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lunedì 22 giugno 2026

La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino

 

 

Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.

 

Cronachette di un testimone sul campo

Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.

 

Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti

I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.

Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.

Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).

Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.

Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).

 

NATO a Merdare

Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.

Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.

Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.

L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.

Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.

Secondo la testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.

 

Il povero ‘Jamie Sceim’

Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.

“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.

Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.

Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja,  Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.

Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.

Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.

 

L’ambasciata cinese

Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.

Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000

 

«Errore della Cia» che non doveva comparire

Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

da qui

lunedì 2 ottobre 2023

in Kosovo, intanto...

Kosovo attaccabrighe per arrivare a cosa? Tensioni alle stelle - Remocontro


L’esercito illegale del Kosovo travestito da ‘Polizia speciale’ ad arrestate serbi nel nord dove si è isolata la popolazione di etnia serba che non è fuggita. Ieri l’arresto di altri due serbi accusati di aver aggredito a male parole giornalisti kosovari di etnia albanese. Azioni di forza che si aggiungono ai tre serbi arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di coinvolgimento negli scontri e disordini del 29 maggio scorso a Zvecan, nel nord del Kosovo.

 

Il ministro a provocare

Il ministro dell’interno kosovaro Xhelal Svecla, a cui spetterebbe di garantire ordine pubblico e convivenza, sulle orme del premier Albin Kurti ha poi dichiarato, «La Repubblica del Kosovo non si tira indietro davanti ai criminali fascisti della polizia serba». Chi sa se ancora una volta le forze internazionali testimoni sul campo, tra Kfor Nato ed Eulex Ue, faranno ancora una volta finta di non vedere e, soprattutto, decideranno di ‘non fare’.

Belgrado e i serbi del Kosovo

Gli ultimi arresti di serbi sono stati duramente condannati dalla dirigenza di Belgrado e dal partito Srpska Lista, la maggiore forza politica dei serbi del Kosovo, accusano il governo di Pristina e il premier Albin Kurti di voler esasperare la situazione con continue provocazioni, avendo l’obiettivo finale di provocare un nuovo conflitto armato nella regione. Utile ricordare che Balgrado ha spostato suoi reparti speciali sul confine a ridosso dell’area delle tensioni.

Politica di Pristina stile Kurti

Una situazione di crescente tensione e contrapposizione che non è un buon presupposto in vista del nuovo incontro al vertice fra il premier Kurti e il presidente serbo Aleksandar Vucic, convocato per la prossima settimana a Bruxelles dall’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. O forse proprio per quello da parte di chi deve affermate di volere l’accordo per poi non impedirlo.

‘Forze speciali’ nella zona serba al confine

L’esercito kosovaro vietato travestito da forza speciale di polizia. Più marines che sbirri. Un corpo che il governo definisce di ‘polizia speciale’ e ha schierato nelle cittadine a maggioranza serba nel nord del Kosovo dove si sono concentrate le tensioni delle ultime settimane, compresa la manifestazione dei kosovari di etnia serba in cui sono stati feriti i soldati italiani del contingente NATO in Kosovo.

La ‘strana polizia’ denuncia Post

«La polizia speciale è un corpo armato kosovaro albanese dalle caratteristiche piuttosto peculiari: i suoi membri sono vestiti con equipaggiamento militare, cioè molto più simile a soldati che a poliziotti, sono persone esclusivamente di etnia albanese, che in Kosovo è maggioritaria, e alcuni hanno il sospetto che il Kosovo li utilizzi soprattutto per intimorire e scoraggiare iniziative pubbliche dei kosovari di etnia serba».

Presidio albanese armato a Leposavić

La ‘polizia speciale’ è attiva dal 2021 a Leposavić, uno dei paesi a maggioranza serba in cui grazie al boicottaggio delle elezioni amministrative da parte dei kosovari di etnia serba è stato eletto con poche decine di voti un sindaco di etnia albanese, che il governo centrale ha fatto regolarmente insediare. Dal 26 maggio la polizia speciale kosovara ha insediato il nuovo sindaco, Lulzim Hetemi, albanese, aprendo a forza le porte dell’edificio.

Da allora Hetemi non ha più lasciato l’edificio, e con lui una scorta di truppe della polizia speciale.

Serbi discriminati e minacciati

Gli abitanti serbi di Leposavić ritengono che la polizia speciale li discrimini sistematicamente, con posti di blocco e atti di violenza: a gennaio e ad aprile la polizia speciale ha aperto il fuoco contro kosovari serbi a un posto di blocco, ferendo alcune persone. «Sta iniziando ad assomigliare a una presenza permanente. La gente la considera un’occupazione», ha denunciato a Politico Aleksandar Arsenijević, leader di Piattaforma Civica.

Versioni contrapposte

Il governo centrale del Kosovo, ovviamente, racconta una ‘polizia speciale’ virtuosa che lavora in contesti difficili, in cui le provocazioni e le violenze dei kosovari serbi sarebbero frequentissime. Il governo centrale kosovaro per esempio ritiene Piattaforma Civica un partito che compie anche attività criminali e che «per anni ha terrorizzato i nostri cittadini», secondo il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal Svecla, della cui moderazioni abbia visto all’inizio.

Condanna occidentale e persino Usa

La condotta della polizia speciale è stata condannata anche dai paesi occidentali, molti dei quali alleati del Kosovo (che fin dalla sua nascita ha avuto governi filo-europeisti e filo-occidentali). Dopo che la polizia speciale aveva fatto irruzione nei municipi delle cittadine a maggioranza serba per insediare i sindaci di etnia albanese, il dipartimento di Stato americano aveva diffuso un duro comunicato per condannare queste operazioni, «compiute contro il consiglio degli Stati Uniti e degli alleati europei del Kosovo».

Il premier provocatore

Finora il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha difeso l’operato della polizia speciale, spiegando che la sua presenza è necessaria per contenere le «gang criminali serbe che operano in quelle zone», e ha respinto gli inviti degli alleati occidentali a ritirare la polizia speciale dai paesi a maggioranza serba nel nord del Kosovo.

Forse il problema Kosovo, a sintesi estrema, si chiama Albin Kurti.

da qui


L’ipocrisia delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic - Chiara Nalli

“I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono più principi”.

 

Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti all'Assemblea generale dell'ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00 di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov'era il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI - in inglese - può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi della sala.

In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto (con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro - denunciando l’attuale stato delle relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze - USA e UE - coinvolte come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” - capaci di portare alla cronicizzazione - o peggio l’inasprimento - del conflitto.

Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel percorso di adesione all'Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese, al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento sia andato oltre l'ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico locale.

Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei due belligeranti - diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini - il presidente serbo ha sottolineato l'ipocrisia delle maggiori potenze mondiali sull’argomento, ricordando l’appoggio - concesso da quasi tutti i paesi del blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78 anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana. L'ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell'abbandono dei principi delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi, che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all'origine della maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali - mentre l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”

A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile, chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo, menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge. Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e morale.”

