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mercoledì 17 agosto 2022

Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

 

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale.

Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti. Non è un caso che nella seconda versione del rapporto Ipcc, quella ufficiale, sparisca la necessità di chiudere entro un decennio le centrali a carbone e a gas, venga cancellata la responsabilità del 10% più ricco della popolazione nel super-inquinare, scompaia il settore dell’allevamento industriale dal novero dei grandi produttori di gas serra, e non si faccia più alcun cenno alla scarsa reperibilità delle materie prime necessarie all’impossibile svolta verde del capitalismo globale.

Paradossalmente l’IPCC ha azionato il freno a mano sulla sua analisi proprio mentre è massima la velocità del cambiamento climatico e della crisi alimentare, a cui si aggiungono le aggravanti della guerra e di un riarmo generalizzato nel mondo, tra tutte le più micidiali forze distruttive dell’ecosistema. Le temperature canadesi con i relativi incendi dell’estate scorsa, la siccità diffusa nel mondo, il crollo del ghiacciaio della Marmolada, le masse di emigranti che premono a Ceuta o al confine tra Messico e Stati Uniti, o sulla sponda sud del Mediterraneo, disposti a morire a migliaia pur di superare un confine e scappare alle devastazioni sociali conseguenza anche del cambiamento climatico, dimostrano che siamo già dentro una catastrofe ecologica e che incombono disastri ancora più gravi di quelli sotto i nostri occhi. Solo un anticipo della barbarie che sarà se non si abbattono alla radice senza rimandi, negoziazioni e illusioni di riforme, gli “interessi costituiti” di cui l’IPCC ultima versione “alla vasellina” ha deciso di non parlare più: il modo di produzione capitalistico, e i potentati che lo comandano.

***

Come gli interessi costituiti hanno riscritto l’ultimo rapporto dell’IPCC

Di Juan Bordera, Antonio Turiel (Spanish National Research Council), Fernando Valladares (Spanish National Research Council), Marta García Pallarés, Javier de la Casa (Ecological and Forestry Applications Center), Fernando Prieto (Sustainability Observatory), Ferran Puig Vilar (Engineer and Climate expert). Pubblicato originariamente in CTXT – Contexto y Acción, traduzione pubblicata da MR Online.

Il documento della vergogna. Questo rapporto è una litania di promesse sul clima infrante. Senza una riduzione rapida e profonda delle emissioni di gas serra in tutti i settori, sarà impossibile evitare il disastro climatico verso cui ci stiamo andando alla massima velocità. Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali, ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili. Queste dichiarazioni – che potrebbero appartenere ad un qualsiasi portavoce di un movimento sociale – sono solo alcune delle frasi più forti che il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha proclamato a seguito dell’ufficializzazione dell’ultima parte del report sul clima più importante a livello mondiale, quello del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)].

Si tratta questa volta del gruppo III. Quello incaricato di proporre uno specifico piano di mitigazione, cioè di ridurre le emissioni e cercare soluzioni praticabili (tecnologiche, economiche e sociali) alla più grande crisi che l’essere umano abbia mai dovuto affrontare. La scienza non è mai stata così chiara: dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni per avere la possibilità di mantenere la stabilità climatica che ci permette di vivere su questo pianeta. Ma la Sintesi per politici e dirigenti d’azienda [Summary for Policymakers and Managers (SPM)], che sarà l’unica cosa che la stragrande maggioranza dei politici e dei leader aziendali leggerà, delle oltre 2.900 pagine del rapporto, non è all’altezza del lavoro scientifico sottostante, né della sfida posta dal cambiamento climatico, dalla crisi ecologica e dalla transizione energetica. Questo è l’unico documento ad non essere strettamente scientifico. Il protocollo stabilito dalle Nazioni Unite consente ai paesi, spesso pressati dalle rispettive lobby imprenditoriali, di proporre modifiche e negoziare frase per frase il contenuto di questo documento. Siamo indubbiamente davanti alla parte del rapporto in cui appaiono più chiaramente le due anime del processo di redazione dell’IPCC: le sue luci ed ombre, la sua vera natura insomma, decisamente bipolare.

