crollo demografico tra gli agricolto­ri ma non tra i cacciatori-raccoglitori.
 
Chiaramente, non ha più senso usare espressioni come “la rivoluzione dell’agri­coltura” quando parliamo di processi di così straordinaria lunghezza e complessi­tà. E poiché non esisteva un eden da cui i primi agricoltori potessero cominciare il percorso verso la disuguaglianza, ha anco­ra meno senso sostenere che l’agricoltura ha posto le basi della gerarchia o della pro­prietà privata. Almeno in alcuni casi, come in Medio Oriente, i primi agricoltori sem­brano aver consapevolmente sviluppato forme alternative di comunità per adattar­si a uno stile di vita che richiedeva più lavo­ro. Queste società neolitiche appaiono sorprendentemente ugualitarie rispetto ai loro vicini cacciatori-raccoglitori, con un sensibile aumento dell’importanza econo­mica e sociale delle donne, che si riflette chiaramente nell’arte e nei rituali (basta confrontare le figurine femminili di Gerico o Çatalhöyük con le sculture ipermascoli­ne di Göbekli Tepe).

 
Piccole ingiustizie

La civiltà non è un pacchetto preconfezio­nato. Le prime città non apparirono dal nulla insieme a sistemi di governo centra­lizzato e di controllo burocratico. Oggi sap­piamo che in Cina nel 2500 aC esistevano già insediamenti di più di trecento ettari lungo il corso inferiore del fiume Giallo, più di mille anni prima della fondazione della prima dinastia reale (Shang). Sull’al­tra sponda del Pacifico, nella valle del rio Supe, in Perù, sono stati scoperti centri ce­rimoniali di dimensioni impressionanti che risalgono più o meno allo stesso perio­do: rovine enigmatiche di piazze e piatta­forme monumentali, che precedono di quattromila anni l’impero degli inca.
 
Queste recenti scoperte dimostrano quanto poco sappiamo realmente sulla di­stribuzione e l’origine delle prime città, che potrebbero essere molto più antiche dei sistemi di governo autoritario e di am­ministrazione basata sulla scrittura che un tempo ritenevamo necessari alla loro fon­dazione. E in quelli che conosciamo come i maggiori centri della prima urbanizzazio­ne – la Mesopotamia, la valle dell’Indo, il bacino del Messico – sono sempre più nu­merosi i segni che le prime città erano or­ganizzate secondo princìpi deliberatamen­te ugualitari, con i consigli municipali che avevano una significativa autonomia dal governo centrale. Nei primi due casi, per oltre cinquecento anni fiorirono città con sofisticate infrastrutture civiche ma senza traccia di sepolture reali e di monumenti, senza eserciti permanenti o altri mezzi di coercizione su larga scala e senza neppure un accenno di controllo burocratico diretto sulla vita dei cittadini.
 
Ci sono tutti i tasselli per creare una storia del mondo completamente diversa. È solo che siamo troppo accecati dai nostri pregiudizi per vederne le implicazioni. Per esempio, quasi tutti oggi ripetono che la democrazia partecipativa e l’uguaglianza sociale possono funzionare in una piccola comunità o in un gruppo di attivisti, ma non possono essere applicate a una città, a una regione o a uno stato. Ma l’evidenza davanti ai nostri occhi, se ci decidiamo a guardarla, suggerisce il contrario. Le città ugualitarie, e perfino le confederazioni re­gionali, sono storicamente piuttosto co­muni. Le famiglie e le case ugualitarie non lo sono.
 
Quando sarà pronunciato il verdetto della storia, capiremo che la perdita più dolorosa delle libertà umane è cominciata su piccola scala, a livello di relazioni tra sessi, gruppi di età e servitù domestica: il genere di rapporti che esprimono allo stes­so tempo la massima intimità e le forme più profonde di violenza strutturale. Se vo­gliamo davvero capire come diventò accet­tabile per la prima volta che alcuni trasfor­massero la ricchezza in potere mentre altri finivano col sentirsi dire che le loro esigenze e la loro vita non contavano, è qui che dovremmo guardare. Ed è sempre qui che dovrà svolgersi il difficilissimo lavoro di creare una società libera.

