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giovedì 11 gennaio 2024

La «ragione» del capitalismo genera i mostri della guerra - Emiliano Brancaccio

La storia in corso non vede il «declino della violenza» rispetto al passato, come dice il pensiero ottimistico, ma il suo sviluppo, con più conflitti sanguinosi, armi più distruttive, più vittime

Quale futuro ci attende per gli anni a venire? Gli intellettuali di grido affrontano questo angoscioso interrogativo offrendo due tipi di risposte. Quella mistica, che affida le nostre sorti all’imperscrutabile volontà di un dio o degli astri. E quella cinica, in fondo simile, che rigetta l’intera questione riducendo la storia umana a un misterioso ammasso di imprevedibili eventi accidentali.

Per dirla con György Lukács, il fatto che questo pigro genere di risposte oggi accontenti i più, è una prova che viviamo un’epoca di grottesco irrazionalismo.

Per fortuna esiste anche un modo più serio di affrontare i grandi interrogativi sulle prospettive dell’umanità. Consiste nel seguire un’indicazione dei modernizzatori del materialismo, secondo cui la storia può essere intesa come una sorta di «scienza del futuro». In parole semplici, pur tra sussulti e rovesciamenti, si tratta di tirar fuori dagli avvenimenti passati le possibili linee di tendenza per gli anni a venire.

PER CHIARIRE IL PUNTO, consideriamo il caso che più angustia le coscienze di questo tempo: la guerra. Le tendenze storiche di lungo periodo muovono verso il conflitto o verso la pace mondiale? Una risposta ottimista è venuta dal celebre scienziato cognitivo Stephen Pinker, secondo cui la storia umana tende verso un «declino della violenza»: dalle società primitive fino ai giorni nostri, i dati indicherebbero un calo consistente delle vittime di guerra in rapporto alla popolazione mondiale. Una magnifica sorte, secondo Pinker, che si spiegherebbe soprattutto con l’avvento del capitalismo liberale e democratico e con i moti di pace che tale illuminata civiltà porterebbe in dote. Tutto confortante, ma a ben vedere anche scientificamente fragile.

La rosea tesi di Pinker ha suscitato un’ampia discussione tra gli studiosi, da cui purtroppo non sono emersi molti riscontri favorevoli. Stando a ricerche più accurate che utilizzano archi temporali più definiti e termini di paragone più adeguati, robuste evidenze di un declino delle vittime di guerra non si trovano. Anzi, se si concentra l’attenzione su questo secolo e si rapporta il numero di vittime a indicatori maggiormente associati ai processi economici, i risultati sono inquietanti: i morti causati da conflitti militari aumentano sia in termini assoluti, sia in rapporto alla produzione di armi, sia in rapporto alla produzione totale di merci, con un incremento di oltre un terzo nell’arco di un ventennio. Come a dire, abbiamo a che fare con armamenti più distruttivi e con un capitalismo ancor più sanguinario che in passato.

ALTRO CHE DECLINO, dunque. Sarebbe piuttosto il caso di parlare di uno «sviluppo della violenza» militare nel tempo. Ma come spiegare un tale andamento? Una possibilità consiste nel collegarlo a una famigerata tesi marxiana, che di recente ha trovato conferme empiriche: è la tendenza verso la centralizzazione dei capitali nelle mani di un manipolo sempre più ristretto di grandi proprietari, avvalorata dal fatto che oltre l’ottanta percento del capitale azionario mondiale è ormai controllato da meno del due percento degli azionisti. Detto con una metafora, i dati indicano che il pesce grosso mangia il pesce piccolo e così diventa sempre più grosso. Ebbene, il guaio di questa tendenza è che porta alla formazione di imponenti blocchi monopolistici, i quali sono prima o poi destinati a scontrarsi sui mercati internazionali in una lotta non più solo economica ma anche militare. Ossia, una guerra imperialista.

Magari a pezzi, come si usa dire oggi. Se così stanno le cose, tocca pure correggere Goya. Non è il sonno della ragione ma è la stessa «ragione» capitalistica – la sua «legge» di movimento – che a quanto pare genera i mostri della guerra.

Il fiducioso Pinker replicherebbe che una tale angosciosa prospettiva trova un fiero ostacolo nello spirito pacifista delle democrazie liberali, a suo avviso poco inclini al conflitto militare. In realtà, l’ipotizzata riluttanza delle democrazie capitaliste verso la guerra trova riscontri modesti, soprattutto negli ultimi tempi.

ANCHE IN TAL CASO è probabile che giochi un ruolo la tendenza verso la centralizzazione dei capitali. Dopotutto, se il potere economico si concentra, presto o tardi tocca pure concentrare il potere politico in poche mani. Si spiegherebbe così pure l’odierna smania di «riforme» per rafforzare i poteri dei governi e ridurre le aule parlamentari all’irrilevanza. Con l’effetto, tra l’altro, di abbattere le residue difese democratiche contro le nuove fiammate di militarismo.

Lo scrittore di fantascienza Ray Bradbury diceva che una distopia non serve a descrivere un orrido futuro ma a prevenirlo. Iniziamo allora la prevenzione dicendo una verità. Le principali minacce alla democrazia e alla pace non vengono da qualche nemico esterno, ma dalle tendenze di fondo del capitalismo contemporaneo.

