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lunedì 4 gennaio 2021

Il peggior crimine di Trump non può essere dimenticato - Patrick Cockburn*

  

In seguito alla vittoria di Joe Biden nelle ultime elezioni Usa, Patrick Cockburn, attraverso una testimonianza diretta da Afrin, mette nero su bianco quanto sta succedendo nel Nord Siria occupato dalla Turchia e dai miliziani jihadisti. In un raro esempio di accusa all’operato di Turchia e Usa in Siria, la speranza è che con il cambio di amministrazione negli Stati Uniti ci sia anche la possibilità di un cambio di linea nei confronti della Turchia. Traduzione Marco Sandi.

 

É senza dubbio il peggior crimine commesso da Donald Trump nei suoi anni di presidenza alla Casa Bianca. Egli, nell’ottobre 2019, ordinò alle truppe Usa di ritirarsi dalla Siria del Nord, di fatto dando il via libera all’invasione da parte della Turchia di quel pezzo di Siria, e rendendosi co-responsabile dell’assassinio, dello stupro e dell’espulsione di migliaia di curdi, che abitavano quella regione.

E 18 mesi prima, Trump non aveva fatto nulla quando l’esercito turco occupò l’enclave curda di Afrin e rimpiazzò la sua popolazione con jihadisti arabi siriani.

É, sfortunatamente, improbabile che Trump subirà mai un processo per queste sue decisioni, ma se mai dovesse farlo, la sua complicità nella pulizia etnica dei curdi siriani dovrebbe essere la prima nella lista delle accuse. Quella decisione fu di per se un atto diabolico ma fu anche un tradimento di un alleato affidabile come le Forze Democratiche Siriane che stavano chiudendo il cerchio contro il nemico comune Isis giusto quando venne invasa Afrin.

Il tradimento di Trump allora provocò troppo poca indignazione a livello internazionale, ma certamente quel gesto fu causa diretta di omicidi, rapimenti, sparizioni ed espulsioni di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.

Tragedie di questa scala si offuscano rapidamente nella mente delle persone perché non comprendono le atrocità che vanno al di fuori della propria esperienza personale e che possono devastare la vita di così tanti individui. I perpetratori di questa violenza estrema e i loro facilitatori, come Trump, cercano da sempre di confondere le acque con negazioni improbabili finché le notizie e i media non spostano l’attenzione su altro e rimangono solo le vittime dei crimini a ricordarli.

Ho scritto molto sulla pulizia etnica subita dai curdi nel Nord-Est della Siria ad opera dei turchi nelle due separate invasioni del 2018 e 2019, ma senza risultati tangibili. Infatti ben presto divenne impossibile per i reporter indipendenti visitare Afrin o le zone occupate intorno alle città di Tal Abyad e Ras al-Ain. Ma finalmente, la settimana scorsa, sono riuscito a contattare via internet una testimone ad Afrin la quale ci consegna una cupa, ma allo stesso avvincente, testimonianza della sua personale esperienza di pulizia etnica.

Il suo nome è Rohilat Hawar, ha 34 anni, è madre di 3 figli e lavorava come insegnante di matematica nella città di Afrin prima dell’attacco turco. Provò a fuggire nel febbraio 2018, perché “c’erano bombardamenti aerei turchi tutti i giorni”, ma le fu rifiutato l’ingresso nei territori controllati dal governo siriano che doveva attraversare per raggiungere le altre aree sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord.

Tornò quindi ad Afrin dove la sua casa era stata già saccheggiata e dove ora si trovava intrappolata. Rohilat riporta che le bande degli jihadisti sostenute dalla Turchia sparano a chiunque provi a lasciare la città: “Una mia amica è stata uccisa insieme alla figlia di 10 anni mentre tentava la fuga”. Allo stesso tempo, i miliziani rendono impossibile la vita ai curdi rimasti.

Essendo una dei pochi curdi rimasti nel suo vecchio quartiere dove quasi tutte le abitazioni sono state occupate da jihadisti di lingua araba e dalle loro famiglie, Rohilat non osa parlare curdo per strada. Ha scoperto che i militari turchi considerano tutti i curdi dei “terroristi”, ma che i miliziani jihadisti sono ancora più pericolosi perché pensano che i “curdi siano pagani miscredenti che dovrebbero essere uccisi in nome di Dio”.

Rohilat non ha avuto altre alternative che indossare un hijab, indumento che solitamente le donne curde non portano, per evitare le continue vessazioni dei suoi vicini jihadisti arrivati da altre parti della Siria. Ha presentato anche un ricorso alle autorità turche ma la risposta è stata, come è possibile immaginare, di rispettare le norme sociali del quartiere e quindi di indossare sempre l’hijab. “I miei figli all’inizio mi prendevano in giro, ma ora si sono abituati.”

I pochi curdi che continuano a sopravvivere ad Afrin sono senza difese e continuamente vessati dai miliziani. Di episodi in cui le donne curde vengono molestate dai jihadisti armati se ne possono raccontare a centinaia.

Nelle due zone curde occupate nel nord della Siria la punta dell’iceberg dell’occupazione è rappresentata da miliziani arabi, i quali sonore la maggior parte jihadisti provenienti da altre parti della Siria. I curdi di Afrin erano per la maggior parte contadini, coltivavano frutta e verdura ma, più di tutto, coltivavano olive. Dalla testimonianza di Rohilat si evince che gli occupanti tagliano sistematicamente gli ulivi per farne legna da ardere, distruggendo così l’economia locale. Il risultato di questa pratica è che la maggior parte dei beni deve essere importato e quindi venduto ad un prezzo maggiore.

Lasciando il controllo del territorio a maggioranza curda ai miliziani jihadisti, il governo turco si assicura così la pulizia etnica della zona senza però risultarne direttamente l’esecutore e, allo stesso tempo, il mandante. Fino a poco tempo fa, i miliziani venivano pagati circo 100 dollari al mese dalla Turchia per le loro attività, ma spesso essi integrano la loro paga con furti e saccheggi nelle proprietà curde mentre l’esercito turco che dovrebbe controllare il territorio spesso chiude un occhio.

