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domenica 26 luglio 2026

C’era un ragazzo sull’asfalto - Haidi Giuliani

Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.

È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.

“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.

Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.

Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli.

Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.

Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle.

Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”.

Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti.

Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani.

Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione.

Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.

Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa…

Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.

Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.

Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”.

Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.

La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci.

All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.

2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo.
2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere.
2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti.
2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza.
2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere.
2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini.
2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio.
2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis.
2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco.
2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco.
2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare.
2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”.
2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri.

L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili.

Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi.

A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza.

Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di-
mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia
garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo…

Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”.

Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei.

Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà.

Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta.

A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova
e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”.

La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato.

Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi.

Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca.

Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola
Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni.

Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro
Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in
Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la
lotta del popolo No Tav.

L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il
nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e
evidenziando la mancanza di leggi adeguate.

Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo.

Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach!

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lunedì 8 dicembre 2025

Giustizia. L’Egitto è vicino - Domenico Gallo

 

Sono già in circolazione i primi sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani al preannunciato referendum sulla legge di riforma costituzionale dell’assetto della magistratura. I sondaggi mostrano una prevalenza del SI di oltre 10 punti. Questo pronostico in realtà non deve impressionare perché nel referendum costituzionale, nel quale non c’è quorum, quello che conta è il numero degli elettori dell’uno e dell’altro schieramento che si recheranno effettivamente a votare. La falsa denominazione della riforma come separazione delle carriere propone un tema astruso per la gran parte del corpo elettorale che, nel referendum sul tema che si svolse il 12 giugno del 2022 vide una scarsissima partecipazione al voto. L’affluenza alle urne fu appena del 20% e votarono Si a un quesito illeggibile, divulgato come separazione delle carriere, appena 5.661.880 elettori. Nel prossimo referendum il corpo elettorale sarà chiamato a pronunciarsi col voto su questioni tecniche relative all’ordinamento giurisdizionale che per la gran parte dei cittadini risultano incomprensibili. Come fa il cittadino comune ad orientarsi sulla separazione delle carriere, sulla divisione in tre del Consiglio Superiore della magistratura, sulla scelta per sorteggio dei membri togati di tali organismi?

Per poter effettuare una scelta il giorno del voto gli elettori dovranno necessariamente affidarsi all’interpretazione autentica della riforma, e agli effetti che potrebbe produrre, come ci vengono prospettati dai suoi artefici. Ha cominciato la presidente del Consiglio Meloni che, di fronte alla bocciatura da parte della Corte dei Conti della delibera CIPESS sul Ponte dello Stretto, ha reagito stizzita qualificando il provvedimento come: «l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento» e ha precisato che la riforma costituzionale della giustizia rappresenta «la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza». Il concetto che la riforma serve a bloccare l’invasione di campo della magistratura nelle scelte del potere politico è stato maggiormente specificato dal sottosegretario alla presidenza Mantovano: «Oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale che voglia raggiungere certi obiettivi, si pensi all’Ilva grazie a decisioni giudiziarie. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta». Ha ulteriormente chiarito gli effetti desiderati della riforma il ministro Nordio quando, in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». In altre parole, una magistratura addomesticata gioverebbe a qualunque maggioranza politica.

Al di là di tutti i tecnicismi, il senso della riforma è quello di impedire che la magistratura possa fare un’invasione di campo nelle scelte del Governo, anche laddove quelle scelte riguardano settori suscettibili di impattare diritti fondamentali della persona come la salute, la libertà del dissenso, il diritto di essere salvati per i naufraghi. Secondo questa concezione la magistratura deve tutelare i diritti ma non può spingere questa tutela fino al punto di interferire con le scelte della politica.

