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giovedì 20 agosto 2026

Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose - Francesco Zevio

 

Ci sono dettagli che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima che illegale”

 

I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali.

Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.

Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.

Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte.

Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.

In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale.

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venerdì 31 luglio 2026

Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico

di Donatella Giunti ed il Gruppo Cattolici per la Vita della Valle - Centro Sereno Regis

 

Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.

Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia?

È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.

Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.

La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza.

Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori.

La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti.

Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.

La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini.

Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso.

Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro.

Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale.

Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.

Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.

E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

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giovedì 9 luglio 2026

La Torino-Lione continua a dividere

Negli ultimi anni ci hanno raccontato la Torino-Lione come un’opera ormai irreversibile, destinata semplicemente ad andare avanti, tra comunicati stampa, passerelle istituzionali e cronoprogrammi continuamente posticipati. Eppure, è bastata una visita a favore di telecamere al cantiere della Maddalena perché quel racconto mostrasse, ancora una volta, tutte le sue crepe.

Il sopralluogo al cantiere, avvenuto nei giorni scorsi, ha visto entrare nel fortino alcuni parlamentari ed esponenti del Movimento 5 Stelle insieme ai deputati francesi Gabriel Amard e Jean-François Coulomme de “La France Insoumise” (partito legato a Jean-Luc Mélenchon). Una visita che, nelle intenzioni di Telt, avrebbe probabilmente dovuto confermare l’immagine di un’opera in pieno sviluppo e non contestabile, in piena collaborazione con le istituzioni di entrambi i paesi.

Ma, ahimè, è accaduto l’esatto contrario: all’uscita dal cantiere, la delegazione italo-francese ha rilanciato pubblicamente la richiesta di recesso dagli accordi internazionali sulla Torino-Lione, denunciando la crescita incontrollata dei costi, l’assenza di una reale sostenibilità economica dell’opera e la necessità di destinare quelle risorse al trasporto pubblico locale e alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Questa posizione inevitabilmente ha riportato il Tav al centro del dibattito politico nazionale e piemontese, dimostrando come perfino il luogo simbolo dell’avanzamento dell’opera possa trasformarsi, ancora una volta, in un terreno di contestazione politica, oltre a livello popolare, anche a livello parlamentare e istituzionale.

La visita, organizzata con autorizzazione di Telt e dentro il perimetro controllato del cantiere, si inserisce senza ombra di dubbio dentro una precisa strategia comunicativa – decisamente früsta, come si dice da queste parti – dell’ente gestore: mostrare dall’interno la normalità e l’avanzamento dell’opera. Eppure proprio questo dispositivo gli si è ritorto contro. L’apertura dei cancelli, pensata come momento di legittimazione e consolidamento della narrazione ufficiale, ha fatto emergere in conferenza stampa una serie di dichiarazioni che hanno rimesso in discussione l’intero impianto propagandistico e politico della Torino-Lione, spostando il dibattito fuori dal solito perimetro pseudo-tecnico e narrativo, fin dentro quello dello scontro politico.

Il dibattito si è spostato dal cantiere di chiomonte agli equilibri politici dei palazzi. Quotidiani e commentatori hanno iniziato a interrogarsi principalmente sulle conseguenze della presa di posizione di Chiara Appendino e del Movimento 5 Stelle per il cosiddetto “campo largo”, descrivendola come un elemento capace di scavare un nuovo solco di contraddizioni con il Partito Democratico. C’è chi vi ha letto una mossa tattica, chi un ritorno alle origini, chi un tentativo di rilanciare una leadership interna e chi, ancora, un ostacolo alla costruzione delle alleanze future.

Ma per chi ormai è un po’ disilluso rispetto a quelle che poi potrebbero essere gli effetti reali di questi dibattiti, la domanda più interessante è un’altra.

Com’è possibile che un’opera definita da anni inevitabile, strategica e necessaria, continui a essere capace di far saltare gli equilibri politici da trent’anni a questa parte? Se davvero la Torino-Lione fosse ormai una partita chiusa, difficilmente basterebbero una visita al cantiere e alcune dichiarazioni tonanti per riaprire una discussione tanto aspra.

La questione non è solo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Riguarda soprattutto il fatto che il Tav, e la sua sostanziale inutilità e inconsistenza, continua a rappresentare una delle principali linee di faglia della politica italiana. Da una parte c’è chi considera l’opera un simbolo del modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul consumo di risorse pubbliche e sulla subordinazione dei territori agli interessi economici e finanziari; dall’altra emerge, anche dentro le istituzioni, la difficoltà di sostenere senza contraddizioni un progetto che negli anni ha visto lievitare i costi, accumulare ritardi e perdere progressivamente quella narrazione di inevitabilità costruita dai suoi promotori e avere pure effetti disastrosi sui territori (vedi l’acqua in Val Maurienne).

Che il tema sia tornato a dividere proprio nel momento in cui si tenta di costruire un’alternativa di governo alla destra non è un dettaglio. Significa che il Tav continua a essere una questione politica irrisolta, un nodo che nessuna formula elettorale riesce semplicemente a rimuovere.
Per anni si è provato a confinare la Torino-Lione in una dimensione esclusivamente tecnica o di ordine pubblico, affidandola agli esperti, ai commissari straordinari e ai cronoprogrammi dei cantieri, oppure alle procure e la polizia. Ogni volta, però, il conflitto tra interessi contrapposti riemerge. E quando riemerge costringe tutti a prendere posizione.

È qui che affiora un elemento che nessuna lettura interna ai partiti riesce a cogliere fino in fondo. Se la Torino-Lione continua a pesare nel dibattito politico è perché il Movimento No Tav non ha mai permesso che quest’opera venisse normalizzata. Trent’anni di mobilitazione, di studio, di presenza sul territorio, di iniziative popolari e di resistenza alla militarizzazione della Val di Susa hanno impedito che il Tav si trasformasse in un semplice dossier tecnico, amministrativo o giudiziario.

Non è un caso che la discussione torni ad accendersi proprio mentre continuano ad emergere criticità economiche e tecniche dell’opera, dai costi lievitati esponenzialmente rispetto alle previsioni iniziali, alle difficoltà che interessano il versante francese. Questioni che il Movimento denuncia da anni (decenni!!) e che oggi trovano spazio perfino nel confronto politico istituzionale.

