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martedì 4 agosto 2026

Cosa si sa delle università telematiche - Paolo Barbieri

Nate per favorire studenti lavoratori e categorie fragili, vivono una crescita apparentemente inarrestabile e sono diventate una macchina da profitti. La destra spinge per liberalizzare ulteriormente il sistema. Ma con i test online esse diventano esamifici per lauree facili

 

“Dicette ’o pappice vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertose”. Letteralmente: “Disse il verme alla noce: dammi il tempo che ti perforo”. Detto napoletano che si addice particolarmente alla progressiva scoperta della torbida nebulosa delle università telematiche, che avviene attraverso il lento incedere delle inchieste giudiziarie, ma anche degli approfondimenti prodotti in varie sedi. La più recente delle indagini della magistratura si è sviluppata grazie alla procura di Napoli; al netto delle ovvie cautele da osservare in attesa dei possibili esiti giudiziari per i quaranta indagati, descrive, secondo la sintesi di “RaiNews.it”, “percorsi facilitati ed esami pilotati per ottenere lauree e titoli abilitativi, compresi master e percorsi post-laurea. Iscrizioni sospette con l’obiettivo di incrementare il numero di iscritti all’Università telematica UniPegaso”.

Si tratta di una delle realtà italiane più note, fa parte del gruppo Multiversity s.p.a., che ne controlla anche altre due: Mercatorum e San Raffaele Roma, e che nel complesso, secondo un recente studio di Mediobanca (qui una sintesi per il pubblico), produce più del 50% dei proventi realizzati sul mercato delle telematiche. Presidente onorario di Multiversity è l’eterno, onnipresente, Luciano Violante. Il gruppo si presenta così sul suo sito internet ufficiale (manco a dirlo, in inglese): “Nato per il digitale. Un modello educativo adatto a tutti, inclusivo e flessibile, lontano dall’apprendimento tradizionale e convenzionale, volto a coinvolgere tutti nella nuova rivoluzione digitale e a sfruttarne appieno il potenziale”. Oggi è nelle mani della società finanziaria britannica CVC Capital Partners, che attualmente, secondo fonti aperte reperibili sul web, risulta avere sede nel Baliato di Jersey, isola (e paradiso fiscale) nel canale della Manica.

Le università telematiche sono nate (legge 289/22) con l’obiettivo di offrire percorsi universitari a chi è impossibilitato a seguire i normali corsi in presenza, soprattutto quindi a chi è già inserito nel mondo del lavoro, o a soggetti socialmente o individualmente fragili. Ma con il progressivo taglio, da parte delle università statali, di sedi distaccate (da più di 160 a meno di 110, secondo la Flc Cgil) e corsi serali o estivi, e contestualmente con l’apertura progressiva alle logiche di mercato (da citare la riforma Gelmini del 2010 e il parere del Consiglio di Stato, maggio 2019, che ha consentito alle università̀ di diventare società di capitali) sì è creata una “bolla” che rischia di distorcere l’intero sistema. Insomma, il percorso abituale: tagli alla spesa statale, strutture pubbliche meno efficienti e meno capaci di soddisfare la domanda dei cittadini, privatizzazione progressiva. Dalla sanità ai trasporti, all’istruzione, nessun settore è immune dall’offensiva antistatalista – e antisociale – alla quale si sono prestati, negli ultimi trenta o quarant’anni, governi di vari colori politici.

Quella delle università telematiche è una realtà in costante espansione. In un ordine del giorno presentato dall’Alleanza verdi-sinistra alla Camera, nel corso dell’esame della riforma del reclutamento dei docenti voluta dalla ministra Bernini, le dimensioni del fenomeno sono riassunte così: “A partire dall’anno accademico 2016/2017, le iscrizioni alle università telematiche sono passate da 50mila a 305mila. Considerando che nell’ultimo decennio vi è stato un rinnovato aumento delle iscrizioni negli atenei italiani, 350mila in più, oltre i due milioni complessive lo scorso anno, 2/3 delle nuove iscrizioni riguarda proprio le telematiche”. Un’isola felice, apparentemente, ma le zone d’ombra non mancano, e riguardano innanzitutto la qualità della didattica: troppi studenti per ciascun docente. “Il rapporto tra iscritti e docenti di ruolo nel 2024 – sottolinea Mediobanca – si è collocato a 288,5 unità per gli atenei a distanza, un livello assai più elevato di quello delle statali (26,8) e liberi atenei (32,4), ma che tuttavia è calato di 67,4 punti dal 2019, con un forte ridimensionamento rispetto al quadriennio 2020-2023 in cui era sempre superiore alle 400 unità”.

Anche sul personale docente le differenze con le università pubbliche e le private tradizionali sono apprezzabili: nelle università statali, infatti, il personale di ruolo svolge il 78,4% delle ore di insegnamento, quota che scende al 52,5% nelle private per attestarsi, infine, al 37,1% nelle telematiche. “In queste ultime, quindi, l’attività didattica è prevalentemente in capo a docenti a contratto”, sottolinea il rapporto. Passando dalle ore impegnate nella didattica alla proporzione fra docenti a contratto e professori di ruolo, la tendenza è molto simile: nel complesso del sistema universitario, il 36% del personale impegnato in attività didattiche è costituito da docenti a contratto. Ma il ricorso a questa figura è molto maggiore nelle università non statali, settantaquattro ogni cento docenti, e in particolare, nelle università telematiche, ottantadue ogni cento (fonte: Elaborazioni su banche dati MUR – DGPBSS, Ufficio VI – Servizio Statistico, anno accademico 2024-25).

Tutto questo si traduce in risultati economici vistosamente in crescita: secondo Mediobanca, “nel 2024 gli utili aggregati del sistema universitario italiano si sono mantenuti al di sopra della soglia del miliardo di euro (1.088 milioni), crescendo dell’11,5% medio annuo dal 2019. Tale incremento deriva dal +7,1% delle università statali, dal +13,7% delle ‘private’ tradizionali e dal +38,2% delle telematiche. Queste ultime hanno chiuso il 2024 con utili pari a 234,9 milioni, il massimo dal 2019 e il doppio rispetto alle ‘private’ non statali tradizionali che hanno consuntivato 114,2 milioni”. Dove fioriscono i profitti crescono le pretese dei privati, e non sorprendentemente, nel febbraio scorso, è stato tentato un blitz in favore della liberalizzazione degli esami online, strumento principe della “facilitazione” del percorso universitario. Del resto, il cliente che paga va soddisfatto, altrimenti i fatturati rischiano di contrarsi. Ma un emendamento di maggioranza al decreto Milleproroghe, che andava in questa direzione, è stato riscritto lo scorso febbraio, limitando le deroghe all’obbligo degli esami in presenza a studenti di Paesi in guerra o coinvolti nel cosiddetto Piano Mattei del governo Meloni.

