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mercoledì 17 luglio 2019

COSÌ INSULTANO LA REDAZIONE DI FAMIGLIA CRISTIANA - Orsola Vetri


Famiglia Cristiana ama il dialogo con i lettori. È sempre stato proficuo e sereno anche nella differenza. Lo dimostrano le numerose lettere, spesso su temi caldi e delicati: complimenti, richieste di aiuto. A volte critiche. Il tutto sul piano del rispetto e della tolleranza. Vorremmo fosse così anche quando si tratta dei numerosi commenti che compaiono sul nostro sito on line o sulla pagina Facebook. Purtroppo accanto a chi dissente con rispetto, ecco comparire numerosi gli haters. Tanti nemici, tanto onore, si dice. Ma non è una consolazione per chi si trova a leggere osservazioni che potrebbero essere dette con altri toni. “Brandendo” una tastiera dietro uno schermo, c’è chi preferisce esprimere contrarietà offendendo. Tralasciamo di citare bestemmie e volgarità. I messaggi che le contengono vengono immediatamente cestinati. Ma soffermiamoci sui numerosi nostri odiatori che a qualunque articolo rispondono con banali e inutili osservazioni, spesso ripetitive e fuori luogo, ispirate da rancore e ideologia. I vigliacchi leoni da tastiera spesso si nascondono dietro un nick name o un falso nome. Sono ripetitivi, violenti e incapaci di dialogare. Soprattutto non lasciano spazio ai commenti, anche negativi, di lettori più pacati ed educati.
Tra i temi ricorrenti: gli immigrati, “ospitateli nelle vostre case”; la Chiesa che invita all’accoglienza, “pensate piuttosto ai vostri preti pedo li o all’attico di Bertone”; lotta alla povertà, “siete diventati comunisti... sembra di leggere l’Unità”; il rispetto per le altre religioni, “dovreste chiamarvi “Famiglia Musulmana”, “siete diventati adoratori di Allah”. E poi le accuse a Francesco, non un Papa ma un “usurpatore”, un “eretico”, la “causa della fine del cattolicesimo”. Ci fermiamo e preferiamo pensare ai tanti lettori sobri e intelligenti che cercano il confronto senza offendere.

domenica 3 settembre 2017

Il pugno di Minniti sui richiedenti asilo - Francesco Anfossi



Dicono che Marco Minniti stia lavorando per diventare il prossimo premier. Il vento contro i migranti sembra avergliene dato l’occasione e anche i sondaggi lo danno in testa nelle classifiche di gradimento dei ministri, subito dopo lo stesso premier Gentiloni. Fatto sta che è indubbiamente Minniti ad aver spostato l’asse politico del Governo sugli immigrati. Ha cominciato a imporre un codice per le Ong che soccorrevano i naufraghi, imponendo polizia armata a bordo e negando il trasbordo da una nave all’altra. Il risultato è stato quello di allontanare le navi delle organizzazioni umanitarie dal Mediterraneo e di aver contribuito alla più grossa campagna di screditamento delle Ong mai subita nella loro storia. Il resto lo ha fatto Matteo Renzi, decretando il “de profundis” per lo “ius culturae”, che riconosceva la cittadinanza ai minori figli di immigrati residenti da almeno cinque anni dopo che avevano frequentato almeno un ciclo di studi, tra gli applausi di Alfano. Non c’è più tempo per la politica alta e per l'integrazione, siamo in campagna elettorale.
«Governare i flussi migratori non è un optional, è un tema centrale per la nostra sicurezza. Per la nostra democrazia», ha detto Minniti imperturbabile nel tradizionale incontro ferragostano con i giornalisti. Il punto è come governarli. A manganellate, come chiede l'uomo della strada e la suburra digitale di Facebook? Finora è questa la risposta del Governo. Piace il suo piglio pragmatico, la sua faccia di duro, persino il suo passato di vecchio comunista: «Quando ero nella sede del Pci in Calabria avevo attaccato fuori un cartello: “Qui si lavora e non si fa politica”. Volete farmela fare adesso?». Ha citato il suo maestro di gioventù, Antonio Gramsci: «Il compito di una classe dirigente non è quello di mantenere la propria posizione per il proprio controllo della società ma per il proprio superamento». Legge e ordine, insomma, non è stato anche il motto di Blair?
Il problema è che Minniti sta alzando un po’ troppo l’asticella dell’ordine. A Roma si sono viste scene di guerriglia urbana degne del Venezuela nei confronti di un gruppo di rifugiati politici: uomini donne, vecchi, bambini e persino portatori di handicap che sono scappati dalla guerra. Tutti con i documenti in regola, titolari dello status di rifugiato. Occupavano da 4 anni un palazzo di via Curtatone ed erano stati sgomberati. Poliziotti in assetto antisommossa hanno usato gli idranti e si sono messi a manganellare per liberare la piazza da un centinaio di loro, tra cui numerose donne in lacrime, alcune delle quali inginocchiate con le braccia alzate. Uno spettacolo indegno per una democrazia, che ha suscitato le proteste di Amnesty International e dell’Unicef per come sono stati portati via i bambini sui pullman della polizia. Nemmeno il governo dei respingimenti di Berlusconi, che pure si era ritrovato una condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, si era mai spinto fino a questo punto.
Non sappiamo se andrà avanti così fino alla fine della campagna elettorale. Non sappiamo nemmeno se la nuova politica contro gli immigrati sarà premiante in termini di consenso elettorale per il Partito democratico (a quel punto tanto vale andare all’originale, Lega Nord e grillini in primis). Sappiamo però che questo pomeriggio si è scritta una pagina nera per la democrazia. Nera o rossa, che poi è lo stesso: comunismo e fascismo sono due totalitarismi contigui, in fondo. Questo Gramsci lo sapeva benissimo.
da qui