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giovedì 31 agosto 2023

Bilancio pubblico, da noi trionfano i predatori – Emiliano Brancaccio

 

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti Ricordate la storiella secondo cui il ceto medio si sarebbe allargato a dismisura e saremmo tutti diventati dei piccoli, pasciuti capitalisti? Anni fa questa immane sciocchezza la ripetevano in molti, inclusi autorevoli leader della sinistra. Oggi però la litania non va più di moda. Persino l’Ocse ha ammesso che nel mondo sta avvenendo un fenomeno esattamente opposto, di erosione dei ceti intermedi e di polarizzazione tra i gruppi sociali. Al punto che, negli olimpi della ricerca economica, si assiste a un recupero del concetto marxiano di «classe». La contrapposizione tra capitale e lavoro, cioè, resta un duro fatto di cui occorre tener conto se si vuol comprendere una realtà altrimenti indecifrabile. Inclusa la realtà del bilancio statale.

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti. Vale a dire, dagli abitanti delle regioni povere a quelli delle regioni ricche, dai malati ai sani, dai bisognosi di assistenza agli autosufficienti, dai figli degli analfabeti di ritorno ai figli degli acculturati, dai proletari ai proprietari, dai salariati ai percettori di rendite e profitti. James Galbraith l’ha definita una lotta che vede i capitalisti nel ruolo di «predatori dello Stato»: impegnati ad accaparrarsi risorse che un tempo venivano trasferite alle classi inferiori.Il fenomeno è di portata globale. Ma l’Italia, più di altri paesi, si sta rivelando un habitat eccezionalmente favorevole per le scorribande dei «predatori dello Stato». Il governo Meloni, al riguardo, offre esempi rilevanti.

Consideriamo l’abolizione del reddito di cittadinanza. Nelle regioni più martoriate dalla povertà e dal lavoro nero, il reddito agiva come una sorta di salario minimo di fatto. La sua eliminazione comporterà quindi un trasferimento non semplicemente dagli indigenti allo Stato, ma più in generale dai lavoratori ai capitalisti. Pensiamo poi alla riforma fiscale con cui il governo intende scendere ad appena tre aliquote di prelievo, con una ulteriore ipotesi di «scudo» a favore delle rendite. È l’ennesimo colpo inferto al principio costituzionale di progressività delle imposte. Ricordando che negli anni Settanta esistevano ben ventidue aliquote e non c’erano privilegi per i rentiers, comprendiamo la forza con cui, da decenni, i «predatori» spostano i carichi fiscali sulle spalle delle classi subalterne.

Ma ci sono anche esempi più subdoli. Esaminiamo la riduzione del cuneo fiscale, che a dire dei ministri in carica dovrebbe dare ampio sostegno ai salariati. Se la confrontiamo con l’inflazione degli ultimi tre anni, che ha accresciuto non solo i profitti ma anche il valore nominale del bilancio statale, ci rendiamo conto che l’intervento sul cuneo non è nemmeno un pannicello caldo. È una beffa.

Infine, analizziamo la proposta, avanzata dal ministro dell’economia, di un rilancio delle privatizzazioni. Se osserviamo gli effetti delle dismissioni record attuate dall’Italia nei decenni passati, scopriremo che il loro impatto in termini di cassa è stato ben diverso dalle attese, per un motivo evidenziato anche dalla Corte dei conti: se è vero che all’atto della vendita lo Stato incassa dai privati, è altrettanto vero che negli anni successivi perde le entrate che venivano dalle aziende di cui era proprietario, con un risultato complessivo che spesso risulta persino negativo per i conti pubblici.

Ancora dalla Corte dei conti, del resto, si scopre che il vero effetto delle privatizzazioni è stato un altro: vale a dire, un impatto incerto sui prezzi, negativo sui salari, molto positivo sui profitti. Ancora una volta, una redistribuzione alla rovescia nell’interesse dei «predatori».

Molto ci sarebbe da fare per un’opposizione intenzionata a contrastare questo spaventoso asservimento del bilancio statale agli esclusivi interessi della classe egemone. Bisognerebbe tuttavia iniziare da un’onesta ammissione. Dalle riforme regressive del fisco alle privatizzazioni, molte misure attuate oggi da Meloni e soci sono state pane quotidiano per vari governi di centrosinistra. La dura lotta contro i «predatori», se davvero comincia, parte dall’autocritica.

 

da Il manifesto

 

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lunedì 22 febbraio 2021

c'è chi dice no a Draghi

  

“Draghi al servizio di Bruxelles, ogni democratico dovrebbe dire di no”

 

Alessandro Gilioli intervista Yanis Varoufakis

 

Ministro delle Finanze greco proprio durante la crisi finanziaria che portò Atene a un passo dalla bancarotta, Yanis Varoufakis commenta con il direttore Alessandro Gilioli l’ipotesi di affidare il nuovo Governo a Mario Draghi.

* * * *

Lei ha conosciuto molto bene Draghi quando era ministro delle finanze in Grecia. Ci può dire che impressione le ha fatto dal punto di vista umano, ma soprattutto dal punto di vista della sua visione politica?

Umanamente Draghi è come tutti gli altri a Bruxelles e Francoforte, almeno per come lo ricordo all’Eurogruppo. Politicamente è al servizio dell’ordine finanziario. Tecnicamente è molto capace, e ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment. In questo senso è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino, e di fingere che il Recovery Fund è veramente la salvezza dell’Italia. Mentre non è altro che un pacchetto di debiti.

