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giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

da qui


sabato 12 luglio 2025

Nel 2024 firmati numerosi contratti nazionali, in diversi casi con paga oraria inferiore a un ipotetico salario minimo

di Emiliano Gentili e Federico Giusti

Il Rapporto Annuale ADAPT sulle dinamiche contrattuali indica un quadro per nulla confortante, in cui il welfare aziendale cresce[1] e i salari reali calano. Una lettura diversa rispetto alla consueta narrazione della Cgil, autentico Giano bifronte del panorama sindacale, che conferma di muoversi all’interno di perenni contraddizioni.

Veniamo ad evidenziarne le principali:

·         è fin troppo facile parlare del ritorno a una buona regolarità nei rinnovi contrattuali rispetto al decennio precedente, se la firma di tanti contratti conviene alla parte datoriale e avviene con il sostegno di un Governo che mira direttamente alla pacificazione dei luoghi di lavoro. Inoltre, ogni Ccnl rinvia alla contrattazione decentrata sia parti economiche piuttosto rilevanti che la definizione e l’applicazione di un vasto sistema di deroghe. In tutto ciò l’atteggiamento della Cgil non è limpido: da un lato va a sottoscrivere intese deprecabili che comportano erosione del potere di acquisto e della capacità di contrattazione, mentre gestisce previdenza e sanità integrative con la Cisl, ma dall’altro vorrebbe ergersi a sindacato diverso, conflittuale e dalla parte dei salariati;

·         in merito ai contenuti della Legge delega sulla contrattazione decentrata, registriamo una incredibile attinenza tra i temi trattati nei tavoli della contrattazione nazionale e i punti salienti della stessa legge… come se la contrattazione decentrata, anche per volere della Cgil, seguisse pedissequamente i dettami del Governo attraverso la mediazione delle associazioni datoriali.

Stando ad una ricerca Adapt, il lavoro a tempo determinato è stato trattato nel 35% degli accordi, facendo particolare attenzione alle causali (che giustificano l’utilizzo del contratto precario), che non a caso vorrebbero rimuovere; nel 20% dei rinnovi considerati si è parlato della retribuzione degli apprendisti e della loro formazione, tirando sempre in ballo gli Enti bilaterali; nel 36% degli accordi di rinnovo si è parlato di orari di lavoro all’insegna della flessibilità e degli interessi aziendali; in 8 casi su 10 esiste un Capitolo del Contratto appositamente dedicato a salute e sicurezza, anche se poi tutto si riduce a tutele individuali per gli ammalati a lungo termine o alla gentil concessione di uno smart che sovente è pure accompagnato da carichi di lavoro aggiuntivi; e, per chiudere, la formazione, che dovrebbe essere tra i capitoli più gettonati da imprese che lamentano di non trovare professionalità sul mercato… ebbene, solo nel 20% dei contratti il capitolo formativo ha trovato spazio; solo in pochi casi si è parlato di inquadramento e di professionalità, come se da questi elementi non dipendesse anche la corretta attribuzione di adeguati livelli in base alle prestazioni erogate e alle conoscenze acquisite. Ancora una volta è evidente quali siano gli interessi delle aziende: abbattere il costo del lavoro, ottenere aiuti fiscali generosi dallo Stato, accrescere la flessibilità e le deroghe, rinviare gran parte delle decisioni alla contrattazione di secondo livello, dove hanno maggiore forza;

·         è emblematica l’esclusione della disabilità da quasi tutti i nuovi contratti stipulati. Prima si diceva che una certa sinistra privilegiasse i diritti civili al posto di quelli sociali, ma oggi non tutela più nemmeno quelli;

·         il tema in assoluto più gettonato è il welfare aziendale. Questo conviene sia alle aziende che allo Stato, perché permette di ridurre il welfare universale, favorisce la privatizzazione con pacchetti di servizi offerti nelle strutture sanitarie private, agevola la contrattazione di secondo livello (che porta con sé tutte le agevolazioni fiscali possibili e deroghe peggiorative rispetto ai Ccnl);

·         in quasi la metà dei contratti nazionali siglati si parla di coinvolgimento dei lavoratori sui processi decisionali. Insomma, il modello Cisl – che è stato avallato, fino a questo punto, anche dalla Cgil – è già vigente; bisogna solo perfezionarlo e migliorarlo, cercando di pettinarlo al punto giusto per scongiurare sul nascere ogni elemento di conflittualità e di estenderlo – cosa ancor più difficile – dalle grandi alle piccole aziende, dove il padroncino non è avvezzo a discutere ma solo ad imporre le proprie decisioni. Parleremo in un altro articolo della Legge sulla partecipazione dei lavoratori (L. 76/2025), che sul tema introduce molte novità.