domenica 11 settembre 2016

Guerra al terrorismo , un totale fallimento – Fulvio Scaglione


Quindici anni fa, nei quattro attentati suicidi realizzati da 19 terroristi di Al Qaeda negli Stati Uniti l'11 settembre, morirono 2.977 civili, mentre altri 24 risultano tuttora dispersi. Due aerei di linea furono dirottati e lanciati dai kamikaze contro le Torri Gemelle di New York. Uno contro il Pentagono (il ministero della Difesa Usa) a Washington. Il quarto doveva piombare contro il Campidoglio o la Casa Bianca ma precipitò invece in un campo in Pennsylvania dopo il tentativo eroico dei passeggeri di opporsi ai terroristi. 

Quindici anni meno 11 giorni fa, il 20 settembre 2001, l’amministrazione americana, attraverso il suo presidente George W. Bush, s’impegnò a combattere una “guerra al terrorismo” (War on terror) senza quartiere, per estirpare la pianta della violenza e neutralizzare i regimi che la finanziavano e la sostenevano. Una promessa solenne cui si unirono subito, almeno nello spirito, comunque accomunate dal lutto per quei quasi 3 mila morti, decine ci Paesi di ogni parte del mondo.

Oggi non è possibile commemorare quei morti e i loro 19 assassini (15 dei quali erano originari dell’Arabia Saudita)  
senza ricordare allo stesso tempo quell'impegno solenne della comunità internazionale e trarne un bilancio. Quindi anni dopo possiamo, anzi dobbiamo ammettere che se avevamo dichiarato guerra al terrorismo internazionale, ebbene, l'abbiamo persa. Anzi: l'abbiamo clamorosamente persa. Bastano pochi dati, alcuni dei quali tratti dal Global Terrorism Index pubblicato dall’Institute for Economics and Peace (http://economicsandpeace.org/reports) di Chigaco (Usa) a dimostrarlo. Dal 2000 a oggi, le vittime mondiali per atti di terrorismo sono aumentate di nove volte. Nello specifico: nel 2000 ci sono stati 8 mila morti, nel 2013 già 18 mila, nel 2014 addirittura 33 mila. Nel 2013, i Paesi che avevano perso più di 500 persone per violenze di terrorismo erano 5; nel 2014 erano già diventati 11. Infine, gli attacchi suicidi nel 2014 erano cresciuti del 18% rispetto al 2013.

Se ci concentriamo sul terrorismo islamista, la morale non cambia. 
Nel 2014, il 78% delle vittime del terrorismo si sono concentrate in soli cinque Paesi: Siria, Iraq, Pakistan, Afghanistan e Nigeria.  E due gruppi islamisti, Boko Haram in Nigeria e nei Paesi confinanti e l’Isis, in Siria e Iraq, sono responsabili da soli del 51% di tutti i morti. Nel 2014, calcola il Terrorism Index, l’Isis ha ammazzato almeno 20 mila soldati iracheni e siriani sul campo di battaglia e più di 6 mila civili in attentati di vario genere. Il tutto mentre una coalizione di 70 Paesi guidata da Usa e Arabia Saudita proclamava di essere impegnata a combatterlo.