E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e sovranità - e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente della Serbia, l'ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - lo ripeto, senza alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese sovrano sul suolo europeo - come ebbero a dire - “per impedire il disastro umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi, contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo. La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo fin quando gli staranno bene.”

Le parole di Vucic sono sassate…

continua qui


Il Kosovo, frutto avvelenato Usa – Massimo Fini

Nei giorni scorsi una formazione di serbo-kosovari, definiti “criminali” dal Corriere, mentre sono degli indipendentisti come lo erano i russofoni del Donbass, ha teso un’imboscata ad agenti dell’esercito “regolare” del Kosovo.

Risultato: un agente morto, sette assalitori uccisi nonostante si fossero rifugiati in una chiesa ortodossa e quindi non rispettando nemmeno il secolare “diritto d’asilo”.

La notizia è passata quasi inosservata sulle pagine degli esteri dei nostri giornali, tutti impegnati a esaltare l’Ucraina del buffone Zelensky ai danni della Russia secondo diktat Usa. Non c’è articolo che cominci, o non dia per presupposto, che “c’è un aggressore e un aggredito”, d’accordo ma c’era un aggressore anche nel 1999 proprio nei confronti della Serbia (Nato, cioè americani), c’era un aggressore, sempre Nato con i suoi satelliti, anche nel 2003 in l’Iraq, c’era un aggressore, anzi più aggressori, americani, francesi e italiani, nel 2011 quando fu invasa la Libia e ucciso Muammar Gheddafi nel modo barbaro che conosciamo, ma in questi casi non si è mai fatta la distinzione fra “aggressore e aggredito” trovando per queste aggressioni motivazioni farsa e nomignoli grotteschi come “operazione di peacekeeping”, “operazione di polizia internazionale” (e per pietas nei confronti del lettore lascio perdere tutta la vicenda afghano-talebana).

La questione del Kosovo ha origine nelle guerre balcaniche fra croati, serbi e musulmani. Queste guerre avevano a loro volta alle spalle la disgregazione della Jugoslavia. Nel 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza dalla Jugoslavia di Tito senza colpo ferire, sempre nel 1991 la Croazia, cattolica, chiese e ottenne dall’Onu l’indipendenza con l’appoggio della Germania e del Papa, il cosiddetto “santo padre”. Allora anche i serbi di Bosnia chiesero quello che avevano ottenuto Slovenia e Croazia, l’indipendenza o la riunione con la madrepatria serba. Ma gli venne negata. Quella guerra i serbi l’avevano vinta, perché a sentire gli addetti ai lavori, sono i migliori combattenti sul terreno. Ma intervennero gli americani che decisero di creare uno Stato inesistente, la Bosnia, che nella Jugoslavia era solo una regione, e trasformarono i vincitori in vinti. I serbi di Bosnia, oltre a quelle già accennate, avevano delle buone ragioni dalla loro parte: è ovvio che una Bosnia multietnica era concepibile solo all’interno di una Jugoslavia multietnica, una Bosnia multietnica a guida musulmana, integralista, era proprio una cosa che non si poteva vedere. L’accordo di Dayton del 1995, firmato da tutte le parti in causa e in più dagli Stati Uniti e dalla Germania che non si capisce che cazzo c’entrassero, mise fine alle guerre balcaniche. Fu firmato anche, ovviamente, da Slobodan Milosevic che in seguito sarà mandato davanti al cosiddetto Tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”, il solito tribunale dei vincitori, e morirà in carcere per un infarto molto sospetto, diciamo un infarto alla Putin.

Non contenti di aver umiliato la Serbia in tutti i modi, gli americani l’aggredirono, contro la volontà dell’Onu, nel 1999, col pretesto del Kosovo. In Kosovo, terra serba da sempre, anzi “la culla della nazione serba”, i musulmani erano diventati maggioranza e chiedevano l’indipendenza e come in tutte le guerre partigiane facevano largo uso, legittimamente a mio vedere, del terrorismo, la Serbia rispondeva con l’esercito e gruppi paramilitari, le famose “tigri di Arkan”. Era una questione interna allo Stato serbo. Ma intervennero gli americani che decisero che i serbi avevano torto. Nei primi mesi del 1999, a Rambouillet fu proposto alla Serbia un trattato di pace assolutamente inaccettabile: la Serbia avrebbe dovuto rinunciare non solo a ogni diritto sul Kosovo ma alla sua stessa sovranità. E fu la guerra. Per 72 giorni gli americani bombardarono una grande e colta (Kusturica, Bregovic) capitale europea come Belgrado (poi non ci si può lamentare se in una situazione quasi speculare Putin bombarda Kiev). Risultato: 5.500 morti civili (l’esercito serbo, privo di contraerea, non aveva potuto rispondere) fra cui 500 albanesi, proprio quelli che si pretendeva di proteggere. E sotto questi bombardamenti ci furono gli eccidi che furono addebitati all’esercito serbo. In realtà ce ne fu solo uno, a Racak (45 vittime civili), ma la Cnn, seguita caninamente dalle tv italiane, lo ripresentava ogni sera, ma visto da prospettive diverse per aumentarne l’impatto sull’opinione pubblica.

L’indipendenza del Kosovo è ratificata da 101 Stati su 193. La questione è quindi ancora aperta. È bene ricordare che il diritto su un Paese non appartiene all’etnia che in quel momento ha la maggioranza, appartiene a chi quel Paese ha contribuito a formare, lavorandoci sopra, altrimenti il Piemonte, qualora vi si imponesse una maggioranza di immigrati musulmani, dovrebbe essere tolto all’Italia e dato a questi ultimi.

Nel frattempo dei 300 mila serbi che abitavano in Kosovo ne sono rimasti 100 mila. La più grande “pulizia etnica” dei Balcani, dopo quella dal premier croato Tudjman che in un sol giorno cacciò 800 mila serbi dalle krajine. E questa volta complice è la Kfor, cioè le forze Nato che presidiano il Kosovo e nella Kfor sono presenti anche gli italiani con 850 soldati.

L’Europa intera dimentica di avere un grande debito di riconoscenza con i serbi. Fu la resistenza serba, durata tre settimane, a ritardare l’aggressione nazista alla Russia, tre settimane che furono fatali a Hitler perché la Wehrmacht si trovò impantanata, come le armate di Napoleone, nell’inverno russo.

Particolarmente stolida è l’ostilità dell’Italia verso la Serbia. Noi italiani non abbiamo mai avuto contenziosi con la Serbia, li abbiamo avuti con i croati che verso la fine della Seconda guerra mondiale “infoibarono” i nostri militari e soprattutto civili. Nei primi anni del Novecento in Serbia si guardava alla monarchia italiana come a un esempio e si pubblicava un quotidiano intitolato Piemonte.

Gli scontri di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo l’antipasto di ciò che verrà. Il sentimento generale serbo è quello espresso dal tennista Nole Djokovic: “Il Kosovo è serbo e sarà sempre serbo”. In attesa che si sveglino anche i serbi di Bosnia.

