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martedì 11 agosto 2026

La frontiera ha vinto anche a sinistra - Osservatorio Repressione


Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre. Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere, limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.

 

Ottantaquattro morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare: invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.

È questo il dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di “governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata vinta ben prima di quella elettorale.

Le destre hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia. Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il fumo ignorando deliberatamente l’incendio.

Questa operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale fattore di instabilità sociale.

È un rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile, sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che hanno origini completamente diverse.

È in questo quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.

La risposta politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello. Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri, di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di attraversare pochi metri di mare?

La risposta a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa. Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione delle persone.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire. Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa culturale e politica.

La crisi della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e non come una minaccia all’ordine pubblico.

Quella impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore giuridico, economico e politico di una persona.

Quel patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli, sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini esterni dell’Unione.

È una differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace. Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale: quello della gestione della frontiera.

È probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle procedure previste dal diritto internazionale.

Si tratta di differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro dell’intero sistema.

L’esempio della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni criminali che gestirebbero i flussi migratori.

Contemporaneamente, lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie contemporanee.

Quelle regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a una domanda del mercato del lavoro.

Questo significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve, si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito molto più sofisticato di selezionarla.

È un meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre, secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni. In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le esigenze del mercato.

Ed è proprio questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote, di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente, costruisce gli strumenti destinati a controllarle.

È forse questa la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.

L’errore più grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Per comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi, amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e aumentare il margine di profitto.

È in questa prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori, ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile, disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria economica, non identitaria.

Questo significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che condividono la stessa condizione di sfruttamento.

Le frontiere svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia, turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.

Le procedure di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno, l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.

La vicenda di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le convenienze del sistema produttivo.

Ed è precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.

La vera questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al resto della società.

Per questo Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica. È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa. Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.

È in questo senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.

Oggi la vera emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere, ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità culturale, che nessun essere umano può essere illegale.

 

Note:

Karl Marx, Il Capitale, Libro I (esercito industriale di riserva).

Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine coloniale e violenza strutturale).

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).

 

da qui

venerdì 24 aprile 2026

La Spagna controcorrente va ad Oriente - Marcello Bellacicco

 

Mentre gran parte dei Leader europei hanno tutti i loro sensi orientati ad ovest, agognanti di carpire un minimo cenno di benevolenza nelle sparate del posseduto di Washington, il Premier spagnolo Sanchezha rivolto la prua del suo aereo di stato nella direzione esattamente opposta, per volare a Pechino e consultarsi con Xi Jinping.

Un atto che, molto probabilmente, costerà alla Spagna ulteriori strali e minacce da parte della coppia del momento Trump-Netanyahuche, peraltro, sembrano sortire solo l’indesiderato effetto di compattare ancor di più il tessuto socio-politico iberico, che ha portato Madrid a consolidare la propria posizione ben precisa nei confronti della politica estera di Washington, di quella di Tel Aviv e di quella devastante che, congiuntamente, l’asse israelo-americano sta implementando.

Tuttavia, è necessario rammentare che gli attuali contrasti tra questi Leader fanno parte di un’onda lunga che nasce già dal giugno dello scorso anno, allorché il Premier Sanchez, a premessa del Vertice NATO dell’Aia, quello annuale al massimo livello di Capi di Governo, aveva perentoriamente affermato che la Spagna non si sarebbe allineata all’imperio american-trumpiano, per i Paesi Europei dell’Alleanza di raggiungere lo spropositato 5% del PIL in spese militari. La risposta del Tycoon fu immediata e, come di consueto, brutale, proponendo di “buttare fuori” la Spagna dall’Alleanza Atlantica. Un intento che non ha avuto problema a ribadire durante il Vertice stesso, tra un insulto e l’altro a tutti i Membri del Vecchio Continente.

Peraltro, non è la prima volta che la Spagna assume “decisioni di personalità” non particolarmente gradite dagli USA. Un caso eclatante si verificò nel marzo 2004, allorché Madrid decise di ritirare il proprio contingente (1300 u.) dall’Operazione in Iraq. Il motivo ufficiale fu il mancato rispetto del termine previsto per l’assunzione, da parte dell’ONU, di un ruolo centrale nella Missione, che era a guida USA. In realtà incise anche molto la perdita di ben 7 agenti dei Servizi spagnoli, caduti in un agguato qualche mese prima. Fu un ritiro rapidissimo, deciso dal neo-eletto Zapatero, che creò anche degli scompensi operativi nell’assetto della Forza internazionale, tanto da costringere gli Americani, rischiando un ammutinamento, a prolungare la permanenza in Teatro Operativo di una propria Brigata, che si stava già imbarcando per tornare in Patria, dopo un anno di Iraq.

E anche nell’operazione ISAF in Afghanistan (pure questa a guida USA), il Contingente spagnolo sostanzialmente si ritirò già nel 2013, partecipando alla successiva fase della missione NATO (Resolute Support) solo con un nucleo logistico, che controllava l’aeroporto di Herat. Una funzione prestigiosa e di visibilità a bassissimo costo. In Afghanistan, la Spagna subì la perdita di un centinaio di militari, di cui però un’ottantina perirono in due gravissimi incidenti aerei, avvenuti per cause tecniche. A titolo di confronto, l’Italia è rimasta “fedele” alla missione in Afghanistan dal 2002 al 2021 e i suoi Caduti sono stati 53, praticamente tutti in attività operative.

Si può quindi affermare che, in politica Internazionale, la Spagna è sempre stata presente nell’ambito dei maggiori impegni dell’ONU e della NATO, ma è anche stata molto attenta a tutelare un adeguato equilibrio tra le finalità di tali missioni e gli interessi nazionali, assumendo anche decisioni autonome e nazionali, senza peraltro temerne le possibili conseguenze.

Con questa chiave di lettura, probabilmente, è possibile comprendere meglio quanto sta succedendo in questo periodo tra la Spagna e gli USA, che non è di certo una novità, anche se il tutto viene esasperato dalla posta in gioco, probabilmente mai così alta e, ancor di più, dai modi prevaricatori, da bar di periferia, da parte americana.

