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venerdì 8 dicembre 2023

Altro che nazionalizzazioni: Giorgia vende tutto - Enrico Mingori

 

La rete Tim passa al fondo Usa Kkr. Ita va ai tedeschi di Lufthansa. L’ex Ilva resta in mani indiane. E si prepara una stagione di privatizzazioni. Meloni parlava di difesa dell’italianità. Ma ecco com’è andata a finire con Fdi al governo. Chiamateli pure “patrioti del mercato”

 

C’è stato un tempo in cui Giorgia Meloni si indignava per la vendita di aziende italiane a compratori stranieri, rimaneva scandalizzata davanti a uno Stato che «permette a entità finanziarie estere di banchettare indisturbate sulle infrastrutture strategiche», gridava che lei non avrebbe mai ceduto «alla grande finanza internazionale».

Quel tempo è finito la sera del 25 settembre 2022, quando Fratelli d’Italia ha vinto le elezioni politiche. Da presidente del Consiglio, Meloni – pur mantenendo a parole un atteggiamento intransigente contro i falchi forestieri pronti a depredare la «Nazione» – ha abbracciato, nella pratica, una posizione ben più elastica rispetto alle dinamiche del mercato globalizzato.

E così, proprio sotto il Governo dei “patrioti” sovranisti, si sta consumando la vendita della rete Tim agli americani di Kkr, la progressiva cessione di Ita Airways ai tedeschi di Lufthansa e la rinuncia al piano di nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia, mentre il proposito di far entrare lo Stato in Stellantis è silenziosamente evaporato.

Una linea, questa, su cui ha avuto certamente un peso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, un leghista laureato alla Bocconi che ha fissato l’obiettivo – a dire il vero poco realistico – di raggranellare 20 miliardi di euro in tre anni da una serie di privatizzazioni ancora non ben definite. Nel giro di quattordici mesi si è passati, insomma, dalle nazionalizzazioni alle privatizzazioni. Tutto legittimo, e forse in certi casi persino inevitabile, ma in campagna elettorale la musica suonata dai meloniani era tutta un’altra.

Cortocircuito sulla rete
Prima di insediarsi a Palazzo Chigi, Meloni sosteneva che la rete di Tim andasse nazionalizzata. In un’intervista a Radio 24, nell’agosto 2022, auspicava «una rete unica di proprietà pubblica». «Il punto – sottolineava – è scorporare la proprietà della rete, che non può essere privata, come non lo è da nessuna parte per un fatto di sicurezza nazionale e tutela dell’interesse nazionale».

A conferma di questa linea, nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si proponeva, alla voce «tutela delle infrastrutture strategiche nazionali», di «garantire la proprietà pubblica delle reti sulle quali le aziende potranno offrire servizi in regime di libera concorrenza, a partire da quella delle comunicazioni».

In particolare, secondo indiscrezioni mai smentite circolate alla vigilia delle elezioni politiche, il piano meloniano prevedeva che Cassa Depositi e Prestiti, già titolare del 10% di Tim, lanciasse un’Opa sul restante 90% per poi procedere a uno spezzatino, vendendo gli asset dei servizi e mantenendo solo la proprietà della rete.

Sappiamo, invece, come poi le cose sono andate a finire. Il Governo dei “patrioti” ha presto abbandonato la pista Cdp ed è andato a sponsorizzare l’affondo sulla rete Tim del fondo statunitense Kkr, che non solo è evidentemente una società privata ma è anche uno dei più affamati predatori dell’alta finanza di Wall Street, quella che Meloni fino a poco tempo fa diceva di voler combattere.

E, per inciso, Kkr è anche il padrone della Marelli che lo scorso settembre ha annunciato a sorpresa la chiusura dello stabilimento di Crevalcore, in provincia di Bologna, precipitando nell’incertezza oltre 230 lavoratori, ma quella è un’altra storia.