A questo punto bisogna chiedersi qual è il modello ideale di giustizia a cui aspirano i riformatori nostrani? C’è un paese che nella sua Costituzione assicura la massima protezione alla dignità di ogni persona (articolo 51: «La dignità è un diritto di ogni persona che non può essere violato»), bandisce la tortura (articolo 52), riconosce come inviolabile la libertà personale e garantisce in modo scrupoloso i diritti dell’imputato (articolo 54: «La libertà personale è un diritto naturale che è tutelato e non può essere violato. Salvo i casi di flagranza di reato, i cittadini non possono essere fermati, perquisiti, arrestati […] se non in base a un mandato di arresto giudiziario […]. Tutti coloro la cui libertà è stata limitata devono essere immediatamente informati dei motivi che ne hanno determinato la limitazione, […] e tradotti dinanzi all’autorità inquirente entro ventiquattro ore». È persino prevista in Costituzione l’istituzione di una sorta di Tribunale della libertà: «Coloro che hanno subito una limitazione della libertà hanno diritto di ricorso dinanzi all’autorità giudiziaria. La sentenza deve essere emessa entro una settimana da tale ricorso, altrimenti il ricorrente deve essere immediatamente rilasciato». La Costituzione detta anche le norme sul giusto processo (articolo 55: «Tutti coloro che sono arrestati, detenuti o hanno la libertà limitata devono essere trattati in modo da preservare la loro dignità. Non possono essere torturati, terrorizzati o sottoposti a coercizione. Non possono essere danneggiati fisicamente o mentalmente. […] Ogni violazione di quanto sopra costituisce un reato e il colpevole sarà punito a norma di legge»). Ovviamente questa Costituzione riconosce formalmente l’indipendenza della magistratura (art. 184), istituisce un Consiglio Superiore presieduto dal Capo dello Stato (art. 185); come la Costituzione italiana, prevede che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 186). Ma le norme che disciplinano il potere giudiziario svuotano di contenuto l’indipendenza attribuendo al Capo dello Stato il potere di nominare i vertici degli organi giudiziari. Questo paradiso dei diritti ha un solo neo: si tratta dell’Egitto.

Com’è possibile che in un paese con una Costituzione così “garantista”, un giovane come Giulio Regeni venga arrestato segretamente, torturato e ucciso e che i suoi assassini vengano protetti fino al punto che sia negata all’autorità giudiziaria italiana la possibilità di citarli in giudizio? La risposta è semplice. In quel paese l’indipendenza è stata taroccata per cui non si consente alla magistratura di fare invasioni di campo o di ficcare il naso nelle scelte della politica che riguardano la “sicurezza” del potere politico. L’esperienza egiziana dimostra che tutte le carte dei diritti, anche se fondate su Costituzione, sono carta straccia in assenza di un potere giudiziario realmente indipendente dal potere politico.

L’intento di Giorgia Meloni di addomesticare l’esercizio della giurisdizione per renderlo funzionale alle scelte politiche della maggioranza ha un impatto immediato sulla sicurezza dei diritti dei cittadini. Si possono fare tanti esempi. Quello più eclatante è rappresentato dai fatti del G8 di Genova del luglio 2001, quando il nuovo Governo di destra al potere sperimentò un nuovo modello di gestione dell’ordine pubblico. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, circa 300 agenti di polizia fecero irruzione nella scuola Diaz-Pertini, dove erano accampati i manifestanti, sostenendo di cercare i black bloc responsabili di devastazioni in città. Sottoposero tutte le persone che dormivano nella struttura a un violento pestaggio che provocò lesioni gravi e gravissime, arrestò 93 persone e falsificò le prove per giustificare il blitz. Amnesty International definì l’episodio come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale». Questo nuovo modello di gestione dell’ordine pubblico, che uno dei suoi artefici (il vicequestore Michelangelo Fournier) qualificò come “macelleria messicana” (forse sarebbe più esatto definirlo modello egiziano) fallì miseramente. Tutte le persone arrestate furono immediatamente liberate dalla magistratura ligure. La Procura incriminò 25 funzionari e dirigenti di polizia, che poi furono condannati, con sentenza definitiva della Cassazione del 5 luglio 2012 per falsi ideologici e calunnie (nessuno fu condannato per le violenze dirette poiché i reati di lesioni nel frattempo si erano prescritti). I fatti di Genova non si sono più ripetuti per la semplice ragione che il potere politico non può garantire l’impunità per fatti simili fin quando resiste la garanzia di un potere giudiziario indipendente. Taroccare l’indipendenza della magistratura è una via che ci conduce dritti in Egitto.