Inoltre, la posizione spagnola assume ancor più risalto se contestualizzata nell’attuale panorama continentale, con gran parte dell’Europa che appare frastornata e in continua oscillazione tra una colpevole inerzia politica e una pericolosa subordinazione strategica verso gli USA. I Paesi Europei si sono sinora mossi in ordine sparso, in modo scoordinato, sulla base di evanescenti vertici assembleari della UE o sporadici incontri a partecipazione ristretta che, però, sono sempre in ritardo sull’evoluzione della situazione e senza forza e volontà po litica di riprendere l’iniziativa nella gestione degli eventi.

In un quadro del genere, il Premier Sanchez risulta quindi essere la classica “mosca bianca” che, se non altro, dimostra di aver individuato una direzione e di volerla seguire, anche a costo di inimicarsi due personaggi che, tra i tanti loro difetti, hanno anche il vizio del rancore, che non esitano a sfogare concretamente, senza particolari remore morali o di Diritto Internazionale.

Non si tratta di chissà quale genialata politica, quanto piuttosto di un atto di coerenza ad alcuni dei principi fondamentali che dovrebbero animare qualsiasi Nazione democraticamente evoluta e che, pur se inserita in Alleanze e Organizzazioni Internazionali, non rinnega la propria sovranità, sostanziale e valoriale, sulle decisioni che la riguardano, soprattutto se riguardano la guerra.

La Spagna non ha di certo abbracciato la causa iraniana, ma non ha  neanche condiviso la decisione unilaterale di USA e Israele di attaccare l’Iran, per cui ha deciso di non voler avere a che fare con questo conflitto, arrivando anche a negare l’uso delle basi sul proprio territorio. Lo ha fatto con una decisione puramente politica, assunta in relazione alla situazione contingente, che ha avuto il sopravvento su qualsiasi alchimistica e strumentale considerazione sui cavilli burocratici dei trattati. Secondo Sanchez, l’appartenenza alla NATO e l’alleanza con gli Stati Uniti non sono state condizioni sufficienti per costringere la Spagna ad assumere un ruolo, anche solo di supporto, nella guerra all’Iran.

Un ragionamento politico molto semplice e pragmatico, esplicitamente orientato alla tutela degli interessi nazionali, che tutti gli altri Paesi europei non hanno fatto, vuoi per timore riverenziale, vuoi per inconsistenza politica, vuoi per ignavia dei loro Governanti.

E in questo contesto, in cui la priorità governativa viene rivolta prioritariamente al benessere e alla sicurezza della Spagna, ecco che Sanchez dimostra fattivamente di non aver problemi ad orientare il proprio sguardo verso est, volando a Pechino ad incontrare Xi Jinpig e chiedendo a Mosca di incrementare del 124% (335 mln di Euro) il proprio rifornimento di gnl, diventando così il primo importatore europeo di gas russo.

L’incontro con il leader cinese, che è avvenuto nella Grande Sala del Popolo, l’ambiente dedicato ai massimi eventi del Governo di Pechino, è stato cordiale e ha avuto natura esclusivamente politica. L’affermazione di Xi Jinping “La Cina e la Spagna sono Paesi con dei principi, che agiscono con rettitudine morale. Entrambi sono disposti a stare dal lato giusto della storia” definisce completamente il trend concettuale dei colloqui, in cui il Premier spagnolo ha esplicitamente riconosciuto all’omologo cinese il ruolo del suo Paese come Potenza mondiale responsabile ed orientata a garantire la stabilità globale, attraverso la diplomazia e lo sviluppo dei rapporti commerciali. Una linea completamente opposta a quella israelo-americana, improntata sull’imposizione dei propri voleri, mediante la costrizione doganale e la prepotenza delle armi.

Ovviamente, i discorsi non sono stati solo di geopolitica, ma hanno riguardato anche le relazioni economico-commerciali, rinforzando un rapporto già già molto solido tra i due Paesi, visto che la Cina è il principale partner di Madrid, al di fuori dell’Unione Europea, con un interscambio che, nel 2025, ha superato i 55 miliardi di dollari, con un incremento annuo del 10%. Pertanto, non si è trattato solo di un viaggio diplomatico o solo simbolico, ma di una visita che avrà ricadute positive a breve termine, in termini sia politici che commerciali.

Essendo il quarto incontro in tre anni, non si può di certo parlare di improvvisazione, quanto piuttosto di una visione strategica ben definita, che propone un modello “made in Spain”, basato sulla convivenza costruttiva e fiduciaria di due anime, quella euro-atlantica e quella globale, in grado di interfacciarsi, alla pari e su diversi piani, con un interlocutore importante come la Cina, senza rinunciare alle proprie origini e identità.

E allora c’è chiedersi se tutto questo non debba far riflettere tutta l’Europa, sulla possibilità, che gli eventi stanno trasformando in esigenza, di rimodulare il proprio approccio alle attuali sfide internazionali, abbandonando quelle timorose prudenze e paure che, sinora, l’hanno sempre costretta ad inseguire. La Spagna è un esempio, perfettibile ma sostanziale, che il gigante americano lo si può sfidare, senza patire eccessive conseguenze, anzi.

Dopo il no spagnolo, gli USA hanno spostato i propri assetti aerei dalle basi iberiche a quelle tedesche, proprio sfruttando un’Europa disunita. Ma proviamo ad immaginare uno scenario in cui tutte le basi europee, all’unisono, fossero state negate. Si sarebbe probabilmente suonata tutta un’altra musica che, forse, non sarebbe stata un rock and roll.