 

Quindi lei ritiene che abbiano ragione quelli che dicono che in Italia non abbiamo la Troika, perché ce la siamo fatta da soli. È Draghi stesso la Troika in casa?

Non sarebbe la prima volta, è già successo con Mario Monti, un altro uomo intelligente il cui governo tecnico ha agito come voleva la Troika, altrimenti sarebbe arrivata la Troika vera e propria. E’ così che che le cose funzionano nell’Eurozona, specialmente nei paesi vicini alla bancarotta, quelli che non sono sostenibili all’interno di questa unione monetaria, dove le decisioni politiche vengono dettate dall’estero, dai centri del potere finanziario e con il supporto entusiasta delle oligarchie locali, greche o italiane che siano, contro la grande maggioranza delle persone, del popolo.

 

D’altra parte molte persone esaltano la competenza di Mario Draghi. Molti dicono “è così qualificato, competente, prestigioso. Molto meglio del ceto politico che finora abbiamo visto in Italia”.

Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. la grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani.

 

Un’altra domanda che tutti si fanno è che cosa farà Draghi. Se è di destra o di sinistra. Se toccherà le pensioni, se toccherà il welfare. Se darà soldi alle aziende e come spenderà i soldi del Recovery Fund. Lei cosa ne pensa?

Draghi non sarà autonomo, come non lo era l’ex premier Monti. Dovrà riferire a partiti che ormai sono degli zombie ma soprattutto a Bruxelles e Berlino. Potrebbe anche avere una sembianza abbastanza keynesiana e socialdemocratica, in pubblico magari incolperà perfino Bruxelles, Francoforte e Berlino di non sostenerlo abbastanza, ma eseguirà tutti i loro imperativi.

 

Se lei fosse un membro del Parlamento italiano e si trovasse di fronte all’alternativa tra Draghi e le elezioni, nelle quali probabilmente vincerebbe l’estrema destra, lei cosa farebbe?

Come democratico, voterei sempre contro un tecnocrate come Mario Draghi, è essenziale che noi difendiamo il diritto delle persone di scegliere chi le governa. E oltre a questo devo dire che personalmente ricordo bene quando Draghi è stato decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles. Penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo.

da qui

 

 

Draghi e il fragoroso silenzio su Regeni - Alberto Negri

 

Per il neo primo ministro la nostra politica estera, fuori dell’europeismo e dall’atlantismo, si liquida con otto righe. Ignorata la Libia, dimenticato l’Egitto. Forse passerà le patate bollenti a un Di Maio estromesso dall’Europa

 

Visto da Draghi il mondo è vicino e lontano allo stesso tempo. Molto vicino a Berlino, alla Bce di Francoforte e alla Merkel che insieme alla Francia, sono l’ancoraggio, un po’ traballante un verità, di questa Italia a due sole velocità, europeista e atlantista fino allo spasimo.

La Merkel tra l’altro a settembre lascia il posto di cancelliere e non è detto che la costruzione europea regga bene, visto che lei, come ben sa Draghi da capo della Bce e salvatore dell’euro, ne è stata il condizionamento ma anche la colonna portante.

Il mondo visto dal «banchiere di tutti» è lontano quando ci si allontana dall’asse Berlino-Parigi. Nel suo discorso al senato il resto del mondo, dal Mediterraneo ai Balcani, ha meritato l’altro giorno soltanto otto righe. Anzi sul caso Regeni (e su Zaki) che scuote da cinque anni i governi e l’opinione pubblica è calato il silenzio più totale. Un bel silenzio non fu mai scritto dicono i saggi ma nell’ufficio studi del presidente del Consiglio deve essere successo qualche cosa: o non hanno letto i giornali negli ultimi tempi, oppure l’hanno fatto apposta.

Insomma per Draghi la nostra politica estera, fuori dell’europeismo e dall’atlantismo, si liquida con otto righe. Mica tanto in un discorso durato un’ora.

È vero che non si può entrare troppo nello specifico ma visto che si è dilungato a parlare persino degli istituti tecnici non si vede perché si debba ignorare il caso dell’Egitto, di Giulio Regeni e di Zaki.

Il caso Regeni, con la Libia, costituisce il problema irrisolto di tutti i governi negli ultimi cinque anni. Non solo: la procura di Roma ha accertato la responsabilità in giudizio della polizia e dei servizi egiziani che hanno torturato e ucciso un cittadino italiano mentre il Cairo ci sta costantemente umiliando negando la sua collaborazione e prendendo in giro sia l’Italia che la sua magistratura. Questo silenzio di Draghi è tanto più rilevante in quanto lo stesso premier ha menzionato le violazioni della Russia sui diritti umani.

Come diceva Andreotti, citando un Papa e un cardinale, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina. Forse Draghi vuole scaricare la patate bollente del caso Regeni e di Zaki, lo studente egiziano di Bologna detenuto ingiustamente, al ministro degli Esteri Di Maio, che non potendo toccare palla in Europa e probabilmente fortemente limitato dal nuovo consigliere diplomatico di Draghi, l’esperto ambasciatore Mattiolo, verrà mandato in giro per il Mediterraneo e i Balcani.

Certo che questo silenzio su un caso che ha scosso e continua a scuotere l’opinione pubblica italiana qualche pensiero malevolo lo solleva. Forse – ma è solo un’ipotesi – Draghi non vuole mettere in pericolo le nostri forniture di armi (10 miliardi di euro di contratti) con il generale e dittatore Al Sisi.

