Visualizzazione post con etichetta Gianluca Ricciato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gianluca Ricciato. Mostra tutti i post

mercoledì 1 marzo 2023

Come uscire dal pensiero bipolare inventato dalla tecnocrazia globale - Gianluca Ricciato

 

Io non divento di centrodestra se Meloni dice cose finalmente sensate sulla gestione pandemica italiana, così come non divento di centrosinistra se qualsiasi segretario/a del PD dice cose sensate sulla risaputa omofobia degli italiani. Giudico un provvedimento politico e decido se è utile. Ma essendo consapevole di non essere in questo 2023 in una democrazia, bensì in una tecnocrazia, ed essendo io avversario della tecnocrazia globale atlantista che rappresenta gli interessi della borghesia capitalista attuale, questi due schieramenti servi di questo sistema di potere non mi rappresentano e non determinano il mio sistema di idee. Ma, mi chiedo, le persone in questo 2023, come formano il loro sistema di idee? 



LA MANIPOLAZIONE DEI CERVELLI DA PARTE DEL BIPOLARISMO

C’è un momento simbolico – che non è uguale per tutti e tutte, che può essere veloce o lento, lungo secondi o anni – c’è un momento o periodo insomma in cui inizi a ragionare sulle cose non in base all’appartenenza o meno a uno dei due schieramenti partitici obbligatori delle società occidentali, ma in base alla tua testa. È una delle cose più difficili del mondo e non so cosa darei per trovare la formula esatta e definitiva per insegnarla quando mi trovo dalla parte dell’educatore, credo che sarebbe il mio più grande successo pedagogico.

Il mio momento credo sia stato lungo poco meno di vent’anni, dal luglio 2001 al marzo 2020, se devo dargli due precisi momenti storici. Cioè dal G8 di Genova, intorno al quale è iniziata a crollare la mia idea di vivere in un sistema democratico, all’emissione delle limitazioni di movimento e altro a causa dell’emergenza covid, periodo in cui questa idea ha avuto la sua verifica fattuale e definitiva, per me.

Tutto ciò che ho pensato, detto e manifestato in vari modi, nel corso di questi vent’anni, è stata sempre meno legata al fatto di non dover contraddire uno schieramento “amico” e dover invece dimostrare di non appartenere allo “schieramento nemico” (schieramenti, nemici, posizionamenti, sono tutti termini bellici, non a caso). Allo stesso tempo, è cresciuta in me la tendenza a fare caso e notare sempre di più questo movimento del pensiero che avviene per schieramenti, questo pensare ed esprimersi in base all’appartenenza all’interno dei due poli del binarismo che ogni giorno di più mi sono sembrati diventare delle religioni. Non lo dico perché sia contento di questo, anzi, in molti casi è un dolore, ma è la verità che mi salta agli occhi.

Non sto parlando naturalmente del fatto di avere un grado zero senza pregiudizi: lo so che ogni giudizio è già un pregiudizio, si basa cioè su un vissuto e sulla formazione di pensieri e idee legate al proprio vissuto, per non parlare di tutto l’inconscio di cui si è poco padroni. Sto parlando del fatto di credere che la realtà e la complessità dei fatti che accadono oggi in Italia non possano che essere interpretate all’interno e attraverso la griglia binaria centrodestra/centrosinistra. Questo movimento di pensiero binario non è quasi mai accettato esplicitamente da nessuno, visto che invece tutti a parole rivendicano sempre un proprio libero pensiero, ma di fatto è implicito e totalizzante in tanti giudizi individuali e collettivi sulle vicende pubbliche attuali.

Mi sembra che questo giudizio partitico a priori, questa incapacità di vedere la realtà anche quando è dissonante dagli schemi binari, questo bisogno di copertura costante di una rete ideologica mainstream, abbia radici molto profonde e molto più gravi della questione strettamente attuale del pensare o definirsi di destra e di sinistra in un periodo storico in cui destra e sinistra hanno cambiato totalmente i loro significati originari. Non è questo il punto per me. Il punto è il ragionamento per compartimenti stagni.

Facciamo un esempio con un semplice sillogismo aristotelico, partendo da un titolo:

PENSIERO DEMOCRATICO

§  Un ente privato non può decidere le sorti di un’istituzione pubblica

§  Twitter è un ente privato e Trump un rappresentante di un’istituzione pubblica

§  Twitter non può impedire a Trump di esprimersi

Sia chiaro che in un sistema democratico nemmeno un ipotetico nuovo Hitler potrebbe essere censurato (e in questo caso non farei paragoni fuori luogo tra un criminale e un pagliaccio). I paletti che vengono messi in forma ufficiale e con ricaduta collettiva all’espressione pubblica di un pensiero, specie se di un personaggio pubblico eletto, devono essere frutto della decisione di un’istituzione riconosciuta, come ad esempio dovrebbe essere l’apologia di fascismo. Poi è chiaro che la storia e le vicende umane vanno sempre ben oltre quello che crede di stabilire la legislazione democratica, ma non è questo ancora una volta il punto, adesso.

Il punto è che il ragionamento settoriale, binario, standardizzato su luoghi comuni ritenuti giusti all’interno di un sistema invece caotico e incoerente, getta le funzioni cognitive dell’essere umano in pasto a livelli di manipolazione altissimi.

Leggere Fanpage ed essere manipolate/i dalla loro narrazione; tifare Twitter perché impedisce a un presidente di una Repubblica eletto di esprimersi; schierarsi cioè con la narrazione capitalista in ascesa contro quella sul momento più debole, all’interno di una faida tra destre capitaliste (se vogliamo usare una griglia di interpretazione del sistema politico che abbia a che fare con il significato storico di destra e sinistra); e allo stesso tempo, considerarsi democratici e di sinistra senza riconoscere gli interessi di classe della parte per cui ci si è schierati/e, ma nemmeno il proprio posizionamento ideologico in una nuova “tecnodestra sovversiva” (quella è per me) che vota centrosinistra e legge i suoi media – è esattamente la manifestazione di questa manipolazione sociale di massa.


