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giovedì 10 settembre 2026

Una legge contro il dissenso, non contro l’antisemitismo - Alessandra Algostino*



La definizione IHRA entra nella legge e rischia di trasformare la lotta all’antisemitismo in uno strumento per delegittimare la critica a Israele e colpire le mobilitazioni per la Palestina. Nessuna discontinuità con le politiche razziste contro migranti e diritto d’asilo: prosegue il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso.

 

Mentre la legge elettorale ondeggia al ritmo dei sondaggi, con l’unico fine di tentare di mantenere il potere e realizzare surrettiziamente il premierato, la camera da oggi vota sul disegno di legge in tema di contrasto all’antisemitismo già approvato al senato.

È questa legge un’anomalia nel governo che si distingue per numerosità e intensità dei provvedimenti razzisti e repressivi?

Assolutamente no. Nessuna discontinuità rispetto al razzismo sottostante la demolizione del diritto di asilo, i provvedimenti disumani nei confronti di chi salva persona in mare, la necropolitica dei confini, ma una distorsione dell’antisemitismo per perseguire il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso.

Il cardine è l’adozione della Definizione operativa di antisemitismo proposta nel 2016 dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra), inclusi i suoi indicatori, al cui interno si annida l’equiparazione fra odio per gli ebrei e critiche ad Israele («negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti»). Sovrapporre l’«odio verso gli ebrei in quanto tali» a «ostilità nei confronti di Israele in quanto Stato degli ebrei» assicura ad Israele intoccabilità e un surplus di legittimità politica; oltre a veicolare un’altra sovrapposizione impropria, quella fra antisemitismo e antisionismo.

La proposta in discussione attribuisce la forza della legge alla definizione Ihra e, se pur in forme ammorbidite nel passaggio parlamentare (scompare ad esempio un palesemente incostituzionale diniego di autorizzazione alla riunione «antisemita»), introduce misure di prevenzione e contrasto che instaurano un meccanismo di disciplinamento nell’orizzonte di una democrazia identitaria, che delegittima e punisce la critica politica.

Gli incisi sulla salvaguardia della libertà di critica e l’autonomia di scuola e università (oggetto di particolari attenzioni), a fronte della pervasività della definizione Ihra, rischiano di essere mera retorica, mentre misure dal tono soft come monitoraggi, prevenzione, promozione, inducono autocensura ed esercitano effetti deterrenti e dissuasivi; per tacere della figura del Coordinatore nazionale, incardinato nel vertice dell’esecutivo e da esso nominato.

Sia chiaro: esista già una norma, l’art. 604-bis del codice penale, che punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, che menziona altresì esplicitamente la Shoa.

La ridondanza del nuovo disegno di legge manifesta la volontà di neutralizzare le mobilitazioni per la Palestina e, al contempo, costruire un concetto passe-partout per denigrare e reprimere qualsivoglia dissenso scomodo.

La forza culturale del ripudio dell’antisemitismo, pratica e tesi aberrante, diviene una clava per screditare e delegittimare chi oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale.

Non di contrasto all’antisemitismo si tratta ma di contrasto al dissenso, in coerenza con il diritto penale del nemico (e dell’amico) e una amministrativizzazione della sicurezza che strangola i diritti con misure di prevenzione e multe.

Paradossalmente, anche attraverso il contrasto all’antisemitismo avanza sotto mentite spoglie il fascismo: la ricontestualizzazione storica dell’antisemitismo funge da revisionismo e si accompagna alla delegittimazione dell’antifascismo (ultimo esempio, le liste di proscrizione di Trump, che hanno appena colpito Autistici/Inventati, nel silenzio complice del governo).

Contro un provvedimento che, sotto mentite spoglie, nasconde controllo e disciplinamento, approvato a larga maggioranza al senato (anche grazie al Partito democratico, fra astensioni e voti a favore), è necessario costruire una mobilitazione sociale, rivendicando il diritto di essere inequivocabilmente contro ogni forma di antisemitismo e di razzismo (islamofobia, disumanizzazione dei migranti) e, insieme, il diritto di criticare e mobilitarsi contro uno Stato, Israele, che pratica politiche coloniali e genocide.