Con il concludersi dell’ultima fase di revisione del rapporto, che ha richiesto parecchi più giorni del previsto e la cui pubblicazione è stata addirittura ritardata per via dello scontro apertosi sulla revisione della sintesi, una cosa è chiara, cristallina: il belletto che lobby e governi applicano alla sintesi del rapporto nel processo di revisione – documentato anche dalla BBC – è disgraziatamente ben reale, e la ribellione di una parte della comunità scientifica di fronte a questa situazione non solo è più che giustificata, ma, vista l’inerzia domninante, è fondamentale per cercare di risolvere la situazione.

Alcuni mesi fa, grazie ad un gruppo di scienziati dissidenti (Scientist Rebellion), siamo riusciti a pubblicare il leak della prima bozza del gruppo III; l’impatto internazionale è stato immediato – The Guardian, Der Spiegel, CNBC, Yale University etc. Decine di media provenienti da più di 35 paesi hanno fatto eco al messaggio di allerta rossa documentato dalla bozza dell’IPCC fatta trapelare.

L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Per intitolare i propri articoli i giornalisti perlopiù sceglievano tra due delle perle contenute questa bozza, su cui c’era la mano dei soli scienziati. La prima, secondo cui le emissioni dovrebbero raggiungere il picco nel 2025 e diminuire rapidamente, rimane intatto nella versione finale di questa sintesi per i politici. L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Ma non è l’unica cosa ad essere cambiata. Confrontando le due versioni si hanno delle sorprese davvero notevoli. Abbiamo trovato una sfilza di esempi di modifiche che ammorbidiscono una relazione che, se di suo pecca per qualcosa, è proprio per la grande moderazione. Soprattutto, qualcos’altro è cambiato, ed è il mondo. I lavori analizzati nel compendio conclusivo sono stati pubblicati entro una data stabilita: ottobre 2021. Da allora abbiamo subito i primi gravi shock di una crisi, insieme energetica e delle catene di approvvigionamento, che veniva preparandosi da anni. È scoppiata una guerra che ha cambiato forse per sempre la politica e l’economia e sempre più voci avvertono che siamo sull’orlo di una grave crisi alimentare. Quando tutto accelera, la validità delle analisi diventa ancora più effimera.

Questo è probabilmente l’ultimo lavoro corposo dell’IPCC che arriva in tempo per guidare le nostre società nell’affrontare ed evitare il disastro. Alcuni credono che la direzione delineata nel rapporto sia chiara, ma leggendo il riassunto rivolto ai responsabili politici, la sensazione è piuttosto quella di una civiltà che vacilla e sbanda anzi pericolosamente. Una civiltà che si regge su un petrolio sempre più scarso, che deve essere progressivamente abbandonato – come un ghiacciaio che si scioglie sempre più rapidamente. Sia la stabilità climatica che quella energetica dipendono dalla nostra capacità di accettare questa situazione.

Nel processod di revisione, tra la versione della sintesi trapelata ad agosto e quella infine pubblicata, i cambiamenti più notevoli sono i seguenti:

– Scompare il passaggio relativo alla chiusura delle centrali a gas e a carbone entro un decennio. Le lobby dell’industria fossile sono riuscite a smorzare il tono generale della sintesi diretta contro la loro stessa industria. È noto che il ritardo nella pubblicazione del rapporto è dovuto principalmente a questo motivo. I paesi interessati – spicca il ruolo dell’Arabia Saudita – hanno insistito per eliminare questa raccomandazione.

– Si smorzano i toni circa le responsabilità del 10% più ricco. Nella sintesi trapelata ad agosto è stato sottolineato che inquinano 10 volte di più del 10% più povero.

– Molti dei riferimenti alle emissioni dirette dell’aviazione, dell’industria automobilistica e del consumo di carne scompaiono. Di fatto la parola “carne” scompare dal nuovo riassunto. Queste emissioni vengono trattate nel rapporto di recente pubblicazione in associazione ad altre emissioni proprie di questo settore; la loro importanza viene quindi attenuata.

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuta meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti, che esercitano pressioni sui governi. Chi dice che non c’è poesia nelle relazioni scientifiche?

– Viene eliminata una delle frasi che più entravano in contrasto con l’ottimismo tecnologico che pervade il rapporto: “i costi, le prestazioni e l’adozione di molte singole tecnologie sono progrediti, ma i tassi di diffusione e attuazione globali del cambiamento tecnologico sono attualmente insufficienti per raggiungere gli obiettivi fissati in ordine al clima. Un’affermazione che si scontrava nettamente con la logica dei mercati volontari del carbonio e delle grandi aziende.