Questa è il primo dato da cui dobbiamo partire se vogliamo onestamente e sinceramente ricordare gli attentati di 15 anni fa. Da allora, sempre in nome della lotta al terrorismo, 
l'Occidente ha lanciato due guerre. La prima, in Afghanistan, per sgominare le basi di Al Qaeda e il regime dei talebani e insediare la democrazia. Oggi i talebani sono più presenti che mai e i primi sei mesi del 2016 hanno visto 1.601 civili morti e 3.565 feriti, con un prezzo altissimo chiesto ai bambini (388 morti) e alle donne (507), con un aumento del 4% rispetto al 2015 e un bilancio che è tra i più drammatici dal 2001. La seconda guerra fu quella del 2003, l’invasione anglo-americana dell’Iraq. Una guerra criminale che George W. Bush e Tony Blair vollero a ogni costo, mentendo al mondo sugli armamenti di Saddam Hussein e sulle loro stesse intenzioni. 

Dopo centinaia di migliaia di morti e le violenze infinite di Al Qaeda, una parte consistente dell'Iraq è tuttora occupata dalle milizie dell’Isis. 
Nessun fallimento poteva essere più totale. Per non parlare di effetti “collaterali” di cui potremo misurare le conseguenze solo nei prossimi decenni. Per esempio: la causa della democrazia, già difficile da promuovere in un mondo islamico che la democrazia non ha mai conosciuto e forse nemmeno desidera, è stata completamente screditata da spedizioni militari che l'hanno usata come copertura e hanno infine portato più miseria, più distruzioni e più morte a una regione già martoriata come il Medio Oriente. Questa è di certo una delle ragioni per cui le primavere arabe, partite nel 2011 dalla Tunisia e presto dilagate alla regione intera,sono finite con la sconfitta di chi proponeva una soluzione “occidentale” (multipartitismo, parità di diritti per le donne, libertà di pensiero e di parola…) e la vittoria, quasi ovunque, dei partiti e delle formazioni che si ispiravano al radicalismo islamico.

Se vogliamo davvero onorare i morti di 15 anni fa e mantenere gli impegni che avevamo solennemente preso pochi giorni dopo la strage, 
dobbiamo cominciare col riconoscere che abbiamo sbagliato tutto. Che servono un atteggiamento nuovo, una politica diversa, alleanze rivoluzionarie (fino a poco fa abbiamo continuato a definire "musulmani moderati” i Paesi del Golfo Persico che sono i primi finanziatori del terrorismo) e la disponibilità a perdere qualche miliardo di petro-dollari per guadagnare in serenità e pacifica convivenza. Ce la faremo?

da qui

domenica 21 agosto 2016

La Francia vieta il burkini ma vende le armi ai sauditi - Fulvio Scaglione

Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’ Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.

Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’ uso del burkini, l’ orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’ igiene e sicurezza”. L’ ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.

A dispetto del nome, il burkini c’ entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’ operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa. 
La Cannes di Lisnard dove si vieta il burkini
Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’ estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’ igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’ igiene, anche se le donne sonocoperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?

Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.
Manuel Valls, il burkini incompatibile con la Francia e la "relazione strategica" con l'Arabia Saudita
Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premierManuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’ espressione di un’ ideologia basata sull’ asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’ islam, l’ asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.

Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’ Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’ islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.

Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’ Onore, massima onoreficenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.

D’ altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d’ Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’ asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’ abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa:  che per un po’ di denaro, il buon Valls e il buonHollande andavano a rafforzare il regime che da della negazione della laicità e dell’ asservimento delle donne due caposaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’ Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.

Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’ anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, Il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’ islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.

E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neoconamericani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte. Come diceve Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.

domenica 31 gennaio 2016

ricordo di Hashim al-Homran




È MORTO HASHIM, IL RAGAZZO CON LA TELECAMERA, EROE SCONOSCIUTO - Luigi Grimaldi

Yemen, governatorato di Sadaa. È il 22 gennaio 2016. Un giorno che forse sarà ricordato come una data tragica e storica. È il giorno della morte di un piccolo e sconosciuto eroe, Hashim al-Homran, 17 anni.

