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sabato 4 settembre 2021

ricordo di Mikis Theodorakis

 















Addio a Mikis Theodorakis - Claudio Poncia


Mikis Theodorakis nasce il 29 luglio 1925 nell’isola di Chio da padre di origine cretese e da madre di origine greco-anatolica. Segue il padre, impiegato pubblico, nei trasferimenti in diversi centri delle isole egee, del Peloponneso e della terraferma. Nel 1943, in piena occupazione italotedesca, è ad Atene dove inizia gli studi musicali al conservatorio dell’Odeion, e prende contatto con la Resistenza, cui è già legato da quando risiedeva a Tripoli di Arcadia, e per la quale combatte, subendo arresti e torture. Partecipa poi alla guerra civile (1946/1949) nelle file dei “ribelli”.

Conosce i campi di concentramento, compreso quello famigerato sull’isola di Macrònissos, e la deportazione a Icarìa. Contrae la tubercolosi. Nel 1950, messo in libertà, si diploma al Conservatorio dell’Odeion, e completa il servizio militare. Comincia a comporre e a farsi conoscere in patria come nuovo talento della musica greca. Nel 1953 un suo balletto sinfonico, “Carnaval”, viene rappresentato all’Opera di Roma. Si trasferisce quindi a Parigi con una borsa di studio. Compone pezzi sinfonici, musiche per balletto e per film.

Fonda e dirige un’orchestra sinfonica classica. Contemporaneamente decide di misurarsi con la canzone popolare greca, la cui ricchezza musicale, accumulata attraverso una lunga e complessa tradizione, gli sembra straordinaria, ma menomata da una deludente povertà sul lato dei testi. Sceglie perciò un autentico poeta, Yannis Ritsos, suo compagno di prigionia a Macronissos, che già negli anni Trenta aveva sperimentato lingua, stili e metrica popolari e mette in musica- usando umili ritmi di ballo, otto parti di un suo poema del 1936, “Epitafios” (Venerdì Santo), dove una donna del popolo, una madre come la Madonna, piange il figlio ucciso durante una manifestazione di lavoratori. Da quel momento (1960), Theodorakis si colloca al centro del rinnovamento della vita musicale, artistica e culturale della Grecia del popolo, impegnata a sconfiggere la terribile povertà, e a sollevarsi a dignità democratica dopo la guerra civile, la sanguinosa repressione e l’arretratezza politica, sociale e culturale coltivata da una monarchia autoritaria e da una classe possidente gelosa dei suoi privilegi, nazionalista, tradizionalista e bigotta. I poeti convergono sulla musica popolare e, ricambiati, danno voce e dignità ai sentimenti e alla musica del popolo: si assiste a una vera febbre culturale e politica, che viene “curata” con il colpo di stato militare del 21 Aprile 1967.

Maggiori successi nel Cinema
 1957 Colpo di mano a Creta
 1959 Luna di miele
 1962 Elettra
 1964 Zorba il greco
 1969 Z, l’orgia del potere
 1973 L’amerikano
 1973 La quinta offensiva
 1974 Serpico

Dopo “Epitafios” e sino alla dittatura militare, Theodorakis compone: “Politìa Proti”, “Epifania”, “Lipotàchtes” (Disertori), “Enas ‘Omiros (Un ostaggio) per la rappresentazione dell’omonima opera teatrale dell’irlandese Brendan Behan, le opere teatrali “Omòrfi Poli” (Bella città), “Tragùdi tu necrù adelfù” (Canto del fratello morto), compone con altri musicisti la rivista “Maghikì Poli” (Città magica) e, da solo, un’altra opera teatrale, “I ghitonià ton anghèlon” (Il quartiere degli angeli), dove affiora il tema, destinato a fama universale, della danza di Zorbà; la seconda Città (Politìa Dèfteri), “Micrès Kiklàdhes” (Piccole Cicladi), l’oratorio “Axion Estì” (Dignum est), “Romiossìni” (Grecità), “Romancero Gitano”, sui versi di Federico Garcia Lorca, “Balàda tu Mautchàusen” (Ballata di Mauthausen), nella quale esordisce la sua massima interprete, Maria Farandùri, “Exi thalassinà fengària” (Sei lune marine), destinate a uscire lo stesso giorno del colpo di stato. Compone molto anche per il cinema, sia greco, sia francese, importanti le colonne sonore dei film “ Fedra” di J. Dassin, e di “Zorba il Greco” di Cacoyannis. Nutrita è anche la produzione sinfonica, per balletto e per le scene delle tragedie classiche. Egli stesso scrive molti testi, poiché, come il fratello Yànnis, è un poeta eccellente: ma i suoi autori sono anche i principali poeti neogreci, T. Livadhìtis, D. Christodhùlos, Odisseo Elitis e Yorgos Sefèris (che saranno insigniti del premio Nobel), Yànnis Ritsos, Nicos Gàtsos, Iàcovos Cambanéllis, K. Vàrnali, P. Cocchinòpulos.