– Circa il meccanismo di cattura e stoccaggio del carbonio [Carbon Capture and Sequestration]: l’Arabia Saudita, anche qui, insieme ad altri Paesi come il Regno Unito, si è battuta perché venisse conferita forza a questo punto controverso, che permette loro di continuare come se nulla fosse, con assoluta leggerezza. L’ottimismo tecnologico imperante vuole che una tecnologia ancora da sviluppare verrà magicamente in soccorso e consentirà addirittura di “continuare a utilizzare combustibili fossili”. Molto materiale è stato introdotto riguardo a queste tecnologie per giustificare l’idea di emissioni nette pari a zero, idea che ha un fondamento scientifico piccolo, o nullo, e su sui si regge tuttavia la tesi centrale del rapporto.

– Scompare dal riassunto ogni timido accenno ai problemi riscontrati con i materiali necessari alla transizione energetica, indispensabili per lo sviluppo delle rinnovabili, delle batterie o dell’auto elettrica. Nella prima bozza era presente.

– Scompare anche l’accenno alla democrazia partecipativa come uno dei principali strumenti per sbloccare e accelerare una transizione per compiere la quale non c’è quasi più tempo.

– Scompare del tutto il punto secondo cui “gli obiettivi ambiziosi di mitigazione e sviluppo non possono essere raggiunti attraverso cambiamenti graduali”. Sono stati imbellettati i passaggi in cui si cerca di evidenziare come i cambiamenti individuali e graduali non sono sufficienti.

Fortunatamente, se analizziamo il rapporto per intero – immune da pressioni esterne –, possiamo invece trovare un percorso che ci porta, né più né meno, alla necessità di una rivoluzione dei nostri sistemi energetici e socio-economici, lasciando intravedere l’emergente impegno di parte della comunità scientifica verso l’obiettivo della decrescita. È l’unico modo che ci resta per affrontare le molteplici emergenze in cui sono sprofondate le nostre società. La parola “decrescita” – sempre meno tabù – è citata 28 volte nel rapporto completo, contro le zero volte della sintesi per i politici. Viene mantenuta anche la frase che si riferiva alla natura insostenibile della società capitalista, a dimostrazione della genuinità del rapporto.

Per la prima volta l’IPCC fa eco a ciò su cui la società civile richiama da anni l’attenzione, e nei suoi capitoli 14 e 15 denuncia l’ostacolo posto dal Trattato sulla Carta dell’energia [Energy Charter Treaty (ECT)] e dal suo meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS ) per lo sviluppo di politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici. Il fatto è che, dopo essere passato inosservato per tre decenni, oggi questo accordo internazionale per il settore energetico continua a tutelare gli investimenti nei combustibili fossili e permette a investitori e multinazionali – proprio quelli che ci hanno condotto a questo bivio – di citare in giudizio gli Stati quando ritengano che essi abbiano legiferato contro i loro interessi economici, presenti o futuri. I numeri parlano da soli: nella sola Europa le infrastrutture fossili protette dal trattato ammontano a 344,6 miliardi di euro.

La domanda è: possiamo abbandonare i combustibili fossili senza prima abbandonare l’ECT? E perché ciò non è stato inserito nella sintesi per i politici?

Arrivati a questo punto, non basta più inserire citazioni audaci in rapporti i cui riassunti vengono poi annacquati dai lobbisti. Non è solo normale che una parte della comunità scientifica si ribelli e agisca: è più che auspicabile. È proprio ciò di cui abbiamo bisogno per suscitare un dibattito che sembriamo evitare. La questione da dibattere, l’elefante nella stanza, è che dobbiamo cambiare il modello socio-economico, e in fretta. Dobbiamo agire, correre rischi e così stimolare – speriamo – la società a mobilitarsi di nuovo. Dobbiamo abbandonare i combustibili fossili prima che essi abbandonino noi [sotto terra, N.d.E.].

https://pungolorosso.wordpress.com/2022/07/30/come-lipcc-contraddice-per-vilta-se-stesso/

martedì 21 settembre 2021

Il capitalismo è insostenibile - considerazioni pessimistiche* sullo stato del mondo


1


L'IPCC avverte che il capitalismo è insostenibile (qui).