Con il recente via libera da parte del Consiglio d’amministrazione di Telecom, la rete fissa dell’ex monopolista è stata comprata dal fondo yankee per una cifra intorno ai 22 miliardi di euro (il closing dell’operazione avverrà a metà 2024). Kkr ha siglato un memorandum of understanding con il Ministero dell’Economia in base al quale il Mef diventerà socio di minoranza della nuova compagnia della rete (Netco) con un pacchetto di azioni fino al 20% e un esborso di 2,5 miliardi di euro.

E pensare che il primo dicembre 2021, in un editoriale a sua firma su Milano Finanza, Meloni si lanciava contro la decisione di Tim di vendere il 38% di FiberCop proprio a Kkr e contro l’ingresso in Open Fiber del fondo australiano Macquarie: «Questo vuol dire, in termini pratici, che le due aziende sono a sovranità limitata perché prima di fare qualsiasi investimento, o scelta strategica, devono concordarle con fondi americani e australiani», scriveva la leader di Fratelli d’Italia. Per poi concludere: «Mi chiedo come sia possibile non badare all’interesse nazionale e mettersi a fare le majorette di quelli stranieri».

I contenuti dell’accordo fra il Mef di Giorgetti e Kkr – sottoscritto poco prima di Ferragosto – sono riservati. Nel breve comunicato diffuso dal Ministero si precisa che è previsto «un ruolo decisivo del Governo nella definizione delle scelte strategiche», ma se gli americani hanno messo sul piatto più di 20 miliardi di euro è verosimile pensare che non staranno a guardare. Difficilmente accetteranno di mettersi nelle mani dello Stato italiano.

Per giunta, il fondo newyorkese si porta dietro gli emiratini di Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi, che partecipa con una quota di minoranza al veicolo con cui è stato formalmente chiuso l’accordo per Tim. Dunque, le redini di Netco passano a un fondo speculativo americano affiancato da un partner arabo. Altro che italianità.

Importante nota a margine: sulla rete di Tim il piano del Governo è quello di arrivare a replicare i modelli Terna (rete elettrica) e Snam (rete gas), dove la parte pubblica comanda con una quota di maggioranza relativa (in quei casi, tuttavia, il controllo dell’infrastruttura non è mai passato in mani private).

Il percorso previsto è che nel giro di cinque o sei anni, una volta realizzata la pluslvalenza desiderata, Kkr esca di scena e rimetta la sua quota sul mercato, lasciando appunto il volante al Mef. Ma la sciagurata storia degli ultimi venticinque anni di Tim, a partire dalla privatizzazione fatta sotto il Governo Prodi fino agli attuali dissidi fra Cdp e Vivendi, è segnata da colpi di scena tali da aver insegnato che le intenzioni dichiarate in partenza raramente vengono rispettate.

Compagnia di bandiera
Anche sul dossier Ita Airways, Meloni ha contraddetto se stessa. Dopo aver gridato allo scandalo in campagna elettorale contro la privatizzazione della compagnia di bandiera, sarà proprio il suo Governo – salvo un improbabile stop dall’Antitrust europeo – a concludere la cessione a Lufthansa.

Ad agosto dell’anno scorso la leader di Fratelli d’Italia esortava il premier in carica Mario Draghi a fermare le trattative in corso con il vettore aereo tedesco, che all’epoca si muoveva ancora in cordata con il gruppo italiano delle crociere Msc: «Ora che abbiamo affrontato sacrifici indicibili per comprimerne i costi, occorre valutare con attenzione la presenza dello Stato nella compagnia e nella partecipazione di altri partner», diceva Meloni, sostenendo che un esecutivo dimissionario avrebbe dovuto astenersi dalla partita.

E il “fratello d’Italia” Fabio Rampelli rincarava la dose, intervistato da Milano Finanza: «Se Draghi vuole forzare la mano al punto di giungere al closing prima del voto, mi pare evidente che esista un accordo inconfessabile per consegnare il business del trasporto aereo italiano ai tedeschi».

Di lì a poche settimane accadde che Draghi congelò il dialogo con Lufhtansa e Msc per avviare un negoziato in esclusiva con la cordata composta dai vettori Air France-Klm e Delta Airlines e dal fondo statunitense Certares: una strada che avrebbe garantito maggior peso allo Stato italiano nella governance.