Al contrario, la consapevolezza di essere immersi in un sistema tecnocratico di controllo globale, ovvero avere come parametro geopolitico interpretativo lo spostamento dei luoghi del potere decisionale verso i grandi gruppi di investimento finanziario – BlackRock, tanto per citarne uno non proprio a caso – che a cascata muovono le decisioni politiche di istituzioni sovranazionali non elette come il Fondo Monetario Internazionale, indirizzano le strategie delle multinazionali, imboccano gli organi di informazione e, infine, gestiscono la vita e la legiferazione dei poteri nazionali con la loro onnipresente articolazione binaria (centrodestra/centrosinistra) o regionali (come l’UE) – la consapevolezza di tutto questo è il vero e complesso punto di partenza per decidere di avere un pensiero che si ritenga vero e giusto per sé, a prescindere dal binarismo di moda in Occidente funzionale e servo del capitale.

Pensare allo schieramento di centrosinistra italiano (o laburista inglese, o democratico statunitense) e a tutti i suoi possibili alleati passati, presenti o futuri, nel 2023, come a qualcosa che possa essere interpretato partendo dalla formulazione delle ideologie come lo furono nell’800 – socialismo e anarchismo a sinistra, liberalismo a destra, tanto per fare gli esempi più noti – significa per me partire non dalla realtà delle cose ma da una realtà virtuale in cui il pensiero è intrappolato in una sorta di psicosi dematerializzante.


LOGOCENTRISMO E TECNOCRAZIA

Il linguista russo Jakobson e a seguire la filosofa italiana Muraro hanno definito disturbo della contiguità il ragionare per luoghi comuni dematerializzati. Copio un brevissimo pezzo del mio testo Gli ordini simbolici di metafora e metonimia per provare a darne una spiegazione:


«Una persona affetta dal disturbo della contiguità, presenta il problema della totale dipendenza dal codice linguistico e dell’incapacità di contestualizzare. In pratica, parla solo attraverso frasi stereotipate. Egli conserva solo delle “parole-nucleo”, cioè delle parole significative, alla stregua del bambino che inizia a imparare a parlare, cui non sa associare nulla (se non già associato, come nel caso dei luoghi comuni) e che non sa declinare o coniugare. All’interno del codice quindi, la somiglianza diviene identità quando la differenza tra due termini è lieve o resa solo dal contesto: “Quando viene meno la capacità di costruire il contesto, il malato, relegato al gruppo di sostituzione, opera con le similitudini e le sue identificazioni approssimative sono di natura metaforica” (R. Jakobson, “Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia”, 1956)»

Il femminismo italiano, a partire dagli anni Sessanta, ha identificato con logocentrismo o fallogocentrismo lo strumento di potere linguistico e reale (“simbolico-sociale”) che letteralmente fa fuori dalla significazione pezzi di vissuto, corpi, emozioni, realtà materiale, all’interno di una narrazione astratta che gira su stessa, ripete gli stessi luoghi comuni e si autolegittima in questo modo come regime di verità. Fondandosi epistemologicamente su schemi preordinati, caselle interpretative che per funzionare hanno bisogno di piegare a sé stesse le cose e i fatti. Come la natura veniva piegata alla griglia interpretativa del metodo induttivo e le streghe venivano soppresse dal legislatore dalle celle fisiche e morali della società seicentesca, come sosteneva in un famoso paragone storico il filosofo inglese Francis Bacon, uno dei fondatori della scienza moderna e protagonista materiale della caccia alle streghe nel suo ruolo di giudice.

Sono idee filosofiche queste che hanno attraversato non solo molte pensatrici femministe, ma anche alcuni (pochi) pensatori maschi della contemporaneità, Nietzsche e Foucault sono probabilmente i più significativi.

Le radici dell’epistemologia logocentrica, fortemente radicata nelle società patriarcali da un certo punto in poi, risiedono probabilmente nella formulazione platonica del mondo delle idee; l’esito più recente sono le vite delle persone telecomandate dal mondo virtuale dall’inizio alla fine delle giornate, per il lavoro, per lo svago, per i rapporti umani e per la stessa sopravvivenza (si pensi oggi ad un anziano in balia dello Spid).

Nel passo citato poco sopra, Jakobson parla non a caso di “natura metaforica” in associazione con il disturbo della contiguità: l’egemonia di una simbolizzazione metaforica, ormai lessicalizzata quindi divenuta invisibile (come è invisibile al parlante che il “collo della bottiglia” non sia un collo) nella cultura occidentale è probabilmente, in modi ancora oscuri perché non studiati sistematicamente, una delle ragioni di questa perdita di realtà e della dematerializzazione della nostra civiltà, e quindi forse anche della sua perdita del senso della vita, dell’alienazione individuale e collettiva. Muraro, a seguito degli studi jakobsoniani, parla infatti di regime di ipermetaforicità. (“Maglia o uncinetto”, 1980, ampiamente citato in questo blog).


TESTO SENZA CONTESTO

Faccio un ultimo esempio legato all’attualità, che ha a che fare con l’importanza della contestualità, per interpretare e comprendere un fenomeno sociale o politico. E non lo faccio a caso, questo esempio.


Agire pubblicamente e mediaticamente performatività maschili degeneri, esprimere riferimenti esplicitamente sessuali, vestirsi “da donna” e truccarsi, per un uomo, in un contesto come poteva essere ad esempio la televisione e la società borghese puritana degli anni ’60 e ’70 in Nordamerica o in Europa, rendeva questi comportamenti altamente destabilizzanti e sovversivi. Fare le stesse cose in un contesto mediaticamente già ipersessualizzato, con un sistema di potere che sta cercando da anni di manipolare e sfruttare economicamente questi comportamenti, farlo cioè nella società borghese tecnoglobale del terzo millennio, cambia totalmente il portato dello stesso atto performativo. E rende chi si presta a questo spettacolo una figura fiancheggiatrice e non destabilizzante per il potere attuale, a meno che non riesca a far passare dei messaggi che lo mettono in crisi.