Ma è la straordinaria tradizione musicale popolare che fornisce gli strumenti, le voci e la materia prima che, rielaborata trasformata e rivissuta, viene immessa nel circolo della musica contemporanea, senza scivolamenti folkloristici che pure sono in agguato. Ma Theodorakis non solo usa la materia prima del popolo; ma produce anche materia prima per il popolo, cioè “crea” canti popolari, che il popolo sente subito, per quanto innovativi, come suoi da sempre. L’avvento della dittatura dei colonnelli nel 1967 trova dunque Theodorakis rivestito di un ruolo indiscusso nel rinnovamento culturale e politico. È presidente del movimento giovanile LAMBRAKIS e deputato dell’EDA, il nuovo partito della sinistra Greca (Il partito comunista è fuorilegge dagli anni della guerra civile). La sua notorietà di artista è enorme e ha già largamente varcato i confini.

Si schiera, naturalmente, contro i colonnelli: dopo pochi mesi passati in clandestinità viene arrestato, condotto nel carcere Avèroff, poi detenuto nelle carceri di Korìdallos, mattatoi di molti suoi compagni di lotta, come Andreas Lentakis. La sua notorietà internazionale gli risparmia la vita: viene confinato, agli arresti domiciliari, prima a Vrachàti, dove ancora oggi Mikis ha una residenza, e poi nel villaggio di Zàtuna, sui monti dell’Arcadia. E’ sottoposto a stretta sorveglianza di polizia; intimidazioni ed umiliazioni coinvolgono la sua stessa famiglia, la moglie Mirtò, il piccolo figlio Yorgos e la figlia Margarita. La sua musica è proibita, ma clandestinamente circola: è la voce della Resistenza. Una campagna di pressione internazionale, che riesce a coinvolgere il Consiglio d’Europa, reclama la sua liberazione, che però arriva solo nel 1970, e dopo un altro periodo di carcere a Oropòs, e di ricoveri in ospedali per i continui scioperi della fame ad oltranza. Da quel momento, tutta la sua musica e la sua persona sono votate, in giro per tutti i paesi del mondo, alla libertà della Grecia. Alla caduta della Giunta militare, nel1974, la festa del popolo non esprime né ferocia né vendetta, ma è una festa di musica e canto, intorno a Theodorakis e ad una generazione nuova di autori e di cantanti cresciuta nell’opposizione alla dittatura.

Anche nelle carceri Mikis riesce a comporre, protetto dai suoi compagni di prigionia: nascono “Mythistòrima” (Mitologia), “O ilio ke o chronos” (Il sole e il tempo), “Epifània Deftéri” (Epifania seconda), “Catàstasi poliorchìas” (Stato d’assedio). Nel confino di Vrachàti compone “Tragùdhia tu Andreas” (Canzoni per Andrea), “Nichta thanàtu” (Notte di morte), e nel confino di Zàtuna i dieci cicli di “Arkadhìa” (Arcadia) e altro e altro. I suoi poeti: Theodorakis, certo, ma anche: Seferis, Manos Elefterìu, Y. Fotinòs, A. Kalvos, A. Sikeliànos, T.Sinòpulos, Manos Anaghnostàkis, e altri, tra cui il senegalese Leopold Senghor. Nell’esilio nascono “Canto General” dall’incontro col poeta cileno Pablo Neruda, il ciclo “Stin Anatolì” (All’Est), “18 Lianotraghùdhia tis picrìs Patrìdha” (18 distici popolari per la patria triste), sui versi di Yannis Ritsos. Ed altre musiche per film, tra le quali “Z – L’orgia del potere” e “L’Amerikano” di Costa Gavras, e “Serpico” di Sidney Lumet.