Qual è il segreto di questo apparentemente inarrestabile successo delle università telematiche? Elemento chiave è senz’altro la flessibilità della didattica online, che risponde soprattutto alle esigenze di chi persegue il completamento dei suoi studi, pur essendo già inserito nel mercato del lavoro. Secondo il rapporto 2023 redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) circa il 57% degli iscritti a università telematiche avevano almeno 28 anni e oltre il 45% (quasi la metà) più di 31. Ma ci sono anche altri fattori. L’Osservatorio nazionale Federconsumatori, in collaborazione con la Fondazione Isscon, ha pubblicato il report sui costi per gli studenti delle università italiane nel 2025, secondo il quale le università telematiche, prive di variazioni basate sull’Isee degli iscritti, si collocano tra 2.000 e 4.290 euro annui per i corsi di laurea triennale e magistrale. Tuttavia, grazie a convenzioni e agevolazioni, i costi medi effettivamente sostenuti oscillano tra 1.500 e 3.000 euro annui. “Le università telematiche – si legge in una sintesi dei contenuti dello studio – stanno guadagnando popolarità grazie alla maggiore flessibilità e alle numerose agevolazioni offerte a specifiche categorie, come studenti lavoratori, membri delle forze armate e dipendenti pubblici”. Ma è chiaro che la battaglia attorno agli esami online è quella veramente decisiva per le imprese del settore: “Gli esami a distanza – test standardizzati a risposta multipla per tutti i corsi e basati su dispense ad hoc – che sono al centro di questo modello”, si legge in una nota sul sito della Flc Cgil, “sebbene siano vietati espressamente dal dm 1835/2024 – erano stati resi possibili per ovvie ragioni solo in fase pandemica – gli atenei online hanno continuato a utilizzarli anche in questo anno accademico”. Qui si torna al citato ordine del giorno parlamentare di Avs: la cui finalità era esplicitata nel dispositivo finale, nel quale si chiedeva al governo di impedire alle telematiche di svolgere gli esami online, “rafforzando i reali poteri ispettivi del Mur e del Cun, nonché le eventuali sanzioni”.

Sorprende, ma non troppo, il parere negativo dato dal governo (e la conseguente bocciatura nel voto a Montecitorio). Forse l’accusa del sindacato Cgil, secondo cui “la ministra Bernini spinge per il totale via libera” si rivelerà fondata, se vedrà la luce il provvedimento “spesso annunciato ma mai circolato e tanto meno pubblicato, che secondo diverse ricostruzioni avrebbe proprio al centro la legittimazione e la regolazione degli esami online in tutto il sistema universitario italiano”. Una sorta di bollino governativo a quel sistema degli “esamifici”, che finora nessun ministro ha accettato di sottoscrivere, e di cui si occupano di tanto in tanto le procure della Repubblica. Per chi ha a cuore il sistema nazionale dell’istruzione, un tema da non perdere di vista: alle elezioni politiche mancano probabilmente pochi mesi, se si concretizzerà la spinta del destra-centro di anticiparle ad aprile. Ma il tempo per fare un decreto legge, e compiere così un altro passo verso la privatizzazione del sistema Italia, ci sarebbe eccome.

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domenica 26 luglio 2026

La trappola della finanziarizzazione delle pensioni - Alessandro Volpi

  

Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali.

Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di assicurazione privata, tramite la creazione di fondi, polizze etc.

La finanziarizzazione per funzionare - al di là delle enormi disuguaglianze che genera - ha bisogno di "mercati" finanziari sempre euforici e con rendimenti significativi, in grado di reggere all'inflazione e di ridurre al minimo le scosse.

Ma gli attuali mercati sono davvero capaci di sostituire lo Stato sociale, pur con tutti i suoi limiti?

Per rispondere è necessario tenere presente alcuni elementi

1) Esiste una bolla gigantesca costruita sull'intelligenza artificiale e sulla tecnologia, che ha bisogno di costante liquidità e di un'enorme quantità di energia.

La liquidità viene raccolta con il risparmio globale che sta però erodendosi per le difficoltà produttive di gran parte del pianeta.

Soprattutto enormi investimenti nelle società dell'IA hanno bisogno, in un arco di tempo ragionevole, di produrre utili e, rispetto a ciò, il limite più grande è l'evidente mancanza di energia.

I data center consumano quantità di energia che non sono compatibili con le esigenze complessive delle società "occidentali"

2) Esiste un quadro geopolitico non certo favorevole alla stabilità finanziaria.

Le guerre in corso faranno impennare proprio il costo dell'energia (la chiusura di Hormuz, di Bab el Mandeb, la dipendenza dal GNL, le tensioni su Suez e lo Stretto di Malacca, le sanzioni) con conseguenze inflazionistiche pesanti che determineranno un aumento dei tassi e del costo del denaro, rendendo ancora più difficile la tenuta delle società dell'IA perché avranno utili più bassi del debito che devono pagare.

3) La finanziarizzazione del riarmo; l'idea che la finanza sia alimentata dalla spesa pubblica per il riarmo si scontra con le pessime condizioni dei debiti degli Stati, costretti per il rialzo dei tassi a destinare quote crescenti del proprio bilancio in tale direzione

4) La crisi del debito Usa, diventato spaventoso per dimensioni, e la perdita di credibilità del dollaro come valuta sicura stanno togliendo all'inventario degli strumenti finanziari elementi ritenuti storicamente garantiti

Allora, pensare di mettere le pensioni, la sanità, l'istruzione sul mercato finanziario, fidando sulle sue capacità miracolistiche, appare davvero una responsabilità politica di cui le classi dirigenti - e non solo quelle politiche - dovrebbero essere chiamate a rispondere.


*Post Facebook del 17 luglio 2026

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giovedì 27 marzo 2025

Se privatizziamo l’università i risultati sono questi - Tomaso Montanari

L’imbarazzante vicenda della laurea della ministra Calderone così come l’ha meritoriamente ricostruita questo giornale, costituisce di per sé un serio danno reputazionale per l’intero sistema universitario italiano: ed è proprio per questo che è opportuno che gli scandali diventino di pubblico dominio. Ed è una vicenda che, nella sua triste meschinità provinciale, ha però nessi profondi con situazioni ben altrimenti importanti: come il vergognoso cedimento della rettrice ad interim di Columbia University alle minacce liberticide di Donald Trump, o come lo stupefacente ritiro della laurea al sindaco Ekrem İImamoglu imposto dal governo di Erdogan all’Università di Istanbul. Il filo conduttore è unico, ed è la sottomissione dell’università agli interessi, alle pressioni, alle volontà del potere politico. Quando le università hanno padroni privati, piegarle è più facile: e da noi (fatte salve le vecchie e indipendenti private di grande tradizione, come la Cattolica o la Bocconi, o altre) il risultato è un triste sottobosco di scambi, collateralismi, lobbismi che smontano le regole del sistema, o peggio le piegano a favore degli interessi privati. Quando le università sono pubbliche, piegarle è in teoria più difficile, ma si possono privatizzare (l’ha fatto Orbán in Ungheria), o minacciare direttamente, come negli Usa. E ci sono ragioni concrete per pensare che anche in Italia potrebbe presto succedere qualcosa del genere: definanziamenti che inducano gli atenei a fondersi tra loro, a trasformarsi in fondazioni, a cadere direttamente sotto il controllo del potere politico. A quel punto, una squallida vicenda come quella attuale non solo rappresenterebbe la norma (e non un’eccezione rara, come è ancora), ma rischierebbe perfino di essere il minore dei mali. Non sottovalutiamo i sintomi, finché il paziente (il sistema universitario pubblico) è vivo.