Da agosto la paga dei miliziani è stata ridotta e le pattuglie di militari turchi sono più attive nel controllo sui saccheggi e sui furti. Lo scopo di tale livello di controllo dopo anni di occhi chiusi è quello di persuadere i miliziani ad arruolarsi volontariamente per combattere come proxy in Libia oppure contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. E molti di essi sono stati uccisi nei combattimenti. Rohilat ha visto con i suoi occhi numerosissime tende tradizionali allestite per il lutto degli uomini caduti sui vari fronti, nonostante i corpi non rientrino per il funerale.

A parte l’insicurezza cronica, Rohilat deve far fronte alla rapida diffusione del  coronavirus ad Afrin. Essa stessa ha contratto il virus, essendo risultata positiva dopo un controllo in una struttura medica turca ma, a causa dell’insicurezza, lei e molte altre persone si rifiutano di farsi curare negli ospedali militari turchi dai quali pochissime persone ritornano vive. Essi rimangono quindi in casa e si curano con paracetamolo e mangiando lenticchie e zuppe di cipolla. Lei stessa non può permettersi l’acquisto di mascherine e altro cibo al di fuori del pane, con i pochi soldi che i figli riescono a racimolare al mercato oppure attraverso piccole somme di denaro inviatele dai parenti in Turchia ogni tot di mesi.

Un cupo futuro pende sulla vita di Rohilat, la quale si considera una sopravvissuta mentre altri curdi sono dovuti scappare, oppure vivono in campi profughi, altri invece sono stati uccisi, alcuni tenuti come ostaggi per il riscatto o alcuni sono semplicemente scomparsi.E la campagna del governo contro i curdi siriani sembra proprio non trovare fine, al contrario il Presidente turco Erdogan continua a minacciare di lanciare una nuova operazione militare che potrebbe terminare con le definitiva pulizia etnica della popolazione curda.

Forse l’unica buona notizia per queste popolazioni può essere la vittoria nelle elezioni Usa di Joe Biden che, in linea teorica, riduce sensibilmente le possibilità di un lasciapassare americano per una nuova operazione turca nel Nord Siria. Quando Trump e la sua velenosa squadra avranno lasciato il potere, sarà doveroso ricordare e non perdonare i responsabili di quelle politiche che in Siria hanno inflitto un’inestimabile miseria su un numero altissimo di persone che prima vivevano delle vite serene.

 

*Patrick Cockburn è un opinionista del quotidiano inglese The Independent. Esperto di Siria, Iraq e Medio Oriente ha per anni scritto reportage sulla situazione siriana, avendo coperto anche l’ascesa di Isis nel 2014. Insieme al compianto Robert Fisk formavano una coppia di penne di eccellenza nell’analisi politica e sociale delle difficili dinamiche medio-orientali.

 

da qui

sabato 19 dicembre 2020

I giornalisti, il Kosovo liberato, Hashim Thachi e Robert Fisk - Ennio Remondino

 


Robert Fisk è un collega britannico scomparso una settima fa in Libano, dove viveva, a cui qualsiasi giornalista vorrebbe poter somigliare. Inviato speciale del quotidiano londinese The Independent, le guerre degli ultimo 30 anni se l’è fatte praticamente tutte. Quelle nella ex Jugoslavia e l’epilogo di quella del Kosovo, al seguito delle truppe Nato. Pesco a piene mani da una sua cronaca per raccontare del “Kosovo liberato” che per me, la voce ed il volto Rai dei bombardamenti da Belgrado, era stato vietato per decreto Uck: “territorio Comance” e non era una minaccia da prendere sottogamba. Nel frattempo, attualità stretta, il presidente del Kosovo Hashim Thachi si è dimesso ed è di fronte al tribunale internazionale dell’Aja per rispondere di crimini di guerra.

 

Robert Fisk

Si allunga la lista dei villaggi in cui si scoprono i cadaveri di contadini serbi assassinati. Di certo, una contro-pulizia etnica si sta svolgendo in Kosovo. Fino a pochi mesi fa, vittime delle atrocità delle truppe e delle milizie di Belgrado, alcuni albanesi del Kosovo si vendicano sulle minoranze serba e rom. Case incendiate, attentati contro chiese ortodosse, omicidi…: mentre quasi tutti i profughi kosovari sono tornati nella provincia, 160.000 serbi (su 200.000) sono stati costretti ad abbandonarla. Per i 35.000 uomini della forza internazionale (Kfor) è un patente fallimento, tanto più che l’esercito di liberazione del Kosovo (Uck), rifiuta di restituire le armi alle scadenze previste. Tutto ciò non può che alimentare i dubbi sui reali obiettivi della guerra della Nato e le critiche contro le manipolazioni mediatiche cui si è accompagnata.

Sempre i fatti prima di ogni considerazione

La cronaca di Robert Fisk, come sempre, vincola le sue considerazioni al dettaglio dei fatti.
Poco dopo l’arrivo in giugno delle truppe dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) a Pristina, Kathy Sheridan dell’Irish Times si recò in automobile a Vucitrn, una piccola città nelle mani delle forze di sicurezza serbe. Appena arrivata, vide un cadavere riverso per strada e molti poliziotti del ministero degli Interni serbo, meglio conosciuto con l’acronimo Mup. Tornata in tutta fretta a Pristina, riferì a un reporter del servizio radiofonico della Bbc di aver visto un morto a Vucitrn, ma che la zona era”piena di poliziotti serbi”. Qualche minuto più tardi quest’ultimo mandò in onda un servizio secondo il quale un inviato speciale irlandese aveva visto Vucitrn “ricoperta di cadaveri”.
Un’ora dopo, davanti al Grand Hotel di Pristina, incrociavo Keith Graves della catena SkyTv mentre chiedeva a un ufficiale inglese come fare per inviare un’équipe della televisione a Vucitrn per filmare i morti. Si stava facendo buio e Graves, un esperto reporter pieno di risorse, preferì rimandare il viaggio al giorno dopo. E’ solo allora che scoprì la verità: la Bbc aveva semplicemente gonfiato le dichiarazioni della Sheridan. La giornalista irlandese ottenne dalla radio inglese la promessa di poter spiegare in diretta che cosa aveva realmente visto. Ma grande fu il suo stupore e la sua rabbia quando constatò che la trasmissione era stata annullata. Commento di Keith Graves: “Il vero problema ormai è che il pubblico vuole solo atrocità”.

