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domenica 20 aprile 2025

James – Percival Everett

solo uno scrittore poteva avere le capacità e il coraggio di confrontarsi con Mark Twain, omaggiandolo.

questo scrittore è Percival Everett e con James lo ha fatto.

James è un libro politico, avventuroso e antischiavista, appassionante e sorprendente.

Huckleberry Finn e lo schiavo James sono in fuga, Percival Everett racconta le loro avventure, con gli occhi di James, lo schiavo Jim, uno che sa leggere, come Toussaint Louverture, e non deve farlo vedere a nessuno.

anzi, deve mostrarsi ignorante e grezzo e sgrammaticato, come tutti si aspettano che uno schiavo debba essere.

la fuga di uno schiavo, dal suo punto di vista, è un'esperienza terribile, inseguito dai cacciatori di schiavi e dai cani, in pena per la sua vita e quella dei suoi cari.

un libro al quale volere bene (come pure agli eroi del romanzo).

un grazie perenne a Mark Twain e a Percival Everett.

vogliatevi bene, procuratevi James e godetene tutti.


 

 

 

…Le avventure dell’inedita coppia, un ragazzo bianco che finge di possedere uno schiavo negro, sono incredibili, talvolta ironiche, più spesso tragiche, colorate quali sono da violenze, uccisioni, torture, disgrazie, incendi e naufragi. Il mitico fiume, i pesci gatto che costituiscono l’unico alimento dei due fuggiaschi, il gelo delle notti passate all’aperto protetti solo dalla vegetazione, i cattivi incontri che li dividono, la ferocia razzista dei bianchi, ricchi e poveri, sono tutte pagine interessanti della storia nella quale Percival Everett ci fa entrare consapevole di quanto dolore, ingiustizie e crudeltà sono state compiute nei confronti degli afroamericani nel suo paese per almeno tre secoli.
La storia si svolge mentre all’insaputa dei protagonisti è scoppiata la Guerra Civile, e loro non sanno bene se convenga dirigersi al sud, da dove provengono, o piuttosto al nord. La loro speranza è unica, l’affrancamento dalla schiavitù per Jim, ritrovare un “padre” per Huck.
Il romanzo ha il titolo di James, il nome che lo schiavo vorrà ottenere quando sarà un uomo finalmente libero, capace di parlare la lingua di tutti senza nascondersi più, ed è un libro scritto con grande maestria e padronanza dei diversi registri linguistici che la traduzione di Andrea Silvestri rende con abilità e immediatezza.

da qui

 

…Parto dalla lingua, uno degli aspetti più interessanti del romanzo e dalle molteplici implicazioni: l’intreccio di black speech e inglese normativo è la cifra stilistica della versione originale di James, richiamo al romanzo di Twain ma caricato di nuove sfumature. Uno degli aspetti più innovativi de Le avventure di Huckleberry Finn sono infatti le scelte linguistiche di Twain e i diversi registri adoperati, in particolare l’uso peculiare del black speech utilizzato da Jim, ma come anche l’inglese non proprio normativo del suo compagno di avventure. Everett riprende il black speech ma caricandolo di un significato nuovo: Jim, infatti, utilizza quel linguaggio solo in presenza dei bianchi, indossando una maschera per rispondere alle aspettative degli schiavisti e, in questo modo, proteggere se stesso. Perché Jim in realtà – e qui il primo, fondamentale scarto con il testo di Twain – non corrisponde affatto all’immagine dello schiavo voluta dai bianchi: anni prima, di nascosto, ha imparato a leggere, attingendo alla fornita biblioteca del giudice Thatcher e, a sua volta, ha insegnato a leggere agli altri schiavi della zona…

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lunedì 13 marzo 2023

Il risparmio tradito*

 di Francesco Masala

Un banchiere è uno che vi presta l’ombrello quando c’è il sole e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere. – Mark Twain

 

La Costituzione, all’art.47, scrive che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (il risparmio, non l’investimento).

Come tanti articoli della Costituzione anche questo viene tradito troppo spesso.

 

La differenza fra risparmio e investimento.

Risparmio è mettere da parte dei soldi in attesa di spenderli, senza perdere potere d’acquisto, a causa dell’inflazione, e soprattutto senza rischi.

Investimento è mettere dei soldi in strumenti finanziari (come i fondi d’investimento, azioni, ecc.), per loro natura rischiosi, che possono far crescere (se va bene) o diminuire (se va male) l’entità e il valore delle somme investite.

 

Una visita in banca o alla posta

Sarà capitato anche a voi di aver sentito parlare dei buoni fruttiferi postali, lo strumento principe per i risparmiatori, nel passato indicizzati all’inflazione.

Oggi si scopre che quei buoni, adesso che c’è l’inflazione, non sono indicizzati (lo sono i BTP Italia, emessi solo una volta all’anno).

In posta e in banca o ti cercano loro o devi prendere un appuntamento con un consulente finanziario che cerca di piazzare i prodotti finanziari emessi dalle Poste o dalla Banca, e tu non puoi scegliere fra risparmio o investimento, puoi solo scegliere fra diversi tipi di profilo di rischio dell’investimento, oppure torni a casa e tieni i soldi nel cassetto o sul conto corrente, perfettamente liquidi, e in balia delle onde (o delle tempeste) dell’inflazione e dei mercati finanziari.

 

Casi sfortunati, li chiamano

Gli sfortunati acquirenti dei titoli obbligazionari emessi dalla Cirio, dalla Parmalat o dallo stato argentino sanno bene che i consigli (disinteressati?) dei consulenti finanziari sono pericolosi (qualche volta) e comunque sempre da prendere con le pinze (vedi qui e qui).

 

Come siamo arrivati a strangolare il risparmio

Questi problemi non sono nati oggi, è proprio una mutazione antropologica dell’essere umano (e soprattutto di chi lo rappresenta).

Non si può pensare altrimenti, se uno fa caso a un fatto.

Mentre in Francia i sindacati combattono con discreto successo contro le (contro)riforme sulle pensioni, in Italia, negli anni novanta del secolo scorso, ma anche al tempo del governo Monti, tutte le (contro)riforme sulle pensioni sono passate con qualche stormire di foglie, ma nulla più.