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venerdì 29 novembre 2024

Privato è bello. Il verbo smantellare significa solo fare la guerra ai poveri – Alessandro Robecchi

 

Se c’è una parola felice, che avanza in ogni dove sul pianeta e miete vittime, è il verbo “smantellare”. Rimbalza ovunque, più o meno rivendicata: dall’Italia all’Argentina, all’America trump-muskiana è tutto uno smantellare, ridurre, cancellare, limare. Tutto ciò che è pubblico viene smantellato – potremmo anche dire martellato – con gran cagnara e applausi dei cosiddetti liberisti, che non sanno più cosa liberare, ma lo “liberano” lo stesso. Giorgia Meloni che riceve in dono dal signor Milei la statuetta di lui medesimo con la sega circolare in mano e la mostra divertita nelle fotografie ufficiali, rappresenta una specie di accettazione del gioco: massì, sembra goliardia, una spiritosaggine, e del resto qui assistemmo a veri orgasmi e ovazioni quando il presidente argentino urlava come un invasato “afuera!”: via, via tutto. Istruzione, sanità, sicurezza, assistenza, welfare, tutti settori in cui si ostina a considerare fondamentale la presenza dello Stato, e invece no, che sia il mercato a decidere o meglio – obiettivo e conseguenza – chi ha i soldi pensi per sé e gli altri si fottano. Un’ideologia molto precisa, che storicamente si fa risalire a due iatture antiche, Ronald Reagan e Margareth Thatcher, e che poi ha preso a scivolare su un piano sempre più inclinato. 

Le metafore si sprecano, persino esagerate, come quella della nuova ministra dell’istruzione americana, Linda McMahon, che in decine di video prende allegramente a calci nei coglioni i campioni del wrestling, grande finanziatrice di Trump, promossa per i soldi che ha versato e soprattutto per la volontà di smantellare il suo dipartimento. Cioè: il mandato per la scuola pubblica è distruggere la scuola pubblica, o quel che ne rimane. Che non è diverso da quel che vuol fare Milei quando chiama il ministero dell’Istruzione argentino “Indotrinamiento” e grida “Afuera!”. Che è poi lo stesso che vediamo qui, con qualche prudenza in più, ma nemmeno tanta, quando si disinveste sulla scuola pubblica (stipendi infami, docenti che mancano, cattedre ballerine) e si promettono finanziamenti alle scuole private. 

Il trucco è noto: piano piano si ostacola ciò che è pubblico, gli si taglia l’erba sotto i piedi, lo si fa operare male, gli si crea una brutta nomea e poi – quando finalmente non funziona più – si invoca l’intervento del privato come un toccasana. Lo vediamo ogni giorno con la sanità italiana, non c’è bisogno di esempi eclatanti, anche se è vero che in altre parti del mondo i lavori sono più avanzati. L’incarico all’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, di svuotare il bilancio statale americano con una spaventosa spending review che smantellerebbe il poco di pubblico che rimane laggiù è illuminante. E del resto, perché stupirsi se allo stesso privato viene appaltata la corsa allo spazio, il sistema di comunicazioni satellitari, persino certi segreti militari che una volta lo Stato si teneva stretti stretti?Può apparire una discreta contraddizione che proprio mentre tornano di moda nazionalismi e sovranismi vari si smantellino sempre più velocemente e violentemente i poteri dei vari stati nazionali con una cessione di potere – di affari e potere – ai privati. Ma forse non è così. Anzi si precisa sempre più che la competizione non è tra Stati – bandiere, divise, confini, cose così – ma tra componenti della società: chi ha e chi non ha, chi può pagare e chi non può, che è una dimensione globale di guerra ai poveri, cioè agli sfigati che producono ricchezza ma non ne godono, non se lo meritano, afuera!

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giovedì 8 agosto 2024

Mare Libero: chi si riprende le spiagge sfidando il caos delle concessioni balneari - Roberta Cavaglià, Michele Gambirasi, Susanna Rugghia

 

Stabilimenti, campeggi, circoli sportivi e complessi turistici privati occupano oltre il 40% dei circa 8mila chilometri di coste italiane. In alcune Regioni raggiungono picchi del 70%. Tra proroghe illegittime, contestazioni della Commissione europea e strampalati calcoli del governo, i litorali continuano a essere un’esclusiva fonte di profitto. Ma di fronte all’inazione c’è chi ha deciso, pacificamente, di ribellarsi

“Questo non è il lungomare, è il lungomuro”. Così si rivolge Fabio (nome di fantasia) a due turisti stranieri sul litorale romano, a Ostia, quando gli chiedono dove sia la spiaggia libera. Lungo i 13 chilometri di costa ci sono 71 stabilimenti balneari, che negli anni hanno edificato al punto da rendere invisibile il mare dalla strada.

Fabio vive a Ostia da molti anni e in passato ha lavorato in questi stessi stabilimenti; adesso preferisce non farsi riconoscere, per il timore di subire ritorsioni. È infatti un attivista di Mare Libero, l’associazione che dal 2019 riunisce comitati diffusi sul territorio nazionale intorno al Manifesto per il mare, con l’obiettivo di ridiscutere le politiche che regolano le concessioni demaniali sulle coste italiane. Da cinque anni organizzano il 14 luglio la “Presa della Battigia”, una serie di azioni coordinate sparse su tutti i territori, durante le quali gli attivisti si recano negli stabilimenti balneari reclamando il diritto a transitare e sostare liberamente nei primi cinque metri di arenile antistanti il mare, che devono essere per legge lasciati sgombri da attrezzature e liberamente fruibili.

Quest’anno si sono spinti oltre, piantando i propri ombrelloni nello spazio degli stabilimenti rivendicando il diritto a fruire della spiaggia dato che le concessioni risultano scadute. Ad aprile infatti il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittime le proroghe automatiche che il governo aveva firmato estendendo il termine delle concessioni fino alla fine del 2024. Il giudice amministrativo ha ritenuto incompatibile il provvedimento, accordato ormai da diversi anni, con il diritto dell’Unione europea, e in particolare con la direttiva “Bolkestein”, che impone invece che le concessioni balneari vengano messe a gara.

 

“Il problema è pensare che la Bolkestein crei più spiagge libere, non è così: al posto dell’attuale concessionario viene un grande imprenditore, che aumenta le tariffe e trasforma lo stabilimento in un luogo di superlusso”, sostiene Antonio Capacchione, presidente del Sindacato italiano balneari. “Nessuno può rubare il lavoro di un altro -prosegue Capacchione- se qualcuno vuole fare il balneare che apra la propria azienda dove c’è spazio, noi riteniamo che ci sia spazio per nuove concessioni in Italia”.

Ciò su cui gli imprenditori insistono è la necessità di garanzie di continuità per le aziende del settore, che offrirebbero un servizio di qualità in grado di attrarre turisti anche dall’estero; in quest’ottica la proroga automatica sarebbe una forma di assicurazione nei confronti degli investimenti fatti negli anni. Il riconoscimento di un indennizzo economico per i concessionari uscenti è infatti una delle motivazioni alla base dello sciopero indetto dalla Federazione italiana pubblici esercizi e la Federazione sindacale della Confesercenti per il 9 agosto, quando gli stabilimenti che aderiranno alla protesta apriranno alle 10 di mattina, invece che alle 8. Tra i motivi dello sciopero c’è anche la mancanza di criteri nazionali sulle gare, che alcuni enti locali e regionali hanno già iniziato a organizzare.

