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lunedì 6 aprile 2020

Scrittore e assassino - Ahmet Altan




(traduzione di Barbara La Rosa Salim)



In quell’immenso carcere che è la Turchia di questi anni è rinchiuso, fra gli innumerevoli, anche Ahmet Altan; fa parte di una generazione di intellettuali che osano criticare il potere.

Ricordo che la civilissima Europa (noi compresi) è complice di questo stato di cose, paga per non vedere, per non sentire, per non far parlare. Quelli che in Europa sono diritti inalienabili, altrove, come in Gran Bretagna, per Julian Assange, in Turchia, per milioni di persone, in Israele e nei Territori Occupati e a Gaza, per milioni di palestinesi vittime di apartheid, nell’Egitto dei militari, per coloro i quali marciscono torturati nelle galere, insomma per tutti quanti vivono fuori dall’Europa la nostra vita è un sogno.
A quei pazzi di migranti che rischiano l’ultima goccia del loro sangue per fuggire dall’inferno di tutti i giorni, nei loro paesi, per raggiungere l’Europa (che non sarà il paradiso, ma qualsiasi purgatorio, pensano, sarà sempre meglio dell’inferno), l’Europa ha chiuso le porte, è diventata un’immensa ZTL.

Scrittore e assassino racconta di uno scrittore che si autoesilia per cambiare vita, per ritrovare l’ispirazione, per scrivere. Arriva in una cittadina contesa da diversi clan, in una lotta prima psicologica, poi con qualche atto di forza, per finire in una carneficina, lui è benvoluto, è un intellettuale e uno scrittore, utile per tutti, per scrivere documenti e per farsi vedere in giro con qualcuno migliore di loro. Lo scrittore ha anche delle storie d’amore, pericolose, in quel posto, e si confronta con Dio, entrambi dei creatori, ciascuno a suo modo.
Non dico altro, scopritelo da soli, è un libro potente, lungo e ogni pagina è necessaria e vedrete che si tratta di uno scrittore davvero straordinario.
Intanto, se volete, potete firmare QUI un appello di Amnesty per la sua scarcerazione.



…Narrazione che si svolge seguendo un libero diario mentale del protagonista, e dove i capitoli si susseguono in una generale alternanza tra sfera pubblica (le relazioni, gli incontri, i dialoghi con i potenti del luogo, i discorsi attorno a una tavola apparecchiata) e sfera privata (le notti carnalmente passionali trascorse, oltre che con Zuhal, con le molte altre donne del romanzo), destinate però inevitabilmente a contaminarsi e influenzarsi. Il tutto commentato da un intenso dialogo che lo scrittore porta avanti con Dio, a tutti gli effetti un suo alter ego, l’autore di romanzi imperfetti e di annunciati sequel ultraterreni con cui il protagonista instaura un continuo confronto. Ed è proprio in questo dialogo che Altan esplicita l’assimilazione tra scrittore e Dio, entrambi impegnati con una materia cui dare forma narrativa, da cui modellare personaggi e storie che andranno poi a seguire, in maniera più o meno fedele, i percorsi tracciati dall’autore stesso.
La vita del protagonista si intreccia inoltre con quella di molte altre figure, che giocano sulla scacchiera del paese in una continua serie di mosse e contromosse: i già citati sindaco Mustafa e il suo avversario Raci Bey; il figlio Rahmi e la moglie, Kamile Hanım; i componenti delle bande rivali; e poi la prostituta Sümbül, la donna delle pulizie Hamiyet, e un falegname che sembra osservare la vita cittadina da una distaccata prospettiva filosofica.
Scrittore e assassino, oltre ad essere un noir dalla trama ben scritta e ben condotta, è anche un’interessante riflessione sul romanzo e sulle sue dinamiche. Se la vita del paese si anima e collassa solo dopo che il protagonista vi si stabilisce, come ne catalizzasse e insieme disinnescasse tutte le tensioni, è perché gli stessi fattori entrano in gioco quando lo scrittore mette mano al proprio romanzo, e decide di animarne i personaggi. Suo compito è quello di far emergere, agli occhi del lettore, ciò che si nasconde al di sotto della realtà immediatamente visibile, in un gioco continuo tra apparenza e sostanza, tra virtuale e reale, tra vita sognata e vita vissuta. Con il rischio, come accade al protagonista del romanzo, di rimanerne tragicamente coinvolti.