Hasim sta documentando con la sua videocamera gli effetti di un bombardamento, l'ennesimo in un anno di guerra, dell'aviazione dell'Arabia Saudita sulla popolazione civile dello Yemen. Siamo a Dhayan, 20 km dalla città di Sadaa.

Arrivano i soccorsi, la gente corre ad aiutare i feriti.  Si scava per liberare i corpi dalle macerie.
Ma i sauditi non ci stanno e mettono in atto un “Dual Tap”. Una pratica orrenda che consiste nel bombardare, attendere che arrivino i soccorsi, e ribombardare la stessa area per colpire i soccorritori. Un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità, che nessuna missione militare può giustificare.

Hashim lo sa. Un anno di guerra gli ha insegnato come vanno queste cose. Intorno a lui c'è un inferno ma Hashim non scappa, non cerca di mettersi al sicuro. Non cerca un cannone per sparare a sua volta. Continua a usare la sua piccola telecamera e filma tutto quel che avviene. Viene ferito gravemente, ma non molla e continua a documentare l'incredibile: un terzo attacco.

Il ragazzo yemenita filma tutto, anche il bombardamento dell'ambulanza di Medici Senza Frontiere dell’ospedale Al Gomhoury che, dopo il secondo bombardamento, è riuscita a raggiungere la zona.  L'autista dell'ambulanza muore.
Anche Hashim muore, il giorno dopo, a causa delle terribili ferite riportate. Nessun media internazionale ha mandato in onda il suo video, terribile, che però in parte è stato caricato su internet ed è visibile su youtube a questo indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=1gYaArAnkvQ.

A 17 anni questo ragazzo è morto senza sapere di aver forse scritto una pagina di storia: le sue riprese sono un documento importantissimo. Sono la prova, assieme alle testimonianze dei sopravvissuti, che inchiodano alle loro responsabilità gli autori di un gravissimo crimine guerra. Il “Dual Tap”.

Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali Christof Heyns nel 2012 ha qualificato gli «attacchi secondari sui soccorritori che stanno aiutando i feriti dopo un attacco iniziale, un crimine di guerra». L'ennesimo commesso dai sauditi e dai loro alleati nello Yemen. 

Crimini più volte denunciati e documentati dall'Onu, da Amnesty International, da Human Rights Watch: crimini su cui mai è decollata una inchiesta internazionale indipendente a causa delle pressioni esercitate sulla diplomazia internazionale dal potentissimo Regno dei Saud.

Il governo italiano, anche sulla base di questo ennesimo atto di ferocia dovrebbe imporre l'interruzione dei regolari rifornimenti di bombe per l'aeronautica militare saudita prodotte nel nostro Paese dalla Rwm di Domusnovas.

L'ultimo carico è partito da Cagliari non più tardi dello scorso 16 gennaio, diretto alla base aerea di Taif, da cui il 22 gennaio sono decollati gli aerei che a Dhayan hanno ucciso Hashim e colpito i soccorritori, assieme a decine di altri civili inermi.

L'ultimo attacco

Hasim, videomaker di 17 anni, sta documentando con la sua videocamera gli effetti di un bombardamento, l'ennesimo in un anno di guerra, dell'aviazione dell'Arabia Saudita sulla popolazione civile dello Yemen. Siamo a Dhayan, 20 km dalla città di Sadaa.

Arrivano i soccorsi, la gente corre ad aiutare i feriti. Si scava per liberare i corpi dalle macerie.
Ma i sauditi non ci stanno e mettono in atto un “Dual Tap”. Una pratica orrenda che consiste nel bombardare, attendere che arrivino i soccorsi, e ribombardare la stessa area per colpire i soccorritori. Un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità, che nessuna missione militare può giustificare.

Hashim lo sa. Un anno di guerra gli ha insegnato come vanno queste cose. Intorno a lui c'è un inferno ma Hashim non scappa, non cerca di mettersi al sicuro. Non cerca un cannone per sparare a sua volta. Continua a usare la sua piccola telecamera e filma tutto quel che avviene. Viene ferito gravemente, ma non molla e continua a documentare l'incredibile: un terzo attacco.