*da il manifesto


da qui

venerdì 18 aprile 2025

Un paese che si identifica con ordine e polizia - Alessandra Algostino

 

C’era un disegno di legge in discussione in parlamento, detto «sicurezza», espressione del peggiore populismo penale, incostituzionale nell’anima e nelle disposizioni; il governo, con un golpe bianco (…invero nero), lo ha trasposto in un decreto legge. Al contenuto eversivo si aggiunge l’eversione nei rapporti fra governo e parlamento.

Troppo forte il termine eversione? Il passato non si ripresenta allo stesso modo, ma la mutazione della democrazia in regime autoritario attraverso vie legali non è un pericolo astratto; il suo progressivo svuotamento sostanziale sotto l’involucro è un percorso in atto. Il parlamento discute, o tenta di farlo, vista la scarsa disponibilità alla mediazione politica (nel senso di effettivo processo di integrazione politica), ma «i tempi si sarebbero prolungati troppo» (citazione del ministro Piantedosi). E allora interviene il governo, «nella sua più alta ma anche più concreta significazione di istituto atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nell’azione quotidiana si presentano, non impacciato da preventive compromissioni, non impedito da divieti insormontabili, non soffocato da dissidi, non viziato nella origine da differenze ingenite di tendenze e di indirizzi» (Mussolini, dibattito sulla legge Acerbo).

Iniziamo da qui: quali sono i motivi di necessità e urgenza? Leggendo la bozza compare solo un elenco tautologico di «considerata» e «ritenuta» «straordinaria necessità e urgenza»: mere clausole di stile, nulla di più. Come la Corte costituzionale ha ricordato più volte (da ultimo, sentenza 146 del 2024), il decreto legge è «uno strumento eccezionale», «la pre-esistenza di una situazione di fatto comportante la necessità e l’urgenza… costituisce un requisito di validità costituzionale»: in gioco sono gli «equilibri fondamentali della forma di governo». Con quanto ne consegue sulla forma di stato. L’abuso del decreto legge, stravolgendo il sistema delle fonti, viola la separazione dei poteri, che assicura la limitazione del potere: elemento imprescindibile di una democrazia costituzionale. È l’ennesimo atto di asservimento e annichilimento del parlamento. Ennesimo, e «pesante»: per i diritti su cui incide il provvedimento, per il suo essere oggetto di una forte contesa politica, perché si tratta di materia in discussione nelle aule parlamentari, per l’insussistenza palese della necessità e urgenza (a meno che non le si voglia ridurre al meschino mercanteggiamento di interessi tra le forze di maggioranza).

Veniamo al contenuto. Lo schiaffo al parlamento – in violazione della Costituzione e inaccettabile in ogni caso – salvaguarda almeno dalle innumerevoli incostituzionalità del disegno di legge? Dalla bozza che è dato leggere, no.

I rilievi del Quirinale sono recepiti al minimo possibile. Alcune norme sono semplicemente ammorbidite, come nel caso delle madri detenute o della richiesta di documento per la vendita della Sim agli stranieri (non è necessario il permesso ma c’è l’obbligo di un documento di identità). Altre sono oggetto di interventi di plastica facciale, come nelle ipotesi della punizione degli atti di resistenza anche passiva: si specifica che gli ordini la cui disobbedienza è punita riguardano il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, concetti passepartout. Sfiora il ridicolo la modifica della norma che riguarda l’aggravante «grandi opere», dove il riferimento alle opere pubbliche o infrastrutture strategiche è sostituito con «infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici». Di maggior rilievo, e indubbiamente positivo, lo stralcio della collaborazione di pubbliche amministrazioni e università con i servizi segreti, in deroga al diritto di riservatezza.

Restano, immutati, il reato di blocco stradale, la ridondante punizione dell’occupazione di immobili, l’ampliamento del daspo urbano, etc. La cappa illiberale e repressiva del provvedimento non muta: criminalizzazione e repressione del dissenso, stigmatizzazione e punizione del disagio sociale e della solidarietà, neutralizzazione del conflitto sociale. E restano il diritto penale dell’amico, i privilegi per la polizia, con il sotteso di uno stato che si identifica con le forze dell’ordine e l’obbedienza.
È sufficiente il restyling per tacitare – ed esautorare – l’opposizione e giustificare il silenzio calato sulla notizia? Il presidente della Repubblica, come garante della Costituzione, non dovrebbe domandare – cito Matteotti – «alla maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto»?