È però successo che i sindacati (maggiormente rappresentativi), non solo le istituzioni finanziarie capitalistiche private, abbiano creato i loro fondi pensione (penso al fondo Cometa, o al fondo Espero). Cioè, anziché combattere per pensioni pubbliche dignitose, soprattutto per il futuro, qualcuno ha deciso che i lavoratori avrebbero vissuto con pensioni pubbliche da fame, ma con straordinarie pensioni private, con contributi investiti in fondi d’investimento. Solo che le straordinarie pensioni private sono misere, quando c’è l’inflazione o gravi crisi economiche.

Si pensi anche al TFR, prima c’era una sola possibilità, che proteggeva il lavoratore dall’inflazione, poi il mondo cambia, da strumento di risparmio diventa strumento d’investimento.

 

L’omicidio della sanità pubblica

L’ossessione contro la parola pubblico e a favore della parola privato non è innocua.

La privatizzazione della previdenza e quella della sanità sono simili, le sirene neoliberiste hanno suonato le loro campane (“a morto”).

Così come avrà una pensione decente chi, dopo la riduzione della previdenza pubblica, avrà investito in fondi pensione (se non saranno andati in bancarotta), allo stesso modo avrà cure decenti chi, dopo la demolizione della sanità pubblica, avrà i soldi per le cure private, ecco le nuove regole (una forma di deregolamentazione, ciascuno per sè).

La privatizzazione della sanità significa che solo chi sottoscriverà delle assicurazioni private potrà curarsi, per gli altri un’aspirina e qualche corridoio d’ospedale sgarrupato, o che muoiano a casa, senza protestare.

 

 

*Il risparmio tradito è il titolo di un libro e di un sito di Beppe Scienza che da anni spiega i motivi del tradimento.

Ecco qualche post interessante:

https://www.ilrisparmiotradito.it/post/conti-deposito-illusione-monetaria-fa-gioco-banche-espone-inflazione

https://www.ilrisparmiotradito.it/post/risparmio-e-inflazione-delle-tante-ricette-solo-due-funzionano

https://www.ilrisparmiotradito.it/post/btp-italia-il-nuovo-titolo-del-tesoro-manterra-cio-che-promette

https://www.ilrisparmiotradito.it/post/pensioni-con-inps-recupero-inflazione-nessuna-protezione-con-previdenza-integrativa

 

 

 

 

 

 

mercoledì 7 luglio 2021

Assange, dopo il reato di tortura, quello di silenzio - Alberto Capece


Mi vengono i brividi quando sento parlare  del giornalismo anglosassone come di una sorta di stella cometa dell’informazione Già tutte le frasi fatte mi imbarazzano, ma poi quelle dette da chi non ha la minima esperienza mi provocano una crisi di rigetto: il giornalismo anglosassone per chi ha avuto modo di frequentarlo è stato sempre pessimo come molte altre celebrate cose di un mondo imperiale che ha imposto come eccellenza i suoi lati peggiori. Il mito del giornalismo anglosassone deriva più che altro dalla tipica pignoleria con cui vengono indicate le circostanze di un evento, cosa che in un certo senso permette di deformalo e manipolarlo a volontà nella convinzione però di essere stati oggettivi. Se il giornalista Mark Twain  scriveva che “il giornalista  distingue il vero dal falso e pubblica il falso” ( in realtà si riferisce qui anche se non soprattutto all’editore) una ragione doveva pur esserci. In realtà ben poco è così parziale e freddamente fazioso della stampa anglosassone. Lo è scrivendo, ma anche non scrivendo: in queste settimane per esempio c’è stato un blackout completo nel mainstream sulla rivelazione del quotidiano islandese Stundin secondo il quale  uno degli atti accusa Usa contro Julian Assange era basato su falsa testimonianza del sociopatico (diagnosticato) e molestatore di bambini (condannato) Sigurdur Thordarson.

Non c’è stata alcuna copertura nei media principali, non una parola sul New York Times, Washington Post, CNN, NBC News, Fox News o NPR e una ricerca in rete per ‘Assange’ o ‘Thordarson’ non evidenzia articoli del mainstream dell’anglosfera neanche come Verge, Wired o Gizmodo. Media Lens che è un organismo che si occupa di indagini sull’informazione riferisce di non aver trovato “un solo rapporto di nessuna emittente o giornale ‘serio’ del Regno Unito”, sebbene in un mondo sano di mente, le rivelazioni di Stundin sarebbero state le notizie principali ovunque, con un’ampia copertura mediatica su BBC News at Six and Ten, ITV News, Channel 4 News , articoli in prima pagina su Times, Telegraph, Guardian e altro ancora”. E il giornalista australiano John Pilger, ha twittato : “Dopo aver guidato la persecuzione di Julian Assange, la ‘stampa libera’ tace uniformemente sulla notizia sensazionale che il caso contro Assange è fallito. Vergogna per i miei colleghi giornalisti”.

Questo silenzio si collega con quello altrettanto assoluto attorno a documenti ufficiali resi noti nel 2019 da Wikileaks in merito ai rapporti di informatori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) dai quali emerge come la leadership dell’organizzazione aveva attivamente manomesso le indagini su un presunto attacco di gas di cloro a Douma, in Siria nel 2018 per sostenere la narrativa del governo degli Stati Uniti contro Assad. Un giornalista di Newsweek si è dimesso dal suo incarico durante questo scandalosa censura di fatto e ha pubblicato le email dei suoi editori che gli proibivano di coprire la notizia  sulla base del fatto che nessun altro importante centro di informazione ne aveva parlato. E l’anno scorso Stephen L Miller di The Spectator ha  descritto come si sia formato il consenso  tra la stampa mainstream dopo la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 secondo cui è loro dovere morale essere acritici nei confronti dell’avversario di Trump e sopprimere qualsiasi notizia che potrebbe avvantaggiarli. E’ fin troppo evidente che una volta sdoganata l’idea l’informazione non solo il diritto ma anche il dovere di sopprimere le notizie fattuali e degne di nota per proteggere un’agenda politica, si è arrivati nel mare aperto della propaganda.

Del resto dopo un anno e mezzo di pandemia nel quale nessun media maistream nell’intero occidente ha scritto una sola riga di verità preferendo avvilirsi in un affabulazione ottusa e servile di sciocchezze, dati palesemente fasulli, tesi assurde e concetti ambigui. il silenzio sulla vicenda Assange e la prova delle accuse fasulle grazie alle quali viene torturato è quasi un fattoi naturale almeno fino a quando questa informazione da campo di concentramento non verrà a sua volta soppressa perché ormai inutile ai padroni che ha così diligentemente servito.