Il ragazzo yemenita filma tutto, anche il bombardamento dell'ambulanza di Medici Senza Frontiere dell’ospedale Al Gomhoury che, dopo il secondo bombardamento, è riuscita a raggiungere la zona. L'autista dell'ambulanza muore. Anche Hashim muore, il giorno dopo, a causa delle terribili ferite riportate.

martedì 26 gennaio 2016

L'Iran più vicino all'Europa, Israele più lontano - Fulvio Scaglione

L’arrivo in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani, per di più in quasi perfetta coincidenza con la Giornata della Memoria che onora il ricordo della Shoah, ha comprensibilmente provocato un’ondata di editoriali  in cui l’Iran è messo sotto accusa per le discriminazioni ai danni delle minoranze religiose, per le condanne a morte distribuite con  grande facilità (è il Paese al mondo con il più alto tasso pro capite di esecuzioni, 1.084 persone giustiziate nel 2015 secondo i dati di Nessuno tocchi Caino), per le evidenti limitazioni ai diritti civili, per l’antisionismo sempre alle soglie dell’antisemitismo. Tutto giusto e tutto vero, e faranno bene i nostri politici (a differenza di come si sono comportati in altri non meno clamorosi casi) a far capire a Rouhani che per noi queste sono cose importanti e che non basta la prospettiva di far buoni affari insieme(ci sono in ballo contratti per 17 miliardi, dice il Financial Times) per farcele dimenticare.
Non sempre il pulpito da cui arrivano queste prediche è affidabile e coerente. A certi  editorialisti non frega nulla delle esecuzioni saudite, nulla dei bombardamenti sui civili nello Yemen, nulla delle complicità turche con l’Isis; non battono ciglio se a morire sono i curdi o gli iracheni o i palestinesi; manco notano le discriminazioni ai danni delle minoranze etniche e religiose nelle monarchie del Golfo Persico. Però sull’Iran hanno ragione e quindi, pure se sono ipocriti, meritano che gli venga riconosciuto.
Ho però la sensazione che il vero problema non sia lì. Cioè, se l’Iran sia uno Stato più canaglia dell’Arabia Saudita o dell’Egitto. Di rapporti con regimi tutt’altro che edificanti son piene le cancellerie. Agli Usa, che fanno la predica a tutti, non fa per niente schifo che il 22% del loro enorme debito pubblico sia coperto da investimenti della non troppo democratica Cina. Credo invece che il vero problema nascosto dietro queste polemiche sia il nostro rapporto con Israele.
Per molti anni, e presso molti ancora oggi, l’assioma è stato: ciò che va bene per Israele va bene per il Medio Oriente e va bene per noi. Quell’impalcatura sta saltando e molti non riescono ad accettarlo. E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, che ormai non tutto ciò che va bene per Israele va bene anche per il Medio Oriente. E che non tutto ciò che va bene a Israele va bene per noi.
Prendiamo l’Isis. Come avevo scritto nel giugno scorso, cioè in tempi non sospetti (prendendomi gli insulti dei soliti fascistelli travestiti da amici di Israele) e come ora dicono gli stessi uomini che governano lo Stato ebraico, il Califfato è per Netanyahu e i suoi un pericolo secondario, quando non un’opportunità, per esempio per annettere ufficialmente il Golan. Per loro è l’Iran la minaccia principale. 

Per l’Europa è esattamente il contrario: l’Isis, già annidato in Libia, è il pericolo incombente mentre l’Iran è un potenziale partner. E non solo per la politica economica ma anche per la stabilizzazione del Medio Oriente, da cui a cascata deriva pure l’ondata di migranti che sta mettendo a rischio le basi stesse dell’Europa comunitaria, come il Trattato di Schengen. Figuriamoci poi per l’Italia, che dalla Libia infiltrata dai jihadisti dista un braccio di mare.
Altro esempio: l’accordo sul nucleare firmato dall’Iran con il cosiddetto Cinque+Uno (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia più Germania). Tutto il mondo lo considera un passo avanti verso la pace, tranne due Paesi: Arabia Saudita e Israele. Certo, lo spassoso editorialista del Corriere della Sera ci informa che tra dieci anni l’Iran avrà la bomba atomica, dimenticando che dieci anni fa Netanyahu giurava che l’Iran avrebbe avuto la bomba la settimana dopo. Amenità a parte, a chi dareste voi retta? Al mondo o all’Arabia Saudita e Israele?
Tutto questo non avviene perché qualcuno è stupido o cattivo. Netanyahu fa bene a difendere gli interessi di Israele con il mandato ricevuto dai suoi elettori, e altrettanto vale per Rouhani oppure Obama. Il fatto è che il disastro del Medio Oriente uscito da un secolo di manipolazioni occidentali si sta portando dietro un sacco di cose. Comprese alcune certezze e un bel po’ di propaganda.