Dopo il ritorno, la sua presenza politica continua ad essere rilevante. Forte della limpidezza e dell’autorevolezza del suo passato, lavora per la conciliazione tra i Greci, come aveva già fatto dopo la guerra civile, quando aveva composto “Le canzoni per il fratello morto”. Non dimentica nulla, ed esorta a non dimenticare, ma sostiene la soluzione Karamanlìs, cioè un governo liberale di centro, perché non si riaprano le vecchie ferite del suo popolo: purché la democrazia che si ricomincia a costruire sia autentica e non subisca l’ennesimo tradimento. Vuole l’integrazione europea; ma il suo sguardo è ampio, va a comprendere il mondo. Sa che musica e cultura sono materiali per la costruzione di ponti tra i popoli ed usa senza sosta queste armi per la pace. Crea canali e occasioni di scambio culturale tra il suo popolo e quello turco, per superare gli storici pregiudizi reciproci.

Nel suo paese combatte l’intolleranza politica e l’affarismo. Per questo è piuttosto malvisto dai comunisti brezneviani e dall’estrema destra. Ma non è certo un centrista: la sinistra è parte integrante di lui, e lui è parte integrante della sinistra. Ma quando gli sembra che il governo socialista di Andreas Papandreu si stia trasformando in un regime personale, cripto-autoritario e che alla sua ombra fiorisca la mala pianta della corruzione, compie un gesto clamoroso, e sostiene l’opposizione di centro-destra, candidandosi nelle sue liste e ricoprendo per qualche tempo un incarico nel nuovo governo conservatore. Molti amici gli voltano le spalle, anche la sua cantante migliore, Maria Faranduri, che entra in parlamento con i socialisti del PA.SO.K.

Pochi, invero, capiscono la serietà della sua provocazione, che vuole mettere in guardia contro i vizi storici del suo (forse non solo del suo) Paese: le derive autoritarie, il notabilato, la corruzione. Per questo il suo monito viene variamente letto come un’incoerenza senile, come un bel gesto di un eterno ragazzo che vuol far politica senza saperla fare, come un’ingenuità o un sussulto di ambizioni frustrate. Ma nessuno cessa di amare la sua musica e le sue canzoni, che sono sempre nel cuore, anche se un po’ meno sulle labbra dei Greci, investiti e un po’ narcotizzati dai nuovi stili di vita consumistici anche in campo musicale.

La scomparsa di Papandreu e di lì a poco il settantesimo compleanno di Mikis consacrano la riconciliazione tra il grande musicista e la sinistra, anche quella che sta al governo. Decine di concerti in suo onore rilanciano la sua figura a tutto campo. C’è solo il rischio della sua riduzione a monumento nazionale. Ma è un rischio ancora remoto, perché Theodorakis continua a lavorare, nonostante gli anni e la salute malferma: compone e dà concerti in tutta l’Europa. Tanto è forte il suo credo nei ponti culturali, che quest’anno l’abbiamo visto importare in Grecia un’orchestra di artisti tedeschi che avevano magnificamente capito la sua musica greca. Ancora oggi, a 75 anni di età, Mikis è la più consapevole, profonda ed estesa voce della Grecia contemporanea. Esprime il meglio del suo Paese - un paese perennemente e spesso drammaticamente in bilico tra passato e presente, tra oriente e occidente, tra passioni intense e fatalismo, tra libertà e tirannia - e lo accorda, grazie alla musica e all’ostinato amore per tutti gli uomini e tutti i popoli, al meglio del mondo intero.