Per farla breve, lo stesso atto performativo fatto da David Bowie e fatto da Damiano dei Maneskin è un altro atto performativo, opposto. In mezzo ci stanno fiumi mediatici di parole per giustificare la manipolazione che fa diventare arte le strategie finanziarie, e ci sta il disturbo della contiguità per ridurre gli individui a una massa di ripetitori seriali di luoghi comuni ritenuti cultura. Magari anche cultura di sinistra.

È un atto performativo anche il parlare, così come lo scrivere, quindi lo stesso dis/parallelo si potrebbe fare tra i contesti in cui si sono mossi Mario Mieli (in foto) e Carla Lonzi, da un lato, e quelli in cui si muovono Lorenzo Tosa e Chiara Ferragni, dall’altro. Pensare che le prime due figure possano aver detto le stesse cose che dicono oggi le seconde due, forse è un’oscenità che fa venire i brividi non solo a me, ma anche a qualcun altro/a che proviene da una cultura di sinistra.

Ogni linguaggio e ogni azione vengono modificati e possono cambiare totalmente di verso in base alle influenze ambientali, cioè alle relazioni di fatti in cui esistono. Questo avrebbero dovuto saperlo tutti e tutte se le scoperte culturali e scientifiche, negli ultimi centocinquant’anni, fossero state davvero diffuse nella società e non fossero state intrappolate e neutralizzate dall’indottrinamento scolastico e universitario e dalla divulgazione dei media sottoposti all’epistemologia dominante del regime capitalista.

Decolonizzarsi dal pinkwashing, dal greenwashing, dall’healthwashing, dal leftwashing di questi anni e cominciare ad individuare dove si trovi e dove agisca il potere attualmente, per poter ricominciare a fare discorsi antagonisti, anticapitalisti, ecologisti, femministi o quant’altro stia a cuore a chi vuole “un mondo migliore” da un punto di vista che abbia a che fare con il significato storico della parola “sinistra”, secondo me, passa inevitabilmente da una terapia di liberazione dal disturbo della contiguità. Solo così ci si può liberare dalla connivenza con un meanstream deviazionista che sta annientando da anni qualsiasi istanza sovversiva rispetto agli interessi criminali della finanza capitalista.

Ma perché questo possa avvenire occorre preventivamente iniziare un percorso di liberazione dalla droga capitalista dell’infodemia che rende il cervello schiavo del regime di verità dei cosiddetti professionisti dell’informazione – con i suoi corollari di terrore per il complottismo e le fake news e di odio per chiunque non stia nel sistema binario, esattamente quello che presta il fianco alla narrazione dominante.

da qui

venerdì 27 luglio 2018

C’era una volta un movimento globale. Che partiva dal personale - Gianluca Ricciato