PS Il Segretato di Stato Rubio ha recentemente minacciato di chiudere le basi USA in Europa. Ci sarebbe da rispondergli di farlo pure senza problemi, mandando poi una cartolina dai posti in cui riposizionerà, ad esempio, la VI Flotta ora a Napoli, oppure la 173^ Brigata parà ora a Vicenza, oppure il 31° Fighter Wing ora ad Aviano, oppure gli assetti della US Navy ora a Sigonella, ecc ecc. Sempre che gli rimangano i soldi per i francobolli.

da qui

sabato 2 agosto 2025

Integrazione, valori europei e altre battute razziste - Sarah Babiker

 

Dall’11 al 14 luglio 2025 a Torre Pacheco, un comune di quarantamila abitanti (un terzo dei quali migranti) di una regione rurale nel sudest della Spagna, centinaia di militanti di estrema destra hanno organizzato decine di azioni violente contro i migranti maghrebini. Il pretesto è stata l’aggressione a un pensionato attribuita a dei giovani di origine straniera. In questo articolo Sarah Babiker racconta come il potere sia riuscito a capitalizzare ovunque con successo le migrazioni affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa del capitalismo ma pensino invece alla minaccia astratta alla loro sicurezza rappresentata da chi cerca un sostentamento. Ricorda, inoltre, l’ipocrisia di chi parla di valori europei dimenticando il colonialismo, e spiega perché è sbagliato insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti “integrati”. “Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi – scrive Sarah Babiker – nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne…”

 

Negli ultimi giorni, orde di uomini violenti si sono recate a Torre Pacheco per ricordare a migliaia di persone – che vivono, lavorano, crescono i propri figli e, quando possono, festeggiano lì – che le loro vite sono in realtà una farsa, che non appartengono a quel posto. Questi crociati a buon mercato terrorizzano i vicini, ottenendo finalmente ciò che desideravano: dimostrare il loro potere seminando paura, perseguitando finalmente coloro che hanno preso di mira come nemici per anni. Sono riusciti a passare dall’aggressione verbale, dalla solitudine di internet, ad attacchi veri e propri, accompagnati da persone che li odiano proprio come loro. Sentono che il loro momento è adesso.

Non è una distopia; è la stessa marea che trabocca di tanto in tanto, non appena si presenta una scusa: i predicatori d’odio (molti dei quali con stipendi pubblici) normalizzano il quadro, collegando migrazione e criminalità e alzando il livello di fascismo del discorso. Non mancano microfoni davanti ai quali parlare di deportare milioni di persone come “soluzione” per salvare la società spagnola, dove cementano i confini simbolici tra “loro” e “noi”. Abbondano le tribune da cui riferirsi ad altri esseri umani come “peste”. Mentre il linguaggio della pulizia etnica è coniugato nell’agenda pubblica, i nazisti alimentano la loro rabbia sui social media, scatenano il loro desiderio di fare del male e conferiscono al loro patetico razzismo da troll di internet una patina epica: “Li riuniremo ad Allah”, dicono, permeati da una missione.

Mentre la giustizia sociale e i diritti umani vengono messi in discussione come aspirazioni legittime attorno alle quali organizzarsi, discorsi che giustificano lo sfruttamento e la disuguaglianza emergono sulla scena in modo complementare. È così che prende forma il consenso sul fatto che alcune vite valgano meno di altre. Il capitalismo razziale si basa su questo, ma sempre meno persone lo nascondono. Mentre le élite accumulano più che mai, ignorando ampi settori della popolazione che affermano di difendere, finanziano portavoce che convincono gli indigeni perdenti di essere superiori, di meritare di più, perché discendenti da una stirpe occidentale minacciata non dall’avidità insaziabile di pochi, ma da coloro che sono stati vittime di espropriazione prima di loro. Il potere ha capitalizzato con successo sulla migrazione: la sua forza lavoro viene sfruttata al massimo per rimpinguare le tasche del capitale, la sua alterità viene sfruttata affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa di questo regime di avidità, ma piuttosto alla minaccia astratta che le persone in cerca di un sostentamento rappresentano per la loro sicurezza.

Disumanizzati, i migranti fungono anche da ariete politico da scagliare contro l’opposizione: il sistema bipartitico viene accusato di “averli portati qui”, come se non avessero le proprie ragioni per decidere di venire, la propria capacità di agire per prendere la decisione di migrare nonostante tutti gli ostacoli che negano loro il diritto di movimento. Vox e l’estrema destra vengono accusati di alimentare l’odio, come se il sistema bipartitico non avesse aperto la strada alla disumanizzazione affrontando la migrazione da una prospettiva utilitaristica e permettendo al linguaggio della gestione dei flussi di prevalere su quello dei diritti delle persone.

Nello scambio di accuse tra i ranghi più fascisti e quelli più moderati del potere, emergono contraddizioni: la soluzione magica (o definitiva?) di espellere le persone si scontra con l’esigenza capitalista di sfruttarle. Trump si è trovato di fronte a questo paradosso quando i suoi ampi piani di deportazione si sono scontrati con gli interessi degli imprenditori che non vogliono perdere i lavoratori di cui hanno bisogno per continuare ad accumulare ricchezza. Da grande soluzionista qual è, Trump ha difeso la seguente formula: lavoratori migranti dipendenti dai loro datori di lavoro, senza accesso alla cittadinanza. Lavoratori senza diritti, dipendenti da chi li sfrutta e perseguitati con retate casuali non appena lasciano il lavoro. Suona familiare.

Abbiamo un termine che non passa mai di moda per riferirci a questo: “schiavitù”. E Trump è un classico. È forse a questo che si riferiscono i suoi alleati in Europa quando rivendicano con tanta enfasi l’eredità greca? Una società di uomini liberi e schiavi? È possibile che stiano difendendo quell’istituzione così funzionale all’ordine e all’accumulazione: far lavorare masse di persone in cambio del minimo indispensabile per vivere, senza diritti? Questa violenza, a volte sponsorizzata dallo Stato – per mano dell’ICE o di Frontex – a volte da questo tipo di milizia fascista, non è forse una forma di disciplina affinché “gli altri” capiscano che non vi apparterranno mai? Perché “noi” crediamo alla finzione che vengano difesi, mentre l’espropriazione continua?

I noiosi campioni dell’Occidente

Funzionali ai fascisti urlanti sono i discorsi di quegli “intellettuali” tranquilli che insistono sulla necessità di preservare la “civiltà occidentale” o i “valori europei”, come se potessero essere igienicamente separati dalla materialità della storia occidentale o europea, segnata dal colonialismo basato sullo sterminio e l’espropriazione. Come se non vedessimo il presente occidentale ed europeo sui nostri televisori sponsorizzare il genocidio a Gaza e giustificare la morte di migliaia di persone mentre si dirigono verso i confini… È orribile sentire persone note per la loro cultura e rispettabilità sottolineare le grandi pietre miliari della tradizione europea ignorando tutte le altre tradizioni culturali del mondo.