Noi italiani cominciammo ad amarlo trent’anni fa, negli anni bui della Giunta Militare (1967/1974), quando, in esilio dopo dure esperienze di carcere e confino (non certo le prime, per lui, che già le aveva ben conosciute durante l’occupazione nazista e nella guerra civile contro i restauratori del fascismo nel suo sventurato Paese), diffondeva la sua musica nel mondo occidentale e nei paesi allora socialisti perché tutti sentissero quanto libero, limpido e solare fosse anche nell’ira e nel dolore il cuore dei Greci dotati di cuore e perché, amando la sua musica, amassimo anche la libertà perduta del suo popolo e, con lei, la nostra stessa e quella di tutti i popoli. E così, in quegli anni, anche i più distratti di noi hanno conosciuto e cantato “Ragazzo sorridente” e “Fiume amaro” e magari hanno cercato di ballare con il vitalismo di “Zorba il Greco”. E così, grazie a lui, i meno distratti si accorgevano che la Grecia era un piccolo paese dal corpo sì spezzato, ma con l’anima, una grande anima, integra, con la sua musica, la sua poesia, la sua narrativa, il suo cinema, il suo teatro: con un popolo e una cerchia di intellettuali capaci di nutrirsi l’un l’altro (in una società abituata a parlare due lingue greche diverse, una per i ricchi, una per i poveri), e di parlare al mondo e di ascoltarlo senza dover per questo ripudiare i propri linguaggi più autentici.

Di greco nel mondo, insomma, non c’era solo la pur grandissima Maria Callas, ma c’erano anche Mikis Theodorakis, Costas Gavras, Theo Anghelopulos, Nikos Kasangiakis, Odisseo Elitis, Yorgos Seferis, Yannis Ritsos, Maria Faranduri, Irene Papas, Melina Mercuri, che risultarono, per coloro che, un po’ meno distratti, vollero andare a vedere più a fondo, la punta di un iceberg sconosciuto di fantasia e di rigore artistico ed etico, di amore per il popolo e per l’umanità.

Chi fu conquistato dalla musica di Theodorakis, e volle vedere quale musica si facesse nel suo paese, scoprì che la musica greca, quella buona, stava al centro di una raggiera che la collegava con ogni esperienza musicale passata e attuale, dall’occidente al medio oriente, da quella popolare, laica e religiosa, a quella bizantina e colta, e, soprattutto, con la poesia contemporanea neogreca e straniera: e con meraviglia scopriva come i poeti più insigni scrivessero testi i quali, musicati, sarebbero stati ascoltati (ma sarebbe meglio dire rivissuti) dai colti e dagli incolti in quello strano e per noi quasi inconcepibile circuito di diffusione costituito non dalla radio e dalla televisione, non dalle grandi case discografiche e dai mega concerti, ma da una fitta ragnatela di taverne fumose nei quartieri poveri. Taverne nelle quali, non a caso, cantare e suonare era stato proibito dal Dittatore.

Scoprì allora che Mikis era nello stesso tempo eccezione e regola: eccezione per la singolarità del suo genio creativo, per l’estrema e raffinata consapevolezza della sua cultura musicale, per l’intensità e la coerenza delle sue lotte di uomo libero, per la sua “Grecità” non ripiegata su se stessa, ma capace di trasformarsi in voce dell’uomo e per l’uomo tout court senza tradirsi e senza farsi indistintamente cosmopolita: ma scoprì anche che il suo modo di essere uomo e artista faceva scuola e quindi regola, e che altri conducevano per altre strade la stessa ricerca, non per un esteriore meccanismo imitativo, ma perché molti intorno a lui capivano la sua vivente lezione di cosa potesse e dovesse essere un intellettuale che s’incarichi di tutte le responsabilità del dire e del fare di fronte al suo popolo ed a tutti i popoli del pianeta: perché, nel bene e nel male, ogni popolo è l’immagine del suo simile e del suo dissimile; e toccherebbe proprio alla cultura di mostrare questa semplice e basilare verità, ed alla politica di trarne le conseguenze costruendo i ponti e facendo vivere la pace, e i diritti e la voce di tutti e di ciascuno.

In parte, questo modo d’intendere la musica dentro la vita dell’individuo e del popolo cerca di sopravvivere nella Grecia di oggi grazie a coloro che appresero la lezione di Theodorakis, nonostante e contro le devastazioni collettive e individuali del consumismo, dell’intossicazione mediatica, della corruzione politica, del pregiudizio nazionalistico troppo spesso eretto a schermo dell’insicurezza di sé e della minaccia, sentita come luogo comune e per questo esorcizzata con grotteschi e pericolosi ritorni di fiamma tradizionalistici, della perdita di identità nel contesto dell’Europa economica e della globalizzazione mondiale.