Il movimento globale dentro di me iniziò in un preciso momento, anche se ci furono molti altri momenti preparatori. Questo preciso momento avvenne durante una festa di laurea in una casa studentesca bolognese. Una festa in cui tutti erano piuttosto alticci o proprio sfatti dai festeggiamenti. Ma io no, e non perché fossi particolarmente virtuoso, ma perché in quel momento avevo dentro un’inquietudine. Ero nervoso. Era la sera del 20 luglio 2001 e nel salone c’era la TV accesa sugli scontri per le strade di Genova, ed era da poco stata data la notizia di un morto. Forse uno spagnolo, sicuramente uno del blocco nero.
Mentre guardavo la TV apparve una foto di questo presunto spagnolo: di spalle, incollato ad una camionetta dei carabinieri bloccata contro un cassonetto riverso dei rifiuti, intento a scagliarle addosso un estintore rosso da distanza ravvicinatissima. La foto fu mandata in onda a lungo, mentre di sottofondo i commentatori blateravano. La guardai a lungo e iniziai a non credere che quello fosse possibile, che non fosse la realtà. Iniziai a non credere a quella foto perché mi sembrava una fiction. Iniziai a pensare che non era così, che quella ricostruzione che stavano dando non fosse vera. Che fosse falsa. Che fosse una fake news come si dice oggi, una bufala. O meglio, come si dovrebbe dire in questi casi, un depistaggio. E non so perché ebbi questa intuizione, visto che normalmente non è che mi occupi di omicidi o cose del genere. Ma quella intuizione era fondata: quella foto non rispecchiava la realtà, ma la deformava, la depistava. Perché, e questo da studente di filosofia estetica lo sapevo, il rapporto tra immagine e realtà è una cosa complessa e non lineare. Un’immagine può essere usata per imporre un’opinione, travisata, mal compresa o manipolata. 
In quel preciso momento, a quell’ora e in quella festa, iniziò dentro di me il movimento globale.
La mattina dopo più o meno all’alba e con pochissimo sonno prendemmo il treno da Bologna a Genova. Avevamo già saputo che il morto non era spagnolo ma era italiano, genovese, e il suo nome ormai se lo ricordano un po’ tutti in Italia, anche se la maggior parte continua a parlarne a vanvera e questo è il motivo per cui occorre continuare a ripeterlo. Il suo nome era Carlo Giuliani. Durante la giornata del 21 luglio, in cui partecipai alla manifestazione finale a Genova, Polizia, Carabinieri e Finanza, ordinati dai loro vertici e dai vertici dei vertici, continuarono a massacrare migliaia di persone per il solo fatto di essere presenti lì, crearono un agguato ad un incrocio che spezzò il corteo in due e chiusero la seconda parte in un reticolo di strade e mare, massacrando ferocemente e senza pietà tutti quelli che capitarono sotto tiro.
La mia seconda intuizione fu di non fermarmi all’angolo dove i militari avrebbero attaccato, per cui mi ritrovai nella prima parte di corteo che la scampò, sebbene quando arrivammo a Piazzale Marassi arrivarono anche da noi le ondate di gente che scappava dalle cariche e i gas insopportabili che i militari lanciarono senza tregua durante quei giorni. E soprattutto, arrivarono la paura, il terrore, l’assurdità di quello che stava succedendo.
Ma non è di questo che voglio parlare, di questo ho già parlato tanto, e tante e tanti lo hanno fatto meglio di me, ad esempio Heidi e Giuliano Giuliani. Io andai a Genova senza un particolare motivo, senza far parte di alcuna organizzazione, senza nemmeno considerarmi di una particolare parte politica, sebbene avessi una mia personale cultura che poteva essere associata alla sinistra, vagamente. Ma non me ne interessava. Mi interessava invece il fatto che avevo iniziato a smettere di credere: che i modi in cui vivevamo fossero gli unici e fossero quelli giusti, per esempio. Per vivere intendevo proprio tutto: mangiare, bere, curarsi, fare le amicizie, fare le relazioni, studiare, lavorare. Venivo da una specie di nichilismo che oscillava tra l’asfissia e il divertimento, e che si sviluppava principalmente nelle serate e nelle nottate bolognesi. Poi successe che fui vittima di un incidente automobilistico, e durante le cure per l’incidente ebbi una malattia causata da un medicinale, una malattia che porto ancora dentro di me. Questo accadde esattamente un anno prima del G8 di Genova, nel luglio 2000. E successe anche che tempo dopo trovai il rimedio alla mia malattia causata dalle cure convenzionali per l’incidente, un metodo di cura che non posso nemmeno nominare senza perdere credibilità agli occhi dei più, ma che seguo e che funziona da molti anni.
Ma successe molto altro, nell’anno precedente al luglio 2001. Successe che mentre iniziavo a preoccuparmi di qualunque cosa riguardasse il mio stile di vita, alcune persone intorno a me, principalmente donne, mi fecero capire che tutto quello che dicevo, facevo e consumavo aveva una ripercussione su di me, sugli altri e sul mondo esterno. Cosa che sembra ovvia a dirsi ma è esattamente il contrario dei pensieri e delle azioni che la società dei consumi e il capitalismo ci hanno abituato ad essere. Se mangiavo una banana, o se bevevo un caffè, o se consumavo prodotti imballati nella plastica, o se aprivo le finestre con i termosifoni sparati a 30 gradi in casa, quello che facevo aveva un legame con me, gli altri, il mondo intorno, la politica economica, le guerre, le migrazioni, la povertà, le malattie, la vita e la morte. E questi legami, ogni giorno, venivano negati da un apparato informativo potentissimo pronto a costruire depistaggi per fare in modo che le conseguenze delle nostre azioni non fossero visibili, in modo da poter continuare a vivere, mangiare, bere, consumare, relazionarci, studiare e lavorare nel modo in cui abbiamo sempre fatto. Noi, piccola parte di popolazione mondiale con accesso illimitato a molti più beni rispetto alla sussistenza.
In quel periodo, Dario Fo, Franca Rame e Jacopo Fo scrissero un testo che si intitolava: Voti ogni volta che fai la spesa.