Naturalmente questo non significa consegnare patenti di coerenza a chi oggi riscopre argomenti che in altri momenti ha accantonato o subordinato alle compatibilità di governo. La memoria del Movimento è lunga e non dimentica le responsabilità di chi, una volta nelle istituzioni, ha finito per accettare la prosecuzione dell’opera. Né tantomeno il futuro della lotta può dipendere dalle oscillazioni di questo o quel partito.

Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che questa vicenda mette in evidenza.

Quando la Torino-Lione torna a essere un tema capace di incrinare gli equilibri del cosiddetto campo largo, non è il successo di una forza politica. È il segnale che la resistenza popolare continua a produrre effetti ben oltre i confini della Valsusa. È la dimostrazione che anni di mobilitazione hanno impedito la costruzione, non solo dell’opera in sé, ma anche di un consenso pieno attorno alla sua necessarietà. Ogni volta che qualcuno prova a dichiarare chiusa la partita, la realtà dimostra il contrario: il Tav resta un terreno di scontro, di contraddizioni e di scelte che non possono essere rimandate alla prossima campagna elettorale.

Per questo le crepe che oggi attraversano il “campo largo” non devono essere lette con lo sguardo di chi tifa per una coalizione o per l’altra. Sono esattamente il riflesso di un conflitto sociale che continua a proiettare i suoi effetti dentro le istituzioni e ne fa emergere le contraddizioni. Se una possibile alleanza di governo si trova costretta a misurarsi ancora con la Torino-Lione, significa che il Movimento ha saputo mantenere viva e aperta una questione che in molti avevano interesse a considerare definitivamente archiviata.

Questo è il dato politico più significativo di questi giorni.

Mentre dentro il cantiere si continua a mettere in scena la rappresentazione di un’opera ormai destinata a compiersi, fuori da quelle recinzioni la Torino-Lione continua a dividere, a interrogare, a mettere in crisi narrazioni e alleanze. Segno che la partita è tutt’altro che conclusa. Per il Movimento No Tav non si tratta di schierarsi nelle dinamiche del nuovo campo largo né di affidare ad altri il proprio futuro. Si tratta di cogliere ogni contraddizione che contribuisca a rompere il consenso costruito attorno a un’opera tanto devastante quanto inutile. Perché ogni crepa nella narrazione dell’ineluttabilità restituisce spazio alla possibilità di fermarla. Ed è in quello spazio, conquistato in decenni di lotta, che continua a giocarsi la partita più importante.

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venerdì 19 giugno 2026

Valle di Susa, valle delle guerre d’Europa - Nicoletta Dosio

 

Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità.

Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta subendo direttamente. Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.

Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti energetiche.

In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della crudeltà sfrenata del sistema.

Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino, voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso Oriente.

Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO – USA contro la Russia.

Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.

Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera.

E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:

“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre

e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.

E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest verso est e oltre i suoi confini” .

Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.

(li cito come da fonte ministeriale):

1.      Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è inserita la Torino-Lione.

2.      Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando per i valichi di Domodossola e Chiasso.

ed ecco il significato del Terzo Valico.

3.                  Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine Cervignano.

4.      Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.

Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di Pontedera.

“Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e rimangono soltanto veleni e devastazione.

Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà impossibile.

Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello economico, politico, sociale che lo produce.

Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti d’armi.

Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana ferrovieri.

Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti, truppe e deportati.

Venticinque anni dopo,  alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio  preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…).

Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.

Dunque, la lotta continua…

da qui

venerdì 3 aprile 2026

Gli amici di merende: l’irresistibile gioco della corruzione

 

Ogni gruppo di amichetti che si rispetti è in genere legato da una passione in comune e pare che il requisito fondamentale per prendere parte alla costruzione della Torino Lione sia essere invischiati in affari illeciti. Basta infatti pescare a caso dal cappello una delle ditte connesse alla costruzione del TAV che trovi subito del marcio tra quelli che sembrano essere più degli amici di merende che altro.

Giunge infatti alle orecchie della nostra redazione, che la procura di Roma stia indagando sull’ipotesi che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno, per un totale di 26 persone indagate per corruzione, induzione indebita, traffico di influenze, turbativa d’asta e riciclaggio. Insomma, una bella zuppa di illegalità.

Ma di chi stiamo parlando?

Tra gli implicati in questa indagine c’è anche la nostra “cara” RFI, che come sappiamo si occupa della pianificazione e dei lavori infrastrutturali sul territorio nazionale della Torino – Lione. Oltre ad RFI, sotto ai riflettori c’è anche Terna, che è una delle principali società italiane operanti nel settore dell’energia, con un ruolo cruciale nella gestione della rete di trasmissione elettrica nazionale. Le altre aziende coinvolte sono la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che si occupa della loro distribuzione sul mercato, ad enti pubblici e aziende.

In particolare si indaga su una gara d’appalto da 400 milioni bandita da RFI nel 2024, dove il dirigente di Nsr Francesco Dattola, attraverso anche alcuni dirigenti di RFI avrebbe ottenuto il capitolato in anticipo (il documento che descrive, tra le altre cose, le caratteristiche del bene o del servizio da fornire) e avrebbe suggerito delle modifiche e integrazioni, per assicurarsi di rispondere meglio ai requisiti tecnici del bando. In particolare, il manager di RFI, Riccardo Barrile, avrebbe passato il capitolato al responsabile di Tim per la rete ferroviaria, Carlo Antonello Bisi, che a sua volta lo avrebbe condiviso con Dattola. L’appalto sarebbe relativo alle tecnologie informatiche nelle ferrovie italiane, nel particolare alla gestione del traffico e della sicurezza del trasporto su ferro. 

Il signor Francesco Dattola, nel corso del 2023, stando alle indagini in corso, si sarebbe mosso per reperire notevoli quantità di denaro contante, attraverso un complesso sistema di fatture fittizie e compravendita di Rolex, ricavando circa 600 mila euro (in effetti rispetto ai 35 milioni spesi per la nuova talpa stiamo parlando di spiccioli) che sarebbero stati utilizzati anche per tangenti a dirigenti di RFI e Terna.

