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sabato 28 maggio 2022

Madrelingua – Julio Monteiro Martins

è il primo libro di Julio Monteiro Martins che leggo, e non sarà l'ultimo.

è un po' romanzo, un po' racconto, un po' un insieme di memorie, un po' dizionario, come una specie di ipertesto, con l'ombra di B. sullo sfondo.

leggendo la parte-romanzo mi chiedevo spesso se a scrivere fosse Julio Monteiro Martins o Antonio Tabucchi.

impossibile raccontare il libro, bisogna leggerlo proprio, e ognuno tiri fuori quello che riesce.

 

ecco sagarana la rivista online creata da Julio

 

qui un bel racconto di Julio

qui tanti lo ricordano




Era una bella serata maggiolina dell’anno scorso, dopo un reading di poesia, che Julio venne a dormire a casa mia. Nel suo bagaglio, un oggetto per lui molto significativo, non aveva il pigiama, allora dovetti dargliene uno dei miei. Ma io, un grissino quale mi vedete rispetto a lui che era un uomo di peso, non trovai un pigiama che gli stesse bene. Julio, vedendo i miei pigiami da bambola modella, rideva dicendomi: “non preoccuparti Gas, dormo vestito come sono”. D’improvviso, dopo varie prove fastidiose per lui, mi ricordai di un mio pigiama estivo che era tanto elastico che potevano entrarci tre persone, glielo portai e gli dissi “Julio, questo dovrebbe andar bene per forza, provatelo”. Infatti quel pigiama gli stava tanto bene che disse “ahh questo si che va bene”. Ci siamo messi a ridere e chiacchierare. Passando da un argomento all’altro siamo arrivati infine a parlare delle sue opere letterarie, e lì Julio si fece tutto serio e divenne malinconico parlandomi della poca considerazione delle sue opere in Italia. Lui si sentiva, e senza dubbio aveva ragione, al pari di alcuni noti scrittori italiani, scrittori molto letti e famosi rispetto a lui che si sentiva sconsiderato ingiustamente, nonostante le sue opere non siano meno importanti delle loro. E nonostante fosse un letterato veramente colto e di uno spessore culturale pari al loro, e non solo ma è anche un maestro della scrittura creativa. Infatti se pensiamo all’antologia “Non siamo in vendita. Voci contro il regime”, che  hanno scritto insieme Julio Monteiro Martins, Dario Fo, Erri De Luca, Antonio Tabucchi e altri, ci rendiamo conto, anche se è un esempio banale, che Julio stava nel posto giusto tra questi scrittori famosi in Italia e non solo, ma se andiamo a chiedere alla maggior parte degli italiani chi è Dario Fo, o Erri De Luca, o Tabucchi quasi tutti li conoscono, ma se chiediamo alle stesse persone chi fosse Julio Monteiro Martins probabilmente la maggio parte alzerà le spalle e ti dirà “mmm non lo conosco”. Sembra un esempio banale e invece non lo è. Lo scrittore senza un pubblico è un progetto sospeso, una lettera che non arriva a destinazione. Ovviamente ciò non significa che lo scrittore che ha più pubblico è il migliore. Non è per nulla così.

Julio Martins però non era sofferente per la sua persona quanto per quel sogno chiamato letteratura. E non credo che il problema degli scrittori migranti, come Julio Martins, riguardi il canone letterario, sono piuttosto altri le ragioni. Il primo dei problemi è il marketing, che riguarda la letteratura in generale. Di questo problema Julio Martins era ben cosciente, tant’è vero che nel suo libro postumo, La macchina sognante, commenta questo fatto dicendo:

Gli editori sono ben lieti di “prendere un passaggio” dalla fama di cui gode la cosiddetta celebrità. Si tratta di una strategia di marketing sempre più diffusa questa di vendere i libri dei famosi, qualunque robaccia siano, soprattutto in questo periodo di peggioramento della crisi economica dove di libri se ne vendono sempre meno. Siamo davanti all’ennesima truffa a scapito dell’arte, all’utilizzo improprio della forza dei media per spingere i prodotti mediocri di questi falsi scrittori, che oggi fanno un romanzo, domani un album di canzoni natalizie, domani l’altro un ristorantino di grido. Sono fenomeni parassitari della letteratura, che provano a falsificare “l’aura” che le è propria e la usurpano dai libri veri e necessari, colonizzando lo spazio delle librerie e le recensioni sulla stampa. Ma tanto, sono fenomeni fastidiosi ma effimeri, e alla fine voglio credere che i libri migliori arrivino in un modo o nell’altro, a volte per le vie più strane, a chi li dovrà leggere

L’altro problema è lo strano e misterioso atteggiamento che ha la cultura italiana nei confronti delle produzioni letterarie degli scrittori italiani di adozione, o meglio dire semplicemente “italiani”. Dico strano perché mentre lo sguardo italiano tende verso le traduzioni delle opere che vengono dall’estero, chiudo l’occhio o ignora le opere scritte in italiano dentro l’Italia, da scrittori, sempre secondo loro, non italiani. Questi poveri scrittori stanno nel limbo letterario italiano, le loro opere non sono importate dall’estero per essere prese in considerazione, e nemmeno considerate come produzione letteraria italiana. Questo fatto mi stupisce davvero tanto, perché se si fa caso l’italiano è parlato soltanto Italia, oltre ad alcune regioni svizzere. Quindi se uno scrittore vive in Italia e scrive in italiano, lo fa ovviamente per gli italiani, perché non considerarlo italiano? Perché tenere legata l’opera letteraria scritta in italiano, e quindi italiana, alle origini del suo compositore straniero? Mi stupisce questo atteggiamento culturale italiano che cerca di negare questa ricchezza che può contribuire molto allo sviluppo della cultura letteraria italiana.

In quella sera, dopo un po’ di chiacchiere, dissi a Julio Martins: “sai Julio che io non ho letto nessuno dei tuoi romanzi?”. “ah si” mi disse, “te ne manderò uno appena rientro a casa”. Uomo di parola qual era mi mandò due giorni dopo, in formato digitale, il suo romanzo “madrelingua“. Pensavo fosse un romanzo normale, ma quando l’ho letto, ho scoperto che non lo era. Era invece un non-romanzo, un metaromanzo, come l’hanno definito i critici. “Perché Julio mi ha mandato questo romanzo”, mi sono chiesto. La prima risposta che mi sono dato era che probabilmente Julio avrebbe pensato che sarebbe stato necessario a un giovane scrittore come me leggere un tale romanzo. Poi, leggendo alcuni suoi scritti, sono arrivato alla conclusione che questo testo, secondo me, uno dei migliori della sua produzione letteraria, e suppongo che lo era anche per lo stesso Julio Martins. Un testo ricco di conoscenze culturali, colmo di citazioni e riferimenti letterari, filosofici, poetici, cinematografici, politici, sociali, geografici, storici ecc. Dimostra una perfetta, nonché dilettevole, struttura narrativa, nonostante le interruzione dell’autore nelle parentesi quadre che fungono da insegnamenti al lettore di come impostare un romanzo, oltre ad essere davvero divertenti. E’ dunque un romanzo istruttivo, un esercizio narrativo che lo scrittore offre generosamente ai suoi lettori, svelando i misteri della composizione di un romanzo, e in cui rivela anche la sua alta qualità di maestro della scrittura creativa. Analizzare questo testo dunque richiede un lavoro più vasto e articolato di una semplice recensione, per cui vorrei limitarmi ad analizzare un elemento essenziale del romanzo, cioè il titolo, il quale non è stato ancora trattato dai critici, e cerco di rivelarne il significato.