Due anni prima del G8 di Genova, a Seattle, la città dov’era nata la musica grunge, un gruppo di ragazzi e ragazze vestite di nero aveva simulato un’impiccagione appendendosi ad un’insegna della Shell, per portare l’attenzione sul fatto che le multinazionali petrolifere Shell ed Eni avevano saccheggiato e inquinato il territorio del delta del Niger; massacrato la popolazione che ci viveva, gli Ogoni, grazie ad accordi con le oligarchie corrotte nigeriane; e non paghi avevano poi fatto giustiziare gli oppositori, tra cui il famoso poeta Ken Saro Wiwa che denunciò nei suoi testi quei fatti.
Qualche anno prima ancora, nello stato messicano del Chiapas, un inedito esercito di indigeni che si rifaceva ad un guerrigliero contadino morto quasi cento anni prima, Emiliano Zapata, e con a capo un eccentrico personaggio in passamontagna che si faceva chiamare Subcomandante Marcos, era riuscito ad attirare l’attenzione del mondo sul fatto che depredare territori, dissolvere comunità, imporre stili di vita univoci, blaterare di democrazia e di diritti quando si stanno compiendo genocidi, non era più una cosa che quella comunità e nessuna comunità che fosse tale poteva più accettare. Grazie alla sua lotta gli zapatisti del Chiapas riuscirono a continuare ad esistere e a crescere liberamente, ad essere comunità e non accozzaglia di individui massificati e in guerra tra loro, come sono ormai le nostre società “civili”.
Nella sua esistenza questa comunità ha continuato e continua a dire che la scelta delle armi, quando c’è stata, non è stata una cosa voluta dalla popolazione; che le gerarchie, a partire da quelle dei ricchi sui deboli, degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, sono forme della società da superare, altrimenti è inutile parlare astrattamente di diritti e di democrazia. E soprattutto affermò, e continua ad affermare, che quella cosa che gli stati ricchi hanno accettato, perseguito e chiamato “globalizzazione”, cioè la svendita del mondo, delle risorse e delle persone al potere economico e finanziario, non è semplicemente una scelta politica di cui possono parlare solo gli esperti designati, ma è una forma transnazionale di oppressione, inedita, multiforme, mutevole e complessa. E per questo il contrasto alla globalizzazione necessita di cambiamenti personali profondi e strategie collettive inedite, per funzionare. Non di proclami e bandiere del passato.
Perché quell’oppressione, quello stile di vita, quel modo competitivo e dominatore di fare le relazioni tra di noi e con il mondo non umano, ce l’abbiamo dentro, lo agiamo e lo subiamo, e non cambia se non decidiamo di cambiare.
Non ci fu solo questo naturalmente, nella preparazione generale di quel movimento che i piccoli scrivani italiani si divertirono a chiamare “no global”. Ci fu anche, ad esempio, una scienziata indiana, ecologista e femminista, che diceva, e continua a dire, che il problema principale dei cosiddetti Ogm, cioè della produzione e somministrazione globale e incontrollata di alimenti e prodotti transgenici, non era tanto quello a breve termine sulla salute o sull’ambiente del singolo prodotto, ma quello più grande legato alla decisione ratificata in inediti trattati sovranazionali, di poter brevettare l’esistente, cioè creare esseri viventi di proprietà di gruppi potentissimi di potere. Quei trattati, ça va sans dire, erano stati ideati, voluti e imposti dagli stessi potenti beneficiari, grazie a politici di destra o di sinistra, ormai valvassini e ininfluenti. Per la cronaca, si chiama Vandana Shiva quella scienziata, e potete trovare oggi, 2018, il suo nome, su beceri siti e riviste che la osteggiano come dispensatrice di fake news e di complotti, siti e riviste amati e letti dalla massa di individui della destra capitalista e da quella della sinistra geneticamente modificata, i cui stili di vita sono gli stessi e le loro finte opposizioni sono funzionali agli interessi della dittatura globale, oggi pienamente affermata, grazie anche al massacro di quei giorni del luglio 2001.
Il fatto è, appunto, che quel coagulo di persone e realtà che sfilarono a Genova aveva avuto un’intuizione sorprendente, di cui forse non se ne rendeva nemmeno conto: è inutile continuare a sventolare vessilli, bandiere, parole d’ordine, idee, schemi, convegni, assemblee, formazioni politiche legate ad un’epoca del capitalismo che non esiste più. E soprattutto è inutile staccare quello che diciamo e pensiamo da quello che facciamo e viviamo, primo perché sono già collegate, anzi uno dei problemi è proprio il fatto che siamo vittime del tentativo di scollegarle – l’alienazione, qualcuno ne aveva già parlato; sia perché è quello che facciamo e viviamo ad alimentare questo sistema, semplicemente. E da soli non ne usciamo, e non ne usciamo nemmeno dividendoci e facendoci la guerra tra poveri, rinchiudendoci in gruppuscoli nemici del mondo esterno. Ne usciamo ricreando comunità, riprendendoci l’umanità, riconnettendo noi al mondo, alla Terra, alla vita. Quello che ci hanno scippato nelle nostre vite alienate.
Quell’alienazione non finì, naturalmente. Il fatto di avere ragione, sull’entità di quel massacro genovese e sull’entità della violenza della dittatura globale, non servì a costruire l’altro mondo possibile. Eppure.
Eppure tutto è cambiato. Lo sappiamo tutti che tra l’inizio e la fine dell’estate 2001, cioè tra il 20 luglio e l’11 settembre, è cambiato tutto. L’asfissia sorridente di fine Novecento, la finta felicità neoliberista, la festa necrofila celebrata sui resti del mondo che avevamo saccheggiato, l’acquario in cui stavano annegando le nostre esistenze, diventato sempre più piccolo e malandato, fu mandato in mille pezzi in quei mesi tra il massacro di Genova, l’attacco alle Torri Gemelle e la guerra in Afghanistan. La verità, con tutta la sua difficile comprensione e accettabilità, insorse. Oggi, possiamo fare finta di credere alle verità assolute di una Repubblica, di un Mentana, di un Burioni, di un Piero Angela, di un D’Alema, di un Saviano, di un politico, scienziato, economista, giornalista, intellettuale quasi sempre ancora maschio, oppure femmina capace di arrampicarsi e sottomettersi alle logiche del dominio. Credere ad ognuno di questi automi del dogma progressista, interno agli interessi dell’economia capitalista globalizzata, che ci vaneggia di verità, di diritto, di scienza e di progresso. Foraggiato dalle multinazionali petrolifere, agrochimiche, farmaceutiche, alimentari, della comunicazione. E deridere pavlovianamente ogni giorno chi, come me, scrive questo. Possiamo fare finta, e ad alcuni viene molto bene.