 

Atrocità utili all’audience

E di atrocità ne furono servite in abbondanza: quelle vere condite con quelle false. Il giornalista inglese non fa sconti alle responsabilità della Serbia di Milosevic. Racconta di eccidi di cui lui stesso ha avuto diretta testimonianza, ma il suo interesse è al momento quello di capire il ruolo dell’informazione nel teatro di quella tragedia. Il sensazionalismo del mestiere senza scrupoli che andava a braccetto con l’interesse Nato a trovare, post, la giustificazione ad una guerra sempre più diffusamente criticata.
L’Alleanza aveva finalmente “liberato” il Kosovo al termine di una guerra condotta in nome di “valori”, per usare le parole di Tony Blair. E che sia maledetto chiunque affermi che questa guerra assurda non avrebbe mai dovuto aver luogo.
Fin dall’inizio la maggior parte dei nostri colleghi giornalisti ha assunto un ruolo completamente passivo negli incontri quotidiani della Nato con la stampa. Nessuno ha osato interpellare il portavoce, James Shea, sulla supposta distruzione della Terza armata jugoslava, sulla nomina a comandante in capo dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) di Agim Ceku , uno dei responsabili della “pulizia etnica” compiuta dall’esercito croato in Krajina o, ancora, sul fatto che le soluzioni alla fine accettate dalla Nato per “chiudere” la guerra erano nettamente meno dure delle condizioni di pace che l’Alleanza aveva voluto imporre alla Serbia a Rambouillet.
I giornalisti accreditati alla Nato sono rimasti silenziosi anche quando ci si è resi conto che nonostante la “vittoria straordinaria” sull’esercito jugoslavo, questo aveva perso solo tredici carri armati e che si era ritirato dal Kosovo con i suoi effettivi quasi intatti.

I 13 carri armati di Milosevic distrutti

Robert Fisk, su quegli spunti, quei fatti, inizia a porsi interrogativi inquietanti.
Era necessario che tutto si svolgesse in questo modo? Gli inviati speciali della carta stampata, della radio e della televisione erano obbligati a comportarsi da portavoce dei generali dell’Alleanza e dei vari ministri degli Esteri? Verso la fine dei bombardamenti si noti peraltro che la maggior parte degli inviati ha utilizzato l’espressione “campagna aerea”, quasi che i mig serbi si alzassero in volo ogni giorno per combattere gli aerei della Nato Shea affermò che l’ospedale di Sudurlica era servito da bersaglio perché in realtà si trattava di una caserma. Questa dichiarazione era assolutamente falsa.
Abbiamo visitato il sanatorio, visto i pietosi resti dei morti, tra cui una giovane poetessa di diciannove anni; ma non uno dei miei colleghi ha chiesto spiegazioni alla Nato su questa menzogna.
Strane coincidenze Allo stesso modo sono stati pochi i giornalisti che hanno contestato da un punto di vista etico il bombardamento della sede della televisione serba a Belgrado . Circa due giorni prima del bombardamento, il quartier generale della Cnn ad Atlanta aveva avvertito i suoi inviati speciali che l’edificio sarebbe stato preso di mira e aveva ordinato loro di riprendere tutto il materiale, come effettivamente fecero. E’ allora che il ministro serbo dell’Informazione Aleksandar Vucic uomo vicino a Milosevic e quindi un obiettivo della Nato fu invitato negli studi della televisione serba, la mattina presto, per partecipare alla trasmissione del famoso presentatore della Cnn, Larry King. Gli si chiese di arrivare mezz’ora prima per il trucco! Vucic ha affermato di essere arrivato in ritardo. La Cnn assicura di aver disdetto l’appuntamento dodici ore prima. Se il ministro serbo fosse stato puntuale, si sarebbe trovato lì nel momento in cui arrivavano i missili, che uccidevano tra l’altro la truccatrice. Per la Cnn si trattò solo di una coincidenza.
Lo vogliamo sperare.

Un brutto personaggio Rai ha recentemente applaudito e quei bombardamenti contro i ’trombettieri di Milosevic’. Peccato che non c’era neppure un giornalista pifferaio come lui, tra quei morti

Fisk a Rambouillet

L’inviato di “Tre Indipendent” si occupa subito dopo dei cosiddetti accordi di Rambouillet, già ampiamente esaminati, che sono all’origine, o la giustificazione alla decisione Nato di bombardare. Quesito chiave: il dramma dei profughi kosovari albanesi nasce prima ed è la giustificazione (l’ideal politik) della guerra, o ne è soltanto la prevista conseguenza (real politik)?
(…) il generale Wesley Clark, comandante in capo della Nato, ha riconosciuto che la tragedia epica dei profughi era “interamente prevedibile” ma all’epoca nessun giornalista gli chiese perché non avesse condiviso quell’informazione con noi.

Il giornalista trombettiere

Ma torniamo alle questioni legate al modo di raccontarla quella guerra. Secondo Fisk, era stata soprattutto la stampa americana ed inglese, allora, a ritenere che il sostegno alle ragioni nazionali della guerra fosse “un vero e proprio dovere per un giornalista di un paese democratico in tempo di guerra”. In Italia accade anche di peggio, ma questa è altra cronaca e altro capitolo. Ancora i fatti.
Quando mi sono recato a Bruxelles, durante una delle quotidiane conferenze stampa, per fare una domanda sull’impiego di munizioni all’uranio impoverito, apparentemente responsabili di numerosi casi di tumore in Iraq, un generale ammise che la Nato ne aveva fatto uso ammissione tra l’altro ripresa in diretta.
Ma quando la Cnn preparò il nastro per mandarlo in onda, la mia domanda e la risposta del generale erano state misteriosamente tagliate.
Di recente l’addetto stampa di Blair, Alastair Campbell, pontificava davanti al Royal United Services Institute di Londra sul modo in cui i giornalisti erano stati ingannati dalla “macchina delle menzogne serba”, ma ovviamente non faceva menzione dei docili colleghi riuniti alle “messe” della Nato. E ritornava sul vecchio e logoro argomento, utilizzato nel corso di tutta la guerra: la Nato uccideva degli innocenti per sbaglio, i serbi li uccidevano volontariamente.