Nel suo libro postumo “La Macchina Sognante”, Julio Martins ci rivela cos’è il titolo per lui quando, nella quindicesima rubrica “Ancora sull’insegnamento a scrivere”, dice: […] il titolo in verità è un genere letterario a se stante, particolare, i cui meccanismi formativi si avvicinano più a quelli dell’arte poetica che a quelli della narrativa, ed è forse la forma più sintetica di espressione letteraria che ci sia, più ancora degli hai-ku giapponesi. Il titolo può fare un uso dell’ossimoro. Del nome proprio […].

Quella forma poetica, come la chiama l’autore, ha la forza di svegliare la curiosità del lettore dal primo sguardo. Il titolo di un libro è come una chiave che hai tra le mani di una stanza chiusa, una stanza che t’incuriosisce, per cui il lettore, attirato dalla curiosità, è incitato a scoprire cosa nasconda questa stanza. Ma il titolo è anche il volto di un libro, un volto velato che scopri soltanto dopo avere esplorato il libro stesso. Una volta finito il libro, comprendi a pieno il senso e il significato del titolo. Conciso e poetico, il titolo, dunque, esprime la totalità dell’opera. Ma nel caso di “madrelingua” di Julio Martins questa cosa funziona davvero? Il termine “madrelingua”, anzitutto, ha un significato comune: è la lingua della propria patria, la lingua che s’impara nei primi anni della vita. Per quanto vogliamo cercare, non troviamo un altro significato a questo termine, nessun uso metaforico, tuttavia è un termine molto espressivo nel caso di un autore che scrive in una lingua che non è la sua madrelingua. Non credo però che Julio Martins, con questo titolo, si riferisse a questo senso comune. Infatti, se torniamo al romanzo, non troviamo un chiaro rapporto intrinseco tra titolo e contenuto. Il romanzo, e lo sa bene chi l’ha letto, segue due linee parallele: da una parte, è un esercizio narrativo, una spiegazione di come impostare e comporre un romanzo, dall’altra è anche un romanzo che racconta una storia a tutti gli effetti. Nel primo caso abbiamo a che fare con il linguaggio, ma non con una lingua specifica, con la struttura del romanzo, l’inserimento degli avvenimenti della nostra vita quotidiana nel testo narrativo. Infatti, l’autore è come uno scultore che non ci mostra una statua già scolpita per invitarci ad osservarla, ma ci invita ad osservare le fasi della scultura e anche gli attrezzi che ha usato e il materiale di cui si è servito per il suo lavoro. Questo processo però non riguarda una lingua precisa, madrelingua sia o no, ma è un processo universale applicabile in qualsiasi lingua.

Ora osserviamo l’altra linea, cioè la storia che narra il romanzo: Mané, coltivatore di bellezza, un brasiliano che vive in Italia, sta per festeggiare i suoi sessant’anni. Ha una amante che chiama K43, ed è chiamato da lei Y87. Suo amico Salvo Rizzo, un bancario – cinefilo, è insoddisfatto della situazione in Italia, per cui vorrebbe andarsene. La sua amante, Mercedes, è una colombiana che non vorrebbe ritornare in patria, e non vorrebbe che Salvo lasciasse l’Italia.

Questi sono i personaggi della storia, i cui discorsi sono quotidiani, tra problemi personali, sociali, storici e politici. Una storia che ricorda in un certo senso il romanzo di Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che ci siano dei riferimenti all’opera di Kundera questa è una cosa da studiare. Come ben si nota nessuno dei personaggi è scrittore, nessuno di loro ha problemi con la lingua, sia la madrelingua o quella acquisita. Vero è che sia l’autore sia il narratore fanno riferimento alla madrelingua, il portoghese, ma non è così centrale da fare pensare che il titolo sia ispirato a questi riferimenti.

Qual è dunque il nesso tra il titolo e il romanzo?

Anzitutto bisogna sapere che Julio Martins ha vissuto tutta la sua vita per la letteratura, quella letteratura che, com’è ben descritto ne La Macchina Sognante, è la cornice dentro il quale si muove tutta la vita umana. Nella terza rubrica del libro postumo, intitolata “Letteratura e storia dell’uomo”, Julio Martins asserisce che: […] la letteratura offre al lettore la conoscenza di se stesso e del mondo, passando attraverso tutte le sfumature comprese tra il sordido e il sublime (che alla fine si toccano e si confondono […]. Tali conoscenze la letteratura le offre indubbiamente anche all’autore, in quanto scrittore ma anche in quanto lettore.

Ma quando lo scrittore perde la propria patria, o smarrisce il suo senso, la letteratura può essere anche una patria? Julio Martins crede che questo sia quasi possibile. Tant’è vero che in un suo racconto, Un mare così ampio, il quale non è altro che la storia dello stesso Julio Martins, l’autore esprime questo pensiero: Quando sono tornato di nuovo, anonimo soldatino, atteso da nessuno, ho visto con stupore che la patria per la quale il mio corpo era stato lacerato non mi voleva, mi guardava con ribrezzo e diffidenza. La patria mi sputava addosso. E per la prima volta mi è venuto in mente che se morire per la patria non vale niente, e se non posso neppure vivere per la patria perché essa non me ne fornisce i mezzi, forse dovrei imparare a vivere per me stesso e a morire per il mio sogno, che è quasi una patria. Cos’è il sogno di Julio Martins se non la letteratura, la macchina sognante, come gli piace chiamarla. E se la letteratura è una patria, avrà pure una sua lingua, che è la madrelingua di chi appartiene a questa patria. Ecco dunque che la “scrittura” si presenta come la madrelingua degli abitanti di quel sogno, di quella patria chiamata letteratura, di cui Julio Martins era un perfetto cittadino. Ma se riprendiamo il concetto di “il limbo letterario italiano”, di cui Julio Martins, come altri, ne è stato vittima, ci rendiamo conto che l’autore italo-brasiliano si ribelle, con il suo sogno, contro “l’apartheid” letterario. La patria “letteratura” accoglie senza discriminazione, chiunque usasse la sua madrelingua, la “scrittura”, senza alcuna considerazione dell’appartenenza geografica, religiosa, culturale o linguistica.

Per quanto riguarda la minuscola del titolo, credo sia importante l’ipotesi di Lorenzo Spurio che asserisce, nella terza nota a piè pagina, che: La minuscola dell’iniziale può essere interpretata in vari modi, uno dei quali potrebbe essere che è il titolo storpiato di qualche parola iniziale che, per qualche ragione, si è persa, è stata cancellata, è stata volutamente celata. E, infatti, chissà cosa voleva celare Julio Martins prima di questa parola? Ma ci saranno altre ipotesi. Forse l’autore ha usato il minuscolo proprio per attirare la nostra attenzione alla stranezza dell’uso, per lasciarci un indizio per approfondire l’argomento.
Se avesse usato il maiuscolo, avrebbe attenuato l’attenzione al titolo.

Soltanto considerando che il titolo “madrelingua” si riferisce alla “scrittura” in quanto madrelingua del sogno/patria “letteratura”, si può comprendere il nesso tra il contenuto del romanzo e il titolo. Infatti, il contenuto del romanzo, come abbiamo detto ripetutamente, è un esercizio della scrittura, quindi di come usare questa “madrelingua”.