Al di là della Bolkestein, Mare Libero chiede di ripensare le politiche sul mare. “L’idea che la spiaggia sia un luogo di profitto è un’anomalia tutta italiana” dice Roberto Del Bove, coordinatore dell’associazione nel Lazio. “La concessione deve essere un’eccezione, non la regola -prosegue Agostino Biondo, del direttivo nazionale- se il Comune non è in grado di bandire la gara, questa non si fa e la spiaggia rimane libera”.

È sulla percentuale di costa data in concessione che si gioca la partita sull’applicazione della direttiva europea: questa infatti regolamenta esclusivamente beni di cui sia provata la scarsità. Il governo ha istituito a giugno 2023 un tavolo interministeriale, con anche le associazioni di categoria, per mappare lo stato delle spiagge italiane. Le conclusioni pubblicate a ottobre, ottenute attraverso la banca dati Sid del ministero delle Infrastrutture, stabilivano che solo un terzo delle zone demaniali era dato in concessione, mentre il 67% rimaneva libero: pertanto non sarebbe stato necessario applicare la Bolkestein.

Un risultato contestato però dalla Commissione europea, perché era stata tenuta in considerazione tutta la costa senza alcuna distinzione. E non è solo l’istituzione comunitaria a reputare la mappatura del governo italiano non idonea. “Gli errori sono sia nel metodo che nel merito” spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente, dove da oltre trent’anni si occupa di mare, aree protette e turismo. “Nel merito perché a quel tavolo erano assenti le associazioni ambientaliste, i consumatori e soprattutto i Comuni, che dovranno fare i bandi per le procedure di trasparenza amministrativa. Nel metodo perché hanno dichiarato la costa italiana di 11mila chilometri, mentre non arriva a 8.000”.

Sono stati infatti inclusi i moli commerciali, i porti industriali, gli impianti petroliferi e i pontili delle centrali elettriche. Oltre alle coste a falesia alta e ai pontili frangiflutti dove è impossibile collocare uno stabilimento balneare. “La costa sabbiosa accessibile in Italia non arriva ai 4.000 mila chilometri” spiega ancora Venneri, che è autore del Rapporto Spiagge di Legambiente che quest’anno si è concentrato soprattutto sull’erosione costiera, un fenomeno che negli ultimi cinquant’anni è costato la perdita di 40 milioni di metri quadrati di spiaggia. “Più si irrigidisce il terreno costiero più si determina l’erosione. Per questo le concessioni dovrebbero prevedere sempre opere facilmente amovibili, che tuttavia sono più l’eccezione che la regola”.

È proprio la durata pluriennale delle concessioni ad aver favorito il gigantismo degli stabilimenti balneari che in casi come Ostia ospitano piscine, spa, ristoranti e boutique, come nelle spiagge di lusso della Versilia, e che in Regioni come Liguria, Emilia-Romagna e  Campania occupano oltre il 70% delle spiagge. Con un costo, oltre che ambientale, di impedimento di accesso al mare per i cittadini.

“Oltre alle spiagge occupate dagli stabilimenti bisogna tenere conto della percentuale dei tratti di costa interdetti e abbandonati. Se si sommano questi casi a una percentuale già molto bassa di spiagge libere, si può dire che in Campania il diritto al mare è negato” racconta Klarissa Pica, portavoce di Mare Libero per la Campania e ricercatrice.

Nonostante infatti in alcune Regioni ci siano leggi che stabiliscono una quota minima di spiagge libere, difficilmente queste vengono rispettate. In Emilia-Romagna, ad esempio, la legge regionale del 31 maggio 2002 prevede che debba essere del 20%, senza specificare però se a livello regionale o comunale. “A Rimini le spiagge libere non arrivano all’8% e a Cervia neanche al 4%”, spiega Nicoletta Zampriolo, referente di Mare Libero in Emilia-Romagna. “Sempre nei Comuni più vicini al delta del Po, inoltre, il conteggio non tiene conto della presenza di riserve naturali interdette al pubblico per tutto l’anno o in alcuni periodi specifici”, aggiunge.

Ed è proprio grazie all’escamotage di conteggiare tratti di costa di fatto inaccessibili, come le scogliere che circondano Punta dell’Olmo, nel Comune di Celle Ligure, che l’ex presidente della Liguria Giovanni Toti avrebbe previsto di sdemanializzare la spiaggia libera in cambio di un finanziamento per le elezioni del 2021 da parte degli imprenditori Aldo e Roberto Spinelli, che alle spalle della spiaggia hanno avviato la costruzione di 48 appartamenti e un resort di lusso dal valore di 90 milioni di euro.

Anche in Liguria la legge regionale del 28 aprile 1999 stabilisce chiaramente l’obbligo di garantire il 40% di spiagge libere in ogni Comune. “Una percentuale che non è mai stata rispettata, dato che la legge ne lega l’applicazione alla messa in gara delle concessioni”, spiega Selena Candia, consigliera regionale della coalizione di centrosinistra.

“Gli imprenditori e i balneari hanno fatto sponda con il centrodestra pensando di andare avanti all’infinito: non è così. E lo stesso vale per le persone che pensano che allo strapotere degli stabilimenti balneari non ci sia alternativa. Sono barriere culturali e politiche da abbattere attraverso gare trasparenti che prevedano il pagamento di canoni congrui”, afferma Stefano Salvetti, referente di Mare Libero in Liguria.

Secondo l’ultimo rapporto della Corte dei conti, infatti, tra il 2016 e il 2020 lo Stato ha incassato in media 101,7 milioni di euro all’anno, contro un fatturato medio per ogni stabilimento stimato da Nomisma di 260mila euro. “I Comuni potrebbero usare queste risorse per garantire il salvamento e la presenza di servizi igienici nelle spiagge libere. A pochi chilometri di distanza, in Francia, tutto questo è già realtà -conclude Salvetti-. E può esserlo anche qui”.

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domenica 30 giugno 2024

La scuola assediata da improbabili filantropi - Giovanna Lo Presti

 

In questo articolo si parla di due fenomeni. Il primo, che corrisponde a un progetto che i detentori del potere economico e politico cercano di mandare a effetto da almeno tre decenni è la privatizzazione di settori fondamentali per una società civile: la scuola e la sanità. Qui mi occuperò, attraverso un esempio emblematico, della scuola. Va da sé che privatizzare vuol dire mettere a profitto quelli che sino ad ora, tra malfunzionamenti, indubbie e discutibili aperture al privato, scarsi investimenti da parte dello Stato, sono sempre stati considerati in Italia servizi essenziali per tutti i cittadini e, in quanto tali, gratuiti. Il secondo fenomeno, che si muove sul piano simbolico, è l’espropriazione, da parte dei soggetti il cui credo ha un solo comandamento, il profitto, del linguaggio dei loro antagonisti. Il processo mimetico è netto: per un lettore che legga fuori dal contesto, ciò che afferma una Fondazione bancaria sulla scuola è indistinguibile da ciò che potrei scrivere io, convinta sostenitrice di una scuola di buona qualità e di una società più equa dell’attuale. La confusione che in tal modo si determina è nociva e impedisce a chi ha meno strumenti critici (ai più giovani, ai più distratti, ai più annoiati, a coloro che non conoscono l’argomento) di capirci qualcosa.