Ps. Una cosa intollerabile fu la scomunica della squadra jugoslava dagli Europei di Svezia del 1992. Quella squadra era formata, fra gli altri, da Stojkovic, serbo, Savicevic, montenegrino, Prosinecki, croato, Jugovic, serbo, Boban, croato, Mihajilovic, serbo, e dal basilare Bazdarevic, bosniaco, regista che calmava i bollori di una squadra dove tutti, anche i terzini, erano votati all’attacco. Quella squadra aveva vinto tutte le partite delle qualificazioni, tranne una pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia e per imposizione della Fifa e dell’Uefa furono cacciati a pedate. Un’ignominia calcistica che fa quasi paro con quelle, non sportive, di cui abbiamo parlato.

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Kosovo, il diritto a geometria variabile, e fu il disordine mondiale - Massimo Nava


Il Kosovo, teatro in queste ore di violenze e rivalse, è il punto focale di un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati e con interessi geopolitici di Grandi Potenze e Potenze regionali, scrive il Corriere della Sera.
Il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile. Un quadro in cui l’Europa ha recitato più spesso la parte della spettatrice o della vittima (in termini di prezzi economici e sociali pagati) che dell’attore politico, il rimprovero di un severissimo Massimo Nava.
«Decisamente paradossale che un fazzoletto di terra, fino a pochi anni fa ignoto a molti, sia all’origine di tanti conflitti e tensioni internazionali».

Causa-effetto

Naturalmente, il rapporto di causa ed effetto è più complesso, ma è un fatto che il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile abbia provocato, negli ultimi decenni, instabilità, conflitti e situazioni sociali ed economiche diametralmente opposte a quelle auspicate: lacerazione di confini, pulizia etnica, ondate migratorie, scontri religiosi sono diventati i tragici titoli della nostra storia recente. Le strategie che Europa e Stati Uniti hanno portato avanti dal 1991 nella ex Jugoslavia dovevano segnare la nuova era dei diritti dei popoli, prevalenti sui confini degli stati e sul dispotismo dei dittatori.

Separatismi, e  bramosie sulla Jugoslavia

Il rapido riconoscimento da parte dei Paesi europei (Germania in testa) dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, gli accordi di Dayton per l’unità della Bosnia dopo i massacri e il bombardamento della Serbia per sostenere le aspirazioni separatiste della minoranza albanese del Kosovo, minacciata da Belgrado, avevano affermato nella coscienza internazionale alcune regole non scritte e non universalmente riconosciute, compreso l’eliminazione violenta dei dittatori (Gheddafi, Saddam Hussein) o la loro incriminazione nei tribunali internazionali (ieri Milosevic, domani, forse Putin).

Autodeterminazione per tutti o a concessione. E di chi?

Ma la nobiltà morale delle regole (in primis, il diritto dei popoli all’autodeterminazione) non ha tenuto conto dei modi e dei prezzi che si dovevano pagare per affermarle. Anziché una nuova era, si sono innescate instabilità e rivalse. Anziché un nuovo quadro di principii, applicabile ad altri focolai di conflitto nel mondo, dalla Cecenia al Medio Oriente, dall’Ucraina a Taiwan, si è alimentato il disordine internazionale.

‘Geometrie variabili’

I Balcani, in particolare, sono rimasti in balia di strategie contraddittorie e intercambiabili. I musulmani alla mercé dei serbi a Sarajevo e armati contro i serbi in Kosovo. Milosevic, la soluzione per la stabilità (con gli accordi di Dayton) e poi il problema da eliminare. L’unità e l’integrità dello Stato, rispettate per la Bosnia, non riconosciute alla Serbia, costretta all’amputazione del Kosovo.

Balcani sulla giostra Ue ad avallo Nato

A questi sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig zag per l’adesione all’Europa, con le porte aperte a Slovenia e Croazia e l’anticamera per la Serbia, il cui calendario è oggi condizionato dalle ambizioni di Ucraina e Moldavia. Migliaia di soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza Milosevic ed essa stessa vittima, in Kosovo, di pulizia etnica. Il meno che si possa fare è però ripensare in fretta una strategia coerente per tutta la regione, che affermi i diritti di tutti i popoli e la possibilità d’immaginarsi europei, senza più pagelle di affidabilità e sostegni di convenienza.

Occidente Usa-Ue, sleale e traditore

Uno spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana, in presenza di tutti i protagonisti, compresi i nemici di ieri e di oggi. Come rilevava per l’occasione Le Monde, «dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha cambiato tono nei confronti di questa regione». Se da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni commerciali con Mosca ed è anche un hub interessante per aggirare le sanzioni.

Il problema Serbia-Kosovo

«I Balcani si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia». In realtà sono state mobilitate risorse europee per sostenere lo sviluppo di questi Paesi, ma miliardi di euro non sembrano sufficienti a calmare gli animi. Negli ultimi due anni, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi colloqui. A novembre, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia, fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo, peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea, fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna, date le tensioni in Catalogna.

Vuoto occidentale a perdere

Logico che Russia e Cina, alleati della Serbia e interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. La questione del Kosovo è così diventata anche l’alibi per la politica di Putin, prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione balcanica. Ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin soffia sul fuoco.

Le coincidenze della storia

Per quanti si appassionano a questa storia complicata, si noti una coincidenza in queste ore di violenze: il processo cominciato all’Aja contro l’ex presidente e leader della guerriglia kosovara, Hashim Thaçi. Eroe della resistenza contro i serbi e dei diritti delle minoranze, sostenuto dagli Stati Uniti, considerato a suo tempo il «George Washington dei Balcani», amico personale dell’ex ministro francese Bernard Kouchner, è ora incriminato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati contro le forze serbe.

Un caso emblematico, a dimostrazione che la storia nei Balcani è davvero ciclica e talvolta diventa un tragico gioco dell’oca.

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Cosa ci fanno i militari italiani in Kosovo 24 anni dopo le bombe Nato - Ennio Remondino

 

Breve storia della ‘Kosovo Force’ Nato che fece il suo ingresso nel paese come ‘forza militare di pace’ dopo averlo ‘liberato’ dalle truppe jugoslave di casa sommerse di bombe, nel 1999. Con simpatie diversificate per etnia e precedente bersaglio. ‘Kfor’ la sigla meno direttamente Nato alla conversione in forza di pace, o meglio, di interposizione tra odi e tensione che 24 anni dopo non sembrano affatto superati.

 

Odio etnico e provocazioni

«Ieri alcuni soldati italiani e ungheresi che fanno parte di un contingente NATO chiamato KFOR sono stati feriti durante una manifestazione di protesta a Zvecan, in Kosovo. L’operazione KFOR è attiva in Kosovo dal 12 giugno del 1999, iniziò dopo la conclusione dell’azione militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević», la sintesi asettica da agenzia che riposta il Post. Per memoria meno ‘neutrale’, quei tre mesi di bombardamento nel cuore dell’Europa, definiti anche ‘interferenza umanitaria’, furono la prima vera e massiccia ‘guerra calda’ dopo decenni di ‘Guerra fredda’, preceduta solo da alcune incursioni aeree Usa su Sarajevo nel 1995 per imporre l’armistizio di Dayton.

