La malattia
fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all'ospedale non
fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza
e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale
meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente
mostrano di capire la «cosa» che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico
di dicerie tra parenti e dottori, per capire la «cosa» che rende malato un
malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun
parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci
scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci «Hanno capito».
La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative.
Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti.
Si vorrebbe che gli altri capiscano la «cosa» della nostra creazione. Si
vorrebbe che dicessero: «Sì, è questo, significa questo, è bello per questo».
Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come
negli ospedali ci sono i dottori i che spiegano la «cosa» della malattia, così
in questo settore ci sono i critici che spiegano la «cosa» della
creazione. E anche qui c'é un gran traffico di dicerie, per capire quale sia la
«cosa» che rende una creazione interessante. E anche qui nessuno sa
precisamente di cosa parlino i critici, sebbene tutti ci scambiamo occhiate e a
discorsi per dire: «Hanno capito».
Una volta c’erano due amici che andavano sempre d’accordo. Facevano lunghe
discussioni e avevano sempre l’aria di capirsi benissimo. Caratteristico era il
fatto che, mentre le loro compagne (o spose o fidanzate che dir si voglia) si
guardavano sempre in cagnesco «senza la minima ombra di comprensione reciproca,
i due amici sembravano sempre capaci di superare le differenze con discorsi
ragionevoli e persuasivi. Perché si capivano benissimo».
I due si capivano così bene perché parlavano quasi sempre con le parole degli
ultimi libri che avevano letto. E se le loro vedute qualche volta non
combaciavano, era solo perché uno dei due aveva letto un certo libro e l’altro
no. Allora l’altro doveva recuperare, e quando aveva letto lo stesso libro i
due si capivano di nuovo benissimo.
Ma col tempo i due amici si sono visti sempre meno. Uno di loro è andato ad
abitare in un altro paese, e il sincronismo delle loro letture si è rotto. Così
le parole dei libri hanno smesso di funzionare come una vernice omogeneizzante
che passava sopra tutte le differenze. Prima c’era una coincidenza meccanica
nelle loro opinioni politiche, letterarie, filosofiche, scientifiche.
Indossavano quelle opinioni come una livrea, e usavano quelle parole come fanno
i dottori con i malati. Anche i dottori parlano sempre con le parole dei libri che
hanno letto e si capiscono così, ma nessun malato ha mai capito di cosa parlino
i dottori.
C’è sempre di mezzo questo desiderio di essere capiti, di abolire le distanze e
le differenze. Tra i due amici adesso le differenze c’erano, e molto evidenti,
se non altro perché abitavano in paesi diversi e avevano avuto vicissitudini
molto diverse. In queste condizioni è sempre difficile trovare parole che
superino la distanza da cui parliamo, e i due amici hanno cominciato a sentire
che c’era una gran scarsità di parole tra di loro, ogni volta che si
rivedevano.
L’uno e l’altro, ognuno per conto suo, temeva che non avrebbero più potuto
essere amici. Perché non si capivano più e non avevano più parole per capirsi.
Ormai avevano superato l’età in cui basta essere intelligenti e spiritosi,
affabili compagnoni con le stesse idee, per credere di capirsi. Né le buone
intenzioni, né la buona volontà, potevano più aiutarli.
La conseguenza era che adesso l’uno temeva i giudizi dell’altro. Temeva cioè
che l’altro io giudicasse male, o lo giudicasse comunque, perché aveva preso
una strada diversa dalla sua. E così nel sospetto reciproco, che nasceva in
risposta al supposto giudizio dell’altro, per cui ora i due amici si
giudicavano molto male, siccome ognuno dei due pensava di essere giudicato male
dall'altro, i due amici si sono finalmente persi di vista per sempre.
Qual è il miglior dialogo tra gli uomini? Nella malattia sospetto che il
miglior dialogo possa essere quello in cui qualcuno dice: «Ah, ho capito
benissimo, sono d’accordo, sono d’accordo!». Nella malattia mi sembra che
questo non sia neanche un dialogo, non abbia nulla del dialogo. Perché ha
eliminato ciò che rende possibile un dialogo, ha eliminato la distanza da cui
ciascuno di noi parla.
In questo ospedale dove sono, un ospedale inglese in una località di campagna,
c’è una robusta infermiera di colore che viene dalla Giamaica. Io non capisco
mai cosa lei dice, lei non capisce quello che dico io. Nel mio caso, è perché
non sento certe frequenze nella sua voce, a cui il mio orecchio non è stato
educato. Nel suo caso, è perché il mio modo di parlarle risulta troppo
artificiale al suo orecchio, e prima di udire quello che dico lei sente lo
straniero che non capirà mai. Allora ci guardiamo e ci sorridiamo, e il nostro
dialogo è fatto con le tonalità della grande distanza da cui ci parliamo. E un
po’ come lanciarsi delle voci attraverso una pianura vuota. Perché siamo fatti
così, siamo quello che siamo.
Quell'infermiera trova buffo che io stia a leggere libri tutto il giorno. Mi ha
chiesto cosa leggo, e le ho detto: «Sono libri di filosofia». Al che lei s ‘è
messa a ridere come se avessi raccontato una formidabile barzelletta. Forse la
parola «filosofia» ha un suono buffo al suo orecchio, o forse era buffo il mio
modo di pronunciarla.
In questi giorni leggo la meravigliosa filosofia di Giordano Bruno, e a momenti
ho la vaga sensazione di capire qualcosa. A scuola questa filosofia era
riassunta da due sole parole («natura naturans»). Ci veniva insegnata così e
noi fingevamo di capire quelle parole, cioè di capire la filosofia di Giordano
Bruno. Pronunciando quelle due paroline, la commedia della comprensione poteva
andare avanti senza intoppi.
Nella malattia rimugino su queste cose e trovo delle piccole risposte. Là fuori
c'é un parco con betulle e aceri platanoidi, poi una strada di campagna che
porta ad un pub in riva a un laghetto. Mi arrivano delle voci e sento che là
fuori tutti si intendono. Non dico che si intendano bene o male, ma si
intendono con i toni di voce, perché negli spazi aperti ci si intende così. A
una distanza superiore ai sette-otto metri non si riesce a parlare con le
parole meccaniche delle opinioni. Si sente subito che sono meccaniche, come
quelle che a scuola ci servivano per studiare i filosofi, come quelle dei due
amici che si capivano benissimo.
Appena c'é un po’ di spazio di mezzo diventa ridicola l’idea di persuadersi a
vicenda, e il desiderio di essere capiti, e la speranza di essere capiti
benissimo. Tutte queste cose danno per scontata l’abolizione della distanza da
cui parliamo. Perché dovremmo considerarle più importanti dei toni di voce che
ci lasciano nella nostra distanza?
Quando Giordano Bruno è venuto in Inghilterra, ed è andato a Oxford a spiegare
le sue teorie, nessuno dei sapienti inglesi l’ha preso per un serio filosofo.
Va bene che lui era polemico e voleva stuzzicarli. Ma loro proprio non hanno
capito neanche lontanamente di cosa parlasse, e anzi la «cosa» di cui parlava
per loro non esisteva neanche. Lui parlava dello spazio, del cosmo, della
relatività del tutto, e quelli lo trovavano solo rozzo e ridicolo perché
pronunciava il latino con accento napoletano.