venerdì 18 dicembre 2015

Isis: la strage dei cervelli - Fulvio Scaglione



Ahmoud Mohamed al-Mousa non era noto da noi. Eppure dovremmo farlo diventare famoso, e tributargli onori almeno pari a quelle, purtroppo tardivi, che abbiamo tributato a Khaled Asaad, l'archeologo decapitato dall'Isis a Palmira.

Al-Mousa era un giornalista ed è stato assassinato da un gruppo di uomini mascherati a Idlib, quello che alcuni vorrebbero far passare come un feudo dei cosiddetti "ribelli moderati" della Siria. L'hanno ammazzato perché raccontava quello che succede nelle aree occupata dai jihadisti, così come avevano ammazzato altri tre suoi compagni nei mesi scorsi. Al-Mousa, infatti, faceva parte di un gruppo di giornalisti identificato dall'acronimo RBSS (che sta per Raqqa is Being Slaughtered Silently, ovvero: Raqqa viene massacrata silenziosamente), che opera appunto nelle zone occupate dall'Isis e compagnia.

Eroi veri, colleghi a cui noi dobbiamo quel residuo di credibilità e prestigio che ancora si riconosce a questa professione. Il loro sito fornisce informazione puntuali e credibili sulla situazione e lo fa grazie a persone che, come Al-Mousa, rischiano la vita ogni giorno. I dati relativi al Nord della Siria e all'area di Mosul, in Iraq, sono terrificanti: in un anno e mezzo, l'ultimo, 50 giornalisti sono stati eliminati, altri sono dovuti scappare per salvarsi. L'identica sorte che tocca agli insegnanti e a tutte le categorie che possono essere anche solo sospettate di portare un pensiero diverso dal totalitarismo di Isis e compagni.

Pensiamoci bene, prima di decidere a tavolino che cosa è bene o male per milioni di persone, in Siria come in Iraq o in Libia. Molte volte il male minore è il meglio che c'è. A meno di non essere pronti a rispondere dei nostri errori, cosa che non pare la specialità dell'Occidente.

venerdì 11 dicembre 2015

Obama, il miglior nemico dell'Isis - Fulvio Scaglione

Barack Obama è il miglior nemico che puoi avere, almeno se sei l'Isis. Certo, ad altri è andata peggio. I talebani e narcotrafficanti afghani, per esempio, dal febbraio 2009 (cioè, pochissimo dopo l'ingresso alla Casa Bianca di Obama) sono stati affrontati con il "surge", l'incremento delle truppe e dei mezzi militari. Nel gennaio di quell'anno c'erano 32.800 soldati americani in Afghanistan, un mese dopo erano 35.900, in dicembre già 69 mila. E nel settembre dell'anno dopo erano arrivati a 98 mila (dati del Centro ricerche del Congresso Usa).  E un piccolo "surge" Obama se l'è concesso anche in Iraq, giusto un anno fa,raddoppiando (da 1.500 a 3 mila) il numero dei soldati presenti nel Paese.

Per la Siria, invece, è diventato un accanito oppositore dei "boot on the ground", gli stivali sul terreno, ovvero l'impiego di soldati sul campo di battaglia. Ovviamente si può capirlo, mandare tanti giovani a sparare e farsi sparare è una decisione che persino il comandante in capo dell'esercito degli Usa (Paese che quest'anno spenderà 620 miliardi di dollari per la Difesa e ha in servizio 1 milione e 100 mila soldati) non può prendere a cuor leggero. E' possibile che a Obama sia rimasto impresso l'esito del suo "surge" in Afghanistan, dove il 73% dei ragazzi americani caduti in combattimento (ovvero, 1.593 dei 2.162) perse la vita proprio dopo la sua decisione di aumentare le truppe nel febbraio 2009.