Sempre nel racconto semi scolastico

Il Kosovo si trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa e le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: gli albanesi, che sono più del 90 per cento della popolazione, e poi i serbi, i turchi, i gorani, i rom e i bosniaci musulmani. Gli scontri da allora a oggi, il reale esercizio del comando tra la maggioranza albanese che ha il numero e la forza, e la ex forza politica slava del vecchio potere jugoslavo, con  le ritorsioni nel quotidiano. Nel 1999 l’intervento militare della NATO in Kosovo venne giustificato con rilevanti forzature informative, per porre fine alla campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze portata avanti dai serbi contro la popolazione di origine albanese. 24 anni dopo la situazione risulta semplicemente rovesciata senza sostanziali progressi verso il superamento del passato. Ma anche senza sensibilizzazione stampa.

Da terroristi a patrioti

A partire dal 1996 il movimento armato militare di separatisti albanesi UçK (Ushtria çlirimtare e Kosoves),sino ad allora per la Nato e gli Usa compreso tra le ‘organizzazioni terroristiche’, vienne riqualificato come movimento patriottico e sostenuto in maniera più o meno aperta soprattutto da parte statunitense, protagonista di una serie di azioni di guerriglia, arrivando anche a controllare intere zone del territorio kosovaro. Il 28 febbraio del 1998 l’UçK uccise alcuni ufficiali della polizia serba causando la ritorsione della polizia di Milošević, che lanciò un’offensiva con mezzi pesanti contro numerosi villaggi della Drenica, al centro del paese. Altri scontri armati con decine di vittime a Racak. Forzature e inganni delle parti in guerra con complicità giornalistiche, hanno via via favorito la disponibilità dell’opinione pubblica occidentale e italiana a condividere o a non opporsi quella che è stata la prima vera guerra in casa europea dopo quella mondiale.

Il 24 marzo 1999 le bombe Nato sulla Jugoslavia

il 23 marzo del 1999 il Segretario Generale della NATO Javier Solana diede inizio alle operazioni militari contro la Serbia, senza alcun mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le ragioni umanitarie dell’intervento furono più volte ribadite sia dalla NATO che dai governi degli stati membri, e contestate da molti altri. Di fatto, la notte del 24 su Belgrado suonarono nuovamente le sirene di attacco aereo dopo quelle per le bombe dei nazisti nel 1944. L’allora presidente del Consiglio italiano, Massimo D’Alema, alla Camera dei deputati: «Il mio giudizio è che l’intervento militare si è reso necessario e inevitabile», disse.

E diede l’autorizzazione all’uso dello spazio aereo italiano per le missioni della NATO mettendo a disposizione, per il conflitto, aerei militari e 19 basi che furono usate per far decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar oppure per le informazioni meteorologiche. Gli aerei militari parteciparono direttamente ai bombardamenti.

Nato a comando Usa diventa d’attacco

Il ruolo della NATO in un conflitto esterno ai confini dell’alleanza fu dibattuto allora e dopo: chi lo ritenne fondamentale per difendere la popolazione kosovara e per destituire Milošević, e chi lo giudicò una forzatura unilaterale e responsabile di una escalation nelle violenze, oltre che causa di estese perdite civili tra la popolazione serba. Molto discusso fu anche il ruolo del cosiddetto ‘fattore CNN’, cioè il peso che ebbero i media nel giustificare e rendere legittimo l’intervento militare (rinvio all’archivio di Remocontro sulla strage di Racak e ai Lazzaro che camminano). Con l’intervento in Kosovo la NATO fondò la sua nuova strategia che stiamo vivendo oggi nella crisi Ucraina: trasformazione dell’alleanza da difensiva a organizzazione politica armata operativa anche su territori esterni a quelli dei Paesi dell’organizzazione.

Quei tre mesi di bombe

L’operazione Allied Force della NATO cominciò la sera del 24 marzo: 80 aerei appartenenti a Canada, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Stati Uniti, Italia, e poi le navi da guerra statunitensi e britanniche nell’Adriatico iniziarono i bombardamenti e i lanci di missili contro la Serbia. In una prima fase vennero attaccati i radar e le installazioni per la difesa aerea a nord di Pristina e intorno a Belgrado. La seconda fase del conflitto iniziò il 27 marzo ed era diretta alla distruzione delle forze armate serbe. Il 23 aprile gli alleati NATO riuniti a Washington decisero di intensificare gli attacchi. Ebbe così inizio la terza e conclusiva fase della guerra.

Le bombe nel cuore del Paese

I bombardamenti furono diretti anche verso obiettivi non strettamente militari come centrali elettriche, ponti, acquedotti, depositi di carburante, radio e televisioni (il missile mirato sulla Tv di Belgrado che uccise 16 tecnici ed operai estranei a qualsiasi propaganda di regime). I ‘danni collaterali’ di queste terza fase furono parecchi: l’8 maggio, ‘per un errore nell’individuazione del bersaglio’, -ci viene raccontato-, venne colpita ad esempio l’ambasciata cinese a Belgrado (ricostruzione diversa sempre su Remocontro). Vi furono morti, feriti e forti polemiche nei confronti dell’inadeguatezza del sistema di intelligence statunitense. Alla fine di maggio ci furono quasi ottocento attacchi aerei. Di fronte all’aumento dei bombardamenti e alla disponibilità offerta da tutti i paesi NATO di concedere nuove basi all’esercito USA, Milosevic accettò la resa. Il 9 giugno venne sottoscritto un accordo con le Nazioni Unite. Il segretario della NATO Solana ordinò la sospensione degli attacchi e la conclusione ufficiale dell’operazione Allied force.

Gli accordi prevedevano il ritiro delle forze serbe dal Kosovo, l’inizio di una missione dell’ONU per l’amministrazione provvisoria della provincia serba con il compito di ristabilire ordine e pace, e l’ingresso a sostegno della missione di una forza militare di pace guidata dalla NATO, la Kosovo Force (KFOR).

KFOR di occupazione

Il contingente iniziale di KFOR era formato da sei brigate di fanteria, due a guida britannica, e una ciascuna da Stati Uniti, Francia, Germania e Italia. Il paese venne diviso in cinque diverse zone, ognuna affidata a uno Stato. Parallelamente all’istituzione di KFOR, il Kosovo nel 1999 passò sotto il protettorato internazionale delle Nazioni Unite, che finalmente deliberarono (risoluzione 1244) a guerra fatta. Nel tempo le forze NATO presenti in Kosovo sono state riorganizzate, sono stati costituiti nuovi gruppi e avviate nuove realtà operative. Nel periodo di massima partecipazione, il numero delle truppe KFOR ha raggiunto 50mila soldati provenienti da 39 paesi, mentre oggi in Kosovo sono presenti 27 paesi con circa 3.800 militari.