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mercoledì 24 luglio 2024

Loro uguali nel tempo, noi fratelli tutti - Luca Casarini

 

Nel parcheggio oltre il cancello di ferro della caserma di Bolzaneto, c’erano sei blindati, un’ambulanza incastrata tra due defender, un’alfetta dei carabinieri. I ragazzi venivano fatti scendere alla svelta, braccia incrociate dietro la testa, qualcuno ammanettato con le fascette di plastica. Quattro gradini e oltre la porta in vetro, cominciava la festa. Stavano in piedi su due file, manganelli alzati, tirapugni, caschi in mano da usare come clava. Era il benvenuto per i prigionieri, le prede catturate senza nemmeno troppa fatica. La gragnuola di colpi cominciava subito, dai primi della fila, in testa, in faccia, sulle costole. Per chi cadeva bloccando la “sfilata” dell’orrore, calci in bocca, anfibi sulla testa, mani con i guanti neri d’ordinanza che stringevano il collo tirando su di peso, lasciando senza più fiato. Sangue, odore di urina, di paura, di morte. “Un due tre, Viva Pinochet!”, “Viva il Duce, comunisti di merda, ora vi ammazziamo”. Non c’era il tempo per neanche per gridare, e le urla comunque erano quelle dei militari, eccitati, onnipotenti.

Sudati come maiali gli agenti godevano, erano in orgasmo collettivo, si caricavano uno con l’altro. “Te lo passo, dai, al volo!”. Il ragazzetto con i rasta, diciott’anni scarsi, aveva già gli occhi tumefatti, e non vedeva più nulla, solo rosso che diventava nero. Sentiva in bocca il sapore ferroso del sangue che gli colava dalle ferite in testa, dai dread impastati che qualcuno, da dietro, aveva afferrato per lanciarlo in avanti. Il colpo gli arrivò tra la bocca e il naso, al volo come promesso. Il tonfo secco gli aveva spaccato il setto nasale, i denti dell’arcata superiore, lo zigomo già gonfio da prima. “Dammi il cinque camerata!”.

Una volta superate le forche caudine dell’ingresso, si apriva il cancello interno che dava accesso alle celle. Li spingevano al di là del varco, buttandoli dentro come sacchi di immondizia. Dall’altra parte della porta, il sole accecante del deserto ti veniva incontro con così tanta forza che non sapevi se era per abbracciarti o per soffocarti. Il viaggio era stato di un tempo indefinito, anche se quel pulsare delle ferite e degli ematomi, era come avere un orologio interno.

Le botte al porto di Sfax, le fascette strette ai polsi tanto da farti gonfiare le braccia, facevano ancora troppo male per pensare a cosa sarebbe successo. Nel cassone del pick-up dei militari l’ordine era di guardare a terra, di non provare ad alzare lo sguardo nemmeno per sbaglio. Le donne invece erano distese. Le due incinte le avevano colpite alla pancia appena avevano capito il loro stato. “Meglio ammazzarli prima che nascano” diceva sempre il capo brigata. D’altronde per guadagnarsi quei gradi nella sgangherata Guardia Nazionale Tunisina, ci aveva pur dovuto mettere del suo. Il pick up era nuovo di pacca invece. Donato dall’Italia per deportare “le scimmie” come li chiamavano al porto, dopo la cattura in mare. Dalla “Mare Jonio”, la nave del soccorso civile, avevano visto tutto. I lacrimogeni sparati dalla motovedetta direttamente in faccia ai naufraghi, che avevano fatto l’errore di chiedere pietà, almeno per i bambini. Quindici morti, alcuni galleggiavano altri erano già sul fondo del mare al largo di Sfax. Ai ripescaggi dei morti affogati ci avrebbero pensato i pescatori, dalla spiaggia. Tanto poi finivano tutti nella fossa comune dietro l’Istituto di Medicina Legale.

La Guardia Nazionale aveva ordini precisi: non devono arrivare in Italia, altrimenti sarebbero saltati gli accordi e soprattutto, i soldi del programma “cooperazione per l’Africa” non sarebbero stati accreditati. “Adesso stai in piedi, faccia al muro, e se vuoi pisciare ti pisci addosso”. Mentre urlava, l’agente dei Gom, il Gruppo Operativo Mobile della Penitenziaria, istituito nel 1999 dall’allora ministro “comunista” Oliviero Diliberto, spingeva con il manganello puntato sulla schiena. Scaraventando la donna incinta, ferita ad un fianco e mezza svenuta, giù dal cassone, il militare era stato chiaro “Voi adesso dovete morire qui”. Il deserto era diventato una grande cella nascosta. Chi poteva vedere adesso? A chi si poteva chiedere aiuto? “Mettiti a quattro zampe e fai cane, abbaia, puttana!, che qui non vede niente nessuno, e non puoi chiedere aiuto a nessuno”. La ragazza piena di sangue in faccia e sulle gambe tremava come una foglia. L’unico pensiero era stampato fisso sui suoi occhi: il dolore, la morte.