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venerdì 11 dicembre 2020

Il visitatore che non c'era - Fredric Brown

se mi avessero fatto leggere questo libro (senza conoscere l'autore) e mi chiesto il nome dello scrittore avrei detto, senza tentennamenti, che è Mark Twain.

invece è Fredric Brown, che ha i doni della scrittura e della fantasia, lo sa chi ha letto i suoi racconti, Sentinella è il più conosciuto.

e nel libro appare la storia di Alice (quella di Lewis Carroll).

tutto accade in una notte, in una corsa contro il tempo, piena di sorprese.

cercatelo e godetene tutti.



 

 

 

 

Una strana coincidenza mi ha portato a leggere questo giallo. Avevo appena finito di leggere la biografia romanzata della ragazzina che ha ispirato "Alice nel paese delle meraviglie" di Carroll, e anche questo racconto ha a che fare con il romanzo. I capitoli della storia, scorrono come scene di un film, coinvolgono e appassionano. E' un giallo pieno di azione, fantasia, realismo, umorismo e nonsense alla Lewis Carroll. Consigliato!!!

da qui

 

… I capitoli di Il visitatore che non c'era scorrono come scene di un film, coinvolgono e appassionano sempre più. E' un giallo che non ha nulla a che vedere con il classico mystery all'inglese che a me piace tanto, è più un poliziesco, ma neanche; è pieno di azione, fantasia, realismo, romanticismo, umorismo, whisky, colpi geniali e nonsense alla Lewis Carrol. Non per nulla Brown è stato anche un autore di romanzi di fantascienza, oltre che di narrativa poliziesca.

Mi piace immaginare Fredric Brown come Doc Stoeger, perché amava leggere, bere e giocare a scacchi o a poker. Un autore che venne definito “uno scrittore da scrittori”. Un autore geniale.

da qui

 

… Fredric Brown non riusciva proprio a tenere a freno la sua stessa passione per l’assurdo, tanto da portarsela dietro anche nello scrivere i romanzi gialli che, come già detto nella recensione di Cinque giorni d’incubo, rappresentarono la sua principale attività narrativa. Grande estimatore di Lewis Carroll, a quanto pare, nel libro di cui stiamo parlando ha inserito pesantissimi riferimenti al capolavoro dello scrittore e matematico britannico. Oltre ad aprire ogni capitolo con un estratto di Alice nel paese delle meraviglie e Alice attraverso lo specchio, l’intero romanzo è incentrato su un paradosso che vede riportare sul piano reale i contenuti del famoso libro di fantasia…

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mercoledì 4 settembre 2019

due lettere-recensioni a Charles Dickens e Mark Twain di un critico che neanche ti immagini, mancato troppo presto