Ma c’è una parte interiore ineludibile ormai che sa che tutto questo è una fiction, anche se l’ossessione, l’alienazione e gli psicofarmaci ci aiutano a crederci ancora. Possiamo prendercela con gli esiti nefasti di questo scoperchiamento di verità, esiti che erano anche prevedibili: il popolo che si sente tradito e diventa reazionario, i fascisti risorti dalle fogne che parlano ossessivamente di Piano Kalergi e Soros, oppure si appropriano di battaglie che dovrebbero essere le nostre, deformandole e depistandole. Ma sappiamo che fanno parte della fiction anche loro, come sappiamo che fa parte della fiction anche denunciare come bufala, su Twitter o su Facebook, qualsiasi versione non approvata dai media di regime, proprio noi che per anni abbiamo combattuto i depistaggi, sostenuto la controinformazione, urlato don’t hate the media, become the media.
Sappiamo che è una fiction anche questa cosa del fascismo come ritorno del passato, della partita tra centrodestra e centrosinistra, perché dal movimento altermondialista in poi, cioè dalla ri-connessione delle lotte sociali, indigene, ecologiste, sindacali, femministe, antiproibizioniste, antirazziste, lo scenario dell’azione politica è cambiato e non si può parlare un linguaggio decontestualizzato, vivere una vita decontestualizzata, fare finta di essere nel ‘900 continuando a propagandare modelli mentali dell’800.
Pena creare mostri, come sta succedendo, anzi diventare mostri noi stessi.
Come ci arrivammo alle soglie di quel luglio 2001 l’ha descritto in modo mirabile Massimo Palma in Happy Diaz, facendo un ritratto della crescita musicale ed esistenziale della nostra generazione (la mia, la sua, quella di Carlo Giuliani, delle nate e dei nati nella seconda metà degli Anni Settanta, ma non solo, direi anche intorno a quelle date). Un libro da avere.
Una notte che si compiva davvero solo la mattina del sabato, nei ritorni a casa ciondolanti nelle città ancora deserte. Mentre la notte brulicava di esseri viventi, con la sensazione di compiere un rito e la devozione di piegarsi a una routine di sigarette, di attesa fuori dai locali, di tensione da ravvivare con una parola fuori posto, un’ironia malferma, o un brano poco noto messo su nella macchina gremita di teste. Lo officiavano tutti questo rito, i cinici, i taciturni, i ridanciani, i fascinosi. Consapevolmente, ripetevano le formule magiche del bivacco all’appuntamento, della chiacchiera per guadagnare tempo, della birra distensiva, ogni venerdì, senza mai pensare ad alcuna santità del rito stesso, mai a un entusiasmo, a un’identificazione simbolica. Era partecipazione quotidiana, ritualità senza mitografia. Santità degli anti-simboli: le rosticcerie, le cornetterie, le sigarette scroccate. E l’elettricità chimica.
Un libro, che però, si ferma di fronte alle alternative possibili, dicendo che quella generazione è rimasta afasica. Chi lo sa. Io però di cose ne ho sentite tante, e di pratiche ne ho viste tante, e ci ho anche partecipato, pratiche che sono cresciute grazie anche alla difficile genesi movimentista genovese. Anzi, credo che quelle pratiche abbiano iniziato a modificare la società, e che il movimento globale sia solo all’inizio. Si è detto che quel movimento – il movimento dei movimenti lo chiamavano molti – sia stato per la prima volta un’entità politica che chiedeva qualcosa per gli altri e non per sé. Io ho un’idea diametralmente opposta. E’ secondo me invece una delle poche realtà politiche esistite nell’Occidente contemporaneo, insieme ad alcune pratiche ecologiste e femministe, che non attacca solo un potere esterno, ma affronta il problema del potere interno a sé. Il “Berlusconi dentro di me”, come diceva Gaber. Che non inneggia a un sol dell’avvenire, non teorizza uno schema di nuovo modello di società, ma connette la realtà e le pratiche esistenti, e soprattutto denuncia la complicità nostra, interiorizzata, la connivenza sia con il potere agito contro gli altri (popoli), sia auto-agito contro noi stessi. Che dice, semplicemente, che quando la nostra vita diventa una vita di merda facciamo male a noi e facciamo male al mondo, e che un altro mondo è possibile. Ma non un altro pianeta, ma questo mondo, questa vita, questa giornata, queste ore vissute diversamente, riempite del senso di cui sono state svuotate dalla società dei consumi.
Che fare allora? Rovescio all’indietro la domanda, parlando di me, che è l’unica cosa che posso fare. Ognuna e ognuno che si è sentita parte del movimento, potrebbe fare una storia diversa, ma in qualche modo interconnessa, magari in modo conflittuale, a quella che sto facendo io.
Che cos’era il movimento globale dentro di me?
– Era una ragazza che entra in una botteghina di Via Mascarella gestita da un cileno fuggito da Pinochet venticinque anni prima, esce con una barretta di cioccolata, me la fa assaggiare e io, drogato di cioccolato da quando sono nato, mi fermo e dico che non ho mai assaggiato una cioccolata simile. E da allora non compro più barrette di cioccolata che non provengano da lì, cioè quelle spacciate alle masse via etere, quelle che hanno solo il 30% di cacao, tra l’altro ricoperto di pesticidi, che per essere coltivato a costo quasi zero si serve di paramilitari mandati ad intimidire gli schiavi indigeni che coltivano quel cacao, i cui mandanti speculano in borsa con i profitti del loro mercato criminale. Per chiudere il cerchio.
– Era un opuscolo arancione, comprato in quella botteghina o in un’altra simile del Commercio Equo e Solidale, un opuscolo compendio di un libro più grande e intitolato Mini guida al consumo critico e al boicottaggio, lasciato sul davanzale della finestra nel cesso della mia casa bolognese, e così letto da decine di altre persone durante i loro bisogni fisiologici.
– Era Indymedia come home page, sempre e ovunque, e la condivisione di informazioni dentro un ambiente virtuale stimolante e auto-protetto da chi ci stava dentro, cioè da noi.