I morti per caso e l’ironia

In questo caso, Robert Firsk ricorre all’ironia. Ma anche se le vittime serbe fossero state uccise per sbaglio, questo renderebbe forse la loro morte meno dolorosa o più accettabile? Fa molta differenza essere decapitato da una bomba a frammentazione della Nato o da una granata serba? I serbi, non possiamo negarlo, sono stati responsabili di crimini orrendi veramente orrendi, a giudicare da quello che ho visto a Coska mentre la Nato non aveva intenzione (almeno lo vogliamo sperare) di uccidere civili. Ma se questa guerra non era indispensabile, allora le morti di cui l’Alleanza è responsabile pesano di più sulle nostre coscienze. E i giornalisti che lavoravano in Jugoslavia, lungi dall’essere gli strumenti di una qualche “macchina delle menzogne”, hanno fornito un doloroso ma necessario resoconto di quello che noi, la Nato, la nostra società occidentale facevamo subire ai serbi.
Robert Fisk, sull’argomento polemizza duramente. Primo: è quasi impossibile credere che un’aviazione che aveva bombardato con costanza ospedali, ponti, un treno, due autobus, un ponte di un villaggio in un giorno di mercato e molte case, oltre a caserme e raffinerie, non mirasse deliberatamente a obiettivi civili per piegare la Serbia. Secondo, nessuno è in grado di dimostrare o soltanto sostenere che i serbi avrebbero commesso atrocità volontarie anche se la Nato non fosse entrata in guerra.
E’ vero che i serbi si sono resi colpevoli di stupri, di esecuzioni di massa e di crudeltà contro kosovari innocenti, conclude Firsk, ma la natura della pace che ha concluso questa guerra suggerisce che quest’ultima avrebbe potuto non aver luogo. Questo conflitto avrebbe dovuto essere evitato.

Il carognismo in casa

L’ultimo attacco contro i giornalisti è arrivato dagli stessi inviati speciali. Una collaboratrice del The Irish Times mi ha accusato di voler mettere “sullo stesso piano le vittime” espressione puerile, ma pericolosa perché avevo previsto dall’inizio di giugno, e a ragione, che “il Kosovo sarebbe stato prima pulito etnicamente dai serbi. Poi in pochi giorni due settimane al massimo la regione sarebbe stata a sua volta pulita etnicamente dagli alleati albanesi della Nato”. Non solo questa citazione era stata estrapolata dal suo contesto, ma soprattutto il mio vero peccato era stato quello di avere ragione.
Da allora la maggioranza della popolazione serba del Kosovo è fuggita dalla regione, così come quasi metà degli zingari. I civili serbi che avevo visto ammassati nelle loro automobili o stretti in lacrime sui carri delle loro fattorie erano altrettanto innocenti degli albanesi odiosamente cacciati dalla loro patria due mesi prima. Ma il semplice fatto che questi nuovi profughi fossero serbi era sufficiente a far dimenticare la loro condizione di vittime. Mi venivano in mente i tedeschi dei Sudeti e dei territori orientali della Germania alla fine della seconda guerra mondiale. All’epoca non ci preoccupavamo di loro.”Hanno avuto quello che si meritano”, pensavamo. E ora riduciamo a bestie un intero popolo i serbi a causa dei crimini del loro governo e delle loro odiose forze paramilitari.

da qui

domenica 8 novembre 2020

Reazioni prevedibili - Robert Fisk

Avevano cominciato stringendoci le mani. Noi dicevamo “salaam aleikum” – che la pace sia con voi – poi hanno cominciato a volarmi sulla testa le prime pietre. Un ragazzino ha cercato di strapparmi la borsa. Poi un altro. Poi qualcuno mi ha dato un pugno nella schiena. Poi dei ragazzi mi hanno rotto gli occhiali e hanno cominciato a tirarmi pietre in testa e in faccia.

Non riuscivo a vederci per il sangue che mi scendeva dalla fronte e mi finiva sugli occhi. Eppure li capivo. Non potevo prendermela con loro per quello che stavano facendo. In effetti, se io fossi stato un rifugiato afgano di Kila Abdullah, vicino alla frontiera tra Afghanistan e Pakistan, avrei fatto la stessa cosa a Robert Fisk. O a qualsiasi altro occidentale mi fosse capitato a tiro. Quindi perché parlare dei pochi minuti di terrore e di disgusto per me stesso vissuti durante l’aggressione vicino alla frontiera afgana che mi ha fatto sanguinare e piangere come un vitello, quando centinaia – anzi, siamo sinceri, migliaia – di civili innocenti stanno morendo negli attacchi aerei americani contro l’Afghanistan, quando lo “Scontro tra Civiltà” sta uccidendo e mutilando i pashtun di Kandahar e distruggendo le loro case perché il “bene” trionfi sul “male”?

Un brutto posto
Alcuni degli afgani che si trovano nel piccolo villaggio sono lì da anni, altri sono arrivati – disperati, furiosi e in lutto per i loro cari massacrati – nelle ultime due settimane. Era un brutto posto dove restare in panne con la macchina. E un brutto momento, proprio prima dell’Iftar, la fine del digiuno del Ramadan. Ma quello che ci è successo è un simbolo dell’odio, della furia e dell’ipocrisia di questa sporca guerra. Un gruppo sempre più numeroso di afgani disperati, giovani e vecchi, ha visto degli stranieri – dei nemici – e ha cercato di ucciderne almeno uno.

Molti di questi uomini, avremmo saputo più tardi, erano indignati per quello che avevano visto in televisione dei massacri di Mazar-e-Sharif, per i prigionieri uccisi con le mani legate dietro la schiena. Più tardi, uno degli abitanti del villaggio avrebbe detto a un nostro autista che avevano visto la cassetta di Mazar in cui due funzionari della Cia, “Mike” e “Dave”, minacciavano di morte un prigioniero inginocchiato. Erano ignoranti – non so quanti di loro sapessero leggere – ma non c’è bisogno di essere andati a scuola per soffrire vedendo morire i propri cari sotto le bombe dei B52. A un certo punto un ragazzino urlante ha chiesto al mio autista e senza alcuna ironia: “Questo è il signor Bush?”.

Molti di questi uomini, avremmo saputo più tardi, erano indignati per quello che avevano visto in televisione dei massacri di Mazar-e-Sharif

Saranno state le quattro e mezzo del pomeriggio quando abbiamo raggiunto il villaggio di Kila Abdullah, a metà strada tra la città pachistana di Quetta e la cittadina di Chaman, al confine con l’Afghanistan. Eravamo Amanullah, il nostro autista, Fayyaz Ahmed, l’interprete, Justin Huggler, giornalista dell’Independent – reduce da un servizio sul massacro di Mazar – e io. Abbiamo cominciato a capire che qualcosa non andava quando la macchina si è fermata nel bel mezzo di una stretta strada affollata.

