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martedì 17 marzo 2026

Per una ricognizione sulle basi straniere in Italia - Carlo Tombola

 

Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova (www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti della stessa base cartografica digitale dell’Atlante dell’industria militare in Italia, che ha individuato circa 1.500 aziende e siti produttivi legati all’apparato militare industriale. Sarà così possibile mettere in relazione la presenza delle basi americane con l’indotto di fornitori e servizi che si è creato attorno e che su questa presenza prospera.

 

Quante sono le basi americane in Italia?
Prima di contarle, chiariamo qual è l’oggetto della nostra analisi. Bisognerà valutare caso per caso, ma in generale è una “base militare straniera” ogni installazione sul territorio nazionale messa stabilmente o frequentemente a disposizione dei comandi militari operativi non italiani, siano essi riferibili agli Stati Uniti o all’Alleanza atlantica.
Secondo 
David Vine, il massimo esperto di basi americane, «la creazione di una lista è complicata anche da come si definisce e si considera una “base”. Le definizioni sono in ultima analisi politiche (e politicamente sensibili). Spesso il Pentagono e il governo degli Stati Uniti, così come le nazioni ospitanti, cercano di dipingere la presenza di una base americana come not a U.S. base per evitare la percezione che gli Stati Uniti stiano violando la sovranità della nazione ospitante (cosa che, in effetti, accade spesso). Per evitare il più possibile questi dibattiti, definisco una “base” utilizzando il termine “sito di base” del Pentagono».

 

Extraterritorialità giuridica delle basi Nato?
Queste parole ci aiutano ad andare oltre il dibattito, più accademico che politico e in ogni caso poco utile, che nei decenni si è sviluppato anche in Italia attorno all’effettiva giurisdizione delle basi militari, se cioè ricadano sotto la responsabilità italiana o dell’Alleanza atlantica o degli Stati Uniti, o sotto diverse combinazioni di questi tre attori. È generalmente accolta l’opinione che le basi in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato non godano di extra-territorialità, ma ottant’anni di storia ci hanno insegnato che un conto è lo stato di diritto e un conto sono i rapporti di forza. Quelli tra Italia e Stati Uniti sono stati determinati dalla sconfitta nella guerra voluta dal fascismo e dalla conseguente occupazione militare del paese, condizione che perdura tuttora e che ci accomuna a Germania e Giappone, gli altri paesi sconfitti nel 1945. Nonostante i molti decenni trascorsi da allora, ogni tentativo di esercitare una piena sovranità, anche su questioni limitate ma tali da poter costituire un precedente, si è infranto per le pressioni esercitate dagli alleati nei confronti di tutti i livelli della gerarchia amministrativa e politica nazionale. La questione delle basi, poi, è paradossale perché regolata da trattati segreti, a partire da quello bilaterale dell’ottobre 1954, di cui non si può conoscere il testo ma che a sua volta ha funzionato da “ombrello” giuridico per successivi documenti e memorandum bilaterali o Nato, anch’essi di conseguenza segreti. Sul tema delle basi militari, così cruciale, lo scudo costituzionale è stato ed è del tutto inefficace.

Ogni installazione militare è una base se è riconoscibile ed è fisicamente isolata dal contesto urbano o rurale in cui si trova, mediante muri, barriere, reticolati, torrette ecc.
Vine precisa che «in alcuni casi un’installazione generalmente indicata come una singola base, per esempio la base aerea di Aviano in Italia, è in realtà composta da più siti di base – nel caso di Aviano, almeno otto. Contare ogni sito della base ha senso perché i siti con lo stesso nome si trovano spesso in luoghi geograficamente diversi. Gli otto siti di Aviano si trovano in zone diverse della città. In genere, inoltre, ogni sito di base riflette distinti stanziamenti del denaro dei contribuenti da parte del Congresso». Per minimizzare il numero delle basi, le autorità militari italiane aggregano alla base principale le sue cosiddette “pertinenze”, sorvolando sul fatto che ciascuna pertinenza ha un proprio e distinto impatto sul territorio e sulla comunità locale più prossima, per consumo di suolo agricolo, peso delle infrastrutture urbanistiche, inquinamento acustico e dell’aria, incremento del traffico veicolare, rischio di coinvolgimento in incendi e esplosioni (molto spesso i siti secondari sono polveriere e depositi di munizioni o di carburante).

 

Le fonti statunitensi
Nell’inventario dei siti militari, pubblicato ogni anno dal Segretario alla difesa degli Stati Uniti, troviamo ciò che il Pentagono considera “di proprietà federale” sotto un profilo meramente immobiliare. L’ultimo inventario pubblicato è aggiornato al 30 settembre 2023, e riporta per l’Italia 33 U.S. sites principali più 14 minori. Nel quadro complessivo della proiezione militare americana nel mondo, l’Italia si conferma come paese strategicamente importante per gli Stati Uniti, che vi mantengono installazioni militari per più di 13,3 miliardi di dollari, ma non importante quanto il Giappone (175 miliardi di $), la Germania (50 miliardi) o la Corea del Sud (48 miliardi). Circa un quarto dell’investimento militare in Italia si deve all’Air Force, il restante 75% è diviso quasi alla pari tra US Navy ed Esercito (non ci sono basi dei Marines in Italia).

 