Passo all’esempio, che mi è stato segnalato da amici che lavorano in aree cosiddette “a rischio”: mi hanno parlato di un progetto il cui scopo dichiarato è quello di arginare la povertà educativa e di ridurre le diseguaglianze sociali. Nel loro collegio docenti tale progetto, denominato Teach for Italy (“Insegnare per l’Italia”) pare sia stato presentato in modo piuttosto sommario. Aderendo al progetto, la scuola avrebbe avuto a disposizione un certo numero di giovani insegnanti formati da Teach for Italy per contrastare lo svantaggio educativo. Dopo un periodo di osservazione del lavoro in classe, queste “forze nuove”, messe a disposizione della scuola senza alcun onere economico per la stessa, avrebbero dovuto collaborare o sostituire – questo non era chiaro nella presentazione della dirigente – gli insegnanti della classe. Vista la genericità della presentazione, il progetto è stato prudenzialmente respinto dal Collegio. Ormai siamo abituati al fatto che la scuola sia terreno di pascolo per le associazioni del terzo settore; quello che c’è di nuovo in Teach for Italy è che le scuole non debbano sborsare soldi per avere il servizio. Quello che c’è di vecchio e, a mio avvio, deprecabile è che neolaureati “formati” da non si sa bene chi per non si sa bene quale scopo, possano sorreggere e aiutare professionisti (anche i docenti sono professionisti) con anni di esperienza alle spalle.

Il tutto mi è parso strano e così ho cercato di capire che cosa ci sia dietro questa nuova (almeno per me) associazione. Si è aperto un mondo che non esiterei a definire distopico. Cominciamo dall’inizio, con le informazioni che ho preso dal sito di Teach for Italy: la sezione italiana fa parte di un network internazionale Teach For All, presente in oltre 60 Paesi del mondo, fondato da Wendy Kopp, una imprenditrice folgorata dalla necessità di occuparsi delle diseguaglianze educative. In pratica un “impero educativo”. Cito dal sito dell’associazione:

Un* insegnante che diventa un* Fellow di Teach for Italy sviluppa competenze professionali rilevanti per il suo futuro percorso professionale, realizza attività e si impegna concretamente per combattere le disuguaglianze educative in Italia. Consolida le sue competenze di insegnamento e partecipa a implementare progetti di innovazione e contrasto alle disuguaglianze in collaborazione con i nostri partner locali e nazionali. Nei due anni di programma, gli/le insegnanti si impegnano a formarsi su metodologie didattiche innovative che mettono lo studente al centro, insieme a un supporto di coaching e di career mentoring verso alcuni percorsi professionali da parte di professionisti nazionali e internazionali. Al termine del programma diventeranno gli/le Alumni/ae di Teach for Italy, continuando a impegnarsi per divenire agenti del cambiamento volti a realizzare un cambiamento sistemico nell’ecosistema educativo Italiano, per raggiungere una migliore equità educativa.

Come molte associazioni senza scopo di lucro penso che anche Teach for Italy debba però procurarsi del denaro per svolgere la propria azione “filantropica”: trovo anche qui informazioni sufficienti. «I primi sostenitori sono stati Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo e Fondazione Agnelli che lavorano da tempo sulle diseguaglianze educative. Abbiamo avuto un finanziamento iniziale da Fondazione Stellantis, a cui nel tempo si sono aggiunte diverse fondazioni partner sui territori […] Stiamo allargando la platea dei donatori, abbiamo avuto una donazione molto importante da Unicredit che ci sta aiutando a finanziare la crescita e poi tanti individui che credono alla nostra missione» (https://www.vita.it/la-sfida-del-secolo-una-scuola-senza-diseguaglianze/).

Leggo e rifletto: ma chi sono questi filantropi, che vogliono mettere a disposizione della malandata scuola italiana giovani e agguerriti insegnanti, agenti del cambiamento volti a realizzare un cambiamento sistemico nell’ecosistema educativo Italiano (?) e che «mettono al centro gli studenti» (quasi gli insegnanti “normali” mettessero “al centro” del loro lavoro le suppellettili scolastiche)? Se sono, come sono, dirette emanazioni di importanti banche o fondazioni che fanno capo a imprese come Stellantis non farebbero meglio a contribuire all’equità sociale che sta loro tanto a cuore agendo nel loro ambito e cioè, per esempio, se banche, rinunciando ai clamorosi extra-profitti, in modo da offrire mutui a condizioni più vantaggiose e pagando gli interessi dovuti ai piccoli risparmiatori e, se aziende, non licenziando e precarizzando i lavoratori con l’unico intento di massimizzare gli utili? Sarà un ragionamento semplice e con qualche imprecisione dal punto di vista di un economista liberista, ma tant’è. Perciò, visto che la filantropia di soggetti rapaci puzza da lontano, bene fanno le scuole ad essere prudenti e a non accettare ingerenze. Piuttosto semplice capire la direzione di Teach for Italy: per ora vi forniamo gratuitamente personale aggiuntivo, che formiamo noi e poi, a processo avviato, vedremo di sostituire ai metodi obsoleti ed arcaici della “vecchia” scuola i nostri metodi ed anche i nostri contenuti. Quando saremo ben infiltrati nel tessuto della scuola italiana sapremo come fare per estrarre profitto dal vecchio carrozzone della scuola pubblica. In questo siamo esperti.

La nostra scuola statale è vecchia, è malandata ma ha ancora tante zone vitali ed è pronta a rigenerarsi, se chi lavora in questo settore non si arrenderà all’avanzata del “nuovo”. Il quale “nuovo” tanto “nuovo” non è; è dagli anni Novanta (ed anche da prima, per la precisione) che il pensiero neoliberista spinge verso la privatizzazione del settore. Tutta in un colpo non si poteva fare, è chiaro: ma a poco a poco, utilizzando gli ultracorpi di giovani insegnanti formattati direttamente dai detentori del potere economico, sì. Non si tratta di fantascienza, l’invasione degli ultracorpi è già iniziata. Si legga questo passo: «Una scuola di qualità che pone gli studenti al centro dell’esperienza di apprendimento può contribuire a trasformarne il futuro. Valorizzando le capacità di ognuno indipendentemente dal contesto di provenienza, possiamo fornire a tutti gli strumenti per crescere e aprire la strada a una società più giusta e equa». Queste parole non le ho scritte io: le potrete trovate tal quali su Unicredit Foundation.

L’aggressione alla scuola statale come luogo di trasmissione del sapere viene da lontano. È dai tempi dell’importante Accordo interconfederale del 23 luglio 1993, che inaugurava il periodo della cosiddetta “concertazione” tra parti sociali, che si sostiene la necessità di «un raccordo sistematico tra il mondo dell’istruzione e il mondo del lavoro, anche tramite la partecipazione delle parti sociali negli organismi istituzionali dello Stato e delle Regioni dove vengono definiti gli orientamenti ed i programmi e le modalità di valutazione e controllo del sistema formativo». Altro che autonomia scolastica! La scuola, secondo tale dichiarazione d’intenti, è subalterna al mondo produttivo. Quindi le “parti sociali” e cioè le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, il governo, gli enti locali, dovrebbero collaborare a definire «gli orientamenti ed i programmi e le modalità di valutazione e controllo del sistema formativo». A ben leggere, non è poca cosa e si integra molto bene con il dannosissimo progetto odierno dell’autonomia differenziata. Ricordiamo, tra i molti obiettivi che nell’Accordo toccano la scuola, la volontà di «portare a termine la riforma della scuola secondaria superiore, nell’ottica della costruzione di un sistema per il 2000, integrato e flessibile tra sistema scolastico nazionale e formazione professionale ed esperienze formative sul lavoro sino a 18 anni di età» e poi di «valorizzare l’autonomia degli istituti scolastici ed universitari e delle sedi qualificate di formazione professionale, per allargare e migliorare l’offerta formativa post-qualifica, post-diploma e post-laurea, con particolare riferimento alla preparazione di quadri specializzati nelle nuove tecnologie».