 

Intanto, ci hanno fatto una testa così con il PNRR.

 

Il nostro PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), la cui pronuncia appropriata potrebbe essere solo una pernacchia di Eduardo (qui), non prevede una misura che tutto il mondo dovrebbe adottare: mettere fuorilegge l’obsolescenza programmata, se solo si volesse dimezzare (almeno) il consumo delle materie prime.

 

Ci hanno sempre detto, col sorrisetto sotto i baffi, che a Cuba erano arretrati, con automobili di 50 anni, il frigorifero di 30 anni, ecc. ecc., ignoranti, comunisti, non sapevano cosa è il consumismo, è la sirena e il volano della Crescita .

Passata l'ubriacatura della Crescita (che molti, esseri finiti, hanno pensato fosse infinita) adesso noi sappiamo che i necessari interventi di manutenzione e riparazione degli oggetti sono utili anche per l’occupazione e per le relazioni sociali.

Ormai non si aggiusta quasi più niente, tutto nel mondo è diventato usa e getta.

Non ci sono più i mercatini con gli artigiani che aggiustano tutto, ci sono nei paesi più poveri, noi siamo moderni, le merci ci arriveranno col drone di Amazon.

Se ci fate caso spesso le leggi parlano di rottamazione di auto, elettrodomestici, tv, ecc., con l’idea che i nuovi prodotti che sostituiranno i vecchi saranno tecnologicamente più efficienti, consumeranno forse di meno, ma mai si considera il consumo di materie prime, energia, macchinari necessari per produrre i nuovi prodotti.

 

“…l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto…”, dice un alunno di Marco Lodoli (qui)

 

Bisogna consumare, consumare, consumare, chi ha i soldi, naturalmente, e alla fine crepare, il ciclo della vita, nel capitalismo, è questo.

 

Chi tiene un’auto per 20 anni, un telefono cellulare per 10 anni è un asociale (https://www.youtube.com/watch?v=ZWBb9FJDPJo ).

 

È necessario che impariamo a tenere Le Cose (che casualmente è il titolo di un grandissimo libro di Georges Perec, che tratta, nel 1965, tra le altre cose, il tema del consumismo) il doppio, il triplo del tempo rispetto a quanto le abbiamo tenute finora, dobbiamo pretendere la morte dell’obsolescenza programmata, ma dobbiamo lavorare sull’obsolescenza “psicologica”, chiamiamola così, quella indotta dalla pubblicità, che non a caso è l’anima del commercio.

 

I veri motori che ci porteranno all’estinzione della specie umana, prima della fine "naturale", saranno il consumismo, l’obsolescenza programmata, le guerre, la pubblicità, la velocità (a cosa serve la Tav? a portare un po’ di bagna cauda da Torino a Lione? O le mozzarelle a Grenoble? Con i treni normali ci vuole mezz’ora in più? Forse i sostenitori della tav non sanno che hanno inventato i frigoriferi, a loro interessano i profitti, senza se e senza ma, a qualsiasi costo), qualcuno dice anche il turismo (quello usa e getta, soprattutto, che muove miliardi di persone, con enormi consumi di materie prime non riciclabili).

 

"No es más rico el que más tiene, sino el que menos necesita" – (Dicho de los abuelos zapotecos)

"Il più ricco non è chi ha sempre più cose, ma di chi ha bisogno di meno cose" – (proverbio)

 

Cos’altro è la decrescita?

 

 

 

2

 

Intanto veniamo a conoscenza che l’assemblea degli animali ha redatto un documento con la richiesta di cambiare l’espressione Animal spirits in Human spirits.

Ecco una sintesi:

“Dopo un’approfondita discussione l’Assemblea degli animali chiede la cancellazione dell’espressione Animal spirits (sdoganata da Keynes), per una serie di motivi che esponiamo.

Noi tutti riteniamo che negli ultimi secoli, da quando il capitalismo è diventato il modello economico dominante, il comportamento dell’homo economicus capitalista è diventato innaturale.