Dickens
Caro Dickens, Sono un vescovo, che ha preso lo strano impegno di scrivere ogni mese (1) per il Messaggero di S. Antonio una lettera a qualche illustre personaggio. A corto di tempo, sotto Natale, non sapevo proprio chi scegliere. Quand’ecco, trovo su un giornale la réclame dei vostri cinque famosi Libri natalizi. Mi son subito detto: li ho letti da ragazzo, mi sono immensamente piaciuti perché tutti pervasi da un senso di amore ai poveri e di rigenerazione sociale, tutti caldi di fantasia e umanità; scriverò a lui. E son qui a disturbarvi.
***
Ho ricordato dianzi il vostro amore ai poveri. L’avete sentito ed espresso magnificamente, perché tra i poveri eravate vissuto bambino. A dieci anni, col papà in prigione per debiti, al fine di aiutare la mamma ed i fratellini, andaste a lavorare in una fabbrica di vernici. Dalla mattina alla sera le vostre piccole mani imballavano scatole di lucido da scarpe sotto gli occhi di un padrone impietoso; la notte dormivate in una soffitta; la domenica, per far compagnia al padre, la trascorrevate con tutta la famiglia in prigione, dove i vostri occhi di fanciullo s’aprivano sbalorditi, commossi e attentissimi, su decine e decine di casi pietosi. Per questo tutti i vostri romanzi sono popolati da povera gente, che vive in una miseria impressionante: donne e bambini arruolati in fabbrica o in bottega indiscriminatamente anche sotto i sei anni; nessun sindacato che il difenda; nessuna proiezione contro malattie e infortuni; salari da fame; lavoro prolungato fino a quindici ore giornaliere, che, con desolante monotonia, lega fragilissime creature alla macchina potente e fragorosa, all’ambiente fisicamente e moralmente malsano e spesso spinge a cercare oblìo nell’alcool o a tentare un’evasione mediante la prostituzione. Sono gli oppressi: su di essi si riversa tutta la vostra simpatia. Di fronte, stanno gli oppressori, che Voi stigmatizzate con penna maneggiata dal genio della collera e dell’ironia capace di scolpire quasi su bronzo figure da maschera.
***
Una di queste figure è l’usuraio Scrooge, protagonista del vostro Canto di Natale in prosa.   Due signori, capitati nel suo studio, notes e penna alla mano, lo interpellano: "E’ Natale, migliaia di persone mancano del necessario, signore!". Risposta di Scrooge: "E non ci sono le prigioni? E gli ospizi di mendicità non funzionano ancora?". "Ci sono, funzionano, ma ben poco possono fare per rallegrare spiriti e corpi in occasione del Natale. Abbiamo pensato di raccogliere fondi per offrire ai poveri cibi, bevande e combustibili. Per che cifra posso iscrivervi?". "Per nessuna. Desidero essere lasciato in pace. Io non festeggio il Natale e non mi permetto il lusso di farlo festeggiare a dei fannulloni. Pagando la tassa sui poveri, do il mio aiuto alle carceri, agli istituti di mendicità; chi è nella miseria può rivolgersi là". "Molti non possono andarci, e molti preferirebbero piuttosto morire?". "Se preferiscono morire, meglio lo facciano in fretta per diminuire la sovrabbondanza della popolazione. E poi, scusatemi, queste cose non mi riguardano". Così avete descritto l’usuraio Scrooge: preoccupato solo di soldi e di affari. Ma quando di affari parla allo spettro del suo "spirito gemello", il defunto socio usuraio Marley, questi lamenta dolorosamente: "Gli affari! Avere umanità avrebbe dovuto essere il mio affare. Il benessere generale avrebbe dovuto essere il mio affare: carità, clemenza e benevolenza, tutto questo avrebbe dovuto essere il mio affare. Perché ho camminato tra la folla dei miei simili cogli occhi rivolti a terra, senza mai alzarli su quella stella benedetta che condusse i magi ad una capanna? Non c’erano forse altre povere case verso cui la sua luce avrebbe potuto guidarmi?".
***
Da quando scriveste queste parole (1843) sono passati più di centotrent’anni. Sarete curioso di sapere se e come è stato portato un rimedio alle situazioni di miseria e di ingiustizia che voi denunciaste. Ve lo dico subito. Nella vostra Inghilterra e nell’Europa industrializzata, i lavoratori hanno migliorato di molto la loro posizione. Avevano a loro disposizione come unica forza il numero. L’hanno valorizzato. Dissero i vecchi oratori socialisti: "Il cammello passava attraverso il deserto; le sue zampe calpestavano i granellini di sabbia ed egli, superbo e trionfante, diceva: “Vi schiaccio, vi schiaccio!" I granellini si lasciavano schiacciare. Ma si alzò il vento, il terribile simoun. "Su, granellini, disse, unitevi, fate corpo insieme a me, flagelleremo insieme il bestione e lo seppelliremo sotto montagne di sabbia! ". I lavoratori da granellini divisi e sparsi sono diventati nube unita nei sindacati e nei vari socialismi, che hanno il merito innegabile di essere stati quasi dappertutto la causa principale dell’avvenuta promozione dei lavoratori. Questi, dai vostri tempi in qua, hanno realizzato avanzamenti e conquiste sul piano dell’economia, della sicurezza sociale, della cultura. Oggi poi, attraverso i sindacati, riescono spesso a farsi sentire anche lassù, nelle alte sfere dello Stato, dove in realtà si decidono le loro sorti. Tutto ciò, a prezzo di gravissimi sacrifici, superando opposizioni e ostacoli. L’unione dei lavoratori per la difesa dei propri diritti, infatti, fu dapprima dichiarata illegale, poi tollerata, poi riconosciuta giuridicamente. Lo Stato dapprima fu "Stato carabiniere", dichiarò il contratto di lavoro affare del tutto privato, proibì i contratti collettivi; il padrone teneva il coltello per il manico; imperava senza freni la "libera concorrenza". "Due padroni corrono dietro a un operaio? Il salario dell’operaio crescerà. Due operai tirano per la giacca un padrone? Il salario calerà". Questa è la legge, si diceva, tale, che porta automaticamente all’equilibrio delle forze! Invece portava agli abusi di un capitalismo, che fu, ed in certi casi ancora è, "sistema nefasto". E adesso? Ahimé! Ai vostri tempi le ingiustizie sociali erano a senso unico: di operai, che dovevano puntare il dito contro i padroni. Oggi, a puntare il dito è uno sterminio di gente: i lavoratori dei campi, che lamentano di trovarsi molto peggio dei lavoratori dell’industria; qui in Italia, il Sud contro il Nord; in Africa, in Asia, in America Latina le nazioni del "Terzo Mondo" contro le nazioni del benessere. Ma pure in queste ultime nazioni ci sono numerose sacche di miseria e di insicurezza. Molti lavoratori sono disoccupati o insicuri del posto, non dappertutto sono protetti a sufficienza contro gli incidenti, spesso si sentono trattati solo da strumenti di produzione e non da protagonisti. Per di più la corsa frenetica al benessere, l’uso esagerato e pazzo di cose non necessarie ha compromesso i beni indispensabili: l’aria e l’acqua pura, il silenzio, la pace interiore, il riposo. Si credeva che i pozzi di petrolio fossero come il pozzo di san Patrizio, senza fondo; improvvisamente ci si accorge che siamo quasi agli sgoccioli. Si confidava che, esaurito in tempi lontani il petrolio, si potesse contare sull’energia nucleare, ma ci vengono a dire che nella produzione di questa esiste il pericolo di scorie radioattive dannose all’uomo e al suo ambiente. Il timore e la preoccupazione sono grandi. Per molti il bestione del deserto da aggredire e seppellire non è più soltanto il capitalismo, ma anche il "sistema" attuale, da abbattere con rivoluzione capovolgitrice. Per altri il capovolgimento sta già cominciando. Il povero Terzo Mondo di oggi, dicono, sarà presto ricco, grazie ai pozzi di petrolio, che sfrutterà solo per se; il mondo del benessere consumistico, avendo il petrolio solo col contagocce, dovrà limitare le sue industrie, i suoi consumi e sottomettersi ad una recessione. Tra questo infittirsi di problemi, di preoccupazioni e di tensioni, valgono ancora, allargati e adattati, i principi da Voi, caro Dickens, caldeggiati sia pure un po’ sentimentalmente. Amore al povero, e non tanto al povero singolo, quanto ai poveri, che respinti, sia come individui sia come popoli, si sono sentiti classe e solidarizzano tra loro. Ad essi, senza titubanza, sull’esempio di Cristo, va data la preferenza sincera e aperta del cristiani. Solidarietà: siamo un’unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso. Se non vogliamo andare incontro a gravi dissesti, la regola è questa: tutti per uno e uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide. Fiducia in Dio: per bocca del vostro Marley, Voi auspicavate che la stella dei Magi illuminasse le case povere. Oggi casa povera è il mondo intero, che ha tanto bisogno di Dio! 
Febbraio 1974