Indipendenza all’americana

Dopo essere stato amministrato per quasi dieci anni da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite, nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Nei mesi successivi i paesi della NATO decisero di proseguire la missione, in accordo con le autorità del nuovo Stato e in collaborazione con le Nazioni Unite. L’indipendenza del Kosovo non è però riconosciuta dalle istituzioni serbe (da poco meno della metà dei Paesi Onu e non da tutti i Paesi della Stessa Ue) e tra i due paesi continuano a esserci tensioni ed episodi di violenza, come le proteste in cui sono stati feriti i militari della NATO. Le zone più a rischio sono quelle del nord, a maggioranza serba e non albanese.

Ora la Nato a difendere i serbi

Oggi, secondo il Netherlands Institute of International Relations Clingendael che si occupa di relazioni internazionali, sulla presenza della NATO in Kosovo fanno affidamento soprattutto i cittadini serbi: vedono infatti nel KFOR il principale garante della loro protezione, in particolare dopo che nel 2018 il parlamento del Kosovo, in aperta violazione degli accordi di pace e delle disposizioni Onu, approvò una legge che conferiva un mandato militare alle forze di sicurezza del Kosovo (KSF). Dalle armi leggere per operazioni di polizia e protezione civile a un vero esercito con arruolamenti esclusivi da parte albanese.

Nazionalismi marcati e contrapposti al culmine da un anno con la elezione a premier di Albin Kurti, noto anche e livello internazionale per la sua vocazione politica alla provocazione. Qualcuno di Remocontro, cercando in quel lontano passato, potrebbe trovare ancora significative interviste dell’allora giovane personaggio.

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martedì 1 marzo 2022

LE STRAGI DIMENTICATE - Marina Montesano

 

All’indomani dell’invasione russa in Ucraina, i media mostrano le tristi immagini della popolazione in fuga dal conflitto: sono le vittime inermi dinanzi alle quali ogni guerra non può che risultare più che ingiusta, oscena. La presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ricordato i bambini, prime vittime, e accusato Putin di aver riportato la guerra in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E tuttavia, la presidente ha la memoria corta: la guerra in Europa c’era già stata nei Balcani negli anni ’90, culminata con i bombardamenti della NATO su Belgrado, anch’essa una capitale europea. Come ricordava Luciana Castellina sul Manifesto: “Il 24 marzo, alle 20.25, il primo bombardamento su Belgrado; il 26 le ‘operazioni’, chiamate interventi umanitari, sono già 500. Dureranno 78 giorni e scaricheranno 2.700 tonnellate di esplosivo”.
Diverse migliaia di civili sono morti in quei “bombardamenti umanitari”, in largo numero partiti dall’Italia, inclusi pullman colmi di persone colpiti mentre attraversavano ponti, inclusi gli stessi kosovari per i quali in teoria si combatteva, massacrati dai bombardieri mentre fuggivano dalla guerra. Non c’erano bambini dei quali preoccuparsi, a Belgrado? C’erano, però i loro volti non sono comparsi sui nostri giornali; neppure anni dopo, quando hanno continuato a essere falcidiati dall’insolito picco di tumori infantili causati dall’uranio impoverito (umanitario?) con cui erano fatte le bombe della NATO. Continua Castellina: “È la prima volta che con tanta spudoratezza si è proceduto ad una applicazione selettiva dei diritti. In questo caso quello dell’auto-determinazione dei popoli, riconosciuto, in Europa, ai soli kosovari, che diventano quindi automaticamente ‘patrioti’, sebbene la risoluzione 1160 del 3 marzo 1998 del Consiglio di sicurezza dell’Onu avesse definito ‘terroristi’ gli attacchi dell’Uck. Contemporaneamente, e come conseguenza, contro ogni principio sancito dai trattati dell’Unione europea, secondo cui deve esser rifiutato il pericoloso nesso etnia-cittadinanza, si appoggia l’ipotesi di stati etnicamente fondati”.
Insomma, il precedente c’è, e l’abbiamo dato noi. E non parlo nemmeno delle guerre lontane, esterne all’Europa, come l’invasione dell’Iraq su basi che ormai tutti sappiamo essere state completamente pretestuose (le armi di distruzione di massa), sappiamo pure da chi tali mastodontiche bugie sono state costruite (i governi Bush Jr. e Blair), sappiamo che hanno causato almeno mezzo milione di morti, sappiamo che furono usate armi proibite dalle convenzioni internazionali (il fosforo bianco sui civili di Falluja), sappiamo che nessuno degli ideatori di tali colossali fake news (uso un termine che oggi va di moda) è mai stato perseguito (anzi vivono tutti ricchi e tranquilli), eppure non ricordo di aver visto in giro le foto dei profili sui social media con la bandierina irakena, così come ora vedo per l’Ucraina. Evidentemente non tutte le morti sono uguali; evidentemente i media hanno un peso nel condizionare le nostre reazioni. Oggi passano sui nostri schermi o sui social le foto di cittadini ucraini che mettono in salvo cani e gatti, oltre al classico delle incubatrici con i neonati, già un cavallo di battaglia della propaganda americana a proposito del Kuwait prima della guerra del Golfo del 1993[1]: per ogni guerra si reiterano le stesse immagini di propaganda e gli occidentali dalla memoria corta e dalla lacrima a comando tirano fuori i fazzoletti. Se le immagini non ci sono (vedi l’Iraq, l’Afghanistan, lo Yemen, Belgrado) nessuno si commuove.
I media, con poche eccezioni, in questa storia hanno un ruolo rilevante. Per quante giornate della memoria ci affanniamo a istituire, quelle dell’oblio mi paiono assai più frequenti. Nell’oblio sembrano essere caduti tutti i passi che sono stati compiuti da un’Ucraina che si è fatta forte del sostegno americano: ma le è servito? Non servì alla Georgia agli inizi degli anni ’00, passata dall’alleanza con la Russia (con la quale intratteneva ottimi rapporti economici e dove vendeva i suoi ottimi prodotti che ora nessuno compra più) a quella con gli Stati Uniti di Bush Jr.; anche lì era stato fatto credere che ospitare le armi americane e combattere le guerre al confine, ove la popolazione russa era più presente, sarebbe convenuto al paese, che adesso si ritrova con una popolazione immiserita, largamente diasporica, con le pensioni e gli stipendi da fame, con i vini pregiati e i prodotti alimentari invenduti, perché gli amici europei e americani non se ne fanno niente. E tuttavia, almeno fra i giovani, circola la convinzione che il nemico sia la Russia.
Il presidente che avviò questo processo virtuoso, Mikheil Saak’ashvili, in carica fra 2004 e 2013, nel 2014 è stato messo sotto accusa dalla magistratura del suo paese, per bazzecole che includono frodi e omicidi; naturalmente, Stati Uniti e Unione Europea si sono espresse contro la magistratura, ma intanto Saak’ashvili si è trasferito in Ucraina. Qui il governo del paese ha pensato bene di dargli il governo della regione di Odessa; ha anzi acquistato un pacchetto, con la mediazione del politico francese dell’UE Raphaël Glucksmann, che con Saak’ashvili ha scritto un libro su (indovinate?) “la libertà”, e che ha sposato in prime nozze Eka Zgouladze, vice ministro degli Interni in Georgia. Glucksmann si interessa dei diritti umani di tutti, fuorché dei georgiani, visto che prima della fuga di Saak’ashvili e Zgouladze, erano venuti fuori video delle torture subite dai prigionieri nelle carceri del paese; insomma, la bella coppia riceve la cittadinanza ucraina e va a governare Odessa. A causa del suo buon governo, Saak’ashvili viene espulso anche dall’Ucraina, divenendo apolide, poiché nessuno vuole ridargli il passaporto: fino a quando il nuovo presidente ucraino Zelenskyy, nel 2019, lo reintegra e lo nomina a capo del Consiglio nazionale delle riforme. Mentre era a Odessa, e con il suo avallo esplicito, dal momento che aveva accusato gli “elementi antisociali”, le milizie neonaziste insieme con la popolazione di Loshchynivka, hanno condotto un pogrom selvaggio contro la popolazione romanì dell’area, costretta ad abbandonare le proprie case e fuggire.
D’altra parte, le stesse milizie nel 2014 avevano massacrato decine di civili russi, ammazzati a sangue freddo mentre si erano rifugiati in un edificio per sfuggire ai disordini in strada. Peraltro, la guerra in Ucraina c’è stata dal 2014 in poi, visto che il conflitto nell’est del paese ha fatto migliaia di morti, con l’evidente volontà delle milizie neonaziste di condurre una pulizia etnica a danno dei russi, che in quell’area rappresentano una fetta consistente della popolazione. In questo caso, a quanto pare, la pulizia etnica non finisce alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. C’è stato persino il caso di Andrea Rocchelli, il reporter-fotografo italiano ucciso dagli stessi miliziani ucraini, sempre nel 2014, nel Donbass: un’uccisione sulla quale ha indagato la magistratura italiana, che ha individuato responsabilità precise, ma che pure è stato negato e del quale evidentemente oggi non importa più a nessuno, tanto meno ai suoi colleghi giornalisti che oggi seguono gli eventi.
Così come non ha più eco la clamorosa strage del 20 febbraio 2014, quando nelle proteste contro il governo filorusso si dice che le forze governative spararono sulla folla, facendo vittime fra i civili e persino fra i poliziotti. Fu l’episodio che decretò la fine del governo e diede corso a tutto ciò che è avvenuto dopo, fino agli eventi contemporanei. Nel 2018, una puntata di Matrix, insieme alla stampa italiana (almeno il Manifesto e il Giornale ne parlarono ampiamente) e a quella israeliana, rivelarono come a sparare furono in realtà cecchini georgiani assoldati da un americano sotto copertura. Anche in questo caso, Mikheil Saak’ashvili è protagonista. Dal Manifesto: “Il movimento reazionario di massa della Maidan che scosse Kiev giusto 4 anni fa e che condusse al rovesciamento del governo Yanukovich, raggiunse il suo apice il 20 e il 21 febbraio del 2014 quando negli scontri a fuoco tra i poliziotti della Berkut (la guardia scelta del governo) e i dimostranti, morirono oltre cento persone. […] Uno dei due georgiani, intervistato qualche giorno fa da due televisioni europee e ieri anche dalla agenzia di stampa moscovita Interfax, Alexander Revazishvili ricorda: ‘Giunse alla nostra tenda sulla Maidan Mamulashvili (uno stretto collaboratore di Michail Shakashivili, ex presidente della Georgia, n.d.r.) con un ucraino che si faceva chiamare Andrea, ma soprattutto con un americano che indossava la mimetica, un ex soldato dell’esercito, che si presentò con il nome di Cristopher Bryan’. Il misterioso Bryan venne presentato come ‘istruttore di contractors’. La circostanza è confermata dall’altro ‘contractor’ georgiano, Koba Nergadze, che incontrò separatamente Bryan ma questa volta alla presenza proprio di Shakashivili. Racconta Nergadze: ‘Era presente all’incontro anche l’attuale capo della sicurezza nazionale Sergey Pashinsky. Gli ordini venivano dati da Bryan e a noi tradotti in georgiano da Mamumashvili. Un gruppo di contractors diretto da Pashinsky, e composto da lituani, polacchi e georgiani avrebbe dovuto recarsi all’edificio del Conservatorio ma non avevamo idea per far cosa’. […] ‘La mattina presto – ricorda ancora Nergadze – verso le 8, ho sentito spari provenienti dal Conservatorio. Dopo tre o quattro minuti il gruppo di Mamulashvili ha anch’esso iniziato a sparare dall’hotel Ucraina. I due gruppi di cecchini spararono in modo incrociato sia sulla polizia sia suoi dimostranti cercando di provocare più morti possibili’. ‘Pashinsky mi ha aiutato a scegliere le posizioni di tiro. Verso le 7.30 del mattino (o forse più tardi) Pashinsky ordinò a tutti di prepararsi ad aprire il fuoco. Avremmo dovuto sparare 2 o 3 colpi e poi cambiare posizione in modo che i colpi sembrassero casuali. Abbiamo continuato per circa 10-15 minuti. Successivamente, ci è stato ordinato di abbandonare le armi e lasciare l’edificio’”…