…Il libro di Ahmet Altan rimane incerto tra la fiaba (la cittadina fuori dal mondo, il tesoro nascosto, una certa forzatura nel contesto generale) e il realismo (l’ambientazione è attuale è concreta, i personaggi sono sfaccettati, complessi, per nulla stereotipati); la verosimiglianza a cui a volte sembra voler tendere risulta paradossalmente un suo limite, un meccanismo che non funziona del tutto a causa del surrealismo di certe scene ed impedisce al lettore un’adesione completa alle pagine.
Le motivazioni del protagonista appaiono oscure: deciso a restare nel paese anche di fronte agli evidenti pericoli cui va incontro, sceglie di diventare complice dell’illegalità del sindaco pur di guadagnarsi la possibilità di rimanere, continuando a vivere la sua torbida storia con Zuhal. E’ attratto dai segreti, dai peccati che le persone celano e che lui invece vuole conoscere; d’altronde il Male è il motore della letteratura, che non esisterebbe senza di esso; la sessualità nascosta e dissimulata diventa così uno dei principali interessi dello scrittore, la dimostrazione per lui della repressione che ognuno di noi compie verso la propria vera identità. Non solo: conoscere la seconda vita degli altri significa avere potere su di essi…

…Un romanzo ricco di suggestioni, quello di Ahmet Altan, pieno di valori e di affettività, di Bene contrapposto al Male, di amore e sesso, di ricerca della essenza della divinità in dialogo continuo con l’uomo, che si scopre imperfetto, limitato, e, alla fine, costretto a diventare un assassino per amore. Un personaggio minore, ma non per questo meno determinante nella storia, è un vecchio falegname che immobile davanti alla sua bottega continua ad intagliare una culla per una creatura non ancora nata: il simbolo della speranza in un futuro che nella Turchia odierna sembra davvero un miraggio, sembra dirci l’autore, ripetutamente perseguitato ed arrestato nel 2016 per la sua attività in favore delle minoranze armene e curde. Un libro dalle grandi caratteristiche letterarie, certamente, ma soprattutto un libro di forte impegno politico, potente e coraggioso. Speriamo che il suo autore, difeso da Ohran Pamuk, possa continuare da uomo libero la sua attività di romanziere.

…Scrittore e assassino è un avvincente romanzo noir ma anche un raffinatissimo romanzo esistenziale, un libro che invita il lettore a riflettere a ogni pagina senza perdere mai il piacere della lettura. Una bellissima storia d’amore che, per l’atmosfera e la vicenda narrata, ricorda un altro capolavoro letterario: Il minotauro di Benjamin Tammuz. Una riflessione sul processo creativo della scrittura e un confronto affascinante tra la costruzione di un romanzo e l’intervento divino nel mondo. Di fronte a un narratore tanto seducente è difficile per il lettore non farsi trascinare nel suo mondo di piacere, ambizione, politica e morte. Scrittore e assassino è un giallo che si avvita su se stesso in maniera sognante, nello stile di Paul Auster e Graham Greene.
In questo noir letterario dall’atmosfera enigmatica, ambientato sulla costa mediterranea della Turchia, in uno scenario favoloso di mare, ulivi e vigne, ma anche teatro di conflitti ed emozioni violente, uno scrittore senza nome arriva in una piccola cittadina lacerata da lotte tra bande per il potere e il controllo dei traffici illeciti.
Quella che credeva essere una calma e assolata cittadina turca, però, si rivela essere una realtà di sospetti, paranoie e violenze. All’inizio l’uomo si tiene in disparte e cerca di approfittare della bellezza dei luoghi e della sua estraneità per ritrovare il filo della sua vocazione di scrittore, smarritosi dopo anni di successi e fallimenti. Ma l’incontrollabile passione erotica per una donna (che si rivelerà al centro delle lotte locali) lo spinge a entrare nel gioco delle alleanze e degli scontri armati, implicato in un mistero dai risvolti esistenziali. Non c’è nessuno di cui si può fidare: il sindaco della cittadina è allo stesso tempo il suo miglior alleato e il suo peggior nemico, la sua amante sembra nascondere un oscuro passato, gli abitanti sembrano decisi a fare di lui un assassino, e presto tutto quello che riuscirà a scoprire verrà usato come un’arma contro di lui. Ma noi possiamo fidarci dello scrittore? Mentre gli avvenimenti si tingono del nero dell’odio e dell’avidità, e del rosso della passione e della sensualità, il protagonista riesce a mantenere uno spazio di riflessione e di confronto con Dio sui grandi temi del destino e del libero arbitrio, per capire quanto il suo mestiere di “costruttore di trame” somigli a quello del Creatore.