Mark Twain
Caro Mark Twain, Ella è stato uno degli autori preferiti della mia adolescenza.Ho ancora nella mente le spassose Avventure di Tom Sawyer, che sono poi le sue avventure di infanzia, caro Twain. Ho raccontato cento volte qualcuna delle sue battute, ad esempio quella sul valore dei libri. E’ un valore inestimabile, ha Ella risposto ad una ragazzina, che l’aveva interpellata, ma vario. Un libro legato in pelle è eccellente per affilare il rasoio; un libro piccolo, conciso, come lo sanno scrivere i Francesi, serve a meraviglia per la gamba più corta di un tavolino; un libro grosso come un vocabolario è un ottimo proiettile per tirare ai gatti; e finalmente un atlante, coi fogli larghi, ha la carta più adatta per aggiustare i vetri. I miei alunni si eccitavano, quando annunciavo: Adesso ve ne racconto un’altra di Mark Twain. Temo, invece, che i miei diocesani si scandalizzino: "Un vescovo, che cita Mark Twain!". Forse bisognerebbe prima spiegare loro che, come sono vari i libri, così sono vari i vescovi. Alcuni, infatti, rassomigliano ad aquile, che planano con documenti magistrali di alto livello; altri sono usignoli, che cantano le lodi del Signore in modo meraviglioso; altri, invece, sono poveri scriccioli, che, sull’ultima rama dell’albero ecclesiale, squittiscono soltanto, cercando di dire qualche pensiero su temi vastissimi. Io, caro Twain, appartengo all’ultima categoria. Perciò mi faccio coraggio e racconto che una volta tu hai osservato: "L’uomo è più complesso di quel che pare: ogni uomo adulto rinserra in sé non uno, ma tre uomini diversi". "Come mai?", ti fu chiesto. E tu: "Prendete un Sor Giovanni qualunque. In esso c’è il Giovanni Primo, cioè l’uomo che egli crede di essere; c’è il Giovanni Secondo, quello che di lui pensano gli altri; e finalmente il Giovanni Terzo, ciò ch’egli è nella realtà".
***
Quanta verità, Twain, nel tuo scherzo! Ecco, ad esempio, il Giovanni Primo. Quando ci portano la fotografia del gruppo in cui abbiamo posato, qual è la faccetta simpatica, attraente, che andiamo a cercare? Duole il dirlo, ma è la nostra. Perché noi ci vogliamo un bene sconfinato e ci preferiamo agli altri. Volendoci tanto bene, succede che siamo portati a ingrandire i nostri meriti, ad attenuare le nostre colpe, ad usare col prossimo pesi e misure diverse che con noi. Meriti ingranditi? Li descrive il tuo collega Trilussa: "La lumachella de la Vanagloria Ch’era strisciata sopra un obelisco, Guardò la bava e disse: Già capisco Che lascerò un’impronta ne la Storia".Ecco come siamo, caro Twain, perfino un po’ di bava, se nostra e perché nostra, ci fa ringalluzzire e montare la testa! Difetti attenuati? "Bevo un bicchiere qualche rara volta", dice lui. Gli altri assicurano, invece, ch’egli è una specie di spugna, una Gola sempre secca, un autentico devoto di Santa Bibiana, col gomito sempre alzato. Dice lei: "Sono un po’ nervosetta, qualche volta mi impressiono". Grazie, che "impressione"! La gente asserisce che è grintosa, stizzosa e vendicativa, un carattere impossibile, un’Arpia! In Omero gli dèi girano il mondo ravvolti in una nuvola, che li nasconde agli sguardi di tutti; noi abbiamo una nuvola che ci nasconde agli occhi nostri. Francesco di Sales, vescovo come me e umorista come te, scriveva: "Accusiamo il prossimo per cose lievi, e scusiamo noi stessi in cose grandi. Vogliamo vendere a carissimo prezzo, e acquistare invece a buon mercato. Vogliamo che si faccia giustizia in casa degli altri, e che si usi misericordia in casa nostra. Vogliamo che siano prese in buona parte le nostre parole, e facciamo i delicati su quelle altrui. Se qualcuno dei nostri inferiori non ha con noi buone maniere, prendiamo in mala parte qualunque cosa faccia; invece, se qualcuno ci è simpatico lo scusiamo, qualsiasi cosa faccia. I nostri diritti li esigiamo con rigore, e invece vogliamo che gli altri siano discreti nell’esigere i loro... Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla".
***
Per Giovanni Primo può bastare, veniamo a Giovanni Secondo. Qui, caro Twain, mi pare che i casi siano due: Giovanni desidera che la gente lo stimi oppure si affligge perché la gente lo ignora e disprezza. Nulla di male in ciò; cerchi solo di non esagerare nell’uno o nell’altro senso. "Guai a voi - ha detto il Signore - che ambite i primi seggi nelle sinagoghe e i salamelecchi nelle piazze...; che tutte le vostre opere le compite per farvi notare". Oggi si direbbe: che date la scalata ai posti e ai titoli a furia di gomitate, di concessioni, di abdicazioni, che smaniate di farvi mettere sui giornali. Ma perché "Guai a voi"? Quando nel 1938 Hitler passò per Firenze, la città fu coperta di croci uncinate e di scritte osannanti. Bargellini disse a Dalla Costa: "Vede, Eminenza? Vede?". "Non abbia paura! - rispose il Cardinale - la sorte è già segnata nel Salmo 37: “Ho veduto l’iniquo imbaldanzire e dilatarsi come albero rigoglioso. Passai di nuovo, e non era più; lo cercai e non si trovò". A volte il "Guai" non segna punizione divina, ma soltanto ridicolo umano. Può capitare come al somaro che si coprì con la pelle di un leone e tutti dicevano: "Che leone!". Uomini e bestie fuggivano. Ma il vento soffiò, la pelle si sollevò e tutti videro l’asino. E allora accorsero infuriati e caricarono la bestia di sacrosante legnate. Lo diceva anche Shaw: "Com’è comica la verità!". E cioè: vien da sorridere, quando si sa quanto poca cosa c’è sotto certi titoli e certe celebrità! E se succede il contrario? Se la gente pensa male, dove c’è il bene? Qui c’è, in aiuto, un’altra parola di Cristo: "E’ venuto Giovanni, che né mangiava, né beveva, e dissero: Ha il demonio addosso. E’ venuto il Figlio dell’Uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco qua un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori". Neppure Cristo è riuscito ad accontentare tutti. Non prendiamocela troppo se non riusciamo noi.
***
Giovanni Terzo faceva il cuoco. Questo non lo racconti tu, Twain, ma Tolstoj. Sulla soglia di cucina erano distesi i cani. Giovanni uccise un vitello e gettò le viscere nel cortile. I cani le presero, le mangiarono e dissero: "E’ un bravo cuoco. Cucina bene". Qualche tempo dopo, Giovanni sbucciava i piselli, mondava le cipolle: le bucce le getto nel cortile. I cani si precipitarono sopra, ma, scostando il muso dall’altra parte, dissero: "Il cuoco s’è guastato, ora non vale più nulla". Giovanni, però, non si commosse affatto per questo giudizio e disse: "E’ il padrone che deve mangiare e apprezzare i miei pranzi, non i cani. Mi basta essere apprezzato dal padrone". Bravo anche Tolstoj. Ma io mi chiedo: Che gusti ha il Signore? Cosa gli piace in noi? Un giorno, mentre predicava, qualcuno gli disse: "Tua madre e i tuoi fratelli stanno di fuori, e chiedono di parlarti". Egli protese la mano verso i suoi discepoli e rispose: "Ecco qua la madre mia e i fratelli miei. Chiunque, infatti, fa la volontà del Padre mio, che è nei Cieli, quegli mi è fratello, sorella e madre". Ecco chi gli piace: chi fa la Sua volontà. Gli piace che lo si preghi, ma gli dispiace forte che le preghiere diventino un pretesto per scansare la fatica delle buone opere. "Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico?". Fare quello che dice! Può essere una conclusione moralizzante. Tu, umorista,non l’avresti tirata. La devo tirare io, che sono vescovo e che ai miei fedeli raccomando: Se vi capita di ripensare ai tre Giovanni, ai tre Giacomi, alle tre Francesche che sono in ciascuno di noi, tenete d’occhio specialmente il terzo:quello che piace a Dio! 
 Maggio 1971