Le guerre probabilmente sono collocate per Draghi in un mondo remoto lontano dagli ovattati corridoi delle banche che di solito frequenta: qualcuno dovrà spiegargli che in violazione delle nostre stesse leggi stiamo vendendo jet da addestramento della Leonardo a un Paese in guerra come l’Azerbaijan che con la Turchia e il sostegno di Israele ha aggredito l’Armenia. Draghi, gesuita di vaglia, cita il Papa ma si dimentica dei cristiani. Strano.

L’impressione è che con il banchiere di tutti noi siamo molto più che atlantisti, siamo schierati con gli Usa, naturalmente, la potenza occupante, ma anche con il Patto di Abramo tra Israele e gli arabi del Golfo che finanziano a piene mani l’Egitto e ci compra le armi. Non una grande svolta. Il silenzio di Draghi su Regeni è già fragoroso.

 

(da il manifesto)

 

da qui

 

 

La selezione naturale - Massimo De Angelis

 

Una civiltà è la meta-cultura di un tempo e designa i modi di relazione dominante al fine della riproduzione sociale. La pandemia è solo l’ultima delle rivelazioni di come la pratica civilizzatrice del capitalismo sia un modello di riproduzione sociale e ambientale violento, discriminatorio e distruttivo. La designazione di Mario Draghi a presidente del consiglio non sarà certamente l’occasione per cambiare modello. Al contrario, corona il capitale finanziario a guida del capitale in generale, in una fase critica attraversata da domande fondamentali e tensioni sociali profonde non solo per il destino dell’accumulazione capitalistica ma anche della sua modalità civilizzatrice.

Come ci ha fatto notare un recente articolo di Marco Bersani su il manifesto, Mario Draghi è parte del Gruppo dei 30, un think tank internazionale composta da grandi capitali finanziari e personalità come Yi Gang (governatore della Banca Popolare della Cina), o Janet Yellen (di recente nomina a segretaria del tesoro dal presidente Biden). Il Gruppo dei 30 ha stilato un rapporto su come affrontare il dopo pandemia, presentato dallo stesso Draghi in un video sul sito del gruppo. Quello che mi interessa sottolineare di questo rapporto è la questione della solvibilità di imprese e settori del dopo pandemia, e della necessaria selezione che si dovrà operare per distribuire le risorse del Recovery Plan.

Nel Recovery Plan europeo — e la stessa logica si può applicare anche a quello di Biden — non ci saranno soldi per tutti, occorrerà scegliere una strategica. Non c’è dunque solo la questione della priorità tematiche del Recovery (conversione ecologica, digitalizzazione etc.), ma anche l’esigenza di stabilire criteri per selezionare quali imprese riceveranno aiuti e quali invece saranno lasciate andare in fallimento. Sì, perché se fino ad ora la crisi si è manifestata come crisi di liquidità, si sta entrando ora nella prospettiva di crisi di solvibilità: la recessione economica innescata dalla pandemia, ha portato il mondo delle imprese (piccole o grandi che siano), a stratificarsi in livelli diversi di vulnerabilità finanziaria attraverso l’accumulazione di debiti insostenibili. Su quali basi selezionare quelle da aiutare e quelle no? Sulla base del loro percepito contributo alla ripresa della crescita. Non è più questione di prendere tempo provvedendo liquidità alle imprese in difficoltà, ma bisogna focalizzarsi su “questioni strutturali e sulla solvibilità” e sulla “salute di lungo periodo del settore delle imprese”. Questo significa che occorre cambiare approccio: “da misure generali dobbiamo spostarci su misure con obiettivi precisi che permettono di stabilire una nuova allocazione delle risorse”.

Questa dovrà essere effettuata privilegiando le risorse più “produttive”, cioè quelle che permettono di aumentare competitività e ridurre lo spettro dell’insolvenza. E per il Gruppo dei 30 “è critico in questa fase che la politica pubblica si orienti verso una forte ripresa economica”. E come si garantisce la ripresa economica? Lasciar fare agli esperti, cioè “prendendo vantaggio delle capacità del settore privato laddove esistono, al fine di sfruttare le scarse risorse pubbliche e fare utilizzo delle competenze del settore privato per valutare la fattibilità delle imprese”. Selezionare chi sta dentro e sta fuori, scegliere dove andare, dove investire risorse ed energie sociali, cosa fare, è il passo principale di costruzione del nostro mondo, della nostra realtà. Selezionare è operare una distinzione, è creare il mondo nel quale si vive e si coopera, è distinguere chi sta dentro e chi sta fuori, ciò che noi stabiliamo cosa è bene in dati contesti e ciò che è male. Secondo il Gruppo dei 30 questa selezione non la deve fare la moltitudine attraverso un dibattito pubblico e strumenti (vecchi o nuovi) di rappresentanza politica, in un contesto di una molteplicità di crisi sociali, violenze, diseguaglianze, indegnità e collasso ecologico. La deve fare lo stesso algoritmo sociale che ci ha portato a devastanti crisi sociali, al collasso ecologico e al contesto per l’esplosione pandemica: il mercato.