Lungo la china del male minore, si scivola nel baratro.

Ancora una volta è dalla piazza, che si vuole chiudere in una zona rossa del dissenso e del pensiero, che può venire una risposta.


Pubblicato sul manifesto del 6 aprile

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domenica 22 settembre 2024

Controcanto al ddl sicurezza, elogio del conflitto - Alessandra Algostino

 

Il disegno di legge 1660 approvato alla camera punta a negare il conflitto. Hanno deciso di sopprimere qualsiasi dissenso, che sia per le devastazioni ambientali e climatiche, che sia portato avanti da chi è schiacciato dalla povertà o da chi protegge la libertà di movimento. Si illudono di poter eliminare il conflitto, ciò che da sempre apre crepe nella storia scritta dall’alto. E la cui gestione resta anche la più importante antitesi alla guerra

 

Il disegno di legge (n.1660) “Piantedosi” è l’ennesimo provvedimento in materia di sicurezza, espressione della fascinazione per il populismo penale e la criminalizzazione di dissenzienti, poveri e migranti, che ha attratto nel corso degli anni in modo multipartisan le forze politiche. È un canto delle sirene irresistibile per gli amanti delle soluzioni autoritarie come per i patrocinatori delle agende neoliberiste: consente di archiviare le politiche sociali, delegittimando, espellendo e punendo la marginalità sociale come la contestazione politica. Un connubio perfetto per un neoliberismo, la cui aggressività e competitività contempla la normalizzazione della guerra, per una società dominata dal TINA (There is no alternative) e da logiche identitarie dicotomiche, e una destra (in)-culturalmente intollerante a limiti e critiche.

La divergenza politica e sociale, gli eccedenti, sono dunque i nemici; tanti gli effetti collaterali utili: il conflitto sociale non esiste e non ha titolo di esistere; le radici delle diseguaglianze sociali e della devastazione ambientale sono oggetto di un transfert che le addossa a chi le subisce e a chi le contesta; si crea uno stato di permanente emergenza e distrazione. Il nuovo provvedimento è emblematico in tal senso. Due esempi: le difficoltà abitative sono “risolte” con l’inasprimento delle pene per le occupazioni, indicando i movimenti per il diritto all’abitare come i colpevoli della situazione; le condizioni disumane in carcere e nei CPR scompaiono perché rese invisibili dall’impossibilità di mettere in atto qualsiasi tentativo di chi vi è rinchiuso di farsi sentire.

È un modus operandi, che, ancor prima degli specifici profili di incostituzionalità delle singole misure, è contro il progetto della Costituzione, che si propone, muovendo dalla consapevolezza dell’esistenza delle diseguaglianze esistenti, di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’emancipazione personale e sociale, mentre la sostituzione dello stato sociale con lo stato penale occulta, trasfigura e strumentalizza gli ostacoli.

Su il manifesto il disegno di legge è stato analizzato e criticato nella sua ratio e nelle sue disposizioni, vorrei ancora insistere su un punto. Il fil noir che lo attraversa è la negazione del conflitto, represso e surrogato con la figura del nemico; non è inutile allora ricordare qual è il senso del riconoscimento del conflitto. Il conflitto consente l’espressione dei subalterni, degli oppressi, delle vite di scarto (Bauman), dei dannati della terra (Fanon), ne riconosce l’esistenza e la legittimazione a lottare per la propria dignità e autodeterminazione. Il conflitto, dunque, produce riconoscimento, inclusione ed emancipazione. È emancipazione in sé e veicola emancipazione. Il conflitto è il motore che anima la dialettica della storia. La storia è «storia di lotta di classi», «di oppressori e oppressi», che «sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx); «sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello de’ grandi», «tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro» (Machiavelli). Il conflitto è un elemento dinamico, che veicola trasformazione. Chi avversa il conflitto tende a mantenere lo status quo, le relazioni di dominio e di diseguaglianza esistenti. È attraverso i conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano.

Il conflitto è anche il fondamento della democrazia; insieme ad una visione all’insegna della complessità, rende vivo il pluralismo; con la mobilitazione e l’attivismo che reca con sé sconfigge l’apatia, l’indifferenza, la passività, favorendo la partecipazione, che della democrazia è il cuore.

