La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
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domenica 26 luglio 2020
giovedì 29 giugno 2017
Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani
“Care italiane, cari italiani, cari
connazionali,
leggendo
nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report
radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo
registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso
unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una
delle parti che si confrontano.
Abbiamo
anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione
venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una “consistente
comunità italiana o di origine italiana” in sofferenza e che sembrerebbe essere
accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.
Noi
sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma
interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione
che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la
nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo
arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che
raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di
povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.
In
tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano
proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia
partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.
Ciò
che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di
risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un
secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni
opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che
sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita,
di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.
Questa
situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché,
soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella
storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E
come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei
quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando “libertà!” dove stava,
cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere
elezioni democratiche ?
In
questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il
Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà,
all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non
hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.
Si
citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice
che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha
fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione.
Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti ? Alcune grandi
e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di
questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi
privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno
operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il
governo democratico di Allende.
E’
evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi
(perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi
delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali
raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre
imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il
coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del
cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro
mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti
privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano
nell’indigenza.
Noi
non abbiamo una verità da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo
raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri
giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non
è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i
vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno
progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di
pacifico.
La
comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di
passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla
Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez
possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono
insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran
parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e
democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci,
dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori
aderenti a “Clase media en positivo”, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives
ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno
partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla
Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono
Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai
settori dell’ultra destra venezuelana.
Un’altra
parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni
dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua
campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa
l’Italia.
L’Ambasciata
italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta
di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri
emigrati, veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc. che aggregano
circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le
proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale
sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in
piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana;
esse hanno costituito talvolta le uniche “fonti di informazione” privilegiate e
accreditate da diversi organi di stampa italiani.
Ma
questa non è “la comunità italiana” in Venezuela. Ne è solo una parte limitata,
le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto
della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si
organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e
si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del
processo bolivariano.
Da
questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in
Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e
si lotta con visioni politiche e sociali differenti.
Strumentalizzare
la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha
alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”
Caracas,
Venezuela, 23 giugno 2017
sabato 26 novembre 2016
giovedì 7 marzo 2013
ricordo di Hugo Chavez (un grande presidente)
…Chavez è stato il primo a occuparsi dei poveri (il 49% della
popolazione nel 1999, quando arrivò al potere, e il 27% oggi, senza contare che
nel frattempo la mortalità infantile si è dimezzata). Ha sicuramente
commesso tanti errori di gestione economica: la produzione petrolifera è calata fortemente perché non si è
investito nei giacimenti. I capitali stranieri sono stati messi in fuga dalle
nazionalizzazioni. Anche l’industria manifatturiera ha perso peso e il
Venezuela è diventato sempre più dipendente (troppo) dalle importazioni. Ma
almeno Chavez ha guardato in faccia il problema principale del Paese, quei
«barrios». Oggi il 43% del bilancio dello Stato è consacrato alle
politiche sociali. Bene o male, li ha aiutati. Ha cercato di
superare una ghettizzazione colpevole.
In quel
primo viaggio, ritornai all’aeroporto per la stessa strada, costellata di
bidonville. Perfino dalla scaletta dell’aereo si scorgevano i barrios, sulle
colline adiacenti, a poche centinaia di metri. Ma possibile che i ricchi del
paese non li avessero mai visti in precedenza? Che non si fossero mai chiesti
per anni e anni, andando a prendere un aereo per fare shopping a Miami o per studiare in un’università
americana, come vivesse quella popolazione lasciata ai margini del
miracolo economico del «Venezuela saudita»?
Perché si
scandalizzavano così tanto del fenomeno Chavez? Perché non si erano svegliati
prima? Io che non sono guevarista, né un ribelle e che credo nel libero mercato ripensai d’un botto a tutti gli
stupidi discorsi ascoltati nei giorni precedenti. A quell’indifferenza
ostentata. Al disprezzo per la miseria. E pensai che quel pazzo di Chavez i
ricchi del Venezuela se l’erano meritato. Non uno, ma due, tre, quattro,
centomila di Chavez dovevano rimanere per un po’ sul loro gobbone.
da
qui (Articolo di Leonardo Martinelli)
un interessante documentario argentino su Chavez, sottotitolato in francese:
Hugo Chávez non è stato un
dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti
politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e
per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del
riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della
causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo
apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in
America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove
cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura,
con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo
Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America
latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e
civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale
socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di
Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo
Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un
continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e
rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata
sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati
indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran
democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano
nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della
popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne
restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione
del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con
l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un
sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque
abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri
di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire
dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante
messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante
che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento
della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista.
Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto,
la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo
squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha
mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare
con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a
chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi
anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese
terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino
“socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine
demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha
realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere
la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in
beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica
rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina
riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti
che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un
riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati
impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla
ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato
al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e
José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel
fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a
Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia
petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la
cassaforte di politiche sociali generose…
da
qui (articolo di Gennaro Carotenuto)
un interessante documentario argentino su Chavez, sottotitolato in francese:
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