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L’utopia delle regole - David Graeber

David Graeber era un antropologo statunitense. Insegnava alla London school of economics ed è stato tra i promotori del movimento Occupy Wall street. È morto a Venezia il 2 settembre 2020, a 59 anni. Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 sul numero 1104 di Internazionale.

La burocrazia non piace a nessuno, eppure sembra che in un modo o nell’altro ce ne sia sempre di più. Ne vediamo gli effetti in ogni aspetto della nostra vita. La burocrazia è diventata l’acqua in cui nuotiamo: ci riempie le giornate con le sue scartoffie e con i suoi moduli sempre più lunghi e complicati. Semplici bollette, multe e moduli d’iscrizione sono ormai regolarmente accompagnati da pagine e pagine di documentazione in legalese.

Almeno fino all’ottocento, l’idea che l’economia di mercato fosse indipendente e contrapposta al governo è stata usata per giustificare misure economiche improntate al laissez faire, con l’obiettivo di limitare il ruolo dello stato. Questo effetto, però, non c’è mai stato. Tanto per cominciare, il liberismo inglese non ha portato a una riduzione della burocrazia statale. Anzi, è stata la proliferazione di consulenti legali, cancellieri, ispettori, notai e funzionari di polizia a rendere possibile il sogno liberale di un mondo di liberi contratti tra individui autonomi. E non ci sono ormai molti dubbi sul fatto che per mandare avanti un’economia di mercato servono mille volte più scartoffie che nella monarchia assoluta di Luigi XIV. Viviamo in un’epoca di “burocratizzazione totale”. Non sarà che molte condanne senza appello della burocrazia sono in realtà in malafede? E se l’esperienza di vivere e lavorare all’interno di un sistema di norme e regole formalizzate, all’ombra di gerarchie di anonimi funzionari, avesse un suo fascino nascosto?

C’è una scuola di pensiero secondo cui la burocrazia tende a espandersi seguendo una logica interna, perversa ma inesorabile. L’argomentazione è la seguente: se per risolvere un problema si crea una struttura burocratica, questa struttura invariabilmente finirà per creare altri problemi che, a loro volta, sembreranno risolvibili solo per via burocratica. Nel mondo accademico questo fenomeno è descritto in termini informali come il problema di “creare commissioni per risolvere il problema delle troppe commissioni”.

Una variante di questa teoria dice che una burocrazia, una volta creata, farà in modo di rendersi indispensabile, cercando di esercitare un potere a prescindere da quello che vuole farne. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è monopolizzare l’accesso a un certo tipo di informazioni chiave. Come scrive Max Weber, uno dei maggiori intellettuali tedeschi vissuti tra l’ottocento e il novecento, “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico”.

Come osserva lo stesso Weber, un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene. Le primissime burocrazie di cui siamo a conoscenza risalgono alle civiltà della Mesopotamia e dell’antico Egitto, e rimasero praticamente intatte per secoli resistendo al succedersi delle dinastie o delle élite dominanti. In modo simile, ripetute ondate di invasioni non bastarono a sradicare l’amministrazione cinese che, con le sue strutture burocratiche, le sue relazioni e i suoi sistemi di valutazione, rimase saldamente al suo posto a prescindere da chi, volta per volta, rivendicava il mandato del cielo. L’unico modo per sbarazzarsi di una burocrazia consolidata, secondo Weber, è semplicemente eliminarne tutti i componenti, come fecero Alarico e i goti nella Roma imperiale o Genghis Khan in alcune zone del Medio Oriente. Se un numero significativo di funzionari resta in vita, nel giro di pochi anni finirà inevitabilmente per controllare il regno.