Se si prende il termine “madrelingua” alla lettera, allora vuol riferirsi a una certa madrelingua, ma questa non era l’intenzione di Julio Martins. Lo scrittore italo-brasiliano era cosciente dell’importanza della “scrittura” in rapporto con la lingua. La lingua, ad esempio, è importante nell’unità di un paese, qualsiasi paese sia. Infatti, se pensiamo alla storia dell’Italia troviamo che la lingua è stata un fattore di grande importanza per l’unità del paese. Ma la lingua italiana da dove deriva? Si, dal latino, ma è stata confermata grazie alla letteratura, o si può dire anche alla scrittura. Sono state opere, come la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Decameron di Boccaccio e I promessi sposi di Manzoni, per citarne alcune, a dare vita alla lingua italiana. Tant’è vero che ora si dice che il 90% della lingua italiana è la stessa usata da Dante. Se non fosse per quelle opere che hanno usato una lingua, con l’intenzione di confermarla come lingua della patria, chissà quale lingua parlerebbero ora gli italiani, e quale lingua avrei imparato io per scrivere queste righe? La mia stessa madrelingua, l’arabo, è ancora viva e in uso nei paesi arabi grazie alla scrittura e alla letteratura medievale, grazie a libri di poesia e di prosa medievali, o al libro sacro, il Corano, che è comunque un’opera letteraria. Julio Martins sa benissimo l’importanza della scrittura nel mantenere una lingua e anche nel farla evolvere. Mi ricordo che durante la presentazione di La grazie di casa mia, Julio parlava di una parola che aveva inventato lui stesso e usato in uno dei suoi romanzi, una parola che in italiano significa “svogliato” ma che non mi ricordo come si pronuncia in brasiliano. Diceva che l’aveva sentita usare da una persona, e che era entrata nell’uso quotidiano. Ma ha usato tale tecnica anche in madrelingua. Julio Martins ha usato la parola “saudade” che era entrata nella lingua italiana già dal 1959 grazie ai giocatori. Infatti, ad un certo punto Mané riferisce che: L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade – ha regalato agli italiani questa bella parola della mia madrelingua. Intanto Julio Martins propone, anzi vuole donare, alla lingua italiana un’altra parola: sacanagem. Infatti, il narratore continua: Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem. Poi il narratore comincia a spiegare le sfumature di questa parola, per poi arrivare ad uno dei significati, che era quello che voleva utilizzare in quel caso: Sacanagem è l’atmosfera complice che si crea tra due persone, silenziosamente, in cui prevale un’intensa comunicazione di carattere sessuale: una sorta di energia dell’istinto, del ”mondo del basso” nelle parole di Bachtin [sapevo che un giorno mi sarebbe servito], che irrompe dentro un rapporto formale, sociale, insipido. È un po’ come feeling, ma di carattere sessuale. Alla finta fine del romanzo il narratore-autore mette sullo stesso piano le due parole, come due elementi centrali della vita: Saudade e sacanagem, di questo è fatta la vita. E cosa si potrebbe chiedere di più?

Cosa c’è di più bello allora di considerare la “scrittura” come “madrelingua” e la “letteratura” come patria, come una grande macchina sognante di cui tutti dobbiamo far parte, dobbiamo essere i suoi fedeli cittadini, seguendo l’esempio di Julio Martins.

da qui



estratti da “madrelingua” (Julio Monteiro Martins)

Cosa faccio nella vita, io? [bella domanda]. Ho fatto venti o trenta cose diverse per molto tempo, fino ad accumulare un po’ di denaro [mentre io invece…], che ho investito saggiamente [in cosa?] permettendomi di arrivare al mio settimo decennio di esistenza come amante delle belle cose, [ma va…]. È giusto, no? Che almeno al terzo atto si possa sentire un po’ di musica [questa poi…].

[ah, prima che mi dimentichi, voglio aggiungere qualcosa sul nome di questo personaggio: Mané. Mané Garrincha è stato un grande calciatore del periodo della mia infanzia, qualcuno lo ritiene addirittura il più grande. Tutti noi bambini brasiliani sapevamo a memoria il suo nome completo: Manoel Alves dos Santos. Un onore concesso a solo due eroi del pallone. L’altro era Pelé: Edson Arantes do Nascimento.]

Proprio ora, per esempio, ascolto i Lieder di Richard Strauss cantati da Jessye Norman. Come sono belli! [Accipicchia!] Strauss aveva 85 anni quando li ha composti, e si preparava serenamente per il Grande Nulla (è vero… queste cose non si sanno mai…) [simpatico, eh?…] musicando le parole di Hermann Hesse e di altri scrittori e poeti. ”Im Abendrot” è il suo saluto finale [risvolto di copertina del CD] e si sente la punta del suo piede che saggia timidamente quelle nuove acque [ma allora, dove hai detto che investi i tuoi soldi, bello?].

Allora, non so se la mia risposta sia stata chiara: sono un consumatore di bellezza. Compresa quella delle idee [addirittura]. Mi piace tanto leggere e ora posso finalmente tirare giù dagli scaffali tutti quei libri comprati negli anni e mai sfogliati. Per alcuni mi concedo il diritto di non aprire la porta, né di rispondere al telefono a nessuno, nemmeno al mio amico Salvo, e neppure a K43.

Ho proprio bisogno di scoprire certe cose. Sono un ”anziano in allestimento”.

 

 

Salvo ora pensa solo a Lui. Ho cercato di spiegargli che quando si pensa ossessivamente ad una persona – non importa se bene o male, è lo stesso – quella diventa il centro della propria vita, e arriva a dominarla ossessivamente. Non possiamo permetterci di essere dominati da persone che valgono meno di noi. Sarebbe stupido. E c’è di più, perché l’ossessione è una forma contorta, sinuosa, di amore. È un segno di amore – non c’è altra parola – regalare una parte così vasta del proprio territorio soggettivo a qualcuno. E a quello lì, poi… Ho cercato di dirgli che la prima differenza fondamentale tra schiavo e padrone è che il primo pensa in continuazione al secondo, mentre il secondo non sa nemmeno dell’esistenza del primo.

Ma Salvo è stato sequestrato dall’immagine di Lui, onnipresente. È diventato un cittadino-zombie, come tanti, ed io non so come rompere quest’incantesimo.

[ricordo che ho esitato molto – anche per le ragioni esposte qua sopra – prima di fare tutti questi riferimenti al Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi. Ma mi sono deciso perché è ormai chiaro che lui – o Lui, in questo libro – non è per l’Italia solo il capo del Governo, o il fondatore di un partito di destra che è arrivato al potere, ma una figura simbolica di grande penetrazione, una sorta di ”esca” per l’inconscio collettivo degli italiani – e non solo – che finirà per definire questo scorcio della Storia del paese, com’è successo a Mussolini nel Ventennio, a Garibaldi o Lorenzo de’ Medici. Si tratta di un archetipo che si ripropone con volti e ideologie diverse lungo i secoli, e questo non c’entra niente con l’obiettiva grandezza o meschinità della loro figura umana. La narrativa deve anche fare i conti con i personaggi del suo tempo. Si potrebbe forse immaginare Il rosso e il nero di Stendhal o Guerra e pace di Tolstoj senza lo spettro di Napoleone sullo sfondo?]