sabato 17 marzo 2018

Le regole di scrittura secondo Mark Twain

In base alle quali è necessario:
1) che una storia segua un disegno preciso e che approdi da qualche parte
2) che gli episodi narrati nella storia facciano necessariamente parte della storia e servano a svilupparla.
3) che i personaggi di una storia siano vivi, esclusi i cadaveri, e che il lettore riesca sempre a distinguere i cadaveri dagli altri.
4) che i personaggi di una storia, vivi o morti, manifestino  un motivo sufficiente a giustificare la propria presenza nella storia del romanzo.
5) che, quando i personaggi di una storia affrontano una conversazione, il dialogo sembri effettivamente un dialogo tra esseri umani: devono emergere comportamenti plausibili per le circostanze, un significato e e un fine individuale, e una certa attinenza con l’argomento affrontato in quella sede. Inoltre, il dialogo deve risultare interessante per il lettore e servire allo sviluppo della storia e interrompersi quando ai protagonisti non viene più niente da dire.
7) che quando, all'inizio di una storia, un personaggio parla come se si trovasse in una bellissima fiaba illustrata […], non può poi concludere lo stesso volume parlando come l’improbabile imitazione di un servitore negro.
9) che i personaggi di una storia si limitino a fare cose materialmente possibili, lasciando perdere i miracoli; oppure che, se si avventurano nel campo dei miracoli, l’autore faccia in modo di renderli convincenti agli occhi del lettore.
10) che l’autore susciti nel lettore un profondo interesse per i personaggi e per il loro destino
11) che le personalità della storia siano definite in modo così chiaro che il lettore possa prevedere il comportamento di ciascuno di loro in ogni circostanza
L’autore, inoltre:
12) dirà ciò che intende chiaramente, senza confondere le acque.
13) utilizzerà la parola giusta e non una sua cugina di secondo grado.
14) rinuncerà a ciò che non serve
15) non ometterà dettagli essenziali
16) eviterà qualsiasi sciatteria formale.
17) farà uso di una grammatica corretta.
18) impiegherà uno stile semplice e diretto.

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sabato 3 marzo 2018

altri pensieri elettorali

Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga.(Nicolás Gómez Dávila)

Vota oggi, te ne pentirai domani.(Poster elettorale affisso in Gran Bretagna)

La democrazia ti permette di votare per il candidato che ti dispiace di meno.(Robert Byrne)

La cosa migliore di questo gruppo di candidati è che solo uno di loro può vincere.
(Will Rogers)

Elettore. Colui che gode del sacro privilegio di votare per l’uomo scelto da un altro uomo. (Ambrose Bierce)

Se Dio avesse voluto che noi votassimo, ci avrebbe dato dei candidati.(Jay Leno)

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (Corrado Guzzanti)

Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile.(David Foster Wallace)

Fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com’è difficile scegliere! (Gesualdo Bufalino)

 “Vai a votare quest’anno?”.“No, ringraziando Dio non mi serve niente!”.(Ficarra e Picone)

Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio.(Winston Churchill)

L’unica consolazione, di fronte a certi duelli elettorali fra due candidati, è che almeno uno dei due perderà.(Gesualdo Bufalino)

Il fatto di poter eleggere liberamente dei padroni non sopprime né i padroni né gli schiavi. (Herbert Marcuse)

Niente c’è di definitivo nel mondo, ma le cose meno definitive di questo mondo sono le vittorie elettorali.(Benito Mussolini)

Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni.(Mark Twain)

Andate a votare, che per i corridoi i lavoretti dei bambini sono stupendi!(TheMadman)

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martedì 25 ottobre 2016

Giornalismo nel Tennessee - Mark Twain


Mi fu detto dal medico che un clima mite mi avrebbe fatto bene alla salute; e così me ne andai giù nel Tennessee e trovai un posto come condirettore alla «Gloria del mattino e grido di guerra della contea di Johnson». La prima volta che mi recai al lavoro, trovai il direttore responsabile allungato all'indietro su una sedia a tre gambe e con i piedi su un tavolo di pino. Nella stanza c’era un altro tavolo di pino e un’altra sedia sgangherata, ed entrambe le cose erano mezze seppellite sotto mucchi di giornali, di ritagli e di manoscritti. C’era pure una cassetta di legno con la sabbia piena di cicche spente e bottiglie tristi, e una stufa con lo sportello penzolante dal cardine superiore. Il direttore responsabile indossava una redingote nera con le code lunghe e pantaloni di lino bianco. Portava piccoli stivali ben lucidati, una camicia pieghettata, un grosso anello con sigillo, un rigido colletto vecchio stile e un fazzoletto da collo a scacchi con le punte penzoloni. Data del costume: 1848 circa. Stava fumando un sigaro, e mentre cercava una parola si toccava i capelli arruffati. Era paurosamente accigliato e pensai stesse redigendo un editoriale particolarmente pungente. Mi disse di prendere i giornali inviatici in scambio, di darci un’occhiata e di scrivere lo Spirito della stampa del Tennessee condensando nell’articolo tutte le notizie che mi sembravano interessanti. Ecco quanto scrissi:
LO SPIRITO DELLA STAMPA DEL TENNESSEE