Diciamo che di irregolarità che abbiamo segnalato negli anni nella costruzione della tratta, ce ne sono a bizzeffe. La trasparenza che dovrebbe essere un requisito fondamentale, specialmente in progetti che vedono il movimento di così tanto denaro, agli amici di merende che plasmano e raccontano la Torino Lione non è mai piaciuta troppo. Così come la creazione di gare d’appalto ad personam, che proliferano quando si parla della Grande Opera. Basti pensare, all’appalto gestito da TELT del 2018 per il lotto transfrontaliero, contestato per l’assegnazione a un raggruppamento guidato da Eiffage e CMC, che è stato anche in questo caso un bel “patto tra amici”. Nonostante le irregolarità procedurali siano state riscontrate anche dalla Corte dei Conti europea, la gara non è stata (ovviamente) annullata, altrimenti non saremmo qui a contarcela.

Nel 2021 oltretutto, l’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha inserito la Torino-Lione tra i progetti considerati ad alto rischio corruzione, segnalando carenze nei controlli sulle assegnazioni dei subappaltati.

Ad aggiungersi a quanto detto, vorremmo commentare le recenti parole di Matteo Salvini alla Fondazione Feltrinelli. Il Giornale riporta: “[…] In questo lunedì mattina di sole di fine marzo abbiamo operai, mega talpe, ingegneri, che stanno lavorando per la Torino – Lione sotto le Alpi, conclusione lavori ipotizzata dai tecnici fra il 2032 e il 2033 per unire col treno velocità di Francia. Le infrastrutture sono il più grande piano antimafia. È complicato perché ci sono i comitati del “no” per ogni cosa, ci sono disagi, di cui mi scuso, ma se non facessimo questo lavoro tra pochi anni saremo a piedi” (?????????), ha aggiunto. “Un ponte unisce, solo in Italia un ponte divide perché lo fa Salvini”, ha aggiunto il ministro, che ha rinominato il ponte sullo Stretto come “Ponte della Pace”. Tralasciando che le cose di cui dovrebbe scusarsi sono altre lasciandoci ben stare, dire che le infrastrutture sono il più grande piano antimafia sarebbe in parte veritiero se ci fossero controlli e trasparenza nella loro realizzazione, caratteristiche che in Italia sono a dir poco manchevoli in progetti come la Torino Lione. Tanto è evidente che non serve aggiungere altro. Non ci stupirebbe poi vedendo i precedenti, se il signor Salvini fosse uno degli amici di merende degli altri signori sopra. Che sappiamo che poi il giro è quello. Della sua conclusione alla Downtown Abby, possiamo solo dire che non è che un ponte divide perché lo fa Salvini, divide perché evidentemente per le persone ci sono problemi più grandi e più vicini e necessari di un’altra opera da milioni di euro, con ritardi epocali e infiltrazioni mafiose da ogni lato.

Ripetere che un progetto di questa portata dovrebbe essere dibattuto pubblicamente e non deciso in stanze chiuse, è probabilmente inutile. Tuttavia, ci sembra più che normale che anche alla luce delle ultime “questioni personali” dei dirigenti di RFI, chiederci quanto ci si possa fidare del loro operato. Non che noi ci siamo mai fidati di loro, anche considerando tutti gli illeciti portati avanti negli anni. A partire dai criteri nella realizzazione delle gare poco chiari, commissioni con conflitti d’interessi (nel 2018 alcuni membri delle commissioni di valutazione avevano precedenti collaborazioni con le stesse aziende partecipanti, cosa che, pensate un po’, non dovrebbe accadere), documentazione completa inaccessibile. E ancora le stime dei costi che nel 2007, TELT parlava di 8 miliardi circa per la Torino Lione, saliti a più di 26 miliardi nel 2024 (sticazzi), con continue sotto stime e parte dei fondi UE e nazionali gestiti con scarsa tracciabilità, sollevando dubbi su sprechi o “distrazioni”. 

Ci sembra lecito e doveroso far presente per la millesima volta che non è ammissibile che vengano chiusi gli occhi su argomenti di questa portata. Chiaro è che i media preferiscano abbuffarsi su scandali più appetibili, come se le nostre denunce non fossero legittime. Lo sappiamo bene: davanti ai soldi, alla politica e alle lobby, la giustizia spesso arranca (specialmente quando deve scegliere tra gli illeciti dei potenti e la persecuzione di coloro che impiegano il loro tempo nella lotta per un futuro diverso). Anche se, puntualmente, i pochi riflettori che arrivano in Val di Susa sembrano concentrarsi solo sui nostri presunti metodi ‘non leciti’, c’è una differenza fondamentale: mentre noi a merenda ci gustiamo un pezzo di toma e salame, loro condiscono il piatto con denaro riciclato e appalti truccati. E i fatti, ormai, lo dimostrano. Il problema sono loro, non facciamoci ingannare.

Noi ovviamente non ci arrendiamo e continueremo a denunciare i loro illeciti. Perché a forza di urlare, qualcosa accadrà e sta accadendo.Crediamo che la vera forza sia quella delle persone che decidono di schierarsi dalla parte della trasparenza, dell’etica e del bene comune (che no, non è la realizzazione della Torino Lione). E confidiamo che, alla fine, saranno le persone che prendono posizione a fare la differenza. 

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martedì 23 dicembre 2025

Il Tav, i media e i voltagabbana - Giovanni Vighetti

 

Nessun movimento di opposizione ha mai avuto in Italia la capacità di dare una continuità trentennale alle ragioni della propria lotta, e la recente e partecipata manifestazione dell’8 dicembre, ventennale dall’epico sgombero popolare nel 2005 del cantiere nella piana di Venaus, ne è la dimostrazione. Se duri trent’anni e prosegui, se ai nostri volti invecchiati si affiancano quelli dei più giovani – e molti sono nostri figli o nipoti – vuol dire che le ragioni della lotta non sono fuffa ma hanno radici motivate e ben salde.

Ma i media di queste ragioni non parlano. E il giorno dopo la manifestazione non trovi su La Stampa un’intervista a chi è partecipe del movimento no Tav ma a chi l’ha abbandonato, come Antonio Ferrentino. E allora alcuni chiarimenti vanno fatti. Cambiare opinione è legittimo, ci mancherebbe altro. Ma quando si passa da una parte all’altra della “barricata”, si dovrebbe avere la serietà di scegliere un dignitoso silenzio o di occuparsi d’altro. Diversamente, un’affermazione come «oggi non ha più senso manifestare contro l’Alta Velocità» diventa sale sulle ferite aperte nelle vite dei cittadini no Tav traditi – questo il termine più gentile utilizzato in proposito – dal Masaniello pentito che quando, prima di entrare in sintonia con Mario Virano (all’epoca Commissario di Governo per l’Alta Velocità Torino-Lyon), era tra i punti di riferimento del movimento no Tav, gridava al megafono, a Venaus nel 2005, che neanche con l’uso dei carri armati avrebbero messo un chiodo in Valle di Susa.