Un’altra possibile spiegazione è che la burocrazia non solo si rende indispensabile per chi governa, ma esercita la sua attrazione anche su quelli che la amministrano. Il fascino delle procedure burocratiche sta nella loro impersonalità. I rapporti burocratici, freddi e impersonali, sono molto simili alle transazioni finanziarie: da un lato sono privi di anima e dall’altro sono semplici, prevedibili e trattano tutti più o meno allo stesso modo.

E comunque, chi vuole davvero vivere in un mondo dove tutto è anima? La burocrazia ci permette di interagire con altre persone senza doverci impegnare in complesse ed estenuanti forme di relazione. Quando entriamo in un negozio, tiriamo fuori il portafoglio senza preoccuparci di quello che pensa il cassiere del nostro abbigliamento. Allo stesso modo, quando andiamo in biblioteca, tiriamo fuori la tessera senza dover spiegare perché ci interessano i temi omoerotici della poesia inglese del settecento. Questa sicuramente è una parte del fascino della burocrazia. Naturalmente c’è anche la possibilità che le motivazioni siano molto più profonde. Le relazioni impersonali favorite dalle burocrazie non sono solo comode e convenienti. In qualche misura, almeno, la nostra stessa idea di razionalità, giustizia e libertà si fonda su relazioni di questo tipo. C’è stato un momento nella storia dell’umanità in cui una nuova forma di burocrazia ha ispirato non solo passiva acquiescenza, ma anche un sincero entusiasmo, quasi un’infatuazione. Ma cosa l’ha fatta sembrare così esaltante?

Se Weber ha potuto descrivere la burocrazia come l’incarnazione stessa dell’efficienza razionale è perché nella Germania dei suoi tempi le istituzioni burocratiche funzionavano davvero. L’istituzione simbolo, l’orgoglio dell’amministrazione tedesca, era l’ufficio postale. Alla fine dell’ottocento il servizio postale tedesco era considerato una delle grandi meraviglie del mondo moderno. La sua efficienza era leggendaria e gettò una specie di ombra spaventosa su tutto il novecento. Molte delle grandi conquiste di quello che oggi chiamiamo “tardo modernismo” sono state ispirate dall’ufficio postale tedesco. E si potrebbe sostenere che molti dei grandi mali del secolo scorso siano ugualmente da imputare all’ufficio postale tedesco.

Un progetto rivoluzionario
Per capire tutto questo dobbiamo risalire alle vere origini dello stato sociale moderno, che oggi consideriamo fondamentalmente una creazione di élite democratiche illuminate. Niente è più lontano dalla verità. In Europa molte delle istituzioni centrali di quello che sarebbe poi diventato lo stato sociale (dalla previdenza sociale alle pensioni, dalle biblioteche pubbliche agli ospedali pubblici) non sono state create dai governi, ma dai sindacati, dalle organizzazioni di quartiere, dalle cooperative, dalle associazioni e dai partiti operai. Molte di queste organizzazioni erano consapevolmente impegnate in un progetto rivoluzionario per creare, in modo graduale e dal basso, istituzioni di tipo socialista.

In Germania il vero modello di questa nuova struttura amministrativa erano, curiosamente, le poste. Questo, in realtà, ha una certa logica se si ripercorre la storia del servizio postale. L’ufficio postale fu sostanzialmente uno dei primi tentativi di applicare una forma di organizzazione gerarchica e militare al bene pubblico. Storicamente i servizi postali emergono dall’organizzazione degli eserciti e degli imperi. In origine erano un modo per trasmettere rapporti operativi e ordini a lunga distanza. Successivamente, per estensione, diventarono uno strumento per tenere uniti gli imperi. Di qui la famosa citazione di Erodoto sui messaggeri imperiali persiani, con le loro postazioni distribuite in modo uniforme in tutto il territorio dotate di cavalli riposati che permettevano spostamenti rapidissimi: “Né la neve né la pioggia, il caldo o il buio della notte impediscono loro di portare a termine un compito con la massima velocità”, si legge ancora oggi all’ingresso dell’edificio del Central post office di New York. L’impero romano aveva un sistema simile, e più o meno tutti gli eserciti adottavano sistemi di corrieri postali finché nel 1805 Napoleone non passò all’alfabeto semaforico.