Una nuvola di vapore bianco saliva dal cofano della nostra jeep e sentivamo i clacson delle macchine, degli autobus, dei camion e dei risciò che protestavano perché avevamo bloccato il traffico. Siamo scesi tutti e quattro dalla macchina e l’abbiamo spinta verso il bordo della strada. Io ho borbottato a Justin che quello era “un brutto posto per fermarsi”. Kila Abdullah ospita migliaia di rifugiati afgani, la massa più povera e derelitta che la guerra abbia spinto in Pakistan.

Il sorriso scomparso
Amanullah si era allontanato per cercare un’altra macchina – c’è solo una cosa peggiore di una folla di uomini arrabbiati ed è una folla di uomini arrabbiati prima che finisca il digiuno del Ramadan – mentre inizialmente Justin e io sorridevamo amichevolmente alla folla che si era già raccolta intorno al nostro veicolo fumante. Io continuavo a dare la mano a tutti – forse avrei dovuto pensare al signor Bush – e a dire “salaam aleikum”. Sapevo benissimo quello che poteva accadere se avessi smesso di sorridere.

La folla aumentava e io ho suggerito a Justin di allontanarci dalla jeep, di andare in mezzo alla strada. Un bambino mi ha dato una schicchera piuttosto forte sul polso, ma io mi sono detto che era stato solo un caso, un gesto di disprezzo da parte del bambino. Poi ho visto un sasso che mi sfiorava la testa e rimbalzava sulla spalla di Justin. Justin si è girato. Aveva lo sguardo molto preoccupato e ricordo di aver trattenuto il fiato. Per favore, ho pensato, è solo uno scherzo. Poi un altro ragazzo ha cercato di strapparmi la borsa. Dentro c’erano il passaporto, le carte di credito, i soldi, l’agenda, i numeri di telefono dei miei contatti, il cellulare. Gliel’ho strappata di nuovo e l’ho messa a tracolla. Justin e io abbiamo attraversato la strada e qualcuno mi ha dato un pugno sulla schiena.

Come si fa a uscire da un sogno quando i personaggi che lo popolano diventano improvvisamente ostili? Ho visto uno degli uomini che prima, quando ci stringevamo la mano, era tutto un sorriso. Adesso non sorrideva più. Alcuni dei bambini più piccoli ridevano ancora, ma il loro riso si stava trasformando in qualcos’altro. Il rispettato straniero – l’uomo che qualche minuto prima faceva i salamelecchi – era sconvolto, spaventato, in fuga. L’Occidente era in ginocchio. Stavano prendendo a spintoni Justin e, in mezzo alla strada, abbiamo visto l’autista di un autobus che ci faceva segno di andare verso il suo veicolo. Fayyaz, che era ancora vicino alla macchina, e non capiva perché ci fossimo allontanati, ci aveva persi di vista. Justin ha raggiunto l’autobus ed è salito a bordo. Mentre mettevo il piede sullo scalino, tre uomini hanno afferrato la tracolla della mia borsa e mi hanno tirato giù di nuovo. Justin ha allungato la mano. “Aggrappati”, mi ha detto. E io ho obbedito. A quel punto mi è arrivato in testa il primo potente colpo. Sono quasi caduto a terra, mi fischiavano le orecchie. Me l’ero aspettato, anche se non così doloroso e violento, così improvviso. Significava una cosa terribile. Qualcuno mi odiava tanto da volermi fare del male. Sono arrivati altri due colpi, uno sulla spalla, un pugno possente che mi ha sbattuto contro la fiancata dell’autobus mentre stavo ancora cercando di afferrare la mano di Justin. I passeggeri guardavano me e poi Justin. Ma non si muovevano. Nessuno era disposto ad aiutarmi.

Stranamente non era paura quella che provavo, ma una specie di sorpresa. Allora è così che succede

Ho gridato: “Aiutami, Justin”, e Justin – che stava facendo tutto il possibile e stringeva la mia mano che stava perdendo la presa, mi ha chiesto – sopra le urla della folla – che cosa volevo che facesse. Allora me ne sono reso conto. Riuscivo a malapena a sentirlo. Sì, stavano urlando. Avevo sentito la parola kaffir – infedele? Forse mi ero sbagliato. A quel punto sono stato trascinato via lontano da Justin.

Ho sentito arrivare altri due colpi alla testa, uno per parte, e per qualche strano motivo, la mia memoria – in qualche angolo del mio cervello – mi ha rimandato un episodio accaduto quando ero a scuola, la scuola elementare Cedars di Maidstone, più di cinquant’anni fa, quando un bambino alto che costruiva castelli di sabbia in cortile mi aveva colpito alla testa. Mi è tornato in mente l’odore del pugno, come se mi avesse preso al naso. Il colpo successivo è arrivato da un uomo che avevo visto con una grossa pietra nella mano destra. Me l’ha calata sulla fronte con una forza tremenda e qualcosa di caldo e liquido mi è schizzato sulla faccia, sulle labbra e sul mento. Hanno cominciato a prendermi a calci. Sulla schiena, sugli stinchi, sulla coscia destra. Un altro ragazzino ha afferrato di nuovo la mia borsa e io sono restato attaccato alla tracolla, ho alzato gli occhi improvvisamente e mi sono reso conto che ci dovevano essere almeno sessanta uomini davanti a me, che ululavano. Stranamente non era paura quella che provavo, ma una specie di sorpresa. Allora è così che succede. Sapevo che dovevo reagire. Altrimenti, ho ragionato nel mio stato confuso, sarei morto.

