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giovedì 30 giugno 2016

Londra fuori dalla Ue? Putin se ne frega – Fulvio Scaglione


Un altro pseudo-spauracchio anti-Brexit agitati dai commentatori a libro paga della Nato e dagli incompetenti veri, come il premier inglese David Cameron (“Putin potrebbe rallegrarsi se la Gran Bretagna lasciasse la Ue”) e il suo ministro degli Esteri John Hammond (“A dire la verità, l’unico Paese a cui piacerebbe che noi lasciassimo l’Unione Europea è la Russia”), è stato che il Cremlino di Vladimir Putin avrebbe potuto sghignazzare di soddisfazione all’uscita via Brexit di Londra dalla Ue. Quando tutto, semmai, farebbe pensare il contrario.
Proviamo a ricordare qualche fatto. Da quando è nell’Unione Europea, il Regno Unito ha sempre fatto parte a sé. Ci sono solo quattro Paesi nella Ue (Danimarca, Regno Unito, Irlanda e Polonia) che godono di opt-outs, cioè della facoltà di non partecipare alle regole comuni in questo o quel campo. E Londra è l’unica che abbia chiesto quattro opt-outs.Quelli che ha scelto riguardano il Trattato di Schengen (quello che abolisce i confini interni all’Unione e garantisce la libera circolazione di merci e persone), la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione (diritti civili e affini), l’area detta Libertà, Sicurezza e Giustizia (in pratica Londra può chiamarsi fuori da questa o quella legge adottata dal Parlamento europeo) e, naturalmente, l’unione monetaria (il Regno Unito ha conservato la sterlina).
In più, dal 1985 il Regno Unito gode del cosiddetto rebate, ovvero uno sconto su quanto il Paese deve versare come contributo economico al funzionamento della Ue. Nel 2014, quando l’economia inglese era la più dinamica dell’Unione, il rebate le consentì di tenersi in saccoccia 6,2 miliardi e di contribuire con soli 12,6 miliardi. Questo mentre il contributo italiano, per fare un esempio, superava i 14 miliardi.
Nel febbraio scorso, per finire, i vertici della Ue avevano accordato al Regno Unito ulteriori benefici, raccolti sotto la dizione Special status che David Cameron aveva molto magnificato. In quell’occasione Londra aveva ottenuto: uno speciale “freno” (per sette anni, rispetto ai quattro di tutti gli altri Paesi) alle spese per l’integrazione e l’avviamento al lavoro degli immigrati in casi di ondate migratorie particolarmente intense; i sussidi per i figli residenti all’estero degli immigrati in Gran Bretagna dal 2020 avrebbero potuto essere pagati non al costo della vita del Regno Unito ma in quello di residenza del minore; l’esclusione dall’impegno di stringere in futuro un legame più stretto con la Ue; per finire, la possibilità di sfruttare speciali “clausole di salvaguardia” per proteggere gli affari della City, per impedire il trasferimento in altri Paesi Ue di aziende inglesi e per proteggere le aziende inglesi da eventuali “discriminazioni” dovute al fatto di non essere nell’area euro.
Quindi, cominciamo col dire questo: l’idea che la Brexit spacca l’Europa è ridicola. Londra non è mai stata davvero in Europa (alla faccia di tutte le leggende inglesi sull’invadenza regolatoria di Bruxelles), semmai è stata un compagno di viaggio dell’Europa, protagonista di un patto basato sul reciproco interesse e nulla più. Ora il Regno Unito ha deciso che l’interesse non c’era più. Bene, saluti e baci. L’Europa potrebbe spaccarsi solo se altri Paesi decidessero di fare la stessa cosa. Al momento è poco probabile. E tra qualche tempo, chissà, la sorte inglese potrebbe dissuadere quelli oggi apparentemente più ribelli.
Allo stesso tempo, Londra ha sempre coltivato la relazione con Washington e gli Usa assai più di quanto coltivasse quella con la Ue. Non c’è impresa militare, per quanto fallimentare, dall’Iraq di Tony Blair e George Bush alla Libia di David Cameron e Barack Obama, che non li abbia visti insieme. Non parliamo della Nato. Non parliamo del programma nucleare Trident, in partnership con gli Usa, che la Gran Bretagna ha appena rinnovato al modico costo di quasi 39 miliardi di euro. Non parliamo di Echelon (Five Eyes), il programma di sorveglianza elettronica cui il Regno Unito partecipa appunto con Usa, Australia, Nuova Zelanda e Canada.
Non parliamo del fatto che Usa e Regno Unito hanno stretto tra loro la più grande partnership del mondo per investimenti esteri diretti. Come ha detto di recente il segretario di Stato Usa Kerry: “Ogni giorno, quasi un milione di americani va a lavorare in aziende inglesi negli Usa e ogni giorno più di un milione di inglesi va a lavorare in aziende americane in Gran Bretagna. Siamo strettamente legati, è ovvio. E abbiamo intenzione di rafforzare i nostri legami per aumentare la nostra prosperità”.
Che cosa c’entra tutto questo con Putin e con la Russia? È abbastanza semplice. Se Londra non è mai stato davvero in Europa, ma è sempre stata un fedele alleato degli Usa, quale differenza può fare la Brexit agli occhi della Russia? Forse che il Regno Unito uscirà anche dalla Nato? Forse che abbandonerà i programmi di spionaggio elettronico allestiti con gli Usa? Se domani gli Usa chiamassero gli amici per bombardare la Siria, il Regno Unito si tirerebbe indietro? E non c’è solo l’hard power. È Londra, se non ci avete fatto, a far da spalla agli Usa in tutte le iniziative di soft power.
L’Osservatorio siriano sui diritti umani, che è riuscito a entrare in tutti i titoli di giornale sulla Siria pur essendo gestito da un oppositore dichiarato di Assad non certo super partes, è coperto e mantenuto dagli inglesi. Inglese (Sebastian Coe) è il presidente della Iaafche ha squalificato tutti gli atleti russi, colpevoli o no che fossero di doping (verdetto poi corretto dal Cio). Inglese (e scelto dal Governo Cameron) il giudice che sul caso Litvinenko ha sentenziato che “Putin non poteva non sapere”. Di Londra i giornali che sostengono (tesi poi disciplinatamente ripresa anche dai nostri giornali) che gli hooligan russi hanno un addestramento paramilitare e collegamenti con i servizi segreti (cioè Putin).
Con il Regno Unito fuori dalla Ue crediamo davvero che questo cambierà? E se non cambierà che differenza farà mai alla dirigenza russa? Anzi, potrà semmai peggiorare. Perché è chiaro che Londra cercherà di far leva sui buoni rapporti con gli Usa per compensare le prebende perse in Europa. È quindi possibile che diventi ancor più “americaneggiante” di prima, non meno.
Infine. Chi sostiene che Putin cerca di dividere l’Europa, di mandarla in pezzi, rifletta su questo. Se tale fosse il fine del Cremlino, allora Putin avrebbe tifato contro la Brexit, per far restare nella Ue un Paese privilegiato, rompiscatole e diviso come appunto il Regno Unito. Senza Londra, e se nessuno seguirà il suo esempio, l’Europa può solo compattarsi, consolidarsi. Cosa che conviene a tutti, anche alla Russia, che ha sempre avuto nell’Europa il proprio miglior partner commerciale. Chi è che vorrebbe mandare in malora il proprio miglior cliente?