In ogni società, è esistito e continua a esistere un conflitto tra chi difende la dignità di tutti e chi cerca di accumulare ricchezza e potere. Proprio come la schiavitù, la crudeltà o le ambizioni imperialistiche non sono un monopolio dell’Europa, non lo sono nemmeno le aspirazioni alla libertà e all’uguaglianza. La superiorità di una cultura può essere rivendicata solo – ed è ciò che fanno i noiosi della civiltà occidentale o dei valori europei – a partire da una fiera ignoranza delle culture altrui, ostentando un’intrinseca appartenenza coloniale che sa rapportarsi all’alterità solo attraverso la violenza, il paternalismo e l’estrattivismo.

Quando ci sarà un Trattato di Non Proliferazione dell’ipocrisia? I portavoce del mondo libero (sic) limitano la libertà di espressione dei propri cittadini, imprigionano i dissidenti e violano le proprie leggi. Chi elogia le virtù dei valori occidentali viola apertamente gli stessi diritti umani che orgogliosamente rivendica. È naturale che chi è disposto a difendere l’Occidente, a rischiare la vita per l’Europa, lo faccia sotto forma di un’incursione fascista, attaccando dalla sicurezza di essere più numeroso e più brutale. Chi si atteggia a persecutore del crimine lo fa attraverso il vandalismo. Afferma di voler creare spazi sicuri mentre instilla il terrore nelle strade. E così rappresenta fedelmente ciò che cerca di difendere: un sistema di espropriazione e accumulazione che, per perpetuarsi, richiede sempre maggiori disuguaglianze e violenza.

Integrarsi nella disuguaglianza è remissività

Mentre la destra lega migrazione e criminalità, voci benintenzionate a sinistra si preparano a contrastare questa narrazione. Le bufale vengono poste al centro della discussione, si cercano statistiche per ripulire la reputazione dei nostri “buoni” migranti e si tira un sospiro di sollievo collettivo quando si dimostra che un ladro, un aggressore o uno stupratore non ha cognomi stranieri. Entrare ripetutamente in questo gioco rende un pessimo servizio alla lotta al razzismo: ci saranno sempre migranti che commettono reati, poiché la criminalità si verifica in tutte le società e in tutti i gruppi. Dimostrare se chi proviene da fuori commette più o meno reati significa sottomettersi ai quadri imposti dalla destra e farlo alle condizioni da essa stabilite. Questo oscura la visione di altri fattori che possono influenzare queste statistiche: età, genere, status socioeconomico, stress o emarginazione, il razzismo istituzionale che invisibilmente sostiene l’azione della polizia o le decisioni giudiziarie. Se c’è una cosa a cui la criminalità è legata, è la disuguaglianza. Parlare della violenza che i migranti possono infliggere senza affrontare la violenza che subiscono quotidianamente è uno dei principali trucchi del discorso di destra.

D’altra parte, insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti integrati rafforza, anche se involontariamente, la logica del migrante buono contro il migrante cattivo, così funzionale al sistema. Lasciare aperte solo le vie della criminalità e dell’integrazione in un sistema di sfruttamento lascia poco spazio alla risposta e alla ribellione, in primo luogo di fronte alla violenza subita, e in secondo luogo di fronte alla mancanza di diritti. La semplice integrazione in un sistema che discrimina e sfrutta è mitezza. È la stessa pace e rispetto della legge che viene richiesta a chi sta in fondo, mentre ci viene rubato il diritto di abitare nelle nostre città, o diventiamo più poveri anno dopo anno mentre i ricchi si arricchiscono, spesso violando la legge e traendo profitto dalla violenza.

Lotta contro l’eredità

Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne. Di fronte a questa eredità astratta che serve a giustificare la supremazia e la morte altrui, dobbiamo indicare ciò che in realtà cercano di proteggere sotto tanta retorica: la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno eredi, il mondo diviso tra sempre meno proprietari, l’avidità che penalizza anche quegli scagnozzi che, invece di ribellarsi a chi amareggia il loro presente e ne ipoteca il futuro, dispiegano tutta la loro forza ed energia politica per difendere gli interessi altrui. Ogni impero ha bisogno dei suoi battaglioni di imbecilli e mercenari.

La strategia dell’altra parte è ben congegnata e ha funzionato per secoli, ma è solo una parte della storia. L’altra parte, quella che risponde e la contesta senza mezzi termini, si sta facendo sentire sempre di più. È quell’eco internazionalista che si agita di fronte al genocidio in Palestina, è quella vertigine storica che riconosciamo nelle cacce all’uomo a Torre Pacheco o a Los Angeles. Che si sono verificate negli ultimi mesi e anni in Irlanda o nel Regno Unito, nelle isole greche o a El Ejido. È orribile, ma non è solo orribile; è anche il fondamento che attiva il diritto a resistere, a sfidare un’eredità razzista e coloniale che non vogliamo, a unirci attorno a qualcosa di molto più concreto del nostro amore per la frittata di patate o la siesta – se di questo si occupano le tanto decantate usanze spagnole – che è il diritto di tutti alla vita, alla libera circolazione e all’uguale accesso alle risorse che la terra ci offre, di fronte a quella spinta accumulatrice che oggi mostra il suo volto più suprematista.

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lunedì 21 luglio 2025

Spagna: Sei attiviste condannate a tre anni di carcere, insorgono i sindacati - Marco Santopadre

I sindacalisti – note come “le sei della Suiza” – si sono consegnati spontaneamente alle autorità carcerarie locali dopo che mercoledì gli è stato notificato l’ordine di carcerazione emesso dal tribunale che le ha condannate per “minacce gravi” e “ostruzione alla giustizia” al termine di un processo durato otto anni.

