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domenica 29 settembre 2024

Imperialismi e rivalità economica - Costas Lapavitsas

 

Il crescente conflitto tra blocchi diversi conferma che non esiste un'unica classe capitalista mondiale. E non c'è motivo di considerare migliori i capitalismi di Russia, Cina o India

La geopolitica mondiale è attualmente segnata da straordinarie tensioni e conflitti armati che fanno temere una guerra mondiale, soprattutto in Ucraina, Medio Oriente e Taiwan. Dall’inizio del 2010, la disposizione delle principali potenze statali ricorda sempre più gli anni precedenti alla grande conflagrazione imperialista del 1914. Una simile svolta sarebbe stata difficilmente immaginabile negli anni Novanta, quando l’ideologia della globalizzazione neoliberista dominava e gli Stati uniti regnavano come unica superpotenza.

Gli Usa restano senza dubbio il principale – e più aggressivo – attore sulla scena internazionale, come dimostra la loro posizione nei confronti della Cina. È importante notare che nessuno dei suoi potenziali sfidanti proviene dalle «vecchie» potenze imperialiste, ma tutti sono nati da quello che una volta era considerato il Secondo o il Terzo Mondo, con la Cina come principale concorrente economico e la Russia come principale concorrente militare. Ciò riflette la profonda trasformazione dell’economia mondiale negli ultimi decenni.

L’inasprimento delle tensioni avviene, inoltre, in un momento di storica performance negativa del nucleo centrale dell’economia mondiale, in particolare dopo la Grande Crisi del 2007-09. L’attività economica nelle aree centrali è notevolmente debole in termini di crescita, investimenti, produttività e così via, e non ci sono segnali evidenti di un nuovo rilancio. Il periodo successivo alla Grande Crisi del 2007-09 è un classico interregno nel senso di Antonio Gramsci, cioè del vecchio che muore e del nuovo che non nasce, solo che in questo contesto segnala l’incapacità del nucleo dell’accumulazione capitalistica di intraprendere una propria crescita sia a livello interno che internazionale.

La drammatica ricomparsa delle contese imperialiste ed egemoniche e la necessità di trarne conclusioni politiche sono questioni di primaria importanza per la sinistra socialista, come sostenuto in un recente contributo su Jacobin. In questo articolo, mi propongo di contribuire con alcuni punti chiave al dibattito, attingendo principalmente all’opera collettiva di recente pubblicazione The State of Capitalism: Economy, Society, and Hegemony.

 

L’economia politica marxista classica dell’imperialismo

La teoria marxista ha sempre cercato di collegare l’imperialismo all’economia politica del capitalismo. Ciò è evidente soprattutto nell’analisi canonica di Vladimir Lenin, costruita sulla base del Capitale finanziario di Rudolf Hilferding. L’attuale riapparizione delle contese imperialiste ed egemoniche può essere analizzata al meglio seguendo il percorso aperto da questi autori.

Gli approcci che si basano su spiegazioni non economiche, o che cercano addirittura di staccare l’imperialismo dal capitalismo, come quello di Joseph Schumpeter, hanno un potere esplicativo limitato. Tuttavia, la teoria di Hilferding e di Lenin dev’essere trattata con grande cautela. Le attuali prospettive geopolitiche del mondo potrebbero ricordare quelle precedenti al 1914, ma le apparenze possono ingannare.

Per entrambi gli autori, il motore principale dell’imperialismo è stata la trasformazione delle unità fondamentali del capitale nelle aree centrali dell’economia mondiale, che ha portato all’emergere del capitale finanziario. In poche parole, il capitale industriale e bancario monopolistico si è amalgamato nel capitale finanziario, che ha cercato di espandersi all’estero in due modi: in primo luogo, attraverso la vendita di merci e, in secondo luogo, attraverso l’esportazione di capitale monetario prestato.

In breve, l’imperialismo classico è stato guidato dall’accelerazione dell’internazionalizzazione del capitale monetario e delle merci sotto l’egida dell’amalgama dei capitali monopolistici industriali e finanziari.

Naturalmente, i capitali finanziari dei diversi paesi erano in competizione tra loro sul mercato mondiale, e a tal fine cercavano il sostegno – specificamente, ma non esclusivamente – dei propri Stati. Ne seguì la creazione di imperi coloniali per assicurarsi l’esclusiva territoriale per l’esportazione di capitale di base e per creare condizioni favorevoli all’esportazione di capitale di prestito.

I paesi colonizzati erano in genere a uno stadio inferiore di sviluppo capitalistico o non erano affatto capitalistici. Tale espansione coloniale sarebbe stata impossibile senza il militarismo e quindi senza la spinta al confronto armato tra i vari competitors.

In sintesi, la spinta alla creazione di colonie è scaturita dalle operazioni aggressive dei capitali finanziari che cercavano di assicurarsi dei profitti. A tal fine, hanno cooptato i servizi dello Stato e questo ha creato una spinta verso la guerra. Gli Stati non sono imprese capitalistiche e le loro relazioni non sono determinate da un calcolo grossolano di profitti e perdite. Agiscono in base al potere, alla storia, all’ideologia e a una serie di altri fattori non economici. L’arbitro ultimo tra questi è la potenza militare.

L’espansione imperialista era quindi guidata fondamentalmente dal capitale privato, ma comportava inevitabilmente oppressione, sfruttamento e conflitti nazionali. I flussi di valore verso la metropoli potevano derivare dai profitti delle imprese, ma anche dalla tassazione dello sfruttamento, come in India. A questi si contrapponevano le ingenti spese per l’acquisizione e il mantenimento delle colonie.

In quest’ottica, è fuorviante cercare di dimostrare l’esistenza dell’imperialismo attraverso un modello economico che mostri eccedenze monetarie nette create e appropriate dalle metropoli. L’imperialismo è una pratica geopolitica e una realtà economica. È radicato nella condotta e nei profitti delle imprese capitalistiche attive a livello globale, ma dà origine a politiche statali che hanno risultati complessi e contraddittori. In senso profondo, l’imperialismo è un risultato storico dell’accumulazione capitalistica matura.

 

L’imperialismo contemporaneo

A differenza dai tempi di Hilferding e Lenin, la prima e decisiva caratteristica dell’imperialismo contemporaneo è l’internazionalizzazione del capitale produttivo, piuttosto che soltanto commerciale e del capitale monetario di prestito.

Grandi volumi di produzione capitalistica si realizzano oltre le frontiere tramite filiere tipicamente guidate da multinazionali, che esercitano il controllo direttamente attraverso i diritti di proprietà sulle filiali o indirettamente attraverso contratti con i capitalisti locali. Il balzo quantitativo del volume del commercio internazionale negli ultimi decenni è il risultato del commercio all’interno di queste catene del valore.

Produrre all’estero ha requisiti molto più stringenti del semplice commercio di materie prime o del prestito di denaro. Il capitalista internazionale deve avere un’ampia conoscenza delle condizioni economiche locali nei paesi destinatari, diritti affidabili sulle risorse locali e, soprattutto, accesso a una forza lavoro capace. Tutto ciò rende necessarie relazioni dirette o indirette con lo Stato sia del paese di origine che di quello di destinazione.

Il secondo punto di differenza, altrettanto decisivo, è la forma caratteristica assunta dal capitale finanziario negli ultimi decenni, che è stato un fattore decisivo nella finanziarizzazione del capitalismo sia a livello nazionale che internazionale.

L’esportazione di capitale prestato è cresciuta enormemente, ma la maggior parte dei flussi è stata, e rimane, principalmente da nucleo centrale a nucleo centrale, piuttosto che da centro a periferia. La proporzione è stata di circa dieci a uno a favore del primo. Inoltre, caratteristica dell’interregno è la crescita sostanziale dei flussi dalla Cina alla periferia e di altri flussi da periferia a periferia.