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domenica 29 agosto 2021

Un gioco è bello quando dura poco. Report dal confine bosniaco-croato


A cura del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

Ci sono molte cose che non ti aspetti tra le colline boschive che separano la Bosnia-Erzegovina dalla Croazia. Le armi da fuoco, per esempio. La settimana scorsa c’era una pistola puntata contro una donna nigeriana dal suo passeur, chiusa in una casa e stuprata. E’ riuscita a fuggire lanciandosi da una finestra e ora è ospitata in una casa sicura. Qualche giorno fa un’avvocata ci ha informato anche di un traffico di organi lungo il confine e sappiamo di gang che, come nelle migliori tradizioni medioevali, rapinano i migranti che provano a passare la frontiera. Per non parlare di droni, microfoni nei boschi, telecamere, migranti marchiati con vernice sulla testa o dai bastoni della polizia croata. Per non farsi mancare nulla possiamo citare anche mine e orsi nelle foreste. Dopo le prime settimane di permanenza lungo il confine bosniaco-croato, lavorando attivamente e in modo complice con i migranti che quotidianamente cercano di valicarlo, iniziamo a farci un’idea dell’atrocità dei meccanismi di accoglienza dell’Unione europea.

 

Il buco nero d’Europa

Quella bosniaca è una migrazione giovane, iniziata tre anni fa, nel 2018. Da allora la Bosnia ed Erzegovina (Bih) è diventata il nuovo crocevia delle rotte dei migranti in fuga da Paesi in guerra o dove forte è l’instabilità politica nel continente asiatico, come Afghanistan, Siria, Iraq e Pakistan. I due centri di raduno più significativi sono Bihać e Velika Kladuša, due piccole cittadine del Cantone Una-Sana nella parte Nord-occidentale del Paese. Questo per la loro prossimità al confine con la Croazia e per il fatto che le altre regioni che costituiscono la federazione bosniaca rivendicano apertamente di non volere migranti e pertanto non autorizzano la presenza di campi che, quindi, si concentrano nel cantone dell’Una-sana e attorno a Sarajevo.