Diamo dunque in mano al mercato la scelta strategia di dove investire sul nostro futuro, come se non ne avessimo avuto abbastanza. Questa sarà la politica di Mario Draghi. E sebbene sia “legittimo” che molti paesi vogliano rispondere con politiche strategiche “come l’ecologizzazione dell’economia economia o la digitalizzazione”, è anche importante “un attento bilanciamento del desiderio di dirigere il processo di cambiamento contro la necessità di evitare di imporre vincoli eccessivi alle imprese in difficoltà o un’allocazione un’allocazione troppo ristretta del sostegno in troppo pochi settori o imprese specifiche”. In altre parole, se fanno profitti, anche se sono produzioni dalla bassa utilità sociale o ad alto impatto ambientale, lasciateli vivere e prosperare. E nella misura in cui ci sarà cogestione, ci sarà contrattazione sociale, si faranno sedere insieme rappresentanti sindacali e industriali, associazionismo socio-ambientale e politici, tutto ciò servirà non a definire scelte strategiche (quelle lo fa il mercato sulla base di considerazioni non sociali e ambientali, ma puramente economiche di crescita del PIL e dei profitti), ma a cercare di garantire una pace sociale affinché si lasci lavorare il mercato per operare quelle scelte strategiche.

No, in questo approccio non c’è risonanza con i desideri e le speranze del comune. Si selezionerà a quale imprese dare soldi e quali no, secondo criteri di prospettive di crescita e competitività e non di utilità sociale e ambientale. Una vecchia logica che i poteri forti del capitale hanno la faccia tosta di ripresentare. Le imprese che saranno giudicate insolventi, saranno mandate sotto, con gravi conseguenze occupazionali. Le imprese che riceveranno finanziamenti sulla base della loro futura competitività, saranno incoraggiate a innovare e ad aumentare la produttività, il che vuol dire che l’occupazione indotta, se non cala, non crescerà neanche in maniera significativa. Eccoci dunque che ci troveremo con gli stessi problemi di oggi ma ingigantiti ulteriormente: crisi occupazionale e di welfare, meccanismo economico di polarizzazione del reddito (competizione), e crisi ambientale dovuta alla natura estrattiva della competizione economica.

In questo contesto, la battaglia per un reddito di base universale è centrale. Ma anche una battaglia su cosa significhi veramente democrazia e libertà, perché affidare scelte fondamentali per la vita e la riproduzione sociale al mercato non è proprio parte di una concezione virtuosa né della democrazia né della libertà.

da qui

 

La distruzione creativa - Marco Bersani

Figure mitologiche antichissime, i draghi da sempre incutono timore, sia che simboleggino la saggezza e la nobiltà come nelle culture orientali, sia che rappresentino i divoratori del mondo come nelle culture occidentali.

Non sorprende dunque che anche il contemporaneo Mario Draghi faccia riemergere un timore ancestrale, paradossalmente espresso dalla schiera dei suoi adulatori: come spiegare altrimenti le costanti sottolineature del lato umano della persona “che ha avuto un attimo di commozione al momento dell’incarico” o “che al liceo passava i compiti ai compagni”?

Lo stesso meccanismo si riproduce intorno al dilemma su che farà Draghi da capo del governo.  Non dovrebbe essere difficile immaginarlo, dato il curriculum del “nostro” e una lineare carriera al servizio dell’espansione dei mercati finanziari nella società; invece, anche qui, assistiamo alla spasmodica ricerca del dettaglio di discontinuità, tra chi sottolinea la laurea di gioventù con Federico Caffè e chi, improvvisandosi archeologo, rintraccia la riga del tal articolo, da cui traspare un’attenzione al destino dei poveri.

Per capire cosa ci aspetta, può essere utile rifarsi all’ultimo rapporto -dicembre 2020- del “Gruppo dei Trenta”, organizzazione privata formata da importanti economisti e finanzieri internazionali, tra  i quali Mario Draghi.

Il rapporto parte dall’aumento del debito delle imprese, reso esponenziale dagli effetti della pandemia, e dalle conseguenti difficoltà del sistema bancario, che si ritrova stracolmo di crediti deteriorati.

Che fare dunque, secondo l’autorevole pensatoio? Il compito del pubblico dev’essere il sostegno al sistema finanziario, attraverso la creazione di istituti ad hoc (bad bank), sui quali convogliare i crediti inesigibili delle banche, in modo che queste possano sostenere la ripresa dell’economia.

Ripresa che non dovrà essere indiscriminata, bensì affidata alla “distruzione creativa” del capitalismo, in base alla quale solo le imprese redditizie dovranno essere sostenute, abbandonando le altre al loro destino.

A chi sarà affidato il compito di giudicarne la redditività? Al mercato, ça va sans dire. E che ne sarà delle centinaia di migliaia di persone che perderanno il lavoro? A loro il rapporto dedica una riga (per la gioia degli archeologici adulatori) per proporre interventi generici di riqualificazione.

Proviamo in poche righe a immaginare un altro scenario, che parta dalla crisi epocale provocata dal cambiamento climatico e dalla diseguaglianza sociale: l’intero sistema produttivo andrebbe rivoluzionato per mettere agricoltura, industria e terziario al servizio della cura del pianeta, della società e delle persone.

Anche questo scenario comporterebbe una distruzione creativa, (chiusura di attività nocive e apertura di attività ecologicamente e socialmente orientate) ma di segno diametralmente opposto: sarebbero le collettività e non il mercato a decidere ‘cosa, come, dove e perché’ produrre, mentre il sistema bancario e finanziario, socializzato, sarebbe messo al servizio dell’interesse generale e la garanzia di un reddito di base per tutte le persone permetterebbe una transizione veloce e condivisa.