Morale: molti anni fa due giornalisti del Sole24Ore, Dragoni e Meletti, scrivevano un libro intitolato La paga dei padroni. L’incipit era memorabile: nel 2007 Alessandro Profumo, allora amministratore delegato di Unicredit, aveva guadagnato 25.000 euro al giorno (proprio così: 25.000 euro in un giorno). In seguito le cose non sono cambiate: nel 2023 Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, ha guadagnato 23,4 milioni di euro, pari a 365 volte lo stipendio medio che i 268 mila dipendenti di Stellantis ricevono in un anno. Questi sarebbero gli stessi soggetti che si vogliono muovere verso una società più giusta? Mi pare proprio il caso di dire: «Timeo Danaos et dona ferentes».

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giovedì 21 marzo 2024

privatizzando le Poste italiane

 



Privatizzazione Poste Italiane. A l'AntiDiplomatico diamo la parola ai lavoratori - Giulia Bertotto

La proposta di privatizzazione di Poste Italiane sta riempiendo - e a ragione vista la portata storica, economica e anche democratica che comporta - le prime pagine dei giornali. Poste Italiane venne fondata nel 1862 nell’Italia post-unitaria, originariamente col nome di Ente Poste Italiane (EPI), convertita in società per azioni nel 1998. Nel 2022 presentava un fatturato di 11,8 miliardi di euro.

Il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri per la privatizzazione di Poste Italiane è stato inviato alla Camera per l’esame delle Commissioni competenti. Alla proprietà pubblica resterà una quota minima del 35%. Attualmente Poste Italiane è controllata per il 29,26% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per il 35% da Cassa Depositi e Prestiti (una SpA controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze) e il restante da investitori istituzionali e retail (vendita al dettaglio).

Abbiamo intervistato due dipendenti romani, un portalettere e una addetta ai lavori interni, i quali preferiscono tutelarsi restando anonimi.

La parola a loro. Ai lavoratori. 

Perché volete evitare la privatizzazione di Poste Italiane?

La nostra lotta contro la privatizzazione dei Poste Italiane come cittadini italiani e come lavoratori. Fin dalla sua Fondazione PI è stato un ente che ha avuto un ruolo nell’Unità d’Italia, è quindi un’istituzione storica che ha contribuito anche alla rinascita degli italiani dopo le Guerre, rappresentando un punto di rilancio e forza del nostro paese. Poste Italiane è un baluardo solido per i risparmi della cittadinanza. Inoltre i suoi uffici sono così capillarmente diffusi sul territorio nazionale, che questa privatizzazione significherebbe mettere fisicamente la penisola nelle mani di un privato. In ogni piccolo paese c’è una chiesa, una farmacia, un bar e sicuramente un ufficio postale. Buoni fruttiferi, libretti, conti correnti, PI è una realtà concreta nella nostra vita. Affidare tutto questa ricchezza -o anche una parte di essa- a un privato, è pericoloso, sconcertante. Come lavoratori ipotizziamo che il privato si libererà presto di settori aziendali meno remunerativi (a differenza del ramo finanziario) e che non fanno alti profitti come il recapito. Di conseguenza ipotizziamo minore tutela del lavoratore che comporterà un taglio dei posti e un ulteriore aumento della mole di lavoro. Quindi un futuro “alla Amazon”, con turni disumani, tutele irrisorie, assenza di permessi (il vecchio contratto prevede PIR, mentre gli assunti dal 2019 beneficiano solo di malattia e ferie ma non di permesso retribuito e sono cedibili con il ramo d'azienda). Ricordiamo che il postino che deve uscire in tutte le condizioni comprese pioggia e neve sui motomezzi e che durante il lockdown non ha smesso nemmeno per un giorno di recapitare beni di prima necessita e non a chi era costretto in casa.

Ci saranno svantaggi anche per i cittadini che usufruiscono dei servizi offerti?

Certamente, purtroppo. Poste Italiane oggi è una società che possiede grandissimi utili, il Governo nel 2023 ha preso utili per 600 milioni di euro. Perché PI venderebbe a 3,8 miliardi circa, almeno il 29% delle quote azionarie se ad esempio in sette anni il guadagno sarebbe superiore a quello attuale? La domanda dovrebbe allarmare non solo i lavoratori ma tutti i cittadini. Stanno vendendo un pezzetto di Stato italiano e il rischio è quello di andare oltre perché Cassa Depositi e Prestiti che detiene al momento il 35% delle restanti quote (se vendessero solo quel 29%) è già un tassello di privatizzazione. Cassa Depositi e Prestiti è la banca da cui lo stato attinge per effettuare tutte le sue operazioni, e svendendo PI si svenderà una quota di essa ai privati. Dentro questa percentuale figura anche la Goldman Sachs. Attori privati potranno gestire il denaro pubblico delle nostre tasse e anche dei nostri risparmi.


Il privato accetta il rischio d’impresa, osa, il pubblico ha la priorità e il dovere di tutelare i cittadini, dove finiranno queste garanzie sociali?

La ricaduta sui lavoratori e quindi sulle loro famiglie sarà spietata. Chi ha un vecchio contratto di lavoro forse è più al sicuro ma i nuovi lavoratori assunti con i nuovi contratti non lo sono affatto. Loro sono come dei codici a barre, nel loro contratto c’è scritto che possono essere ceduti a terzi in caso di necessità. PI potrebbe venire divisa in due come è successo ad Alitalia. I report relativi a studi bancari, ad esempio quello di Medio Banca parlano di una vendita già realizzata e di tagli del 25% del personale. Questi sono tutti utili per gli investitori e rendono appetibili le quote. Ma questo non conviene certo ai cittadini che perderanno personale agli sportelli.


Ci sarà ancora il servizio pubblico? Questa è una di quelle domande che dobbiamo porci anche in riferimento al servizio sanitario del nostro paese. Il processo di privatizzazione è un metodo di esproprio alla cittadinanza dalle braccia lunghe...

Sì, coloro che ci governano da sinistra a destra svendono a terzi ciò che a loro neppure appartiene, ma che appartiene alla collettività che paga le tasse. Il servizio pubblico è invece fondamentale dal punto di vista politico perché bilancia i poteri, ma anche sul piano sociale, gli uffici sono una istituzione nella comunità.

Del resto lo slogan PI non è “Il cambiamento siamo noi"?

Lo chiamano “futuro” ma si deve intendere “profitto”. Attribuire ai privati il taglio del personale li solleva agli occhi dell’opinione pubblica che non è informata dei fatti o che non ha compreso l’operazione in corso, dalla responsabilità di una strage sociale.

Come si esprimono i sindacati sulla situazione?