Le maggiori basi Nato in Italia

La base italiana più importante è quella aerea di Aviano, la più estesa con i suoi 5,5 milioni di m², in cui il Pentagono ha investito 3,3 miliardi di dollari. Dei sette annessi alla base principale citati da Vine, uno (l’Air Force Housing Annex 5) è geograficamente sparso, costituito dai 13 immobili in affitto per le residenze del personale posti in un raggio di 15 minuti dalla base. Gli uffici e il quartier generale, il deposito munizioni e il magazzino manutenzioni occupano tre annessi separati, in tutto 34 edifici di proprietà federale, un quarto è alle porte di Pordenone per gestire i piccoli commerci privati dei militari. La base operativa vera e propria consiste in 188 edifici (il 40% in proprietà), 250.000 m² coperti su un’area complessiva di 5 milioni di m², compresa un’“area Nato” con doppia recinzione di sicurezza che racchiude 12 protective aircraft shelters (ricoveri corazzati dei jet), dotati di caveau sotterranei per lo stoccaggio delle bombe nucleari. Com’è noto, anche la “condivisione nucleare” – cioè il dispiegamento di ordigni atomici americani anche in paesi che, come l’Italia, si sono impegnati a non dotarsi dell’arma atomica – fa parte delle decisioni a senso unico prese molto tempo fa a Washington, e accettate in segreto a Roma. A Roma, invece, si è deciso pubblicamente (in Parlamento) di non firmare il Trattato sulla messa al bando delle armi atomiche decisione recentemente ribadita dal governo col rifiuto di richiedere lo statuto di ‘osservatore’ del trattato entrato in vigore nel 2021.
Seconda per dimensione è “base Vicenza”, che è una base dell’esercito americano composta di sei annessi, tre di grandi dimensioni. La caserma Ederle (600.000 m²) e la caserma Del Din (580.000 m²) sono in città, distanti tra loro 7-8 km, nel complesso 284 immobili di proprietà federale per un controvalore a inventario di oltre 2,4 miliardi di dollari. A circa 10 km dalla Ederle si trova il Site Pluto di Longare, già deposito di testate nucleari (gli americani preferivano l’eufemismo special weapons) scavato sotto i Colli Berici, di recente riqualificato dall’amministrazione militare Usa per ospitare un moderno centro di intelligence militare. Si aggiungono un family housing da 800 milioni di $ (il 70% in affitto), più un’altra area in città di 1,2 milioni di m² quasi interamente in affitto, e infine un’area di stoccaggio di 2.500 m², probabilmente il deposito munizioni “(#7) Usa Setaf – Id 6666” di Tormeno sottoposto a servitù militare, recentemente prorogata dal 2021 al 2026.
Collegata a “base Vicenza” perché appartenente alla stessa “guarnigione”, Camp Darby è la più storica delle basi americane in Italia, dal momento che risale al luglio 1944 l’accampamento militare nella Tenuta di Tombolo, tra Pisa e Livorno, poi trasformato in insediamento stabile nel 1951, con un accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti la cui scadenza rimane segreta. Oggi, su una superficie di mille ettari, in parte utilizzata anche dalle nostre forze armate (in un sito interforze si conservano le scorie del reattore nucleare sperimentale “Galileo Galilei” spento nel 1980), si trova il più grande deposito di materiale e munizioni che gli Stati Uniti mantengono in Europa, ottimamente servito dal vicino porto di Livorno – che è il porto italiano più coinvolto nel traffico militare insieme a La Spezia – collegato alla base via ferrovia e via acqua attraverso il Canale Navicelli, e dal confinante aeroporto di Pisa San Giusto. È di fatto un gigantesco terminale logistico multimodale, costantemente rifornito dai cargo di bandiera americana che sbarcano e reimbarcano armi, missili, bombe e munizioni di ogni tipo, carri armati, mezzi corazzati, cannoni, veicoli leggeri e pesanti, cingolati, ponti mobili, ospedali da campo e ambulanze, carburanti, razioni alimentari, materiali da costruzione e da barriera, pezzi di ricambio ecc. Su una superficie formalmente italiana, l’esercito americano ha costruito 328 edifici per quasi 200.000 m² che considera propri, in cui lavorano 1.500-2.000 persone.

La presenza della Us Navy in Italia poggia su due possenti pilastri: da una parte nell’area napoletana sono collocati i comandi della VI Flotta; dall’altra, la base di Sigonella, in provincia di Catania, è l’insediamento operativo più prossimo alle aree di crisi di Nordafrica e Medioriente.

Quando si parla di comandi, per un’armata aero-navale presente in tutti i mari del pianeta, si parla di strutture di comunicazione intercontinentali, di aeroporti e di flotte aeree, di squadre navali e di porti attrezzati. A Napoli c’è tutto questo nei due siti del Nsa Naval Support Activity, Capodichino (230.000 m² in proprietà) e Gricignano di Aversa (oltre 900.000 m², gran parte in locazione), valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari. In quello di Lago Patria, frazione di San Giugliano in Campania, hanno sede la Ncts Naval Computer and Telecommunications Station e l’Allied Joint Force Command. A un centinaio di chilometri da Napoli, il distaccamento Nsa di Gaeta ospita e supporta la «Uss Mount Whitney», l’ammiraglia della VI Flotta che è anche nave comando per le forze di attacco e supporto navali della Nato, con base proprio nel porto di Gaeta.

La base aeronavale di Sigonella occupa cinque distinti siti, complessivamente per quattro milioni e mezzo di m², di cui 280.000 m² coperti sono di proprietà federale. Il primo è Nas 2 Sigonella, la maggiore base aeronavale operativa del Mediterraneo, fondamentale per il supporto logistico e la rotazione del personale imbarcato, nonché centro di lancio e controllo dei grandi droni di sorveglianza Triton; il sito ospita anche la nuova Ncts Naval Computer and Telecommunications Station – Sicily che supporta le comunicazioni critiche per Usa, Nato e coalizioni militari. Vi sono poi: Nas 1 Support Area, l’ex Villaggio Nato, nucleo originario della base costruito a partire dagli anni Cinquanta ma divenuto troppo piccolo e da cui molte funzioni sono migrate a Nas 2, che dista una ventina di minuti d’auto; Nrtf Naval Radio Transmitter Facility – Niscemi, il grande “campo” delle antenne Muos inserito nella rete satellitare mondiale delle comunicazioni navali; Nas Sigonella Belpasso Housing, un grande villaggio di 530 villette, costruite nei primi anni Duemila da Impresa Pizzarotti di Parma, che ne cura affittanza e manutenzione; e infine Nato Ordnance Facility, il deposito di stoccaggio e manutenzione delle munizioni costruito negli anni Sessanta, in corso di ammodernamento (investimento di 72 milioni di dollari per quattro box in cemento armato per bombe ad alto potenziale).

Il rifornimento di carburanti a navi e sottomarini americani è garantito dalla base di Augusta, a una cinquantina di chilometri da Sigonella. Molte manovre Nato antisommergibile si sono svolte nel poligono marittimo di Pachino, al largo della Sicilia sudorientale.

 

Le basi excelsior, eccellenza italiana

Un filo rosso, un elemento comune collega le basi maggiori elencate sopra: la grandiosità dell’accommodation, in uno stile smaccatamente “americano” che sicuramente è lo standard di tutte le installazioni militari Usa, in patria e all’estero. Prendiamo il caso della cittadella di Gricignano, 800.000 m² affittati dal Pentagono per trent’anni per ospitare 995 alloggi residenziali, un complesso scolastico per 1.500 studenti (21.000 m²), un centro commerciale (50.000 m²), un centro comunitario con hotel da 100 camere, chiesa, biblioteca e palestra, un edificio residenziale da 10.000 m² e undici edifici di servizio (telefono, centro tv-radiofonico, manutenzione ufficio, magazzino, bowling, cinema, vigili del fuoco, garage ecc.). Solo il nuovo ospedale (85.000 m²) inaugurato nel 2002 è stato acquisito come proprietà federale, su espressa domanda del Pentagono.