Però Obama, per far fuori l'Isis, ha i bombardamenti. E una fior di coalizione di 60 Paesi, e basi militari in tutto il Medio Oriente, e l'appoggio di Paesi come la Turchia (520 mila uomini in servizio permanente effettivo, più 400 mila riservisti) e l'Arabia Saudita (primo importatore di armi al mondo), vere potenze regionali. E invece niente, neanche lì. Dopo 7.500 incursioni aeree l'Isis è ancora vivo e vegeto. E anche questo è un mistero, un incredibile fenomeno di mira sbagliata.

Forse Obama è diventato sensibile. Perché ai tempi dell'Afghanistan non era di cuore così tenero. Nel 2009, appunto dopo il famoso "surge", le vittime civili in Afghanistan crebbero di colpo del 14%. O forse la coalizione americo-turco-saudita, quando colpisce in Siria, non spara a casaccio, come si dice che facciano altri. E anche questo è un bel cambio di passo, perché Unama (la missione in Afghanistan delle Nazioni Unite) "certificò" che nel 2009, in Afghanistan, morirono 596 civili a causa delle azioni della missione militare internazionale a guida e componente principale americana. Cifra scesa a 440 nel 2010 e a 270 nel 2011, ma pur sempre significativa.

Ora, se vogliamo esser seri, dobbiamo ammettere che non c'è alcuna vera guerra Usa all'Isis. C'è, invece, come ripetutamente teorizzato da importanti think tank e strateghi americani, il tentativo di dirigere l'Isis, di contenerlo in Iraq (per non consegnare definitivamente il Paese all'influenza dell'Iran e non minacciare il Kurdistan) e indirizzarlo contro Assad in Siria. L'importante è che i consiglieri della Casa Bianca stiano attenti a quel che fanno dichiarare a Obama. Il quale, proprio il giorno prima delle stragi di Parigi, disse in un'intervista che l'Isis era stato "contenuto" ("From the start our goal has been first to contain, and we have contained them"), mentre ieri il suo ministro della Difesa, Ash Carter, comparendo davanti alla Commissione Forze Armate del Senato, ha detto di essere d'accordo con il generale Dunford, capo di Stato maggiore delle Forze armate americane, il quale aveva appena dichiarato che "l'Isis non è stato contenuto".

Il tutto a seguito di un rapporto dell'intelligence (anticipato dal sito americano Daily Beast) che diceva: purtroppo no, l'Isis sta benone, i foreign fighters continuano ad arrivare e, anzi, c'è il pericolo che dalla Siria il jihadismo si estenda a molte altre parti del mondo. Sinistro presagio di quel che sarebbe stato annunciato nelle scorse ore: Al Baghdadi è vivo, è stato curato in turchia e ora si trova in Libia. chissà come ci è arrivato, tra l'altro?

Conclusione: preferiamo pensare che il Governo Usa abbia un piano che non ci piace, ma un piano, piuttosto che credere che Presidente e ministri della più grande potenza non sappiano quel che dicono o quel che fanno. 

sabato 5 dicembre 2015

Per fortuna che c'è l'Impero del Male! - Fulvio Scaglione

Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l'impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.

Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui l'Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l'Europa, usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei profughi. Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte su un'unica tragedia: comprando petrolio e opere d'arte dall'Isis; vendendo all'Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.

Certo, l'impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la Turchia, cariche di petrolio ”clandestino”, quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio. Qualche tempo fa, inoltre, Hisham al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di petrolio contrabbandato dall’ Isis in Turchia avevano raggiunto un massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250 mila barili al giorno.

Ma non importa, per fortuna l'ha detto l'impero del male e noi sappiamo che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice ”la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini” come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte ”la Turchia non c'entra”? Se non sapessimo che l'impero del male mente sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E' Obama che spalleggia gli amici dei terroristi. E' Obama che finge di combattere l'Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento: quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai jihadisti.

Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d'ora sanno dirti per filo e per segno che cos'è successo. Ma se lunghissime colonne di autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.

Non è dunque una gran fortuna sapere che l'impero del male mente sempre? E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada, c'è la Nato. L'Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria, ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli. E che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al ”liberi tutti” nell'intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e Gran Bretagna perché l'opinione pubblica non sopporta più le ciance, la Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini all'attacco e inviti al Montenegro. 