«Altan butta giù le porte con su scritto “Non disturbare”. Scrittore e assassino è un romanzo profondamente politico». – The Guardian

«Una narrazione profondamente avvincente e coinvolgente sull’amore, il desiderio, la solitudine. Ahmet Altan è una delle voci più importanti della letteratura turca e ha molto da dire al mondo». – Elif Shafak, autrice de La Bastarda di Istanbul

Ahmet Altan è uno dei massimi scrittori turchi di oggi, arrestato nel settembre 2016 per la sua attività di giornalista, difensore delle minoranze curde e armene, protagonista di primo piano della vita culturale turca (il premio Nobel Orhan Pamuk ha scritto un articolo sulla vicenda e ha firmato un appello in sua difesa). È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese. Il primo, pubblicato all’età di 27 anni, ha vinto il Grand Award of the Akademi Publishing House. Nel 2009 ha ricevuto il prestigioso Prize for the Freedom and Future of the Media dalla Media Foundation della Sparkasse Leipzig e nel 2011 il premio internazionale Hrant Dink Award.

È uno di quei libri che ci spingono a fermare tutto, perché ci fanno attraversare lo specchio introducendoci in un universo di cui non possiamo immaginare la realtà. Ahmet Altan ha scritto un libro intitolato Non rivedrò più il mondo, appena tradotto in francese e pubblicato in Italia un anno fa.
Come avrete indovinato dal titolo, Altan si trova attualmente in prigione, in Turchia, condannato all’ergastolo durante l’ondata repressiva seguita al tentativo di colpo di stato del luglio 2016.
Altan ha 69 anni ed è un famoso scrittore e giornalista, due professioni a rischio nella Turchia della deriva autoritaria del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Arrestato insieme a suo fratello Mehmet, Altan è stato inizialmente accusato di aver inviato un messaggio subliminale durante una trasmissione televisiva.
Una parodia della giustizia
Davanti all’assurdità dell’imputazione, Altan è stato successivamente condannato per sovversione. La sentenza è stata rovesciata dalla corte suprema, ma lo scrittore resta in carcere in attesa di un nuovo processo. Nel 2017 ho assistito a un’udienza del processo contro Altan, una parodia della giustizia che avevo raccontato qui.
Nel suo libro, Altan presenta una descrizione dell’ingranaggio oppressivo del sistema turco.
Tutto comincia con l’arresto all’alba, atteso dallo scrittore che aveva già preparato i suoi effetti personali. Una scena che Altan aveva già vissuto quando suo padre era stato arrestato dalla dittatura militare, 45 anni prima. Altan ha mostrato nei confronti dei poliziotti la stessa gentilezza riservata da suo padre ai militari.
 “Questo paese si muove molto lentamente lungo il corso della propria storia”, scrive Altan.
Lo scrittore descrive da una prospettiva distaccata la vita in prigione, a cominciare dalla scomparsa degli specchi e dunque dall’impossibilità di vedere il proprio viso. “Lo specchio ti guarda, dimostra che esisti”, scrive. L’assenza di un’immagine riflessa, di contro, mina la fiducia in sé e fiacca la resistenza durante gli interrogatori.
Altan racconta tutta l’assurdità della sua esperienza. Incontra detenuti che non sanno nemmeno perché si trovano in carcere, compresi alcuni magistrati che pochi mesi prima avevano mandato in galera altre persone prima di essere denunciati da colleghi che volevano salvare la pelle.