Dopo aver perso tutti i ricorsi, gli imputati avevano presentato nelle settimane scorse un appello al Tribunale Europeo dei Diritti Umani, mentre l’amministrazione regionale delle Asturie – formata dai socialisti e da alcuni partiti di sinistra – si è pronunciata a favore dell’indulto chiesto a gran voce da 22 organizzazioni sindacali, comprese quelle maggiormente rappresentative.

Ma il tribunale competente ha comunque ordinato l’arresto. Già all’inizio di giugno il titolare della prima corte della sezione penale di Gijon, Lino Rubio Mayo, aveva deciso di non sospendere la condanna come da richiesta della difesa e di decine di organizzazioni sindacali, sociali e politiche, perché gli imputati non avrebbero mostrato rimorso.

I fatti al centro della vicenda risalgono all’inizio del 2017, quando una lavoratrice della Pasticceria “La Suiza” di Gijon chiese supporto giuridico al sindacato CNT (Confederación Nacional del Trabajo) dopo aver denunciato le pessime condizioni di lavoro alle quali veniva da tempo sottoposta da parte del proprietario. All’epoca alla lavoratrice, incinta, venivano imposte mansioni che mettevano a rischio la gravidanza, come trasportare sacchi di farina pesanti decine di kg. Al sindacato la giovane raccontò poi anche di numerosi approcci sessuali molesti da parte del proprietario (un’accusa che però il tribunale locale decise però di archiviare). Dopo un litigio con il compagno della lavoratrice – che subito dopo decise di licenziarsi – il proprietario lo denunciò per “danneggiamenti”.

Il sindacato che rappresentava la dipendente, presente all’interno del posto di lavoro, chiese quindi al proprietario di versare degli arretrati, un risarcimento per la lavoratrice e il ritiro della denuncia nei confronti del compagno.

Di fronte al rifiuto da parte della proprietà di versare il dovuto all’ex dipendente e per denunciare le molestie sessuali e il mobbing alla quale era stata sottoposta la lavoratrice, la CNT decise di organizzare delle iniziative di informazione e l’indizione di uno sciopero. Nel corso di quest’ultimo, gli attivisti sindacali organizzarono un picchetto davanti all’ingresso dell’impianto di lavorazione. Il proprietario denunciò i sei attivisti sindacali ottenendo il sostegno del tribunale che nel 2021 emise la condanna a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di consistenti multe, confermati poi nei successivi gradi di giudizio.

A favore dei sei processati negli ultimi anni si sono tenute manifestazioni di diverso tipo in tutto il paese. Lo scorso 29 giugno più di ottomila persone, arrivate dalle Asturie ma anche dalle regioni limitrofe, hanno protestato contro le condanne a Gijon, al grido di “Fare sindacalismo non è reato”.

I promotori della manifestazione hanno denunciato l’assurdità della condanna. Il giudice Lino Rubio Mayo ha infatti considerato “minacce gravi” la mobilitazione sindacale contro il proprietario dell’attività economica, condannando gli imputati a due anni di carcere, ma ha aggiunto un altro anno e mezzo di reclusione considerando il tentativo di arrivare ad un accordo da parte della CNT – obiettivo naturale e legittimo di ogni conflitto sindacale – una forma di “ostruzione alla giustizia”. Per questo le varie mobilitazioni organizzate finora hanno bollato la decisione del tribunale come “un attacco intollerabile alle libertà sindacali e democratiche” e “un precedente gravissimo che apre la strada alla repressione nei confronti delle legittime proteste della classe lavoratrice”.

Il magistrato in questione è lo stesso che nel 2005 condannò i sindacalisti Cándido e Morala, attivisti della Corrente Sindacale di Sinistra, una vicenda che ispirò lo straordinario film “Los lunes al sol” diretto da Fernando León de Aranoa.

Secondo Rubio Mayo, la campagna della CNT obbligò il proprietario a vendere l’attività. In realtà è noto che la proprietà aveva messo in vendita “La Suiza” già un anno prima dell’inizio del conflitto con l’organizzazione sindacale.

Le condannate sono una veterinaria, un’artista, un’assistente sociale, una lavoratrice dei trasporti e un’impiegata nella ristorazione, mentre l’unico uomo è un docente.

A loro favore si sono tenute ieri sera nuove mobilitazioni in tutta la Spagna e altre sono state indette per oggi, mentre anche alcuni membri del governo spagnolo hanno reso nota l’intenzione di associarsi alla richiesta di indulto.

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domenica 6 aprile 2025

Il silenzio degli agnelli - Carlos X. Blanco

 

Ci conducono, come se fossimo agnelli, al macello. I cittadini dell'Europa occidentale sono stati agnelli per molto tempo. Un agnello è mansueto anche quando finge di non esserlo e mostra i suoi denti da erbivoro ai lupi e ad altra fauna: i lupi che sono liberi nel mondo, e le iene che guidano il gregge, lo sanno, ed è per questo che stanno preparando l´olocausto per questo gregge di pecore con i denti scoperti. Ursula e Sanchez sono erbivori guidati da lupi molto feroci nell'ombra.

Sarà l'olocausto degli europei, con la complicità - attiva o passiva - della cosiddetta sinistra.

Uno dei riferimenti teorici della sinistra spagnola, Manolo Monereo, in una recente intervista per la pubblicazione “El Viejo Topo” [numero di marzo 2025, in dialogo con Miguel Riera], ha sostenuto, con una grande dose di realismo, che la vera sinistra non esiste più. Ci può essere la destra e l'ultradestra, o la sinistra neoliberale (woke, progressista, arcobaleno, postmoderna o come la si voglia chiamare). E quest'ultima non è certo la vera sinistra. È semplicemente l'ala “progressista” della destra neoliberista di sempre.

In questa intervista, Monereo propone una traversata del deserto, cioè una lenta e faticosa ricostruzione della sinistra, assumendo - ancora una volta - tutti i suoi valori irrinunciabili (repubblicanesimo, socialismo, uguaglianza tra cittadini e tra territori), ma, dice, senza spendere un solo minuto per criticare la sedicente ma falsa sinistra, oggi e di recente al potere in Spagna e in altri paesi europei.