 

 

Prima di presentarla a Salvo, ho avuto una sorta di “storia” con Mercedes, ma lui non l’ha mai saputo. Siamo usciti insieme due volte. La prima l’ho portata a mangiare una pizza dalla vecchia pazza, la proprietaria di un ristorantino che urla ai clienti quando arrivano, porta le richieste sempre sbagliate e ordina di alzarsi e andare via quando le pare. Ma si mangia benissimo, una pizza da favola, e in fondo è anche divertente [la pizzeria esiste, a Lucca. Ci ho portato Lorenzo la sera prima di scrivere questo brano. La storia della vecchia pazza è ancora più interessante: mi hanno raccontato che in gioventù era stata l’amante del miglior pizzaiolo della città, il quale prima di morire le aveva insegnato i segreti di quella pizza straordinaria. Alla sua morte si era sposata, e poi aveva aspettato quarant’anni il momento di restare vedova per mettere finalmente in atto il suo prezioso apprendistato, aprendo quella pizzeria: poiché il marito aveva dei sospetti su quell’antico rapporto, lei non aveva potuto farlo prima per non avvalorarli.]

Poi è stata la colombiana a portarmi in un bar di certi argentini dai capelli lunghi e selvaggi, che servivano una batida de coco stupenda, bianca e immacolata come il latte, ma con effetti tremendi a scoppio ritardato [più pericolosa della caipirinha]. In una di queste esplosioni alcoliche siamo arrivati a baciarci, ma poi niente. Avevo capito sin dall’inizio che qualsiasi uomo fosse entrato nella sua vita in quel momento avrebbe dovuto sedersi sulla panchina delle riserve, e avevo capito anche – per questo serve avere sessant’anni! [ma è meglio non averli ancora] – che la sua vulnerabilità e la sua insicurezza avrebbero potuto essere mitigate soltanto da un uomo ancora più insicuro e vulnerabile di lei. E Salvo era perfetto. Un uomo più sereno l’avrebbe fatta sentire, per contrasto, la più miserevole delle creature.

Volete sapere chi era il suo ”uomo stabile”? Il proprietario, quarantenne e sposato, di un’antica gioielleria fiorentina ereditata di recente [mi ricorda il personaggio farmacista di Dona Flor e i suoi due mariti, di Amado]. Un uomo grigio, tirchio, metodico, frustrato e conformista. Mercedes era la sua unica trasgressione, e gli bastava e avanzava. Per lei, invece, lui era l’àncora principale, quella di prua, da quattro tonnellate [ma questo le spara grosse!] Sì, perché le correnti attorno a lei c’erano, eccome!

La colombiana non era una palpitante creola di Macondo [sempre ‘sta Macondo], ma un personaggio tragico in erba, una desperada [Desperada è addirittura il titolo di un mio racconto, in cui il personaggio, Silvia, una donna in verità molto più instabile e misteriosa della nostra colombiana, è descritta in questo modo: ”Fra qualche minuto Silvia farà svenire sul nostro letto il ‘Personaggio Cattivo’, e quando si sveglierà sarà di nuovo il ‘Personaggio Buono’. Sono due donne, ma solo una è sposata con me, quella buona. L’altra non può sposarsi con nessuno, è un’anima torturata, una desperada, come nei vecchi film western quei banditi messicani un po’ pazzi e scapigliati che avevano un coraggio sovrumano, perché non avevano più niente da perdere eccetto la loro vita, che ormai non valeva quasi nulla.”], che nessuna àncora può trattenere. Il suo incubo maggiore è ciò che potrà finire per fare a sé stessa. Il male da cui, in fondo, sa bene che non potrà sottrarsi a lungo.

Oggi capisco che quella sera ci siamo baciati per tenere impegnate le labbra e non dirci quelle verità l’una sull’altro che ci pendevano ormai dalla punta della lingua.

Ma nemmeno questo è del tutto vero. C’è un dettaglio – che non è mica un dettaglio – a cui finora non ho accennato: Mercedes è bella. Molto. Quel suo mezzo bicchiere di sangue africano le ha modellato labbra carnose, zigomi sporgenti, un sudore odoroso come incenso [ci risiamo]. Forse per questo l’ho baciata all’uscita dal bar. Come avrei potuto resistere, per di più annebbiato dalla batida de coco degli argentini? [ti capisco].

 

 

Vi ho raccontato della donna del mio amico e ora è giusto che vi racconti della mia [in quest’ordine…].

Anche K43 è una bella donna, ma un tipo molto diverso da Mercedes: toscana, di pelle bianchissima e capelli e occhi neri, tanto seria e tanto profonda pare la donna mia, e non ha paura di niente.

E perché allora non lascia il marito per venire a vivere con te? – potresti chiedermi [ma chi se ne frega?] [ok, smetto, smetto]. La ragione è che non vuole distruggere quell’uomo che dice di amarla sopra ogni cosa [questo è quello che lei racconta a te], ma anche perché – va detto – non le ho mai chiesto di farlo. Mi ci vedete a cominciare a fare il marito ora, imparando i rudimenti di questo ingrato mestiere? A volte è tardi per certe cose [e questo è ciò che tu racconti a lei], e poi non ho voglia di aprire la mia vita a un’intimità full time, che non si sa mai quando si trasformerà in banale promiscuità [e perché mai?]. Lasciatemi stare.

Lei è un’apprendista, una mia discepola, diciamo [ah sì?], in questo mio nuovo mestiere di consumatore di qualità [eh, dai…]. Anche K43 ha sempre avuto una forte, naturale inclinazione verso ciò che è bello (anche verso quello strano tipo di bello che si maschera da brutto per essere più esclusivamente nostro) [non ce l’hai mica un esempio?]. Ma il suo sguardo, il suo udito, la punta delle sue dita necessitavano di un ulteriore affinamento per riconoscere ed apprezzare anche quelle opere straordinarie che sono ricamate sul grigio, sul monotono, sulla noia. Doveva languire e rasserenarsi fino a poter godere di Bergman o di Godard, di Musil e di Guimarães Rosa, di Debussy e di Sibelius [”du’ palle”, direbbe qualcuno che conosco…]. Del buon gelato alla crema di Venezia senza lo sciroppo sopra.

Credo lei abbia capito subito che io, Mané, avrei potuto diventare suo maestro nei piaceri sottili [!] quando, la prima volta che è venuta a casa mia – era una giornata afosa di mezz’estate – le ho offerto un bicchiere d’acqua che ha bevuto in una sola sorsata, e alla fine le ho chiesto:

– Ti è piaciuta?

– Cosa?

– Quest’acqua.

– E che cos’ha?

– Non è molto fredda né molto gassata. Cioè, non devi fermarti a metà del bicchiere. È perfetta per chi ha molta sete [e questa?!].

– Infatti, ripensandoci, mi è sembrata proprio perfetta. Grazie [che carina, no?…].

Non sono molti gli uomini che possono vantarsi di aver conquistato una giovane donna bellissima con un bicchiere d’acqua, vero? [modesto, l’amico]. Ovviamente non è stata l’acqua [ovviamente…], ma la sua qualità, la promessa di altre future qualità che quell’acqua le sussurrava [va be’…].

 

 

L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade – ha regalato agli italiani questa bella parola della mia madrelingua [già, il titolo del libro, è vero…] (in passato. Oggi i calciatori guadagnano milioni di euro e rimangono in Italia senza fare problemi [ma a volte li fanno, questi ingrati]. Altro che saudade!). Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem.

