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lunedì 28 marzo 2022

Una marcia per la pace e il disarmo

 

Pubblichiamo la nota del coordinamento provinciale di Cagliari Prepariamo la Pace e del movimento A Foras  – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna che hanno lanciato una marcia popolare contro la guerra, per la pace e il disarmo che si svolgerà il 9 aprile 2022 ore 15.00 dalla stazione di Decimomannu fino all’ingresso dell’aeroporto militare.

 

Di fronte al perdurare della guerra e all’attuale clima di grave tensione internazionale esprimiamo la nostra contrarietà assoluta alle operazioni belliche e all’uso delle armi fra i popoli. Chiediamo l’immediata cessazione dei bombardamenti.

La guerra è il metodo più inefficace di risoluzione dei conflitti: provoca vittime civili, massacri, distruzione, disperazione e profughi, alimentando odi e rancori fra i popoli: il nostro ripudio è totale, in linea con le principali carte e trattati internazionali.

L’Unione Europea non deve farsi trascinare dalla Nato in una insensata corsa all’incremento delle minacce sul campo e ad un rilancio delle spese militari. L’Italia deve dissociarsi da questa politica e deve mandare un segnale chiaro a favore della distensione e della pace.

L’Ucraina deve assumere una posizione di neutralità, non avamposto militare della Nato, ma terra d’incontro tra la civiltà russa e quella occidentale.

Per questo esprimiamo il nostro no all’invio di armi sul teatro bellico, perché possono solo incrementare le vittime e prolungare i combattimenti.

Incrementiamo gli sforzi diplomatici per evitare il terribile rischio di una guerra nucleare: chiediamo l’adesione dell’Italia al Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN)

Chiediamo a gran voce che la Sardegna non sia base per la preparazione della guerra: vengano interrotti i test su nuovi sistemi d’arma e cessino le esercitazioni militari. Non vogliamo che sul suolo sardo vengano prodotti micidiali ordigni che vengono poi usati per massacrare le popolazioni civili qua e là nel mondo.

Accogliamo i profughi e le profughe che vengono dall’Ucraina come fratelli e sorelle e allo stesso modo accogliamo chi fugge da ogni guerra, senza distinzioni. Esprimiamo solidarietà e aiuto a chi in Russia e in Ucraina lotta per la pace e si rifiuta di partecipare a questo massacro e per questo subisce la repressione dei rispettivi regimi. Come loro anche noi rifiutiamo qualunque arruolamento e partecipazione alla guerra.

Appoggiamo le iniziative della società civile, dei movimenti laici e religiosi e di tutte le persone di buona volontà tese a far cessare la guerra e a ristabilire le condizioni per il dialogo e facciamo nostro l’insegnamento autorevole di Bergoglio che individua nella cura dell’ambiente e di ogni persona la strada per una piena umanità.


da qui

sabato 9 ottobre 2021

Italia guerrafondaia: Quirra e altre basi di morte

 


 

Il comunicato di «A foras» e l’appello di World Beyond War. A seguire alcuni link sui temi che i “grandi” media si impegnano a nascondere o travisare

 

INAUGURATO NEL POLIGONO DI QUIRRA IL BANCO DI PROVA PER I RAZZI SPAZIALI

Migliaia di litri di carburante in fiamme nel giro di pochi secondi, con le contestuali emissioni in atmosfera. Un impatto sull’ambiente e sulla salute che i tecnici, naturalmente, assicurano sia irrilevante, ma su cui in realtà si addensano le nubi dell’incertezza.

Il progetto denominato Space Propulsion Test Facility, in sostanza un banco di prova per i motori a carburante liquido che dovranno guidare nello spazio i razzi, è stato inaugurato ieri in località Sa Figu, Comune di Perdasdefogu, all’interno del Poligono Interforze del Salto di Quirra. Il tutto vale 26 milioni di euro. 9 milioni e mezzo arrivano dalle casse del Ministero dello Sviluppo Economico, altri 790 mila euro da quelle – certo non floride – della Regione. Il resto lo mette Avio, società per azioni con sede a Colleferro che ad oggi ha come socio principale Leonardo, l’azienda a controllo pubblico che domina il settore areospaziale-bellico in Italia.

Fra gli invitati alla cerimonia, tanti sono militari. C’è ovviamente l’amministratore delegato di Avio, Giulio Ranzo, ma ci sono anche il comandante della base Davide Marzinotto e c’è il comandante militare della Sardegna, il generale Francesco Olla. Stranamente non pervenuto Christian Solinas, per la Regione arrivano il presidente del Consiglio regionale Michele Pais (Lega) e l’amministratore unico del Distretto Aerospaziale (nonché, con cumulo di cariche di Crs4) Giacomo Cao.

La chiacchiera del destino aerospaziale del Poligono di Quirra circola, fra Ogliastra e Sarrabus, sin dal 1956, quando vennero espropriate le terre per realizzare il poligono più grande d’Europa. Chiacchiere, appunto, perché gli effetti registrato fino ad oggi sono spopolamento, depressione socio-economica e povertà collettiva. E le malattie, quelle per cui nessuno vuole prendersi la responsabilità, ma che ci sono e ammazzano le persone.