All’interno di ogni grande base, ogni militare ha diritto alla camera individuale con servizi e cucina, anche se normalmente pranza nelle “mense Italia” o in un fast food americano in franchising. Per gli acquisti personali ha a disposizione numerose shoppettes dove trova dal dentifricio agli accessori per fucile, i liquori, le sigarette ecc. I centri sportivi che offrono campi da baseball, softball, basket, tennis, soccer ecc. sono spesso appartati, mentre sono di solito posizionate al centro della base le palestre fitness e le piscine (elegante il restyling di quella di Camp Ederle, ricoperta di vetrate foto- termoisolanti). Onnipresenti i centri Exchange (anche chiamati PX, Post Exchange) dove americani e locali compra-vendono auto, moto, elettrodomestici e altri beni durevoli.

L’ampia offerta di servizi mira a mantenere i familiari del personale militare all’interno del perimetro di sicurezza della base o dei villaggi residenziali loro riservati. Ma l’amministrazione militare, attraverso un apposito ufficio del “tempo libero”, gestisce anche ampi spazi verdi esterni. A Gaeta ufficiali e marinai hanno a disposizione i due ettari e mezzo dell’Olde Mill Inn Park, molto prossimo al porto. Per rimanere nell’area napoletana, a Pozzuoli c’è il gigantesco Carney Park, un centro sportivo-ricreativo di ben 43 ettari, con campo da golf, campi da tennis e una cinquantina di edifici dedicati a sport e relax, il tutto edificato all’interno della caldera del Campiglione, nei Campi Flegrei, nella parte settentrionale del vulcano Gauro (un vulcano attivo…). Caso unico in Europa, i militari di stanza a Camp Darby e i familiari hanno avuto a loro disposizione per sessant’anni un tratto della spiaggia di Marina di Pisa, ancora oggi noto come American Beach, restituito al Comune di Pisa dal 2015.

 

L’impatto sul territorio delle basi americane

Come suggeriscono recenti ricerche, sintetizzate nell’articolo “L’impatto degli eserciti e del settore militare sulla crisi climatica” di Pietro Malesani su Altreconomia (8 aprile 2024), l’impatto sull’ambiente delle basi e dell’attività militare è estremamente negativo. In Italia non ci sembra che qualcuno se ne sia occupato, sinora. Come primo approccio, si potrebbe calcolare la carbon footprint del sistema delle basi militari straniere in Italia, o anche solo dell’impatto sul traffico locale degli spostamenti infra ed extra-urbani creati dalle grandi basi. A Vicenza si calcola che siano 16.000 persone, tra militari e civili, che vivono, lavorano e si muovono tra le diverse pertinenze della base. Prima dei recenti ampliamenti, i comandi Usaf stimavano che ogni giorno per le proprie necessità la base di Aviano creava un traffico stradale di 5.000 veicoli.

 

Siamo terreno di logistica militare USA?

Fiumi di inchiostro, invece, sono stati spesi per valutare il valore politico e di politica internazionale che le basi hanno rappresentato e rappresentano oggi. È anche per noi indubbio che sono una delle tante manifestazione del hard power riservato dagli Stati Uniti ai loro “alleati” in tutto il mondo, un’esibizione muscolare ed economica dell’abissale differenza tra l’estensione e il peso degli interessi americani, a confronto di ciò a cui può ambire anche un paese come l’Italia.

Tuttavia, fino alla svolta degli anni Novanta l’intento difensivo dell’occupazione americana poteva essere considerato plausibile ed effettivo, al di là delle ossessioni tipiche della Guerra fredda circa una possibile invasione sovietica, e senza entrare qui nella sfera delle “interferenze” più direttamente politiche nella vita e nella storia del Paese, vedi solo ad esempio i “casi” Mattei e Moro. Fino a un certo momento, la presenza stabile di militari USA/Nato ha comportato frequentemente una catena di comando double key italo-americana, anche se in definitiva dipendente dalle decisioni del Pentagono. All’interno della Nato, di nuclear sharing non si è mai ufficialmente parlato prima del 2010, ma di fatto l’Italia aveva accettato di ospitare sul suo territorio le bombe atomiche americane già dal gennaio 1962, firmando il memorandum segreto Atomic Stockpile Agreement 28. Anzi, quel passo era stato preceduto dal dispiegamento sul campo, in collaborazione con l’Aeronautica Militare, di dodici basi di lancio dei missili anti-missile Mim-14 Nike Hercules, situate quasi tutte in Veneto, di cui sette abilitate all’impiego di ordigni nucleari. Queste basi rimarranno operative tra i primi anni Sessanta e il 1998, e inquadrate nella 1a Brigata aerea Intercettori Teleguidati. La loro collocazione geografica, le attrezzature fisse e mobili (piattaforme di lancio, radar di acquisizione e inseguimento bersaglio, ovviamente missili e testate, ecc.), gli obiettivi di addestramento da raggiungere perché ciascuna base ottenesse la “qualifica Nike”: tutto ciò era deciso dal Supremo comando alleato, e messo in pratica sotto la supervisione di ispettori e tecnici militari americani, ai quali – precisava il memorandum – nelle caserme italiane si dovevano garantire gli abituali standard americani di alloggio e alimentazione.

Tuttavia il personale operativo delle basi Nike era composto da ufficiali di carriera e avieri di leva italiani, per alcuni anni regolarmente inviati negli Stati Uniti a svolgere i corsi di addestramento (a Fort Bliss, Texas, in lingua inglese) e le esercitazioni di tiro (nel poligono Mc Gregor, New Mexico). Dopo il 1962, il programma Nike divenne ufficiale, l’addestramento venne spostato in Italia, nella Scuola missili dell’Aeronautica di Montichiari e nel poligono di tiro di Salto di Quirra in Sardegna, sempre sotto l’attento controllo degli ispettori Usa.

La rete Nike rispondeva direttamente ai comandi Usa/Nato di Verona. In caso di attacco, i comandi si sarebbero spostati in “basi segrete” sotterranee a prova di attacco nucleare e chimico. Se ne conoscono due, nomi in codice “West Star” e “Back Yard”. Situata nei pressi di Affi, in provincia di Verona, West Star è stata centro telecomunicazioni e controllo per tutte le esercitazioni Nato dal 1966 al 2007; poteva ospitare fino a 500 persone nei suoi 13.000 m² di bunker antiatomici sotterranei, su tre livelli. Back Yard ne era la replica in scala minore, 6.000 m² su un solo livello, ricavati in parte dalle gallerie della vecchia miniera di Grezzana, altro comune in provincia di Verona, e sarebbe entrata in azione nel caso West Star fosse fuori uso. Anche le esercitazioni nei bunker si svolgevano sotto la supervisione statunitense ma con personale tecnico-operativo italiano.