È una parola con diversi significati, e forse il più utilizzato è quello di ”fare un torto”, o fregare qualcuno, quando viene preceduta dal verbo ”fare”: fazer uma sacanagem com… Ma quello che in questo caso mi interessa è l’altro senso, quello sessuale. Sessuale sì, ma non carnale o fisico, bensì spirituale, psicologico. Sacanagem è l’atmosfera complice che si crea tra due persone, silenziosamente, in cui prevale un’intensa comunicazione di carattere sessuale: una sorta di energia dell’istinto, del ”mondo del basso” nelle parole di Bachtin [sapevo che un giorno mi sarebbe servito], che irrompe dentro un rapporto formale, sociale, insipido. Si dice: começou a rolar uma sacanagem entre os dois (letteralmente: è cominciata a dispiegarsi una sacanagem tra quei due), per dire che uno spirito lascivo, lubrico, carico di desiderio sessuale (ma senza l’innamoramento), pieno dell’urgenza di nascondersi da soli da qualche parte, è comparso e si è affermato senza parole tra due persone. È questa la sacanagem, la figlia prodiga e gioiosa della colpa cattolica e del politicamente scorretto, la più piacevole delle trasgressioni, possibile, a portata di mano, basta che si trovi subito uno sgabuzzino, una soffitta, un garage, un cinema quasi vuoto.

K43 aveva lo sguardo da sacanagem, sempre, agli antipodi degli occhi sbarrati di Mercedes. E lo aveva dalla mattina alla sera. Uno sguardo invitante, quasi pornografico, che diventava più intenso quando, per contrasto, era più seria l’espressione del suo volto. Uno sguardo che diceva che lei era lì a fare finta di interessarsi a tutte quelle chiacchiere, mentre in verità l’unica cosa davvero interessante, purtroppo, non poteva essere messa in scena in quel luogo, in quel momento. Ma prima o poi, l’occasione sarebbe arrivata, e allora…

Col tempo ho capito che quella, la sacanagem, era una caratteristica del suo sguardo, non della sua anima, che invece spesso era ben distante dalle cose della sessualità, e si concentrava in problemi astratti molto complessi. Ma questa scoperta non è riuscita ad affievolire gli effetti di quel suo sguardo sull’eruzione dei miei istinti.

Se questa non è una buona ragione per fare entrare una donna nella tua vita, allora non so proprio quale altra lo sarebbe.

da qui



 



venerdì 24 dicembre 2021

Questione di sicurezza - Julio Monteiro Martins

 

(un racconto del 2013)

 

– Grazie per essere venuta, Milagros. Non so proprio come farei senza di te. Devo scappare. Ho lasciato sul fornello il pranzetto della bimba. Vai a prenderla a scuola all’una e un quarto, ma è meglio arrivarci cinque minuti prima, che se succede qualcosa e la bimba non ti trova si prende paura, va bene?
– Va bene, señora.
– Poi, non lasciarla davanti alla televisione tutto il pomeriggio. Deve fare i compiti, ricordaglielo, che da sola finisce che non fa niente. E magari le parli un po’ in spagnolo, ci giochi, così comincia ad abituarsi al suono di una lingua straniera… Poi, ricordati, verso un quarto alle quattro, la porti alla lezione di scherma e aspetti che abbia finito, alle cinque e mezza. Alle sette, sette e mezza arrivo e preparo io la cena, va bene? Anzi, mi fai un piacere, se alle sette e mezza non sarò ancora arrivata, metti una pentola grande con l’acqua sul fuoco, va bene? Così arrivo e butto subito la pasta. Grazie mille. Sei un angelo.
– Di niente, dottoressa. Buon lavoro.
– Qualsiasi emergenza, chiamami pure al cellulare. Lo lascio acceso, d’accordo?
– Sì, señora. Non si preoccupi. Andrà tutto bene.
– Grazie. Ora scappo.

Letto n° 11

– Ho saputo che sei svenuta stamani, durante il primo bagnetto del bimbo? Come mai?
– Non sono svenuta. Mi è solo girata la testa e stavo per cadere. Mi sono seduta ed è passato tutto.
– Una caduta di pressione, via. Devi mangiare, però.
– Ma io mangio. Ho fatto fuori tutto il pranzo. Sto bene, dottoressa. Sono solo molto stanca.
– Ti darò delle gocce per alzare la pressione, va bene? Poi prendimi queste vitamine, ma l’importante è mangiare, hai capito? Ti vedo un po’ stressata.
– Perché non dormo già da quattro giorni, due notti in bianco con le contrazioni, che sono state lunghissime, e altre due notti dopo il parto, con la bimba qui, che la notte piange, vuole poppare…
– Devi rilassarti e cercare di seguire i ritmi della bimba, lei poppa e poi si stacca da sola e dorme, e allora anche tu devi fare un sonnellino, va bene? Vedrai che ci si abitua. I primi giorni sono così. Ma tieni duro, eh.
– Grazie, dottoressa.

Letto n° 12

– Non dovevi essere già a casa?
– Sì, ma ho chiesto ieri sera al dottor Forlani, che era di turno, di lasciarmi qui un giorno in più. I punti mi fanno troppo male, non riesco ad andare in bagno, mi bruciano da morire. E poi il bimbo non riesce a prendermi l’aureola, prende solo il capezzolo, con una forza incredibile. Io lo chiamo il mio “cinghialetto” tanto è vorace, e così mi ha fatto venire le ragadi al seno. Qui l’ostetrica del nido mi aiuta, apre col dito la bocchina del bimbo e lo fa attaccare bene, ma da sola ancora non ci riesco.
– Va bene, Laura. Ti darò una pomata per i punti e un’altra per le ragadi, ma devi lavare sempre i seni prima di allattare, che altrimenti fa male al bimbo, e domani potete andarvene a casa, altrimenti non imparerai mai. Poi se avrai bisogno, l’ostetrica viene anche a domicilio, va bene? Quando avrai bisogno di andare in bagno, chiama l’infermiera, non andare da sola. C’è qualcuno che può stare con te? Tua madre? Tuo marito?
– Sì, c’è mamma che mi aiuta.
– Ecco, chiedile di darti una mano anche con il bimbo. Magari spieghiamo anche a lei come fare al momento della poppata, va bene?
– Sì, dottoressa.
– Allora ripasso prima di finire il turno. Ciao.
– Grazie.

Letto n° 13

– Che c’è? Perché piangi così? Dov’è la bambina?
– L’hanno portata via, dottoressa!
– Come “l’hanno portata via”? Chi l’ha portata via?
– Il medico è venuto qui con l’assistente sociale stamani presto e l’hanno portata via.
– E perché mai?
– A causa dei documenti. Che io non ho passaporto.
– Cosa?!
– Voglio mia figlia! Voglio…
– Per i documenti?
– È la legge nuova, mi hanno spiegato, dottoressa. Fanno così. Non dovevo venire in ospedale, dovevo partorire di nascosto, in casa. Qualcuno lo diceva. Ma io non pensavo che…
– Allattavi la bimba, no?…
– Sì, allattavo mia figlia…
– Allora senti, Farida. Ti chiami così, vero? Senti, calmati un po’, sei troppo agitata. Vado a informarmi su cosa è successo e torno qui appena saprò qualcosa, va bene? Tuo marito non c’è?
– No, lui non ha documenti. Con questa cosa adesso ha paura di venire qui ed essere arrestato.
– Aspettami che torno fra un pochino,