A Bolzaneto non s’era mai vista una “festa” del genere. Non c’erano ordini precisi, ma i grandi capi erano tutti passati in visita, e avevano dato il via libera con grandi pacche sulle spalle ai loro sottoposti. Il medico stesso, il dottor Toccafondi, aveva appeso il camice bianco all’attaccapanni. “Datemi una mimetica, che non voglio sporcarmi con il sangue di questi bastardi”. Ma la sabbia del deserto, lì, oltre il cancello, confonde ogni traccia. È così bollente che appena tocca la ferita, è come cauterizzarla. E quel caldo, quella distesa di sole sconfinata, lavora instancabile per prenderti ogni goccia di liquido che scorre nel tuo corpo. All’inizio stavano seduti, in cerchio, vicini, mentre le guardie scaricavano gli ultimi. Poi, quando ancora la nuvola di polvere della sgommata del pick up che se ne andava, li avvolgeva, alcuni hanno cominciato a camminare.

“Là c’è la Libia”. Le donne ferite, e due mamme con i loro bambini piccoli che avevano smesso di parlare, di piangere, di chiedere e solo respiravano, con gli occhi chiusi, dicevano di no, che non ce la potevano fare. Sarebbero diventate presto una macchia del deserto. Prima ti svuoti dei liquidi, cominciano a uscire da ogni buco del tuo corpo senza che tu possa fermarli. Assomiglia al mare, a quando anneghi, ma è l’esatto contrario. Mentre affondi nell’acqua e vai giù, il liquido vuole entrare, e lo fa mano a mano che scendi, da ogni buco del tuo corpo. Mentre muori nel deserto invece tutto vuole uscire, abbandonare quella situazione. Si crea una macchia attorno a te, e piano piano la sabbia la inghiotte. Poi tocca alla tua carne, ai bulbi oculari, alle ossa. La sabbia adesso sei anche tu. Come Fati, come Marie.

“Avanti, zecca di merda, canta faccetta nera”.

Bolzaneto, e il deserto. Loro uguali, nel tempo. Noi fratelli tutti.

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martedì 28 dicembre 2021

Genova 2021: quelle torture impunite - Enrico Zucca

 

 

Dopo più di venti anni, l’Italia assume, per il semestre di turno, la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, l’organo che ha fra i suoi compiti anche quello di assicurare l’esecuzione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani. Purtroppo, non può dirsi che si presenti come Stato modello in quel ruolo: proprio in questo volgere di anni si è, infatti, prodotta in reiterate violazioni del diritto a non essere sottoposti a tortura e a trattamenti inumani o degradanti, proclamato dall’art. 3 della CEDU, di cui quella Corte è garante. Questo già dice tanto dell’autorevolezza di uno Stato che calpesta uno dei pochi diritti garantiti dalla Convenzione in modo assoluto (cioè anche in circostanze eccezionali come la guerra o una minaccia alla vita della nazione) in quanto espressione del «valore di civiltà della democrazia occidentale», secondo le parole della stessa Corte di Strasburgo. Non solo, nonostante le sentenze di condanna subite abbiano evidenziato problemi strutturali, inducendo la Corte a dare indicazioni precise sulle urgenti riforme da adottare, l’Italia si è distinta per la sfacciata negligenza a conformarsi alle prescrizioni, quello che appunto si dovrebbe discutere nel Comitato dei Ministri.