Tutta la rete Nike e i bunker segreti sono ancora ben rintracciabili sul territorio, con diversi livelli di degrado e abbandono. In qualche caso le comunità locali progettano di farne musei della Guerra fredda o spazi sociali organizzati fruibili dagli abitanti, e un paio sono già utilizzati per eventi pubblici estivi (per chi volesse approfondire può consultare il libro reso disponibile online Bella Italia armate sponde. Guida dettagliata alla presenza militare in Italia, a cura del dipartimento Pace di Democrazia proletaria). Dopo gli anni Novanta, con il capovolgimento degli obiettivi strategici della Nato – da baluardo contro un’ipotetica invasione sovietica ad alfiere dei valori occidentali in tutti i teatri di crisi, a partire dalle guerre jugoslave – anche il ruolo delle basi americane in Italia è cambiato. Oggi il territorio italiano è una piattaforma per intraprendere operazioni militari decise a Washington e Bruxelles, a cui talvolta le forze armate italiane neppure partecipano, se non come ausilio logistico (si pensi ai voli “segreti” nei primi giorni del marzo 2022, compiuti da C-130J Hercules dell’Aeronautica militare, per armare l’Ucraina attraverso la Polonia).

Con il XXI secolo, si è avviata la rapida dismissione delle basi double key, che la fine della Guerra fredda aveva reso obsolete, in una fase in cui inoltre le forze armate italiane stavano passando dalla coscrizione obbligatoria al reclutamento volontario, dall’esercito di popolo all’esercito professionale.

Da parte loro, le ultime sei amministrazioni americane hanno investito fortemente nelle basi maggiori – quelle che abbiamo analizzato sopra e poche altre (Ghedi, San Vito dei Normanni) – e oggi si sta pensando anche di riutilizzare alcune basi dismesse (come La Maddalena, restituita nel 2007).
Oggi la presenza militare in Italia è molto più utile al mantenimento dell’egemonia degli Stati Uniti che alla difesa dello spazio europeo da pericoli esterni; ancor meno è utile a garantire un’autodifesa dell’Europa unita, che Oltreatlantico hanno sempre visto come insidioso competitor economico che approfitta dell’ombrello militare pagato dai contribuenti americani.

 

I primi risultati dell’inchiesta

In internet sono reperibili numerosissimi elenchi di basi americane in Italia, identici e semplicemente copiati senza alcun controllo delle fonti. Secondo le nostre ricerche si tratta essenzialmente di una sola fonte, definita “riservata” e riferibile all’ambiente militare. La nostra verifica è partita in ogni caso da quegli elenchi, pubblicati in rete, da cui si possono ricavare i primi dati.

Le basi americane in Italia sono almeno una cinquantina, come ci confermano i documenti ufficiali statunitensi. Anche ammettendo che siano tutte su territorio giuridicamente italiano, sarà ben difficile – nel caso di un processo di dismissione unilaterale, che al momento non ci sembra neppure ipotizzabile – non riconoscerne il valore immobiliare messo a inventario dal Dipartimento della difesa.

Abbiamo constatato che una decina di basi segnalate dagli elenchi in rete non sono reperibili o sono doppioni di basi esistenti o esistite. Gli elenchi in rete indicano la presenza di un altro centinaio di siti, di cui circa quaranta sono basi dismesse, come abbiamo già potuto constatare.

Rimane da compiere la verifica delle rimanenti sessanta basi, e da mettere in campo un accurato esame del materiale già raccolto, e che metteremo a disposizione di ricercatori e gruppi di lavoro locale, di cui auspichiamo l’organizzazione. Una seria ricerca dovrebbe prendere in considerazione anche altre infrastrutture concesse in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato, ad esempio i depositi e le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Pol-Nato per jet fuel, che collega il terminale marino della Spezia con le basi aeree del Nordest. Da approfondire anche la non casuale contiguità tra alcune basi militari (ad esempio Cameri, Salto di Quirra) e alcuni impianti industriali di Leonardo.

Pensiamo che avere un quadro chiaro, nel metodo e nella raccolta delle informazioni, sia una precondizione necessaria per valutare l’impatto economico e ambientale delle basi straniere in Italia, che deve dunque precedere – al contrario di quanto fatto sinora – la discussione sul loro mantenimento o ridimensionamento o chiusura e di cosa possa eventualmente sostituirle, in un quadro di difesa europea tutto da costruire.

Il lavoro più impegnativo comincia ora.

da qui

martedì 6 agosto 2024

Sulle tracce delle armi. La ricerca indipendente e l’economia di guerra - Carlo Tombola

 

Non è più il caso – se mai lo è stato – di disegnare scenari. Quello che è già avvenuto sotto i nostri occhi spiega bene cosa avverrà nei prossimi mesi e anni. Se eliminiamo i rumori di fondo, vediamo con chiarezza la rivincita globale dei fabbricanti di armi, che per molti e lunghi decenni hanno pagato con la marginalità il disastroso primo Novecento, quello della doppia guerra mondiale.

L’escalation guerresca in corso serve a soddisfare le ambizioni di un complesso militare-industriale in sofferenza, quello Usa, la cui forza politica è ben maggiore di quella economica. È abbastanza impressionante considerare come le principali aziende militari erano uscite dal biennio Covid. Tutti i colossi Usa registravano fatturati in diminuzione nel 2022 rispetto all’anno precedente: -8,9% Lockheed Martin, -12% Raytheon, -19% Boeing (un crollo di mercato dovuto soprattutto ai disastri causati dal 737 Max), -5,6% General Dynamics, -13% L3Harris, Northrop Grumman a crescita zero. Anche le più “americane” delle aziende europee faticavano, -7% Leonardo, BAE Systems in crescita a zero. Da un anno all’altro, ai sei supergiganti della difesa sono mancati 22-23 miliardi di dollari di fatturato militare. Alla Borsa di New York, l’azienda leader Lockheed Martin, che nel marzo 2020 aveva registrato la quotazione minima degli ultimi cinque anni, alla fine del 2021 aveva recuperato solo il 17%, ma un anno dopo, alla fine del 2022, incamerava un +70%, oggi (luglio 2024) stabilizzato intorno al +60%.