– Massimo, scusa. Mi puoi spiegare che cavolo sta succedendo qui? Dov’è la bambina della paziente del letto tredici, Farida Metref?
– Prima di tutto, datti una calmata, Marisa, che io non potevo nemmeno riceverti stamani, sono nel bel mezzo di una riunione di direzione ma sono venuto perché eri te. Se fosse stato un altro gli avrei chiesto di aspettare la fine della riunione, capito?
– Sei stato tu a prendere la bambina stamani?
– Sì, sono stato io, insieme a un paio di assistenti sociali e a un tipo della questura che era venuto apposta, perché qualcuno dell’ospedale, non io, aveva denunciato la presenza di una clandestina. Insomma, Marisa, non leggi i giornali? Ora è così. Non sai che da agosto è in vigore il pacchetto sicurezza?
– Ma noi qui…
– Non c’è “ma” né mezzo “ma”. La legge dice che i figli degli extracomunitari senza un valido permesso di soggiorno non possono registrare i propri figli all’anagrafe, e se non hanno con loro nemmeno un passaporto il bambino non gli può essere consegnato, a quelli cioè che si dicono i genitori perché…
– Si dicono? Come, “si dicono”? L’ho fatta partorire io quella donna!
– Lo so. Ma capisci, legalmente non possono rivendicare la maternità o la paternità. Perché non esistono. Per la burocrazia italiana, beninteso. È come se non esistessero. Così dice la legge. In questi casi il bambino è trattato come un orfano, va affidato allo Stato, che poi provvederà ad un’adozione.
– Ma cosa dici, Massimo? Dare in adozione un bambino che ha i genitori? Questo è sequestro di persona. Lo Stato italiano ora sequestra bambini?
– Sono orfani, a tutti gli effetti, Marisa. E devi cambiare tono, altrimenti vado dentro e ti lascio qui.
– E tu hai accettato questa… cosa ?
– Accettato? Allora ascoltami bene, non è il caso di “accettare” o no. Se non fai così, se lasci il bambino in mano a quella persona che per lo Stato è una “estranea”, commetti un reato tu, hai capito? Il funzionario della questura è venuto qui in ospedale giovedì scorso per spiegarci gli effetti della nuova legge. Chi lascia il bambino nelle braccia di una madre extracomunitaria senza documenti, e cioè, una clandestina, e la clandestinità ora è considerata un reato, rischia il licenziamento e tre anni di galera. Mi sono spiegato? Allora…
– Non potevi almeno aspettare il momento della dimissione per trattare il problema?
– Come ci ha spiegato bene il questore, non potevo rischiare che lei, o qualcuno per lei, portasse via la bambina senza che nessuno se ne accorgesse. Sai, i controlli qui non sono rigidi, perché fino a poco fa non ce n’era bisogno. Se uno decide di alzarsi e scappare, lo fa e basta.
– Allora ascoltami tu. Riprendi quel bambino e restituiscilo alla mia paziente Farida Metref entro stasera o io non metterò più piede in questo ospedale e ti denuncio per sequestro di persona, te e chiunque altro c’entri con questa faccenda.
– Denunci chi, Marisa? E per cosa, perché eseguiamo la legge? Sei fuori. La situazione è ben altra. Se dai una mano a un clandestino in difficoltà, come vuoi fare te, ti mettono in galera per “favoreggiamento”, hai capito? La considerano una forma di complicità con un criminale.
– Non lo so. Vi denuncio alle corti europee, alle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, non lo so. Qualcuno deve esserci che vuole impedire un tale orrore, no?
– Invece devi proprio fartene una ragione. Il paese è cambiato. Le ronde di ragazzacci di estrema destra danno la caccia ai clandestini sugli autobus, nei treni… Basta guardare i giornali. Ora sono gli estremisti che danno le carte. Vai a casa. Per oggi basta. Riposati e torna domani, va bene?
– No che non va mica bene. Cosa dico alla mia paziente?
– La verità. E poi, doveva saperlo già. Doveva conoscere i rischi quando è venuta all’ospedale per partorire.
– Sì? E che doveva fare? Massimo, ascoltami, siamo amici da tanti anni, sei stato tu a farmi entrare qui, ma il fatto è che siete diventati dei mostri… Ma sai che nemmeno quando c’erano le leggi razziali del Fascismo si separavano i figli piccoli dalle madre ebree? Ma te ne rendi conto della gravità…
– Forse hai ragione, ma è la legge. Questa “gravità” che menzioni non è stata considerata tale quando la maggioranza del nostro parlamento ha approvato la legge e il Presidente della Repubblica l’ha firmata, quindi, cara mia, se per loro la gravità non c’è, non saremo né io né te a dire cos’è grave e cosa non lo è, ti pare? Ora devo tornare dentro. Mercoledì ci sarà una riunione con tutto il personale per chiarire meglio l’argomento, e allora tu potrai presentare le tue obiezioni. Voglio anche che le denunce siano riportate prima a me, e solo dopo comunicate alla questura. Non voglio spie nell’ospedale. Ma secondo me il problema delle denunce si presenta già all’accettazione, perché loro sono in contatto diretto con l’ufficio della polizia nell’ospedale, e io non posso farci niente a riguardo. Sai, quando entrano in vigore certe leggi, ci sono ovunque i “volenterosi carnefici”, la gente è proprio malata…
– Tutto questo mi fa schifo, non sai quanto. Io non ce la faccio. Non ho il coraggio di guardare quella donna negli occhi. Non saprei cosa dirle. Posso solo aiutarla a trovare un bravo avvocato, subito. Ed è quello che farò.
– Sarebbe uno sbaglio, Marisa. Attenzione. Così metti a rischio il tuo posto di lavoro. Ed io non potrò fare niente per aiutarti.
– Ho capito. Vado a parlare con la ragazza e poi vado a casa. Ci vediamo.

– La señora ha dimenticato a casa qualcosa? – No, Milagros. Oggi non lavoro più. Puoi andare a casa che vado io a riprendere Michela a scuola.
– È sicura che non avrà bisogno di me? Posso restare per dare una mano.
– Grazie, ma non occorre. Puoi andare quando… No, no. Aspetta. Dimmi un po’, con cosa torni a casa?
– Come siempre, prendo l’autobus a Piazza Mazzini e poi…
– No, meglio di no. Ti porto io a casa in macchina, va bene? Poi, per strada devo spiegarti un paio di cose. Magari passiamo prima dalla scuola e poi andiamo tutte e tre a casa tua.
– Ma non c’è bisogno, señora…
– Ora sì, Milagros. L’Italia è cambiata. Poi ti spiego meglio.
– Sì, señora.
– Vado in camera mia a fare una telefonata e poi andiamo.