Neppure la celebrazione, quest’anno, del ventennale del G8 ha costituito occasione per recuperare terreno e adempiere agli obblighi disattesi con riferimento all’esecuzione del gruppo di condanne che prende il nome dalla sentenza capostipite Cestaro c. Italia, del 7 aprile 2015, la prima sui fatti (di tortura) della scuola Diaz e che comprende le successive Bartesaghi Gallo ed altri c. Italia (22 giugno 2017), oltre quelle per i fatti ( di tortura) di Bolzaneto, Azzolina ed altri e Blair e altri c. Italia (26 ottobre 2017), tutte sentenze che permangono sotto stretta supervisione (enhanced supervision) al Comitato. Il rituale anniversario ha avuto spazio anche in dichiarazioni ufficiali di autorità istituzionali e politiche, che si sono profuse in prese di distanza dal passato (stigmatizzato come non mai, ma ritenuto irripetibile), oltre che in una ampia cerchia di giuristi, avvocati, magistrati, la gran parte emersa da un limbo silenzioso ultradecennale. Ma la celebrazione retorica delle drammatiche vicende di quei giorni non ha sollecitato alcuna risoluzione utile a chiudere il caso dell’esecuzione delle sentenze ancora di fronte al Comitato dei Ministri. Il punto che si vuole sollevare è cruciale e prende spunto dalla recentissima inchiesta condotta dai giornalisti di Altreconomia che, attivando il diritto all’accesso ai dati della pubblica amministrazione, hanno chiesto informazioni sui procedimenti disciplinari nei confronti dei poliziotti condannati o coinvolti nei fatti del G8 genovese (G8 di Genova: inchiesta sulle sanzioni mancate ai poliziotti, in Altreconomia, n.  242, novembre 2021). Con tecnica elusiva, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha rimbalzato alcune volte le richieste, per poi consegnare i pochi dati ritenuti ostensibili, senza alcun riferimento nominativo o utile a portare all’identificazione del personale coinvolto (asseritamente a tutela della privacy dei condannati i cui nomi sono noti e circolano in rete da un decennio). I dati così cavati a forza offrono un quadro desolante e danno conto, non solo dell’insultante originario silenzio opposto alla Corte di Strasburgo che li richiedeva per le sue decisioni, ma anche della immutata linea di condotta tesa a minimizzare e a tollerare fatti pur ritenuti di eccezionale gravità in sede penale. Si apprende infatti ufficialmente che sono state sanzionate in tutto solo 30 unità di personale: 13 con richiamo scritto, 2 con pena pecuniaria, 5 con sospensione disciplinare, compresa tra i 20 giorni e i 6 mesi. Vi sono poi 18 sospensioni dal servizio (quelle disposte per le pene accessorie irrogate dalla magistratura), tutte con successivo reintegro.

I provvedimenti sono stati adottati negli anni 2010, 2012, 2013, 2014, 2015 e 2016. L’interpretazione non è agevole, se non ci si limita a registrare la pochezza del dato tenendo conto che dietro ci sono anche i coinvolti nei due grandi processi per la scuola Diaz e Bolzaneto. A fronte del puro riferimento quantitativo ai casi di sanzione pecuniaria, si può riconoscere l’ammenda di 49 euro irrogata all’agente asseritamente attinto da coltellate (uno dei grotteschi falsi per arrestare i 93 occupanti della scuola Diaz a copertura delle violenze, che è valso allo stesso agente la condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione). Egualmente difficile è immaginare il metro di giudizio per la mite sanzione irrogata al funzionario condannato in sede penale, la cui condotta la Cassazione (Sez. I, n. 6138/2014) stigmatizza come «comportamento illegale di copertura poliziesca proprio dei peggiori regimi antidemocratici, in violazione di diritti fondamentali di libertà, di tutela giudiziaria, della libertà della persona riconosciuti in tutte le democrazie occidentali, nella nostra carta costituzionale e nella stessa Cedu». Gli organi disciplinari hanno in ogni caso rifiutato di applicare sanzioni severe, adeguate alla gravità delle condotte e al danno arrecato all’immagine dell’intero Corpo di Polizia (cioè al «discredito nel mondo intero», per usare ancora le parole della Cassazione: Sez. V, n. 38085/2012). Il tutto in mancanza di ogni trasparenza, così consegnando un quadro persistente di chiusura al controllo della pubblica opinione.