Non c’è solo la questione ambientale, e i dubbi sull’opportunità di finanziamenti pubblici ad aziende che poi, in sostanza, sono già a controllo pubblico. Ci sono le questioni etiche: sarà tutto civile lo scopo di questi razzi? Qualche anno fa Giacomo Cao, rispondendo ai dubbi sollevati da A Foras ed altri, assicurava che i progetti sui droni non avrebbero avuto alcuna connessione con le ricerche militari. Qualche settimana fa si è scoperto che l’Italia intende armare i droni Predator B: già dal nome qualche domanda ce la si poteva fare, ma tutti assicuravano che sarebbero stati impiegati per operazioni di protezione civile e servizi postali. I razzi Vega per ora non hanno impieghi militari, ma le tecnologie sviluppate per il loro utilizzo potrebbero averli e comunque.

L’altro dubbio è che, in fondo, stabilire qui il bando di prova dei missili ma non la sede dell’azienda nasconda la semplice esternalizzazione di pratiche dannose. Meglio farlo a Colleferro, o in Sardegna, nel bel mezzo del poligono di Quirra? Protetti non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello della trasparenza, dato che su quello che accade dentro i poligoni e sui danni delle esercitazioni non è possibile sapere nulla di certo. In America, nella Guyana Francese, da dove partono i razzi europei destinati allo spazio, le proteste contro lo spazioporto sono state negli ultimi anni molto attive.

Avio ha garantito che l’impianto avrà a regime 35 posti di lavoro: briciole. Le fabbriche e i centri di ricerca dell’azienda sono tutti nella penisola, a Colleferro e in Piemonte e Campania. Qui, resterà il fumo dei motori.

 

 

UN FATTO TENUTO NASCOSTO

Le basi militari inquinano (*)

Le emissioni militari di gas serra sono state esentate dai negoziati sul clima. Questa prassi è continuata nel tempo. Su richiesta del governo degli Stati Uniti, durante i negoziati del trattato di Kyoto del 1997, le emissioni militari di gas serra sono state esentate dai negoziati sul clima.

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici obbliga i firmatari a pubblicare le emissioni annuali di gas serra, ma il conteggio delle emissioni militari non viene incluso negli standard obbligatori di riduzione delle emissioni di gas serra. È un’eccezione che pesa enormemente sulla possibilità di migliorare gli effetti climatici.

Non si può salvare il pianeta se si fa una tale eccezione per il militarismo. La guerra e i preparativi per fare la guerra emettono grandi quantità di gas serra. L’inquinamento militare sbilancia ogni altro tentativo e altri sacrifici. Se vogliamo salvare il Pianeta non ci deve essere più alcuna eccezione. Ricordiamo anche che le emissioni delle basi militari all’estero degli USA non sono addebitate agli Stati Uniti ma al Paese che le ospita.

In vista della Conferenza COP26 che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, sotto la presidenza del Regno Unito. L’associazione internazionale World Beyond War invita individui e associazioni a compiere delle azioni, tra cui firmare una petizione sul clima che verrà recapitata alla Conferenza.

 

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, conosciuta anche come COP26, è la XXVI Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

 

 

 

 


Di recente è successa una cosa che purtroppo si ripete spesso: ho parlato a una classe universitaria della soluzione più ovvia per il clima e né gli studenti né il professore ne avevano mai sentito parlare. Le 325 organizzazioni (in aumento) elencate in fondo a questo articolo la stanno promuovendo e si sono unite a oltre 18.000 individui nel firmare una petizione su http://cop26.info

Molti di noi lo hanno gridato a squarciagola per anni e anni, scrivendone, facendo video, organizzando conferenze. Eppure questa soluzione è ancora ampiamente sconosciuta.

Ecco il testo della petizione:

Ai Partecipanti della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP26, Glasgow, Scozia, 1-12 novembre 2021

Come risultato delle richieste dell’ultima ora fatte dal governo degli Stati Uniti durante i negoziati del trattato di Kyoto del 1997, le emissioni militari di gas serra sono state esentate dai negoziati sul clima. Questa prassi è continuata nel tempo.

L’accordo di Parigi del 2015 ha lasciato il taglio delle emissioni militari di gas serra alla discrezione delle singole nazioni.

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici obbliga i firmatari a pubblicare le emissioni annuali di gas serra, ma il conteggio delle emissioni militari è volontario e spesso non viene incluso.

La NATO ha riconosciuto il problema, ma non ha proposto alcuna misura specifica per affrontarlo.

Non c’è una ragione convincente per questa lacuna. La guerra e i preparativi per la guerra emettono grandi quantità di gas serra. Tutte le emissioni di gas serra devono essere incluse negli standard obbligatori di riduzione delle emissioni di gas serra. Non ci deve essere più alcuna eccezione per l’inquinamento militare.

Chiediamo alla COP26 di stabilire limiti rigorosi per le emissioni di gas serra che non ammettano eccezioni per il militarismo, includano requisiti di pubblicazione trasparenti e verifiche indipendenti e non facciano affidamento su schemi di “compensazione” delle emissioni. Le emissioni di gas serra delle basi militari all’estero di un Paese devono essere completamente riportate e addebitate a quel Paese, non a quello in cui si trova la base.

Questo è tutto, un’idea semplice: includere quella che per molti paesi è la forma principale di distruzione del clima negli accordi con cui pretendono di ridurre la distruzione del clima. Non è niente di complicato, anche se potrebbe comportare la scelta di reindirizzare parte della spesa militare.