Lo scrittore descrive la crudeltà di alcuni (una dottoressa che lo costringe a tenere le manette anche durante una visita medica) e la bontà di altri, capaci di gesti umani.
Ad Altan resta una risorsa: la sua immaginazione. “Fino a oggi non c’è stata una sola mattina in cui mi sono svegliato in prigione”, scrive. Immagina di trovarsi in un hotel parigino, o sulla rive del Danubio, aggrappandosi a ricordi di viaggio e letture.
Le ultime parole di Altan suonano come una sfida: “Non potrete mai incarcerarmi, non mi rinchiuderete mai. Come tutti gli scrittori, ho un potere magico: passo attraverso i muri”. Ahmet Altan è un grande scrittore, e sta marcendo in prigione.
(Traduzione di Andrea Sparacino)



Ahmet Altan, scrittore turco di fama mondiale, era stato appena scarcerato, il 4 novembre 2019, pur se condannato a 10 anni e mezzo di carcere con la ridicola accusa di aver “collaborato volutamente e intenzionalmente con un’organizzazione terroristica“.
Il 12 novembre 2019 è tornato in carcere a seguito del ricorso della procura contro la sentenza di scarcerazione.
Il 7 gennaio 2020 la Corte di appello di Istanbul ha confermato la condanna a ulteriori 5 anni e 11 mesi.
Dietro questa decisione non c’è altro che la volontà di punire ulteriormente una persona determinata a non restare in silenzio.
Quello che stanno facendo ad Ahmet Altan è un’ingiustizia. Lo scrittore turco è un prigioniero di coscienza e deve essere rilasciato immediatamente e incondizionatamente.

domenica 17 dicembre 2017

Il mandarino meraviglioso - Aslı Erdoğan

uno di quei libri nei quali lasciarsi portare dall'autrice.
la protagonista è un'esule a Ginevra, lontano da casa.
è una donna indipendente, forte, ma non sempre regge le difficoltà della vita, ha perso un occhio, la vecchia vita di Istanbul non viene mai dimenticata.
essere esule, migrante, donna la isolano sempre in fondo alla società, e serve una forza interiore enorme per resistere e andare avanti.
per la protagonista forza e resistenza sono la scrittura, i ricordi, che sono tanti, le speranze, sempre poche.
vuoiti bene, cogli questo mandarino dolce e aspro che regala Aslı Erdoğan.

ps1: in Turchia la galera ha accolto Asli, segno che le sue parole non sono innocue.
ps2: penso che questo libro sarebbe piaciuto a Julio Cortázar




Estratto (pp. 13-14)
Da bambina – in realtà è comico sentirlo, ma anch’io un
tempo sono stata una bambina – mi domandavo se il mondo
apparisse diverso agli occhi castani. I miei occhi sono
blu-grigi, piuttosto grigi che blu. Gli eroi dei best seller
d’amore e di spionaggio, dallo sguardo duro e penetrante,
“che sanno dominarsi”, hanno gli occhi grigi in ogni caso.
Statisticamente parlando, anche nei romanzi polizieschi si
può forse considerare che gli assassini abbiano in maggioranza
gli occhi grigi; il grigio è presentato come il colore
del sospetto, del mistero, di un cervello dal pensiero incessantemente
mortale. Ormai sono cresciuta abbastanza,
almeno da sapere che se vedo il mondo diversamente dagli
altri, il motivo non sta nel colore degli occhi. Crescendo si
sono trasformati da blu a grigio. Bambina dagli occhi blu,
ora una donna dagli occhi di fumo; come quelli degli eroi
dei romanzi gialli, soprattutto occhi pieni di dubbio.
C’è un altro punto a proposito della mia infanzia che
è necessario sottolineare apertamente; ovvero, che già a
quell’età mi portavo dietro un barlume di follia. Non sono
di quelli che non sopportando le disillusioni del nostro
vecchio mondo fertile e complesso si rifugiano nella consolazione
durevole dei tormenti della follia, insomma di
quelli che diventano folli dopo. La mia follia non potendo
essere inserita in categorie di tipo oggettivo o scientifico,
non è classificabile. I pazzi aristocratici, prima di vendere
la propria follia, fanno ricerche di mercato e di immagine,
impazziscono a forza, considerando la follia una condizione
essenziale per la creazione… Per quanto mi riguarda, sono
tra coloro che non hanno avuto il coraggio di attraversare
un campo minato, pur girandoci intorno ogni tanto.
La follia non è una storia che racconterò. Non è neanche una storia.
Ormai non sono più una bambina, ma non ho ancora
imparato come gli occhi degli altri guardino il mondo. Se
non che l’occhio destro, l’occhio sano, rispetto ad altri occhi
che non hanno perduto il loro pari, è molto più sapiente,
espressivo quantomeno, come un vecchio fucile esperto.
Si potrebbe persino dire che sia troppo sapiente, si appropria
della realtà dell’altro occhio – che è, con un calcolo
superficiale, la metà del reale.
“Edipo re aveva un occhio di troppo”. Così pare abbia
detto Hölderlin quando era ricoverato in un ospedale psichiatrico.
Negli ultimi mesi la domanda che mi assilla la
mente è questa: Edipo aveva un occhio di troppo, prima
o dopo che gli venisse trafitto? Non posso commentare
questa misteriosa, eccezionale frase di Hölderlin, certo,
ma posso riconoscere che il mio occhio perduto, l’occhio
sinistro, ha risolto l’indovinello senza l’aiuto dei miti, della
memoria o dell’intelligenza, ha scoperto il segreto da solo.
“L’amore ha un occhio di troppo” dice il Mahâbhârata.
“L’amore ha un occhio di troppo”.
(Riproduzione riservata)