L’autore dell’intervista all’ex presidente della Comunità montana è il giornalista Andrea Bucci che, in un precedente articolo (La Stampa del 7 dicembre), aveva già collezionato lo scoop dei petardi tirati ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine. Ora, se la balistica non è un’opinione, di fronte a reti metalliche e intrecciate alte 4-5 metri e orlate di filo spinato alla “concertina” (lo stesso filo spinato elicoidale usato da Israele nel conflitto in Palestina), un petardo, che comunque non è pericoloso come un lacrimogeno, se viene tirato ad altezza d’uomo, può, al massimo, rimbalzare. Ma tant’è. Tutto serve per definire come violenza immotivata e gratuita ogni azione contro i cantieri (e sono già quattro!) che militarizzano aree della Valle di Susa. Nella stessa direzione vanno articoli come quello recente di Alberto Giulini, sul Corriere della Sera, che dedica più spazio alle dichiarazioni di sindacalisti autonomi della Polizia che alle ragioni dell’opposizione all’inesistente linea ad alta velocità tra Torino e Lyon. Sì, proprio inesistente perché la Francia – aspetto fondamentale taciuto da media al servizio dei propri editori più che di una una corretta informazione – non ha ancora elaborato alcun progetto definitivo e tanto meno stanziato risorse per la costruzione di una linea ad alta velocità in direzione Lyon, sì che l’alta velocità terminerebbe comunque all’uscita del tunnel di base a Saint Jean de Maurienne. Non importa: troveremo probabilmente un altro illuminato ministro ai trasporti – in realtà ce l’abbiamo già – che proporrà di accollarsi oltre ai costi del tunnel di base che sarebbero spettati ai francesi, anche i tre quarti dei costi della tratta in territorio francese!

Ma, tornando all’intervista, c’è un altro aspetto importante da rigettare. Non è assolutamente vero – come afferma Ferrentino («Non si è detto nulla sul raddoppio del traforo del Frejus, del progetto della seconda canna, e invece si vuol fermare la ferrovia») – che il movimento no Tav non si sia opposto al raddoppio del Frejus. La tesi, sostenuta in più occasioni da La Stampa, non può essere sostenuta anche dall’ex presidente della Comunità montana, visto che contro il raddoppio del tunnel abbiamo marciato insieme, a Bardonecchia, prima della sua giravolta.

Il movimento ha sempre individuato nel raddoppio del tunnel autostradale del Frejus un pericoloso tassello della trasformazione del territorio valsusino in un’area di transito penalizzante per chi in valle vive e per lavorare, dopo aver perso una dopo l’altra le numerose realtà produttive locali, deve fare il pendolare oppure emigrare in altre zone d’Italia o all’estero. Certo l’impegno è stato più ridotto, ma non è difficile capire il perché. Innanzi tutto l’autostrada – costruita con soldi pubblici e ovviamente poi privatizzata, nel rispetto della linea “oneri pubblici e guadagni privati” – è stata presentata come una superstrada non a pagamento e, dunque, imposta con l’inganno (mentre l’elevata tariffa, tra le più care d’Italia, ne causa uno scarso utilizzo da parte dei torinesi che prima la sostenevano e ora nei fine settimana, per risparmiare l’elevato pedaggio, intasano le due statali della Valle). In ogni caso, opporsi all’autostrada era impossibile dopo l’apertura del tunnel del Frejus nel 1980, anno in cui nessuno ne immaginava le conseguenze sul territorio valsusino. E, per evitare la contestazione nei confronti del raddoppio del tunnel autostradale, i lavori di scavo sono stati effettuati partendo dal lato francese. Per opporsi più duramente al raddoppio (anch’esso imposto con l’inganno, perché presentato come canna di sicurezza e non di transito per auto e Tir), sostenendo contemporaneamente due fronti di lotta, poi, ci sarebbe voluto Nembo Kid, anche perché l’Alta Valle è sempre stata più preoccupata a ricevere fondi dalla Regione per l’innevamento artificiale che a programmare uno sviluppo urbanistico meno speculativo del proprio territorio o curarsi dell’interesse generale della Valle.

Infine sono inaccettabili le dichiarazioni di Ferrentino su Askatasuna («Il movimento è ormai gestito dai centri sociali di Torino. Per Askatasuna l’opera è l’unico vero megafono per ottenere visibilità») che, tra l’altro, riducono i valsusini che manifestano contro la linea ad alta velocità a un insieme di imbecilli, teleguidati da strategie altrui piuttosto che consapevoli delle ragioni di una lotta che, senza alcune giravolte, avrebbe potuto e dovuto chiudersi già nel 2005. E sono particolarmente sgradevoli in quanto fatte da chi, a suo tempo, non ne disdegnava l’appoggio nei momenti più impegnativi dello scontro.

Askatusuna non ha certo bisogno di difensori d’ufficio ma è grave la campagna di criminalizzazione nei suoi confronti. Per alcuni è quasi un’ossessione. Come per l’ex procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo che, anche dalla pensione, insiste nei suoi assilli («La violenza è nel DNA di Askatasuna […] è una associazione criminale», La Stampa, 1 dicembre), reiterando la precedente affermazione secondo cui «dal punto di vista della criminalità il distretto giudiziario del Piemonte, tra mafie, antagonisti e No Tav “è un inferno”» (Ansa, 13 settembre 2024). Poco manca che il centro sociale venga accusato anche del recente terremoto di magnitudo 7,5 che ha colpito il Giappone e il movimento no Tav del conseguente rischio tsunami. Ma cosa dovrebbe fare un centro sociale? Limitarsi a organizzare tornei di ping pong e non essere partecipe delle lotte che manifestano il crescente disagio sociale delle periferie (come è considerata la Valle di Susa rispetto alla Città Metropolitana)? Concludo, e ammetto che queste righe sono scritte con molta rabbia, tipo L’avvelenata di Guccini. Stranamente – si fa per dire – gli operai dell’Ilva in lotta per la legittima difesa del posto di lavoro che hanno assediato la Prefettura di Genova, battuto i caschi sulle reti, gridato frasi non propriamente gentili verso i poliziotti, a cui hanno rilanciano i candelotti lacrimogeni, e, infine, abbattuto con una gigantesca pala meccanica parte delle reti metalliche a protezione della zona rossa, non vengono caricati. Evidentemente è più facile manganellare i giovani o giovanissimi studenti, come più volte è avvenuto (non solo ma) in particolare a Torino, che affrontare operai delle acciaierie che hanno ben altra esperienza e forza fisica.