Notiamo tra parentesi che invece le cose non erano andate male per i grandi gruppi cinesi (Norinco +4,4%, AVIC +4,7%, CASC +4,5%, CETC +2,2%), in generale ancora centrati sulle produzioni civili, così come per le europee Airbus (+17%) e Thales (+2.5%).[1]

Come accade per ogni spedizione militare, con la guerra in Ucraina l’industria logistica si è mobilitata immediatamente, si è messo in moto il meccanismo dei contratti charter gestiti dall’US Military Sealift Command, le prelazioni di navi portacontainer, petroliere, ro-ro. Dopo il 7 ottobre 2023, i noli marittimi non hanno reagito subito, si sono infiammati dal gennaio 2024 come conseguenza di una catena di avvenimenti: gli houthi attaccano le “navi sioniste” in transito al largo dello Yemen in solidarietà con Gaza; Washington risponde lanciando l’operazione “Prosperity Guardian” (dicembre 2023); le assicurazioni marittime applicano il war risk surcharge al transito tra il Golfo di Aden e lo stretto di Bab el-Madeb; sulla rotta Far East-Europa le maggiori compagnie (Maersk e MSC in testa) decidono di evitare il passaggio da Suez, preferendo circumnavigare l’Africa (gennaio 2024).

Il costo di un container da quaranta piedi spedito da Shangai a Genova balza dai 1.300 dollari  di fine ottobre 2023 ai 6.400 di tre mesi dopo, e mentre scriviamo sta superando i 7.500.

Anche dalla prospettiva logistica, come da quella dei fabbricanti di armi, la guerra moltiplica i guadagni. Il blocco di Aden si è tramutato in un insperato vantaggio persino nel caso di ZIM, la compagnia marittima di bandiera di Israele, obiettivo dichiarato delle minacce yemenite, arrestando la disastrosa discesa del titolo quotato a New York, sprofondato nei venti mesi precedenti al 7 ottobre da 84 a 6,9 dollari, ma salito all’inizio di gennaio 2024 a 12,6 per superare i 22 a inizio luglio.

Com’è ovvio, i sovra-costi marittimi si stanno scaricando sui consumatori finali, in primo luogo quelli dei paesi maggiori importatori dalla Cina. Così il cerchio si chiude, la barriera protezionistica contro le merci cinesi si alza sempre più e si crea il presupposto di un brutale blocco commerciale anti-cinese.

Dal punto di osservazione di Weapon Watch, gli ultimi mesi hanno portato due importanti novità.

Innanzi tutto si è fatto più visibile – perché più intenso – il movimento di armi e munizioni che partono dalla “piattaforma Italia”, la attraversano o la lambiscono. In generale, lo sdegno per ciò che accade a Gaza ha mobilitato le proteste e con esse le giustificazioni governative. Così, per fare un esempio, è il caso di tre navi – Borkum, Vertom Odette e Marianne Danica ­– dirette a Cartagena (Spagna), le prime due provenienti da Chennai (India) e dirette a Capodistria (Slovenia) e indicate dalle Ong come cariche di munizioni per Israele. La Borkum trasportava trentadue container di munizioni della classe 1.1, ha rinunciato alla tappa di Cartagena, quindi ha raggiunto Capodistria e poi Venezia, porti entrambi utili sia per raggiungere via terra la Repubblica Ceca – forte esportatore verso Israele – che per il reimbarco delle munizioni su una nave di ZIM o sulla Marianne Danica con destinazione Haifa o Ashdod.

È un punto acquisito dalle analisi dei traffici: l’asse portante della logistica militare al servizio sia di Israele che di Arabia Saudita ed Emirati, in partenza dai porti Usa della Costa orientale, passa molto di frequente dalla Spagna e dall’Italia. Lo sappiamo bene, anche perché è la stessa supply chain delle navi della compagnia Bahri, che da anni tocca stabilmente Genova e saltuariamente un porto spagnolo.

Questa maggiore visibilità della logistica per la difesa è stata intercettata – rimanendo in area italiana – da un nuovo tipo di ricerca auto-commissionata, portata avanti da gruppi che sentono l’urgenza di agire prima che le guerre scoppino, e soprattutto prima che scoppi la der des ders nucleare. Gruppi di giovani, senza riferimenti precisi con l’università, curiosi dei metodi e orientati al social activism hanno cominciato a guardare alla propria realtà locale, e almeno a cercare di rispondere alla prima ovvia domanda: si fabbricano armi qui, dalle nostre parti? Così si sono mossi i primi passi di una ricerca che dovrà rispondere anche a una seconda domanda: dove vanno a finire le armi che si producono qui? Su questa strada abbiamo in questi mesi incontrato i compagni di Lecco, dell’Alto Vicentino, di Padova e Marghera, di Imola e del Ravennate, di Torino, di Rovereto. E piccole aggregazioni sono in gestazione tra i “ferrovieri contro la guerra”, nel collettivo dei portuali livornesi… Speriamo che non si disperda almeno l’urgenza di queste esperienze.

da qui

sabato 10 febbraio 2024

Bugiardi di guerra

                                

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articoli di Carlo Tombola, Manlio Dinucci e Raniero La Valle e interviste a Ennio Cabiddu e Antonio Mazzeo

AZIENDE ITALIANE SEMPRE PIÙ IMPLICATE NELLE GUERRE IN CORSO – Weapon Watch

Con due articoli sulla Leonardo Spa, l’osservatorio the Weapon Watch inizia la pubblicazione di analisi dedicate ad alcune aziende operanti in Italia, tra quelle più implicate nei conflitti armati in corso, soprattutto in quelli che registrano gravi violazioni  dei diritti umani e crimini di guerra.   Questa serie di articoli, in parte basati sull‘Atlante dell’industria militare in Italia in via di pubblicazione a cura di Weapon Watch, vuol essere anche una risposta concreta ai ripetuti attacchi governativi alla Legge 185 del 1990 e alla trasparenza che questa impone in materia di esportazione di armamenti: una trasparenza che evidentemente disturba, e non da oggi, operatori privati e decisori pubblici, ma che ora potrebbe rendere cosciente l’opinione pubblica italiana del rapido scivolamento verso uno stato di guerra permanente. Più volte aggirati, quando non apertamente violati nella lettera e nello spirito, la Legge 185 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi del 2014 sono gli ultimi baluardi per un’informazione indipendente nei riguardi di un settore economico colluso con la politica, e la cui crescita incontrollata mina alle fondamenta tanto lo stato sociale quanto le garanzie democratiche.