Una sinistra chiaramente atlantista (e quindi guerrafondaia), neoliberista, globalista, transumanista, immigrazionista e - in breve - nemica delle classi popolari o lavoratrici.

Un errore grossolano, in mezzo a tutto il buon senso che Monereo emana. Modestamente, e con affetto, vorrei farglielo notare. Tutti i populismi neoliberali della peggior specie (Trump e l'Alt Right anglosassone, Milei e la sua motosega in Argentina, Meloni e il suo otanismo in Italia, il sionista Abascal nella stessa Spagna...) tutti esemplari prodotti dallo stesso feroce capitalismo, non possono essere combattuti se prima non si elimina radicalmente ogni confusione: resta un pregiudizio nominalista (e Monereo lo commette) chiamare “sinistra” ciò che, senza ulteriori indugi, continua a qualificarsi come tale. Nel governo spagnolo, accanto a Pedro Sánchez, c'è una signora che è secondo vicepresidente del governo e si finge “di sinistra”, la vicepresidente del governo spagnolo: Yolanda Diaz. Persino Pedro Sanchez e tutta la sua schiera di socialisti fustigatori sono “di sinistra”, se dobbiamo ascoltare le loro dichiarazioni.

Ma concentriamoci su Yolanda. È la leader del partito politico Sumar che, ogni giorno che passa del governo socialista di Sánchez, sprofonderà sempre di più nel guerrafondaio, nei tagli criminali alla spesa sociale e nella russofobia. Con l'inoperosità e la mera “postura” degli altri gruppi di sinistra (Podemos, Izquierda Unida, Compromís...), la Spagna si sta unendo alla schiera di agnelli pronti a entrare in una guerra folle, ingiusta e non vincibile, e tutta questa sinistra affamata di posizioni, stipendi e indennità è complice.

Nella questione del presunto riarmo dell'Europa, un desiderio che implica un esborso e un indebitamento senza precedenti per le martoriate economie nazionali dell'Occidente, abbiamo il vero banco di prova della “sinistra”. Nessuno di questi partiti di establishment (partitocrazia) è stato in grado di unire un vero fronte civico, al di là delle differenze ideologiche, strategiche o tattiche tra loro. Non è che non si sia formato un blocco di solidarietà con il popolo russo (che dovrebbe essere il riflesso innato del popolo spagnolo e di altri nostri vicini), dato il profilo dittatoriale di Zelensky e il suo non celato ruolo storico di fantoccio dell'Impero occidentale. Lungi da manifestazioni di massa in solidarietà con la Federazione Russa, lungi anche dal vedere le strade spagnole piene di manifestanti per la pace e la neutralità, i cittadini sono indifferenti quando non ingoiano (e qui c'è molto da ingoiare!) la narrazione ottomana di uno “zar” o di un “nuovo Stalin” che minaccia di portare i suoi carri armati o i suoi missili a Madrid o a Lisbona.

Sono ogni giorno più convinto della necessità di superare queste etichette feticiste (“sinistra”, “destra”, “populismo”). Un'alternativa repubblicana, popolare, socialista, che si opponga veramente al sistema corrotto che mantiene i Paesi dell'Europa occidentale in un regime di colonia, vassallaggio, protettorato è ciò che va costruito con tenacia.

“Essere di sinistra”, mettendosi alle spalle le aggettivazioni di moda (neoliberista, arcobaleno, atlantista, governativa, transfemminista...) non è essere di sinistra. È, prima di ogni altra cosa, uno scherzo e una contraddizione.

Pertanto, a Monereo o a chiunque di noi voglia uscire dalla NATO, dall'UE, dall'Agenda 2030, dall'Euro, dall'“asse occidentale”, dal delirio multiculturale, transgender, transumanista, e così via, direi solo due parole: Critica feroce!

Il peggio del populismo, per quanto si possa anteporre la lettera U-L-T-R-A, è dietro l'angolo. Un sacco di gente arrabbiata comprerà la merce avariata, difficile da digerire e puzzolente che, curiosamente, avrà come ingredienti il fascismo sionista, l'impero del dollaro e della tecnologia, il neoliberismo più rigido e il massacro più apocalittico delle classi medie e lavoratrici del cosiddetto Occidente. per porre fine a talune dolorose ingiustizie Questa è la chiave dei vari populismi che una sinistra tendenzialmente ottusa chiama “nazismo”.

O si ricostruisce questa alternativa repubblicana, socialista e democratica, al di fuori della NATO e dell'UE, o arriverà il peggiore dei lupi e il più sinistro dei mattatoi. O la guerra stessa.

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mercoledì 19 aprile 2023

Scusate se vi parlo ancora di Pertur - Gianni Sartori

  

Con la scomparsa di Concutelli scompare anche la possibilità di far chiarezza (o meglio, ulteriore chiarezza perché sulla sostanza ne sappiamo quanto basta) sia in generale sulla “guerra sucia” operata da Madrid nei confronti dei rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (Paese Basco sotto amministrazione francese) sia in particolare sulla scomparsa di Pertur. Avevo sempre detto che prima o poi, almeno per la Storia se non per la Giustizia, Concutelli avrebbe sollevato il velo impietoso delle complicità, depistaggi, reticenze, bugie, falsità etc sulla questione. Invece silenzio, fino alla fine. Pace all’anima sua e pazienza. Resto comunque del parere che i neofascisti italiani ospitati in Spagna furono anche braccio armato del regime franchista e post-franchista

Il tutto era nato parecchio tempo fa dalla perplessità per una dichiarazione (di un avvocato) secondo cui Pierluigi Concutelli NON avrebbe potuto comunque prendere parte al sequestro e all’eliminazione di Pertur (Eduardo Moreno Bergaretxe) come invece sospettano da tempo i compagni baschi (sostenuti in questa convinzione dalle dichiarazioni di alcuni ex membri delle varie squadre della morte parastatali: ATE; BVE, GAL…) dato che “all’epoca era l’uomo di fiducia di Savimbi, capo dell’UNITA, e stava in Angola”.