La CGIL, la UIL e i COBAS, si stanno mobilitando attraverso inizi di protesta, rimane fuori la CISL. PI ha 120 mila lavoratori, più della metà sono iscritti alla CISL, sindacato che detiene quindi la maggioranza delle deleghe e dunque costituisce questa grossa fetta di rappresentanza quando va a trattare con gli AD. Vuol dire che se la CISL rimane fuori da questa contrattualizzazione, siamo davanti a un problema. Probabilmente questo sindacato non entrerà in lotta contro la privatizzazione perché nelle prossime elezioni politiche ci sarà un candidato europarlamentare legato all’esecutivo Meloni, quindi andrebbero contro iniziative governative. Questo il quadro fantapolitico intricato e fatale. Il nostro intento è attivare i lavoratori al di là di ogni sigla e dei colori politici. I lavoratori possono fare moltissimo se riescono ad andare oltre le ideologie e ad organizzare un movimento a prescindere dalle bandiere.

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domenica 17 dicembre 2023

Il dogma delle privatizzazioni - Marco Bersani

 

Il dogma delle privatizzazioni continua ad essere il faro dei governi italiani, siano essi in mano al mitizzato centro-sinistra di Prodi, al pilota automatico di Draghi o al nazionalismo sovranista di Meloni. Come una litania ipnotica, ogni volta che si affronta la tematica del debito pubblico -artatamente raccontato come il problema dei problemi- scatta il riflesso condizionato delle privatizzazioni.

E così anche l’ammucchiata reazionaria che ha oggi in mano le redini del Paese affida il proprio destino alla vendita dei gioielli di famiglia. Non che ne siano rimasti molti, dopo la scorpacciata degli anni ’90, che aveva permesso nel 2001 all’allora ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, di introdurre il Libro Bianco sulle privatizzazioni con queste parole:

“La legislatura si conclude con la pressoché totale fuoriuscita dello Stato dalla maggior parte dei settori imprenditoriali dei quali, per oltre mezzo secolo, era stato, nel bene e nel male, titolare”. Ma tant’è, si raschia il barile per avere un po’ di soldi ‘sporchi, maledetti e subito’, regalando al mercato imprese strategiche o servizi di interesse generale.

E’ così che è stato pomposamente annunciato il secondo tempo della privatizzazione di Poste italiane, un passaggio ridicolo anche dal punto di vista economico. Il governo Meloni si appresta infatti a vendere l’intera quota in mano al Ministero dell’Economia e della Finanza, pari al 29,26% del capitale sociale, contando di incassare 3,8 mld di euro.

In termini di abbattimento del debito pubblico, che viaggia sui 2.860 mld di euro, siamo alla presa per i fondelli; in termini di bilancio, contando che l’utile attuale di Poste è pari a 1,5 mld/anno (500 ml/anno il dividendo per lo Stato), significa che nell’arco di otto anni l’incasso ottenuto dalla privatizzazione verrebbe sterilizzato dalla perdita dei dividendi annuali, con il risultato di aver perso il controllo di un ente pubblico senza aver ricavato nulla dal punto di vista economico.

D’altronde, il governo Meloni non fa che ripetere quanto già precedentemente fatto dal governo Renzi (a testimonianza della pluralità delle chiese ma dell’unico dio adorato), che nel 2015 collocò sul mercato quasi il 35% della quota di capitale detenuta dallo Stato, dopo averne ceduto un’analoga quota a Cassa Depositi e Prestiti.

Dentro questo mefitico scenario, forse alcune considerazioni vanno ricordate.

La prima è che il sistema postale italiano è stato uno dei pilastri dell’unificazione del Paese e un’infrastruttura che ne ha garantito la coesione sociale e territoriale: se già in questa prima fase di privatizzazione si sono visti gli effetti in termini di riduzione del personale, orientamento al business invece che al servizio pubblico e chiusura delle sedi periferiche, non ci vuole un indovino per prevederne l’esponenziale moltiplicazione.

La seconda considerazione riguarda il fatto che l’infrastruttura sociale di Poste è stata edificata con i soldi pubblici attraverso le tasse costantemente versate da quella parte del Paese che non ha mai potuto, né voluto evaderle: di conseguenza Poste non può mai essere considerata una proprietà del governo di turno, ma un bene pubblico dell’intera comunità, che ha il diritto di deciderne finalità e gestione.

Infine, dopo tre decenni di privatizzazioni che hanno spolpato il Paese e messo con le spalle al muro le comunità territoriali, credo sia giunto il momento di fare un’operazione di onestà intellettuale e aprire una discussione pubblica sugli effetti delle privatizzazioni in termini economici, sociali e relazionali.

Perché se si priva una comunità dei beni che la rendono tale è inaccettabile poi lamentarsi se la coesione sociale si è persa e i territori sono diventati luoghi anonimi di individui brulicanti e rancorosi.

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sabato 25 novembre 2023

Piange il telefono

 

TIM, la sudditanza del governo Meloni contro gli interessi del popolo italiano - Francesco Erspamer

Per chi non lo sapesse, una volta la TIM era la SIP, operatore telefonico controllato dallo Stato. Allora il settore delle telecomunicazioni era considerato di vitale importanza per la sovranità e sicurezza nazionale: che è la ragione per cui fu frettolosamente privatizzato durante il golpe globale americano immediatamente seguito alla crisi e dissoluzione dell’Unione Sovietica. Principali responsabili (non dimenticatelo mai) furono i radicali più o meno chic, apripista del neoliberismo liberal e libertario; anche se ad approfittarne e guadagnarci furono poi i due poli pseudo-politici altrettanto frettolosamente costituiti a imitazione del modello statunitense: a fingersi destra, i liberisti berlusconiani (inclusi quelli che in precedenza si erano detti e magari erano stati conservatori o addirittura fascisti), a fingersi sinistra, una coalizione di liberisti veltroniani (quelli che si erano definiti socialisti o addirittura comunisti) e di liberisti prodiani (quelli che si erano definiti cattolici). Così nel 1994 nacque Telecom Italia e tre anni dopo l’immarcescibile Prodi la privatizzò (il popolo della finta sinistra era troppo occupato a fare girotondi con Nanni Moretti per preoccuparsi di questo o altri dettagli come l’ingresso nell’euro).

Qualche giorno fa l’ultimo passo: il consiglio di amministrazione della TIM ha autorizzato la vendita della rete fissa (ossia le infrastrutture che a suo tempo furono costruite dallo Stato e a spese dei contribuenti, come le autostrade) a un colosso finanziario americano, la KKR, specializzata in acquisizioni di imprese, spesso gigantesche, con soldi presi a prestito: pura speculazione finanziaria, che se va bene arricchisce oscenamente gli speculatori e se va male danneggia lo Stato e la gente ordinaria (nel latinorum anglofono dei media, nuovi Azzecca-garbugli al servizio dei potenti, si chiama «leveraged buyout», così non capite cosa significa e vi entusiasmate se Draghi diventa presidente del consiglio, perché è uno che di soldi ci capisce). Per saperne di più leggete l’articolo di una rivista non proprio comunista, «Forbes», raggiungibile con la connessione che ho copiato sotto, nel primo commento.


Niente di nuovo, peraltro: è il mondo che democraticamente vi siete scelto e che sostenete quotidianamente acquistando e facendo tutto quello che prescrive la pubblicità delle banche e delle altre multinazionali, anche se da voi stessi considerato superfluo, inutile o dannoso.