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martedì 11 febbraio 2025

La polizia, la destra, la sinistra - Giovanni Vighetti

 

Nell’ultima puntata dell’interessante fiction della Rai La lunga notte. La caduta del duce c’è un dialogo significativo tra il gerarca Dino Grandi, autore della mozione che al Gran consiglio del fascismo del luglio 1943 portò alla sfiducia e caduta di Mussolini e al suo arresto, e il responsabile dell’Ovra, acronimo di Opera vigilanza repressione antifascismo, cioè la polizia politica fascista. Se il fascista Grandi si rende conto dell’imminente crollo del regime il responsabile dell’Ovra ribatte: «L’aria non cambierà mai. Noi siamo lo Stato e lo saremo sempre. Anche senza Mussolini».

In questo passaggio c’è ben poca fiction e molta realtà. In effetti il capo dell’Ovra Guido Leto, che diresse la feroce polizia politica durante la dittatura fascista, è uno degli infiniti esempi della mancata epurazione della presenza fascista nelle istituzioni perché, dopo un breve periodo di detenzione, fu incaricato da Umberto Federico D’Amato di riorganizzare le strutture dei Servizi segreti. Anche il curriculum di Umberto Federico d’Amato, che da dirigente dell’Ufficio politico della Questura di Roma divenne poi responsabile dell’Ufficio Affari Riservati, nido nero negli anni della strategia della tensione, è un’altra cartina tornasole del fallimento del mancato rinnovamento democratico delle forze di polizia: nell’anno 2000 la Procura Generale di Bologna lo ha indicato tra i mandanti, insieme a Licio Gelli il capo della Loggia Massonica eversiva P2, della strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Con l’errore dell’amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, atto con cui si rinunciò a perseguire e punire i crimini fascisti, al punto che anche un violento squadrista come Piero Brandimarte, responsabile della strage del 18-20 dicembre 1922 a Torino in cui 11 esponenti della sinistra furono assassinati e molti altri massacrati di botte, venne incredibilmente assolto (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2022/12/16/torino-1922-una-strage-fascista-e-la-regola-dellimpunita/) … anche perché la maggioranza dei giudici, in particolare quelli della Corte di Cassazione, era rimasta legata a doppio filo nero con l’ideologia fascista e il “pugno di ferro” lo utilizzò nei confronti delle azioni dei partigiani. Con questo passato prossimo della dittatura fascista non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti, e questa storica mancanza ha generato la nebbia che ha sempre facilitato e coperto le trame nere che, in tempi più recenti, ha spesso messo in pericolo la democrazia nel nostro Paese, a iniziare dai tentativi di colpo di Stato, tra cui il più grave quello del dicembre 1970 guidato da Junio Valerio Borghese, e dalle numerose stragi fasciste che hanno sempre visto la partecipazione dei Servizi segreti, di volta in volta “assolti” con la formula “trattasi di una minoranza di servizi deviati”. Certamente i servizi segreti deviati esistono, ma costituiscono solo la minoranza fedele alla Costituzione.

Da questo preambolo, storicamente documentato, consegue che l’organizzazione delle forze di polizia è ancora lontana da una visione pienamente democratica, perché le leve di comando, con rare eccezioni, sono rimaste avvolte dal filo nero di responsabili già compromessi con il fascismo e non epurati, i quali a loro volta hanno selezionato i propri eredi per garantire la continuità della visione conservatrice e reazionaria. Non si può diversamente spiegare il radicamento all’interno delle forze di polizia e dell’esercito della P2 o dell’organizzazione paramilitare Gladio. L’impunità sempre garantita dai vertici degli apparati, anche in occasione della “macelleria messicana” del G8 a Genova nel 2001, la rinuncia a introdurre elementi di chiarezza e controllo sui comportamenti, anche individuali, dei poliziotti con il numero di codice da apporre sul casco, sono altri elementi che non aiutano ad avere fiducia in una Polizia, più impegnata a reprimere le contestazioni sociali che non la criminalità, e la cui “fotografia” nell’immaginario collettivo è sempre più quella del manganello che colpisce la testa dei manifestanti.

In questo quadro si inserisce la classe politica, a trazione neofascista, di questo Governo autoritario indirettamente aiutato nella “presa del potere” da chi, in questa fase storica che richiede la massima unità anche sul terreno elettorale, continua a scegliere l’astensionismo. E il Governo Meloni, con il decreto sicurezza, sta percorrendo, a grandi passi, la strada dell’involuzione antidemocratica con l’inasprimento delle pene (dai sei mesi ai due anni) per chi manifesta con blocchi stradali o ferroviari, forme di lotta che rientrano nella legittima tradizione delle lotte operaie e sociali, che vengono quindi punite come illecito penale e non più amministrativo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/03/sorvegliare-e-punire-i-poveri-e-i-ribelli/). Inoltre, con la proposta di una sorta di scudo penale, rafforza l’autoritarismo e le garanzie di impunità alle forze dell’ordine, a cui viene delegato il contenimento e la repressione del dissenso, sempre più criminalizzato anche dai media filogovernativi, che invece è il sale della dialettica democratica quando il Potere si rifiuta di ascoltare o accettare o mediare rispetto alle ragioni dell’opposizione sociale. Ancor più grave, in un Paese in cui i Servizi segreti sono sempre stati coinvolti nelle trame nere e nelle stragi neofasciste, l’intento di potenziarne le attività sotto copertura, consentendo agli agenti non solo di partecipare alle organizzazioni terroristiche-eversive ma anche di dirigerle e guidarle, arruolando nuovi membri (https://volerelaluna.it/politica/2025/01/27/cancellate-larticolo-31-del-disegno-di-legge-sicurezza/), e obbligando le Università a collaborare con i Servizi in deroga alle norme sulla riservatezza, il che porterebbe a un controllo sulla libera espressione garantita dalla Costituzione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/01/14/luniversita-il-governo-e-il-grande-fratello/).