Penso che a questo punto dovrei ringraziare il Libano. Ho seguito per venticinque anni la guerra del Libano e i libanesi mi hanno insegnato, tante volte, che per restare vivi bisogna prendere una decisione – una qualunque decisione – ma prenderla. Quindi ho strappato la borsa dalle mani del ragazzo che me l’aveva tolta. Lui ha fatto un passo indietro. Poi mi sono voltato verso l’uomo che era alla mia destra, quello che aveva in mano la pietra insanguinata, e gli ho dato un pugno in bocca. Non vedevo molto – non avevo gli occhiali e in più gli occhi mi si stavano velando di rosso – ma ho visto che l’uomo tossiva e che gli schizzava un dente dalla bocca, e poi è caduto a terra. Per un attimo la folla si è fermata. Sono andato verso l’altro uomo, e stringendo la borsa sotto il braccio gli ho dato un pugno sul naso. Ha urlato di rabbia e improvvisamente è diventato tutto rosso. Ne ho mancato un altro con un pugno, ne ho colpito un altro ancora in faccia e sono scappato.

Il buon samaritano
Ero di nuovo in mezzo alla strada ma non vedevo nulla. Mi sono portato le mani agli occhi ed erano pieni di sangue. Che cosa avevo fatto, continuavo a chiedermi? Avevo preso a pugni dei rifugiati, proprio le persone di cui scrivevo da tanto tempo, quei diseredati e mutilati che il mio paese – tra gli altri – stava uccidendo, insieme ai taliban, dall’altra parte del confine. Dio perdonami, ho pensato. Credo di averlo proprio detto a voce alta. Quegli uomini con le famiglie massacrate dai nostri bombardieri adesso erano anche miei nemici.

Poi è accaduto qualcosa di incredibile. Un uomo mi si è avvicinato con grande calma, e mi ha preso per il braccio. Non lo vedevo molto bene a causa di tutto il sangue che mi scendeva sugli occhi ma era vestito con una specie di tunica e portava un turbante e aveva la barba tra il bianco e il grigio. Mi ha allontanato dalla folla.

Mi sono guardato alle spalle. C’era un centinaio di uomini dietro di me e qualche sasso è rimbalzato ancora sulla strada, ma non avevano mirato a me – forse per non colpire lo sconosciuto. Era come una figura uscita da una storia della Bibbia, il Buon Samaritano, un musulmano – forse un mullah del villaggio – che tentava di salvarmi la vita.

Mi ha spinto sul sedile posteriore di un furgone della polizia. Ma i poliziotti non si sono mossi. Erano terrorizzati. “Aiutatemi”, continuavo a gridare attraverso il minuscolo finestrino della macchina, mentre le mie mani lasciavano strisce di sangue sul vetro. Hanno fatto qualche metro e si sono fermati finché l’uomo non gli ha parlato di nuovo. Poi hanno fatto altri 300 metri.

E lì, al bordo della strada, c’era un convoglio della Croce Rossa – Mezzaluna Rossa. La folla era ancora dietro di noi. Ma due infermieri mi hanno trascinato dietro uno dei loro veicoli, mi hanno versato dell’acqua sulle mani e sul viso e hanno cominciato a fasciarmi la testa, la faccia e la nuca. “Si sdrai, la copriremo con una coperta così non potranno vederla”, mi ha detto uno di loro. Erano entrambi musulmani, del Bangladesh, e i loro nomi dovrebbero essere ricordati perché sono due persone buone e sincere: Mohamed Abdul Halim e Sikder Mokaddes Ahmed.

Mi sono steso sul pavimento, lamentandomi, ma pensando che forse non sarei morto. Nel giro di pochi minuti è arrivato Justin. Era stato protetto da un massiccio soldato dei Beluchistan Levies – un vero fantasma dell’impero britannico che, con un solo fucile, teneva la folla alla larga dalla macchina in cui ora era seduto Justin. Ho cercato la mia borsa. Non erano riusciti a togliermela. Continuavo a ripetermelo, come se il mio passaporto e le carte di credito fossero una specie di santo Graal.

Ma mi avevano strappato l’ultimo paio di occhiali di scorta – ero cieco senza nessuno dei tre – e il mio telefonino era sparito, come anche l’agenda dei contatti che conteneva venticinque anni di numeri di telefono di tutto il Medio Oriente. Che cosa avrei dovuto fare? Chiedere a tutti quelli che avevo conosciuto di rimandarmi il loro numero?

Chi è il nemico
Avevo passato un quarto di secolo a raccontare l’umiliazione e la sofferenza del mondo musulmano e adesso la sua rabbia aveva colpito anche me. Oppure no? C’erano Mohamed e Sikder della Mezzaluna Rossa e Fayyaz che era tornato ansimante alla macchina, furioso per come ci avevano trattati, e Amanullah che ci ha invitato a casa sua per farci curare da un medico. E c’era il santo musulmano che mi aveva preso per il braccio.

E poi – ho capito – c’erano tutti gli uomini e i ragazzi musulmani che mi avevano aggredito e non avrebbero mai dovuto farlo, ma la cui brutalità era solo la conseguenza delle azioni di altri, di noi – di noi che avevamo armato la loro lotta contro i russi e ignorato il loro dolore e riso della loro guerra civile e poi li avevamo armati e pagati di nuovo per lo “Scontro tra Civiltà” solo a pochi chilometri di distanza, e bombardato le loro case e distrutto le loro famiglie chiamando ciò “danni collaterali”.

Allora ho pensato che avrei dovuto scrivere quello che ci era successo, questo spaventoso, stupido, sanguinoso, piccolo incidente. Temevo che altre versioni avrebbero raccontato una storia diversa, di come un giornalista inglese era stato “picchiato da una marmaglia di rifugiati afgani”. E naturalmente è proprio questo il punto. Le persone che sono state aggredite sono gli afgani, le ferite le abbiamo inflitte noi a loro – con i B52 – non loro a noi. E lo ripeto: se io fossi stato un rifugiato afgano a Kila Abdullah, avrei fatto esattamente quello che hanno fatto loro. Avrei aggredito Robert Fisk. O qualsiasi altro occidentale mi fosse capitato a tiro.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Robert Fisk era un giornalista britannico. Come corrispondente dal Medio Oriente per vari giornali – dal 1989 per l’Independent – ha seguito la guerra civile libanese, la rivoluzione in Iran, le guerre in Afghanistan, Kuwait, Iraq, Afghanistan e Siria. È uno dei pochi giornalisti occidentali ad aver intervistato, per tre volte, Osama bin Laden. È morto il 30 ottobre 2020 a Dublino. Aveva 74 anni. Questo articolo è uscito sul numero 416 di Internazionale. Era stato pubblicato dall’Independent.

https://www.internazionale.it/reportage/robert-fiskv/2020/11/04/robert-fisk-afghanistan

lunedì 2 novembre 2020

ricordo di Robert Fisk


Il massacro di Sabra e Shatila - Robert Fisk 

 

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»

Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte…»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro   erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i   miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

https://www.globalist.it/world/2016/05/08/massacro-di-sabra-e-shatila-ce-lo-dissero-le-mosche-53280.html

 

da qui

venerdì 28 giugno 2019

La punizione finale di Julian Assange ricorda ai giornalisti che il loro lavoro è scoprire quello che lo stato tiene nascosto - Robert Fisk



Se faremo il nostro lavoro, renderemo pubblica quella stessa, vile menzogna dei nostri governanti che ha causato questo rigurgito di odio verso Assange, Manning e Snowden.

