giovedì 16 luglio 2015

Il centro del mondo - Dževad Karahasan

il libro inizia a descrivere la Sarajevo come era prima, sembra un libro di architettura o urbanistica, e subito arriva la guerra.
Dževad Karahasan racconta la sua Sarajevo e dentro ci trovi la guerra, che non è una guerra, “l’anno prossimo a Gerusalemme“ e “l’anno prossimo a Sarajevo”, il perché ebrei e israeliani sono due cose diverse, la crudeltà, la paura, l’assedio, la fuga, l’attesa, la speranza di qualcosa che non arriva, la dignità, divisioni impossibili, impossibilità di capire per chi non c’era.
e la responsabilità della letteratura.
e un bacio straordinario, sbagliato, e bellissimo.
e fosse anche solo per quel bacio leggi il libro - franz





La distruzione di una magia, di un equilibrio fra relazioni e opposizioni all’interno della città simbolo del mondo intero. Di questo scrive Dzevad Karahasan ne Il centro del mondo. Scrive della sua Sarajevo assediata e distrutta dalla ferocia dell’Esercito popolare Jugoslavo. Scrive per mettere ordine al caos di quei mesi, come si legge nella prefazione di Slavenka Drakulic e per salvare almeno il ricordo di quella città che ha significato per secoli “vita comune di nazioni, religioni e convinzioni diverse”.
Karahasan non racconta il suo “dramma personale ma il dramma della distruzione sistematica di una società multietnica e culturalmente pluralista. È convinto che questa sia la causa della guerra; quando le diverse parti della Jugoslavia formano degli stati nazione nei Balcani questa diversità non può essere accettata: deve essere distrutta”. L’autore individua una speciale relazione fra il luogo, la città, e gli uomini che vi abitavano, grazie alla quale convivono assieme l’elemento locale e quello universale: in quella Sarajevo le peculiarità delle tradizioni cattoliche, ortodosse, islamiche e quelle austroungariche, turche e bosniache si mescolano, convivono e allo stesso tempo si rafforzano. In virtù di questa commistione la città diventa una metafora del mondo intero: un “luogo in cui i diversi volti del mondo si sono raccolti in un punto come in un prisma si concentrano i raggi di luce dispersi”.
Sarajevo diventa metafora del mondo anche attraverso una lettura “geografica” della sua struttura. All’interno della scala della città si possono infatti individuare le stesse dinamiche che, su scala globale, caratterizzano, appunto, la globalizzazione: in entrambi i casi “l’universale e il particolare, l’aperto e il chiuso, l’interno e l’esterno, si riflettono continuamente l’uno nell’altro”. Assistiamo da un lato a processi di unificazione culturale e dall’altro a spinte alla differenziazione. Su scala globale questo rimarcare le diversità diventa di volta in volta valorizzazione delle caratteristiche peculiari di un popolo, di una regione, di una cultura (come nella Sarajevo in “tempi di pace”) o esasperazione delle differenze, fucina di conflitti (come per i processi che hanno portato alla distruzione della capitale bosniaca): sono due facce dello stesso fenomeno. Karahasan sintetizza così questo dualismo: “Il rapporto essenziale fra gli elementi del sistema è la tensione che gli oppone (…) ogni tessera entra nella struttura del sistema arricchita di nuove particolarità senza abbandonare quelle che già possedeva”…
(dalla prefazione di Slavenka Drakulic)

Dževad Karahasan è seduto sulla cattedra di una delle aule della Facoltà di Filosofia dell’Università di Sarajevo; immerso in una luce che oramai sembra dargli pace, una luce che si riflette nella rilassatezza dei suoi lineamenti e nel sorriso degli occhi, in un tutt’uno con la luce che entra dalla finestra aperta in un pomeriggio di sole di settembre.
Karahasan non parla – o meglio – non parla normalmente, recita;  compone con maestria i suoi pensieri e attinge ai suoi ricordi scandendo poeticamente le parole di una lingua ai più incomprensibile, rendendo universalmente chiaro quanto ha da dire, quanto ha da evocare. La stessa pace permane anche quando s’immerge in uno dei ricordi più dolorosi della sua esistenza, poiché – e lo si capisce immediatamente – qualcosa di irrisolto è stato compreso anche se il tragico resta tragico…



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