Visualizzazione post con etichetta maridasolcare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maridasolcare. Mostra tutti i post

mercoledì 9 maggio 2018

lettera a Peppino Impastato


                                                       Palermo, 12 maggio 2002
Caro Peppino,

nel ’78, quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni.
Ero tutta casa, chiesa e università.Attraversavo prudente e guardinga la stagione del terrorismo, della lotta di classe, degli indiani metropolitani e della fantasia al potere, forte degli anticorpi che una robusta educazione cattolica mi aveva fornito.
Mi imbarcavo in interminabili discussioni con amici che auspicavano e prevedevano imminente la vittoria proletaria, e intanto tiravano tardi la sera giocando a poker, nell’attesa che il rovescio della “struttura” cambiasse i destini del mondo, di Palermo e dei bambini dell’Albergheria.
Già allora mi rendevo conto con tristezza che, quantomeno per quei quattro sedicenti rivoluzionari di mia conoscenza, l’idea marxista era solo la moda del momento.
“Facciamo qualcosa per Marco, è in quarta e non sa ancora scrivere…” “Don Rocco ha occupato l’asilo, assieme a un gruppo di madri…che fa, gli diamo una mano?” ”Tutte sciocchezze – sentenziava il marxista di turno – solo quando saranno rovesciate le strutture socio-economiche la società cambierà…”.
Ma io non vedevo nessuna rivoluzione all’orizzonte, e passavo alcuni pomeriggi con altri amici a fare volontariato nel centro storico, dove circa il 40% dei ragazzini abbandonava la scuola prima della terza media.

Allora la mafia era per me una presenza nebulosa e indistinta.
Sapevo che c’era: avevo sentito sussurrare qualcosa nel ’69, dopo la strage di viale Lazio, quando avevo undici anni. Ne avevo sentito parlare più forte a proposito della sparizione del giornalista Mauro De Mauro e dell’assassinio del procuratore Scaglione.
E poi, quando andavo in chiesa all’Albergheria, la mia amica diceva che il padre di S. era “qualcuno “ nel quartiere e che invece P. era orfana perché suo padre un giorno era sparito, una delle tante vittime della lupara bianca…
Sapevo del “pizzo”: M. diceva che anche i negozietti dell’Albergheria lo pagavano…

C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava.

Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie.

Però, anche se udita insieme a quella più eclatante dell’assassinio di Aldo Moro, la notizia della tua tragica fine mi colpì.
“I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano, dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e sicuri i noti giornali governativi.
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”, urlavano invece in silenzio i manifesti di Democrazia Proletaria che leggevo in corso Tukory, mentre andavo a lezione alla facoltà di Filosofia .
Questa frase mi ronzava nelle orecchie e vagava, a intermittenza, nella mia mente.

Devo confessartelo, non ho creduto subito ai compagni di DP : come è possibile, mi dicevo, affermare che Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia se i carabinieri dicono altrimenti?
Che ci vuoi fare, avevo solo vent’anni e, ancora, una fiducia quasi vergine nello Stato e nelle Forze dell’ordine.
Devo dirti anche che, quando ti hanno ucciso, votavo convintamente D.C.: ero inconsapevolmente più vicina al blocco di potere che combattevi che a te.

Poi, anno dopo anno, ho cominciato ad aprire gli occhi.

I missili a Comiso mi hanno fatto avvicinare a un altro tipo di gente: gente impegnata, gente che nello stato e nei carabinieri non aveva proprio una fiducia illimitata, gente che aveva cuore e testa sinceramente impegnati per una società diversa.

Intanto era iniziato il lungo calvario degli omicidi eccellenti: l’assassinio dei magistrati Cesare Terranova e Gaetano Costa, l’omicidio del segretario regionale del PCI Pio La Torre e poi quello, dirompente, del generale Dalla Chiesa...
E poi le stragi, con la Fiat 126 che il 29 luglio 1983 dilaniò il il giudice Rocco Chinnici, i due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile dove abitava…

Ho cominciato a leggere, a documentarmi, a capire….

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada.

Intanto nell’86, al mio primo anno di insegnante di scuola serale, ho avuto come collega Pino Manzella. Ho scoperto che sapeva dipingere bene, e soprattutto che era stato un tuo caro amico…
E poi ho saputo che l’avvocato che rappresentava i tuoi familiari al processo contro ignoti era il marito di una delle mie più care amiche…
E sono stata contenta che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino Cinisi, era addirittura tuo fratello Giovanni e la signora a cui pagavo le pizze tua cognata Felicia…
E così, piano piano, per me sei diventato quasi un morto di famiglia.

Ho cominciato a seguire con partecipazione e interesse le battaglie fatte da tuo fratello, dai tuoi amici e dal Centro di documentazione che a Palermo porta il tuo nome: lotte decennali, fatte in Tribunale e nella società civile, sia perché fosse fatta giustizia per la tua morte, sia perché venisse riconosciuto e apprezzato il tuo impegno sociale e politico.