Comincio ad essere un po’ stanco dello US Spionage Act. Del resto, è  molto tempo che sono anche abbastanza stufo della saga di Julian Assange e di Chelsea Manning. Nessuno vuole parlare delle loro personalità perché sembra che a nessuno vadano molto a genio queste due persone, anche a chi aveva giornalisticamente tratto vantaggio dalle loro rivelazioni.
Sin dall’inizio, ero preoccupato dell’effetto Wikileaks, non sui brutali governi occidentali, le cui attività aveva rivelato con precisione sconvolgente (specialmente in Medio Oriente) ma sulla pratica del giornalismo. Quando Wikileaks aveva offerto a noi scribi questo piatto di minestra, ci eravamo saltati dentro, avevamo remato e schizzato le pareti del racconto con le nostre grida di orrore. E avevamo dimenticato che il vero giornalismo investigativo riguarda la costante ricerca della verità attraverso le proprie fonti personali, piuttosto che scodellare davanti ai lettori una vagonata di segreti, segreti che Assange e gli altri (e non noi) avevano scelto di rendere pubblici.
Come mai, ricordo di essermi chiesto quasi 10 anni fa, potevamo leggere le indiscrezioni su tanti Arabi o Americani, ma su così pochi Israeliani? Chi stava in realtà mescolando la zuppa che avremmo dovuto mangiare? Che cosa era stato lasciato fuori dal pastone?
Ma gli ultimi giorni mi hanno convinto che c’è qualcosa di molto più ovvio riguardo l’arresto di Assange e la nuova incarcerazione della Manning. E non ha nulla a che fare con il tradimento,  l’infedeltà o con qualsiasi altra presunta catastrofica minaccia alla nostra sicurezza.
Sul Washington Post di questa settimana, c’è un pezzo di Marc Theissen, un’ex scrittore di discorsi della Casa Bianca che aveva difeso l’uso della tortura da parte della CIA come “legale e moralmente giusta,” che ci informa che Assange “non è un giornalista. È una spia … Si è impegnato nello spionaggio contro gli Stati Uniti. E non ha rimorsi per il male che ha fatto.” Così facendo dimentica che la pazzia di Trump ha già fatto diventare un passatempo la tortura e le relazioni segrete con i nemici dell’America.
No, non penso che tutto questo abbia qualcosa a che fare con l’uso dello Spionage Act (per quanto gravi siano le sue implicazioni per i normali giornalisti) o i “rispettabili organismi di informazione,” come Thiessen stucchevolmente ci definisce. Né ha molto a che fare con i pericoli che queste rivelazioni avrebbero fatto correre agli agenti assoldati localmente in America e in Medio Oriente. Ricordo bene quanto spesso gli interpreti iracheni [che lavoravano] per le forze statunitensi ci dicessero di aver richiesto i visti [di espatrio] per loro e le loro famiglie quando erano stati minacciati in Iraq, e come alla maggior parte di loro fosse stato risposto che la cosa era impossibile. Noi Inglesi abbiamo trattato molti dei nostri traduttori iracheni con la stessa indifferenza.
Perciò dimentichiamo, solo per un momento, il massacro dei civili, la letale crudeltà dei mercenari statunitensi (alcuni coinvolti in traffici di bambini), l’uccisione dello staff della Reuters da parte delle truppe americane a Baghdad, l’esercito di innocenti detenuto a Guantanamo, la tortura, le bugie ufficiali, le false cifre delle vittime, le menzogne ​​dell’ambasciata, l’addestramento americano dei torturatori egiziani e tutti gli altri crimini scoperti dal lavoro di Assange e Manning.
Supponiamo che ciò che avevano rivelato fossero state cose buone, piuttosto che cattive, che i documenti diplomatici e militari fornissero un fulgido esempio di una nazione grande e specchiata e fossero la prova di quegli ideali nobilissimi e risplendenti che la terra dei liberi ha sempre fatto suoi. Facciamo finta che le forze statunitensi in Iraq avessero ripetutamente rischiato la vita per proteggere i civili, che avessero denunciato le torture dei loro alleati, che avessero trattato i detenuti di Abu Ghraib (molti di loro completamente innocenti) non con crudeltà sessuale ma con rispetto e gentilezza; che avessero privato del potere i mercenari e li avessero riportati in catene negli Stati Uniti; che si sentissero in debito, anche solo per scusarsi, per tutti quegli uomini, donne e bambini che avevano fatto una fine prematura nella guerra in Iraq.
Meglio ancora, pensiamo per un momento a come avremmo potuto reagire alla rivelazione che gli Americani non avevano ucciso quelle decine di migliaia di persone, che non avevano mai torturato neanche un’anima, che i detenuti di Guantanamo, tutti quanti, erano senza ombra di dubbio pluriomicidi razzisti, sadici, codardi, xenofobi, e le prove dei loro crimini contro l’umanità validate di fronte ai tribunali più imparziali del mondo. Immaginiamo persino per un momento che l’equipaggio dell’elicottero americano che aveva falciato 12 civili in una strada di Baghdad non li avesse “eliminati” con le sue mitragliatrici. Immaginiamo che la voce alla radio dell’elicottero avesse detto: “Aspetta, penso che quei ragazzi siano dei civili, e quel fucile potrebbe essere solo una telecamera. Non sparare!”
Come tutti sappiamo, questa è una fuga dalla realtà. Perchè quello che rappresentavano queste centinaia di migliaia di documenti era la vergogna dell’America, dei suoi uomini politici, dei suoi soldati, dei suoi torturatori, dei suoi diplomatici.
C’era persino un elemento di farsa che, sospetto, aveva fatto infuriare tutti i Thiess di questo mondo ancor più delle rivelazioni più terribili. Ricorderò sempre lo sdegno espresso da Hillary Clinton quando era stato rivelato che aveva mandato i suoi scagnozzi a spiare all’interno delle Nazioni Unite; i suoi schiavi al Dipartimento di Stato avevano dovuto studiarsi i dettagli della crittografia usata dai vari delegati, le transazioni con carte di credito, persino le tessere dei frequent flyer. Ma chi, al mondo, vorrebbe sprecare il proprio tempo a studiare tutte le sciocchezze dell’assolutamente incompetente staff delle Nazioni Unite? O, per quel che importa, chi alla CIA aveva sprecato il suo tempo ascoltando le conversazioni telefoniche private di Angela Merkel con Ban Ki Moon?