Che altro? La vulgata vuole che le condanne della Corte di Strasburgo per i fatti del G8 siano basate sulla mancanza nel nostro sistema, all’epoca, del reato di tortura. Nel Comitato dei Ministri si è così presentata l’approvazione della legge n. 110/2017 sul reato di tortura come segno della raggiunta conformità alla Convenzione e dell’adempimento alle sentenze di condanna. Non è così e non solo per le falle di quella legge. La Corte fornisce «chiare indicazioni» (così si esprimeva il Comitato dei Ministri) per l’adeguamento del sistema italiano all’obiettivo di prevenire le violazioni convenzionali, ottenibile soltanto con un impegno ad accertarle e a sanzionarle duramente sotto il profilo penale (niente prescrizione, indulto, sospensioni di pena) e anche sotto quello disciplinare e civile. Il rafforzamento dell’apparato repressivo disciplinare, in particolare, ha un ruolo determinate. Per questo nella giurisprudenza della Corte europea la destituzione degli agenti responsabili di torture o comportamenti analoghi non è alternativa alla sospensione degli stessi durante il giudizio (sent. Cestaro § 210; sent. Azzolina § 163-64). Ebbene, l’esito dei procedimenti disciplinari riportato sulle pagine di Altreconomia, agli antipodi degli obblighi convenzionali, certifica la copertura politica della devianza delle forze dell’ordine pur accertata nella sua gravità, costanza e diffusione. In sequenza, infatti, il Governo di turno ha omesso di comunicare alla Corte l’esito dei procedimenti disciplinari e la progressione in carriera dei condannati, costringendola a «prendere atto del silenzio» al riguardo (Cestaro § 227, 228; analogamente due anni dopo: Azzolina § 163, 164).

Successivamente, in sede di esecuzione sotto il controllo del Comitato, la richiesta di informazioni ha preso una duplice direzione, dovendo l’Italia indicare sia le azioni intraprese nei casi concreti, sia i rimedi adottati per evitare il futuro ripetersi di una reazione inefficace sul piano disciplinare. Ma, dalla prima riunione del Comitato nel marzo 2017 fino a oggi, le risposte del nostro Paese sono state evasive. I Governi si sono, infatti, limitati a descrivere l’assetto normativo generale e a evidenziare statistiche onnicomprensive. Il Comitato non si è fatto prendere in giro dalla affermazione che la normativa lascia le sanzioni alla discrezionalità degli organi disciplinari e ha rilanciato: «È importante sapere in che modo le autorità hanno assicurato o assicureranno che tale discrezionalità sia esercitata in modo compatibile con i requisiti della Convenzione» e ha concluso, senza mezzi termini, con l’invito alle autorità italiane a indicare «come hanno assicurato, o intendono assicurare, che gli agenti delle forze dell’ordine accusati di reati di maltrattamento [siano] sospesi dall’incarico durante l’indagine o il processo e destituiti se condannati, in conformità con la giurisprudenza consolidata della Corte» (Comitato viceministri 3-5 dicembre 2019: https://search.coe.int/cm/pages/result_details.aspx?objectid=090000168098d01d). La risposta del Governo,  sollecitata entro il 30 giugno 2020, non è intervenuta e il termine è inutilmente decorso.

È così caduta nel vuoto l’esortazione ad adottare un atteggiamento di tolleranza zero per gli abusi e si è consolidato un cortocircuito esiziale per l’avvio di una riforma coerente con le esigenze di rinnovamento delle forze di polizia che si generi al loro interno con l’isolamento dei devianti (che non sfuggono alla punizione).

Il descritto colpo di spugna sul piano disciplinare viene a saldarsi con l’omertà che ha consentito ai numerosi torturatori di farla franca. Ricordiamo che la Corte europea ha impietosamente stigmatizzato «l’impunito rifiuto della Polizia» a collaborare con la magistratura per l’identificazione dei responsabili degli atti di violenza, denunciando inerzia repressiva anche di fronte a questo ammutinamento. Nessun vertice è mai stato chiamato a renderne conto. Allo stesso modo, più nel profondo, le regole dell’omertà proteggono il deviante, perché in un mondo separato e capovolto, il Corpo rifiuta l’infame che denuncia e non il contrario. Le istituzioni e la politica non hanno avuto la forza di compiere scelte, ma hanno assecondato la richiesta di connivenza che assicura fedeltà servile.

Rischiare che i poliziotti voltino le spalle in segno di protesta come è accaduto al sindaco di New York De Blasio qualche anno fa o rischiare di voltare le spalle alle leggi e alla Costituzione? La reazione dei Governi all’abisso affiorato al G8 genovese è più incline alla seconda soluzione. Allo stato possiamo amaramente concludere che la Presidenza italiana del Comitato dei Ministri non appare una guida sicura.

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