Quanto alle forze dell’opposizione, per lo più silenziose e timorose anche sull’incredibile episodio del  corteo di poliziotti carabinieri e finanzieri che il 24 novembre 2024 hanno manifestato a Torino di fronte al Comune contro ogni forma di dissenso sociale e chiedendo la chiusura del centro sociale Askatasuna (https://volerelaluna.it/commenti/2024/03/13/il-colore-dei-manganelli/), risultano sensibilmente slegate dalla realtà del Paese, e nei momenti di tensione cercano sempre di cavarsela in calcio d’angolo con la formula “esprimiamo la nostra solidarietà alle forze dell’ordine”. Frase di rito retorica e utilizzata a prescindere, senza nemmeno approfondire o conoscere i motivi delle proteste per pigrizia o mancanza di coraggio intellettuale e con molta cecità politica, perché questa linea allontana i cittadini che rivendicano la piena e attiva partecipazione sociale, mentre le forze dell’ordine storicamente sono e restano, se non si introducono elementi di controllo rispetto all’uso della forza quando questa è illegittima o sfocia nella violenza, un granitico bacino elettorale del centrodestra.

Illuminante su questi continui “calci d’angolo”, fini a se stessi e alla propria pallida visibilità, è la dichiarazione riportata sul Corriere della Sera di due senatrici renziane di Italia Viva, partito che tra governo e opposizione sta un po’ di qua e un po’ di là ma mai dalla parte dei lavoratori o dei cittadini, in occasione del recente e violento intervento per l’esproprio del terreno di proprietà di valsusini No Tav alle porte di Susa (un esproprio compiuto manu militari senza aspettare quello amministrativo, e quindi senza rispettare le regole, talmente urgente che oggi il terreno è solo una discarica di jersey di cemento, griglie e filo spinato utilizzati per blindare lo sgombero). «Basta violenze in val di Susa — hanno commentato le senatrici di Italia Viva Silvia Fregolent e Raffaella Paita –. I lavori dell’Alta velocità Torino-Lione devono andare avanti, la battaglia di gruppuscoli no Tav e centri sociali è inutile e anacronistica. Le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo del paese e dell’Europa, e servono anche a tutelare quell’ambiente a cui i no tav tutti dicono di tenere. Solidarietà alle forze dell’ordine, costrette ad avere a che fare con questi facinorosi». Evidentemente, come la maggioranza dei deputati che siedono in Parlamento, non sanno nemmeno che la Francia ha rinviato a dopo il 2040 ogni decisione se costruire o meno una linea ad alta velocità per collegare Torino a Lyon e che quindi il tunnel sotto il Moncenisio è fine a se stesso, e servirà solo per una risibile e demenziale linea ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne.

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domenica 9 febbraio 2025

Comunicato difensori No Tav su ingerenze illegittime nel Processo Sovrano

E’ stato reso pubblico poche ore fa il comunicato scritto dal collegio difensivo del “processo Sovrano”, alle ultime battute (la sentenza è prevista a fine febbraio). Un atto di accusa molto forte che denuncia ingerenze non legittime sul Tribunale che è chiamato ad esprimersi sull’accusa di associazione a delinquere ed altri reati di cui sono accusati attivisti del Movimento No Tav e del centro Sociale Askatasuna. Come movimento No Tav da tempo denunciamo la propaganda di parte contro la nostra esperienza di lotta, alimentata oggi dai partiti al governo e dalla lobby dei sindacati di polizia, ospiti in tv e sui giornali un giorno sì e l’altro pure, per lamentare l’assenza di vendetta da parte dello Stato nei confronti di chi pratica il conflitto sociale nelle piazze e non porge i fiori ai reparti antisommossa. La magistratura Torinese da anni ha indossato l’elemetto facendosi portavoce degli interessi di Telt, dei partiti delle Grandi Opere e dei dirigenti e funzionari della Questura, solo ieri sera l’ex pubblico ministero Rinaudo lo si poteva vedere sulle reti Mediaset a raccontare la sua esperienza in trincea (scusate se ci scappa una risata). Inebriati dal potere, servi dei grandi interessi, tutti questi personaggi senza arte nè parte continuano a voler riscrivere la storia, cercando un epilogo (loro sperano) nelle aule di tribunale, oltre che nei talk show televisivi. La nuova Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello  per il Piemonte e la Val D’Aosta nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 ha sollecitato la condanna da parte del Tribunale mentre un mebro laico del CSM plaude alla richiesta milionaria di risarcimento a dei cittadini per i costi dell’imposizione del Tav in valle. Alla faccia della presunzione di non colpevolezza e buona notte alla giustizia che, scrivono loro, dovrebbe essere uguale per tutti.

Che qui qualcosa non torna è per noi chiaro da molto tempo. Forse da oggi, con un uso così spregiudicato e illegittimo dei poteri e delle funzioni statali, lo sarà ad un più ampio numero di persone. Non ci resta che esprimere solidarietà a tutt* imputat* e al collegio difensivo che si trova a svolgere il proprio lavoro in un contesto, evidentemente, pregiudizievole.

Qui di seguito riportiamo il comunicato:

Siamo i difensori di alcuni attivisti del centro sociale Askatasuna e del movimento No Tav, imputati in un processo attualmente in corso avanti alla prima sezione del Tribunale di Torino. Tra le tante imputazioni formulate dalla Procura (sono 72 i reati contestati), spicca quella per il reato associativo – originariamente qualificato come associazione sovversiva e poi derubricato nel delitto di associazione per delinquere aggravata rivolto a 16 militanti del centro sociale Askatasuna. Il processo è ormai alle ultime battute, si sono quasi del tutto esaurite le discussioni delle diverse parti processuali, ma si sono verificati in questi giorni alcuni fatti che meritano di essere segnalati. Sono stati trasmessi in data 20 e 27 gennaio, sul canale televisivo di Retequattro, dei servizi giornalistici, nell’ambito della trasmissione Quarta Repubblica, fortemente ostili nei confronti di Askatasuna e del suo ruolo nell’ambito del conflitto sociale torinese e valsusino, con evidenti richiami al processo in corso. Si tratta di servizi che accostano disinvoltamente le vicende che riguardano il centro sociale con filmati che poco o nulla c’entrano con lo stesso, che utilizzano e mostrano, in contrasto con una specifica previsione legislativa, del materiale
prodotto dalla Digos nel corso delle indagini.
In secondo luogo, a Torino, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 25 gennaio scorso, Enrico Aimi, che interveniva in qualità di membro laico e rappresentante del CSM, si è pubblicamente complimentato con l’Avvocatura distrettuale dello Stato per la richiesta di risarcimento dei danni (avanzata nei confronti degli imputati nell’interesse della presidenza del consiglio e dei ministeri
dell’interno e della difesa), per oltre 6 milioni di euro, a fronte, sono le sue parole, “delle devastazioni causate da alcuni centri sociali nei cantieri TAV in Val di Susa”. Subito dopo, nella stessa occasione, la Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello ha rincarato la dose, richiamando esplicitamente nel suo intervento le indagini svolte nel processo penale in corso, che dimostrerebbero che i militanti del centro sociale “hanno strutturato una progettualità volta ad innalzare il livello di conflittualità contro le Istituzioni intercettando le tensioni sociali al fine di permearle dentro un’apparente solidarietà, hanno assunto la regia della mobilitazione violenta in Val di Susa, hanno realizzato una struttura organizzativa complessa che consentisse loro di confidare anche sul consenso di una parte dell’opinione pubblica”.
Si tratta di un resoconto abbondantemente ripreso dai giornali locali e nazionali, con intere pagine dedicate alla questione e titoli come “Affondo di Musti su Askatasuna. E’ loro la regia della violenza, Torino capitale dell’eversione”. Tutto ciò ci inquieta profondamente come avvocati e come cittadini.
Tale esposizione mediatica rischia di compromettere profondamente la necessaria tranquillità e riservatezza, nonostante il suo carattere pubblico, che deve circondare un processo penale. Per dirla con Hanna Arendt, la giustizia “richiede isolamento, vuole più dolore che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista”.

Al di là dei servizi televisivi, della cui correttezza risponderanno al più gli autori nelle opportune sedi giudiziarie, che il rappresentante di un organo di rilievo costituzionale approvi, senza nemmeno conoscerla (perché se avesse avuto modo di leggerla forse avrebbe intuito le innumerevoli lacune e incongruenze che, a nostro parere, la costellano), una richiesta vertiginosa di danno nei confronti di alcuni cittadini è cosa che lascia stupiti.

Ma ancor di più stupiscono le parole di un’autorevole magistrata della Procura Generale che, davanti ad una platea composta di giudici dello stesso distretto in cui si svolge il processo, commenti lo stesso con accenti di particolare perentorietà, in contrasto con il valore del dubbio e la prudenza del giudizio, entrando nel merito di una concreta vicenda giudiziaria e anticipandone quasi l’esito. Tutto ciò in contrasto con un principio assiologico del nostro ordinamento, costituito dalla presunzione di non colpevolezza degli imputati, con le regole di galateo istituzionale e anche di specifiche norme di legge, che dovrebbero sconsigliare gli interventi pubblici su un processo in via di definizione.

Torino, 28 gennaio 2025.
Valentina Colletta
Sara Gamba
Danilo Ghia
Valentina Groppo
Roberto Lamacchia
Claudio Novaro
Gianluca Vitale

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Askatasuna, No Tav e le nuove frontiere della repressione - Luigi Ferrajoli

Ha senso supporre che un gruppo di 16 persone, accomunato da anni di battaglie di protesta nel movimento No Tav e, a Torino, nel centro sociale Askatasuna, decida di dar vita a una specifica associazione finalizzata a compiere atti di violenza e resistenza a pubblici ufficiali? È questa l’accusa singolare ad esse rivolta dalla Procura di Torino, ovviamente in aggiunta alle imputazioni di violenza e resistenza ai medesimi pubblici ufficiali. Sarebbe accaduto, secondo la pubblica accusa, che queste persone, “in Torino e altrove dal 2009” in poi, si sarebbero associate “allo scopo” non già di esprimere le loro proteste, bensì di opporre resistenza ai pubblici ufficiali che quelle espressioni di dissenso avessero ostacolato. Di qui l’ulteriore imputazione, contro la logica e il buon senso, di associazione a delinquere.

A queste accuse l’Avvocatura di Stato, costituitasi in giudizio per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero dell’interno e del Ministero della difesa, ha aggiunto una spaventosa richiesta di risarcimento dei danni, quantificandoli in svariati milioni di euro: 3.595.047 euro a titolo di danno patrimoniale in favore del Ministero dell’interno per il “costo dell’attività investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie ed indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni”; altri 3.208.230 euro a titolo di danno non patrimoniale, in favore del Ministero dell’interno, del Ministero della difesa e della Presidenza del consiglio per il danno alla loro “immagine” e precisamente al loro “prestigio” e alla loro “credibilità”.

È lecito domandarsi, di fronte a una simile furia persecutoria, quale altro senso, se non la volontà di infierire sugli imputati, abbia l’aggiunta, alle accuse di violenza e resistenza a pubblici ufficiali, di queste ulteriori richieste del Pubblico ministero e dell’Avvocatura dello Stato. L’associazione a delinquere “finalizzata” a commettere la resistenza è semplicemente un non senso. Il danno patrimoniale consistente nel costo delle indagini è un’assoluta novità, dato che dovrebbe ravvisarsi in qualunque reato. Quanto al danno d’immagine alla Pubblica amministrazione lamentato dall’Avvocatura, non si capisce in che cosa consista. Semmai un danno d’immagine proviene proprio da questa abnorme richiesta risarcitoria.

Purtroppo questa vicenda ci dice che la libertà di riunione in Italia non ha mai conosciuto, in ottanta anni dalla Liberazione, un momento altrettanto buio. È precisamente contro le manifestazioni pubbliche del dissenso che questo Governo si è maggiormente accanito con il disegno di legge S.1236, cosiddetto “di sicurezza”, già approvato dalla Camera e in discussione al Senato: dal blocco stradale punito, se commesso da più persone, con la reclusione da sei mesi a due anni, all’aggravante dei reati di violenza e resistenza se commessi “al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica”, come per esempio il Tav in Val di Susa o il ponte sullo Stretto; dalle norme sulle rivolte negli istituti penitenziari o nei centri di detenzione dei migranti, che qualificano come “atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva”, fino all’aumento delle pene per i reati di resistenza o lesioni in danno di agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni.