Quanti seminari e convegni ha dovuto organizzare quel testardo di Umberto perché la gente sapesse, perché rimanesse viva la memoria, perché ti venisse riconosciuto lo status di vittima della barbara violenza mafiosa e perché i tuoi assassini venissero individuati e condannati! Ce ne è voluto di tempo e di lotte perché finalmente nei giornali si cominciasse a scrivere la verità…

E intanto a Palermo e dintorni si respirava un’opprimente aria di mafia, quella mafia che ormai avevo imparato sin troppo bene a conoscere.
Infatti, anche prima delle decine di morti per strada, negli anni ’80, e delle stragi di Capaci e via D’Amelio, la violenza mafiosa aveva indirettamente attraversato la mia vita:

Nell’88 a Bagheria mi aveva ammazzato un alunno dagli occhi azzurri incredibilmente puliti, tornato a scuola a 24 anni, quella scuola che aveva abbandonato ad appena otto anni.
Francesco era quasi analfabeta: temeva che quella benedetta licenza media fosse per lui un traguardo troppo alto. Ma noi insegnanti l’avevamo convinto a non mollare.
E così aveva continuato a frequentare la scuola serale e diceva sorridendo ”non so se riuscirò a prendermi la licenza, ma a scuola sto bene…”
Ma, dopo qualche settimana di assenza (“che fine ha fatto Francesco?” – ci chiedevamo) è stato trovato ucciso in un pozzo, nelle campagne vicino a Bagheria, immerso nella calce e con un proiettile conficcato nel cervello. Uno dei tanti per i quali nessuno avrebbe mai chiesto verità e giustizia.
Ma io lo conoscevo. Era un mio alunno. Mi sono chiesta spesso che cos’altro avrei potuto fare per lui.

Come, anni dopo, mi sono rimproverata mille volte perché non ho saputo trattenere a scuola il nipote di un famoso boss mafioso, un ragazzino di quattordici anni,. Anche lui dagli splendidi occhi azzurri.

Che differenza, tra te e me, tra te e noi, caro Peppino…

Tu la mafia ce l’avevi in casa: eri un ragazzino quando hanno fatto a pezzettini tuo zio, Cesare…ma, seppure a prezzo di una solitudine amara e sofferta, hai saputo trovare dentro di te il coraggio e la forza che ti hanno consentito di rompere con la cultura e la prassi mafiosa.
E hai scoperto altre maniere di vivere, un altro modo di guardare la realtà, con occhi diversi rispetto a quelli di tuo padre e di tuo zio.

Hai cominciato a leggere, a studiare.

Eri bravo a scuola, ricorda con orgoglio tua madre. Ti saresti voluto iscrivere a Giurisprudenza, ma, visto che nella tua famiglia c’erano pregiudicati, hai dovuto ripiegare su Filosofia.

Con quattro amici ti sei messo a stampare un giornaletto ”L’idea socialista” e ti sei dato con passione alla politica.
“Chi mi leva la politica, mi leva tutto” – dicevi.
Tua madre, che silenziosamente e ostinatamente ti è stata sempre accanto, ricordava sorridendo che con mille lire ti sentivi ricco, perché potevi comprare – allora – tutti i giornali.

“Dirigente politico di un partito che non c’era” – ti ha affettuosamente definito un tuo amico. Si, perché anche se il tuo impegno si collocava nell’area dell’ estrema sinistra, tu eri oltre, più avanti degli altri, eri più acuto e lucido dei tanti compagni di allora.

Per te essere di sinistra non era una moda come un’altra, come per tante mie compagne medio-borghesi del Maria Adelaide e per i miei conoscenti di allora, che di giorno facevano proclami di piazza e la sera si facevano rimboccare le coperte dai premurosi genitori…
Tu hai dovuto andartene di casa, per lottare contro la mafia e incarnare con coerenza nella tua vita le idee politiche di una vera opposizione di sinistra.
Interpretavi e analizzavi con sagacia le alleanze e gli interessi che muovevano gli affari, leciti e non, di Cinisi e del territorio circostante. E facevi nomi e denunce precise.

Pare che proprio per questo ti hanno ucciso.

Non tanto e non solo perché a Radio aut il venerdì sera facevi scompisciare mezza Cinisi chiamando “Geronimo” il sindaco Gero Di Stefano e il mafioso Tano Badalamenti “il grande capo Tano seduto”, ma perché nel Consiglio comunale di Cinisi-Mafiopoli volevi entrarci a pieno titolo come consigliere comunale, candidato nelle liste di Democrazia proletaria.
E forse proprio di questo il potere politico-mafioso aveva paura.

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”.