Ma qui abbiamo a che fare con fatti tenuti nascosti, informazioni che sono perfettamente disponibili eppure apparentemente impossibili da far conoscere a un numero significativo di persone. Ecco alcune idee su come risolvere questo problema:

§  portare la petizione e tutta la nostra energia e creatività a Glasgow per la conferenza COP26 insieme all’organizzazione CODEPINK.

§  incoraggiare i gruppi e gli individui a organizzare eventi per portare avanti questo messaggio ovunque sulla Terra, il 6 novembre 2021 a Glasgow o in prossimità della grande giornata d’azione. Risorse e idee per eventi sono qui.

§  proporre a persone e organizzazioni di firmare la petizione su http://cop26.info

§  sostenere la produzione di questo film di prossima uscita:

https://www.youtube.com/watch?v=YX3aAnGwmLo

condividere questo eccellente video:

https://www.facebook.com/watch/?v=420656492827194

 

 

(*) ripreso da INFORMAPACE di ottobre: newsletter della Casa per la Pace di Vicenza

 

ALTRI LINK SUI TEMI CHE I “GRANDI” MEDIA SI IMPEGNANO A NASCONDERE O TRAVISARE

La guerra dei portuali genovesi contro le armi saudite

da frontierenews.it

https://www.osservatoriodiritti.it/2021/10/01/corsa-agli-armamenti/

di Giorgio Beretta

https://ilmanifesto.it/basta-profitti-armati-riconvertiamo-leuropa-in-potenza-di-pace/

di Seegio Bassoli, coordinatore Cabina di regia – Rete Italiana Pace e Disarmo

https://ilmanifesto.it/dal-patto-aukus-il-via-al-piu-grande-bazar-degli-armamenti/

di Alberto Negri

https://ilmanifesto.it/petizione-antimilitarista-per-un-vero-cambiamento/

di Marinella Correggia

 

da qui

 



giovedì 16 settembre 2021

Comunicato delle Madri Contro la repressione Contro l’operazione Lince

 


Ieri 14 settembre 2021 il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Cagliari, la Dott.ssa Manuela Anzani , ha rinviato a giudizio i 43 giovani, nostri figli, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Guido Pani, capo della DIA di Cagliari sull’indagine condotta dalla Digos dalla Questura.
I vari capi d’imputazione vanno da rapina, lesioni, lancio di oggetti, resistenza a pubblico ufficiale fino all’ accusa di associazione con fini terroristici e sovversione dell’ordine democratico.
Lo Stato Italiano attraverso la sua pubblica accusa decide così della vita di 43 attivisti delle lotte contro l’occupazione militare della Sardegna , definendoli paradossalmente TERRORISTI.
Abbiamo assistito alla parata degli elicotteri sorvolare il tribunale e della unità cinofila della polizia in funzione sanificatrice dell’area. L’ennesima pagliacciata evocatrice di paura e terrore che doveva confermare l’esistenza e la necessità di questo processo farsa. È presumibile che la farsa durerà a lungo.
Il paradosso e l’anacronismo di questo circo e della definizione di Terrorismo, però, non induce alla risata.
Come si potrebbe definire ciò che è accaduto a Teulada e Quirra secondo gli atti dell’indagine sui reati di “Devastazione ambientale” e “Omicidio” di cui sono accusati i capi militari responsabili delle basi? Non sono le nostre pericolose e diffamatorie parole di “Madri contro l’operazione Lince” ma, nel caso di Teulada, quelle del giudice che non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata, paradossalmente, dallo stesso PM che, con grande perizia, ha condotto un’indagine durata anni e che , per motivi imprecisabili di ragion militare, fa prevalere il diritto alle criminali esercitazioni militari, piuttosto che le ragioni del diritto alla vita e alla salute delle persone e dell’ambiente.
Come definire la morte di militari inconsapevoli degli effetti dell’uranio impoverito e dei metalli pesanti liberati dalle loro stesse armi negli scenari di guerra dei Balcani, che per ragioni Umanitarie, lo stato italiano Bombardava negli anni ’90?
Come definire il sacrificio di 81 cittadini nel DC9 Di Ustica, imposto dallo Stato italiano per motivi di sudditanza militare e politica alla Nato?
Come definire il massacro di civili in Afghanistan ad opera della coalizione, addestrata nei poligoni militari della Sardegna, di cui l’esercito italiano fa pienamente parte, nei 20 anni di guerra in quel punto della terra per cui non si trova più una definizione di consorzio umano. Coalizione dissolta e in fuga ingloriosa, che ora consegna ai TERRORISTI Talebani ciò che si possono definire poveri resti umani?
Come definire l’operato del governo che tratta ora con i Talebani, che in un vorticoso cambio di prospettiva, li accredita come forza politica degna di governo di quel luogo?
È ovvio che il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa non possono permettere che un popolo di un milione di persone possa, attraverso manifestazioni, informazione e lotte, bloccare l’ingranaggio dell’escalation militare che si è già succhiata gran parte dei bilanci italiani e del “Recovery” e mettere in evidenza il nuovo ordine internazionale, di cui l’esercito europeo sarebbe l’ulteriore “ mai più senza” .
A chi potrebbero interessare le vite di 43 giovani sospesi nelle ammuffite aule del tribunale di Cagliari?
Non certo ai giudici e ai magistrati, che piagnucolano e sbraitano per la perdita di autonomia di potere, quando non mostrano alcuna volontà di affermarla, proni e complici di una ideologia e di un sistema che sta liquidando lo stato di diritto, interessati solo alla carriera nella loro insignificante esistenza.
Non certo agli addetti alla propaganda ( una volta chiamati operatori dell’informazione) con la mente svuotata dalle veline degli uffici stampa e con le mani bloccate sul copia e incolla.
Ma ai noi Madri le loro vite sono più care delle nostre, non ci sottrarremmo mai all’impegno di scelta politica e umana della loro cura.
Riconosciamo a pochi Magistrati e Giornalisti coraggio, correttezza e sensibilità. Le riconosciamo alla Giudice Tedde che ha rigettato la richiesta di archiviazione per i reati di Teulada al PM di Lanusei Biagio Mazzeo che ha richiesto la condanna per 8 militari responsabili del disastro di Quirra e ai Giudici del TAR Sardegna che si sono pronunciati contro il Ministero della Difesa per il mancato adempimento all’Ordinanza di risarcimento al militare colpito da tumore nelle missioni all’estero.
Le riconosciamo a tutti i lavoratori dell’informazione non mainstream che in tutto questo tempo diffuso notizie, inchieste ed eventi e che hanno dato voce a chi non ce l’ha.