La ragione per cui ne parlo è che a sostenere questa operazione palesemente svantaggiosa per l’Italia e, direi, per l’Europa, dunque contraria agli interessi nazionali, sono Giorgia Meloni e il suo governo, eletti a furor di popolo per salvare la nazione e i suoi valori. Ora, che Meloni fosse una neoliberista e non una nazionalista a me è sempre parso evidente: qualcuno si sarà fatto ingannare dalla sua finta opposizione al governo Draghi (che non aveva bisogno del suo appoggio e quindi poteva farle giocare la parte dell’opposizione) ma io non avevo dimenticato la sua partecipazione al IV governo Berlusconi, quello che sfasciò la pubblica istruzione con il decreto Gelmini e destabilizzò la Libia a tutto vantaggio di Francia e Stati Uniti. Il comportamento di Meloni sulla TIM come sull’Ucraina o su Gaza, mi pare dunque perfettamente coerente.


Invece di deprimermi, ciò mi pare motivo di speranza. A patto di saperne approfittare. Non so perché Meloni abbia avuto tanto successo: una concomitanza di fattori, immagino, che si sono aggiunti alla mediocrità dei suoi avversari. Ma so che ha ritenuto necessario presentarsi come una sovranista, come una cattolica, come una conservatrice e addirittura come una fascista, non come la filoamericana e globalista che è (come invece ha fatto, apertamente, la Lega, oltre ovviamente al Pd di Renzi, Letta, Draghi e Schlein). Come mai? Perché sa bene, Meloni, che ci sono molti italiani che sono sensibili a quel tipo di retorica, e alcuni che ci credono davvero.


Dove ripongo la mia speranza, allora? Proprio in questo popolo che confusamente resiste alla normalizzazione globalista e che si sente sconfitto, escluso, marginalizzato. Una maggioranza non solo silenziosa come quella che mezzo secolo fa si lasciò dominare, no, non dai comunisti, piuttosto dai liberali atlantisti e dai sessantottini; dicevo, una maggioranza (o ampia minoranza), oggi, non solo silenziosa ma frustrata, rassegnata, depressa: composta di ex conservatori, ex cattolici, ex comunisti, ex moralisti, ex tradizionalisti, ex provinciali, ex umanisti, i tanti che ancora danno valore ai valori ma che non hanno il coraggio di difenderli apertamente, che cominciano a diffidare delle novità fini a sé stesse ma non sanno come rifiutarle. Se il liberismo trionfante ancora li deve corteggiare e ingannare forse vuol dire che sono parecchi, a destra come a sinistra, e che anche se divisi, deboli, passivi, la loro rabbia repressa fa paura.

Ecco, si tratta di raggiungerli, aggregarli, organizzarci, prepararci: in modo che quando arriverà la prossima crisi, più catastrofica delle precedenti (e verrà, state sicuri), si possa reagire con lucidità e determinazione, approfittando dell’occasione per spazzare via la dittatura mediatica e finanziaria del neocapitalismo insieme ai suoi burattini.

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giovedì 31 agosto 2023

Bilancio pubblico, da noi trionfano i predatori – Emiliano Brancaccio

 

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti Ricordate la storiella secondo cui il ceto medio si sarebbe allargato a dismisura e saremmo tutti diventati dei piccoli, pasciuti capitalisti? Anni fa questa immane sciocchezza la ripetevano in molti, inclusi autorevoli leader della sinistra. Oggi però la litania non va più di moda. Persino l’Ocse ha ammesso che nel mondo sta avvenendo un fenomeno esattamente opposto, di erosione dei ceti intermedi e di polarizzazione tra i gruppi sociali. Al punto che, negli olimpi della ricerca economica, si assiste a un recupero del concetto marxiano di «classe». La contrapposizione tra capitale e lavoro, cioè, resta un duro fatto di cui occorre tener conto se si vuol comprendere una realtà altrimenti indecifrabile. Inclusa la realtà del bilancio statale.

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti. Vale a dire, dagli abitanti delle regioni povere a quelli delle regioni ricche, dai malati ai sani, dai bisognosi di assistenza agli autosufficienti, dai figli degli analfabeti di ritorno ai figli degli acculturati, dai proletari ai proprietari, dai salariati ai percettori di rendite e profitti. James Galbraith l’ha definita una lotta che vede i capitalisti nel ruolo di «predatori dello Stato»: impegnati ad accaparrarsi risorse che un tempo venivano trasferite alle classi inferiori.Il fenomeno è di portata globale. Ma l’Italia, più di altri paesi, si sta rivelando un habitat eccezionalmente favorevole per le scorribande dei «predatori dello Stato». Il governo Meloni, al riguardo, offre esempi rilevanti.

Consideriamo l’abolizione del reddito di cittadinanza. Nelle regioni più martoriate dalla povertà e dal lavoro nero, il reddito agiva come una sorta di salario minimo di fatto. La sua eliminazione comporterà quindi un trasferimento non semplicemente dagli indigenti allo Stato, ma più in generale dai lavoratori ai capitalisti. Pensiamo poi alla riforma fiscale con cui il governo intende scendere ad appena tre aliquote di prelievo, con una ulteriore ipotesi di «scudo» a favore delle rendite. È l’ennesimo colpo inferto al principio costituzionale di progressività delle imposte. Ricordando che negli anni Settanta esistevano ben ventidue aliquote e non c’erano privilegi per i rentiers, comprendiamo la forza con cui, da decenni, i «predatori» spostano i carichi fiscali sulle spalle delle classi subalterne.

Ma ci sono anche esempi più subdoli. Esaminiamo la riduzione del cuneo fiscale, che a dire dei ministri in carica dovrebbe dare ampio sostegno ai salariati. Se la confrontiamo con l’inflazione degli ultimi tre anni, che ha accresciuto non solo i profitti ma anche il valore nominale del bilancio statale, ci rendiamo conto che l’intervento sul cuneo non è nemmeno un pannicello caldo. È una beffa.

Infine, analizziamo la proposta, avanzata dal ministro dell’economia, di un rilancio delle privatizzazioni. Se osserviamo gli effetti delle dismissioni record attuate dall’Italia nei decenni passati, scopriremo che il loro impatto in termini di cassa è stato ben diverso dalle attese, per un motivo evidenziato anche dalla Corte dei conti: se è vero che all’atto della vendita lo Stato incassa dai privati, è altrettanto vero che negli anni successivi perde le entrate che venivano dalle aziende di cui era proprietario, con un risultato complessivo che spesso risulta persino negativo per i conti pubblici.

Ancora dalla Corte dei conti, del resto, si scopre che il vero effetto delle privatizzazioni è stato un altro: vale a dire, un impatto incerto sui prezzi, negativo sui salari, molto positivo sui profitti. Ancora una volta, una redistribuzione alla rovescia nell’interesse dei «predatori».

Molto ci sarebbe da fare per un’opposizione intenzionata a contrastare questo spaventoso asservimento del bilancio statale agli esclusivi interessi della classe egemone. Bisognerebbe tuttavia iniziare da un’onesta ammissione. Dalle riforme regressive del fisco alle privatizzazioni, molte misure attuate oggi da Meloni e soci sono state pane quotidiano per vari governi di centrosinistra. La dura lotta contro i «predatori», se davvero comincia, parte dall’autocritica.

 

da Il manifesto

 

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