Quindi che gran fortuna che l'impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?

sabato 7 novembre 2015

I morti russi muoiono sempre un po’ meno - Fulvio Scaglione

Per una settimana quasi tutti i media occidentali, ritrosi come giovinette, han fatto di tutto per non parlare di terrorismo islamico.Anche se c'era la rivendicazione dell'Isis. Anche se le compagnie aeree (fatto significativo: per prime quelle delle monarchie del Golfo) annunciavano di aver sospeso i voli su quella rotta. Anche se i voli russi verso le spiagge dell'Egitto sono frequentissimi e non si era mai avuto notizia di problemi o incidenti.

Poi è arrivato il via libera americano: è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.

E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.

Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.

I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa, compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.

Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma. 

La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero, lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.


mercoledì 9 settembre 2015

dice papa Francesco: le parrocchie se si chiudono diventano un museo - Alberto Bobbio

Se le chiese e le parrocchie hanno le porte chiuse non si devono chiamare chiese, ma musei. Papa Francesco ammonisce nuovamente circa la forma della Chiesa come “casa accogliente” secondo lo spirito del Vangelo. Lo fa nel corso della catechesi generale che dedica alla Chiesa e alla famiglia, specificando che la Chiesa deve avere “la forma di una famiglia” che accoglie tutti e non quella di una “setta esclusiva”. Spiega che nella Chiesa c’è Pietro e Giovanni, ma anche “l’affamato e l’assetato, lo straniero, il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle”. Insomma tutti sono uguali per il Vangelo e tutti devono essere accolti allo stesso modo, perché così ha fatto Gesù. “E’ una lezione forte per la Chiesa, i discepoli stessi sono scelti per prendersi cura di questa assemblea, di questa famiglia di ospiti di Dio”. Bergoglio ha ribadito che l’alleanza tra famiglia e Chiesa è “cruciale”. Ha sottolineato che “non importa” se una famiglia “è povera” e “un po’ sgangherata”, perché la Grazia di Dio dà la forza per affrontare le situazioni. Anche la comunità cristiana deve fare la sua parte, ha aggiunto il Papa. E ha spiegato che bisogna superare “atteggiamenti troppo direttivi e troppo funzionali, favorire il dialogo interpersonale e la conoscenza e la stima reciproca”.  Il Papa ha citato anche una sua riflessione di qualche anno fa riportata in un libro pubblicato dalla Libreria editrice vaticana: “Contro i centri di potere ideologici, finanziari e politici, riponiamo le nostre speranze in questi centri dell’amore evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione e anche sul perdono tra noi.
da qui

se i Casamonica diventano star televisive (in Rai) - Antonio Sanfrancesco

Strano Paese, l’Italia. Per settimane intere si è discusso e polemizzato sul funerale show a Roma del boss Vittorio Casamonica tra carrozze, cavalli, elicotteri, petali di rosa, Rolls Royce, gigantografie del defunto vestito da Papa e le note del "Padrino" e di "2001 Odissea nello spazio". Sono intervenuti il prefetto Franco Gabrielli, il ministro dell’Interno Alfano, il sindaco Marino. Le immagini del funerale kitsch hanno fatto il giro del mondo coprendo di ridicolo e d’imbarazzo la Capitale e l’Italia intera. 
E ora? A distanza di venti giorni dal funerale che è stata l'esaltazione di un boss, la Rai, quindi ilservizio pubblico pagato con il canone di tutti i contribuenti, offre a Porta a Porta un’improbabile ribalta alla figlia del defunto, Vera Casamonica, per farle dire che suo padre «non era un boss» e che «lo chiamavamo papa perché era troppo buono, come papa Francesco»  Nientemeno. 

Che una figlia difenda il proprio padre è più che legittimo e anche umanamente comprensibile. Anche se si tratta di un uomo con numerosi precedenti penali tra cui ricettazione, truffa ed estorsione e per anni a capo di un clan, come ha accertato la magistratura, che ha occupato con metodi mafiosi un pezzo di Roma. Che lo faccia in televisione, in un programma della prima rete Rai, non solo è francamente inaccettabile ma anche offensivo nei confronti dei cittadini. Ora riprenderà, anzi è già ripreso a gran ritmo, il carosello di dichiarazioni indignate, dai politici con il Pd romano che ha detto che si è tratta di « un’offesa alla città» e ha invocato subito l’intervento della commissione di vigilanza Rai, al Codacons. Il tutto, forse, fino al prossimo talk show. Quando i reietti di ieri diventeranno star televisive.