Non ci arrendiamo. Li vogliamo liberi e pensanti.
Lotteremo con loro perché siano affermate le loro idee, che sono anche le nostre di resistenza per un mondo libero dalla necessità della guerra.
Invitiamo le associazioni, i movimenti, le persone a condividere e diffondere questo comunicato per esprimere la loro solidarietà
Madri Contro la repressione Contro l’operazione Lince
email : madricontrorepressione.lince@gmail.com
da qui



Operazione Lince: opporsi alle servitù militari è reato? - A Foras


UN PROCESSO POLITICO. TUTTE E TUTTI GLI INDAGATI RINVIATI A GIUDIZIO STAMATTINA A CAGLIARI


Il Tribunale di Cagliari stamattina ha disposto il rinvio a giudizio di tutti i 45 indagati e indagate, attivisti a vario titolo del movimento sardo contro l’occupazione militare, dell’operazione Lince. Per le contravvenzioni e i capi d’accusa meno gravi è intervenuto il non luogo a procedere, ma tutti gli altri sono stati confermati. Per 5 l’accusa più grave riguarda l’associazione eversiva e per gli altri 40 questo elemento rappresenta un’aggravante.

A Foras non è certo sorpresa da questa decisione, che conferma la natura politica di questa indagine e del processo che comincerà il 6 dicembre. La contestazione del reato associativo, come se gli attivisti sardi fossero mafiosi e non militanti politici, indica come il vero obiettivo del processo non sia quello di far luce sui singoli reati che gli indagati avrebbero commesso, tutti da dimostrare peraltro. L’obiettivo è quello di mettere sotto accusa e disperdere un movimento che gode di una diffusa simpatia popolare e che negli ultimi anni aveva rialzato la testa. Proprio a partire dalla grande manifestazione di Capo Frasca di cui ricorreva ieri il settimo anniversario. I 45 indagati e indagate sono stati scelti per spaventare tutti i sardi e le sarde che da decenni lottano contro le basi militari. Questo processo vuole spaventare i sardi con una chiara minaccia: chi lotta contro le basi è un terrorista eversore.

Il movimento sardo contro l’occupazione militare è un insieme di singoli e collettivi che lavorano, ognuno con le proprie modalità e senza un organismo direttivo, per liberare la Sardegna da una servitù odiosa. Lo Stato vuole sopprimere questo movimento, tanto che il ministero della Difesa si è costituito parte civile nel processo, mentre dall’altro lato fa di tutto per evitare di riconoscere risarcimenti alle vittime delle esercitazioni e per difendere gli ufficiali responsabili della sicurezza dei lavoratori, militari e civili, e della popolazione che vive intorno ai poligoni.

Il movimento però non si farà intimorire e risponderà sul piano politico, a cominciare da quest’autunno con la ripresa delle esercitazioni e dal 6 dicembre, giorno per cui è stata fissata la prima udienza.


 

da qui



venerdì 17 aprile 2020

Campagna “Più ospedali meno militari / Dotores pro curare EJA, Cannones pro gherrare NONO”