Meloni tornò alla carica: «Secondo me bisognava valutare la possibilità di mantenere la nostra compagnia di bandiera perché non ci facciamo certo un figurone a essere, forse, l’unico grande Paese occidentale d’Europa che non ha una propria compagnia di bandiera. È un altro pezzo di Italia che se ne va, e quando questo capita io non sono contenta mai. Tutto quello che posso fare per impedirlo sono pronta a farlo – prometteva la futura presidente del Consiglio – ma se non posso studiare il dossier perché si vuole risolvere tutto prima non sono d’accordo».

Alla fine Meloni, il dossier, è riuscita a studiarlo, perché Draghi non ha fatto in tempo a chiudere quell’operazione. Ed evidentemente la premier ha concluso che l’idea originaria di vendere ai tedeschi non era poi malvagia. Peccato che nel frattempo il partner italiano Msc, stanco delle lungaggini dei negoziati, si sia chiamato fuori.

Così lo scorso maggio il Ministero dell’Economia – proprietario del 100% di Ita – ha firmato un accordo con la sola Lufthansa per la cessione del 41% della società attraverso un aumento di capitale da 325 milioni di euro.

Ma questo è solo l’inizio del cronoprogramma per la privatizzazione: dopo il 2025, infatti, quando Ita dovrebbe essere diventata profittevole, i tedeschi aumenteranno la propria partecipazione lasciando allo Stato italiano una quota che dovrebbe oscillare intorno al 10% o un rappresentante nel board.

Grazie ai paladini della compagnia di bandiera, dunque, l’ex Alitalia finirà per essere pilotata da un vettore germanico. E forse – va detto – dopo i ripetuti disastri combinati dai politici e dai manager italiani negli ultimi vent’anni, ce lo meritiamo.

Retromarce
Un altro miserevole fallimento industriale italiano – maturato ben prima dell’arrivo di Meloni al potere – è quello dell’ex Ilva. Mai come oggi l’ex gigante dell’acciaio è stato vicino alla chiusura. Manca liquidità e la produzione è ai minimi storici. Il problema è che negli ultimi due anni lo Stato, che possiede il 38% tramite Invitalia, ha iniettato complessivamente più di un miliardo di euro nelle casse del gruppo siderurgico, di cui 680 milioni autorizzati lo scorso gennaio dal ministro dell’Economia Giorgetti, ma il controllo è destinato a rimanere agli indiani di Arcelor Mittal.

Nel 2020 il Governo Conte 2 aveva concordato con la multinazionale un piano che avrebbe dovuto portare Invitalia al 60% dietro versamento di 680 milioni di euro. Come detto, quell’assegno è stato staccato dieci mesi fa, eppure all’orizzonte non si vede ancora nessun rafforzamento della partecipazione pubblica.

Il ministro meloniano delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, era favorevole al progetto di nazionalizzazione al 60%. Ma dall’estate scorsa le cose sono cambiate. La premier ha esautorato Urso e affidato il dossier ex Ilva a Raffaele Fitto e Alfredo Mantovano, rispettivamente ministro degli Affari europei e sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Risultato: il Governo sta negoziando un nuovo accordo con Arcelor Mittal che non dovrebbe intaccare il controllo dell’acciaieria in capo agli indiani. La nazionalizzazione, in altre parole, non s’ha da fare.

E che dire di Stellantis? Negli anni passati la stessa Meloni e lo stesso Urso hanno più volte invocato l’ingresso dello Stato nel capitale della casa automobilistica nata dalla fusione tra Fiat Chrysler e il gruppo Peugeot. «Presenteremo un progetto che preveda la predisposizione di un piano nazionale per l’automotive e la partecipazione di Cdp nell’azionariato della nuova azienda al pari della quota pubblica francese», annunciava la leader di FdI nel marzo 2021.