Solo fantasticherie? La cifra del governo Draghi rappresenta un salto di qualità dei poteri finanziari con l’obiettivo di imporre tre direzioni di marcia: drenare tutte le risorse pubbliche a favore delle imprese competitive sui mercati internazionali, creare le premesse per il ripristino prima possibile della gabbia del debito e delle politiche di austerità, approfondire l’espropriazione di democrazia.

Se il realismo è un caldo invito a impugnare il violino e accomodarsi sul ponte del Titanic, è questo il momento di immaginare e di agire per la vita e la sua dignità.

 

*articolo pubblicato su il manifesto per la rubrica Nuova Finanza Pubblica

 

da qui

 

 

L’impresa può tutto - Paolo Cacciari

 

Quando sento dire – e lo sento dire sempre più spesso -: “L’impresa non può guardare solo all’indice dei profitti, ma deve essere corporate responsability e avere a cuore non solo gli interessi degli azionisti e dei manager, ma di tutti i suoi stakeholders (dipendenti, fornitori, clienti, abitanti del territorio circostante presenti e futuri), al fine di generare valore sociale, servizi, saperi, cultura…”; insomma, l’impresa deve essere friendly, capace di prendersi cura direttamente del benessere delle persone, – lo confesso – mi inquieto un poco. Cosa significa? Che le imprese (aziende, società di capitali e altre forme giuridiche delle attività economiche che hanno lo scopo di produrre o scambiare beni e servizi – secondo il Codice Civile), sole o associate, sono in grado di dare risposte a tutto ciò di cui necessita la collettività? Ovvero, che ogni attività umana deve trasformarsi in impresa? Cosa, del resto, già ampiamente successa in molti settori: ad esempio gli ospedali sono diventati “aziende ospedaliere” e le Università hanno un Consiglio di amministrazione dove siedono gli “investitori” privati. Tant’è che è in uso dire: “Azienda Italia” per indicare l’intero Paese.

La conclamata “coesione sociale” – il nuovo brand che sembra abbia scelto Draghi per il suo governo -, più che tra cittadine e cittadini portatori/rici di diritti e doveri di solidarietà, è immaginata tra possessori di particolari interessi “posti in gioco” sul mercato (stake), per l’appunto. Se non sei di una impresa, o se non ti sei “fatto impresa” non fai parte dello sforzo produttivo nazionale, non sei utile e quindi meritevole di pubblica considerazione. Nessuna emersione del lavoro riproduttivo e di cura domestico, nessuna compartecipazione alla redditività sociale, nessun reddito di esistenza, nessuno spazio per forme di autogestione e autogoverno economico delle comunità locali, ma – se va bene – avviamento al lavoro nelle imprese ben capitalizzate.

La retorica del “nuovo tipo di capitalismo” resettato (Reset Capitalism), o reinventato (Reinventing), lanciata al World Economic Forum di Davos dal suo guru, Klaus Schwab: “Mai più profitti senza etica”, è molto accattivante: immagina un capitalismo ecologico, inclusivo, persino democratico. Ci fa intendere che potremmo fare a meno dei pesanti e opprimenti apparati pubblici e dei costosi servizi collettivi, tanto ci pensano le imprese ad assicurare (è la parola giusta che evoca previdenza e welfare privati, aziendali – appunto!) a tutti e a tutte una esistenza migliore. L’impresa e il suo ambiente vitale, il mercato, sono le istituzioni portanti dell’economia e di conseguenza delle relazioni sociali. Le altre istituzioni, pubbliche e comunitarie, se proprio vogliono esistere, seguano l’intendenza a supporto.

Come ha scritto Mario Draghi recentemente, lo stato è legittimato ad intervenire in campo economico solo in presenza di conclamati «fallimenti del mercato» (Rapporto sulle politiche post-COVID redatto dal think tank G30 fondato dalla Rockefeller Foundation). Ma c’è qualche cosa che non torna. Quando leggo che la Grande Trasformazione green e resiliente del sistema economico non può fare a meno dell’apporto attivo delle imprese (e per questo le cancellerie e le banche centrali di tutto il pianeta le agevolano con lauti finanziamenti e generose defiscalizzazioni) mi sembra una cosa ovvia, ma fuorviante, perché nasconde il fatto che è stato proprio il sistema delle imprese nel libero (deregolato) mercato globalizzato a provocare i guasti ambientali e sociali in cui siamo precipitati. La crisi climatica è solo una delle catastrofi in corso. Un’altra è quella dell’immenso debito creato dalle banche che strozza gli stati, le imprese e le famiglie (vedi, di Paolo Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, 2020). Così quando vedo i nuovi miliardari delle Big Data fare a gara, con le loro fondazioni filantropiche, per “restituire alla società ciò che la società ha dato” loro (vedi di Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo, EMI, 2020), mi viene in mente un santo ritenuto tra i precursori dell’etica capitalista, Sant’Agostino: “Dona quello che hai per meritare di ricevere quello che ti manca”.

Infine, quando vedo il capo della lobbying dell’alta finanza sommare la carica di capo di governo (senza nemmeno avere bisogno del conferimento onorifico di un seggio senatoriale) allora capisco che davvero le imprese possono tutto.

da qui

 

 

 

“Draghi al governo? Non un keynesiano ma un distruttore creativo”

 

Massimo Franchi intervista Emiliano Brancaccio

 

“Le risorse del Recovery Plan sono molto modeste rispetto all’enormità di questa crisi. Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai governi “tecnici” che l’hanno preceduto”

Professor Emiliano Brancaccio, lei è sempre stato molto critico con Mario Draghi. Non è sorpreso da un consenso così ampio per il suo governo anche a sinistra?

Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier viene presentata in base a una narrativa “tecno-keynesiana”: cioè l’idea che questa volta è diverso, che il tecnico è chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. Questo contribuisce al consenso generalizzato. Ma su questa idea che Draghi incarni un’ottica di tipo keynesiano io ho molti dubbi.

 

Lei contesta che il fatto che le risorse ci siano o che Draghi le distribuirà nella maniera migliore?

Io dico che il Recovery plan ha risorse modeste rispetto ad una crisi doppiamente più grave rispetto al 2011. Se infatti prendiamo i 209 miliardi che devono arrivare all’Italia, abbiamo 127 miliardi di prestiti che – in una ragionevole previsione sullo spread – non portano oltre un risparmio di 4 miliardi l’anno.

Per quanto riguarda gli 82 miliardi a fondo perduto il problema è la copertura del bilancio comune europeo che al momento è molto al di là da venire – c’è solo l’idea di una tassa sulla plastica – e quindi toccherà agli stessi stati membri coprire come di consueto in base al proprio Pil: ciò significa che l’Italia non pagherà meno di 40 miliardi. Infine, va considerato che l’Italia anche nei prossimi anni sarà «contributore netto» dell’Ue per 20 miliardi. Dunque restano 22 miliardi netti, cioè meno di 4 miliardi netti all’anno. Insomma, tra risparmi sugli interessi e risorse a fondo perduto, saranno meno di 10 miliardi netti l’anno. Se si considera che l’Italia ha visto distruggere 160 miliardi di Pil nel 2020, è chiaro che si tratta di risorse molto modeste. Per questo dico che il governo Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai vecchi governi “tecnici” dell’austerity.

 

Il consenso, anche dei sindacati, è basato sull’impegno al dialogo sociale. Però è vero che nessuno sa cosa pensa Mario Draghi ad esempio dello stop ai licenziamenti che scade a fine marzo…

Forse però qualcosa sappiamo. In questi giorni si fa molto riferimento al Draghi allievo di Federico Caffe. Certo, alla Bce è stato keynesiamo – anche se non so se Alexi Tsipras sarebbe d’accordo – ma è sempre stato un assertore delle virtù selettive del mercato. E questo è confermato dall’ultimo documento ufficiale che ha redatto a metà dicembre da capo del comitato esecutivo del “gruppo dei 30”. In quel documento non evoca le magnifiche sorti della politica keynesiana. Tutt’altro: dice esplicitamente che le “imprese zombie” devono essere liquidate e bisogna favorire il passaggio dei lavoratori alle imprese virtuose – quindi flessibilità del lavoro. Io la chiamo una visione da «distruttore creativo» perché il passaggio dei lavoratori in un momento di crisi è piuttosto fantasiosa e nella totale assenza di una pianificazione del cambiamento non sarà indolore. Insomma, Draghi sembra uno schumpeteriano – colui che definì «la distruzione creatrice» – in salsa liberista.

 

Questo farebbe il paio con l’idea di mantenere il Reddito di cittadinanza, magari puntando sulle mitiche politiche attive per ricollocarli.

In questa logica dell’affidarsi al meccanismi selettivi del mercato, il Reddito di cittadinanza – nella forma specifica di sussidio – ci sta bene perché crea un cuscinetto temporaneo. I pericoli grossi stanno altrove: temo sarà ostile al blocco dei licenziamenti così come temo che possa promuovere una riduzione della cassa integrazione, ridimensionata verso un sussidio di disoccupazione coerente con un liberismo temperato.

 

Stessa cosa per le pensioni? Quota 100 non ha funzionato ma a fine 2021 – grazie a Salvini – si torna alla Fornero con lo scalone.

Sulle pensioni gli interessi prevalenti spingono tuttora per ripristinare la previdenza complementare e portare i lavoratori sul mercato finanziario. Così come verso un aumento dell’età di pensionamento. L’unica verità è che bisognerebbe ripristinare una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali: le pensioni future saranno così modeste che servirà un intervento fiscale oltre i contributi.

 

Maria Cecilia Guerra sul Manifesto ha sostenuto che ha una logica stare dentro il governo per condizionare le politiche che farà.

Io credo che questo tipo di “entrismo” sia sbagliato. I “tecnici” non fanno altro che accelerare la tendenza storica al depotenziamento delle istituzioni parlamentari e della esecutivizzazione del processo politico, concentrando nelle mani del governo il potere decisionale. Dubito fortemente che un’adesione, pur critica, possa condizionarne la linea.

 

Però è vero che gli esecutivi tecnici non sono mai durati molto: Ciampi 8 mesi, Monti 1 anno e mezzo. Gli si stacca la spina quando si capisce che fa cose sbagliate.

A maggior ragione meglio restare fuori. Anche perché quei governi sono durati poco ma hanno comportato cambiamenti di politica economica colossali, che ancora paghiamo.

 

Se le cose stanno così, quale prospettiva può avere la sinistra? Conflitto? Sciopero generale?