Da Bihać e Velika Kladuša sono circa 240 i chilometri che dividono i migranti dal confine italiano e austriaco, chilometri che macinano a piedi in una decina di giorni con lo zaino pieno di pane, il timore di essere individuati dalla polizia croata e la fame e la sete degli ultimi giorni, quando ciò che si erano portati dietro è finito e a spingerli in avanti sono solo la speranza e la disperazione impastate assieme. Spesso i pochi fortunati che arrivano a Trieste arrivano in condizioni difficili, a volte critiche.

Secondo un rapporto dell’OIM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) di maggio 2021, sono 3.220 i migranti che, a fine aprile 2021, vivono in accampamenti informali fuori dai centri di ‘accoglienza’. Vista l’immobilità e l’ingovernabilità dello Stato bosniaco, in un primo momento è stata l’OIM a occuparsi della creazione e della gestione dei campi autorizzati. Il Rapporto denuncia tuttavia la progressiva diminuzione dei posti disponibili, arrivando a 3.242 nel 2021, situati in poche strutture isolate, con standard insufficienti (assenza di elettricità, di acqua calda o di servizi essenziali). Questo nonostante i fondi dell’Unione europea arrivati in Bosnia ed Erzegovina per la gestione dei flussi migratori ammontino a più di 88 milioni di euro dal 2018 al 2021. Ovviamente a questi finanziamenti bisogna sommare quelli erogati per la gestione delle frontiere e il rafforzamento delle capacità della polizia nelle attività di controllo dei flussi migratori per oltre 23 milioni di euro.

Nonostante quanto scritto finora, la recente politica del governo bosniaco è quella di una progressiva chiusura dei campi preesistenti su proprietà private, anche a causa degli alti costi pagati a personaggi non sempre trasparenti, l’esclusione delle ONG internazionali dalla gestione delle strutture di ‘accoglienza’ e il passaggio sotto la giurisdizione del Ministero per la Sicurezza. Verosimilmente, questo comporterà l’abbandono di standard internazionali nell’organizzazione dei campi che finiranno per essere sotto il diretto controllo di un Paese al momento incapace, per volontà e capacità, di gestire un fenomeno migratorio pur di modesta portata [1]].

Altre conseguenze rilevanti saranno il progressivo aumento della logica securitaria all’interno dei campi, un cambiamento di paradigma della finalità di queste strutture, sempre più simili a luoghi di detenzione, e una diversa politica nei confronti delle organizzazioni informali e delle ONG non registrate. Finora questi gruppi sono stati generalmente tollerati dalle autorità locali e non, data l’impossibilità da parte loro di affrontare, per il momento, la gestione dei migranti in territorio bosniaco. Quando però il campo di Lipa sarà pronto è prevedibile un inasprimento della repressione nei confronti di queste organizzazioni.

 

Lipa: un passato di tende, un futuro di container

Il campo di Lipa rientra all’interno delle dinamiche appena descritte: il nuovo insediamento dovrebbe essere inaugurato il 6 settembre. "Nuovo" perché il 23 dicembre del 2020 è andato a fuoco lasciando centinaia di persone in ciabatte in mezzo alla neve. Il nuovo campo sarà costituito da container e dovrebbe ospitare 1.500 persone (1.000 uomini singoli, 300 membri di nuclei familiari e 200 minori non accompagnati). La strategia è quella di chiudere i campi vicino alle zone di confine e relegare le persone in questa enorme struttura, situata su un altopiano isolato. Al momento il campo di Lipa è costituito da 30 tendoni con una capienza di 30 persone l’uno. Per il momento sono 600-700 le persone ‘ospitate’ e possono entrare e uscire a piacimento; in passato, tuttavia, si è arrivati a contenerne fino a 1.500. Anche se tutto dovesse andare secondo i piani del Governo, non sarà possibile coprire il numero di migranti presenti in Bosnia ed Erzegovina (tra i 7.000 e i 9.000) che avrebbero bisogno di un ricovero, almeno nel periodo invernale. La previsione è comunque già quella di un futuro ampliamento. Il fine, ben poco celato, è il rallentamento dei flussi di migranti verso l’Unione europea. Questa nuova politica dei campi sta già probabilmente modificando le rotte migratorie che potrebbero spostarsi in zone differenti, probabilmente più vicine alla Serbia.

 

C’era una volta la Jugoslavia

Se si volesse fare un paragone tra la Serbia e la Bosnia-Erzegovina, si potrebbe dire che la prima ha una tradizione più lunga di gestione dei flussi migratori: iniziata come rotta nel 2016, ora sono presenti 18 centri per il transito e i richiedenti asilo. Il numero dei People On the Move - POM (persone in movimento, ndr.) presenti sui rispettivi territori nazionali è simile (8.000-10.000 in Serbia, 7.000-9.000 in Bosnia). I campi con meno servizi e meno organizzati sono quelli per uomini singoli e vicino al confine (per il gran numero di persone che tenta il game e i problemi di gestione ad esso legati). Capita che d’inverno i POM tornino in Serbia date le condizioni di invivibilità all’esterno dei campi e per la migliore qualità dell’accoglienza.
Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra Croazia e Bosnia, quest’ultima non accusa formalmente la Croazia per le riammissioni [2], quanto per i respingimenti illegali fatti all’interno del suolo nazionale. La questione dirimente non è quindi la violenza sistematica e illegale di una polizia che sequestra telefoni, bastona e toglie le scarpe ai migranti anche in pieno inverno per ributtarli in mezzo al nulla, quanto la violazione della sovranità nazionale. Purtroppo sono pochissimi i POM che decidono di denunciare i respingimenti violenti subiti: molti non ne vedono l’utilità o hanno paura che questo possa rallentare o impedire il riconoscimento del loro stato di rifugiato. Spesso, molto più prosaicamente, non hanno alcuna intenzione di stare fermi un anno per attendere i tempi burocratici della pratica o preferiscono dimenticare senza essere costretti a rivivere il trauma. A volte capita siano i migranti stessi a giustificare quanto hanno subito “Mi hanno picchiato, ma io sono un migrante irregolare”. Al di là dei motivi, lo Stato croato continua ad affermare che non ci sono prove di respingimenti violenti e che i segni delle percosse, le ferite, i traumi sono auto inflitti dagli stessi migranti o causati da conflitti tra loro [3].

 

“Migranti big problem”

Per il momento gruppi di cittadini organizzati e razzisti non sono ancora preoccupanti. Esistono e uno dei più significativi è guidato da Sej Ramić, un professore d’arte il cui slogan è “stop all’invasione dei migranti” e la cui propaganda è caratterizzata da contenuti xenofobi e razzisti. Pur avendo un certo seguito sui social e tra la gente, quando si è candidato alle elezioni nella città di Bihac nel 2020 non ha riscosso grandi consensi anche a causa del forte legame degli elettori con i tre partiti etno-nazionalisti.