E Theodorakis, a 75 anni, continua ancora oggi a militare guardando avanti, in questa nuova resistenza: resistenza globale, seppur senza gli spargimenti di sangue di un tempo, perché in gioco c’è l’intera anima della Grecia, che è un patrimonio di tutti noi e che rischia di dissolversi o nell’omologazione o nella cristallizzazione. E lo fa, da quell’ “Assikico Pulaki” (Uccellino coraggioso) che è sempre stato, senza padroni né padrini politici e perciò non di rado frainteso da coloro stessi che credono di credere alle sue stesse idee. Solamente alcune delle sue note più recenti, come quelle di “Poetica” (1997), hanno il colore smorzato dello struggimento e della pensosità, piuttosto che quelle dell’impeto, dell’ira o della festosità. Come se tornasse la vena delle Arcadie, tristemente composte nel villaggio alpestre di Zàtuna, dov’era il suo confino. Molti pensano a Theodorakis quasi come a una specialità greca, da godersi con il sole, il mare, il meltemi, il sirtaki, i buzuki, e alcuni cibi di un paese, la Grecia, noioso a scuola con il suo passato pesante, ma piacevole in vacanza, col suo presente leggero; altri lo ricordano per le belle canzoni di lotta politica e sociale; altri ancora hanno sentito dire che Theodorakis è molto serio, quando è sinfonico o bizantino, e quindi un pochino noioso, da ascoltare compunti se non se ne può fare a meno.

Quasi niente di tutto ciò è vero: Mikis non si compone di tre, di sette o di più parti; la sua stessa molteplicità è la sua unità. Non poliedricità, né virtuosismo, ma coerenza con un ideale, nel quale non può esservi scissione fra l’uomo, il compositore, il poeta; tra l’intellettuale e il popolo; tra popolo e popolo, fossero anche, questi, il Greco e il Turco; tra passato presente ed avvenire. Gli stili e i linguaggi sono dell’uomo e l’uomo è diversità e unicità: e l’artista cerca ed esprime l’una per mezzo dell’altra. E’ dunque un umanista, Mikis Theodorakis: per questo egli sta nel passato e nel futuro. Per questo Theodorakis è la Grecia.

da qui


giovedì 7 febbraio 2019

In tasca il numero degli Avvocati - Daniele Barbieri




All’inizio fu un romanzo
Vive in un mondo dorato l’avvocato Michel Brock e i suoi clienti sono tutti ricchi o ricchissimi. Ma viene sequestrato – per poche ore – con altri suoi colleghi da “Mister”, un senza tetto che vuole sapere chi si occupa degli sfratti. Un cecchino uccide il sequestratore, liberando gli avvocati “dorati”. La morte di “Mister” manda in crisi la vita di Michael Brock. Per prima cosa cerca di capire cosa ci fosse dietro quella richiesta sugli sfratti. Prima incontra Mordecai Green, un avvocato impegnato nel sociale, e poi decide di passare una notte come volontario in un rifugio di senza tetto. Siamo nel bel romanzo L’avvocato di strada (Grisham, 1998), da cui è stato tratto (nel 2003) il film televisivo «The Street Lawyer». Non è giusto svelare le trame dei romanzi, soprattutto se sono thriller. Quel che qui ci importa è che il protagonista scoprirà che sulla pelle dei senza tetto i suoi colleghi si arricchiscono, violando le leggi e ogni principio di umanità. Brock si ribella… Come lui altri avvocati si sono schierati dall’altra parte. E dal romanzo, ambientato negli Usa, la storia si trasferisce nella realtà italiana.
Di cosa parliamo?
L‘«Associazione Avvocato di strada» è una onlus cioè una organizzazione nazionale di volontariato con sede a Bologna e circa cinquanta “sezioni” locali. Nasce nel 2000 – da un’idea dell’associazione (e giornale di strada) «Piazza grande» – per dare assistenza legale e patrocinio gratuito agli homelesscioè alle persone senza fissa dimora. «Consentire un effettivo accesso alla giustizia agli emarginati» è sogno antico, non facile da realizzare per mille evidenti ragioni.
Tecnicamente funziona così. Gli avvocati volontari a Bologna ricevono i “senza casa” nei centri di accoglienza e nei quattro dormitori pubblici della città. Sono una quarantina di avvocati o laureati in giurisprudenza, a turno. Altri trenta avvocati bolognesi patrocinano gratuitamente almeno uno o due casi all’anno.
Dietro la nascita di «Avvocato di strada» – d’ora in poi Ads – i problemi della residenza. Chi vive in strada a lungo perdere la residenza, perché esce dallo stato di famiglia o perché viene cancellato dall’anagrafe. Con la residenza si perdono molti diritti: non si può votare, né aprire una partita Iva, non si potrebbe lavorare né avere una casa popolare, neppure accedere al Servizio Sanitario Nazionale (se non per le cure di pronto soccorso). Questo in estrema sintesi.