Ci sono voluti più di vent’anni e la coraggiosa e ostinata perseveranza dei tuoi amici, che dopo la tua morte si sono messi a raccogliere le pietre rosse del tuo sangue, c’è voluto anche un film di successo perché quello che con coraggiosa chiarezza avevano subito affermato i compagni di D.P. divenisse anche verità giudiziaria e memoria storica per tutti gli italiani.

Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per ringraziarti.

Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel ‘78 avevi trent’anni e io solo venti, ma tu eri anni luce più avanti di me.
E di quei tanti che, come me, solo dopo il tuo assassinio hanno cominciato a interrogarsi su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia.
E a capire che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: chi in famiglia, chi a scuola, chi nei posti di lavoro, chi in negozio, chi nei condominii, chi nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, chi in politica.

E per ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero: libero dai condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi logori e stantii dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i rappresentanti di ogni tipo di potere, perché non avevi padroni.
Caro Peppino, i tuoi carnefici hanno orribilmente seviziato il tuo corpo, ma il tuo spirito libero, ironico e intelligente nessuno mai potrà ucciderlo.

E la tua anima riscalderà sempre i nostri sogni di libertà e di giustizia.


mercoledì 19 novembre 2014

La buona scuola (secondo maridasolcare)

Ieri, un ragazzo con grave disabilità (L.104/92, art.3, comma 3) veniva affiancato da un  insegnante di sostegno col massimo delle ore e alla scuola venivano fornite dal Comune le figure di supporto necessarie (assistente alla comunicazione, assistente personale).
Oggi i genitori dello stesso ragazzo devono fare un ricorso al TAR per avere riconosciuto questo diritto, spesso dopo un anno di lotte.
Ieri, nella mia scuola c’era ogni giorno la Preside: arrivava molto prima degli alunni e andava via molto dopo. Era un punto di riferimento per tutti.
Oggi nella mia scuola la Preside, quando va bene, c’è due giorni a settimana. Negli altri giorni gestisce un’altra scuola, con tre plessi.
Ieri, c’era la possibilità di scegliere un tempo scolastico più lungo, con mensa e attraenti laboratori pomeridiani. Nella mia scuola, c’erano nove classi a tempo prolungato: i ragazzi, oltre a poter recuperare in italiano e matematica, facevano corsi di teatro, cineforum, informatica, scienze sperimentali, fotografia, riciclaggio creativo.
Oggi nella mia scuola sopravvive una sola sezione a tempo prolungato, e le attività pomeridiane possono essere svolte solo da docenti di Lettere o Matematica.
Ieri esisteva il FIS (fondo integrativo d’Istituto): qualche migliaio di euro con cui si potevano incentivare attività aggiuntive.
Oggi, chi si ferma a scuola oltre l’orario  lo fa solo per volontariato e per spirito di abnegazione.
Ieri, la Vice Preside aveva nove ore di esonero dall’insegnamento per poter svolgere il suo ruolo: cruciale, importante e delicato.
Oggi  non ha alcun esonero, insegna in due classi e in più si pretende che svolga il suo ruolo come prima.
Ieri la mia scuola d’inverno era riscaldata.
Oggi geliamo dal freddo, perché due anni fa sono stati rubati i tubi esterni (per ricavarne forse un po’ di misero rame) e nessun ente ha mosso un dito per ripristinarli.
Ieri era possibile avere a scuola un operatore psicopedagogico che prestava la sua opera per fronteggiare la dispersione scolastica e favorire il successo formativo di tutti gli alunni.
Oggi l’operatore psicopedagogico non esiste più.
Ieri, l’indice di dispersione scolastico nella mia scuola era calato al 4%.
Oggi sfiora di nuovo il 10%.
Ieri l’insegnante di Lettere aveva a disposizione undici ore per ogni classe di scuola media e insegnava anche Educazione Civica.
Oggi di ore ne ha nove - dieci, quando va bene - l’educazione civica è stata “assorbita” dalla Storia.
Ieri alcuni insegnanti avevano ore a “disposizione”: ore impiegate anche per fare supplenze nelle classi dove c’erano colleghi assenti.
Oggi tutti i docenti sono impiegati in classe: se manca un docente per pochi giorni, nessuno lo sostituisce e la sua classe viene “divisa” tra le altre, creando confusione e scompiglio.

(Non sono una laudator temporis acti. Però lavoro da 30 anni nella scuola media di I grado e provo sulla mia pelle, e soprattutto sulla pelle dei miei alunni, il peso nefasto dei tagli operati dal 2000 ad oggi. Del questionario sulla buona scuola proposto dall'attuale governo m’importa poco, se non tiene conto di questi dati.)

Ieri = anno scolastico 1999/2000, prima delle scellerate riforme Moratti e Gelmini
Oggi = anno scolastico 2014/2015