Inoltre, fino alla Grande Crisi del 2007-09, sia la finanziarizzazione interna che quella internazionale erano guidate principalmente dalle banche commerciali. Durante l’interregno il centro di gravità si è spostato verso le varie componenti del «sistema bancario ombra», ossia le istituzioni finanziarie non bancarie, come i fondi di investimento, che traggono profitto dalla negoziazione e dalla detenzione di titoli. Tre di questi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – detengono attualmente nei loro portafogli una quota enorme dell’intero capitale azionario degli Stati uniti.

L’imperialismo contemporaneo è, insomma, caratterizzato dall’internazionalizzazione del capitale produttivo, merceologico e monetario, ancora una volta sotto l’egida dei capitali industriali e finanziari di monopolio. Tuttavia, sempre contrariamente all’epoca di Hilferding e Lenin, non c’è un amalgama tra capitale industriale e capitale finanziario, e certamente non c’è un amalgama in cui il secondo domini il primo.

La dominazione non è, dopotutto, un risultato del movimento essenziale del capitale, ma deriva dalle realtà concrete delle operazioni capitalistiche in specifici contesti storici. All’inizio del XX secolo, le banche potevano dominare i capitali industriali perché questi ultimi si affidavano pesantemente ai prestiti bancari per finanziare gli investimenti fissi a lungo termine. Tali prestiti hanno permesso e incoraggiato le banche a partecipare attivamente alla gestione delle grandi imprese.

Oggi, le imprese industriali dei paesi core sono caratterizzate da bassi investimenti e, allo stesso tempo, da enormi volumi di capitale monetario di riserva. Entrambe sono caratteristiche della finanziarizzazione delle imprese industriali e della scarsa performance delle economie centrali durante l’interregno. Inoltre, implicano che le grandi imprese internazionali sono molto meno dipendenti dal capitale finanziario rispetto ai tempi dell’imperialismo classico.

Le vaste partecipazioni azionarie delle «banche ombra» sono certamente importanti per quanto riguarda il potere di voto all’interno delle grandi imprese e svolgono quindi un ruolo nel processo decisionale delle società non finanziarie. Tuttavia, è esagerato affermare che le Tre Grandi dettino le condizioni alle società statunitensi. Esse sono titolari di azioni che appartengono ad altri – spesso altre «banche ombra» – e cercano di ottenere profitti gestendo i loro portafogli di titoli. La loro posizione ricorda quella di un rentier, che però cerca un equilibrio di coesistenza con l’industriale attraverso i mercati mobiliari.

La forza motrice dell’imperialismo contemporaneo scaturisce da questo binomio tra capitale industriale internazionalizzato e capitale finanziario internazionalizzato. Nessuno dei due domina l’altro e non c’è uno scontro fondamentale tra loro. Insieme costituiscono la forma di capitale più aggressiva che la storia conosca.

 

Requisiti economici dell’imperialismo contemporaneo

L’abbinamento di capitali che guida l’imperialismo contemporaneo non ha bisogno di esclusività territoriale e non cerca di formare imperi coloniali. Al contrario, prospera grazie all’accesso illimitato alle risorse naturali globali, alla manodopera a basso costo, alla bassa tassazione, agli standard ambientali poco rigorosi e ai mercati per le sue componenti industriali, commerciali e finanziarie.

Un punto da sottolineare a questo proposito è che non esiste una classe capitalista «mondiale». Si tratta di un’illusione che risale ai tempi del trionfo ideologico della globalizzazione e dell’unica egemonia statunitense. Esiste certamente una somiglianza di vedute tra i capitalisti attivi a livello internazionale, che riflette in ultima analisi il potere egemonico degli Stati uniti. Ma l’enorme escalation di tensioni degli ultimi anni dimostra che i capitalisti sono e rimarranno divisi in gruppi potenzialmente ostili a livello internazionale.

Tra l’altro, non esiste nemmeno una «aristocrazia del lavoro» nei paesi centrali, contrariamente a quanto sosteneva Lenin. La grande pressione esercitata sui lavoratori dei paesi centrali negli ultimi quarant’anni ha smentito quest’idea.

I capitali industriali e finanziari attivi a livello internazionale hanno due requisiti fondamentali. In primo luogo, devono esistere regole chiare e applicabili per i flussi di investimenti produttivi, di materie prime e di capitali monetari prestati. Non si tratta di un semplice accordo tra Stati, ma di qualcosa che deve essere garantito da istituzioni adeguatamente strutturate, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca dei Regolamenti Internazionali e così via. In secondo luogo, deve esistere una forma affidabile di moneta mondiale che funga da unità di conto, mezzo di pagamento e riserva di valore.

Entrambi i requisiti – soprattutto il secondo – riflettono il carattere peculiare dell’economia mondiale che, a differenza di quella interna, manca intrinsecamente della presenza coordinatrice e organizzatrice di uno Stato nazionale. Ciononostante, i capitali industriali e finanziari hanno ancora bisogno del sostegno degli Stati nazionali per navigare tra le insidie del mercato mondiale.

Inevitabilmente, il sistema degli Stati nazionali – distinto dal sistema dei capitali in competizione internazionale – entra in gioco e porta le sue considerazioni non economiche.

 

Il ruolo dell’egemonia

La caratteristica del sistema degli Stati nazionali è l’egemonia e ci sono poche guide migliori di Gramsci per affrontare questo tema, come ha suggerito Robert Cox molto tempo fa. L’attenzione di Gramsci era rivolta all’equilibrio interno delle classi e ai risultati politici che ne derivano, piuttosto che alle relazioni statali internazionali. Il punto che conta ai nostri fini, tuttavia, è che per Gramsci l’egemonia implica sia la coercizione sia il consenso. Entrambi sono cruciali per il funzionamento dell’imperialismo contemporaneo.

Gli Stati uniti sono stati l’unico potere egemone per quasi tre decenni dopo il crollo dell’Unione sovietica; il suo potere derivava dalla predominanza economica che si rifletteva nelle dimensioni del Pil e dei relativi mercati, nel volume del commercio internazionale e nell’entità dei flussi di capitale in entrata e in uscita. Soprattutto, la sua posizione egemonica derivava dalla capacità unica di radicare la propria moneta nazionale come moneta mondiale.

Il potere coercitivo degli Stati uniti è in parte economico, come dimostra l’enorme gamma di sanzioni che impongono regolarmente agli altri. In primo luogo, però, è militare, con spese enormi che attualmente superano i 1.000 miliardi di dollari all’anno. Questa cifra è superiore a quella delle «vecchie» potenze imperialiste di almeno un ordine di grandezza e finanzia una vasta rete di basi militari in tutto il mondo. A differenza del periodo classico, la militarizzazione e l’enorme complesso militare-industriale sono caratteristiche permanenti e integrali dell’economia statunitense.

Il potere di consenso degli Stati uniti si basa sul loro ruolo dominante nell’ambito delle istituzioni internazionali che regolano l’attività economica internazionale. Questa forma di potere si avvale di università e think tank che producono l’ideologia prevalente nelle istituzioni internazionali. Si è rivelata fondamentale per generare una visione comune tra i capitalisti attivi a livello internazionale in tutto il mondo per diversi decenni.

Come unico egemone, gli Stati uniti hanno costantemente promosso gli interessi dei loro capitali attivi a livello globale. Così facendo, hanno creato le condizioni che consentono anche ai capitali di altri «vecchi» paesi imperialisti di operare con profitto, non da ultimo garantendo un accesso controllato al dollaro in momenti critici, come nel 2008 ma anche nel 2020. Anche sotto questo aspetto, l’imperialismo contemporaneo è drammaticamente diverso dalla versione classica.

Il problema egemonico per gli Stati uniti nasce dalla natura contraddittoria di queste tendenze.

Da un lato, favorire gli interessi dei capitali attivi a livello internazionale ha comportato costi sostanziali per alcuni settori dell’economia interna statunitense. La produzione è emigrata, lasciando dietro di sé una disoccupazione persistente, le imprese si sono registrate in paradisi fiscali per evitare le tasse, la capacità tecnica è andata persa e così via.