Rinfresco la memoria: Jonas Malheiro Savimbi e l’UNITA erano sostanzialmente collaborazionisti dell’imperialismo statunitense e soprattutto del Sudafrica razzista che aveva introdotto l’apartheid anche in Namibia. Sorvoliamo pure sul fatto che anche nel suo ambiente (vedi le dichiarazioni di Stefano Delle Chiaie) si sostiene che in realtà Concutelli in Angola non ha mai messo piede continuando a fare la spola tra Spagna, Francia e Italia. (NOTA 1)

Avrei comunque qualche obiezione.

Prima obiezione: nel libro “Destra estrema e criminale” (di Gianluca Semprini e Mario Caprara ) Concutelli si confidava e raccontava che, proprio nel 1976, sarebbe sbarcato a Nizza proveniente, a suo dire, dall’Angola per incontrarsi con i “suoi” in Corsica. Si sarebbe invece fermato un giorno in più a Nizza per assistere a un concerto dei Rolling Stones (tanto per rilanciare l’immagine, taroccata e stantia, del militante di destra “alternativo e anti-sistema”) andando a Bastia il giorno dopo. Per la cronaca, quando Pertur scomparve viveva in Ipar Euskal Herria (Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese) raggiungibile da Nizza in poche ore.

Seconda obiezione: nel luglio 1976 sono state TRE le azioni significative rivendicate dalla banda criminale denominata Ordine Nuovo.

1.      a) 10 luglio, assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che stava indagando sui rapporti tra Ordine Nuovo, P2 e criminalità organizzata) con un mitra Ingram in dotazione alla Guardia Civil spagnola (presumibilmente una delle armi fornite dalla G.C. ai fascisti per assassinare i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria).

2.      b) 23 luglio, rapina di armi a Villa Pacifici (S. Pastore di Tivoli) e omicidio di A. Cipriani. A questa azione, solo a questa nel luglio 1976, Concutelli NON partecipa. Strana coincidenza. Si svolge proprio nel giorno della scomparsa di Pertur (. Sul momento avevo pensato di aver involontariamente trovato quasi uno “scoop” (anche se con oltre 40 anni di ritardo), ma poi dovetti ricredermi. La strana coincidenza era già stata segnalata da Elisabetta Rosaspina, anche se forse in maniera frettolosa e non troppo accurata (e per questo severamente fustigata dal Tassinari). Nel suo articolo la corrispondente da Madrid del Corsera si richiamava al documentario realizzato da Angel Amigo (“El caso Calore. Asesinado de un testigo protegido”). Dove si riportavano le dichiarazioni rese nel marzo 2009 da Calore (assassinato nell’ottobre 2010 poco prima di un nuovo incontro con i giudici spagnoli che indagavano sulla scomparsa di Pertur)al giudice dell’Audiencia Nacional Fernando Andreu.

Calore aveva raccontato di aver anche visitato la “Fabrica”, la masseria dove venivano torturati e fatti sparire i rifugiati baschi sequestrati in Iparralde.

1.      c) sempre nel luglio 1976, rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro a Roma (bottino: 460 milioni di lire).

Ripeto: Concutelli partecipò alle azioni alla prima e terza non alla seconda.

“E con questo?” – obietterà qualcuno – “Cosa si vorrebbe dimostrare?”.

La coincidenza non implica automaticamente la presenza di Concutelli al rapimento di Pertur, ma nemmeno si può escluderla con la scusa che “stava in Angola”. Certo che come “coincidenza” è strana, perlomeno.

Pertur, cioè Moreno Bergaretxe Eduardo (NOTA 2) era nato a Donostia (Hego Euskal Herria, Paese Basco sotto occupazione spagnola) nel 1950. Militante di ETA, fu costretto all’esilio in Ipar Euskal Herria nel 1972. Convinto che la sola possibilità di continuare a lottare contro il franchismo fosse una organizzazione “que ligara la lucha armada con la luche de masas”, divenne uno dei primi esponenti della corrente politico-militare. Come è noto, nel 1974 (3° Biltzar Ttipia: Assemblea di ETA) si giunse alla divisione tra milis e polimilis. Nel 1976 ETA-pm sequestrò l’industriale Angel Berazadi. Indicato dalla stampa spagnola come il rappresentante di ETA-pm nelle trattative (e mentre sua madre veniva sequestrata dal capo della polizia di Irun.) Pertur scomparve il 23 luglio 1976, a Behobia, mentre si recava ad un appuntamento con un presunto esponente dell’opposizione spagnola. Solo alcuni aspetti della vicenda sono stati finora documentati. Alle 10 di mattina del 23 luglio, in una Seat 850 di colore bianco, si incontrarono nei pressi di Biriatu (nella provincia basca “francese” di Lapurdi) gli ispettori della BPS di San Sebastian (Donosti): Ferreiros, Lopez Arribas e José Maria Escudero Teja.

Quest’ultimo, notoriamente, era membro dei “Grupos de Accion del Norte” incaricato della lotta contro ETA (guerra sporca compresa).

Retrospettivamente, possiamo dire che anche l’anno 1976 (il primo dopo la morte del caudillo e boia Franco) fu per i baschi uno di quelli “vissuti pericolosamente”.

In marzo vi fu lo sciopero generale e a Gasteiz (Vitoria) e si contarono cinque vittime della polizia: Romualdo Chaparro, Francisco Aznar, Iosé Maria Martinez Ocio, José Castillo Garcia, Bienvenido Pereda Moral. In memoria di quella strage (passata alla storia come “semana tragica”) il cantautore catalano Lluis Llach scrisse “Campanadas a mort” (https://www.youtube.com/watch?).

In aprile avvenne l’evasione dal carcere di Segovia di 29 militanti antifranchisti, in maggioranza militanti di ETA-pm e di ETA-m. Vi presero parte anche alcuni esponenti della Liga Revolucionaria e il catalano Oriol Solé (NOTA 3) del MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich. Per una serie di sfortunate coincidenze la fuga finì in tragedia. Tra le vittime, Oriol Solé ucciso dalla Guardia Civil.