– Marco? Ciao, sono Marisa. Marisa Battistini.
– Marisa! Come stai? Ti pensavo proprio stamani, guarda…
– Senti, Marco. Ho bisogno di un favore. Sei ancora in rapporti con quelli di cui mi avevi parlato tanto quest’estate, quelli di Medici Senza Frontiere?
– Sì, certo. Ti ricordi che li aiutavo con la cosa degli strumenti chirurgici? Ora, a novembre, riprenderemo la campagna per le donazioni. Hai qualche potenziale donatore in vista?
– No, donatore di denaro non ce l’ho, ma di lavoro sì. Vi serve?
– Che vuoi dire?
– Che se mi accetteranno, vengo come volontaria. Ho letto da qualche parte che hanno aperto due ospedali da campo nel nord della Nigeria, in zona di guerra tra cristiani e musulmani, non è vero?
– Sì, lo so. Ma lì è molto pericoloso. Anche per i medici.
– Non mi interessa. Non ho paura. Non può essere peggio di qua in questo momento. Penso di lasciare Michela con mamma per qualche mese e andarci. In questa Italia non ce la faccio più a restare. Figurati che oggi i fascisti hanno portato via la figlia neonata di una mia paziente.
– Mammamia, Marisa! Ti capisco. Che vergogna! Ma, pensa un po’, se tutti quelli come te andassero via, chi rimarrebbe per cambiare queste cose? Resterebbero solo questi stronzi. È come una scritta che ho letto sul muro ieri, che diceva “stranieri, per favore, non ci lasciate soli con gli italiani”. Se gli italiani saranno…
– Le cose non cambieranno. Questi sono venuti per restarci. Non facciamoci illusioni. Sai quale sarà la via di uscita per l’Italia del futuro? L’aeroporto. Io me ne vado da qui, Marco. E poi porto via mia figlia. E tu devi aiutarmi.
– E il tuo lavoro all’ospedale?
– Se per mantenere il mio posto di lavoro dovrò diventare una collaborazionista, allora dico no grazie. Con questo andazzo fra poco dovrò strappare io stessa i bambini dalle braccia delle loro madri per consegnarli a un poliziotto o peggio ancora a quei delinquenti delle ronde, ed io ho fatto un giuramento, capisci? Ho un’etica, ho dei princìpi da rispettare.
– Va bene. Telefono oggi stesso a Gérard e gli chiedo di proporre il tuo nome come volontaria senza dover aspettare troppo tempo. Se lui vorrà incontrarti, quando potresti venire?
– Anche stasera. Il più presto possibile.
– Domani va bene?
–Va benissimo. A qualsiasi ora lui vorrà. Perdo il lavoro ma non perdo me stessa. Chiamami al cellulare appena saprai qualcosa, che ora devo scappare. A presto, Marco. E grazie!

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giovedì 6 agosto 2020

Nicanor Parra





QUI si può vedere “Retrato de un Antipoeta”, regia di Víctor Jiménez Atkin




 

LETTERA A UNA SCONOSCIUTA - Nicanor Parra

Quando passeranno gli anni, quando

Passeranno gli anni e l’aria avrà scavato un fosso

Tra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni

E io sarò soltanto un uomo che ha amato, un essere che si fermò

Per un attimo al cospetto delle tue labbra,

un pover uomo stanco di gironzolare nei parchi,

dove sarai? Dove sarai, oh figlia dei miei baci!

 

 In lingua originale:

CARTAS A UNA DESCONOCIDA - Nicanor Parra

 

Cuando pasen los años, cuando pasen

los años y el aire haya cavado un foso

entre tu alma y la mía; cuando pasen los años

y yo solo sea un hombre que amó, un ser que se detuvo

un instante frente a tus labios,

un pobre hombre cansado de andar por los jardines,

¿dónde estarás tú? ¡Dónde

estarás, oh hija de mis besos!


(Traduzione dallo Spagnolo di Julio Monteiro Martins)

da qui


PADRE NOSTRO - Nicanor Parra

Padre nostro che sei nei cieli
Gravato da ogni tipo di problema
Con la fronte aggrottata
Come se fossi un uomo qualunque
Non pensare più a noi.

Comprendiamo che soffri
Perché non riesci a risolvere le cose
Sappiamo che il demonio non ti lascia tranquillo
Disfacendo quello che tu hai fatto.

Lui ride di te
Eppure noi piangiamo assieme a te:
Non preoccuparti delle sue diaboliche risate.

Padre Nostro che sei dove sei
Circondato da angeli sleali
Sinceramente: non soffrire più per noi
Devi rendertene conto
Che non sono infallibili gli dei
E che noi altri perdoniamo tutto.

(Traduzione di Marco Ottaiano)

 


In lingua originale:


PADRE NUESTRO




Padre nuestro que estás en el cielo
Lleno de todas clases de problemas
Con el ceño fruncido
Como si fueras un hombre vulgar y corriente
No pienses más en nosotros.

Comprendemos que sufres
Porque no puedes arreglar las cosas.
Sabemos que el demonio no te deja tranquilo
Desconstruyendo lo que tu construyes

El se ríe de ti
Pero nosotros lloramos contigo:
No te preocupes de sus risas diabólicas.

Padre nuestro que estás donde estás
Rodeado de ángeles desleales
Sinceramente: no sufras más por nosotros
Tienes que darte cuenta
De que los dioses no son infalibles
Y que nosotros perdonamos todo

da qui

 

Il mio poeta preferito è Nicanor Parra. Già lo dice Nicanor Parra che lui non parla di crepuscoli, nè di dame stagliate sull’orizzonte, bensì di cibi e poi di bare, bare e bare, ripete…
L’antipoesia è poesia. Di questo non c’e’ dubbio. Il Manifesto antipoetico di Nicanor Parra è poesia, della più pura
[Roberto Bolano: Intervista Cristián Warnken “La bellezza di pensare” ]

Nel 1964 padre Salvatierra disse che la poesia di Nicanor Parra era
“troppo lurida per essere immorale”
citazione di Manuela Vittorelli

TEST

Qué es un antipoeta:
Un comerciante en urnas y atáudes?
Un sacerdote que no cree en nada?
Un general que duda de sí mismo?
Un vagabundo que se ríe de todo
Hasta de la vejez y de la muerte?
Un interlocutor de mal carácter?
Un bailarín al borde del abismo?
Un narciso que ama a todo el mundo?
Un bromista sangriento
Deliberadamente miserable?
Un poeta que duerme en una silla?
Un alquimista de los tiempos modernos?
Un revolucionario de bolsillo?
Un pequeño burgués?
Un charlatán?
un dios?
un inocente?
Un aldeano de Santiago de Chile?
Subraye la frase que considere correcta.

Qué es la antipoesía:
Un temporal en una taza de té?
Una mancha de nieve en una roca?
Un azafate lleno de excrementos humanos
Como lo cree el padre Salvatierra?
Un espejo que dice la verdad?
Un bofetón al rostro
Del Presidente de la Sociedad de Escritores?
(Dios lo tenga en su santo reino)
Una advertencia a los poetas jóvenes?
Un ataúd a chorro?
Un ataúd a fuerza centrífuga?
Un ataúd a gas de parafina?
Una capilla ardiente sin difunto?

Marque con una cruz
La definición que considere correcta.

La camisa de fuerza, 1968

Test

Cos’è un antipoeta:
Un commerciante di urne e bare?
Un sacerdote che non crede in niente?
Un generale insicuro?
Un vagabondo che ride di tutto
Anche della vecchiaia e della morte?
Un interlocutore irascibile?
Un ballerino sull’orlo dell’abisso?
Un narcisista che ama tutti?
Un burlone sanguinario
Deliberatamente miserabile
Un poeta che dorme su una sedia?
Un alchimista dei tempi moderni?
Un rivoluzionario tascabile?
Un piccolo borghese?
Un ciarlatano?
Un dio?
Un innocente?
Un paesano di Santiago del Cile?
Sottolinei la frase che considera corretta.

Cos’è l’antipoesia:
Una tempesta in un bicchier d’acqua?
Una macchia di neve su una roccia?
Un vassoio pieno di escrementi umani
come crede padre Salvatierra?
Uno specchio che dice la verità?
Uno schiaffo al Presidente
della Società degli Scrittori?
(che Dio l’abbia in gloria)
Un avvertimento ai giovani poeti?
Una bara a reazione?
Una bara a forza centrifuga?
Una bara a gas di paraffina?
Una camera ardente senza defunto?

Barri con una croce
La definizione che considera corretta.

traduzione di Manuela Vittorelli , pubblicata su Mirumir

LA POESÍA TERMINÓ CONMIGO

Yo no digo que pongo fin a nada
No me hago ilusiones al respecto
Yo quería seguir poetizando
Pero se terminó la inspiración.
La poesía se ha portado bien
Yo me he portado horriblemente mal.