A Foras: «È tempo di scegliere. Lanciamo una campagna per ottenere la moratoria delle esercitazioni e lo stop al finanziamento regionale e statale dei progetti legati all’industria bellica. I soldi risparmiati vengano reinvestiti nella sanità pubblica»
L’emergenza sanitaria che ci ritroviamo ad affrontare, ha fatto emergere con grande forza i problemi di una sanità pubblica sempre più abbandonata a se stessa e alla buona volontà degli operatori sanitari. Siamo costretti in casa, e ci restiamo perché bisogna impedire la diffusione del contagio. Ma non per questo siamo disposti a tacere, a spegnere il desiderio di libertà e di decidere sulle nostre vite e sul futuro della nostra terra.
Nel mentre che gli aerei si accingono a sorvolare sui poligoni di Quirra e Capo Frasca nonostante la pandemia, il nostro obiettivo resta sempre quello di liberare la Sardegna dall’occupazione militare italiana, e – non appena le condizioni sanitarie ce le consentiranno – saremo pronti a tornare nelle strade per ribadire le nostre parole d’ordine. Sul momento, però, pretendiamo realismo dalle istituzioni politiche sarde e italiane. È arrivato il momento di fare delle scelte, perché la Sardegna sia in grado di affrontare al meglio una crisi sanitaria che potrebbe prolungarsi parecchio nel tempo.
• Chiediamo che fin da ora si stabilisca inderogabilmente una moratoria su tutte le esercitazioni militari.
• Chiediamo che la Regione e lo Stato ritirino i finanziamenti a progetti utili solo agli interessi delle forze armate e al profitto delle industrie del settore bellico. A titolo di esempio, chiediamo lo stop al finanziamento del progetto SIAT di Teulada, al co-finanziamento pubblico della piattaforma per i test dei motori missilistici nel Poligono di Quirra e al co-finanziamento del progetto Caserme Verdi, che riguarda – in Sardegna – le tre caserme dell’Esercito a Cagliari e quella di Teulada.
• Chiediamo che i soldi risparmiati grazie ai primi due punti siano reinvestiti nel potenziamento della sanità pubblica sarda.
È una questione di priorità: non è possibile continuare ad assistere allo sperpero dei nostri soldi in progetti che contribuiscono alla depressione economica delle comunità a cui apparteniamo e alla devastazione della terra in cui abitiamo, mentre la sanità viene costantemente depotenziata da anni, con i risultati evidenti sotto gli occhi di tutti.
Tra il 2010 e il 2019, segnala l’Osservatorio Gimbe, il finanziamento pubblico alla sanità è stato decurtato di oltre 37 miliardi. Negli stessi anni, abbiamo, visto che le spese militari si attestano su 26 miliardi all’anno, senza contare il miliardo e mezzo che elargisce il Ministero delle finanze “missioni di pace”, i soldi che invese il MISE per le industrie belliche italiane e il Ministero dell’Istruzione per la ricerca militare.
Eppure la NATO continua a chiedere di aumentare queste spese, che dovrebbero passare secondo gli auspici dell’Alleanza Atlantica dall’1,6 % al 2 % del PIL. Tutto questo, mentre emerge senza più paraventi, l’incredibile fragilità e necessità di soldi di un sistema sanitario allo sfascio.
Un dato per tutti: nel 1981 c’erano, negli ospedali sardi, 62 posti letto ogni 10 mila abitanti. Oggi, il rapporto si è quasi dimezzato e ce ne sono circa 35. Il 14,6% dei sardi che ne avrebbe necessità, rinuncia alle cure e il 6 % è costretto ad emigrare in altre regioni per svolgere la propria terapia. Uno scenario incredibile, tragico, con interi ospedali che chiudono e reparti che vengono dismessi in tantissimi centri dell’isola.
Nel mentre, si spendono miliardi di fondi pubblici per foraggiare l’apparato bellico. Pensiamo al progetto Caserme Verdi, che vale un miliardo e mezzo a livello italiano, è che riguarderà, in Sardegna, le caserme dell’esercito a Cagliari. Pensiamo al nuovo impianto di test per motori missilistici che sarà costruito a Quirra, per una spesa impressionante di 33 milioni di euro, probabilmente destinati a salire. Pensiamo, all’inestricabile tela di interessi incrociati, che ha portato la politica sarda e italiana, quasi senza eccezioni, ad appoggiare la costruzione del Mater Olbia, ospedale privato che sarà finanziato 142 milioni di euro pubblici nel trienno ’19-21, per stringere ancora di più le maglie dell’alleanza tra Italia e Qatar, paese che – ricordiamo – non brilla certo come un faro del rispetto dei diritti umani.
Per questo invitiamo tutti i cittadini e le diverse realtà politiche a fare proprie le richieste di stop alle esercitazioni militari, taglio alla spesa bellica e reinvestimento di essa nella sanità pubblica, in ogni modo, luogo e possibilità, con le forme che ritengano opportune,
Da lunedì 13 aprile, il movimento sardo contro l’occupazione militare, chiama a raccolta tutte e tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti della nostra terra, le organizzazioni, le associazioni che lottano per la sanità pubblica, i collettivi e i singoli che vogliono fermare questa vergognosa deriva, ad essere parte integrante della campagna “Più ospedali meno militari / Dotores pro curare EJA, Cannones pro gherrare NONO”.
Partecipare è semplice:
1. Esponi sul tuo bancone o sulle finestre di casa, sulla macchina uno striscione o un cartello con scritto PIU’ OSPEDALI MENO MILITARI, disegni o altri hashtag a tua scelta.
2. Scrivitelo sul corpo o sulla tua mascherina. Non possiamo usare i nostri corpi per manifestare, bloccare i convogli militari o volantinare, ma possiamo scriverci! Testa, gambe, gomiti o polpacci decidi tu dove, ricorda PIU’ OSPEDALI MENO MILITARI.
3. Attivati sui social. abbiamo preparato un motive per l’immagine del profilo che puoi aggiungere alla tua foto, puoi condividere le impact images, le infografiche o cambiare l’immagine di copertina del tuo profilo. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org
4. Scarica il volantino, il manifesto, l’adesivo o l’infografica sul sito di A Foras, stampa e attaccalo nei luoghi che puoi frequentare durante la quarantena: market, farmacie, tabacchini, uffici. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org
Si tratta di piccoli gesti, quelli che possiamo fare durante la quarantena. Ma sono cose importanti per continuare a sentirci vive e vivi, aspettando di rincontrarci e riscoprirci ancora pieni di amore per la nostra terra.

