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mercoledì 9 marzo 2022

C’era una volta il Servizio Sanitario Nazionale - Pierpaolo Brovedani

 

Il Covid ha messo in evidenza la fragilità della sanità pubblica e la progressiva deriva privatistica del Servizio Sanitario Nazionale, che non a caso qualcuno comincia a definire “sistema” e non “servizio”: un termine che sottintende l’allargamento dell’assistenza anche ad altri soggetti. La salute come bene comune, rappresentata storicamente dal Servizio Sanitario Nazionale, ha subìto in questi ultimi quarant’anni un processo di ridimensionamento che la allontana sempre più dal mandato costituzionale.

Partirei da un breve ma doveroso riassunto cronologico per evidenziare la progressiva disapplicazione dell’art 32 della Costituzione dal momento dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale: 1) Il 23 dicembre 1978 nasceva il Servizio Sanitario Nazionale e la creazione delle Unità Sanitarie Locali: la legge, la 833, fu varata dal Governo Andreotti e fu il successo storico del primo Ministro della Salute donna, Tina Anselmi; 2) il decreto legislativo n. 502/1992 (Governo Amato, ministro De Lorenzo) avviò la regionalizzazione della Sanità e istituì le Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere: ha inizio il processo di aziendalizzazione della sanità; 3) terzo passaggio: il decreto legislativo n. 229/1999 della ministra Rosy Bindi, anche noto come riforma ter (Governo D’Alema, ministra affari regionali Katia Belillo, ministra solidarietà sociale Livia Turco) confermò e rafforzò l’evoluzione in senso aziendale e regionalizzato e istituì i fondi integrativi sanitari per le prestazioni che superavano i livelli di assistenza garantiti dal SSN; 4) infine, con la riforma del Titolo V, legge costituzionale n. 3/2001 (approvato dal Governo Amato2 e confermato col 64% dal referendum sostenuto dal centro-sinistra mentre governava Berlusconi) alle Regioni venne riconosciuta autonomia legislativa anche per la sanità: fu l’avvio della famigerata autonomia differenziata, con la regionalizzazione della sanità e la nascita di 21 Sistemi Sanitari Regionali differenti, e il padrino che tenne a battesimo l’autonomia differenziata fu purtroppo il centro-sinistra.

Il Servizio Sanitario Nazionale. La legge n. 833 fu una legge monumentale che assorbì i debiti delle diverse mutue e istituì un sistema universale e illimitato di cure. I principi fondanti erano i seguenti: universalità, uguaglianza, gratuità, globalità dei servizi offerti, solidarietà, democraticità, controllo pubblico e unicità (niente privati). Questa legge rispondeva pienamente alla Costituzione, che all’art. 32 definisce la salute come bene comune, anzi come diritto fondamentale: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». La salute quindi non è solo un fondamentale diritto individuale, ma anche un interesse della collettività. Sfugge talvolta che la salute della popolazione non solo migliora le condizioni individuali e prolunga l’aspettativa di vita, ma crea anche benessere generale e migliora lo stato economico del paese. Non un costo quindi ma una risorsa.

L’aziendalizzazione della sanità. Nel 1992 il Governo Amato (annata di grandi privatizzazioni dei beni comuni e degli enti pubblici, con Draghi direttore generale del ministero del Tesoro ad eseguire le operazioni del “dream team” che smantellò la cosa pubblica: Amato, Ciampi, Dini e Draghi) abolì le USL e istituì le Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere. Introdusse quindi una concezione di assistenza pubblica in cui la spesa sociale e sanitaria doveva essere proporzionata all’effettiva realizzazione delle entrate e non poteva più rapportarsi unicamente alla entità dei bisogni. Cosa comportò l’istituzione delle Aziende Sanitarie, cosa produsse l’introduzione del concetto di aziendalizzazione? Due conseguenze principali. La prima, e la più importante, è che l’obiettivo principale dei Direttori Generali non è più tanto la riduzione delle patologie o la risposta sanitaria ai bisogni di salute, quanto il pareggio di bilancio (obiettivo cui peraltro è legato il loro premio retributivo). Nota bene – e lo dico da sindacalista medico – che il pareggio di bilancio premia anche tutto il personale con l’aumento della retribuzione pari all’1% del bilancio stesso. Va a farsi benedire quindi la concezione legata al raggiungimento di obiettivi sanitari, motivazione principale della legge n. 833 e quindi dell’obiettivo di tutela della salute contenuto nell’art. 32 della Costituzione. La seconda conseguenza è la verticalizzazione del sistema sanitario. I Direttori Generali, emanazione diretta del potere politico (ma questo lo sarà di più con la successiva gestione di sovranità alle regioni) hanno un potere quasi assoluto, persino nella nomina dei primari (hanno persino avuto la possibilità di scegliere tra i tre primi nella graduatoria concorsuale). L’ospedale è già per sua natura una struttura gerarchica e l’aziendalizzazione accentua il potere decisionale del Collegio di Direzione e la verticalizzazione dei Dipartimenti.

La creazione del secondo pilastro sanitario assicurativo. Il decreto legislativo n. 229/1999 della ministra Rosy Bindi confermò e rafforzò l’evoluzione in senso aziendale e regionalizzato e istituì i fondi integrativi sanitari per le prestazioni che superavano i livelli di assistenza garantiti dal SSN, vietati dalla legge del 1978. Rosy Bindi è tuttora considerata un baluardo contro l’ondata neoliberista dei governi di fine anni ‘90. Il giudizio di un attento commentatore della sanità come Ivan Cavicchi invece è impietoso: «Per recuperare la deriva neoliberista della sanità, Bindi è stata più neoliberista degli altri». Purtroppo a molti sfugge il fatto che la sanità integrativa, il cosiddetto “secondo pilastro” della sanità, liberato dal decreto del 1999 e cavalcato dalle grosse compagnie assicurative, è parte viva della spesa sanitaria privata. Se la spesa sanitaria pubblica nazionale raggiunge i 120 miliardi di euro (in aumento solo nell’ultimo biennio, dopo essersi assestata per anni sui 133-115 miliardi), quella privata supera i 40 miliardi, di cui almeno 5 costituiti dal costo delle assicurazioni mediche. E questo costo rappresenta il 15% dell’intera spesa sanitaria privata. Il secondo pilastro è in piena espansione, e fa gola alle compagnie assicurative, in quanto, per il momento, solo il 16% della potenziale platea di clienti usufruisce di una polizza medica. Si calcola che le assicurazioni private hanno davanti un mercato potenziale di almeno 50 miliardi di euro da conquistare. Le conseguenze rischiano di essere devastanti: la spesa sanitaria globale e la spesa sanitaria pro capite aumenteranno progressivamente; verrà cristallizzata la caratteristica privatistica di alcune cure (dentistiche, oculistiche, fisioterapiche ecc) impedendone la reintroduzione e la diffusione nel pubblico; aumenterà la disparità di accesso alle cure, creando una sanità di serie A per i ceti più abbienti e di serie B per gli altri. Il rischio è quindi quello di un ritorno alle mutue? In realtà lo scenario è molto più preoccupante. Non ritorneremo al sistema mutualistico (le vecchie mutue erano bene o male gestite da enti pubblici) ma a qualcosa di peggio, perché in mano esclusivamente a compagnie private, il cui unico obiettivo è il profitto. Una volta raggiunto il regime di oligopolio, le compagnie potranno ulteriormente aumentare le tariffe e la restrizione delle prestazioni più costose, con l’esclusione di fasce sempre più numerose di pazienti “a rischio” di necessità di cure onerose (modello americano). Aumenteranno quindi le fasce di popolazione escluse dalle cure o che rinunceranno alle cure. Tutte queste risorse (5 miliardi di euro oggi, ma molti di più domani) andrebbero invece impegnate nel miglioramento della sanità pubblica, per l’assunzione del personale sanitario e la modernizzazione dei presidi diagnostico-terapeutici.

La frantumazione della sanità pubblica: dal Servizio Sanitario Nazionale ai 21 Servizi sanitari regionali. Con la riforma del Titolo V del 2001 (modifica degli articoli 116 e 117 approvata da referendum costituzionale) la tutela della salute divenne materia di legislazione concorrente Stato-Regioni: lo Stato determina i Livelli essenziali di assistenza (LEA); le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione e organizzazione dei servizi sanitari nel finanziamento delle Aziende Sanitarie. La riforma costituzionale federalista della sanità (cui paradossalmente la Lega vent’anni fa votò contro) completò l’opera di smantellamento della riforma del 1978 con la regionalizzazione della sanità italiana e l’adozione della quota capitaria ponderata (numero di abitanti, anzianità della popolazione e deprivazione sociale, quest’ultima aggiunta in seguito ma mai applicata), l’algoritmo utilizzato per distribuire il fondo sanitario nazionale alle regioni: grazie a questo calcolo, le regioni del sud più bisognose in termini di assistenza sono state sotto-finanziate rispetto a quelle del nord. Le conseguenze immediate della riforma del Titolo V sono state il sotto-finanziamento del Sud, che mediamente ha una popolazione più giovane (la considerazione della deprivazione sociale, la minore forza economica e la diseguale base di partenza non sono mi state applicate); l’accentuazione della migrazione sanitaria sud-nord; la creazione di 21 sistemi sanitari regionali diversi; il perverso sistema, tipicamente aziendale, delle “fughe” e “attrazioni” dei pazienti con relativi rimborsi economici tra regione e regione; la mancata validità dei documenti sanitari sul territorio nazionale (dalle esenzioni alle ricette); la corsa alla privatizzazione di alcune regioni. Dal punto di vista costituzionale si è disatteso l’articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge»). Il disastro della regionalizzazione è emerso tragicamente all’esplodere della pandemia del Covid 19, con protocolli e sistemi sanitari a tutela variabile, in base alla diversa organizzazione e al grado di privatizzazione. Vere e proprie spinte secessioniste si sono manifestate nel corso dell’ultimo tormentato biennio, palesemente in contrasto con l’incipit dell’art. 5 («La Repubblica è una e indivisibile»). Va detto che il Governo, principalmente per quanto riguarda l’obbligatorietà delle vaccinazioni, ma anche in tema di omogeneità di intervento sanitario, ha disatteso l’art. 120 che prevede che lo Stato possa sostituirsi alle Regioni in caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica.

Insomma, nel corso degli ultimi 40 anni il Sistema Sanitario Nazionale, che recepiva il concetto costituzionale di salute come bene comune fornendo un’assistenza pubblica, universale e gratuita per gli indigenti, ha subìto duri colpi legislativi che ne hanno ridimensionato i propositi iniziali.

da qui

sabato 7 novembre 2020

cancellare le Regioni

Il disastro delle Regioni - Franco Astengo

 

Sotto il titolo “Uno spettacolo indecoroso” Stefano Cappellini ha affrontato – il 5 novembre su «Repubblica» – il nodo del disastro politico, istituzionale, morale realizzato in queste ultime convulse settimane dai Presidenti di Regione.

Lasciando da parte il dato di un ceto politico complessivamente inadeguato, tra centro e periferia, Cappellini ha sviluppato un’analisi giustamente impietosa concludendo “Quando la situazione lo permetterà, bisognerà riflettere a fondo sui danni di una riforma, quella del titolo V della Costituzione, varata in fretta e furia dal governo Amato all’inizio del secolo (2001) per inseguire l’allora Lega di Umberto Bossi, che si è rivelata un pasticcio in tempi felici e una vera disgrazia nei tempi difficili che ci troviamo a vivere”.

Questa riflessione però non va rinviata a causa dell’emergenza, interessando prima di tutti quanti si muovono nell’ambito della difesa costituzionale e del tipo di democrazia repubblicana così come era stata disegnata da quella nostra Carta fondamentale troppo spesso messa in discussione.

All’interno di un quadro di grandissima difficoltà che attraversa l’intero sistema politico italiano si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione .

Un fallimento che nei mesi scorsi, quando si parlava di autonomia differenziata, si stava affrontando attraverso un approccio posto esattamente alla rovescia rispetto a ciò che dovrebbe servire proprio alle Regioni economicamente e socialmente più forti. E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni’60, fu fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo.

 

Gli elementi portanti della crisi che adesso si pone in grande evidenza sono sorti principalmente nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali:

a) l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore)

b) la modifica del titolo V della Costituzione

La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della devolution aveva portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo – alla guida delle più grandi città oltre che di Regioni collocate al di fuori dalla tradizionale “zona rossa” – aveva dato prova di “buon governo”.

L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa. L’elezione diretta del Presidente di Regione ha finalizzato per intero l’attività dell’Ente alla costruzione di macchine per il consenso politico personale favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico” esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente. Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità – dove si sono aperte le porte all’egemonia della privatizzazione speculativa – e i trasporti. Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo è stato elevato vieppiù a sistema. Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese (ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato). Il tema delle disuguaglianze e dell’impoverimento complessivo è stato poi affrontato dal rampantismo di retroguardia del M5S con il rilancio in grande stile dell’assistenzialismo e dalla destra con l’esplosione del nazionalismo populistico.

Andando al punto: le Regioni sono assolutamente da ripensare. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.

Deve essere anche ricordato che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province, valore costituzionale confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD.

La vicenda dell’emergenza sanitaria di questi mesi ha funzionato da vera e propria cartina di tornasole per mettere ancor meglio a fuoco questo disastro, al punto in cui la Conferenza dei Presidenti di Regione (eletti direttamente e attenti soltanto alla propria immagine e al proprio personale tornaconto politico) si è trasformata in una sorta di Consiglio dei Ministri parallelo, causando fenomeni di vera e propria confusione, tanto per definire la vicenda attraverso eufemismi.

Una confusione tanto più deleteria per la credibilità delle istituzioni considerata la debolezza del Governo, la precarietà dell’attuale maggioranza, l’aggressività perniciosa della destra (del resto ben rappresentata a livello di vertici regionali).

da qui

 

 

Più potere allo stato centrale, abolire regioni e province e ridurre i comuni da 8.000 a 3.000 - Fabrizio Tomaselli

 

Chi decide in Italia?

In questi giorni ci siamo ormai abituati a vedere lo stivale italiano colorato di rosso, arancione, giallo ma i colori che rappresentano le regioni sono molti di più, si confondono, si incrociano, bisticciano tra loro e creano una confusione che non è soltanto cromatica. In molti si sono anche abituati a sentire le solite polemiche tra i cosiddetti “governatori” e Conte, Speranza e altri ministri: anche qui una confusione senza precedenti sul che cosa si decide e chi decide.

Io no, non mi sono abituato! Penso che come me altri milioni di donne e uomini di questo paese stiano perdendo la pazienza nel vedere battibecchi da osteria, dichiarazioni un tanto al chilo, sfondoni di ogni tipo e sceneggiate indegne, senza neanche capire chi decide in una situazione così drammatica e delicata come l’attuale, quali le certezze e le responsabilità.

Insomma, a livello politico qualcuno dovrebbe parlare dopo aver deciso insieme agli esperti e altri dovrebbero stare zitti e, ventre a terra, lavorare per la gente che rappresentano. Invece siamo di fronte al caos decisionale, comunicativo e mediatico: verrebbe da ridere se non ci fossero già stati 40.000 morti.

Voglio riproporre una questione che ho già affrontato parecchio tempo fa, all’inizio dell’emergenza sanitaria. Penso che proprio la pandemia, mentre rallenta economia e vita sociale, abbia però accelerato ed acuito alcune contraddizioni. Tra queste, nel nostro paese, emerge quella del disegno istituzionale relativo al rapporto tra stato centrale ed autonomie locali. Il caos che si è generato e persiste nel rapporto tra Governo e “governatori” ne è l’esempio più evidente.

Non si capisce più chi deve decidere e chi può impedirgli di farlo; da chi dipende un servizio pubblico o il suo controllo; da chi vengono gestiti i soldi che ci vengono detratti tutti i mesi dalla busta paga; chi paga le tasse e chi non le paga….

Il fallimento del sistema sanitario nell’attuale emergenza sanitaria è l’esempio più chiaro di come la suddivisione a livello regionale abbia creato sistemi diversi, più o meno efficienti o inefficienti, legati spesso a filo doppio agli interessi dei privati, distruggendo in alcuni casi la medicina di base in nome di una cosiddetta eccellenza ospedaliera, come se medicina di base ed eccellenza non debbano invece convivere in un sistema sanitario efficiente, professionalmente valido e vicino ai cittadini.

Premesse necessarie.

1.      Ho votato no al Referendum di Renzi perché fortemente lesivo di quanto la Costituzione prevede a tutela dei cittadini e della loro rappresentanza politica, ma non credo che modifiche alla carta fondamentale siano per se stesse deleterie. Si tratta di capire a che cosa ed a chi serve aggiornare la Costituzione e soprattutto se i suoi sacrosanti principi, spesso da sempre inapplicati, possano invece diventare realtà.

2.      Non difendo il governo contro le strumentalizzazioni di alcuni cosiddetti governatori, sia perché di errori in questa vicenda l’esecutivo ne ha compiuti tantissimi e anche molto gravi, sia perché personalmente non ho partiti in parlamento che mi rappresentano.

3.      Non sono un costituzionalista e neanche un professore di diritto, ma credo che un po’ di buonsenso e di razionalità siano sufficienti per quel che mi accingo a dire.

4.      Per ultimo, non credo che qualsiasi alchimia istituzionale possa modificare sostanzialmente e positivamente il sistema economico e sociale nel quale viviamo, neanche quello che propongo. Ben altro ci vorrebbe, a cominciare da una ridiscussione complessiva dei principi del sistema politico, sociale ed economico attuali, da uno sviluppo degli strumenti collettivi e di una programmazione economica che devono essere non solo indirizzati ma anche decisi ed in parte gestiti dal soggetto pubblico.

Premesso ciò, penso anche che comunque una modifica degli strumenti istituzionali a disposizione del paese potrebbero modificare in modo concreto la vita dei cittadini, la gestione della salute, della scuola, del territorio, del modo di produrre, in sostanza della gestione della cosa pubblica.

In Italia abbiamo 20 Regioni, 107 Province, delle quali 14 sono state trasformate in Città Metropolitane. La più grande Città Metropolitana è Roma con circa 2.856.000 abitanti. Il più piccolo Comune italiano ha la bellezza di 33 (trentatre) abitanti, cioè probabilmente poco più che il Sindaco ed i suoi familiari.

Gli attuali Comuni italiani sono 7.904 dei quali:

·         solo 3.504, cioè il 44,35%, hanno più di 3.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 90,75% della popolazione italiana che è pari a 60.359.546;

·         solo 2.416 comuni (il 30,58%) hanno più di 5.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 83,73% della popolazione italiana;

·         solo 1.230 comuni (il 15,57%) hanno più di 10.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 69,86% della popolazione italiana;

·         infine solo 106 comuni (l’ 1,35%) hanno più di 100.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 31,17% della popolazione italiana.

Non voglio dire che in ogni caso “grande è bello” ma questi numeri ci dicono che la parcellizzazione del territorio nazionale in una miriade di apparati amministrativi che sono stati pensati giustamente come strumenti di partecipazione popolare alla vita del Paese, in mancanza di una politica degna di questo nome, si sono oggi trasformati nella maggior parte dei casi in apparati di consenso elettorale fine a se stesso, di clientelismo, di eccessiva burocrazia, di corruzione più o meno evidente. Decine di migliaia di politici di professione spesso incompetenti ma super pagati.

E ALLORA CHE FARE?

Io provo ad elencare alcune idee che non sono neanche proposte vere e proprie, solo spunti accennati e superficiali, che non tengono conto (direbbe qualcuno) della complessità del sistema economico, legislativo ed amministrativo, che richiederebbero anche una rimodulazione della Costituzione in senso più partecipato… ma che forse servono a ragionare liberamente dalla gabbia culturale e mediatica che ci hanno costruito intorno.

1.      Vorrei un Parlamento diviso come oggi in due rami (Camera e Senato) con un numero di parlamentari uguale a quello che era prima dell’ultimo referendum e le stesse prerogative legislative per assicurare sufficienti garanzie di trasparenza ed un livello di rappresentanza adeguato ad un paese che conta più di 60 milioni di abitanti. Ma vorrei Regolamenti parlamentari più dinamici per quel che riguarda il processo legislativo e al tempo stesso più rigidi nei confronti dell’attività svolta dai rappresentanti politici, a cominciare dal rispetto dell’obbligo di lavoro per almeno 5 giorni settimanali in Parlamento e compensi totali del singolo parlamentare legati alla presenza e comunque ridotti del 50%, in modo da evitare che l’elezione a parlamentare diventi un bancomat personale. Chissà quanti “campioni” di democrazia rinuncerebbero a candidarsi.

2.      Vorrei una legge elettorale totalmente proporzionale e senza alcuno sbarramento o soglia perché o si hanno i numeri per governare da soli, o ci si deve alleare a qualcuno, o si ritorna democraticamente a votare… e auspicherei anche il voto ai sedicenni, accompagnato magari dal ritorno nella scuola ad un serio studio della storia e della Costituzione. E gli stessi meccanismi di rappresentanza generale, democratica e proporzionale, dovrebbero essere applicati anche alla rappresentanza sindacale attraverso una specifica legge.

3.      Ci vorrebbe l’introduzione del Referendum propositivo, anche con votazione elettronica, da attivare su richiesta di un numero di cittadini (magari l’1% della popolazione avente diritto al voto). Anche le firme per la richiesta di referendum si possono raccogliere telematicamente. Si tratterebbe dell’introduzione di uno strumento di democrazia e partecipazione diretta da affiancare a quello di democrazia delegata (Parlamento). Pensate ad una legge giusta ed opportuna proposta e votata dalla maggioranza dei cittadini: altro che pastette da corridoio!

4.      Abolizione delle amministrazioni regionali e provinciali. Le funzioni e il personale attualmente in capo alle attuali Regioni passano in gran parte allo Stato ed in parte ai Comuni. Le funzioni delle attuali Province passano in parte ai Comuni e in parte allo Stato. Non è che si aboliscono le forme regionali e provinciali che si sono geograficamente, storicamente e socialmente evolute dal dopoguerra ad oggi, ma solo le loro amministrazioni. Quindi le regioni e le province rimangono come estensione territoriale dello stato e come articolazione delle necessarie strutture statali che si occupano dello specifico territorio.

5.      Accorpamento, fusione e riduzione sostanziale dei Comuni Italiani. Il numero minimo di abitanti per comune diventa ad esempio di 5.000 abitanti, passando così ad un numero di Comuni pari a meno di 3.000 dagli attuali 7.900. La tutela delle specificità e delle caratteristiche proprie dei territori e delle comunità viene salvaguardata da strumenti di confronto, di partecipazione diretta e di erogazione di servizi ai cittadini, costituita da specifici Municipi/Delegazioni che diventano strumenti collettivi di prossimità tra la popolazione e l’amministrazione del Comune a cui fanno riferimento.

Con queste modifiche che non sono certo rivoluzionarie, si otterrebbero tre principali obiettivi.

1.      Una maggiore e concreta partecipazione diretta della popolazione alle decisioni attraverso lo strumento referendario e con una legge elettorale che riprodurrebbe la rappresentanza reale del paese. Obbrobri e falsi valori come quello inculcato della cosiddetta “governabilità” legata alla legge elettorale, rappresentano esclusivamente lo strumento per imporre gli interessi di pochi su quelli di tanti. La vera governabilità di un paese si ottiene attraverso il consenso popolare. Come la vera rappresentatività del sindacato dovrebbe essere il frutto della decisione democratica dei lavoratori.

2.      L’abolizione di Regioni e Province e l’accorpamento e la riduzione del numero dei Comuni produrrebbe:

o    risparmi economici di dimensioni inimmaginabili da utilizzare in welfare, in sanità, in servizi, in riduzione delle tasse;

o    una razionalizzazione ed una omogeneizzazione dell’intervento pubblico in tutti i settori e in tutti i territori, eliminando discriminazioni territoriali che sopravvivono a prima dell’unità d’Italia;

o    pensate finalmente ad un sistema sanitario nazionale, dove le regole siano uguali per tutti e che non privilegi la sanità privata a danno di quella pubblica e della ricerca; pensate se lo stesso discorso si facesse per l’ambiente, per i beni comuni, per il lavoro, per i trasporti… alla faccia dei “governatori” e dei loro vassalli e cortigiani;

o    una partecipazione maggiore dei cittadini in quanto i Comuni diventerebbero più grandi, con più risorse economiche e funzioni accresciute rispetto a quelle attuali. Diventerebbero i veri strumenti della rappresentanza di prossimità ed il raccordo diretto tra la gente e lo Stato.

3.      La riduzione impressionante del potere delle grandi e piccole burocrazie dei partiti, ormai diventati in molti casi veri e propri gruppi di interesse economico che uccidono rappresentanza reale e partecipazione democratica. Partiti che devono però essere recuperati alla vita democratica del Paese attraverso l’adozione di una serie di norme trasparenti e verificabili sulla rappresentanza politica ed elettorale, come anche devono essere riviste le regole della rappresentanza sindacale attraverso una legge democratica, nazionale e senza esclusioni pregiudiziali.

Qualcuno dirà: si va bene tutto ma chi le fa queste cose, chi rinuncia al potere, ai soldi, al pennacchio?

E’ vero. Infatti misure di questo tipo non possono certo essere slegate da una visione dello Stato e della cosa pubblica che deve procedere ad una equa redistribuzione delle ricchezze e del reddito, deve interagire con l’economia ed imporre regole certe ed uguali per tutti, combattere il razzismo e sviluppare l’accoglienza, eliminare definitivamente corruzione, mafia e evasione fiscale, intervenire direttamente nei settori e nelle aziende che rivestono un valore strategico per il Paese, per i cittadini, per le comunità e per i lavoratori.

Insomma, ci vuole un sistema diverso dall’attuale: non impossibile da conquistare ma forse ci vorrebbero anni. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare!

Nel frattempo chi da una barricata e chi dall’altra si accontenta di criticare il politico o il governante attraverso l’abituale baraonda mediatica e “social”, magari soltanto spingendo qualche tasto sul computer …. a mio avviso fa ben poco di rivoluzionario e di realmente diverso da ciò che è stato fatto in questi ultimi decenni.

Serve molto di più per costruire un’alternativa e questo lo possono fare soprattutto i giovani e chi ha ancora la voglia e la forza di gridare che questo stato di cose non ci piace, che vogliamo un mondo e un paese diversi.

da qui

 

dice bortocal:


il comportamento devastante delle Regioni in questa situazione, senza grosse differenze tra amministrazioni dichiaratamente di destra e di sinistra, nell’indegna pagliacciata di reclamare per mesi il potere di decidere e poi di rifiutarlo quando gli viene concesso, chiedendo invece provvedimenti indistinti a livello nazionale.

voglio andare oltre: è giunto il momento di proporre una sostanziale revisione dell’orrenda riforma costituzionale voluta da D’Alema nel 2001, per provare ad ingraziarsi la Lega (diciamo meglio a comperarsela), allargando a dismisura le competenze delle Regioni; vanno riportate ad organi di semplice coordinamento di terzo livello delle province, che sono la vera dimensione e la vera ossatura delle autonomie locali nella nostra storia; alle Regioni vengano fatti esercitare poteri ben più circoscritti, evitando dilapidazione di somme enormi ed enfatici poteri di rappresentanza che hanno frantumato la dignità stessa del nostro stato.

da qui

 

 

"Le Province? Sono enti utili. - Meglio cancellare le Regioni" – Paolo Fantauzzi

 

Uno studio della Società Geografica (commissionato dal governo Letta) ribalta l’opinione comune. E suggerisce, per abbattere i costi, di ridisegnare i confini suddividendo l’Italia in 36 aree omogenee per funzioni

 

Ma quali province, gli enti inutili da abolire sono le regioni! “Gusci vuoti” riempiti di soldi che non hanno saputo gestire il territorio né far altro che esplodere il debito pubblico. A dare un giudizio così drastico non è qualche consigliere locale inviperito per aver perso la poltrona ma la Società geografica italiana (Sgi), una delle principali e più antiche istituzioni culturali del nostro Paese.

Nei mesi scorsi - mentre il governo Letta proclamava l’intenzione di cancellare la parola “province” dalla Costituzione - la Sgi ha realizzato uno studio (“Per un riordino territoriale dell’Italia” il titolo) volto a disegnare un nuovo assetto territoriale. Il risultato è un documento che va in senso diametralmente opposto a quello seguito dalla politica, destinato probabilmente a restare chiuso nei cassetti (un paradosso, se si pensa che l’input ad approfondire il lavoro è venuto dal ministero per gli Affari regionali). E del quale si possono condividere o meno le conclusioni ma che ha quanto meno il merito di analizzare l’articolazione amministrativa italiana da un punto di vista scientifico, proponendo un riassetto del territorio basato su un approccio funzionale.

Il succo è questo: le province sono innegabilmente troppe, ma non sono enti inutili. Semmai lo sono le regioni, che sono ripartizioni recenti e spesso artificiose. Considerata la natura profondamente cittadina dell'assetto geografico italiano, sarebbe quindi meglio dare vita a 31 o 36 macro-province simili per cultura e tessuto produttivo, collegate fra loro e caratterizzate dagli stessi flussi di mobilità…

continua qui