Dall’altro, la delocalizzazione della capacità produttiva ha favorito l’emergere di centri indipendenti di accumulazione capitalistica in quelli che prima erano considerati il Secondo e il Terzo Mondo. Il ruolo principale è stato svolto dagli Stati nazionali che hanno navigato nelle secche della produzione, del commercio e della finanza globalizzate. Ma anche la delocalizzazione della produzione è stata un fattore cruciale.

L’esempio principale è ovviamente la Cina, che è emersa come il più grande paese manifatturiero e commerciale del mondo. Certo, le gigantesche imprese industriali e finanziarie cinesi hanno caratteristiche e relazioni distintive rispetto alle loro equivalenti statunitensi, anche perché molte di esse sono di proprietà dello Stato. Ma anche i capitali finanziari dell’imperialismo classico presentavano differenze sostanziali tra loro, come ha sottolineato, ad esempio, Kozo Uno.

Ai nostri fini, le enormi imprese industriali e finanziarie cinesi, indiane, brasiliane, coreane, russe e di altro tipo operano sempre più su scala globale e cercano il sostegno dello Stato per influenzare le regole del gioco e per determinare la moneta mondiale. Ciò significa in primo luogo il proprio Stato, sebbene coltivino anche relazioni con altri Stati.

 

La spinta alla guerra

Le radici del costante inasprimento delle contese imperialiste si trovano in questa configurazione del capitalismo globale. Gli Stati uniti ovviamente non si sottometteranno alla sfida e attingeranno al loro vasto potere militare, politico e monetario per proteggere la loro egemonia. Ciò li rende la principale minaccia alla pace mondiale.

Le attuali contese, in altre parole, ricordano l’epoca precedente al 1914, nel senso fondamentale di essere guidate da motivazioni economiche di fondo. Questo non significa che dietro a ogni esplosione ci sia un rozzo calcolo economico, ma significa che le contese hanno profonde radici materiali. Sono quindi straordinariamente pericolose e difficili da affrontare.

Inoltre, le contese sono qualitativamente diverse dall’opposizione tra Stati uniti e Unione sovietica, che era principalmente politica e ideologica. Durante l’interregno, gli Stati uniti hanno contato sul sostegno delle «vecchie» potenze imperialiste, attingendo soprattutto al loro potere di consenso, che affonda le sue radici nell’epoca antisovietica. Nulla garantisce che potranno farlo per sempre.

La sinistra si trova quindi di fronte a una scelta difficile ma allo stesso tempo chiara. Il graduale emergere della «multipolarità», con la sfida all’egemonia statunitense da parte di altri Stati potenti, ha creato un certo spazio per i paesi più piccoli che possono difendere i propri interessi. Ma non c’è nulla di meritorio o di progressista nel capitalismo cinese, indiano, russo o di qualsiasi altro tipo. Inoltre, è fondamentale ricordare che nel 1914 il mondo era multipolare e il risultato fu una catastrofe. La risposta si trova ancora negli scritti di Lenin, anche se il mondo è molto cambiato.

La sinistra socialista deve opporsi all’imperialismo, pur riconoscendo che gli Stati uniti sono il principale aggressore. Ma bisogna farlo da una posizione indipendente, apertamente anticapitalista e che non si faccia illusioni su Cina, India, Russia e altri contendenti, tanto meno sui «vecchi» imperialisti. Il percorso dev’essere quello della trasformazione anticapitalista interna, basata sulla sovranità popolare e abbinata alla sovranità nazionale che cerca l’uguaglianza internazionale. Si tratterebbe di un vero internazionalismo, basato sul potere delle lavoratrici, dei lavoratori e dei poveri. Come possa tornare a essere una vera forza politica è il problema più profondo del nostro tempo.


*Costas Lapavitsas è professore di economia alla Soas, attualmente alla New School for Social Research. è stato deputato al parlamento greco. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

venerdì 2 giugno 2023

Le parole del Pnrr e il diritto alla casa - Sarah Gainsforth*


 

L’attacco di interessi privati alle risorse pubbliche per il diritto alla casa e allo studio si manifesta nel linguaggio del Pnrr e dei suoi decreti attuativi, con la comparsa di nuove definizioni e di dati che non tornano.

 

La vicenda dei posti letto per studenti finanziati con 960 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finora destinati soprattutto a studentati privati anziché agli enti per il diritto allo studio, consente di osservare all’opera, nei dettagli, l’espansione dell’ideologia neoliberale.
La lettura del Pnrr e dei suoi decreti attuativi è un esercizio che vale la pena fare perché consente di cogliere i meccanismi di penetrazione parassitaria di interessi privati che colonizzano la sfera pubblica per appropriarsi delle sue risorse.
Questi meccanismi si manifestano nel linguaggio: congiunzioni e avverbi che compaiono da un decreto attuativo all’altro in paragrafi altrimenti identici, nuove definizioni che entrano nel lessico istituzionale, sfumature, piccoli aggiustamenti; la scomparsa di parole che vincolano le risorse economiche a un obiettivo preciso e di pubblico interesse, come il diritto allo studio e all’abitare. Ancora: parole che creano incertezza e che aprono a nuovi principi e interessi. Così le norme dello stato diventano espressione di interessi privati. L’avanzata avviene nei dettagli, nella discrepanza di dati, nel loro occultamento, e produce effetti devastanti. La scelta della lingua, poi, è determinante: tutto quello che è poco chiaro, perché così deve restare, poco chiaro, lo si nomina in inglese. Questa è la sfera dove avviene la colonizzazione. «Abitare» diventa «housing», come se si trattasse di un’innovazione. Il diavolo sta nei dettagli.

 

Giochi di parole 

La premessa è questa: il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per triplicare il numero di posti letto per studenti universitari, portandoli da 40mila a 100mila entro la metà del 2026. La prima fase della misura si è conclusa a febbraio con l’assegnazione a soggetti pubblici e privati di 287 milioni di euro per la «creazione» di oltre 9mila posti. Due terzi di queste risorse sono andate a gestori privati come Camplus e Campus X.
La seconda fase del Pnrr prevede l’assegnazione di 660 milioni di euro, confluiti in un fondo che si chiama Fondo «housing» universitario, per circa 52mila posti: si tratta di un contributo di 12mila euro a posto letto, o 350 euro a posto per tre anni, l’arco temporale per cui il Pnrr prevede la copertura dei costi di gestione dei posti. Questo contributo, erogato a gestori di studentati, agirebbe con un «effetto leva»: non coprirà infatti i costi di realizzazione di nuovi posti, ma sarà un incentivo al finanziamento dei posti da parte di privati che beneficiano anche di importanti agevolazioni fiscali e la possibilità di locare le stanze ad altri utenti, come turisti
Secondo il ministero anche gli enti pubblici potrebbero partecipare al bando per l’assegnazione delle risorse del Fondo housing universitario. Ma non lo faranno, perché gli enti pubblici non hanno la disponibilità economica per creare nuovi posti con un contributo che copre solo una parte delle spese. Così le risorse saranno destinate ai soggetti privati «anche in convenzione» con le università e gli enti per il diritto allo studio». La comparsa di «anche», congiunzione che esprime possibilità, prima di «in convenzione» significa che i privati potranno beneficiare delle risorse anche non in convenzione con gli enti pubblici: con quella congiunzione piazzata al posto giusto questo vincolo è caduto.
Infine, se il ministero parla di partenariato pubblico-privato, con il Fondo housing universitario la maggior parte delle risorse le metterebbe il privato; il pubblico si limiterà a erogare un contributo. Non si tratta, insomma, di un partenariato ma della destinazione di risorse pubbliche a soggetti privati a scopo di lucro, senza alcun vincolo sulla destinazione dei posti agli studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio.

 

L’obiettivo non è il diritto allo studio 

Per comprendere l’assenza di un vincolo torniamo all’inizio. Il primo problema riguarda l’interpretazione delle parole del Pnrr. Quale obiettivo intende realizzare il Pnrr con queste risorse e come lo esprime? La Riforma 1.7 è effettivamente una misura per il diritto allo studio?