…L’autrice Asli Erdoğan racconta l’anelito alla libertà e alla conoscenza di sé della protagonista indugiando sui punti più oscuri: il divorante senso di solitudine, i soffocanti confini interiori, l’aspra precarietà dei contatti con il prossimo (anche i più passionali, come la relazione con Sergio) sembrano nemici in costante agguato in un luogo estraneo (la Svizzera); ma forse sono solo spettri, atti a ricordarle che ogni neutralità è illusoria, e che la migrazione costante è forse lo stato più alto, più esatto del vivere umano.
Ed è fortissima la sensazione che lo sforzo di raggiungere un’indipendenza che coincida con la conoscenza di sé e del mondo non solo valga la pena, ma che addirittura sia la sola cosa da fare, la sola cosa che dia un senso alla vita che ci troviamo a vivere, e che l’unico obbligo conseguente alla piena libertà sia quello di essere ciò che realmente siamo. Nel bene e nel male.
In questo radicale percorso di autoconoscenza, sguardo e parola sono fondamentali. Nella fattispecie, lo sguardo è limitato e inaffidabile (la protagonista è cieca da un occhio) e la parola si rivela incapace di esprimere l’interezza e la complessità di quello che vorrebbe dire. Questo porta a un continuo esame di sé, a una sofferenza che non viene lenita dall’autonomia ma che anzi la forgia, con il rischio costante però dell’incomunicabilità e dell’isolamento…

…Da bambina, la protagonista li aveva azzurri,nella seconda fase della propria vita, da adulta, grigi.
Ma la condizione di ciclope sarà quella che la renderà capace di cogliere nuove prospettive e inediti dettagli. Senza il dono della cecità totale, che rese Tiresia indovino e Omero cantore, tuttavia, la donna si muove nel parziale e nell’incompleto. È embrione che galleggia nel vuoto a cui prima accennavo.
Fa paura una creatura femminile senza un occhio: è una diversa, una liminare, una emarginata, una denuncia di ciò che non è “normale”, una profezia di ciò che potrebbe accadere. Fa paura perché la donna, se non strega, per cultura, è espressione dell’armonia.
La scrittura ha un occhio di troppo, si potrebbe affermare, perché “mentre scrivo mi trasformo in un altro essere, un occhio, e fintanto che non sono che uno sguardo, conquisto un’altra realtà”.
Ma anche l’amore lo ha. E, se ricorderete il titolo omonimo, ossia “Il Mandarino Meraviglioso”, e la trama, ritenuta licenziosa e violenta, dell’opera di Melchior Lengyel, musicata da Bela Bartok, lo capirete.
A voi l’onore della lettura.

…La buona letteratura è un gioco di equilibri, e l’operazione di Asli Erdoğan è anche una magia narrativa che bilancia magistralmente l’intimismo, l’intropezione e la filosofica ricerca di sè cari al miglior Tabucchi (Notturno Indiano, Il filo dell’orizzonte), con considerazioni altrettanto urgenti su un mondo spesso dimenticato –  quello degli altri, degli stranieri, degli ultimi.
La ricerca di se stessi e della propria identità è legata a doppio filo non solo con l’atto del guardare e del narrare, ma anche con quello del camminare. Le riflessioni della protagonista seguono i suoi passi, nascono dai suoi spostamenti. Il Mandarino Meraviglioso è un vero e proprio romanzo che cammina. La Ginevra calpestata dalla protagonista perde presto la sua solidità di città storicamente esistente per diventare scenario onirico, vaggio di conoscenza.
La narrazione e il cammino sono sorelle da quando Russeau scrisse La fantasticherie del passeggiatore solitario, forse anche prima – da Dante e il suo “Nel mezzo del cammin“. Forse da sempre. Paolo Rumiz spiega bene questa atavica parentela quando dice che «chiunque passeggia con regolarità sa che il ritmo genera canto. A seconda della velocità, della falcata, del respiro e del nostro stato di forma, il passo sveglia in noi un motivo musicale. Produce metrica. Piedi spondei, dattili, giambici, trochei e altre meraviglie. La poesia nasce dal cammino. Un sedentario difficilmente saprà poetare o cantare».
E allora liberate Asli Erdoğan, lasciatela libera di guardare, camminare e scrivere, perchè abbiamo tanto bisogno dei suoi occhi, dei suoi passi e delle sue parole.