sabato 2 aprile 2016

Perché Obama e Cameron non dicono nulla dopo la peggiore sconfitta dell'ISIS in Siria? - Robert Fisk



La più grande sconfitta militare che l’Isis abbia sofferto da più di due anni. La riconquista di Palmira, la città romana dell’imperatrice Zenobia. E noi stiamo zitti. Sì, gente, i cattivi hanno vinto, vero? Altrimenti staremmo festeggiando, no?
Meno di una settimana dopo che le anime perse del “Califfato Islamico” hanno distrutto le vite di più di 30 esseri umani innocenti a Bruxelles, dovremo – o no? – battere le mani al più schiacciante rovescio militare della storia dell’Isis. Ma invece no. Mentre i neri maestri delle esecuzioni fuggivano da Palmira questo fine settimana, i signori Obama e Cameron sono rimasti zitti come la tomba cui l’Isis ha mandato così tante delle sue vittime. Colui che ha abbassato a mezz’asta la nostra bandiera nazionale in onore del decapitatore re dell’Arabia (mi sto riferendo a Dave, ovviamente) non ha detto una parola.
Come soleva dire il mio collega del Sunday Express, da tempo defunto, John Gordon, è una cosa che ti fa un tantino saltar su, vero? Ecco qui l’esercito siriano, appoggiato ovviamente dai russki di Vladimir Putin, che sbatte i buffoni dell’Isis fuori dalla città e noi non osiamo pronunciare una sola parola per dire: “Ben fatto”.
Quando Palmira è caduta l’anno scorso noi abbiamo predetto la caduta di Bashar al-Assad. Abbiamo ignorato, siamo rimasti zitti, la grande domanda dell’esercito siriano: “Perché, se gli statunitensi odiavano tanto l’Isis, non bombardavano i convogli suicidi che sfondavano le linee del fronte dell’esercito Siriano? Perché non attaccavano l’Isis?”
“Se gli statunitensi volevano distruggere l’Isis perché non li bombardavano quando li vedevano?” mi ha chiesto un generale dell’esercito siriano dopo la sconfitta dei suoi soldati. Suo figlio era rimasto ucciso nella difesa di Homs. I suoi uomini erano stati catturati e decapitati tra le rovine romane. L’ufficiale Siriano in capo nelle rovine siriane (di cui ci siamo interessati tanto, ricordate?) è stato anch’egli decapitato. L’Isis gli ha addirittura rimesso gli occhiali sulla testa decapitata, per gioco. E noi siamo rimasti zitti allora.
Putin lo ha notato, e ne ha parlato e ha accuratamente predetto la ripresa di Palmira. La sua aviazione ha attaccato l’Isis –cosa che non hanno fatto gli aerei statunitensi – prima della conquista da parte dell’esercito siriano. Non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho letto che il comando statunitense aveva rivendicato due attacchi aerei contro l’Isis all’esterno di Palmira nei giorni precedente la sua riconquista da parte del regime. Questo ha davvero detto tutto quello che occorreva sapere riguardo alla “guerra al terrore” statunitense. Si voleva distruggere l’Isis, ma non poi tanto.
Dunque alla fine sono stati l’esercito siriano e i suoi amici Hezbollah dal Libano e gli iraniani e i russi che hanno cacciato gli assassini dell’Isis da Palmira e che possono – Dio ci salvi da un simile successo! – persino attaccare la ‘capitale’ siriana dell’Isis, Raqqa. Ho scritto molte volte che l’esercito siriano deciderà il futuro della Siria. Se riprenderà Raqqa – e Deir el-Zour, dove il fronte Nusrah ha distrutto la chiesa del genocidio armeno e ha gettato nelle strade le ossa delle vittime cristiane defunte nel 1915 – vi prometto che staremo zitti di nuovo.
Non si presume che stiamo distruggendo l’Isis? Scordatevelo. Quello è compito di Putin. E di Assad. Pregate per la pace, gente. E’ di questo che si tratta, no? E di Ginevra. Dove sta esattamente?

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-is-david-cameron-so-silent-on-the-recapture-of-palmyra-from-the-clutches-of-isis/
Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0