In conclusione, leggendo il Rapporto ADAPT non serve essere un fine giuslavorista o un analista di altro tipo per rendersi conto di come il nodo focale sia lo scambio tra aumenti contrattuali e benefit. Uno scambio che conviene alla parte datoriale sia sotto il profilo fiscale e sia perché in molti casi il datore – quando non anche il sindacato – ha anche degli interessi specifici nell’ambito di elargizione dei benefit stessi (strutture sanitarie “amiche” e via dicendo…). E, dunque, «Focalizzando l’attenzione sulle dinamiche salariali, si nota come la quasi totalità degli accordi in materia retributiva affronti il tema dalla prospettiva del salario premiante. Tra gli obiettivi più ricorrenti per la retribuzione di risultato si rilevano la produttività e l’efficienza economica, che rappresentano il criterio predominante insieme alla redditività e, in misura minore ma comunque significativa, alla qualità. Più della metà degli accordi in materia di premio di risultato prevede l’opzione di welfarizzazione del premio»[2].

Amen.

 

 



[1] Cfr. F. Giusti, Il welfare aziendale non compenserà la distruzione dello stato sociale, 05 Giugno 2025, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_welfare_aziendale_non_compenser_la_distruzione_dello_stato_sociale/42819_61235/.

[2] La contrattazione collettiva in Italia (2022), XI Rapporto ADAPT. Adapt University Press, 2023, p. XXIII.

giovedì 21 dicembre 2023

L’economia non cresce, i sindacati perdono potere di contrattazione e i salari potere di acquisto - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 


Stando ai dati Ocse, con l’odierna legislazione chi è entrato da poco nel mercato del lavoro andrà in pensione a 71 anni di età. L’estensione dell’anzianità lavorativa necessaria per il pensionamento, inoltre, con le regole attuali diventa anche una necessità per poter maturare un assegno previdenziale che non sia da fame.

Da alcune ricerche pubblicate a metà gennaio (dal centro studi di Confindustria alla Confcommercio, dal rapporto Istat a quello Inapp e altre ancora, che troverete nelle note finali) si evince il grave ritardo dell’economia italiana rispetto ad altri paesi a capitalismo avanzato. Un ritardo che ha prodotto la riduzione del potere di acquisto della forza lavoro da 40 anni ad oggi e il progressivo smantellamento del sistema di welfare, ormai inadeguato ai reali bisogni.

Basti pensare che una delle proposte più gettonate, fra quelle al momento in circolazione, parla esplicitamente di ridurre le risorse destinate al sistema previdenziale pubblico per rafforzare la previdenza integrativa, non al fine di rafforzare la tutela degli ex-lavoratori anziani ma di sgravare il bilancio dell’INPS. La previdenza integrativa, del resto, in definitiva ai lavoratori costa di più, visto che per avere in cambio una pensioncina da aggiungere al magro assegno previdenziale pubblico debbono rinunciare a quote dei loro salari e, un domani, anche al Tfr.

In Italia il reddito familiare netto – che è la somma delle entrate del nucleo familiare al netto delle imposte, ossia il denaro a disposizione – è al di sotto della media Ocse di quasi 3000 €.

Solamente il 58% della popolazione in età lavorativa, cioè quella tra i 15 e i 64 anni, ha un lavoro retribuito, e anche in questo siamo al di sotto della media OCSE di almeno 8 punti percentuali.

La disoccupazione raggiunge quasi il 5%, rispetto a una media Ocse che oscilla attorno all’1,3%. Il reddito da lavoro medio annuo, invece, è pari a 37.769 USD, quando la media OCSE arriva a 49.165 USD.

Sempre nel nostro Paese, in caso di disoccupazione i lavoratori vanno incontro a una sensibile perdita di salario, maggiore rispetto a quanto accade in altri paesi Ue: se ad esempio in Spagna hanno accresciuto la platea dei beneficiari della indennità di disoccupazione e l’importo dell’assegno percepito, in Italia hanno distrutto il Reddito di Cittadinanza, sostituendolo con nuove misure che determinano una forte riduzione sia dell’importo del sussidio che della platea dei beneficiari[1].