Gli animali non accumulano, se non alcune specie per un tempo limitato, non sono avidi, cacciano e raccolgono solo quello che possono mangiare, gli umani uccidono 150 miliardi di animali ogni anno (https://www.linkiesta.it/2015/08/ogni-anno-oltre-al-leone-cecil-uccidiamo-50-miliardi-di-animali/), in mattatoi inumani e inanimali.

Può bastare per capire perché vogliamo che si cambi animal con human?”

 

 

 

3

 

C’è un valore fisico ed economico, l’Earth_Overshoot_Day (rapporto tra la biocapacità del pianeta, ossia l'ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l'impronta ecologica dell'umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l'intero anno) che tutti possono capire, senza far finta di non avere capito.

Da almeno 50 anni consumiamo molto di più, e sempre di più, di quanto il pianeta può tollerare.

È come se uno corresse la maratona alla stessa velocità dei 200 metri, o si ferma, o crepa.

È come se uno ingerisse 6000 calorie al giorno, crepa in fretta e malato (se non lo avete visto provate a guardare Super Size me)

Consumiamo quasi due pianeti all’anno, gli effetti di questo consumo, del cambiamento climatico, delle guerre e delle altre piaghe che affliggono il pianeta la gran parte dei cittadini del mondo li vivono sulla propria pelle, noi della Fortezza Occidente non li viviamo sulla nostra pelle, non li capiamo davvero, tiriamo a indovinare, direbbe Bukowski.

Qualche decina di migliaia di persone cercano di entrare nella nostra Fortezza Occidente, la risposta è: muri, muri e muri.

 

4


 

 

 

 

Scriveva un paio d’anni fa Oxfam dell’indecente distribuzione della ricchezza, nel 2019, nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone.

Qui Riccardo Petrella parla dei capitalisti come predatori.

 

Walter Benjamin, nel 1921 aveva scritto “Il capitalismo come religione”, un’opera non conclusa, dove si legge “Nel capitalismo va scorta una religione; cioè il capitalismo serve essenzialmente a soddisfare le stesse ansie, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni” (qui e qui)

 

Non sarà facile liberarsi del Capitalismo, con tanti sacerdoti e fedeli, spesso inconsapevoli. occorre decolonizzare le nostre menti, occorre uno sforzo titanico, quello di pensare e mettere in pratica un altro mondo possibile, se ci riusciamo.

 

 

*Gli unici interessati a cambiare il mondo sono i pessimisti, perché gli ottimisti sono contenti di quello che hanno. (José Saramago)

mercoledì 25 agosto 2021

Il diseducatore globale - Guido Viale

 

L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive nero su bianco che la crisi climatica ha ormai reso irreversibili diversi processi di deterioramento dell’ambiente e che restano pochi anni per impedire che altri, ben più gravi, vi si aggiungano.

Sono cose che in gran parte si sapevano o si potevano sapere da anni: Greta Thunberg, che i lavori dell’IPCC li segue con attenzione, non ha fatto che ripeterle in tutte le riunioni del mondo a cui è stata invitata.

I giornalisti a cui sono stati assegnati i servizi sul tema hanno reagito scrivendo: “lo si sa da 30 o 40 anni”. A seconda del grado di complicità che sono disposti a riconoscersi, hanno chiesto perché “non ci hanno pensato”, “non ci avete pensato”, “non ci abbiamo pensato” quando si era ancora in tempo per evitarlo?

Loro, peraltro, si sono occupati e continueranno a occuparsi di altro: PIL, crescita, investimenti, consumi, politica, lavoro, sport, gossip, ecc. Non c’è niente di male, ovviamente, ma senza mai chiedersi che rapporto c’era tra l’oggetto delle loro attenzioni e la sofferenza a cui veniva sottoposta la Terra, l’evoluzione del clima, il degrado della vivibilità sul pianeta che abitano.

Ma da dove nasce tanta indifferenza per questioni così vitali? Non solo dai negazionisti, che per anni hanno imperversato su quasi tutti i media (molti di loro – è dimostrato – ben foraggiati dall’industria dei fossili) e che continuano a farlo, pur ridotti ora a un manipolo di azzeccagarbugli.

A promuovere quel clima di indifferenza verso i destini dell’umanità sono stati in realtà i governanti e le classi dominanti di tutto il mondo e nel loro piccolo, anche quelle italiane: senza mai negare apertamente le conclusioni dell’IPCC e gli impegni, peraltro insufficienti e non rispettati, assunti al vertice di Parigi, hanno continuato a operare come se il mondo di domani fosse uguale a quello di oggi e di ieri.