sabato 4 novembre 2017

Dossier A Foras: “Lo sviluppo si ferma ai cancelli del poligono”

Il poligono militare di Teulada? Frena lo sviluppo del territorio, risultando penalizzante per il settore turistico, oltre che impattante per l’ambiente e la salute dei residenti. Sono queste le conclusioni a cui è approdato lo studio del coordinamento A Foras, da anni impegnato nella lotta contro le basi militari della Sardegna, presentato oggi a Carbonia.
Il turismo che non c’è. Dati Istat e della Regione alla mano, gli attivisti mostrano che nonostante un immenso patrimonio costiero, Teulada presenta gli indicatori peggiori tra i comuni della zona sia in termini di arrivi che di presenze turistiche per abitante. Il confronto con Domus de Maria e Pula è, in effetti, impietoso. E se è vero che queste due località turistiche sono tra le più gettonate dell’Isola, non va meglio il raffronto con Sant’Anna Arresi. Infatti, a fronte di un’estensione costiera circa sette volte inferiore a quella di Teulada (13,5 km contro gli 84 di Teulada, 30 dei quali occupati dal poligono), Sant’Anna Arresi può vantare quasi il doppio delle presenze turistiche per abitante ( 45 contro 27). Insomma, i flussi turistici si bloccano alle porte del poligono.
Settore agricolo, timidi segnali di ripresa. Lo studio evidenzia anche un altro aspetto interessante. L’andamento del settore agricolo mostra che, a differenza di quanto avvenuto negli altri comuni del Sulcis Iglesiente, il territorio teuladino ha visto crescere tra il 2000 e il 2010 il numero delle aziende e della superficie agricola utilizzata. “Tenuto conto di questa vocazione agricola – si domanda A Foras – , le aziende e gli occupati nel settore sarebbero maggiori se il poligono non occupasse il 30% del territorio comunale? Soprattutto le aziende limitrofe alla base – o quelle all’interno dell’area militare – lavorano in sicurezza?”.
L’effetto “ciambella” non esiste a Teulada. La risposta alla domanda più generale (“Il poligono genera occupazione e benessere?”) va forse ricercata in altri due dati forniti sempre dal dossier: il reddito medio pro capite dei teuladini, che è di appena 13.600 euro, e il numero dei residenti, dimezzatosi negli ultimi 65 anni. “Quest’ultimo è un dato in assoluta controtendenza rispetto alla situazione degli altri comuni, che – a livello aggregato – presentano un saldo positivo del 12,3% dal 1951 ad oggi”, argomenta lo studio. È del tutto chiaro, dunque, che Teulada non è soggetta all’“effetto ciambella”, al trend, cioè, che vede le aree costiere più reattive sotto il profilo economico e demografico.
A queste conclusioni era approdata anche la Commissione Difesa della Camera dei Deputati nel 2014, quando era stata pubblicata una relazione che escludeva l’esistenza di ricadute economiche positive legate alla presenza dei poligoni militari in Sardegna.
Alto impatto ambientale. Queste miserie del presente si sommano all’eredità di veleni tramandata nel corso di decenni di bombardamenti. “Per la realizzazione della sola miscela innescante dei missili – ricorda A Foras – vengono impiegati stifnato di piombo (esplosivo tossico), tetracene (proveniente da idrocarburi), piombo, nitrato di bario (tossico se ingerito, no civo se inalato), alluminio, solfuro di antimonio (tossico, l’avvelenamento è simile a quello dell’arsenico)”. Come se non bastasse, a Teulada sono stati impiegati migliaia di missili Milan, armamenti dotati di una lunetta nella parte posteriore che contiene 3 grammi di Torio, che una volta disintegrata produce un isotopo del Radon, gas radioattivo, estremamente pericoloso per la salute. “Queste testate sono state vietate a partire dal 2000 dalle forze armate francesi, mentre in Sardegna si è continuato ad utilizzarle fino al 2004. Inoltre, il dato è ampiamente sottostimato, dal momento che di 2.700 Milan sparati fuori dalla penisola Delta non si ha traccia”, ricorda A Foras.
!Oltre al Torio, ci sarebbe anche il munizionamento al fosforo bianco, come rivelato di recente dall’ex caporalmaggiore Vittorio Lentini alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito”, ricordano gli attivisti.
“Bonificare subito”. Di bonifiche se ne parla, certo, ma le parole sembrano superare i fatti: “I militari dicono ogni anno che il risanamento ambientale sta andando avanti. Ad esempio, nel 2016  hanno affermato di aver promosso interventi di bonifica per 4.000 tonnellate di ferro, anche se il totale, secondo Roberto Capelli, ammonterebbe a 560.000 tonnellate. Garanzie simili arrivarono anche nel 2013 quando alla Procura di Cagliari, che all’epoca indagava per omicidio colposo, venne assicurata la bonifica della Penisola interdetta entro tre anni. Più realisticamente, per quanto riguarda la bonifica dell’intero Poligono, sono necessari non meno di 30 anni, mentre la stima delle risorse necessarie non si discosta da quelle standard dei centri studi delle forze armate degli Stati Uniti. Il poligono caraibico di Vieques (Puertorico), ad esempio, è stato dismesso a maggio 2003 e la bonifica terminerà nel 2022. Il budget standard degli Usa per la bonifica dei siti militari è stato agevolmente sforato, rendendo necessario istituire un super found. Ad oggi, sono stati investiti 486 milioni di dollari”.
Tra gli esempi più eclatanti di mancata bonifica, c’è il caso della famigerata zona Delta, conosciuta anche come la penisola interdetta per via del suo carico di residuati esplosivi (sia a terra che a mare). “Una quantità talmente tanto elevata da renderla non bonificabile a detta dell’Esercito stesso”, ricorda il dossier.
Oltre al danno c’è anche la beffa: “Una modifica della normativa ha, infatti, assimilato le aree militari ai siti di tipo industriale, innalzando le soglie di contaminazione del suolo fino a 100 volte”. E una contraddizione: “Tutte le principali analisi ambientali fin qui portate avanti sono state commissionate dal Ministero della Difesa (o da soggetti ad esso vicini), e solo in parte rese pubbliche (grazie al segreto milita re). Così come per le bonifiche (che i militari dicono ogni anno di portare avanti), anche le analisi degli effetti del poligono sull’ambiente devono essere effettuati da organismi indipendenti, e non su commissione degli stessi ‘controllati’”.