Ed esattamente un anno dopo era addirittura il Copasir presieduto da Urso ad auspicare «un interessamento di Cassa depositi e prestiti, il cui eventuale ingresso nel gruppo industriale potrebbe favorire un ribilanciamento di pesi tra la componente francese e quella italiana, così proteggendo le tecnologie e l’occupazione». Da quando i “patrioti” sono al governo, però, la proposta è finita nel dimenticatoio.

Non è più aria per l’ingresso del pubblico nel privato, semmai il contrario: i soldi in cassa scarseggiano e il ministro Giorgetti studia da quali aziende partecipate si può uscire e ricavare un bel gruzzoletto.

La nuova stagione delle privatizzazioni è già iniziata, due settimane fa, con la cessione a 150 investitori del 25% del Montepaschi di Siena, di cui il Ministero dell’Economia detiene comunque ancora il controllo. E le alienazioni potrebbero proseguire l’anno prossimo con operazioni più difficili e quindi lunghe, come mettere sul mercato una quota di Poste Italiane o di Ferrovie dello Stato. L’obiettivo è drenare una ventina di miliardi di euro entro il 2026.

L’era del “ritorno dello Stato”, almeno in Italia, sembra già finita, morta sul nascere. Curiosamente soffocata dagli ex fautori dell’autarchia del terzo millennio.

da qui

venerdì 25 febbraio 2022

Spie, dittatori, faccendieri: così Eni e Shell si sono presi il petrolio della Nigeria - Enrico Mingori

 

(dal blog https://www.tpi.it/)


L’intrigo internazionale che ha portato le due multinazionali europee a mettere le mani, senza gara, su uno dei più ricchi giacimenti petroliferi dell’Africa. Facendo perdere alla popolazione locale 6 miliardi di dollari

Ci sono le ex spie inglesi e russe che lavorano nell’ombra per le multinazionali degli idrocarburi, c’è il ministro di un dittatore africano che assegna a se stesso – ovviamente a un prezzo stracciato – un giacimento petrolifero da miliardi di dollari, ci sono i faccendieri italiani che provano a pilotare l’affare per prendersi anche loro una fetta della torta. E poi ci sono case presidenziali, bottiglie di champagne, hotel di lusso, fiumi di denaro che fanno giri immensi fino a sparire nella nebbia, e due misteriosi trolley con dentro 50 milioni di dollari che forse nessuno ha mai visto davvero. Sembra un film di spionaggio, e invece è la ricostruzione quello che è stato definito «il processo del secolo»: due grandi oil company, Eni e Shell, accusate di aver pagato una super mazzetta da oltre un miliardo di dollari – la più grande tangente della storia giudiziaria italiana, secondo i pm milanesi – per accaparrarsi il ricchissimo giacimento petrolifero Opl 245, in Nigeria.

In primo grado tutti gli imputati sono stati assolti con formula piena («Il fatto non sussiste»): per i giudici del tribunale di Milano non c’è stata corruzione. In attesa del giudizio d’appello, tuttavia, ciò che emerge chiaro e tondo, ricostruendo questa storia, è che – tangente o no – qui due multinazionali europee hanno messo le mani, senza nessuna gara pubblica e a condizioni economiche e fiscali estremamente vantaggiose, su uno dei più preziosi tesori naturali della Nigeria, un Paese dove il 41 per cento della popolazione (81 milioni di persone) vive in condizioni di povertà estrema. Non solo: di quel miliardo di dollari versato da Eni e Shell su un conto corrente del Governo federale di Abuja (per la precisione 1,092 miliardi), appena 180 milioni sono rimasti nelle casse dello Stato. Per il resto, i soldi dell’Opl 245 sono finiti nelle tasche di imprenditori, politici e faccendieri vari. Secondo l’Ong Global Witness, il popolo nigeriano ci ha perso complessivamente 6 miliardi di dollari, una cifra pari a oltre quattro volte la spesa sanitaria del Paese nel 2020.

Come spiega Giovanni Carbone, responsabile del programma Africa dell’Ispi (Istituto Studi di Politica Internazionale) e professore all’Università di Milano, «l’interesse internazionale per la straordinaria ricchezza energetica e mineraria dell’Africa subsahariana ha da sempre esposto i Paesi della regione a una certa vulnerabilità nelle relazioni con i Paesi ricchi e le multinazionali». Parliamo di «economie ancora complessivamente povere, con governanti in posizioni strutturalmente svantaggiate nel negoziare i termini contrattuali dello sfruttamento di queste risorse da parte di soggetti esterni».

Il bisonte e gli olandesi
Ma adesso riavvolgiamo il nastro indietro di ventiquattro anni. È il 1998 e la Nigeria è governata dal regime militare del generale Sani Abacha. L’Opl 245 – dove Opl sta per Oil Prospecting Licence – è un mega-blocco petrolifero inesplorato al largo del delta del fiume Niger: si stima che là sotto possano esserci fino a 9 miliardi di barili di oro nero (oggi la stima è stata affinata: mezzo miliardo di barili, livello comunque considerevole). Ministro del Petrolio è Dan Etete, 54 anni, politico navigato proveniente dal sud del Paese, soprannominato “il bisonte” per la stazza massiccia e la passione per la caccia. Il 29 aprile 1998 il ministro, senza indire nessuna gara, assegna la licenza a esplorare l’Opl 245 alla Malabu Oil and Gas Limited, una società fondata appena cinque giorni prima, in cambio di un bonus di firma da 20 milioni di dollari: somma che, come vedremo tra poco, equivale a un vero e proprio regalo. Piccolo particolare: soci occulti della Malabu sono lo stesso ministro Etete e il figlio del generale Abacha. Il “bisonte” e il dittatore già si fregano le mani, ma ecco un imprevisto: l’8 giugno il generale Abacha muore in circostanze misteriose. E per la Nigeria si apre una nuova fase.

L’anno successivo si tengono le prime elezioni libere da tre lustri. Vince Olusegun Obasanjo, che aveva già governato il Paese negli anni Settanta. Anche lui è un militare, ma democratico: sotto il regime di Abacha era stato condannato a morte e si era rifugiato in Colombia, dove aveva stretto amicizia con l’ambasciatore russo, Ednan Agaev (segnatevi questo nome). Il presidente Obasanjo conferma l’assegnazione dell’Opl 245 alla Malabu. Ed Etete cede per 18 milioni di dollari il 40% della licenza agli olandesi di Shell. Poi, però, il Governo cambia idea: revoca la concessione e indice una gara pubblica. Nel maggio 2002 il giacimento è assegnato alla stessa Shell in cambio di un bonus da 200 milioni di dollari, dieci volte tanto quello che era stato fissato per la Malabu ai tempi del regime.

Etete va su tutte le furie e impugna la revoca. In primo grado il suo ricorso è respinto. Ma prima che si arrivi alla sentenza d’appello – e siamo ormai a fine 2006 – il ministro della Giustizia, Bajo Ojo, annuncia una decisione clamorosa: la licenza Opl 245 è espropriata alla Shell e riassegnata al 100% alla Malabu. Motivo? Qui ci sono due versioni. Quella ufficiale –  ritenuta attendibile dai giudici di Milano che esamineranno il caso una decina d’anni più tardi – è che il Governo, sulla base di un parere legale, era certo di perdere in appello e ha quindi voluto evitare la condanna, con annesso obbligo di risarcimento danni in favore della Malabu. Secondo i pm milanesi (la cui tesi non è stata però condivisa dal Tribunale) la vera spiegazione va ricercata invece in un bonifico da 10 milioni di dollari che Etete destinerà nel 2010 a Ojo: per i magistrati, in altre parole, Malabu ha corrotto il ministro. Etete, da parte sua, ha sempre giustificato il versamento come il corrispettivo di una consulenza legale datata 2009. Comunque sia andata, grazie a quel dietrofront del Governo, il “bisonte” rimette le mani sull’Opl 245. Ed è a questo punto che entra in scena Eni.


Ecco gli italiani
Nel gennaio 2007 il fratello di Etete propone alla compagnia italiana di acquistare una quota della licenza petrolifera: il cane a sei zampe è interessato, tanto che il 23 febbraio firma con la Malabu un accordo di riservatezza. A quell’epoca amministratore delegato di Eni è l’esperto Paolo Scaroni, manager vicentino scuola McKinsey, chiamato dal Governo Berlusconi a occuparsi di idrocarburi dopo aver guidato per tre anni l’Enel (oggi è presidente del Milan). Il suo braccio destro è Claudio Descalzi, direttore della divisione Exploration & Production (sarà proprio lui, nel 2014, a succedere a Scaroni come amministratore delegato del gruppo). Meneghino doc, Descalzi è un Eni-boy da oltre vent’anni: ha lavorato a lungo in Africa, dove ha anche trovato moglie: Marie Magdalena Ingoba, imprenditrice congolese, oggi indagata a Milano per un giro d’affari tra alcune sue società e la stessa Eni.

Ma torniamo alla nostra storia. Nel 2007 sul fronte nigeriano avvengono due fatti importanti: a fine gennaio è eletto presidente della Repubblica Umaru Adua, delfino di Obasanjo; e a inizio novembre Dan Etete è condannato in Francia a 3 anni di carcere per riciclaggio nel processo sullo scandalo Bonny Island (impianto di estrazione di gas che era co-gestito dalla Snamprogetti, società del gruppo Eni). Questa condanna è un passaggio chiave anche per la vicenda 245, perché fa del “bisonte” un soggetto con cui è meglio evitare di avere rapporti commerciali. Ma Etete non si ferma: vuole rivendere una o più quote della licenza petrolifera per fare cassa.

Champagne ghiacciato
Dopo aver approcciato Eni, il titolare occulto della Malabu prova a riannodare i fili con Shell, con cui i rapporti si erano guastati dopo il tiramolla degli anni passati. Ci vuole tempo, ma la manovra dà i suoi frutti: il 15 ottobre 2009 Etete riunisce intorno a un tavolo il mediatore Bryant Orjiako e il responsabile commerciale di Shell in Nigeria, Peter Robinson. Ma all’incontro partecipano anche il parlamentare Umar Bature e soprattutto John Copleston, ex spia dei servizi segreti britannici, per anni capo dell’MI6 in Nigeria e ora advisor di Shell. L’ex 007 segue nell’ombra le trattative sull’Opl 245 e si scambia spesso aggiornamenti con l’ex collega di intelligence Guy Colegate, anche lui ora a libro paga degli olandesi. Nove mesi prima dell’incontro organizzato da Etete, in una mail datata 5 gennaio 2009, Copleston parla con Colegate e Robinson della possibilità che la multinazionale compri una quota della licenza petrolifera, e senza usare metafore scrive «Etete si lamenta che tratterrà soltanto 40 milioni dei 300 che gli stiamo offrendo, il resto andrà per pagare tangenti in giro». Evidentemente l’ex spia non voleva essere frainteso… Fatto sta che nella riunione del 15 ottobre il “bisonte” si accorda verbalmente per cedere il 40% della licenza a Shell.

In quegli stessi mesi si registrano movimenti tellurici ai fianchi di Eni. Tutto parte da Lugano, dove abita un intermediario veneto sulla quarantina, Gianluca Di Nardo. Quest’ultimo un giorno prende il telefono e chiama Luigi Bisignani, forse il più famoso faccendiere d’Italia, ex giornalista con importanti entrature, da Andreotti a Berlusconi, da Montezemolo a Licio Gelli. Di Nardo gli segnala che in Nigeria c’è un affare che scotta: il blocco 245, appunto. Che c’entra Bisignani? Semplice: è amico di Scaroni dagli anni Settanta – i due fanno pure le vacanze insieme all’Argentario – e Di Nardo vuole sondare l’eventuale interesse di Eni per il giacimento. Il senso di quella telefonata lo spiegherà successivamente lo stesso Bisignani ai magistrati: «Se l’affare fosse andato in porto, Di Nardo avrebbe lucrato una mediazione, e anche io sicuramente avrei avuto la mia parte». L’intermediario italo-svizzero raccomanda anche un proprio referente nigeriano che avrebbe già in tasca un mandato dalla Malabu per vendere una quota della licenza: si chiama Emeka Obi ed è un rampante uomo d’affari basato a Londra, soprannominato il “ragazzo” perché ha poco più di trent’anni. Bisignani prende nota e informa Scaroni, che a sua volta contatta Descalzi. Dopo una serie di mail tra Obi ed Eni, il 28 dicembre si tengono le presentazioni ufficiali: davanti a una bottiglia di champagne ghiacciato, Etete riceve a casa sua il “ragazzo” e Vincenzo Armanna, importante manager del cane a sei zampe in Africa. Poche settimane dopo, il 4 febbraio 2010, ritroviamo Obi ed Etete a Milano, seduti al ristorante dell’hotel Principe Savoia di Milano insieme al numero due di Eni, Descalzi. Allo stesso tavolo c’è anche un russo, Ednan Agaev. Questo nome lo avete già sentito: era l’ambasciatore di Mosca in Colombia durante l’esilio del presidente nigeriano Obasanjo (ricordate?). Agaev, uomo vicino a Putin, segue l’affare 245 come intermediario tra Malabu e Shell e ha frequenti contatti con il generale Aliyu Gusau, considerato l’«eminenza grigia dei servizi segreti nigeriani».


A casa del presidente
Nel frattempo ad Abuja c’è l’ennesimo cambio di governo. E per Etete ci sono ottime notizie: il nuovo presidente è Goodluck Jonathan, ex insegnante privato dei suoi figli; il ministro della Giustizia è Adoke Bello, suo avvocato; e la ministra del Petrolio è Alison Diezani, sua ex assistente (nonché ex manager di Shell). Considerate queste premesse, la Malabu ha gioco facile nel vedersi confermata la licenza del 100% sull’Opl.

Nei mesi successivi le manovre vanno avanti. Shell dà il suo ok all’ingresso ufficiale in partita degli italiani. E il 13 agosto 2010 Scaroni e Descalzi vengono ricevuti da Jonathan nella residenza presidenziale. Qualche giorno dopo, Peter Robinson, capo di Shell in Nigeria, annota che «il presidente è motivato a concludere in fretta la questione (245, ndr), spinto dalle aspettative circa i profitti che Malabu riceverà e i contributi politici che ne deriveranno». Una frase che i pm di Milano leggeranno come indizio di uno schema corruttivo.

Quel che è certo è che il nuovo Governo nigeriano segue le vicende del giacimento offshore molto da vicino. Tanto che Di Nardo si allarma: «Ci hanno scavalcato», dice al telefono con Bisignani. Il timore è che Eni stia trattando direttamente con Etete e il Governo senza passare attraverso Obi. Bisignani contatta subito Descalzi, che però lo rassicura. E infatti il 30 ottobre 2010, all’hotel Bristol a Parigi, il “ragazzo” consegna a Etete per conto di Eni un’offerta per il 100% dell’Opl 245: sul piatto 1,2 miliardi di dollari (Eni è d’accordo con Shell, a cui poi darebbe il 50% della licenza). Ma la risposta del “bisonte” è negativa: «Voglio almeno 2,2 miliardi». La fase di impasse, peraltro, dura poco. Passano appena quindici giorni e il ministro della Giustizia, Adoke Bello, prende in mano la situazione: convoca nel suo ufficio i manager di Eni, Shell e Malabu e nel giro di un paio d’ore, magicamente, risolve tutto. Non c’è un verbale di quell’incontro, ma sappiamo quel che Roberto Casula, capo dell’area subsahariana di Eni, scrive a Descalzi al termine della riunione: «Dopo intensa discussione con telefonate continue al venditore (cioè Etete, ndr), questi ha accettato di chiudere a 1,3 miliardi». Descalzi gira subito la notizia a Scaroni, che commenta: «Ottimo». Sembra insomma che d’improvviso sia stata trovata la quadra…

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