Come se il problema – e il loro compito – fosse, nella migliore delle ipotesi, quello di “spingere la crescita” (infinita), far produrre di più, moltiplicare comunque fabbriche e infrastrutture, affidare ad esse il benessere della popolazione, attraverso aumenti dell’occupazione sempre meno effettivi.

Senza mai tener conto che tra 30 anni, ma ormai anche tra 10, i problemi con cui la popolazione dovrà confrontarsi saranno di tutt’altro genere. Saranno, quale che sia l’intensità delle misure di mitigazione della crisi climatica che verranno adottate, quelli relativi all’adattamento a un contesto molto più ostico, ma sostanzialmente diverso, che metterà fuori gioco molte delle strutture e delle produzioni a cui oggi si affida il “progresso”.

Lo ha fatto notare – in chiave ottimistica – Federico M. Butera sul Manifesto dell’11 agosto, a proposito del ponte sullo stretto di Messina, reso comunque inutile dal futuro contesto, anche se i suoi fautori avessero ragione (ma non ce l’hanno).

Un ragionamento simile poteva e doveva venir fatto – e molti lo hanno fatto – anche 30 anni fa, quando è iniziata la lotta della Val Susa contro il TAV Torino-Lione; anche se avessero ragione (e non ce l’hanno) coloro che lo sostengono in nome di uno “sviluppo” del tutto fasullo, si troveranno tra le mani un’opera che non serve più.

Ma le responsabilità dei governanti – e nel loro piccolo, di quelli italiani – non finiscono lì. La loro è stata una gigantesca opera di diseducazione della popolazione.

Vedendoli operare come se tutto dovesse continuare come sempre – o anche migliorare – la gente si è lasciata distrarre dal pensare a come affrontare il futuro, proprio e di figli e nipoti – la next generation – e a come farsi protagonista di un cambiamento inevitabile, che metterà in discussione stili di vita, consumi, abitudini, redditi di tutti e soprattutto posti di lavoro.

Perché il lavoro necessario alla transizione andrà creato in molti casi con altri impianti o in condizioni diverse, condizioni che potrebbero anche permettere di ridurlo e di redistribuirlo tra tutti, vivendo molto meglio. 

Oggi in Europa il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza – del General Intellect del Capitale – che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi, figura di rilievo internazionale, soprattutto di fronte all’eclissi di Angela Merkel e di Macron.

Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri denari che ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto.

Oggi sperperando a man bassa quei fondi, ieri affamando e vessando chi non si era messo in riga con le sue regole, in Grecia, ma anche da noi.

In quest’opera di obnubilamento Draghi è affiancato da Enrico Giovannini, il Ministro delle Infrastrutture che ha girato l’Italia come apostolo degli obiettivi di “sviluppo sostenibile”, dell’”economia di Francesco” e di una presunta alleanza capitale-ambiente, infilandosi anche nelle riunioni di Fridays for Future e che una volta al governo si è rivelato nient’altro che un paladino del Tav, del Tap, del Ponte sullo stretto di Messina, di tutte le autostrade possibili e dell’Alta Velocità su tratte senza passeggeri.

E anche da Roberto Cingolani, il Ministro della Transizione Ecologica impegnato a rallentarla o a fermarla perché sarebbe “un bagno di sangue” (d’altronde l’Italia produce solo l’1 e l’Europa il 9% della CO2.

Anche se rispettassero gli impegni, i risultati a livello mondiale non si vedrebbero, quindi che fretta c’è?). Ma non è così; perché molte delle misure che sarebbe urgente realizzare – per la scuola, la rete idrica, il trasporto locale, l’agricoltura, le aree interne – servono sì alla mitigazione della crisi, ma soprattutto all’adattamento alle condizioni future.

Ma così è molto più difficile per chiunque capire e far capire che il mondo brucia e che per salvarlo e salvarsi, ciascuno e soprattutto chi è già in lotta per difendere il proprio diritto a un’esistenza dignitosa, deve farsi partecipe anche della progettazione e della messa in opera di una produzione, di un’economia e di una società completamente diverse.

da qui