Un po’ di storia
Nel 2004 raccontavo (sul quotidiano «il manifesto») così l’inizio di Ads. Erano partiti in due, a Bologna, nel gennaio 2001. Ma già tre anni dopo nascono “le sezioni” – o iniziative analoghe – a Torino, Milano, Verona, Padova. Il primo sportello bolognese fu in via Libia 69, sede di «Piazza grande» e degli omonimi magazzini: riparazione biciclette, vendite di oggetti usati, unità mobile di sostegno e molto altro. Di cosa ha bisogno questa “clientela” – 341 uomini e 132 donne nei primi tre anni di attività – senza dubbio poco abituata a frequentare studi legali? Per lo più chiedono aiuto per piccole noie legali di vario tipo: multe non pagate o rapporti burrascosi con le forze dell’ordine. Ma al primo posto ci sono tutte le delicatissime questioni legate all’affidamento dei minori e (pur se sembrerebbe paradossale parlando di chi non ha un tetto sulla testa) il diritto a una residenza, che molte amministrazioni faticano a riconoscere «pur se è contemplato dalla Costituzione», ricorda l’avvocato Antonio Mumolo. Ed è qui che Ads si è scontrato con il Comune di Bologna: vincendo nel giugno 2001. La causa-pilota porta il nome di A. De Fazio che chiedeva di fissare nel dormitorio pubblico la sua “residenza ufficiale” anche per esercitare il diritto di voto. Così De Fazio e altri trecento ospiti dei dormitori bolognesi alle ultime elezioni hanno potuto votare. Avere una residenza ovviamente aiuta nella ricerca di un lavoro o di una casa. Frequenti anche i ricorsi contro le decisioni del Tribunale dei minori che spesso affidano i figli di uomini e donne in difficoltà (senza tetto, alcolisti, tossicodipendenti) a estranei: talvolta cancellando del tutto l’esistenza di una famiglia, i nonni ad esempio, che potrebbe occuparsi dei ragazzi evitando un trauma maggiore per i più piccoli e consentendo al genitore di restare vicino al figlio. «E questo rapporto con i ragazzi è spesso uno stimolo a riprendere in mano la propria vita» spiegano gli avvocati bolognesi chiedendo però di non entrare troppo nei particolari: «perfino riconquistare la privacy può segnare il passaggio dall’esclusione a una cittadinanza».
È evidente che, al di là delle modalità inedite, ci si trova di fronte a un vecchissime pesante problema, cioè la non parità nell’esercitare il fondamentale diritto a essere difesi. Una ingiustizia che cresce tra le «nuove povertà» ma anche fra i migranti, poco informati e ancor meno tutelati rispetto alle leggi italiane.
Riconoscere diritti anche a chi è senza casa diventa una scelta politica e sociale. Vi sono ovviamente scelte opposte che vogliono criminalizzare e/o allontanare chiunque viva in strada e/o chieda l’elemosina. Come i sindaci (fra i primi quello di Vicenza, Enrico Hullweck, nel 2003) che tentano di proibire sia l’esposizione di «deformità ributtanti» che il sovraffollamento di accattoni (ai quali veniva intimato per esempio di «lasciare uno spazio libero per il transito di pedoni di almeno un metro»). Così rispondeva Antonio Mumolo, tra i fondatori di Ads: « Contrasteremo ogni tentativo, da parte di chiunque, di colpire la povertà in quanto tale. Tutti sono uguali davanti alla legge ed in Italia non può esistere la giustizia per censo”».
Nel 2001 e ancor più oggi risulta evidente che è facile ritrovarsi in strada e può capitare anche agli “insospettabili”: se in un momento di crisi economica e/o psicologica manca una rete amicale o familiare di sostegno inizia il precipizio. «In quattro anni e seguendo centinaia di vicende a Bologna non abbiamo trovato nessun clochard per scelta. L’idea romantica del vagabondo va ripensata: oggi a chiedere l’elemosina, a cercare un letto al dormitorio incontri chi ha la pensione minima. Ma anche una separazione, il dover pagare gli alimenti, a volte fa saltare il difficile equilibrio reddito-casa», spiega Mumolo.
Dunque Ads difendendo gratis chi non si può permettere di pagare ristabilisce un principio minimo di giustizia. E aiutando i senza dimora in tribunale spesso li aiuta a iniziare una “risalita”. Che quando si verifica viene definita “un miracolo” da chi ha la fede. Ma molto pragmaticamente chi vive in strada replica: «i veri miracoli sarebbero curarsi i denti gratis o che resuscitasse un vero Welfare».