LA MENZOGNA DI LEONARDO IN RISPOSTA AL PAPA – Weaponwatch

 

Dobbiamo smentire l’azienda delle armi sotto controllo governativo: nella guerra di Israele contro la popolazione palestinese non solo sono presenti armi di Leonardo, ma queste sono state impiegate in azioni di bombardamento indiscriminate su aree urbane densamente abitate.

 

Su siti specializzati anche italiani è circolato un breve filmato attribuito alle Forze armate israeliane (IDF), in cui si mostrano navi da guerra al largo dalla costa di Gaza che sparano e colpiscono le aree urbane settentrionali della Striscia. Il bombardamento su aree abitate da popolazione civile è stato effettuato con cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 Multi-Feeding da 76mm, costruiti nello stabilimento Leonardo (ex Oto Melara) della Spezia.

Tali cannoni sono stati consegnati alla Marina militare israeliana nella base navale di Haifa il 13 settembre 2022 con apposita cerimonia, e montati su due nuove corvette della Marina militare israeliana.

Fotogramma del bombardamento di Gaza effettuato da una corvetta israeliana, utilizzando il cannone di prua Oto Melara 76/62, il 14 ottobre 2023.
Fonte: IDF, https://youtu.be/8pd3gp746vM.

Le corvette impegnate nella loro prima azione in battaglia sono INS Magen e INS Oz, le unità navali più grandi e più moderne della Marina militare israeliana.

Appartengono a una commessa di quattro corvette della classe Sa’ar-6, ordinate nel maggio 2015, costruite in Germania dai cantieri ThyssenKrupp e consegnate tra dicembre 2020 e maggio 2021. All’ordine, il costo di ciascuna era stimato di poco inferiore ai 600 milioni di dollari, sostenuto per due terzi dal governo israeliano e per un terzo da quello tedesco. La ragguardevole spesa era stata a suo tempo giustificata con la necessità di difendere i giacimenti di gas metano che Israele controlla nel Mediterraneo e che sono rivendicati dagli stati confinanti.

Ora sono state impiegate per la prima volta nella guerra interna contro i palestinesi di Gaza, occasione propizia per testare sistemi ed equipaggio, e potranno essere impiegate anche in azioni di guerra contro le postazioni di Hezbollah in Libano.

 

Ora sono state impiegate per la prima volta nella guerra interna contro i palestinesi di Gaza, occasione propizia per testare sistemi ed equipaggio, e potranno essere impiegate anche in azioni di guerra contro le postazioni di Hezbollah in Libano.

 

I cannoni Oto Melara 76/62 sono adottati da numerose marine militari nel mondo, tra cui dal 1969 da quella israeliana.

 

A seconda del tipo di munizionamento, hanno una gittata dai 20 km (munizioni convenzionali) ai 35 km (munizioni Vulcano guidate o non guidate), fino ai 50-70 km raggiunti dai missili antiaerei Barak-8 MR-SAM montati sulle nuove corvette.

Un cannone OTO Melara 76/62 Super Rapido in azione, montato su una fregata della Marina norvegese.

 

Mentre stigmatizza la scelta dei portavoce di Leonardo di negare l’evidenza e persino la storia dell’azienda, l’osservatorio the Weapon Watch ribadisce il proprio impegno a rendere pubbliche le connivenze e gli interessi nascosti dalle aziende italiane più implicate nell’economia di guerra. Invita anche lavoratori e rappresentanti sindacali delle aziende Leonardo a prendere le distanze dalla politica commerciale del gruppo, oggi materialmente a sostegno di regimi autocratici e di paesi gravemente colpevoli di crimini di guerra e di violazioni ripetute del diritto internazionale.

da qui

 

 

COSA PRODUCE LEONARDO PER ISRAELE – weaponwatch

Leonardo Spa è il primo produttore di armi nell’Unione Europea, il secondo in Europa, il 13° nel mondo (SIPRI).

Però non ama dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferisce collocarsi in un generico mercato ADS (aerospazio, difesa, sicurezza) e insistere sul proprio profilo ‘sostenibile’, sebbene fare armi significhi alimentare guerre, l’attività umana più distruttiva e senza dubbio insostenibile, per non parlare di quanto sia devastante sul piano energetico e ambientale.

 

Nei fatti, l’ex Finmeccanica ha perseguito negli scorsi decenni la dismissione di quasi tutti i settori produttivi civili, per dedicarsi al core business della guerra. Nell’ultimo bilancio del 2022 (pubblicato a fine marzo 2023) dichiara che realizza l’83% del proprio fatturato nel settore difesa, avendo quasi solo clienti governativi (88%). Non è neppure davvero un’azienda a capitale ‘italiano’: a parte la quota del 30,2% detenuta dal Ministero delle finanze, il 51,8% del capitale è nelle mani di investitori istituzionali (cioè banche, fondi d’investimento, fondi pensione) per la gran parte britannici e statunitensi.

 

Quanto Leonardo sia profondamente partecipe dei conflitti armati in corso, lo dimostra la forte connessione con il sistema militare-industriale di Israele. Prendiamo sempre dall’ultimo bilancio, laddove Leonardo definisce in sintesi il proprio profilo: «Leonardo è leader industriale e tecnologico del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza, forte di una presenza industriale in Italia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Polonia e Israele». Israele non è solo un cliente, ma ospita stabilimenti e dipendenti di Leonardo.

 

La presenza diretta di Leonardo in Israele si deve a un’operazione conclusasi nel luglio 2022 con l’acquisizione della società israeliana RADA Electronic Industries, specializzata in radar per la difesa a corto raggio e anti-droni (vedi il comunicato della Campagna BDS Italia), e alla conseguente nascita della nuova società israeliana DRS RADA Technologies, che è – si noti – controllata da Leonardo DRS Inc. con sede negli Stati Uniti. Ha 248 dipendenti in tre sedi israeliane (uffici a Netanya, stabilimento principale a Beit She’an, centro ricerche presso il Gav-Yam Negev Tech Park di Beer Sheva), oltre ai nuovissimi uffici a Germantown, Maryland, ai margini dell’area metropolitana di Washington, D.C.

 

DRS RADA Technologies ha partecipato alla realizzazione di ‘Iron Fist’, un sistema di protezione attivo montato sui nuovi armoured fighting vehicles (AFV, mezzo corazzato da combattimento) delle Israel Defence Forces (IDF), gli ‘Eitan’ a otto ruote destinati a sostituire i vecchi M113. La prima consegna dei nuovi blindati è avvenuta nel maggio 2023, alla 933a Brigata ‘Nahal’, con previsione di effettivo impiego operativo nel corso del 2024. Tuttavia, l’attacco a sorpresa di Hamas, il 7 ottobre scorso, ha comportato un immediato utilizzo dei nuovi mezzi nella battaglia di Zikim, circa 3 km a nord della Striscia di Gaza, nei pressi di una base militare israeliana attaccata dai militanti palestinesi. Successivamente gli Eitan hanno partecipato all’invasione e alle operazioni militari di Gaza. D’ora in avanti, anche i nuovi blindati israeliani e i sistemi di protezione che montano – tra cui i radar tattici di DRS RADA, del gruppo Leonardo – potranno definirsi battle tested.