Nella prima versione del Pnrr approvata dal Consiglio dei ministri del governo Conte il 12 gennaio 2021 nel titolo della Riforma 1.7 compaiono le parole «diritto allo studio». Nella versione definitiva queste parole sono scomparse. Leggiamo il testo: l’obiettivo della riforma è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Da nessuna parte c’è scritto «diritto allo studio». La riforma non ha l’obiettivo di incentivare il diritto allo studio, perché questo obiettivo non è mai citato. Gli studenti definiti «capaci e meritevoli se pur privi di mezzi», quelli più poveri insomma, che hanno diritto a una borsa di studio e a un alloggio se sono fuorisede, non sono mai menzionati.
Così nei decreti di attuazione del Pnrr è scomparsa la quota del 20% di posti cofinanziati dal pubblico che i privati devono riservare agli studenti meno abbienti, che era invece presente nei bandi precedenti negli articoli sulla destinazione dei posti. Adesso questa percentuale di posti riservati agli studenti più poveri è stata sostituita con le diciture «prioritariamente» e «ove possibile».
Il Pnrr parla di «incentivare la realizzazione» e di «creazione» di «nuove strutture di edilizia residenziale universitaria». I target sono «almeno 7.500 posti letto aggiuntivi» il primo, e «creazione e assegnazione di almeno 60.000 posti letto aggiuntivi» il secondo. Nelle schede inviate alla Commissione europea si parla di posti sia «nuovi» che «aggiuntivi». Non ci sono dubbi: l’obiettivo è per posti nuovi. «Se l’italiano non inganna, creare significa produrre dal nulla», si legge nel report «Diritto al profitto, come sperperare i fondi del Pnrr» presentato a Roma il 18 maggio dall’Unione degli universitari.
Ma nei decreti attuativi le parole «creare» e «nuovi», riferito ai posti letto, sono scomparse, sostituite dalla definizione di posti letto «aggiuntivi». Così i primi 278 milioni di euro del Pnrr hanno finanziato posti già esistenti, perlopiù in studentati privati, per rispettare formalmente la scadenza del primo target (dicembre 2022, prorogata a febbraio 2023) e non perdere i fondi.
Il criterio applicato è stato questo: se al momento della presentazione dei progetti i posti letto fossero o meno già censiti nella banca dati del ministero.
Questo è detto esplicitamente in un decreto di luglio: «nel caso di ristrutturazione di immobili già nella disponibilità dei soggetti proponenti deve essere specificato nella manifestazione di interesse che i posti letto non sono stati computati nella baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza».
Erano dunque ammessi a cofinanziamento posti già esistenti.
Il ministero ha equiparato tutti i posti negli studentati privati non censiti nella propria banca dati come «nuovi». E quindi li ha finanziati. Alcuni di questi posti sono gestiti dagli stessi operatori, negli stessi edifici, a volte da oltre dieci anni.
La differenza è che adesso rientrano nel perimetro dell’offerta «istituzionale» (definizione mia): restano privati, ma ricevono contributi pubblici che sono serviti all’acquisto e alla locazione di immobili, da parte dei gestori privati.
I fondi pubblici sono finiti a banche, società edili, fondi immobiliari (come a Milano, Ferrara e Torino) per l’acquisto e l’affitto degli edifici da parte di gestori come Camplus e Campus X che poi locano le stanze agli studentati.
Si tratta di immobili che restano di proprietà dei soggetti gestori degli studentati e hanno un vincolo d’uso che dura nove anni.

 

L’offerta di posti prima del Pnrr

Questi posti letto, si legge nei decreti, sarebbero «aggiuntivi».
Aggiuntivi a cosa?
Qual è la «baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza»?

L’obiettivo definito nel Pnrr è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Il dato di partenza sono quindi 40mila posti: sembrerebbero quelli degli enti per il diritto allo studio. I posti degli enti regionali per il diritto allo studio (Dsu) nell’anno accademico 2019-2020 (anno accademico di riferimento per il Pnrr) erano infatti 42.732 (erano 41.500 l’anno successivo), si legge nel focus annuale 2019-2020 sul diritto allo studio.

Di fatto l’offerta è composta anche da posti resi disponibili in maniera autonoma da alcuni atenei, «seppur in misura minore». Poi ci sono i posti nei Collegi universitari di merito, statali e accreditati: «centri per gli studenti universitari che alla funzione abitativa associano un progetto di formazione umana, accademica e professionale».
Tre collegi di merito sono pubblici, mentre gli altri sono privati. I posti nei collegi di merito sono censiti nella banca dati Ustat divisi per ogni città: nel 2019-2020 erano 4.475 (5.056 l’anno successivo).
Di questi, non si sa quanti siano stati destinati a studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio (questo dato è pubblicato solo per gli enti pubblici, le Dsu). In ogni caso, i posti nei collegi universitari sono riservati ai soli ospiti dei collegi. Ricapitolando, l’offerta di posti letto è costituita da alloggi gestiti da tre soggetti: gli enti per il diritto allo studio (gli unici che sarebbero considerati dal Pnrr), gli atenei, e i collegi di merito.

I collegi di merito sono definiti come «legalmente riconosciuti» e se posseggono determinati requisiti possono essere accreditati e quindi accedere al contributo statale (circa 11 milioni di euro l’anno).
La Conferenza dei Collegi universitari di merito (Ccum) è stata fondata nel 1997 da Maurizio Carvelli, l’amministratore delegato della Fondazione Ceur, dietro il marchio Camplus. Oggi gli enti gestori dei collegi di merito privati accreditati sono 17. Gli enti che hanno più collegi accreditati sono la Fondazione Ceur (proprietaria del marchio Camplus) con dieci collegi, e la Fondazione Rui con 13. Le fondazioni stipulano convenzioni con le università per l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli.
La Fondazione Rui, per esempio, ha una convenzione con l’università La Sapienza per dieci borse di studio annuali che prevedono un’agevolazione di mille euro della retta per un posto letto. La retta per un posto presso un collegio della Fondazione Rui a Roma costa fino a 15mila euro l’anno; comprende una varietà di servizi e un progetto formativo personalizzato.

L’invenzione dell’offerta «strutturata» e i collegi di «ispirazione cristiana» 

La seconda fase del Pnrr, quella legata al Fondo housing universitario, prevede «la ricognizione dei fabbisogni territoriali dei posti letto, funzionali alla assegnazione delle risorse, in base all’offerta oggi disponibile».
Che non coincide, però, con la «baseline» individuato dal Pnrr (40mila posti).
Nel decreto che istituisce il Fondo housing universitario, infatti, compare per la prima volta una nuova definizione dell’offerta esistente: si chiama offerta «strutturata» e, si legge nel decreto, è composta di strutture pubbliche e/o convenzionate.
I posti di questa offerta «strutturata» (riportati nell’allegato A al decreto) sono molti di più dei 40mila usati come «baseline» del Pnrr: sono 54.810 posti (secondo il mio calcolo, perchè nell’allegato al decreto manca la somma totale dei posti elencati per città).
Si tratta di 12mila posti in più rispetto a quelli degli enti per il diritto allo studio disponibili nel 2020; 15mila in più rispetto alla «baseline» del Pnrr (40mila posti).
È una differenza sostanziale.
Perché l’offerta di posti esistenti è aumentata così tanto?
E come è stata calcolata?
In nota nell’allegato che quantifica la nuova offerta «strutturata» si legge che i dati sono relativi all’anno accademico 2019-2020 perché «la baseline adottata ai fini del Pnrr» è stata calcolata con dati di giugno 2020. Ma questa baseline, di oltre 54mila posti, non ha nulla a che fare con quella del Pnrr (40mila posti). Perché è cambiata? E se proprio si poteva cambiare, perché non usare dati aggiornati (il decreto è del 27 dicembre 2022), includendo anche i posti finanziati con il primo bando del Pnrr, i 4.478 posti ammessi a finanziamento a novembre?

L’offerta «strutturata», si legge nel decreto, include i posti degli enti per il diritto allo studio, ma anche i posti degli atenei e dei collegi di merito. Per tutti questi posti «si fa riferimento agli open data del Mur (base dati Ustat)». Ma accanto a questi tre soggetti, che tradizionalmente compongono l’offerta di posti, nel decreto è comparso un quarto soggetto i cui posti sarebbero adesso parte dell’«offerta strutturata»: le strutture dell’Associazione Collegi e Residenze Universitarie (Acru). Ma il ministero non pubblica e non ha mai pubblicato i dati su questi posti: qual è allora la fonte di questi dati? Quanti e dove sono questi posti, a chi sono destinati, a quali condizioni, da chi sono gestiti? Nel decreto questo non è specificato.
L’Acru, si legge sul sito dell’Associazione, «riunisce i Collegi e le Residenze universitarie che si riconoscono nella Charta dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana». Ancora: «l’Associazione opera in costante collegamento con l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università (Unesu) della Conferenza Episcopale Italiana (Cei)». L’Unesu «ha lo scopo di approfondire l’insegnamento cristiano attinente l’educazione e la scuola» e «assicura particolare attenzione alla Scuola Cattolica di ogni ordine e grado e alla Formazione Professionale» si legge sul suo sito web.
I posti dell’Acru, scopriamo nel decreto che istituisce il Fondo per l’Housing universitario, sono ora «convenzionati» con il pubblico. Eppure – ripetiamolo – questi posti non sono mai stati censiti nella banca dati Ustat del Mur. Meglio: non lo sono ancora. Perché il fatto che non siano ancora censiti, come sappiamo, significa che sono buoni candidati a essere considerati dal ministero come «nuovi», e dunque finanziabili con fondi del Pnrr.

I conti, peraltro, non tornano neanche confrontando la nuova offerta «strutturata» con i dati del ministero sugli altri tre soggetti gestori tradizionali (quindi posti Acru a parte) che sarebbero stati usati come base di calcolo secondo la nota. Secondo l’allegato A che quantifica l’offerta «strutturata» nel 2019-2020 a Chieti c’erano zero posti letto; eppure i dati Ustat-Mur per quell’anno registrano 65 posti alloggio, gestiti dall’ente per il diritto allo studio, di cui 27 assegnati a borsisti. Infatti la residenza pubblica Benedetto Croce di Chieti ha 65 posti, creati con un finanziamento pubblico di 1.415.000,00 euro nel 2012, a valere sul terzo bando di attuazione della legge 338. Di più, nel corso del 2020 era programmato l’avvio della ristrutturazione in un’altra residenza universitaria di 149 posti. Erano dunque 214 i posti letto pubblici a Chieti, di cui 65 in funzione, a cui si sommano 79 posti convenzionati presso la residenza di Campus X. C’è anche da dire anche che Campus X ha beneficiato di oltre 3 milioni di euro di fondi del Pnrr per la locazione di una residenza di 450. Ma l’offerta «strutturata» sarebbe zero. L’Aquila, di contro, avrebbe un’offerta «strutturata» di 295 posti;  ma secondo i dati del ministero nel 2020 i posti erano 326 (nel 2022 ne aveva zero). In altre città come Roma e Milano la discrepanza dei dati è macroscopica: se Roma nel 2020 contava 2.550 posti pubblici e 594 posti nei collegi di merito censiti dal ministero, l’offerta «strutturata» sarebbe il doppio: 4.787 posti. Milano avrebbe addirittura 8.344 posti.
Con il trucco di far aumentare l’offerta di 15mila posti che il ministero considera disponibili (includendo quelli nei collegi «cristiani»)  il «gap» rispetto al target da raggiungere (ovvero la copertura del 20% del fabbisogno di posti degli studenti fuorisede) diminuisce: si devono realizzare meno posti «nuovi» entro il 2026, e a parità di importo totale disponibile (660 milioni di euro) il contributo pubblico per ogni posto «nuovo» aumenta.

 

Camplus ne sa una più del ministero 

La nuova definizione di offerta «strutturata» è comparsa pochi mesi dopo la pubblicazione del decreto in un report di Scenari Immobiliari e Camplus, presentato a Roma il 13 aprile. Di più: il report quantifica questa offerta: sarebbero 9.120 i posti nelle Acru, e poi 4.660 quelli dei collegi di merito e 40.000 (cifra tonda) quelli degli enti per il diritto allo studio. Iil report non considera però quelli degli atenei.
Il totale dei posti nel rapporto Camplus è molto simile al totale nell’Allegato A.
Forse anche nell’offerta «strutturata» ufficiale, quella citata nel decreto che stanzia le risorse per il Fondo housing universitario e che non sappiamo in base a quali dati sia stata calcolata, i posti negli atenei sono scomparsi dall’offerta pubblica?

Il fatto che la definizione di offerta «strutturata» compaia sia nell’allegato al decreto ministeriale, a dicembre 2022, che nel rapporto curato da Camplus, presentato ad aprile 2023, fa riflettere, perché in nessuno dei focus annuali sul diritto allo studio pubblicati dal ministero ed elaborati con dati della sua stessa banca dati Ustat, compare la definizione di offerta «strutturata»: i posti dei collegi Acru non sono inclusi né menzionati. Come sono finiti nel decreto che stanzia 660 milioni di euro per il Fondo housing universitario? E perchè, se questi posti fanno parte dell’offerta «pubblica e/o convenzionata» non ci sono dati pubblici? Perchè questi dati si trovano solo nell’elaborazione «su fonti varie» di Scenari Immobiliari e Camplus, due soggetti privati?

Che ci sia stato un rapporto tra il mondo Camplus, il principale operatore privato nel settore dell’ospitalità studentesca, e il ministero dell’università non è una novità.
Da alcuni decreti pubblicati sappiamo che il presidente della Fondazione Ceur, Patrizio Trifoni, ha fatto parte su nomina dello stesso ministero della Commissione paritetica alloggi e residenze: si tratta della commissione ministeriale che ha il compito di verificare le proposte di cofinanziamento, la scelta degli interventi ammissibili, la formulazione delle graduatorie e il loro monitoraggio.

La commissione, istituita in applicazione della legge 338 del 2000, è stata rinnovata nel corso degli anni. Trifoni ha dunque fatto parte della commissione ministeriale che ha valutato e approvato finanziamenti per almeno 84 milioni di euro al marchio Camplus della Fondazione Ceur da lui presieduta. Alla galassia Camplus sono andati anche altri 108 milioni di euro del Pnrr.

La necessità di aprire i servizi pubblici al mercato viene sempre giustificata con l’argomento secondo cui «il pubblico non ce la fa». Ma se il pubblico oggi funziona poco e male è anche perché le sue istituzioni sono state parassitate da rappresentanti di interessi privati che stanno possibilmente cambiando i dati e drenando le risorse necessarie a garantire diritti, come il diritto allo studio, al di fuori della sfera di un mercato privato, che campa sulle nostre spalle.


* Tratto da Jacobin Italia.
Sarah Gainsforth, giornalista freelance, scrive di trasformazioni urbane e abitare. È autrice di 
Airbnb città merce (DeriveApprodi 2019), Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni 2020) e Abitare stanca. La casa: un racconto politico (Effequ, 2022).