Qué gano con decir
Yo me he portado bien
La poesía se ha portado mal
Cuando saben que yo soy el culpable.
Está bien que me pase por imbécil!

La poesía se ha portado bien
Yo me he portado horriblemente mal
La poesía terminó conmigo.

Versos de salón (1962)

LA POESIA CON ME HA CHIUSO

Io non dico che metto fine a nulla
Al riguardo non mi faccio illusioni
Io vorrei fare ancora poesia
Ma l’ispirazione si è esaurita.
La poesia si è comportata bene
Io invece orribilmente male.

Che ci guadagno nel dire
Io mi sono comportato bene
La poesia si è comportata male
Quando sanno che la colpa è mia.
E’ giusto: sono proprio un imbecille!

La poesia si è comportata bene
Io invece orribilmente male
La poesia con me ha chiuso.

(Traduzione di Marco Ottaiano)

Cartas a una desconocida

Cuando pasen los años, cuando pasen
los años y el aire haya cavado un foso
entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
y yo sólo sea un hombre que amó,
un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿dónde estarás tú? ¡Dónde
estarás, oh hija de mis besos!

Lettere ad una sconosciuta

Quando passeranno gli anni, quando passeranno
gli anni e l´aria avrà scavato un fosso
fra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni
e sarò soltanto un uomo che amasti
un essere che restò un istante di fronte alle tue labbra,
un pover´uomo stanco di camminare per i giardini,
dove sarai tu ? Dove
sarai, oh figlia dei miei baci !

(fonte: supereva)

Vida de perros

El profesor y su vida de perros.
La frustraci6n en diferentes planos.
La sensación de molestia a los dientes
gue produce el sonido de la tiza.

El profesor y la mujer exacta.
El profesor y la mujer precisa.
Dónde encontrar a la mujer precisa!
Una mujer que sea lo que es,
una mujer que no parezca hombre.

El dolor oscurece -la visual,
las arrugas que van apareciendo.
La vejez de los propios estudiantes,
las repetidas faltas de respecto.
La manera de andar por los pasillos.

El insulto se puede resistir
pero no la sonrisa artificial,
el comentario que produce máuseas.

El liceo es el templo del saber.
El director del establecimiento
con su bigote de galán de cine.

La desnudez de la señora esposa
(la mirada tropieza con un buho,
con un cabello demasiado liso).
La supresión del beso en la mejilla
(más dificil parar que comenzar)
el hogar es un campo de batalla.

La mujer se defiende con las piernas.

Los problemas sexuales de los viejos
aparecer en una antologia,
provocar el espasmo artificial.

El profesor ya no tiene remedio:
el profesor observa las hormigas.

Versos de salón (1962)

Vita da cani

Il professore: una vita da cani.
La frustrazione su diversi piani.
La sensazione di fastidio ai denti
che si prova allo stridere del gesso.

Il professore e la donna precisa.
Il professore e la donna perspicua.
Dove trovare la donna perspicua!
Una donna che sia quello che è,
una donna che non somigli a un uomo.

La sofferenza ottenebra la vista,
cominciano ad apparire le rughe.
La vecchiaia degli stessi studenti,
le frequenti mancanze di rispetto.
Come camminano nei corridoi.

L’insulto si può ancora sopportare
ma non così il sorriso artificiale,
i commenti che fan venir la nausea.

Il liceo è il tempio del sapere.
Il direttore del suddetto tempio
con i suoi baffi da attore di cinema.

La nudità della signora sposa
(lo sguardo va ad urtare contro un gufo,
una capigliatura troppo liscia).
Da sopprimere il bacio sulla guancia
(più difficile che ad incominciare)
il focolare è un campo di battaglia.

La donna se la cava con le gambe.

I problemi sessuali dei vecchi
essere inclusi in un’antologia
provocare lo spasmo artificiale.

Nulla da fare per il professore:
il professore osserva le formiche.

( Traduzione di Francesco Tentori Montalto)


TRES POESÍAS

1

Ya no me queda nada por decir
Todo lo que tenía que decir
Ha sido dicho no sé cuántas veces.

2

He preguntado no sé cuántas veces
pero nadie contesta mis preguntas.
Es absolutamente necesario
Que el abismo responda de una vez
Porque ya va quedando poco tiempo.

3

Sólo una cosa es clara:
Que la carne se llena de gusanos.

Versos de salón (1962)

TRE POESIE

1

Ormai non mi rimane niente da dire
Tutto quello che dovevo dire
E’ stato detto non so quante volte

2

Ho domandato non so quante volte
ma nessuno risponde alle mie domande
E’ assolutamente necessario
Che l’abisso risponda subito
Perchè ormai sta restando poco tempo

3

Solo una cosa è chiara:
Che la carne si riempie di vermi

(trad. carmelo pinto)


CAMBIOS DE NOMBRE

A los amantes de las bellas letras
Hago llegar mis mejores deseos
Voy a cambiar de nombre a algunas cosas.

Mi posición es ésta:
El poeta no cumple su palabra
Si no cambia los nombres de las cosas.

¿Con qué razón el sol
Ha de seguir llamándose sol?
¡Pido que se llame Micifuz
El de las botas de cuarenta leguas!

¿Mis zapatos parecen ataúdes?
Sepan que desde hoy en adelante
Los zapatos se llaman ataúdes.
Comuníquese, anótese y publíquese
Que los zapatos han cambiado de nombre:
Desde ahora se llaman ataúdes.

Bueno, la noche es larga
Todo poeta que se estime a sí mismo
Debe tener su propio diccionario
Y antes que se me olvide
Al propio dios hay que cambiarle nombre
Que cada cual lo llame como quiera:
Ese es un problema personal.

La cueca larga (1958)


CAMBI DI NOME

Agli amanti delle belle lettere
Faccio arrivare i miei migliori desideri
Cambierò il nome ad alcune cose.

la mia posizione è questa:
Il poeta non rispetta la sua parola
Se non cambia i nomi alle cose.

Per quale ragione il sole
deve continuare a chiamarsi sole?
Chiedo che si chiami Micifuz
Quello degli stivali delle sette leghe !

Le mie scarpe sembrano bare?
Sappiano che d’ora in avanti
Le scarpe si chiamano bare.
Si comunichi, si annoti, e si pubblichi
Che le scarpe hanno cambiato nome:
Da questo momento si chiamano bare

Bene, la notte è lunga
Ogni poeta che ha stima di se stesso
deve avere il suo proprio dizionario
E prima che mi dimentico
Allo stesso dio bisogna cambiargli nome
Che ognuno lo chiami come voglia:
Questo è un problema personale

(trad. Carmelo Pinto)


LVII

Imposible entender a los chilenos
los que se quedaron aquí
no piensan en otra cosa que en irse
«este país no sirve para nada»
los que se fueron sueñan con volver
inútilmente porque no se puede
madre mía que estás en el cielo
santificado sea tu nombre
déjalos regresar a la patria
no permitas que mueran en el destierro.

Nuevos sermones y prédicas del Cristo de Elqui (1979)

LVII

Impossibile capire i cileni
quelli che sono rimasti qui
non pensano ad altro che andarsene
“questo paese non vale niente”
quelli che se ne sono andati sognano di tornare
inutilmente perchè non si può
madre mia che stai nel cielo
santificato sia il tuo nome
lasciali tornare in patria
non permettere che muoiano nell’esilio

(trad Carmelo Pinto)

da qui