E nel 2018?
Presentando l’ultimo bilancio sociale di Ads, Antonio Mumolo spiega: «Si può dire che l’esperienza di “Avvocato di strada” abbia raggiunto nel 2018 la maggiore età, ed è con commozione e orgoglio che oggi guardo al cammino che abbiamo percorso fin qui. Nella Bologna della fine del 2000 non si trattava che di un ristretto gruppo di volontari – fra cui due avvocati – uniti da una consapevolezza nuova. In strada c’era fame di diritti e quella fame si poteva combattere con un’arma incruenta ma potentissima: un codice. Da quei giorni, di cambiamenti ce ne sono stati parecchi, ma diciotto anni dopo continuiamo ad andare nella stessa direzione, ostinata e contraria».
Oggi Ads è presente in quarantanove città, con oltre novecento volontari che mettono quotidianamente a disposizione tempo e competenze, «continuando a coltivare il sogno di stare dalla parte degli ultimi».
E nel bilancio (fatto di numeri, si sa) si cerca di “fotografare” anche i solidali che fanno grande Ads: «Per trasportare tutti i nostri volontari servirebbero diciannove carrozze; se i nostri volontari si tenessero per mano coprirebbero tutta via del Corso a Roma, cioè da piazza Venezia a piazza del Popolo».

«N» e «A»: due persone tra le tante
È un bel malloppo il Bilancio 2018 di Ads: chiaro però, mai gergale e in certe parti di piacevole lettura. Ogni tanto si incrociano #STORIE DALLO SPORTELLO a mo’ di esempio. Vale riportare per intero due piccole/grandi vicende che spiegano il lavoro di Ads forse meglio di una statistica.
La prima. «N. è una signora gentile, ringrazia sempre e non chiede mai nulla. Ha dovuto lasciare il posto in dormitorio perché ha raggiunto il periodo massimo di permanenza consentito. Non dorme da tre notti, da tre notti cammina in lungo e in largo per la città con lo zaino in spalla. Cerca di scaldare le gambe, gambe gonfie e doloranti a causa di gravi problemi di circolazione. In quelle condizioni dovrebbe sempre restare al caldo, con le gambe “tirate su”: praticamente una cosa impossibile se si vive in strada. N. è stremata, ma continua a mostrare il suo sorriso. Arriva una mattina all’assistenza sanitaria per prendere le medicine che non può acquistare. Nell’attesa si siede in silenzio nel grande corridoio e prova a stendersi per dare un po’ di sollievo alle gambe doloranti. Nello stesso corridoio ci sono due avvocati volontari di Avvocato di strada che stanno facendo lo sportello settimanale. Incrociano il suo sguardo dolce. Un saluto e una semplice domanda “Come stai?” bastano a inumidire gli occhi di N.. I volontari si siedono accanto a lei e ascoltano la sua storia, la storia di una guerriera dolce e stanca che non sa lamentarsi. Non sa nemmeno che nelle sue difficili condizioni di salute ha diritto ad un posto riservato in dormitorio. Una telefonata è sufficiente ad assicurarle il suo diritto. N. da tre mesi torna ogni settimana a ringraziare quei cuori teneri che le hanno regalato notti tranquille».
La seconda. «A. è un cittadino italiano di origini sudamericane. Ha poco più di sessant’anni ed è padre di due figli ormai adulti che non vede da troppo tempo. Non parla un italiano fluente ma si fa ben intendere. In giovane età ha conseguito un titolo professionale che però lo Stato italiano non ha riconosciuto valido per l’iscrizione all’albo di riferimento e per l’esercizio della professione in Italia. Durante lo sportello in cui lo conosciamo ci descrive il suo Paese come instabile, dove le differenze sociali sono molto evidenti, dove il posto fisso non esiste e le persone sono costrette a cambiare numerosi lavori. A. odiava la sua vita in Sud America. Non gli permetteva di realizzarsi e lo condannava alla frustrazione, così ha deciso di cambiare vita lasciando la sua casa per raggiungere i suoi parenti in Italia, tentando la sorte. Negli anni si è poi spostato in altri Paesi europei per poi tornare di nuovo in Italia. Nonostante questo moto incessante e la sua formazione le cose non sono andate bene. Una notte non sapeva più dove andare a dormire e in un attimo è entrato in una dimensione prima sconosciuta. La sua trasformazione, ricorda, è avvenuta in fretta, senza neanche dargli il tempo di realizzare che cosa stava accadendo. Nessuna possibilità di farsi una doccia o di avere un cambio pulito, ha preso in pochi giorni le sembianze di un navigato clochard e si è trovato a barcamenarsi tra strade, panchine e spazi pubblici, guardato con sospetto da chiunque e privato di una delle nostre certezze più grandi, quella di una casa alla quale fare ritorno a fine giornata. La storia di A. è quella di una serie di vicissitudini vissute in intimità, in solitudine, che diventa sempre più isolamento. È quella di tante altre persone che per i motivi più disparati si trovano senza un tetto sopra la testa».