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martedì 16 febbraio 2021

La propaganda militare si fa reality - Andrea Turco, Charlie Barnao

 

In prima serata su Rai2 ogni mercoledì va in onda «La caserma», reality rivolto alla generazione che non ha conosciuto il servizio di leva, in cui l’esercito si mette in mostra con un’operazione utile a rafforzare la militarizzazione della società

Il servizio militare di leva è stato abolito con la cosiddetta legge Martino, che ha professionalizzato l’esercito, nei fatti, dalla fine del 2004. Chi scrive ad esempio fa parte dell’annata ‘85, ovvero la prima generazione che fu esente dall’obbligo di leva (in realtà ricevetti la prima chiamata ma rinviai all’anno successivo per motivi di studio, per poi essere associato con i nati nell’86 che furono ufficialmente i primi ad arruolarsi come volontari). Proprio nel 1985, un’era geologica fa, i Bloody Riot sfornavano uno dei più noti inni antimilitaristi del punk hc italiano:

Non ho rubato, non ho ammazzato, 12 mesi mi hanno dato

Altri tempi, altri contesti, certamente, che però ben sintetizzano l’umore generale in merito a un anno «regalato allo Stato». Non va dimenticato che a tifare per l’abolizione della leva obbligatoria furono sia destra che sinistra. Il ministro della Difesa dell’epoca era Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica, che definì la scelta «il dividendo della pace dopo cinquant’anni». Oggi però, ad appena 17 anni di distanza, la nostalgia della naja è diventata sentimento comune: è nei discorsi della gente, nei commenti sui social, nelle proposte politiche (soltanto a ottobre 2020 Matteo Salvini prometteva che «quando torniamo al Governo reintroduciamo il servizio militare»). 

Quel desiderio di autorità mista a paternalismo, quell’esigenza di raddrizzare le presunte cattive abitudini, quel misto di ordine e disciplina tanto caro a un’ampia fetta della popolazione e di cui l’esercito è il rappresentante più evidente, perfino quella mescolanza sociale che la leva garantiva (come se non ci fossero altri modi per coltivarla) sono diventate materia per un reality. La caserma, in onda ogni mercoledì sera per sei puntate su Rai2, intende portare «la  generazione Z a misurarsi con prove, sfide e esercitazioni nelle quali ragazzi e ragazze saranno accompagnati da istruttori professionisti, ma anche con momenti dedicati alla memoria storica». Il format vede protagonisti quindici ragazzi e sei ragazze, dai 18 ai 23 anni e provenienti da tutta Italia, che a novembre 2020 hanno trascorso un mese in una residenza religiosa, adattata per l’occasione a mo’ di caserma militare: per di più «senza cellulari, internet e le comodità del nido familiare». Tra gli incantevoli sfondi naturali di Levico Terme, in provincia di Trento, il programma, così come scrive la Rai, «metterà alla prova la millennial generation, poco raccontata in tv, spesso individualista e meno abituata alle regole della vita di gruppo». 

Le premesse, insomma, tracciano il quadro di una propaganda militare in prima serata come raramente era avvenuto finora. Mettendo in scena un reality che magari farà venire voglia a genitori e figli di arruolarsi in un corpo armato che, come attesta il rapporto 2019, ha un disperato bisogno di ringiovanire il personale: basti pensare che «il 36,3% dell’esercito ha oggi un’età superiore ai quarant’anni e, nel 2024, questa percentuale supererà il 50% del totale».

Dopo la prima puntata, sui forum appositi gli appassionati hanno contestato la veridicità del programma: troppo blande le punizioni (si fanno persino le flessioni con i tacchi, che orrore!), troppo miti le prove fisiche (sembra di stare in un villaggio vacanze). In realtà quel che importa è che il mondo militare italiano sta volontariamente mettendosi in mostra, mostrando solo ciò che desidera in una forma chiaramente edulcorata. Non va infatti dimenticato che nell’esercito, come dimostrano le vicende di contaminazione da uranio impoverito o i casi di Emanuele Scieri e Tony Drago o ancora i numerosi casi di suicidi in divisa, dominano ancora oggi omertà e silenzi.  

Ecco perché guardare un reality come La caserma non è soltanto intrattenimento ma un esercizio politico, un disvelamento di valori. Se da una parte il casting è all’insegna del politicamente corretto – l’italo pachistano maniaco dell’ordine convive con la fashion blogger nata in Nigeria, così come gli uomini convivono con le donne nello stesso corridoio – quel che conta è che, per restare alla prima puntata, è tutto un susseguirsi di alzabandiera, rispetto, gesù aiutami tu, culto del fisico, urla, occhi bassi, inni all’obbedienza, inviti a non mollare mai, marce. 

Per un’analisi più approfondita ci siamo rivolti a Charlie Barnao, professore associato di  sociologia generale all’università Magna Grecia di Catanzaro. Da anni Barnao pubblica studi sulle forze armate, a partire dalla propria esperienza come paracadutista nella brigata Folgore di Pisa. Quell’autoetnografia, scritta insieme al collega Pietro Saitta, gli costò feroci critiche da parte degli ex parà, spalleggiate da Il Giornale. Barnao però non si è fatto intimorire, ha continuato ad approfondire i suoi studi e attualmente sta concludendo la stesura di una ricerca summa, dal titolo emblematico La (mala)educazione militare. Tra tortura e managerial science.

La militarizzazione della società è ovunque, a partire dal linguaggio, e l’attuale pandemia lo ha ribadito. Il Covid è un nemico, i medici sono in trincea, il virus si sconfigge con i militari. Come si inserisce la scelta della Rai, che ricordiamo è sempre un servizio pubblico, in questo processo?  

Il reality della Rai si inquadra in un discorso culturale sulla militarizzazione che è già presente in diversi ambiti e molto studiato a livello internazionale, mentre per quanto riguarda l’Italia ha alcune specificità. Certamente la militarizzazione della società riguarda gli ambiti più disparati: si va dai videogames, che infatti vengono usati dagli stessi militari come forma di addestramento, alle palestre fino alla moda. I reality in questo senso già da tempo si collocano in questa scia, a partire dai luoghi stessi che vengono scelti, che sono sempre delle istituzioni totali, così come le caserme. Mi riferisco cioè all’idea di avere delle persone che vivono in un luogo ristretto e isolato dall’esterno, seguendo regole ben precise e rigide, che è già un primo punto di contatto col mondo militare. Spessissimo il modello psicologico, anche dal punto di vista delle interazioni, è quello comportamentista, stimolo-risposta, anche questo centrale in qualunque tipo di addestramento militare. Così si arriva ai contenuti, legati non solo alle strategie d’azione scelte ma anche alle forme di reality più diffuse, come quelli survivalisti. Il survivalismo ha infatti strettissime connessioni col mondo militare: nasce con la paura di un attacco nucleare, all’indomani della seconda guerra mondiale, e riprende forza dopo gli attacchi alle Torri gemelle del 2001. Vale la pena ricordare in questo senso che a partire delle guerre in Corea e in Vietnam tutti i corpi speciali sono addestrati attraverso i programmi Sere (Survival Evasion Resistance Escape), quindi incentrati su sopravvivenza, evasione, resistenza e fuga. I reality spesso si basano su pezzi di queste culture, da quelli più soft come L’Isola dei famosi a quelli più estremi come Nudi e crudi. Arriviamo così a La caserma, che ha strettissimi legami con il reality Il collegio [basti pensare che uno dei protagonisti de La Caserma, George Ciupilan, aveva partecipato anche a Il collegio, nda], e soprattutto al format originale, proveniente dalla Gran Bretagna, e intitolato Lads Army.

Pur se l’idea non è originale, c’è però un modo tutto italiano nella creazione del format. Ad esempio il programma ha indugiato molto sul rito del taglio dei capelli, alla maniera de Il collegio, pur se non ci sono rasature ma qualche spuntatina. Come a dire: duri ma non troppo. O c’è dell’altro?