È triste che taluni magistrati partecipino, con successo, a questa gara con il Governo nell’aggressione alle libertà fondamentali. I magistrati, quando procedono per violenza o resistenza nel corso di pubbliche manifestazioni, non dovrebbero mai dimenticare che questi reati sono stati commessi simultaneamente all’esercizio dei diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Queste manifestazioni di piazza, infatti, consistono nell’esercizio non solo della libertà di riunione ma anche della libertà di manifestazione del pensiero. Giacché la riunione e la pubblica manifestazione sono il solo medium di cui dispongono i comuni cittadini – che non pubblicano libri, non vanno in televisione e non scrivono sui giornali – per esprimere il loro pensiero e il loro dissenso. Sta invece accadendo un fenomeno di gravissima irresponsabilità civile e politica. Giornalisti e perfino esponenti delle istituzioni hanno associato queste manifestazioni di protesta all’eversione e al terrorismo. Hanno confuso le lotte sociali con la lotta armata, l’impegno collettivo e le battaglie civili in difesa dei più deboli con la sovversione, la cittadinanza attiva con la violenza arbitraria. Stanno costruendo nemici, identificandoli con i dissenzienti. Come avviene in tutti i regimi autoritari.

È un capovolgimento della realtà. Contro il quale non dobbiamo stancarci di ripetere che le formazioni sociali e le manifestazioni del dissenso devono sempre essere considerate un valore, soprattutto da parte di chi, magistrato o poliziotto, è chiamato ad applicare il diritto e a difendere i diritti dei cittadini costituzionalmente stabiliti. Per questo la contestazione dei reati di violenza e resistenza commessi in occasione di manifestazioni di piazza dovrebbe sempre essere accompagnata da una specifica circostanza attenuante – l’aver agito, dice il codice penale, per un motivo “di particolare valore morale” quale è appunto la manifestazione del dissenso – e dalla valutazione della sua prevalenza sulle circostanze aggravanti. Almeno se ancora si ritiene che i principi costituzionali abbiano maggior valore del codice fascista Rocco.

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mercoledì 27 novembre 2024

Quanti e quali disagi dovremmo vivere a causa dei cantieri della Torino-Lione nella piana di Susa? E quanto dureranno?

 

Quanti e quali disagi dovremmo vivere a causa dei cantieri della Torino-Lione nella piana di Susa? E quanto dureranno?

Sono queste le domande a cui ieri i tecnici del Movimento No Tav hanno risposto all’assemblea informativa che si è tenuta in una gremita sala consigliare a Susa. Tanti i cittadini e le cittadine segusine che, allarmate dai futuri scenari di disagi e devastazione che si prospettano, hanno partecipato esprimendo la loro preoccupazione. Così come è stata preoccupante l’assenza della giunta comunale nel confronto con i cittadini rispetto agli ipotetici cantieri che inizieranno ad ottobre con la presa di possesso dei terreni dove sorge il Presidio “Sole e Baleno” di San Giuliano. Non ci sarebbe bisogno di essere No Tav per avere a cuore il futuro del proprio territorio e della propria salute.

È da moltissimi anni che si studia il progetto e non si parla certo per partito preso. Gli stessi studi di Telt sono costretti ad ammettere che le ricadute sanitarie e ambientali saranno inevitabili, ingenti e irreversibili.

Sono più di trent’anni che si parla di quest’opera e il fatto che ancora nessun tunnel di base sia stato scavato su entrambi i fronti, ci dovrebbe dimostrare l’obsolescenza di un progetto che per flusso di merci e condizioni climatiche non ha più senso di esistere.

Come ci hanno spiegato i tecnici, la stima della durata dei lavori nella Piana di Susa (che cominceranno effettivamente nel 2027) è di 6 anni, ma se calcoliamo la lentezza con cui vengono elargiti i finanziamenti europei, sappiamo che questa cantierizzazione potrebbe diventare più che ventennale ed è meglio stroncarla sul nascere.

Ma non solo. Ciò che con la nostra lotta dovremo sventare, sono i danni ambientali che porterà questo enorme cantiere, a cominciare dalla perdita e l’inquinamento delle acque. Già nei cantieri francesi, vengono sperperati 40 litri di acqua al secondo a causa degli scavi delle discenderie, che in alcuni paesi ha comportato l’utilizzo di autobotti per l’approvvigionamento dell’acqua per i cittadini. Per non parlare degli agenti schiumogeni e gli indurenti del cemento a base di Pfas, gli “inquinanti eterni” che verranno usati per stessa ammissione di Telt e che già sono stati trovati da Greenpeace in quantità preoccupanti nell’acqua della nostra valle.

E poi ci sono i danni alla salute a causa delle polveri sottili (pm10, pm 2,5 e con tutta probabilità anche fibre di amianto) che verranno sollevate da scavi, movimento terra e stoccaggio di smarino. Negli studi di Telt è stimato che il 10% della popolazione (soprattutto quella più fragile) si ammalerà di malattie cardiovascolari e respiratorie.

I disagi alla viabilità saranno enormi. Il progetto sulla piana di Susa è un vero e proprio incubo, che comporterà nel tempo la chiusura a turno delle statali, dell’autostrada, la sospensione della ferrovia in cambio di un servizio navette, l’innalzamento e l’abbassamento degli svincoli e delle strade cittadine (come via Montello). Oltre a tutti i residenti, ne risentirà anche l’economia segusina che vedrà un crollo dei flussi turistici e una grande svalutazione immobiliare. D’altronde chi vorrebbe passare del tempo in mezzo alle polveri e ai camion di un mastodontico cantiere?

Per ultimo, ma non per importanza, sarà la penalizzazione degli istituti scolastici segusini in cui sono iscritti centinaia di studenti e studentesse di tutta la valle. Con l’interruzione della ferrovia, raggiungere le scuole di Susa per i/le giovani della valle, diventerà un’impresa titanica e faticosa che comporterà probabilmente l’abbandono delle iscrizioni in favore di istituti più facilmente accessibili.

È per tutte queste ragioni che abbiamo lanciato un appello alla mobilitazione per sventare l’inizio di questo scempio (link). Invitiamo tutti e tutte alle iniziative e al campeggio contro l’esproprio dei terreni (di cui, ricordiamo, sono proprietari 1054 No Tav) del presidio di San Giuliano.

Avanti No Tav, alimentiamo la resistenza popolare!

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