I direttori del «Terremoto bisettimanale» sono evidentemente vittime di un equivoco per quanto riguarda la ferrovia di Ballyhack. Non rientra tra i programmi della compagnia tagliare fuori Buzzardville. Al contrario, la considerano una delle stazioni più importanti della linea e di conseguenza non possono avere interesse a evitarla. I cari colleghi del «Terremoto» saranno certamente lieti di pubblicare una rettifica. L’eccellente John W. Blossom, l’abile direttore del «Tuono e grido di battaglia della libertà di Higginsville» è arrivato ieri in città. Alloggia alla pensione Van Buren. Osserviamo che il nostro collega dell’«Urlo del mattino di Mud Springs» ha commesso un errore supponendo che l’elezione di Van Werter non fosse un fatto compiuto, ma avrà senza dubbio scoperto il suo errore ben prima dell’arrivo di questa nota. È stato indubbiamente tratto in errore dai risultati elettorali incompleti. É un piacere notare che la città di Blathersville è in trattative con dei signori di New York per pavimentare con rivestimenti Nicholson le sue strade ormai quasi impraticabili. L’«Hurrah quotidiano» sostiene lodevolmente l’iniziativa e appare fiducioso del successo finale. Passai il manoscritto al direttore responsabile perché lo approvasse, lo modificasse o lo distruggesse. Gli diede un’occhiata e immediatamente si rabbuiò. Lo sguardo passò sulle pagine e il suo contegno si fece portentoso. Era chiaro che qualcosa non andava bene. Poi saltò su e disse: «Tuoni e fulmini! Credi forse che io abbia intenzione di parlare di quelle vacche da latte in questo modo? Credi che i miei abbonati siano disposti a sorbirsi una pappetta del genere? Dammi la penna!». Non ho mai visto una penna grattare e aprirsi la strada in modo così insinuante, arare tra i verbi e gli aggettivi altrui con tanto accanimento. Ma proprio nel bel mezzo del suo lavoro qualcuno gli sparò attraverso la finestra aperta, rovinando però la simmetria del mio orecchio. «Ah» disse, «è quel mascalzone di Smith del “Vulcano morale”, doveva venire ieri». Allora sfoderò dalla cintura un revolver della Marina e fece fuoco. Smith cadde colpito a una coscia. Il colpo rovinò la mira di Smith che stava proprio per sparare di nuovo e beccò un estraneo. Me. Solo un dito tranciato. Poi il direttore responsabile continuò con le sue cancellature e interpolazioni. Aveva appena finito che una bomba a mano piombò giù dal tubo della stufa e l’esplosione sbriciolò la stufa in mille pezzi. Ma non fece altri danni, a parte il fatto che una scheggia vagante mi fece saltar via un paio di denti. «Quella stufa è completamente andata» disse il direttore responsabile. Gli dissi che era senz’altro vero. «Beh, non importa, con questo clima non è necessaria. So chi è stato. Lo prenderò. Adesso, ecco il modo in cui dovrebbe essere scritta questa roba». Presi il manoscritto. Era talmente rovinato dalle cancellature e dai cambiamenti che non lo avrebbe riconosciuto neanche sua madre, se mai ne avesse avuta una. Ecco come suonava:
LO SPIRITO DELLA STAMPA DEL TENNESSEE