Le differenze col format inglese sono a mio modo di vedere fondamentali, proprio per ragionare sulle specificità italiane. Lads Army è un reality ambientato negli anni Cinquanta, in cui i ragazzi vengono catapultati in un esercito dei tempi passati e in cui c’è un riferimento esplicito al servizio militare di leva. Inoltre col passare degli anni il reality cambia nome e diventa Bad Lads Army, quindi si tratta di cattivi ragazzi che vengono sostanzialmente raddrizzati con l’educazione militare. È un reality molto duro e realistico, probabilmente anche per via dell’ambientazione esplicitamente passata, senza musiche sdolcinate e altre cose. Su alcuni contenuti che si trovano su YouTube addirittura bisogna dichiarare di essere maggiorenne. Per quanto riguarda invece La caserma si parte dall’attualità, dunque non c’è una contestualizzazione temporale nel passato. Gli istruttori, così come nella versione originale, sono degli specialisti. La particolarità italiana sta nel fatto che gli istruttori sono legati ai paracadutisti Col Moschin, che facevano parte della Folgore e che costituiscono attualmente il reparto speciale più avanzato dell’esercito italiano. Sono gli eredi degli Arditi, per capirci. Con tutto ciò che significa dal punto di vista culturale. Stiamo in ogni caso parlando del livello di eccellenza dei corpi speciali nelle operazioni internazionali. Stride dunque ancora di più pensare a istruttori di cotanta esperienza e formazione che già, dopo poche battute, fanno da teneri padri di famiglia e da raffinati psicologi pronti a comprendere tutto e tutti. Rispetto dunque all’originale britannico, c’è molta meno violenza, anche verbale, segno che in Italia si è deciso di addolcire la pillola. Con un’educazione così blanda rispetto alla realtà io credo che il tema del servizio militare, nel formato italiano, sia più subdolo ma comunque esistente, da intendere sempre come opportunità per correggere le cattive abitudini.

La prima puntata del reality è tutto un susseguirsi di flessioni, intese sempre a scopo punitivo e a volte anche un po’ sadico. Basta guardare storto l’istruttore capo, ad esempio. Tu hai raccontato più volte di questi processi, avendoli anche subiti in prima persona: cosa innescano in chi li subisce e qual è lo scopo?

I piegamenti sulle braccia sono uno strumento educativo, oltre che formativo dal punto di vista fisico. La cosiddetta pompata è un elemento caratteristico dei paracadutisti, è una sorta di elemento distintivo della cultura della Folgore. Hanno pompato fino all’ultimo anche i Leoni della Folgore, cioè coloro che hanno partecipato alla battaglia di El Alamein. Questo per darti un’idea dello spirito di corpo rappresentato con questo rituale. Nel reality, come dici bene tu, al momento la pompata è solo uno strumento punitivo, tipicamente comportamentista, che viene appunto frequentemente utilizzato. 

A un certo punto l’istruttore capo dice ai cadetti: «nella catena alimentare del mondo militare voi siete prima del plancton, verrete mangiati». Cosa presuppone una logica soverchiante come questa? Può essere uno dei segnali di quel fascismo endemico nelle forze armate, che hai individuato in un libro non a caso intitolato Costruire guerrieri?

Seppur in maniera molto più blanda rispetto alla realtà, il reality ripercorre le fasi che si vivono in caserma. Per restare alla prima puntata, la frase che ti ha colpito va nella direzione dell’iniziale annullamento dell’identità che si persegue nelle istituzioni totali come appunto le caserme. E si inserisce nell’affermazione del darwinismo sociale che è propria delle forze armate. In questo senso il reality è davvero poco realistico quando gli istruttori appaiono come dei buoni padri di famiglia. All’ingresso in caserma infatti si mira a perseguire uno  shock molto forte. Proprio come succede nella tortura formalizzata dalla Cia nei propri manuali, il principio è lo stesso: nella fase iniziale il torturato deve essere preso alla sprovvista, deve perdere qualunque tipo di riferimento, e nel modo più violento possibile. Con l’obiettivo, nel caso della tortura, di ottenere una collaborazione e, nel caso dell’esercito, una persona da modellare. Non va dimenticato che l’obiettivo finale è sempre quello di creare un superuomo e, nel caso della donna, una donna che somigli quanto più possibile a un uomo. E non si può negare che teorie del genere hanno il proprio fascino, perché appunto spingono a mettersi continuamente alla prova per superare i rispettivi limiti in quella che può diventare una vera e propria droga. 

È evidente un retaggio, potremmo dire, da legge della giungla e più in generale di un capitalismo individualista in cui, come viene detto, bisogna uscire dalla comfort zone. Pare di sentire i manager di oggi. Allo stesso tempo poi si fa appello a concetti come squadra e gruppo. Come si spiega questa sovrapposizione?

Non scopriamo nulla di inedito nell’affermare che la managerial science nasce negli eserciti, come modello per imparare a prendere decisioni in situazioni complesse. E, viceversa, le nuove scoperte della managerial science si applicano sempre più agli eserciti, come sottolinea una letteratura abbastanza nutrita. Il profondo legame con la cultura militare emerge anche nel linguaggio del management, con metafore ed espressioni come «teatro di guerra», «combattere l’ultima battaglia» o «blue ocean strategy».

Quali possono essere le conseguenze di un addestramento del genere? In un reality come La caserma la rotta sembra già essere tracciata: i giovani che prima erano lavativi, capaci di dire soltanto «scialla» all’autorità, dopo un mese di addestramento usciranno fortificati e migliorati. Ma è davvero così?
Sì, nel reality possiamo immaginare che l’educazione militare edulcorata che ci viene propinata, riuscirà a mostrare il meglio delle sue «potenzialità educative». Alla fine «raddrizzerà» i più ribelli e «temprerà» il carattere dei più deboli, mostrando a tutte le giovani reclute quali sono i valori «veri» e «sani» dell’uomo e della donna che diventano adulti. Nelle caserme reali invece esistono coloro che non ce la fanno, coloro che anche in momenti successivi della propria vita vivranno le conseguenze negative di questo tipo di addestramento. Chi molla viene sbeffeggiato e insultato, così come ad esempio è avvenuto in un caso con l’originale britannico Lads Army con scene particolarmente violente. Non credo che vedremo immagini del genere sulla Rai e in prima serata.

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martedì 17 novembre 2020

La retorica sulle periferie genera mostri - Christian Raimo

 

Se il giornalismo racconta i luoghi lontani dal centro in modo emergenziale e con uno stile colonialista, genera come reazione la richiesta di commissari, senza comprendere i problemi né immaginare soluzioni

Ieri è andato in onda su La7 un servizio di Massimiliano Andreetta a Piazza Pulita su un quartiere di Roma Piana del sole. È il posto dove vive Fratellì (noto su instagram come 1727), un ragazzo che mise qualche mese fa un video in cui faceva un botto con la macchina che è diventato virale, e da allora in poi tenta di svoltare sui social qualche soldo attraverso la minima notorietà che ha acquisito, inventandosi una specie di saga coatta con sé come protagonista. 

Piana del sole ovviamente non è conosciuta da molti, è una ex borgata tra la Portuense, Fiumicino e Malagrotta; ma i servizi televisivi sulla periferia romana invece li conoscono tutti: sono un classico del giornalismo contemporaneo. Musica enfatica di sottofondo, un po’ di vox populi di ragazzini che si girano una canna, e l’unica conclusione che si può trarre è che ci sia «un grande vuoto». Ora, se vogliamo essere onesti intellettualmente, il più grande vuoto che persiste non è quello dei quartieri, ma quello di conoscenza, di curiosità, di studio. 