 

Un AFV ‘Eitan’ delle forze armate israeliane in azione nella Striscia di Gaza, novembre 2023. Fonte: Israel Defence Forces.

Non è questo il solo recente contributo di Leonardo alla guerra di Israele contro Gaza e la sua popolazione.

Secondo una tattica già utilizzata in altre precedenti invasioni di Gaza, l’avanzata delle truppe israeliane è accompagnata o seguita da giganteschi bulldozer blindati Caterpillar D9, che utilizzano un’impressionante potenza e un ragguardevole peso (450 HP per oltre 70 tonnellate, nell’ultima versione ‘T’) per il movimento terra, lo sminamento e per distruggere le abitazioni e le strutture palestinesi. Soprannominato in Israele ‘Doobi’ (‘orsacchiotto’), è una macchina temibile, al cui impiego si dovette tra l’altro la morte della militante nonviolenta statunitense Rachel Corrie (1979-2003), schiacciata da un bulldozer militare nei pressi del confine tra Gaza e l’Egitto mentre si opponeva alla distruzione di abitazioni palestinesi.

 

Anche i bulldozer blindati dell’esercito israeliano saranno dotati dei sistemi di protezione attiva e dei radar tattici di DRS RADA.

 

IN ALTO: un bulldozer blindato Caterpillar D9 ‘Doobi’ delle IDF su un trailer, fotografato nel settembre 2015 in Israele. A DESTRA: due fotogrammi delle immagini riprese dal sito palestinese Middle East Monitor, che mostrano un bulldozer delle IDF impegnato nella distruzione di case nel nord della Striscia di Gaza, dicembre 2023.
Inoltre, il gruppo Leonardo – tramite le società controllate negli Stati Uniti – supporta la mobilità dei mezzi pesanti delle IDF fornendo gli speciali carrelli a due assi capaci di un carico utile di 77 tonnellate, cioè più di quanto pesi un carro armato da combattimento Merkava (65 t) e il bulldozer corazzato ‘Doobi’ (70 t). Si tratta di un modello nuovo di heavy-duty tank trailer (HDTT) prodotto dalla DRS Sustainment Systems Inc., con sede a Bridgeton, Missouri, azienda del gruppo Leonardo.

Lo scorso 27 dicembre il Dipartimento della difesa USA ha annunciato l’assegnazione di un nuovo contratto alla DRS Sustainment Systems, per un valore di oltre 15 M di $. L’utilizzatore finale non sarà l’esercito americano, bensì quello di Israele, attraverso il meccanismo finanziario delle Foreign Military Sales (VEDI). In sostanza, Israele ha “bloccato” 15.375.000 $ sul conto del credito aperto dal governo americano per poter acquistare questi carrelli, che saranno fabbricati nello stabilimento Leonardo/DRS di West Plains, Missouri. L’ordine non lo specifica, ma potrebbe trattarsi di 70-75 esemplari di HDTT da fornire alle IDF entro l’anno 2026.

 

La DRS Sustainment Systems, del gruppo Leonardo, ha 7.500 dipendenti e fornisce HDTT alle forze armate di Israele almeno dal 2007, quando mise a punto un prototipo adatto alle esigenze dell’esercito insieme a un partner israeliano, Shladot Metal Works, un’azienda di Haifa che produce soprattutto veicoli militari leggeri e pesanti per le IDF. L’innovativo carrello ha solo due assi, e sta sostituendo i precedenti modelli a 3-4-5 assi di più costosa manutenzione.

da qui

 

 

 

GUERRA TOTALE? – RANIERO LA VALLE

Mentre è in corso un genocidio a Gaza non dimentichiamo l’Ucraina e il futuro stesso del mondo. Le notizie sono gravi. Stanno preparando la guerra totale con la Russia. Dovrebbero combatterla la NATO, gli Stati Uniti e l’Occidente. Chi sono i soggetti di questo “stanno” non è del tutto chiaro e interamente noto, altri ce ne sono a cui ognuno può cercare di dare il nome in base alle informazioni oggi disponibili. Il nostro compito qui è di darvi queste informazioni, peraltro assai facilmente fruibili dalla semplice lettura dei giornali. Esse trattano tranquillamente l’ipotesi di una guerra totale con la Russia, (previa a quella con la Cina), a ciò preparando l’opinione pubblica sulla base di verbi tutti usati al condizionale, recanti ardite supposizioni non corroborate da alcun dato di fatto ma solo da pregiudizi e da voci. Se poi sono millanterie si vedrà, ma anche queste possono sfuggire di mano.

Citiamo da queste fonti (nel virgolettato che segue il neretto è una sottolineatura dell’originale, le nostre interpolazioni sono in corsivo).

La “Repubblica” (18 gennaio) riferisce che il giornale “Bild” «ha pubblicato documenti dell’intelligence tedesca sul timore di un attacco (russo) per prendere il Suvalki Gap, corridoio che collega la Bielorussia a Kaliningrad (l’ex Konigsberg). Potrebbe avvenirenel 2025 o anche nel 2024, giustificato per soccorrere i cittadini di origine russa. Il corridoio passa per Polonia e Lituania la cui capitale Vilnius è a 33 chilometri dal confine con la Bielorussia. Quindi un’invasione farebbe scattare l’Articolo V della Nato sulla difesa collettiva. L’Alleanza lo sa bene e ha convocato l’ultimo vertice proprio a Vilnius lo scorso luglio. Da febbraio a giugno (5 mesi) terrà l’esercitazione “Steadfast Defender”, la più grande dalla fine della guerra fredda a cui parteciperanno tutti i 31 Paesi membri in Polonia, Germania e Paesi baltici. La Gran Bretagna ha annunciatoche fornirà 20.000 soldati ma il totale è destinato a superare 40.000 uomini e mezzi» (è ciò che papa Francesco e il capo di Stato europeo che glielo suggerì, chiamerebbero “andare ad abbaiare sul confine della Russia» e che Churchill direbbe “una cortina di ferro innalzata in Europa”).