Se vogliamo rispondere a una domanda reiterata nel tempo, ossia fornire spiegazioni sulla consueta e persistente arrendevolezza dei sindacati maggiormente rappresentativi, non sbaglieremmo a dire che la mancata difesa di sanità e previdenza pubblica è spiegabile non solo per via della natura subalterna e concertativa di queste sigle, ma anche per la presenza di interessi nella co-gestione di sanità e previdenza integrativa.

Per quanto concerne il tasso di occupazione, infine, una considerazione preliminare: con “occupati” ci si intende riferire a «le persone che, durante la settimana di riferimento, hanno lavorato per almeno un’ora a fini di retribuzione o di profitto, compresi i coadiuvanti familiari non retribuiti». Quando si dice che aumenta l’occupazione, perciò, si prende in esame un dato veramente discutibile: avere un lavoro, oggi, non significa poter emergere dalla condizione di precarietà e di miseria, in assenza di un reddito stabile che vada ben oltre la soglia di povertà relativa. Il Governo, poi, non spiega che l’occupazione è cresciuta maggiormente nei settori caratterizzati da “lavoro povero”, quindi dove minore è il valore aggiunto (ad esempio alcuni ambiti del terziario e della logistica, i servizi di cura, le pulizie).

Resta il fatto che la produttività dell’industria italiana nel 2022 è calata dello 0,7%, nonostante un leggero aumento delle ore lavorate dopo anni di flessione. Di conseguenza la crisi del nostro paese potrebbe essere anche rappresentata dal fatto che peggiorano le condizioni retributive e di vita della popolazione, pur lavorando, questa, di più.

La manovra di Bilancio, in discussione in Parlamento, vede rinnovati il taglio al cuneo fiscale (del quale beneficeranno soprattutto le imprese) e la riduzione ai minimi termini delle tasse sui premi di produttività dentro la contrattazione di secondo livello. Queste erano richieste storiche delle associazioni datoriali per accrescere i salari solo con il ricorso ai finanziamenti statali e per indebolire il contratto nazionale conquistando, a livello aziendale, incrementi della produttività a costo zero. Confindustria non è pienamente soddisfatta dei risultati ottenuti e chiede al Governo di accordare maggiori aiuti alle imprese e alla crescita, giudicando la ripresa salariale del tutto insufficiente per incrementare la domanda e favorire la ripresa dell’economia.

Quanto poi al mondo della scuola, è evidente che si stia costruendo una pubblica istruzione sempre più vicina alle finalità capitalistiche, erogando un sapere funzionale al mondo delle imprese, organizzato (e misurato!) sulla base di competenze predefinite e inadeguate, privilegiando lo sviluppo di un pensiero convergente e logico-deduttivo, a scapito dell’intuizione, della percezione globale degli argomenti didattici e della realtà in cui viviamo, della divergenza e del pensiero critico, della trasversalità disciplinare e quindi, infine, anche di quello spessore umanistico che per decenni è stato il vanto di un’Italia che si consolava così per le proprie insufficienze sul piano dei diritti economici e sociali.

Fra l’altro, il 63% degli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha completato gli studi secondari superiori, percentuale inferiore alla media OCSE, del 79%. Il numero dei diplomati e laureati in Italia continua ad essere assai basso, se confrontato con resto d’Europa. L’abbandono scolastico nelle scuole superiori e l’abbandono dell’Università prima del completamento del corso di laurea sono, in fondo, anche e soprattutto il risultato dei disinvestimenti degli ultimi anni, del caro-vita e della impossibilità di mantenere i figli all’Università (soprattutto se fuori sede), nonché dell’abbassamento della qualità dell’istruzione e della crescente delegittimazione della scuola pubblica e degli insegnanti. Siamo certi che le continue controriforme dei programmi e dei percorsi di studio universitari (ad esempio il 3+2) o il numero chiuso per l’accesso ad innumerevoli facoltà siano stati utili a far uscire studenti più preparati? E al contempo il numero chiuso causa la carenza di laureati in determinate discipline e da qui il ricorso, ad esempio in sanità, a interinali e cooperative di servizi.