Guardiamoci insieme questo servizio di Piazza pulita e poi leggiamoci un pezzo di Roma alla conquista del West di Antonello Sotgia e Rossella Marchini: 

Prima di arrivare all’enorme quartiere del commercio, la via Portuense incrocia la Piana del Sole. Il nome evoca un territorio con un gradevole paesaggio orientato a sud-ovest, scaldato dal sole che tramonta nel Tirreno. Al contrario siamo in una zona dove sono state concentrate tutte le attività che la città vuole nascondere. Insieme però a tante case dove le persone vivono. Abitano sulla collina di Monte Stallonara. Chi vive qui ha versato centinaia di migliaia di euro per acquistare la casa e iniziato a pagare il mutuo. Eppure non ha case agibili, allacciate alla fognatura, acqua potabile, strade di accesso e illuminazione pubblica. Dopo aver pagato una quota per entrare in cooperativa e acquistare l’abitazione sulla carta, molti sono i cittadini che si trovano ancora privi di una casa. Ora l’intervento della magistratura ha svelato una truffa ai loro danni. Prezzi gonfiati e fondi pubblici scomparsi. I componenti dei consigli di amministrazione delle cooperative e diverse società risultano indagati per truffa, insieme a dipendenti di Roma Capitale che non hanno controllato. Nei Piani di zona si realizza edilizia convenzionata, attraverso finanziamenti pubblici erogati dalla regione Lazio e dal comune in terreni di proprietà pubblica, in modo da disporre di alloggi da vendere o affittare a prezzi calmierati rispetto al libero mercato. Una convenzione stipulata fra l’amministrazione e le cooperative stabilisce il prezzo di cessione che non deve superare i limiti di legge e fissa l’impegno da parte della cooperativa a realizzare tutti i servizi necessari a rendere abitabili le case. Si è scoperto che attraverso il trucco delle opere aggiuntive e delle migliorie in molti casi si è contravvenuto a quanto previsto dalle convenzioni, senza scomputare dal prezzo di vendita i contributi pubblici incassati per vendere ai soci delle cooperative a prezzi molto più alti di quanto previsto dalla legge. Da questa altura è possibile vedere la Piana del Sole, con casette circondate da giardini costruite abusivamente. Per il risanamento è previsto il piano particolareggiato di recupero urbanistico Integrato con l’Erp Piana del Sole. Un insediamento residenziale che avrà lì accanto la discarica di Malagrotta, i depositi di carburanti e gas, la raffineria, l’inceneritore di rifiuti ospedalieri e moltissime aree di cave. Un panorama che ha cancellato le originarie aree boschive e naturali. 

Per capire quale sia la situazione ambientale della zona basta ricordare la catastrofe del febbraio del 2014, provocata dai forti temporali di quei giorni. Dal deposito di carburanti, collegato con pipeline all’adiacente Raffineria di Roma, si riversa nei campi il petrolio. Mentre il forte vento e la pioggia spazzano via scatoloni di rifiuti ospedalieri dal deposito dell’inceneritore dei rifiuti speciali disperdendoli nei campi, il Rio Galeria allaga via di Malagrotta. Quel giorno percolato, petrolio, idrocarburi, rifiuti speciali, siringhe, farmaci scaduti, sacche di sangue sparsi per centinaia di metri rendono evidente lo stato di quel luogo. Già era successo quando una misteriosa nube bluastra con un fortissimo odore di gas aveva ricoperto l’area nel giugno del 1973. Migliaia le persone riversate in strada terrorizzate. Si scopre dopo alcune ore che si era aperta una falla in un serbatoio di gas odorizzante presso la raffineria di Ponte Galeria. 

La discarica di Malagrotta dal 2013 è finalmente chiusa, a seguito dell’ammonizione della Commissione Europea per trattamento inadeguato dei rifiuti conferiti in discarica. Ora fra quei rifiuti accumulati c’è un concentramento di acqua velenosa. I periti nominati dal Consiglio di Stato hanno rilevato che la falda che passa lì sotto è inquinata. Anche secondo un dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nel terreno sono stati rinvenuti inquinanti pericolosi come il mercurio, il piombo, l’arsenico. Più che sufficiente a rendere necessaria l’immediata bonifica. Nei terreni limitrofi si coltivano prodotti alimentari e abitano, come abbiamo visto, in tanti. Una relazione epidemiologica della Asl di Roma ha determinato un aumento nella zona delle patologie collegate all’inquinamento. 

Ci abbiamo messo lo stesso tempo, cinque minuti. Ma ecco che da una parte ne ricaviamo un quadro incomprensibile e colonialista, con uno sguardo da esploratore nella giungla («Ecco qui un’altalena rotta», «Ecco qui dei ragazzini che non sanno come passare il tempo», «Ecco qui un oratorio chiuso»); dall’altra parte invece cominciamo a capire cosa abbia generato i problemi di Piana del sole, a intuire di chi siano le responsabilità, e a familiarizzare con una terminologia complessa: Erp, ad esempio, che sta per edilizia residenziale pubblica. Magari capiamo qual è lo stato dell’arte a Roma dei piani di recupero urbanistico. E così possiamo addirittura immaginare come sia possibile intervenire politicamente. 

Ma questi non sono soltanto rilievi di stile. È che la prima narrazione non è solo sciatta e sbrigativa. Non è una narrazione innocua. È una narrazione che produce contronarrazioni. Se racconto un luogo come emergenziale, apocalittico, un hic sunt leones, se persevero nel raccontarlo così, è logico, persino automatico, che la reazione che scatenerò sarà la richiesta di qualcuno che ci salvi: un qualche tipo di eroe nella giungla, un deus ex machina, un commissario. 

Non diventa quindi una sorpresa se nella stessa trasmissione di ieri a Piazza Pulita si siano presentati, autolegittimando la propria candidatura, la giornalista di Repubblica Federica Angeli e l’ex ministro Carlo Calenda. La prima ieri ha dichiarato di aver accettato la delega alle periferie, la legalità, il civismo su proposta di Virginia Raggi; il secondo ha ribadito nell’ennesima intervista televisiva la sua discesa in campo per la corsa elettorale a sindaco. Entrambi non rispondono a una comunità politica, non rappresentano un percorso condiviso, ma si autolegittimano.

L’interrogativo che possiamo farci è proprio questo: qual è il contesto, il dibattito che gli concede la possibilità di legittimarsi? Se la prima è diventata la cantrice delle periferie romane con articoli sulle periferie impressionistici e alle volte colonialisti simili al servizio di ieri; il secondo si continua a rappresentare come un manager risolvotutto o e a parlare di Roma con categorie senza senso e senza conoscerla, con un insistito populismo dall’alto per cui «nelle periferie serve decoro e sicurezza»; e se Fratellì viene raccontato come una specie di bingo bongo della Magliana, una parte di responsabilità va anche a chi queste reazioni le innesca. 

La retorica dolente delle periferie che ritroviamo nei film è stata definitivamente perculata dalla trasmissione di Valerio Lundini e Emanuela Fanelli. E quella giornalistica? Perché – questo è il problema – la retorica dell’emergenza porta commissari. La retorica colonialista porta truppe di colonizzatori. Non ne abbiamo avuto abbastanza? Non ci siamo annoiati?

Proprio ieri rileggevo l’ultimo articolo che Renato Nicolini, memorabile assessore alla cultura nelle amministrazioni comunali degli anni Settanta, scrisse prima di morire sul manifesto. Era il 2012. Faceva nomi e cognomi sulle responsabilità politiche dei disastrosi problemi di Roma, ma puntava il dito anche sull’incapacità di rovesciare l’immaginario di una città. 

Non è più possibile tacere. Non è possibile non dire che il piano regolatore di Morassut e Veltroni è il peggiore piano regolatore della storia di Roma capitale, che le ha appeso nel cielo giganteschi cubi di cemento non localizzati pronti a bombardarla con violenza. Se non vogliamo che l’economia romana sia a breve travolta dal prevedibile scoppio di una gigantesca bolla immobiliare, bisogna fare macchina indietro e piazza pulita. Roma non ha bisogno di illusioni. Di immaginazione sì, ma l’immaginazione è innanzi tutto riconquista di autonomia intellettuale, senza subordinazione ai declinanti miti della finanza […] Sarebbe paradossale restare subordinati a quelli caserecci della banda dei quattro interna al Pci al tornante degli anni Settanta, contro i quali l’Isveur e Petroselli cominciarono ad intervenire. Strano! Oggi si tenta di esercitare la damnatio memoriae contro Corviale e Torbellamonaca, non contro la speculazione di Caltagirone, Toti, Mezzaroma.

Non è vero che non abbiamo modelli politici a Roma a cui ispirarci, è che dobbiamo guardarli allontanando l’ombra ingombrante e molesta che proiettano in molti. 

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