Ancora “Repubblica”: «Il presidente Biden ha detto che “se non fermiamo Putin in Ucraina il suo appetito crescerà oltre”. La candidata repubblicana (alla Casa Bianca) Nikki Haley ha commentato così: “Putin ha già detto che se vincerà in Ucraina poi toccherà a Polonia e Paesi baltici (quando lo ha detto?). A quel punto saremmo in guerra perché sono Paesi Nato e dovremmo mandare i nostri figli a combattere». E ancora: «Il presidente del Military Committee (della NATO), l’ammiraglio Rob Bauer… ha aperto così la riunione dei 31 leader militari della Nato; “Kiev avrà il nostro sostegno ogni giorno a venire perché l’esito di questo conflitto determinerà il destino del mondo…La Russia teme qualcosa di molto più potente di qualsiasi arma fisica sulla terra: la democrazia…Questa è la vera ragione per cui Putin teme il successo di Kiev, come modello politico e di vita che insidierebbe la stabilità di Mosca. Per difendersi dal pericolo il Cremlino sfrutta la retorica nazionalistica, che ha prima applicato all’Ucraina, ma ora l’allarga ai paesi baltici  (dunque l’oggetto della guerra sarebbe ideologico) nella speranza dichiarata (quando?) di ricostruire l’impero sovietico».

Sempre “La Repubblica”: «l’Estonia è in allerta. Nei giorni scori la premier Kaja Kallas ha detto di ritenere probabile un attacco russo all’Europa “nei prossimi tre o cinque anni” confermando vari rapporti dei servizi tedeschi e polacchi. I timori riguardano in particolare i Baltici, dove il Cremlino potrebbe tentare di sobillare le minoranze russofone». Domanda: «“E cosa suggerite per consentire a Kiev di respingere le truppe russe?”. “Un recente documento del nostro ministero della Difesa sostiene che l’Ucraina potrebbe vincere questa guerra se i 40 Paesi del gruppo di contatto di Ramstein stanziassero ciascuno lo 0,25% del loro Pil annuo per l’Ucraina. Il governo estone ha dato l’esempio e ha deciso un aiuto militare a lungo termine all’Ucraina: per i prossimi quattro anni (lungo termine?) l’Estonia è pronta a stanziare lo 0,25% del suo Pil per gli aiuti militari all’Ucraina. Lavoriamo per convincere gli altri Paesi a seguire il nostro esempio”». Domanda: «il presidente ucraino Zelensky ha annunciato a Davos di voler organizzare una conferenza di pace in Svizzera, possibilmente con la Cina (senza la Russia!). È il momento giusto?”. “Per quanto riguarda la pace in Ucraina vediamo il piano di pace di dieci punti proposto dall’Ucraina come l’unico praticabile”».

La stessa “Repubblica riferisce poi delle dichiarazioni fatte da Putin ai sindaci: «Putin ha fatto risalire alle porte aperte dalla Nato a Ucraina e Georgia nel 2008 non solo l’inizio del conflitto in Ucraina, ma anche “una serie di decisioni che hanno portato a ciò che sta accadendo ora in Lettonia e in altre repubbliche baltiche: quando i russi vengono cacciati via. Cose molto serie che influiscono direttamente sulla sicurezza del nostro Paese”». E il giornale commenta: «Se Putin applicasse la sua versione armata della storia imperiale russa, l’elenco dei suoi potenziali obiettivi spazierebbe dalla Finlandia all’Asia centrale fino all’Alalaska… Putin semina. Pianta germogli nello spazio informativo per future aggressioni con il pretesto di difendere i suoi “compatrioti”».

Sulle stesse dichiarazioni di Putin “Il Fatto quotidiano” del 17 gennaio riferisce quanto segue: «”L’Ucraina si rifiuta di negoziare con la Russia”, ha detto Putin aggiungendo: “idioti, tutto sarebbe finito da molto tempo”, e ricordando ancora una volta che erano “d’accordo su tutto” riferendosi ai negoziati poi interrotti, “ma il giorno dopo hanno deciso di gettare tutti gli accordi nella spazzatura, lo hanno ammesso pubblicamente, compreso il capo di quel gruppo di negoziatori… Eravamo pronti, poi è arrivato l’allora primo ministro britannico Boris Johnson e ci ha convinto a non attuare gli accordi”. Questo, secondo Putin, dimostrerebbe che gli ucraini non sono un popolo indipendente”». Ancora di più dimostrerebbe che quando si rifiuta di uscire da una guerra con un negoziato, un accordo o una riconciliazione, resta solo la vecchia logica della guerra, secondo cui se ne esce solo con la vittoria decisa sul campo, e lì decide chi ha vinto, gli Alleati certo non concessero niente alla Germania sconfitta, addirittura la fecero a pezzi. Nessuno l’ha detto a Zelensky (o forse lui non gli ha dato retta) e ora i falsi amici che l’hanno mandato allo sbaraglio, la guerra la devono vincere loro, a spese di tutto il mondo, oppure abbandonarlo, mentre ora Putin dichiara, sempre secondo “Il Fatto”: «”Se la guerra dovesse proseguire così lo Stato ucraino potrebbe subire un colpo irreparabile e molto grave”. Sarebbe infatti “impossibile”, stando al capo del Cremlino, portare via alla Russia i progressi militari effettuati sul campo. Né Mosca cederebbe mai i territori conquistati». Quanto al “destino del mondo” che secondo questi strateghi sarà determinato dall’esito di questo conflitto, esso è così progettato nei documenti sulla Strategia e la Difesa nazionale americane pubblicati nell’ottobre del 2022 dalla Casa Bianca e dal Pentagono (le istituzioni che restano mentre presidenti e ministri passano): si tratta del decennio o dei due decenni decisivi «per far avanzare gli interessi vitali dell’America e per plasmare il futuro dell’ordine internazionale», quando «non c’è nazione meglio posizionata degli Stati Uniti d’America per guidare con forza e determinazione». Saranno loro a superare i loro concorrenti geopolitici e vincere, con il corteo dei loro alleati e partner, la “competizione strategica” con la Russia, considerata come un pericolo immediato, e con la Cina considerata come il vero antagonista a lungo termine capace di reggere la “sfida culminante” lanciatale dagli Stati Uniti, forti della più grande forza militare che ci sia mai stata sulla terra, che nessuno dovrà mai non solo superare, ma nemmeno eguagliare ed è tale da prevalere in ogni possibile conflitto.

Queste sono le informazioni di cui disponiamo e questa la minaccia che grava sul mondo. Per contrastarla ognuno usi la fionda che ha. Una volta c’era la fionda del diritto, oggi la vogliono togliere di mano perfino a Guterres.


Pubblicato sulla Newsletter del Gruppo “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”