Una delle grandi innovazioni di governance del settecento e specialmente dell’ottocento fu l’espansione e l’adattamento del vecchio sistema dei corrieri militari a una nuova funzione pubblica che aveva innanzitutto lo scopo di assicurare dei servizi per i cittadini. Il primo a servirsene fu il commercio, poi le classi mercantili cominciarono a usare la posta anche per la corrispondenza personale o politica. Di lì a poco, in molti degli stati emergenti in Europa e nelle Americhe metà del bilancio dello stato (e più della metà dei dipendenti pubblici) sarebbe stato assorbito dal servizio postale.

Si potrebbe quasi sostenere che in Germania fu la posta a creare lo stato-nazione. Durante il Sacro Romano Impero il diritto di amministrare un sistema postale all’interno dei territori imperiali fu attribuito, alla maniera feudale, a una famiglia aristocratica originaria di Milano, i baroni von Thurn und Taxis (dice la leggenda che un discendente della famiglia fu l’inventore del tassametro, da cui il taxi prenderebbe il nome). Nel 1867 l’impero prussiano rilevò il monopolio dei Thurn und Taxis e lo usò per gettare le basi di un nuovo servizio postale nazionale tedesco. Nei vent’anni successivi il chiaro segnale che un nuovo staterello o principato era stato assorbito nel nascente stato-nazione tedesco era l’incorporazione nel sistema postale. La sfavillante efficienza del sistema diventò motivo di orgoglio nazionale. Ed effettivamente, alla fine dell’ottocento, il servizio postale tedesco era a dir poco impressionante, con 5-9 consegne al giorno nelle principali città, e chilometri e chilometri di tubi pneumatici che attraversavano il sottosuolo di Berlino per consegnare quasi all’istante lettere e piccoli pacchi grazie a un sistema ad aria compressa. Mark Twain, che visse brevemente a Berlino tra il 1891 e il 1892, ne restò così colpito che scrisse uno dei suoi pochi saggi non satirici, Postal service, per celebrare la prodigiosa efficienza del servizio.

Non fu l’unico straniero a restare impressionato. A pochi mesi dallo scoppio della rivoluzione russa, Vladimir Ilič Lenin scriveva: “Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa socialista. Giustissimo. La posta è attualmente un’azienda organizzata sul modello del monopolio capitalistico di stato. A poco a poco l’imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. Tutta l’economia nazionale organizzata come la posta: i tecnici, i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello stato, retribuiti con uno stipendio non superiore al ‘salario da operaio’, sotto il controllo e la direzione del proletariato armato. Ecco il nostro obiettivo immediato”. Ebbene sì: l’organizzazione dell’Unione Sovietica fu modellata direttamente sul servizio postale tedesco.

Questa visione di un potenziale paradiso che nasceva dall’interno dell’ufficio postale non era confinata all’Europa. Dopo la guerra civile, con l’affermazione del capitalismo societario, anche gli Stati Uniti si avvicinarono al modello tedesco di capitalismo burocratico. Ancora una volta le forme di una società nuova, più libera e razionale, sembravano emergere all’interno delle strutture stesse dell’oppressione. Negli Stati Uniti, per dire “nazionalizzazione” si usava il calco “postalizzazione”, poi completamente scomparso dal linguaggio. E mentre Weber e Lenin invocavano la posta come un modello per il futuro, negli Stati Uniti la sinistra sosteneva che perfino le imprese private sarebbero state più efficienti se gestite come la posta, e imponeva la “postalizzazione” di servizi importanti come la metropolitana e il trasporto ferroviario locale e interstatale, da allora rimasti in mano pubblica. Tutte queste fantasie sull’utopia postale suonano quantomeno datate. Oggi il servizio postale è associato all’arrivo di cose che non vorremmo affatto: bollette, avvisi di conto in rosso, accertamenti fiscali, offerte di carte di credito usa e getta, appelli alla beneficenza e così via. Nell’immaginario collettivo statunitense la figura dell’impiegato postale è diventata sempre più triste. Ma proprio mentre si combatteva questa guerra simbolica contro il servizio postale, è nata una nuova infatuazione, simile a quella per la posta a cavallo del settecento e dell’ottocento. Possiamo riassumerla in questo modo:

1.      Una nuova tecnologia di comunicazione nasce in ambito militare.

2.      La tecnologia si diffonde rapidamente, trasformando in modo radicale la vita quotidiana.

3.      Quindi conquista una fama di sfolgorante efficienza.

4.      Dato che si basa su princìpi diversi dal libero mercato, è subito adottata dai movimenti radicali, che la considerano un modello per un futuro sistema economico non capitalista in grado di svilupparsi all’interno del capitalismo stesso.

5.      Allo stesso tempo diventa uno strumento di controllo per il governo e favorisce la proliferazione di nuove infinite forme di pubblicità e scartoffie indesiderate.

Questi cinque punti rispecchiano esattamente la storia di internet. Cos’è l’email se non un gigantesco ufficio postale elettronico superefficiente? Non ha forse creato a sua volta l’illusione di una nuova forma di economia cooperativa che nasce dalle spoglie del capitalismo, per poi inondarci di truffe, pubblicità e offerte commerciali indesiderate, dando la possibilità allo stato di spiarci in modi sempre nuovi e più creativi? È significativo che, pur nascendo in ambito militare, il servizio postale e internet siano considerati entrambi strumenti che impiegano tecnologie militari per scopi squisitamente antimilitaristi. In tutti e due i casi una forma di comunicazione minimalista e ridotta all’osso, tipica dei sistemi militari, si trasforma in una piattaforma invisibile per costruire tutto quello che non è: sogni, progetti, dichiarazioni d’amore e passione, effusioni artistiche, manifesti sovversivi e qualsiasi altra cosa. Ma questo vuol dire anche che la burocrazia ci attrae e ci sembra più liberatoria proprio nel momento in cui scompare: quando, cioè, diventa talmente razionale e affidabile che ci illudiamo di poterci addormentare su un letto di numeri e di ritrovarli al risveglio tutti al loro posto.

Lavoratori industriali
I computer hanno avuto un ruolo cruciale in tutto questo. Nel settecento e nell’ottocento l’invenzione di nuove forme di automazione industriale ebbe l’effetto paradossale di trasformare una percentuale sempre maggiore della popolazione mondiale in lavoratori industriali a tempo pieno. Allo stesso modo, tutti i software progettati negli ultimi decenni per sollevarci dalle responsabilità amministrative ci hanno trasformato in amministrativi part time o a tempo pieno.

Mentre i professori universitari sono costretti a passare sempre più tempo a gestire le borse di studio, i genitori si rassegnano a dedicare diverse settimane ogni anno a compilare moduli online di quaranta pagine per iscrivere i figli a una scuola dignitosa. Allo stesso modo, i commessi sanno che dovranno passare una parte sempre più consistente della loro vita a digitare password sul telefono per accedere ai loro vari conti bancari. Ognuno di noi sa che dovrà imparare a fare il lavoro che un tempo facevano gli agenti di viaggio, i mediatori finanziari e i commercialisti.

Qualcuno una volta ha calcolato che lo statunitense medio passa sei mesi della propria vita ad aspettare che scatti il semaforo. Non so se ci sono dati simili su quanto tempo passiamo a riempire moduli, ma deve essere almeno altrettanto. Credo di poter dire che mai nella storia del nostro pianeta una popolazione ha passato tanto tempo a occuparsi di scartoffie.

Il guaio è che tutto questo è successo dopo la caduta dell’orribile e antiquato socialismo burocratico e il trionfo della libertà e del mercato. Certamente è uno dei grandi paradossi della vita contemporanea, ma a quanto pare siamo diventati sempre più restii ad affrontare la questione.