E i soldi per fare tutto questo?
Tutto trasparente, spiega il Direttore dell’Associazione Jacopo Fiorentino: «Anche quest’anno pubblichiamo il nostro Bilancio sociale – che si può consultare qui – per fornire alle persone e agli enti che ci sostengono, alla cittadinanza e alle istituzioni, informazioni dettagliate e a 360° su quanto abbiamo fatto nel corso del 2017 per le persone senza dimora».

Alcune pubblicazioni
Dal 2003 Ads pubblica ogni anno Dove andare per…, guida di Bologna per le persone senza dimora: indicazioni e indirizzi per nutrirsi, vestirsi, lavarsi, dormire, curarsi, cercare lavoro e per avere consulenza ed assistenza legale. La guida viene distribuita in stazione, in strada durante gli interventi nel territorio, nei luoghi di ritrovo ed in tutte le strutture che operano nell’ambito dell’assistenza e del recupero delle persone in stato di difficoltà.
Nel 2004 è stato pubblicato I diritti e la povertà, un libro che raccoglie i casi principali trattati da Ads nei primi anni di attività. È seguito (nel 2007) I diritti dei minori e (nel 2015) Una strada diversa. Homeless e persone Lgbt.

Le sedi
Attualmente Ads conta sull’apporto di oltre 750 avvocati volontari è presente ad Ancona, Andria, Bari, Bologna, Bolzano, Brindisi, Catania, Cerignola, Cosenza, Cremona, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Jesi, La Spezia, Lecce, Lucca, Macerata, Mantova, Matera, Milano, Modena, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Pescara, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini, Roma, Rovigo, Salerno, San Benedetto del Tronto, Siracusa, Taranto, Torino, Trieste, Venezia, Verona, Vicenza, Viterbo.
Se Avvocato di strada avesse un inno… probabilmente sarebbe There But for Fotune («Solo per caso») scritta nel 1963 da Phil Ochs e cantata anche da Joan Baez.
«Mostrami il vicolo e il treno, mostrami il vagabondo che dorme sotto la pioggia. E io ti mostrerò, ragazzo mio, mille ragioni per cui è solo un caso se al suo posto non ci siamo noi».
E questi sono i versi finali:
«Fammi vedere il Paese dove sono cadute le bombe, fammi vedere le rovine degli edifici una volta tanto alti, e io ti farò vedere un giovane Paese, e ci son molte ragioni che, solo per caso, quel Paese non siamo io o te, io e te».


Bibliografia e sitografia
Grisham John, 1998, L’avvocato di strada, Mondadori, Milano
Avvocato di strada, 2017, Dove andare per…, Sigem, Modena
Avvocato di strada, 2004, I diritti e la povertà, Sigem, Modena
Avvocato di strada, 2007, I diritti dei minori, Sigem, Modena
Avvocato di strada, 2015, Una strada diversa. Homeless e persone Lgbt, Sigem, Modena