Quei bugiardi incalliti del «Terremoto bisettimanale» stanno facendo ogni sforzo nel tentativo di gettare addosso a gente nobile e cavalleresca un’altra delle loro vili e brutali menzogne a proposito di quell’eccellentissimo risultato del diciannovesimo secolo che è la ferrovia di Ballyhack. L’idea che Buzzardville dovesse essere tagliata fuori ha avuto origine solo nei loro cervelli bacati, o meglio in quella poltiglia che loro si ostinano a considerare cervelli. Faranno meglio a ingoiarsi questa bugia se vogliono evitare alle loro insignificanti carcasse di rettili la fustigazione che così ampiamente meriterebbero. É arrivato in città quel deficiente di Blossom, del «Tuono e grido di battaglia della libertà di Higginsville» e sta a scrocco da Van Buren. Vediamo che quel delinquente rimbambito dell’«Urlo del mattino di Mud Springs» sta spargendo la voce, con la sua abituale propensione per le menzogne, che Van Herter non verrà eletto. La missione celestiale del giornalismo è diffondere la verità, sradicare l’errore, educare, rifinire ed elevare il tono della morale e del costume pubblico e rendere tutti gli uomini più gentili, più virtuosi, più caritatevoli e in ogni caso migliori, più santi, più felici; e tuttavia questo farabutto dal cuore nero degrada i suoi grandi compiti perseverando a disseminare falsità, calunnie, insulti e volgarità. Blathersville vuole una pavimentazione Nicholson, ma ha maggior bisogno di una prigione e di un ospizio. Che balordaggine quella di pavimentare una città di quart’ordine, dove ci sono solo due spacci d’alcolici, un maniscalco e quel giornale buono solo per fare i cartocci dell’«Hurrah quotidiano». Quell’insetto strisciante, Buckner, che dirige l’«Hurrah» raglia su quest’affare con la sua solita imbecillità, credendo di dire cose di buon senso. «Questo sì che è il modo di scrivere, pepato e dritto al sodo. Il giornalismo da mammolette mi fa venire il nervoso». Più o meno in quel momento piombò dalla finestra un mattone in un fracasso di vetri rotti, e mi prese in pieno sulla schiena. Mi misi fuori portata, cominciando a pensare di essere di troppo. Il capo disse: «Deve essere il colonnello. Lo aspetto da due giorni. Sarà qui tra un momento». Aveva ragione. Il colonnello apparve sulla porta un attimo dopo con in mano un revolver da dragone. Disse: «Signore, ho forse l’onore di parlare al disgraziato che dirige questo foglio ributtante?». «Sì, sono io. Si accomodi, signore. Stia attento alla sedia, una delle gambe se n’è andata. Credo di aver l’onore di rivolgermi a quel putrido bugiardo del colonnello Blatherskite Tecumesh.» «Giusto, signore. Ho un piccolo conto in sospeso con lei. Se è pronto, possiamo iniziare.» «Dovrei finire un articolo sull’Incoraggiante progresso dello sviluppo morale e intellettuale in America, ma non c’è fretta. Cominciamo.» Entrambe le pistole esplosero con feroce clamore nel medesimo istante. Il capo perse una ciocca di capelli mentre il proiettile del colonnello terminò la sua carriera nella parte carnosa della mia coscia. La spalla sinistra del colonnello venne appena colpita. Fecero fuoco di nuovo. Questa volta mancarono il bersaglio, ma io ebbi comunque la mia parte, un buco nel braccio. Al terzo colpo entrambi i gentiluomini rimasero leggermente feriti e io ne ebbi un’articolazione scheggiata. A questo punto dissi che preferivo uscire a fare una passeggiata, dato che si trattava di una questione privata e mi pareva indelicato partecipare ulteriormente. Ma entrambi i gentiluomini mi implorarono di rimanere seduto, rassicurandomi che non ero d’impiccio. Poi, mentre ricaricavano, parlarono delle elezioni e del raccolto e io pensai a medicarmi le ferite. Ma ripresero immediatamente a sparare con entusiasmo e ogni colpo andò a segno — ma è giusto far notare che cinque colpi su sei toccarono a me. Il sesto colpì a morte il colonnello il quale, con fine umorismo, osservò che era venuto il momento di congedarsi perché aveva degli affari da sbrigare in città. Chiese dove poteva trovare un becchino e se ne andò. Il capo si rivolse a me, dicendo: «Aspetto degli ospiti per cena, e devo andare a prepararmi. Mi fai un gran favore se mi correggi le bozze e ricevi i clienti». Trasalii un pochino all’idea di ricevere i clienti, ma ero troppo terrorizzato dalla sparatoria che ancora mi echeggiava nelle orecchie per riuscire a pensare a qualcosa da dire. Riprese: «Jones sarà qui alle tre: frustalo. Gillespie arriverà un po’ prima: buttalo fuori dalla finestra. Ferguson passerà verso le quattro: uccidilo. Questo è tutto per oggi, credo. Se trovi il tempo, scrivi un articolo tosto sulla polizia: fai vedere i sorci verdi all’ispettore capo. Le fruste sono sotto il tavolo; le armi nel cassetto, le munizioni là nell’angolo, e garza e bende laggiù nello schedario. Se ti capita qualcosa, vai da Lancet, il chirurgo, al piano di sotto. Si fa pubblicità e ci paga in natura». Se ne andò. Rabbrividii. Di lì a tre ore ero passato attraverso pericoli così terribili che tutta la mia serenità e l’allegria mi avevano abbandonato. Gillespie era venuto e aveva buttato me fuori della finestra. Jones era arrivato subito e, quando stavo per frustarlo, mi aveva subito tolto lo scudiscio di mano. Nell’incontro con uno sconosciuto, del tutto imprevisto, avevo perduto lo scalpo. Un altro sconosciuto, di nome Thompson, mi ridusse a una carcassa di stracci strappati. E alla fine, stretto in un angolo e incalzato da una infuriata massa di direttori, bari, politici e banditi che erano dappertutto, bestemmiavano e brandivano le armi sul mio capo tanto che l’aria sembrava scintillare di quei lampi d’acciaio, stavo per rassegnare le mie dimissioni quando arrivò il capo e con lui un mucchio di amici affezionati ed entusiasti. Ne seguì una sommossa e una carneficina tale che nessuna penna umana o d’acciaio potrebbe descrivere. Si presero a pistolettate, gente infilzata, smembrata, fatta esplodere, gettata fuori della finestra. Ci fu un breve tornado di torbida blasfemia con una confusa e frenetica danza di guerra, e poi tutto finì. In cinque minuti ci fu silenzio; il capo sanguinante e io sedemmo da soli a ispezionare la cruenta rovina che si stendeva sul pavimento intorno a noi. Disse: «Ti piacerà questo posto, quando ci avrai fatto l’abitudine». Dissi: «Devi scusarmi, ma penso che forse, dopo un po’, riuscirei anche a scrivere come piace a te; potrei farcela, una volta fatto un po’ di esercizio ed essermi impadronito della lingua. Ma, a essere sincero, quelle espressioni così energiche hanno i loro inconvenienti e l’uomo è suscettibile alle interruzioni. Lo vedi anche tu. La scrittura vigorosa è senza dubbio adattissima a elevare il pubblico, ma non me la sento di attrarre tutte le attenzioni che richiamano questo modo di fare. Non posso scrivere a mio agio quando vengo interrotto ogni volta, come è successo oggi. L’incarico mi piace, ma non mi va di essere lasciato qui a ricevere i clienti. Sono esperienze fantastiche, devo ammetterlo, e in un certo senso anche divertenti, ma non sono distribuite equamente: un signore ti spara dalla finestra e colpisce me; una bomba a mano viene giù dal tubo della stufa in tuo omaggio e mi schianta in gola lo sportello della suddetta; arriva un amico per fare quattro chiacchiere con te e m’impallina così tanto che i miei princìpi non stanno più nella pelle; te ne vai a cena e Jones arriva con la frusta, Gillespie mi butta fuori della finestra, Thompson mi strappa tutti i vestiti, un perfetto sconosciuto mi prende lo scalpo con la tranquilla confidenza di un vecchio amico; in meno di cinque minuti tutti i fuorilegge del paese arrivano in assetto da guerra e iniziano a terrorizzarmi a morte con i loro tomahawk. Per concludere, in tutta la mia vita non ho mai passato una giornata più movimentata di questa. No; tu mi piaci e mi piace pure la calma imperturbabile con cui spieghi le cose ai clienti, ma vedi da te che non ci sono abituato. Il cuore del Sud è troppo impulsivo; l’ospitalità meridionale è troppo generosa per uno straniero. I paragrafi che ho scritto oggi e nelle cui fredde frasi tu hai infuso il fervente spirito del giornalismo del Tennessee scateneranno un altro vespaio. Verrà un’altra masnada di direttori affamati, e vorranno qualcuno da mangiare a colazione. Sono costretto a dirti addio. Rinuncio a essere presente a quelle celebrazioni. Sono venuto al Sud per la mia salute, e me ne vado subito per la stessa ragione. Il giornalismo del Tennessee è troppo movimentato per me». Poi ci separammo con reciproco rammarico, e presi una camera all’ospedale.