Ora che abbiamo velocemente tracciato un quadro d’insieme, ecco alcune, parziali, considerazioni conclusive:

·         vista la situazione dell’istruzione pubblica e l’approccio aziendalista che vi alberga, se oggi siamo davanti ad una sorta di processo culturale involutivo – spesso esemplificato col fenomeno del cosiddetto “analfabetismo di ritorno” – forse non è soltanto per via di un generale decadimento culturale della società, spesso dato per scontato. Eppure ci si lamenta di programmi scolastici e universitari che intercettano poco le richieste di competenze espresse dalle imprese (o, meglio, le competenze di cui le imprese sperano di aver bisogno in futuro, qualora si riescano a fare quei determinati investimenti infrastrutturali e tecnico-produttivi loro necessari per diventare più competitive) e si punta sull’alternanza scuola-lavoro e sull’apprendistato, per avere una forza lavoro da impiegare subito dopo il diploma a costi irrisori;

·         negli ultimi 40 anni la quota di ricchezza indirizzata ai salari è stata in continua diminuzione, mentre al contempo si è allargata la forbice salariale e sociale. Le famiglie italiane risultano sempre più indebitate e con un potere di acquisto in continua erosione, i salari italiani sono i soli nei paesi Ocse ad avere subito un deciso arretramento da 40 anni ad oggi. Da questo anno le multinazionali hanno una tassazione irrisoria (in genere del 15%) sui ricavi. La riflessione, dunque, è che le crescenti disuguaglianze sociali ed economiche siano il frutto di 40 anni di politiche neoliberiste, da cui alcune economie – come quella italiana – sono uscite a pezzi (anche per avere puntato tutto sulle delocalizzazioni, sul contenimento del costo del lavoro, sulle politiche fiscali a favore delle imprese), non essendo state in grado di modernizzare i propri processi produttivi. Nonostante ciò, lo Stato continua a essere ad uso e consumo delle imprese, e i contraccolpi sono stati negativi sui salari come sullo stato sociale (e, nello specifico, sui percorsi di studio).

·         minor salario per ora lavorata e flessibilità contrattuale sono caratteristiche del sistema del lavoro italiano, così come lo è una certa tendenza all’efficientamento produttivo, come in ogni economia avanzata. Di conseguenza lo è anche la riduzione degli orari e delle ore lavorate (soprattutto a causa del diffondersi di contratti precari a tempo parziale), assieme all’aumento della produttività e dei ritmi di lavoro.  Per questioni di tempo non possiamo affrontare la riduzione della settimana lavorativa (ad esempio il contratto di secondo livello in Luxottica e il CCNL bancari), ma basti ricordare che una riduzione oraria viene compensata da un grande incremento di produttività e flessibilità e, con ciò, dallo sviluppo di un’organizzazione aziendale del lavoro più efficiente. Non vorremmo scoprire un giorno come la storica rivendicazione operaia della riduzione oraria a parità di salario si sia trasformata in una sorta di riorganizzazione dei tempi di lavoro, accordando la settimana corta con riduzione dei costi e incremento della produttività

·         sarebbe poi opportuno ricordare come il ricorso allo straordinario, per molti\e, sia divenuto un vero e proprio obbligo: sia per via di imposizioni aziendali, sia per norme contrattuali che permettono ai datori di esigere un certo numero di ore supplementari nell’arco dell’anno. Lo straordinario è uno strumento che serve fondamentalmente a non assumere nuovi lavoratori e fa leva sul fatto che per quelli già impiegati possa essere una sorta di strumento obbligato per accrescere i propri redditi, altrimenti irrimediabilmente troppo bassi.

 

Bibliografia

·         https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/congiuntura-e-previsioni/dettaglio/congiuntura-flash-dicembre-2023

·         il rapporto Inapp

 https://www.inapp.gov.it/pubblicazioni/rapporto/edizioni-pubblicate/rapporto-inapp-2023

·         https://formatresearch.com/wp-content/uploads/2023/12/Testo-int.-PAG2023-ITA-ING.pdf

·         https://www.istat.it/it/archivio/292096

·         https://formatresearch.com/2023/12/15/banca-ditalia-proiezioni-macroeconomiche-per-litalia-dicembre-2023/

·         https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-2_dati_sui_salari_in_italia_che_dovremmo_ripetere_allinfinito/11_52056/

·         https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/27023-andrea-fumagalli-il-vero-volto-della-politica-economica-del-governo-meloni.html

·         https://www.lindipendente.online/2023/05/04/istat-margini-di-profitto-delle-imprese-italiane-mai-cosi-alti-grazie-ai-salari-bassi/



[1] Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera: Menzogne e verità sulla cancellazione del Reddito di Cittadinanza, https://www.infoaut.org/approfondimenti/menzogne-e-verita-sulla-cancellazione-del-reddito-di-cittadinanza .