Per quanto duro sia questo periodo storico, bisogna rilanciare la lotta sociale. Non è possibile che gli unici in grado di mobilitarsi siano i rappresentanti degli interessi reazionari e piccolo borghesi. Serve che la classe subalterna si eserciti nuovamente nella lotta per il progresso sociale e civile.

da qui

venerdì 10 aprile 2020

Draghi indica il futuro ma dribbla una domanda: chi pagherà questa crisi? - Emiliano Brancaccio




Tra le inettitudini di chi insiste nel considerarla una recessione passeggera e ritiene di poterla gestire con i consueti strumenti di politica economica, Mario Draghi ha avuto il merito sul Financial Times di sgombrare il campo dalle illusioni e di riconoscere la dimensione effettiva di questa crisi senza precedenti.
L’ex presidente della BCE dichiara che siamo “come in guerra”, e come è sempre accaduto durante e dopo le guerre la risposta di politica economica “dovrà consistere in un aumento significativo del debito pubblico”. A suo avviso, “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”. Draghi aggiunge che dalle finanze pubbliche bisognerà tirar fuori anche il capitale di cui le banche avranno bisogno per coprire i debiti privati divenuti inesigibili: un modo discreto per chiarire che gli Stati potrebbero esser costretti a riacquisire una parte consistente delle banche, e non solo di quelle. Per queste ragioni, “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.
Persino alcuni tra i più arcigni nemici del debito pubblico oggi riconoscono che quella suggerita da Draghi è l’unica via in grado di scongiurare una depressione di lungo periodo. Nell’indicarla, tuttavia, l’ex presidente della BCE elude una questione cruciale: anche se si eviterà la deflazione da debiti e la connessa depressione, i costi di questa crisi saranno pesanti. Chi li pagherà? Su quali gruppi sociali ricadrà l’onere del tracollo in corso? Sostenere che il debito pubblico assorbirà l’impatto non è sufficiente. Prendendo spunto da un’altra recente proposta pubblicata sul Financial Times, è possibile approfondire la questione sotto quattro aspetti cruciali.
In primo luogo, affinché l’espansione del debito pubblico sia governabile non basta sperare, come fa Draghi, che i tassi d’interesse resteranno bassi “probabilmente” anche in futuro. Come ho sostenuto in una discussione con Olivier Blanchard, diversamente da quel che pensano gli economisti mainstream il tasso d’interesse è questione non di “probabilità” ma di politica: si tratta cioè di una variabile che va tenuta ai minimi livelli possibili con una politica di governo dei mercati che consiste nel blocco della speculazione, nel controllo dei movimenti di capitale e più in generale in quella che va sotto il nome di “repressione finanziaria”. Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori.
In secondo luogo, l’uso delle risorse derivanti dall’espansione del debito pubblico non può basarsi su forme più o meno surrettizie di “helicopter money”. Oggi questa formula viene considerata una benefica eresia ma pochi ricordano che essa trae origine da un approccio alla teoria e alla politica monetaria di tipo conservatore, che era fondato sulla “neutralità degli effetti distributivi”: ossia erogazioni uguali per tutti, ricchi o poveri che fossero. Attuare questa politica, come si tenta di fare negli USA, è sbagliato. Piuttosto, combinate con una politica fiscale nuovamente progressiva, le risorse finanziarie derivanti dall’espansione del debito pubblico dovrebbero esser distribuite in modo selettivo, sostenendo in primo luogo i redditi dei gruppi sociali più svantaggiati e la solvibilità delle imprese situate al centro delle catene input-output.
In terzo luogo, al di là dei problemi di debito, di solvibilità e di domanda, non va dimenticato che questa è una crisi che investe anche il lato dell’offerta. Se le misure di distanziamento sociale dureranno a lungo, ci sarà un impatto inevitabile sull’efficienza complessiva dei sistemi economici, con una caduta della produttività del lavoro e degli altri input e un conseguente aumento dei costi di produzione e distribuzione. Questi maggiori oneri potranno ricadere sulle rendite, sui profitti oppure sui salari a seconda del tipo di politica adottata. Minori saranno i tassi d’interesse rispetto all’andamento dei redditi nominali, maggiore sarà la possibilità di alleggerire le attività produttive da carichi fiscali, e quindi maggiore sarà il carico sulle rendite piuttosto che sui profitti d’impresa e sui salari. In ogni caso, una politica di salvaguardia dei salari, delle pensioni e di tutte le forme di sussidio contro eventuali fiammate inflazionistiche si renderà necessaria per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei soggetti sociali più deboli.
Infine, c’è il rischio che prolungati distanziamenti sociali diano anche luogo a problemi di “disorganizzazione” dei mercati, con strozzature nelle catene della produzione e difficoltà di approvvigionamento che potrebbero estendersi ben al di là del settore sanitario. Per contenere tali strozzature e impedire che diventino occasioni di speculazione, è necessario provvedere a una “riorganizzazione” dei mercati tramite moderne forme di pianificazione pubblica, ove e quando necessario anche con amministrazioni mirate delle catene produttive e dei prezzi.
Ovviamente, maggiore sarà il coordinamento internazionale, maggiore sarà l’efficacia delle misure anti-crisi. Tuttavia, come sappiamo, il coordinamento non si sta verificando, men che meno nell’Unione europea. Eppure gli eventi presto saranno soverchianti, e bisognerà agire comunque. Credo sia indicativo, in questo senso, che proprio Draghi nel suo articolo non abbia mai accennato all’Europa unita: lui che la salvò dal tracollo, con questo silenzio sembra suggerire che stavolta potremmo vederci costretti a farne a meno per salvare noi stessi.
L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose.