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venerdì 6 ottobre 2023

L’Occidente dei diritti ignora il Nagorno: così centomila armeni diventano nessuno – Domenico Quirico

 

La parte «giusta del mondo» non ha fatto nulla per aiutarli e ora non gli resta che sparire. Lottiamo contro lo zar russo «fino a quando sarà necessario» ma perdoniamo subito Aliyev

Non dissimuliamo solo noi stessi e ci rendiamo diafani come fantasmi. Dissimuliamo pure l’esistenza degli altri. Non nel senso che commettiamo azioni deliberate e violente (questo solo in alcune circostanze estreme). Li dissimuliamo in modo più definitivo e radicale: li trasformiamo in Nessuno. Il nulla diventa individuo, si fa corpo e persona. L’esempio più recente, in triste fila subito dopo i siriani, i sudanesi, i tigrini, i saharawi, i migranti eccetera, sono gli armeni del Nargorno Karabakh. Da quando “l’operazione speciale” degli azeri ha completato, con fulminante successo, il programma di pulizia etnica (una volta la chiamavamo così… ) degli armeni dell’Artsakh che la Storia ha rinchiuso nello Stato azero, con determinazione e prontezza l’Occidente, parolaio e implacabile nel difendere i Diritti, ha dissimulato la loro esistenza. Agisce come se non esistessero. Li nullifica, li annulla, verrebbe da coniare una verbo audace: li nessunizza.

Novantatremila son già fuggiti in Armenia portandosi dietro un calvario di miseria disperazione tragici racconti di violenze stupri ladrocini, umiliazione: l’Artsakh, chiamavano così la loro disgraziata enclave vittima di una Storia contorta, non esiste più. Smacchiata dalle carte geografiche, hanno annunciato gli azeri vincitori. L’alternativa concessa agli armeni: la valigia, ma in qualche caso non è concessa neppure quella, o vivere da minoranza, che vuol dire sparire più lentamente. A loro si aggiungeranno forse gli abitanti della regione armena di Suynik: Baku dice che fu un errore di Stalin, un corridoio perfetto per riunirsi ai fratelli turchi.

Così gli armeni del Nagorno sono diventati l’assenza dei nostri sguardi, la pausa nei nostri impegnati discorsi da parte giusta del mondo, la omertà, questa si davvero mafiosa, del nostro silenzio. Gli armeni di questo frammento insanguinato e derelitto del Caucaso sono la nostra omissione. Che spesso è peccato più grave dell’azione, dell’atto. Non abbiamo fatto nulla per salvarli o alleviare in parte il loro destino. A meno di non considerare qualcosa i cento dollari che l’Unione europea ha regalato a ogni profugo. Una elemosina vergognosa per far che? Qualche pasto, trovare un albergo di fortuna, ubriacarsi e dimenticare? Bruxelles e la sua Commissione: una volta di più un tempio in mano a una congrega di mercanti, capaci di ragionare solo su quanto occorre pagare per scansare i guai e sorreggere la ipocrisia di essere quello che diciamo di essere e non siamo. Per ottusità viltà interesse.

«È tutta colpa di Putin, era lui che doveva difenderli’»: così abbiamo giustificato la nostra voluta impotenza. Traendone anche soddisfatte e sconclusionate conferme del fatto che il presidente russo è indebolito perfino nel suo cortile di casa.

Attendete ancora qualche giorno e questi armeni saranno uno dei tanti nomi che dimenticheremo, quasi ci fosse uno strano destino che ci regala opportune smemoratezze. Saranno gli eterni assenti al nostro comodo banchetto dei diritti umani, gli invitati che non invitiamo, il vuoto che non riempiamo. In cui si installerà invece tronfio e gaudente l’ennesimo lestofante, l’emiro azero, che ci serve, che ci dà una mano energetica e petrolifera. Che custodiamo nelle foto di famiglia con il suo sguardo da baffuto Caliostro negli album dei presidenziali uffici di Bruxelles, di Roma o di Washington: autocrate ma collaborativo, aggressore ma disponibile a ben pagati rifornimenti di emergenza…

Il cerchio si chiude. Chiese e cimiteri si copriranno di erbacce, spariranno sotto il peso dell’incuria, i centoventimila armeni del Nagorno diventeranno rapidamente profughi, rifugiati e poi migranti e clandestini da qualche parte, niente paura sono già milioni, in qualche modo ai “flussi secondari” si provvederà. La loro ombra cala su di noi, non sugli azeri soddisfatti e gesticolanti nel tripudio, ci ricoprirà tutti e poi tornerà a regnare il silenzio più forte delle dichiarazioni, dei disappunti, dei discorsi laici e delle preghiere della domenica, delle religioni e delle rivoluzioni. Lo riempiremo a poco a poco con il nostro presente intatto, a tutto tondo, ben rifinito di danza e di baldoria. E di gravi preoccupazioni, il rialzo delle temperatura, l’inflazione che erode… Dovremmo parlarne agli armeni di tutto questo: tra cinquanta anni saremo tutti morti di clima, altro che il Nagorno e le vostre beghe di un mondo che non sembra cambiato dalla Genesi e che solo il mito può avvicinare, l’esilio, le bombe… Ne trarranno, essendo cristiani, amplissima consolazione nel loro sciagurato presente.

Gli armeni ci sono abituati ad attraversare la vita come scorticati. Dai tempi del criminale triunvirato Talal, Enver e Cemal autori del primo genocidio del Novecento, la loro storia di popolo è piena di punti di sospensione, nei loro silenzi ci sono pieghe tragiche, sfumature orrende, nuvoloni, minacce decifrabili e rari arcobaleni. Per questo sanno rendersi invisibili, farsi passare inavvertiti senza rinunciare mai al loro essere. Ci sono popoli interi nel mondo dominato degli Alyiev, dei Putin, degli Erdogan, ma ahimè! Anche dei Biden e dei Borrell che sono obbligati a contrarsi, a diventare ombre e fantasmi, flebili eco. Non marciano sgusciano, non urlano piangono a bassa voce per non far rumore. Per questo, a furia di soffrire, uomini e donne armeni sono diventati invulnerabili e stoici. E forse è per invidia che non li sopportiamo, per la loro capacità di resistere alla sofferenza. Che noi non abbiamo più. Siamo egoisti anche nel dolore.

Dollari, milioni di dollari miliardi sepolti nelle steppe desolate, nascosti sotto le sabbie sporche di nafta del Caspio che il petrolio uccide lentamente da secoli. In attesa paziente nelle sacche turgide di gas. È con questo tesoro che Aliyev, un satrapo figlio illegittimo del bolscevismo, ho potuto regolare i conti con la fastidiosa spina armena ereditata dalla Storia. Tra i mercanti russi dell’inizio del Novecento circolava questo proverbio: «Chi ha vissuto un anno tra i proprietari di petrolio di Baku non può ridiventare una persona per bene».

Ilham Aliyev ha ereditato dal padre Haydar, che si era fatto le ossa alla Lubianka ai tempi di Andropov, il potere e il gusto per l’intrigo, la abilità nello sfuggire alle congiure, la pazienza per le vendette implacabili e silenziose.

Mettiamo a confronto due personaggi: Putin e Aliyev. Le somiglianze sconcertano: autocrati, discendenti diretti o indiretti del Kgb, strateghi di “operazioni speciali” per smontare popoli molesti, ucraini e armeni, protetti da complici potenti, la Cina e la Turchia, ricchi di gas e petrolio. E poi: Suynik fu un “errore” staliniano, la Crimea ucraina un “errore” di Kruscev…

Perché allora lottiamo contro Putin «fino a quando sarà necessario» e perdoniamo le aggressioni di Aliyev?

da qui

mercoledì 16 giugno 2021

Il menù è solo americano, L’Europa non c’è - Alberto Negri

 



Vertice Nato. Il meeting dell'alleanza atlantica si apre sotto i «migliori auspici». Oltre al nemico numero uno Cina, a quello tradizionale, la Russia, si può anche pensare a una nuova campagna umanitaria del fronte delle «democrazie liberali» per esportare magari altra destabilizzazione, dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e la Libia. All'Europa non conviene, ma abbozza

Il vertice Nato di domani a Bruxelles, preceduto dal G-7 in Cornovaglia, inizia con due o tre barzellette e una cosa seria. La cosa seria è che il capo del Pentagono Lloyd Austin ha firmato una direttiva di allerta alle forze militari per fronteggiare la Cina come la sfida numero uno degli Usa e dell’Occidente.

Nel pacchetto proposto dagli Usa di Biden al vertice Nato c’è ovviamente anche il bersaglio Russia, con l’idea di un’alleanza tra le «democrazie liberali» europee da schierare contro Pechino e Mosca. In testa c’è sempre l’idea di un allargamento a Est della Nato che non farà altro che irrigidire il Cremlino in vista del vertice tra Biden e Putin.

Che cosa ci guadagna l’Europa in questa «prospettiva» di rapporti con la Russia e la Cina non è per niente chiaro. Visto che tra l’altro l’Alleanza Atlantica viene dal ritiro in Afghanistan che non è stato sancito dai Paesi Nato ma dalle trattative degli americani in Qatar con i talebani. Gli europei non hanno deciso niente se non il giorno della cerimonia dell’ammainabandiera.

Questo significa che gli Stati uniti quando c’è da stabilire qualche cosa lo fanno per conto loro e poi lo comunicano agli altri che devono trangugiare il loro menù, che piaccia o meno.

Ed eccolo il menù americano. Biden ha invitato gli altri leader a mandare un messaggio contro «i lavori forzati» e il trattamento della minoranza musulmana uigura nello Xinjiang da parte di Pechino. Come altro passo ha presentato una «via della Seta» occidentale. Dietro questo apparente umanitarismo si nasconde la nuova trappola: i talebani, mai dissociati nei fatti da al Qaida, e l’Isis, diffuso nella provincia del Khorasan, possano diventare uno strumento per destabilizzare con i jihadisti lo Xinjiang musulmano.

Magari lasciando sul posto la Turchia di Erdogan, membro della Nato che è diventato il maggiore manovratore di jihadisti tra Siria e Libia. Insomma anche dalla sconfitta in Afghanistan non si butta via niente e tutto si può riciclare.

Il vertice Nato si apre quindi sotto i «migliori auspici». Oltre al nemico numero uno Cina, a quello tradizionale, la Russia, si può anche pensare a una nuova campagna umanitaria del fronte delle «democrazie liberali» per esportare magari altra destabilizzazione, dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e la Libia. Una catena di devastanti insuccessi. E in più gli Usa ci guadagnano economicamente, forse noi un po’ meno.

Perché l’Europa ha i «suoi» interessi economico-commerciali con la Cina e non vuole tagliare i ponti con Pechino, tanto è vero che nel 2020 la Cina ha superato gli Usa ed è diventata il primo partner commerciale dell’Unione. La realtà è che gli Usa, soprattutto nel settore tecnologico, stanno facendo pressioni sugli europei: da oggi si torna a comprare «americano».

Il summit atlantico a Bruxelles sarà l’occasione per ribadire questo messaggio. Lo sentiremo probabilmente nell’incontro tra Biden ed Erdogan, il quale ha acquistato da Putin le batterie anti-missile S-400. Un’anticipazione si è avuta nell’incontro nel porto siciliano di Augusta dove sulla portaerei più grande d’Europa, l’inglese Queen Elisabeth, si sono riuniti il ministro della difesa Guerini e due suoi colleghi, il britannico Ben Wallace e il turco Hulusi Akar.

Biden detesta Erdogan ma alla fine troveranno un accordo perché la Turchia si oppone alla Russia su tre fronti, Siria, Libia e Azerbaijan, E anche l’Italia si accomoderà con Erdogan magari scambiando le quote del gas Eni nel conteso mare di Cipro con qualche concessione in Libia dove la Turchia ha una sorta di protettorato sulla Tripolitania.

E veniamo alle barzellette. Che esista una politica estera europea ormai fa ridere tutti. Merkel è in liquidazione, Macron se la passa male (Johnson è più transatlantico che mai grazie alla Brexit). Se è vero che gli Usa hanno sospeso per ora le sanzioni contro il gasdotto North Stream 2 tra Russia e Germania, Washington non ha certo rinunciato a far saltare il progetto nominando Amos Hochstein, ex consulente di Obama e Biden, inviato speciale per gli affari energetici.

Hochstein ha fatto parte nel consiglio di supervisione del colosso energetico ucraino Naftogaz. E come tutti sanno il figlio di Biden, Hunter, è stato coinvolto in affari poco chiari nel settore del gas proprio in Ucraina. Hochstein è stato l’uomo ombra di Biden nel settore energetico. Questo ex ufficiale dell’esercito israeliano è stato quello che ha già fatto saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem): attenzione non è un ecologista, lui sponsorizza il gasdotto Tap.

L’ultima storiella ci riguarda direttamente. Biden ha promesso a Draghi pieno sostegno sulla Libia; il presidente Usa è incerto solo su un punto: se raccontare o no al premier la barzelletta sulla «cabina di regia italiana» già promessa da Obama e Trump. E questo dopo avere bombardato Gheddafi nel 2011 con Francia e Gran Bretagna. Il figlio di Gheddafi Seif Islam intanto si vorrebbe candidare alla presidenza, sostenuto dell’attuale premier Dbeibah che aveva guidato una delle società di investimento di Seif. Capite bene in che mani siamo.

da qui