mercoledì 3 maggio 2017

La nostra lotta non si ferma a Quirra

Ieri, venerdì 28 aprile, l’assemblea di A Foras ha chiamato alla mobilitazione generale contro l’occupazione militare della Sardegna, presso il Poligono di Quirra. Fin dalle 11.00 centinaia di manifestanti sono arrivati con pullman e auto proprie da tutta la Sardegna e oltre al grido “Chiudiamo le basi, fermiamo la guerra”. Ieri il movimento contro le basi è tornato dopo tanti anni a Quirra.
Nella tarda serata della vigilia ai manifestanti è stato comunicato il divieto totale di manifestare, nonostante la comunicazione del corteo fosse stata inviata dagli organizzatori con ampio preavviso. Questi non hanno dunque avuto il tempo di rendere pubblica questa grave presa di posizione da parte della questura e di riorganizzarsi, come successo a Teulada nel 2015.
I manifestanti si sono presentati puntuali al luogo di partenza comunicato, nei pressi del bar di Quirra, un corteo eterogeneo composto da moltissimi giovani, ma anche da coloro che hanno alle spalle molti anni di lotta contro le servitù militari. C’erano anche le bandiere, a rappresentare tutti i colori di una Sardegna che non vuole sottostare al ricatto dell’industria bellica, che si impegna giorno dopo giorno per liberare questa terra dai colonizzatori in uniforme e da quella nuova pericolosa simbiosi militare-civile mascherata da ricerca scientifica e tecnologica che promette nuovamente “sviluppo” nei territori già devastati.
La giornata ha, inoltre, visto la partecipazione di numerosi abitanti dei territori gravati dal Poligono, nonostante i tentativi non solo di intimorire le popolazioni che vivono sotto il ricatto delle servitù militari, ma anche le prese di posizione pubbliche che le incitavano ad “arrabbiarsi” contro i manifestanti (come accaduto a Perdasdefogu nei giorni precedenti). Ieri era presente anche il “Kumone Ozzastra Sarrabus”, il comitato locale contro le basi che aderisce ad A Foras.
I manifestanti sono stati fermati già lungo la strada prima di arrivare al luogo di partenza con perquisizioni e provocazioni da parte delle forze dell’ordine. Una volta giunti nei pressi del bar di Quirra, carabinieri e polizia in assetto antisommossa hanno impedito ogni movimento a tutti i presenti. Non solo è stato vietato ai manifestanti tutto il percorso previsto, ma con un provvedimento liberticida sono state bloccate tutte le strade intorno. Chiuso in un budello di poche decine di metri, il presidio ha provato a dirigersi verso il percorso previsto ma il blocco delle forze dell’ordine lo ha impedito, così come non è stato possibile muoversi in altre direzioni: la questura e il dirigente di piazza oggi hanno deciso di sospendere il diritto di manifestare.
Proprio nella giornata dedicata a Sa Die de sa Sardigna è stato negato il diritto di rivendicare l’autodeterminazione del popolo sardo che per noi non può prescindere dalla chiusura delle basi. Un ingente dispiegamento di uomini e oltre una dozzina di camionette delle forze dell’ordine ieri ci hanno impedito di manifestare liberamente.
Dopo alcune ore passate a fronteggiare la celere e a scandire slogan contro le basi e la guerra che nei nostri territori viene quotidianamente testata, i manifestanti intorno alle 5.00 hanno sciolto il presidio. Sulla via del ritorno una parte dei pullman e dei mezzi si sono fermati presso un’area di sosta sulla 125, a sud di Quirra. A questa altezza i presenti hanno effettuato un blocco stradale, anche per denunciare pubblicamente la grave violazione della libertà di manifestare messa in atto dai rappresentanti dello Stato. Con lo slogan “voi ci bloccate a Quirra noi vi blocchiamo tutto” per 30 minuti circa è stata bloccata la ss 125 e sono stati distribuiti volantini agli automobilisti per informarli dei motivi della protesta. In seguito, mentre tutti si apprestavano a risalire sui propri mezzi e sui pullman, è stata effettuata dalle forze dell’ordine una carica immotivata e indiscriminata, quasi a voler sfogare una voglia di menar le mani contro i partecipanti. Per l’ennesima volta la Questura di Cagliari e l’apparato repressivo dello stato hanno mostrato il loro vero volto. Il volto di chi difende la basi militari, di chi difende un’economia bellica insostenibile e nociva per i popoli che subiscono le loro guerre, un’economia che sta distruggendo ambiente e salute in questo territorio, oltre che impedire la valorizzazione delle sue principali risorse, come la Spiaggia di Murtas.
La manifestazione è stata preceduta da un lavoro capillare di informazione e sensibilizzazione nelle scuole e nei territori. E’ stato presentato e discusso pubblicamente il dossier sul poligono di Quirra, primo risultato del lavoro di ricerca condotto dal gruppo di lavoro specifico all’interno di A Foras. Il dossier non si limita a mettere nero su bianco i danni provocati dal PISQ, ma indica anche le possibili strade per uno sviluppo alternativo all’industria di morte.
A Foras ha chiamato ieri ad una partecipazione di massa, che auspichiamo diventi sempre più numerosa, ma anche consapevole e informata. E continuerà a svolgere questo lavoro di informazione a tutto campo. Alle intimidazioni e minacce da parte dei militari e delle forze dell’ordine precedenti la manifestazione, alle 54 denunce relative al corteo di Capo Frasca del novembre scorso alle provocazioni e alle cariche senza motivo, A Foras continuerà a rispondere con calma, fermezza e determinazione.
Altre iniziative sono già in programma:
–  La mostra itinerante degli artisti visivi per la scelta del simbolo e delle immagini creative sulla lotta di A Foras, che percorrerà tutta la Sardegna.
–   Una grande giornata di mobilitazione a Cagliari per il 2 giugno con un corteo nelle strade della città al mattino e un concerto in serata, con tante iniziative di condivisione e informazione.
La lotta non si arresta. Non accetteremo compromessi né possibilità di mediazione: chiediamo la chiusura definitiva delle basi militari e della fabbrica di bombe RWM, il risarcimento e le bonifiche dei territori, senza i militari o le aziende a loro collegate e la restituzione delle terre alle comunità.
La prossima Assemblea è convocata a Bauladu per domenica 14 maggio.
A Foras – contra a s’ocupatzione militare