Chiaramente questi problemi sono collegati, direi anzi che sotto molti aspetti si tratta dello stesso problema. Non si può semplicemente dire che l’approccio burocratico (o più specificamente manageriale) ha soffocato tutte le forme di immaginazione tecnica e di creatività. In fondo, come ci ricordano sempre, internet ha liberato ogni sorta di visione creativa e spirito collaborativo. Ma ciò che la rete ha portato davvero è una curiosa inversione di fini e mezzi, dove la creatività è al servizio dell’amministrazione, e non il contrario. La metterei così: in questa ultima, interminabile fase del capitalismo ci stiamo spostando dalle tecnologie poetiche alle tecnologie burocratiche.

Quando parlo di tecnologie poetiche mi riferisco all’uso di mezzi razionali, tecnici e burocratici per dar vita a fantasie incontrollate e impossibili. In questo senso, le tecnologie poetiche sono antiche quanto la civiltà. Potremmo dire che precedono le macchine complesse. Lewis Mumford sosteneva che le prime macchine complesse erano fatte di persone. I faraoni egiziani furono in grado di costruire le piramidi solo grazie a una profonda conoscenza delle procedure amministrative, che a sua volta permise di sviluppare tecniche di produzione, di suddividere le attività complesse in decine di operazioni semplici e di assegnare ogni operaio a una squadra. Tutto questo senza conoscere tecnologie meccaniche più complesse della leva e del piano inclinato. Il controllo burocratico trasformò eserciti di braccianti in ingranaggi di una grande macchina. Molti anni dopo, quando furono inventati gli ingranaggi veri e propri, la progettazione di macchinari complessi diventò sempre, in qualche misura, un’elaborazione di princìpi che originariamente erano stati sviluppati per organizzare le persone. Eppure, ogni volta queste macchine (non importa se le loro parti sono braccia e tronchi oppure pistoni, ruote e molle) sono messe all’opera per realizzare fantasie che altrimenti sarebbero impossibili: cattedrali, viaggi sulla luna, ferrovie transcontinentali e così via. Certamente, le tecnologie poetiche hanno quasi sempre qualcosa di terribile: la poesia è in grado di evocare sia “oscuri mulini satanici” sia grazia e liberazione. Ma le tecniche razionali e burocratiche sono sempre al servizio di un grande fine.

Da questo punto di vista, i folli piani sovietici – anche se mai realizzati – hanno segnato il livello di piena delle tecnologie poetiche. Ora abbiamo il problema contrario. Questo non vuol dire che visione, creatività e fantasie irrazionali non sono più incoraggiate. Il punto è che le nostre fantasie restano sospese in aria: non facciamo più neanche finta che possano prendere forma o solidità. Allo stesso tempo, nei pochi campi in cui la creatività libera e originale è effettivamente favorita (come lo sviluppo dei software open source per internet), è impiegata per creare altre piattaforme, ancora più efficaci, per la compilazione di moduli. È questo che intendo con tecnologie burocratiche: gli obblighi amministrativi sono diventati non il mezzo, ma il fine dello sviluppo tecnologico. Intanto, la nazione più grande e potente che sia mai esistita sulla Terra ha passato gli ultimi decenni a spiegare ai suoi cittadini che non è più tempo di sognare grandi imprese, anche se, come indica l’attuale crisi ambientale, il destino del pianeta dipende da questa capacità.

La burocrazia incanta quando diventa una sorta di tecnologia poetica. Per gran parte della storia questo potere è stato in mano agli imperatori o ai comandanti degli eserciti vittoriosi, perciò potremmo addirittura parlare di una democratizzazione del despotismo. Un tempo il privilegio di alzare la mano e far sì che un esercito invisibile di ruote e ingranaggi si organizzasse da solo per soddisfare i propri capricci era riservato a pochi eletti. Nel mondo contemporaneo può essere suddiviso in milioni di pezzi piccolissimi e messo a disposizione di chiunque sappia scrivere una lettera o schiacciare un interruttore.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

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