 

La dove la politica manca, bisogna farla

Non vi sono lotte collettive o autorganizzate da parte dei POM, questo per svariati motivi: la fatica fisica, la miseria del viaggio e la mancanza di leader politici o di comunità. Vi è un egoismo più che comprensibile che nasce dalla volontà di sopravvivere nonostante tutto e tutti e, nelle zone di confine, disperde mesi o anni di relazioni costruite durante il viaggio. Le poche battaglie fatte avvengono a titolo personale.

Il governo bosniaco sembra intenzionato a promuovere la costruzione di pochi grandi campi lontani dalle zone di confine, in modo da ridurre il numero di migranti che tentano di entrare in Croazia. Questo per svolgere al meglio il ruolo che l’Unione Europea ha deciso di attribuire a questa terra, cioè quella di uno Stato cuscinetto in grado di ridurre gli ingressi in cambio di milioni di euro di denaro pubblico. Il tutto condito con livelli di inefficienza, corruzione e confusione legislativa e burocratica importanti.

Le ONG presenti sul territorio svolgono un lavoro difficile e prezioso, calmierando quella che potrebbe essere una mattanza silenziosa e silenziata, senza però riuscire a evitare di trasformare un fenomeno migratorio che ha cause politiche e responsabilità chiare in rivoli infiniti di disperazioni monodose, di morti e ferite tutte individuali. Tuttavia, la necessità di farsi riconoscere a livello ufficiale dal Governo bosniaco riteniamo comporti scelte che, pur tatticamente utili al fine di alleviare le sofferenze dei migranti, strategicamente possano comportare una difesa dello stato di cose presente, piuttosto che un suo ribaltamento. Inoltre, vi è un rischio che queste organizzazioni dovrebbero valutare nella progettazione delle loro attività: l’essere funzionali a un processo di invisibilizzazione del fenomeno a quasi vantaggio solo delle autorità locali, permettendo una qualche sorta di sopravvivenza nelle jungle fuori dalla città e, conseguentemente, l’allontanamento dei migranti dai centri urbani e dalla vista degli onesti cittadini.

Pertanto riteniamo sia necessario e urgente, da parte di organizzazioni, collettivi e singoli individui che si sentono solidali con i migranti e nemici delle frontiere, riempire quello spazio politico che i vari attori di questo spettacolo non possono o non vogliono agire. Nascondersi dietro la finzione che siamo solo turisti in vacanza e non collettivi politici, riteniamo non sia utile a porre la questione su un piano che non è più rimandabile. Scegliamo di venire lungo le rotte per denunciare le politiche mortifere di esclusione dei poveri da parte dell’UE. Questa nostra rimane una riflessione sicuramente iniziale e incompleta, dato che vorremmo fosse arricchita da una molteplicità di contributi di chi lavora sul campo e di chi, invece, si spende su altri ambiti.

Pensiamo che sul lungo periodo non riconoscere pubblicamente il contenuto politico del nostro operato possa essere controproducente: non siamo turisti che regalano pantaloncini, anche perché non basterebbero tutte le braghe del mondo per mettere anche solo una pezza su quanto sta succedendo qui, tutti i giorni.

Un elemento della discussione, proposto spesso da chi lavora sul campo, è che portare una qualche forma di conflitto può mettere a rischio le attività o addirittura le persone in movimento. Di questo dobbiamo tenerne conto, ovviamente, essendo una realtà complessa e articolata. Tuttavia alzare il livello del conflitto ora dovrebbe essere visto come un aprire spazi di agibilità in futuro, quando le politiche securitarie saranno efficienti e rodate.

Le manifestazioni di Trieste prima e Maljevac dopo sono state un piccolo passo in questa direzione, ma importante. Abbiamo capito che è possibile portare pressanti richieste anche dove fino a quel momento sembrava impossibile. Tutto ciò si collega anche con le lotte contro le denunce arrivate e che ci aspetteranno nel breve futuro. Gli attivisti e le attiviste denunciate non possono restare sole nel percorso giudiziario, dobbiamo contrastare questo attacco alla solidarietà creando un fronte comune. E continueremo a stare dove non dovremmo stare.

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Per contattare il Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino: pagina FB

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Bibliografia

- Dossier Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione europea, RiVolti ai Balcani, luglio 2021
https://altreconomia.it/prodotto/bosnia-ed-erzegovina-la-mancata-accoglienza/

- Consiglio europeo Comunicato stampa 18 marzo 2016, Dichiarazione UE-Turchia, 18 marzo 2016
https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2016/03/18/eu-turkey-statement/

- L’OIM chiede la fine dei respingimenti e delle violenze contro i migranti lungo le frontiere esterne dell’UE
https://italy.iom.int/it/notizie/loim-chiede-la-fine-dei-respingimenti-e-delle-violenze-contro-i-migranti-lungo-le-frontiere

- IOM: Temporary Reception Center Profiles
https://bih.iom.int/temporary-reception-center-profiles

- Save the Children, “Viaggio (attra)verso l’Europa", report 20 giugno 2021
https://www.meltingpot.org/Report-di-Save-the-Children-Nascosti-in-piena-vista-Minori.html

- La vittoria dei talebani è inevitabile? - Il Post
https://www.ilpost.it/2021/08/07/afghanistan-talebani-vittoria-inevitabile/

- "Le riammissioni dei migranti in Slovenia sono illegali", il Tribunale di Roma condanna il Viminale di Giuseppe Smorto, Fabio Tonacci
https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/21/news/viminale_condannato_riammissioni_illegali_respingimenti_slovenia_migranti-283542228/

Note

[1] Per approfondire quanto questa crisi sia creata ad hoc più che giustificata dai numeri, si veda il prezioso dossier Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza. Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione europea, RiVolti ai Balcani, luglio 2021 - https://altreconomia.it/prodotto/bosnia-ed-erzegovina-la-mancata-accoglienza/

[2] Sarebbe interessante fare un’analisi del linguaggio utilizzato, in una logica sostanzialmente orwelliana. Per “riammissioni” si intendono gli allontanamenti informali (e illegali) attuati dalla polizia del Paese d’ingresso che, in modo generalmente violento, riporta i migranti al precedente Paese di transito senza dare loro la possibilità di presentare domanda di protezione internazionale. Famoso è il caso della sentenza del tribunale ordinario di Roma che condannò il Ministero dell’Interno accusandolo, con queste prassi, di star violando contemporaneamente la legge italiana, la Costituzione, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e persino lo stesso accordo bilaterale Italia-Slovenia.

[3] Vi sono casi sporadici di poliziotti croati che, tra il 2019 e il 2020, hanno denunciato in modo anonimo al loro sindacato le azioni criminali di cui sono stati testimoni. Quando vengono prese in carico queste denunce e non si concludono con un’impossibilità a procedere, finiscono per colpire singoli poliziotti presentati all’opinione pubblica come “mele marce” di un sistema sano che tutela i migranti secondo il diritto internazionale e nel rispetto dei diritti umani.

 

da qui