In maggio vi fu l’assalto squadrista di Montejurra (Jurramendi in euskara) dove i fascisti uccisero due esponenti della componente democratica del Carlismo: Ricardo Garcia Pellejero e Aniano Jimenez Santos. Circa duecento mercenari dell’estrema destra (compresi esponenti del BVE e del GAL), sotto lo sguardo benevolo della Guardia Civil, aprirono il fuoco contro i seguaci di Carlos Hugo de Borbon Parma. Immancabile la presenza dei soliti noti: gli italiani di estrema destra che vennero anche fotografati.

E infine, in luglio, la scomparsa di Pertur.

Concludo. A questo punto, almeno per ragioni storiografiche, sarebbe giunto il momento di chiarire il ruolo (suggerisco: manovalanza?) dei vecchi arnesi del neonazifascismo nostrano nella “guerra sucia” condotta dallo Stato spagnolo contro i dissidenti baschi. Anche dopo la fine del franchismo, ovviamente.

NOTA 1: durante la Guerra Civile (1936-1939) Mussolini e Hitler vennero prontamente in aiuto dei golpisti (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…). Relativamente famosa (e degna di nota per sottolineare le responsabilità vaticane nel santificare la “crociata” fascista contro la legittima Repubblica spagnola) la foto dell’arrivo in Spagna nel pieno della Guerra Civile (per “dare sostegno morale” alle truppe franchiste e fasciste) della “Madonna di Loreto”, aviotrasportata e accompagnata da cappellani militari con gradi e paramenti sacri. Nella sconfitta dei Repubblicani l’appoggio nazi-fascista svolse un ruolo preponderante e anche questo spiega l’ospitalità generosamente offerta da Franco ai neofascisti italiani (Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Mario Ricci, Carlo Cicuttini, Piero Carmassi, Augusto Cauchi…) in cambio di qualche modesto favore come la partecipazione alle squadre della morte antibasche. Franco, ovviamente, accolse anche vari esponenti di spicco del nazismo storico: fra questi, il capo del contingente vallone delle Waffen SS Lèon Degrelle e Otto Skorzeny, l’ufficiale nazista di origine austriaca che andò a prelevare Mussolini provvisoriamente imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso (12 settembre 1943).

NOTA 2: su Pertur vedi “Diccionario historico-politico di E.H.”, Inaki Egana, 1996 (pag. 602) e “ETA, storia politica dell’esercito di liberazione dei Paesi Baschi”, L. Bruni, 1980 (pag. 243).

NOTA 3: il 2 marzo 1974, mentre Salvador Puig Antich veniva condotto all’esecuzione, in un’altra cella del carcere Modelo il militante del MIL Oriol Solé (condannato a quaranta anni) iniziava a scrivere il suo ultimo libro. La dedica era per l’amico “mort construint una vida millor”. Forse non pensava che sarebbe diventato anche il suo epitaffio. Due anni dopo, aprile 1976, Oriol prese parte alla storica evasione di massa dal carcere di Segovia (a cui prese parte anche Angel Amigo che ne parlerà in un suo libro) quando ben 29 prigionieri politici presero il volo. L’operazione era stata organizzata meticolosamente da ETA-pm e da ETA-m e consisteva nello scavo di una galleria che, attraverso la rete fognaria, permise ai militanti di raggiungere l’esterno. Dopo essersi riforniti di armi attraversarono mezza Spagna nascosti in un camion, opportunamente attrezzato e fornito di regolari documenti, riuscendo a giungere incolumi a pochi chilometri dalla frontiera francese. Purtroppo alcuni contrattempi e un banale equivoco sulla parola d’ordine portarono al fallimento. Solo in cinque riuscirono a superare la frontiera mentre gli altri vennero catturati mentre vagavano feriti e assiderati nella nebbia. Esperienza quasi ricorrente nella storia della resistenza antifranchista. Basti citare il fratello minore di Sabaté (El Quico), poi catturato e fucilato. Due dei fuggiaschi vennero uccisi dalla Guardia Civil, uno di questi fu appunto Oriol Solé. La sua morte confermava la sostanziale continuità repressiva del post-franchismo.

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lunedì 7 novembre 2022

Elogio ai migranti economici


I migranti economici sono quelle persone che abbandonano il loro paese (sperando un giorno di tornarci) per cercare un lavoro che permetta di vivere e mandare un po’ di soldi a casa.

Mio nonno era un migrante economico, all’inizio del ‘900 ha lavorato in Francia, in Algeria (quando era una colonia francese) in miniera, a Genova all’Ansaldo, voleva andare negli Stati Uniti, anni di pacchia, senz’altro.

A Ellis Island (chi non sa veda questo film) c’è un database (ecco il sito: https://www.libertyellisfoundation.org/passenger) con i nomi di decine di milioni di persone passate per quell’isoletta, vicino alla Statua della Libertà.

In Brasile e in Argentina sono arrivati qualche altro milione di italiani, fra gli altri, e qualche italiano, mi sembra, è andato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Spagna, anche adesso.

Ma restiamo a Ellis Island: ho provato a frugare solo in quel database e ho trovato che sono stati registrati

Meloni 479 persone

Salvini 255 persone

Butti 240 persone

Fazzolari 232 persone

Musumeci 460 persone

Locatelli 557 persone

Nordio 113 persone

Crosetto 102 persone

Giorgetti 550 persone

Urso 1246 persone

Calderone 1362 persone

Bernini 174 persone

Schillaci 562 persone

 

Delle due l’una: o quei melonisalviniursogiorgetti erano tutti rifugiati e perseguitati politici come Pertini, i fratelli Rosselli, Gobetti oppure erano, udite, udite, che SCANDALO, che ORRORE, erano MIGRANTI ECONOMICI.

I melonisalviniursogiorgetti che governano l’Italia dovrebbero chiedere l’espulsione, e il rimpatrio in Italia di tutti i melonisalviniursogiorgetti (e i loro discendenti) che popolano il mondo, indegni migranti economici.

Se non lo faranno mi viene in mente quel pensiero sintetico ed efficace di Boris Vian (lo indirizzava al dottor Schweitzer), che con mio nonno migrante economico (morto da molti anni, ma sarebbe d’accordo, lo so) potremo indirizzare ai signori salvinidimaioconte (e a tutti quelli che disprezzano i migranti economici), parole semplici e chiare: CI FATE CACARE!


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