– Erano le vecchine del quartiere Bolognina che varcarono per la prima volta la soglia di un centro sociale, l’XM24, il giovedì pomeriggio verso le 17, perchè riconobbero sulle bancarelle lì piazzate qualcosa di diverso, introvabile, o forse perso nella loro memoria, cioè cibo vero.
– Ed ero io che non riuscivo ad arrivare mai prima delle 20 all’XM, quando cioè le vecchine avevano già saccheggiato tutto, e allora mi toccavano i resti che comunque erano tutto quello che mi serviva per la settimana, pane, verdure, vino, formaggi. Coltivati senza pesticidi e senza sfruttamenti. Restavo a mangiare e bere con le varie cricche fino a mezzanotte, a mangiare pizze con farine integrali e a bere vini biologici, anche se non certificati. Nacque lì così una rete di produttori e produttrici, consumatori e consumatrici che si chiama Genuino Clandestino, viva e vegeta. E vincente.
– Era svegliarmi il venerdì e andare a comprare Carta, una rivista senza padroni nata come costola del Manifesto, ma che era riuscita ad andare avanti rispetto alle rigidità del Manifesto, oggi come oggi ormai evidenti, purtroppo, e parte del problema di una sinistra in balia dei cambiamenti che non ha voluto fare. Solo che Carta, senza padroni e senza un popolo abbastanza grande che ci credesse, è durata solo pochi anni, gli anni in cui l’onda italiana del movimento globale è esistita davvero.
– Era fare giornalismo sociale a Piazza Grande, un giornale di strada in cui abbiamo parlato di Critical Mass biciclettare che occupavano le strade, di lotte transgender e femministe, di leggi proibizioniste oscene, di razzismo, in cui scrissi il reportage del Forum Sociale Europeo di Firenze, inviato a Fortezza da Basso, novembre 2002, scrissi di Don Luigi Ciotti che parlava di istituzioni totali, carceri che diventano società malate e società malate che diventano carceri.
– Era riconciliarsi con un mondo cattolico fatto di Don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli e Don Andrea Gallo, compagno anarchico e prete dei Caruggi quest’ultimo. Andrea Gallo e Faber, Via del Campo, i tossici, le prostitute e la città da cui è nato tutto quello di cui sto scrivendo in questo articolo.
– Fu risvegliarsi il giorno dopo del Forum di Firenze con Radio Popolare come radio-sveglia, che parla di un pm, tale Fiordalisi – indagato in passato per rapporti con la malavita e più recentemente in Sardegna per manipolazione di documenti – che impugna un fascicolo rifiutato dalle procure di Napoli e Genova, un fascicolo esilarante, frutto probabilmente di qualche feconda mente dei servizi deviati, che si inventa un’associazione terroristica clandestina chiamata “Rete No Global” (c’era il sito della rete, visibilissimo, e i partecipanti facevano conferenze pubbliche all’Università per lo più). E fa mettere dentro, questo buontempone, decine di persone in tutta Italia con ipotesi di reato fantasiose che servono a colpire il più grande successo pacifico del movimento altermondialista in Italia, cioè l’altro mondo praticato in quei giorni a Fortezza da Basso, durante il Forum Sociale Europeo di Firenze. Accuse decadute, ovviamente, ma intanto il depistaggio era stato creato e le vittime massmediatiche riportate nell’alienazione del “nulla può cambiare nella tua vita di merda”. Tecnicamente, io lo chiamo tecnonazismo.
– Era entrare a lavorare in un’associazione che propaganda il risparmio energetico, le energie rinnovabili, va in giro per l’Italia a mostrare che si può fare, e che è inutile autoproclamarsi contro la guerra e contro il razzismo continuando a consumare energia in questo modo, che è il nodo del problema, e da questo nasce un nodo più grande, quello della crescita economica, o come direbbe Pasolini della modernità senza sviluppo: una dittatura globale che crea schiavi ignoranti di ultima generazione e cerca di diffondersi a macchia d’olio ovunque, con l’imperativo ottusamente progressista, pavlovianamente scientista e profondamente populista della “crescita infinita”. In un mondo finito.
– Era dire che la crescita deve essere interiore e collettiva, che va recuperato lo spirito empatico che ci hanno scippato, che bisogna andare oltre il limite mentale di una tecnologia distruttiva perché la tecnologia, la cultura, la scienza, il progresso possono e devono svilupparsi in armonia con l’esistente, se vengono tolti dalle mani dei vecchi gerarchi arroganti che le controllano e le curvano a loro vantaggio, e come tantissime culture indigene della storia umana ci hanno insegnato. La decrescita, invece, va applicata tutto quello che di nocivo sta producendo questa economia per i popoli e per il mondo. Ed è emergenza, non più urgenza.
In quegli anni iniziò a girare questa storiella.
Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.
Pescatore: ’Non ho impiegato molto tempo’
Turista: ’Ma allora, perché non è stato di più, per pescare di più?’
Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.
Turista: ’Ma come impiega il resto del suo tempo?’
Pescatore: ’Dormo fino a tardi, pesco un po, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.’
Turista: ’La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un’intera flotta!!
Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!…
Pescatore: ’ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?’
Turista: ’25 anni forse’ Pescatore: ’….e dopo?’ Turista: ’Ah dopo, e qui viene il bello, quando i suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!
Pescatore:’…miliardi?…….e poi?’
Turista: ’Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere gli ultimi 5/10 anni in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!’ (Anonimo)
Il senso di questa storiella è chiaro ed è diventato evidente dall’estate 2001, ma ce lo neghiamo ogni giorno. Il movimento globale, altermondialista, il movimento dei movimenti, vive e lotta ogni giorno in svariate parti del mondo. Le pratiche di fuoriuscita dal modello distruttivo sono in corso anche in Italia, numerose. Quando finiremo di negare quello che sappiamo, si risveglierà anche in Italia il coagulo politico che permetterà a queste pratiche di essere un movimento popolare.