giovedì 28 gennaio 2016

Letizia scrive a Orhan Pamuk


Nuoro (Italia) 22/01/16
Caro Pamuk, le scrivo…
così, senza pretese, le scrivo per colmare quel vuoto che mi circonda, per puro egoismo, per sentirmi distante da una realtà mediocre nella quale tuttavia ho ancora fiducia, le scrivo per placare il mio desiderio struggente di verità che mi porta a evadere ogni volta che posso in pullman immaginari e senza meta, le scrivo per la gioia di scrivere, anche così, senza risposta, le scrivo per sfamare il mio egocentrismo di individuo quale io sono, perché per me è salvezza.
Le scrivo perché ho visto “Hüzün”, l’ho toccata, ci ho parlato, ed ammaliata vi ho stretto un patto indissolubile secondo il quale posso provare le gioie più forti solo se contrapposte alla tristezza più profonda. Ma questa è la vita e io la amo, e l’ho amata, quando ho capito che vita è il primo uomo sulla terra, l’immobile pietra marmorea che guarda il passare della storia attraverso lo sguardo delle statue greche, perché in fondo la parte buona dell’Occidente è quella dove nacque la civiltà, dove l’uomo volle raggiungere la perfezione pur sapendo di non riuscirci.
Amo il passato ed il presente per poter amare il futuro. “La nuova vita”. Amo.
Non so a quale dei due Orhan giungerà questa lettera, spero a tutti e due.
Le scrivo perché qui,”se non sogni il tempo non passa”.
Letizia, 16 anni


martedì 4 novembre 2014

La tua vita è quanto hai amato - Can Yücel

Sei greve quanto la terra che ti attira
Leggera quanto un battito d’ali…
Viva quanto il tuo cuore palpita
Giovane quanto i tuoi occhi vedono lontano…
Buona quanto quelli che ami cattiva quanto quelli che odi…
Sia quel che sia, il tuo colore è quello che vede chi ti sta di fronte…
Non considerare guadagno ciò che vivi:
Sei vicina alla fine quanto vivi quantunque tu viva
La tua vita è quanto hai amato…sei felice quanto puoi ridere
Non rattristarti sappi che riderai quanto hai pianto
Non credere che tutto sia finito sarai amata quanto tu hai amato.
È nel nascere del sole il valore che ti da la natura
E quanto dai valore a chi hai di fronte, sei umana.
Se un giorno dirai bugie
Lascia che chi hai di fronte creda per quanto ha fiducia in te.
La nostalgia che si ha per l’innamorato è nel raggio di luna
E per quanto hai nostalgia per l’innamorato
Sei vicina al tuo amore. Ricorda!
Sei bagnata quanto la pioggia che cade
Calda quanto il sole scalda.
Sola, tanto quanto ti senti sola
E forte quanto ti senti forte. Bella, quanto ti senti bella…
Ecco, è questa la vita! Ecco vivere è questo.
Vivrai tanto quanto ti ricorderai di questo,
nel momento in cui lo dimenticherai
sentirai freddo quanto ogni respiro che prendi
e, come dimenticherai chi hai di fronte sarai in fretta dimenticata.
Il fiore è bello quanto è annaffiato
Gli uccelli piacevoli quanto riescono a cantare
Il bambino è bimbo quanto piange
E tutto lo sai quanto lo hai imparato.
Impara anche questo, sei amata quanto ami.
da qui

dice Can Yücel


La distanza più grande non è l’Africa, né la Cina, né l’India
né i pianeti, né le stelle che si illuminano di notte
la distanza più grande è quella che sta fra due teste che non si comprendono.
da qui