Uno dei cablogrammi divulgati da Assange risale alla rivoluzione iraniana del 1979 e riguarda l’opinione di Bruce Laingen sul fatto che “la psicologia persiana è prioritariamente egocentrica.” Interessante, ma gli studenti iraniani avevano faticosamente rimesso insieme tutti i trucioli dei documenti triturati dell’ambasciata americana a Teheran negli anni successivi al 1979, e avevano già pubblicato le parole di Laingen decenni prima che Wikileaks ce le facesse avere. Talmente enorme era stato il primo rilascio da 250.000 documenti (che Hillary  aveva denunciato come “un attacco alla comunità internazionale,” mentre ancora oggi li chiama “documenti presunti,” come se fossero dei falsi) che pochi avevano potuto verificare cosa ci fosse di nuovo e cosa di vecchio. Così il New York Times si era affrettato a sottolineare la citazione di Laingen come se fosse stato di uno scoop straordinario.
Parte del materiale non era così ovvio prima [della sua divulgazione], il suggerimento che la Siria avesse permesso ai ribelli antiamericani provenienti dal Libano di attraversare il suo territorio, per esempio, era assolutamente corretto, ma le “prove” degli attentati dinamitardi iraniani nel sud dell’Iraq erano molto più dubbiose. Questa storia era già stata felicemente passata al New York Times dai funzionari del Pentagono nel febbraio 2007, per essere poi riproposta in anni più recenti, ma erano quasi tutte stupidaggini. Di equipaggiamento militare iraniano ce n’era in giro in tutto l’Iraq fin dalla guerra Iran-Iraq del 1980-88 e la maggior parte degli attentatori che ne avevano fatto uso erano musulmani sunniti iracheni.
Ma questo è andare a cercare il pelo nell’uovo in quella montagna di carte. Una simile stupidaggine è insignificante in confronto alle mostruose rivelazioni sulla crudeltà americana; il resoconto, ad esempio, di come le truppe statunitensi avessero ucciso quasi 700 civili, tra cui donne incinte e malati di mente, solo per essersi avvicinati troppo ai loro posti di blocco. E le istruzioni alle forze statunitensi (questo frammento di narrativa è di Chelsea Manning) di non indagare quando i loro alleati militari iracheni frustavano i prigionieri con grossi cavi, li lasciavano appesi a ganci pendenti dal soffitto, gli bucavano le gambe con trapani elettrici e li violentavano. Nella valutazione segreta da parte degli USA su 109.000 morti in Iraq e Afghanistan (una grossolana sottostima), 66.081 erano stati ufficialmente classificati come non combattenti. Quale, mi chiedo, sarebbe stata la reazione americana di fronte all’uccisione di 66.000 cittadini statunitensi, 20 volte più delle vittime dell’11 settembre?
Naturalmente, noi non avremmo dovuto sapere niente di tutto questo. E si può capire perché no. Il peggio di questo materiale era segreto non perché fosse scivolato accidentalmente in una cartellina di un’amministrazione militare contrassegnata con “riservato” o “strettamente confidenziale,” ma perché rappresentava la copertura di un crimine di stato su vasta scala.
I responsabili di queste atrocità dovrebbero ora essere processati, estradati da qualunque luogo si nascondano e imprigionati per i loro crimini contro l’umanità. Ma no, noi stiamo punendo chi queste notizie le aveva divulgate, per quanto commoventi, a nostro avviso, fossero le loro motivazioni.
Certo, noi giornalisti, noi gente delle “rispettabili agenzie di informazione,” possiamo preoccuparci delle implicazioni di tutto questo perché riguarda la nostra professione. Ma, molto meglio, potremmo dare la caccia ad altre verità, ugualmente spaventose per l’autorità. Perché non scoprire, per esempio, cosa ha detto Mike Pompeo in privato a Mohammed bin Salman? Quali velenose promesse potrebbe aver fatto Donald Trump a Netanyahu? Quali relazioni segrete gli Stati Uniti intrattengono ancora con l’Iran, perché hanno persino mantenuto importanti contatti, saltuari, silenziosi e riservati, con elementi del governo siriano?
Perché aspettare 10 anni per il prossimo Assange che ci scaricherà un’altra camionata di segreti di stato?
Ma c’è il solito campanello d’allarme: quello che scopriremo attraverso i metodi del vecchio giornalismo convenzionale delle suole consumate a forza di camminare, delle storie che vengono fuori da gole profonde o da contatti fidati, rivelerà, se faremo il nostro lavoro, la stessa vile menzogna dei nostri padroni che ha provocato questo rigurgito di odio verso Assange e Manning e, indubbiamente, Edward Snowden. Non verremo chiamati in giudizio perché l’incriminazione di questi tre costituisce un pericoloso precedente legale. Ma saremo perseguitati per le stesse ragioni: perché ciò che riveleremo dimostrerà oltre ogni dubbio che i nostri governi e quelli dei nostri alleati commettono crimini di guerra e i responsabili di queste iniquità cercheranno di farcela pagare per questa indiscrezione con una vita dietro le sbarre.
La vergogna e la paura di dover condividere la responsabilità di ciò che era stato fatto dalle nostre autorità preposte alla “sicurezza,” non il fatto che chi aveva divulgato le notizie avesse violato la legge, ecco di che cosa si tratta.

(Fonte: independent.co.uk
Link: https://www.independent.co.uk/voices/julian-assange-trial-wikileaks-us-security-services-state-secrets-robert-fisk-a8936296.html
Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org)