* uscito precedentemente sul blog Fiabe Atroci di Gianluca Ricciato


verso la fine si parla di una storiella anonima, in realtà è un racconto formidabile  di Heinrich Böll (http://www.labottegadelbarbieri.org/prima-lezione-di-economia)

sabato 12 agosto 2017

Le uova di Genova arrivano da Mogadiscio? - Gianluca Ricciato



Molte persone come me si sono chieste come mai quelle 300.000 che eravamo sulle strade di Genova nel luglio 2001 e quelle milioni che eravamo nel mondo – a tentare di smascherare la dittatura finanziaria che di lì a poco sarebbe esplosa in tutta la sua violenza – invece di moltiplicarci in questi anni ci siamo divise. La risposta in realtà dovremmo già saperla da tempo, almeno da quando è finito il Novecento.
“E’ vano fare la critica dell’esistente con lo scopo di cambiarlo: l’esistente si riproduce non perché sia giudicato buono ma perché lo riproduce un meccanismo che può risultare più forte delle nostre intenzioni e critiche, per quanto giuste. Il problema è, allora, di spezzare il meccanismo della ripetizione” (1).
Per spezzare quel meccanismo avevamo e abbiamo messo in atto pratiche che si sono troppo spesso interrotte. Fuori di noi e dentro di noi. E così, invece di queste esperienze, sono cresciute le devastazioni dei territori, i diktat finanziari delle multinazionali petrolifere e agrochimiche, l’alienazione delle nostre vite, l’impoverimento culturale, i sordidi conati razzisti delle masse, perfettamente funzionali alla crisi infinita del capitalismo del terzo millennio.
Ma i cambiamenti sono lenti e spesso occorre cogliere con precisione e dovizia di particolari i gangli esatti del potere, per poterne interrompere la riproduzione. E non potendo sapere tutto quello che dovremmo sapere – altrimenti saremmo già a metà dell’opera – occorre immaginare, collegare, mettere insieme i pezzi, confrontare le evidenze, essere intelligenti e sensibili e non automatici ripetitori di un sapere tecnico ipostatizzato. Occorre restare umani. Tentare di svelare gli intrighi, invece di perdersi nei dibattiti pro e anti complotto – cosa anche questa perfettamente funzionale al sordido razzismo delle masse e al tecnonazismo capitalista.
Questo tecnonazismo lo abbiamo visto all’opera nella pistola che ha ucciso volontariamente Carlo e nel meccanismo mediatico che ha protetto finora i responsabili; nelle mani criminali del medico che strappava orecchie e orecchini di giovani donne innocenti nella caserma di Bolzaneto; nei manganelli che hanno torturato anziani addormentati in una scuola genovese; in questori, vicequestori, parlamentari dichiaratamente neofascisti, capi di polizia e altri osceni burocrati, servi dell’economia globale, che assediarono e ossessionarono per tre giorni le strade di Genova. 
Ma quei tre giorni non sono isolati. Sono stati preceduti e sono stati seguiti da un contesto di eventi ben precisi che ha portato il nostro paese e il sistema economico internazionale in cui è inserito – la cosiddetta globalizzazione come si diceva allora – allo stato attuale.
Cosa è successo in Italia prima? Cosa ci facevano i nostri soldati in mezzo mondo, soprattutto dove morivano giornalisti indipendenti?
Chi ha ucciso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel marzo del 1994, visto anche che è stata appena annullata la sentenza di condanna di 22 anni fa e questo duplice omicidio è tutt’ora senza colpevoli?
Perché sono stati fatti sparire dei testi che parlavano dei legami tra servizi segreti, Gladio, Eni, mafia trapanese, traffico di armi e rifiuti speciali e questo duplice omicidio?
Perché numerose persone implicate in quell’affare erano presenti anche dove è stato ucciso Carlo Giuliani, in Piazza Alimonda a Genova, o meglio erano a capo delle truppe che avevano arbitrariamente e senza motivo da ore rinchiuso e assediato 400 persone in un reticolato mortale di stradine del centro storico?
Chi ha ucciso Ilaria Alpi è la stessa persona che ha sparato a Carlo Giuliani?
Quali sono i meccanismi del sistema di potere che si stava costruendo tra Novecento e Duemila, per arginare un crescente malessere che ora è quasi totalmente confinato nel neonazismo da tastiera o, come dice qualcuno, nella “dittatura dei vigliacchi” che riescono solo ad essere “forti con i deboli e zerbini con i potenti”? (2)
NOTE
1) in Luisa Muraro, “Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico dell’inimicizia tra metafora e metonimia”, Manifestolibri, 1998 (prima edizione 1981)
(2) in Frankie Hi Nrg Mc, “Quelli che ben pensano”  https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y


LA MADRE DELL’UOVO
Leggere libri non va più di moda, guardare video su youtube sì. Questo qui sotto dura mezz’ora, ma racchiudere in poco tempo la costruzione delle fondamenta della nuova architettura del potere italiano nell’era della globalizzazione non è facile.
Spoilerando:
– Giulio Laurenti, “La madre dell’uovo”, Effigie, 2013 (autore già noto ma testo rifiutato da mezza editoria italiana, stesura perseguitata da vicende fantascientifiche)
– Eurogendfor, corpo militare fondato nel 2004 con sede a Vicenza (Dal Molin, remember?): gode di extraterritorialità, cosa illegale e anticostituzionale. Pronti a gestire nuove forme di “democrazia”?
– Il Trattato di Velsen che garantisce l’extraterritorialità, quindi l’impunità delle forze armate: ad esso si richiama il presidente di Frontex nella polemica sulle Ong
– Fra Prima e Seconda Repubblica, Gladio e Sismi si ritrovano senza copertura politica e nasce una faida tra servizi segreti “deviati”
– Vincenzo Li Causi, del Sismi, viene ucciso in Somalia nel 1993, un anno prima di Ilaria Alpi
– Che Vincenzo Li Causi sia morto sembra non essere sicuro: durante le ricerche appare una fotografia di lui nel 2007 ma appena inizia a girare viene fatta sparire da tutti i computer e i server in cui si trova, archivio de “La Repubblica” compreso
– Il memoriale del maresciallo Aloi uscito nel 1997 parla di violenza, traffici di armi e rifiuti speciali e altro, durante la missione italiana in Somalia dei primi anni Novanta: il memoriale, prima diffuso sui media poi secretato, fa i nomi espliciti di 5 persone dell’esercito italiano presenti a Mogadiscio
– 4 di queste 5 persone della missione somala, citate nel memoriale, sono presenti a Piazza Alimonda fra le 17 e le 18 del 20 luglio 2001 (Carlo Giuliani viene ucciso alle 17.27. Entrambi i defender coinvolti nella vicenda dell’omicidio vengono gestiti da 2 di questi 4 uomini, 2 tenenti colonnelli per la precisione)
– In Somalia e in Piazza Alimonda c’è lo stesso fotografo, sempre presente dove sta per succedere un evento, che però fotografa anche il militare che massacra la testa di Carlo mentre è riverso a terra sanguinante e ancora vivo (dovrà servire per far credere che sia morto a causa di una sassata, cosa non creduta… almeno questa). Per queste foto, che non doveva fare, viene massacrato anche lui. A caldo, mezz’ora dopo, dice a un’intervistatrice: “ho avuto più paura che in Somalia”. Dopo questo messaggio subliminale non vuole più parlare di quello che ha visto e che sa, e mai più parlerà.
– Un pezzo di puntata di “Report” su Eurogendfor, di qualche mese fa, è scomparso nel nulla
– Minuti 22-24: il centro della questione. Per chi ha qualche interesse per la verità.
°°°
INTERVISTA A GIULIO LAURENTI A BORDER NIGHT