Durante la giornata della Sardegna, “A Foras”, movimento contro l’occupazione della Sardegna, mantiene le promesse e torna a manifestare e dire basta all’occupazione militare nell’isola, che poi si traduce in morti innocenti in tutto il mondo.
Si torna al PISQ, Poligono Interforze del Salto di Quirra, la base maggiormente attiva e forse anche la più odiata dai sardi: un avamposto di morte e distruzione sia per le popolazioni coinvolte nei maggiori conflitti globali, sia per quelle locali, che si vedono usurpati salute, territorio e diritto all’autodeterminazione.
Così in centinaia proprio in questi istanti (ore 11) si sono concentrati dalla località di Villaputzu. Ingente lo schieramento di FdO dispiegate a difesa dei militari (!)
Di fatto, la manifestazione era appena cominciata, quando la polizia ha cominciato a bloccare e sbarrare strade sequestrando arbitrariamente alcuni manifestanti. Un segnale di chiusura degli spazi di dissenso che va di pari passo al regime minnitiano visto sinora in altri contesti.
A mezzogiorno, la polizia sta letteralmente impedendo lo svolgersi della manifestazione, effettuando fermi in più punti ai margini del Poligono. Successivamente sono state e si stanno effettuando perquisizioni ad una ad una delle macchine parcheggiate nei dintorni del punto di concentramento della manifestazione.
ore 12:45: confermati in un migliaio i manifestanti accorsi. la situazione è ancora in stallo, con persone accorse da tutta l’isola ancora nel punto di concentramento
ore 13:15: la polizia in antisommossa si schiera con scudi e caschi per impedire la partenza del corteo. I manifestanti non si fanno intimidire dall’ atteggiamento poliziesco. Situazione tesa, dopo che la manifestazione è stata interdetta solo a notte fonda
ore 14:00: situazione sempre in stallo coin manifestanti bloccati dalla celere da due lati
ore 14:30: scenario surreale a pochi chilometri dal Poligono di Quirra, con una partecipazione consistente alla manifestazione (oltre un migliaio almeno) da un lato, e le guardie intenzionate a non far partire il corteo, con almeno quattro plotoni schierati a difesa della strada che conduce al territorio militarizzato usato per mietere vittime ai quattro angoli del pianeta.
ore 16:00  I manifestanti locali, presenti in massa, insieme  ai tanti venuti dalle restanti parti dell’ isola, non hanno ceduto al provocatorio dispositivo di contenimento che aveva circondato i presenti su più lati a partire dal concentramento. Un atteggiamento oltremodo inaccettabile quello delle forze dell’ ordine schierate a difesa degli interessi bellici. Dopo alcune ore, la manifestazione si sta per sciogliere, rilanciando la mobilitazione a partire dal grave accaduto di oggi, con un assemblea generale convocata per il 14 Maggio.
ore 16:50 A sorpresa, i manifestanti, dopo essersi riusciti a divincolare, sciogliendosi nel punto di concentramento, dalla morsa degli agenti presenti in gran forze, hanno bloccato la SS 125, una tra le strade di comunicazione principali dell’ isola, prima di raggiungere i bus che li aspettano.