Preciso: il conflitto si pone in antitesi alla guerra. Si situa nell’orizzonte della complessità e della differenza, del riconoscimento reciproco, della discussione e della convivenza, mentre la guerra tende alla semplificazione identitaria, a una artificiale e coartata omogeneità, alla delegittimazione del nemico, e, in definitiva, alla sua eliminazione.

Il disegno di legge Piantedosi mira a negare il conflitto e si situa nello spazio della guerra contro il dissenso, i poveri, i migranti. L’orizzonte della trasformazione è sostituito dalla repressione; l’immaginazione e la pratica del cambiamento soffocati a colpi di reati; la democrazia diviene un mero simulacro che copre una gestione autoritaria e blinda un modello economico-sociale strutturalmente diseguale.

da qui

domenica 28 gennaio 2024

Una diversa idea di ordine pubblico - Livio Pepino

Nell’immaginario collettivo l’idea di ordine pubblico è associata a un territorio militarizzato, a schieramenti di polizia in assetto antisommossa, a manganelli e gas lacrimogeni, ad arresti e processi con rito direttissimo. Non a caso, ché questa è, da tempo, la regola: nelle città, nelle piazze, nelle strade e finanche nelle università (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/07/antifascismo-e-repressione-il-barometro-non-segna-bel-tempo/). Questa prassi è, per di più, affiancata da interventi dello stesso segno sul piano legislativo, su quello amministrativo e su quello giudiziario. Basti ricordare, per il primo versante, l’approvazione, nei giorni scorsi, della legge suoi cosiddetti eco-vandali (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/23/ma-chi-sono-i-veri-eco-vandali/), che inasprisce le pene, già abnormi, per la protesta ambientale e che fa seguito al ripristino del blocco stradale e all’aggravamento delle sanzioni per i reati commessi nel corso di manifestazioni (https://volerelaluna.it/politica/2018/12/05/il-decreto-sicurezza-guai-agli-ultimi-e-a-chi-dissente/) e, per gli altri profili, l’uso, nei confronti di attivisti e movimenti, di fogli di via a raffica (a partire soprattutto da un anno a questa parte: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/08/29/la-nuova-frontiera-della-repressione-i-fogli-di-via/) e di contestazioni abnormi in sede penale, fino all’associazione per delinquere e a reati di terrorismo (cfr. per tutti: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/07/13/costruire-il-nemico-askatasuna-i-no-tav-il-conflitto-sociale/ e https://volerelaluna.it/lavoro/2022/08/02/contro-la-repressione-del-sindacalismo-di-base-un-appello). A completare il quadro c’è la macroscopica involuzione sicuritaria della politica e, prima ancora, dei media che, contro ogni evidenza, prospettano con toni apocalittici l’esistenza di un conflitto sociale esplosivo, tale da mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini, così innestando un controcircuito di reazioni all’apparenza inarrestabile. Interessante è anche guardare chi sono i nuovi nemici della società, che hanno sostituito gli operai e i braccianti della metà del secolo scorso: sono gli studenti e gli attivisti ambientali, considerati alla stregua di pericolosi sovversivi (al pari degli odiati No Tav), in particolare dopo il fallimento dell’iniziale tentativo dell’establishment di blandire i Fridays for Future e di aggregarli all’affollato carro dei verdi di facciata e l’irruzione sulla scena di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione. Il quadro è chiaro: cambiano, nel nuovo millennio, gli attori e i protagonisti ma non i tratti più controversi della gestione dell’ordine pubblico.

È uno scenario inquietante e distopico di cui conviene, almeno, verificare l’impianto teorico. Lo si è fatto in un recente convegno torinese dedicato, appunto, a Una diversa idea di ordine pubblico.

 

Può essere utile, partendo da quell’analisi, evidenziare alcuni punti.

Primo. Il conflitto è, nelle società complesse, non solo inevitabile, ma anche auspicabile essendo, da sempre, il motore di ogni cambiamento sociale e politico. Superfluo aggiungere che esso disturba e infastidisce, per definizione, l’ordine costituito. È su questa divaricazione tra conflitto e status quo e sulla capacità di tenere insieme gli opposti che si gioca la partita dello Stato contemporaneo, il cui livello di democrazia si misura con la sua capacità di incorporare il dissenso e la protesta, anche la più radicale. Le democrazie, infatti, possono definirsi tali solo se sono capaci di dare un posto al disordine e di consentire spazio e agibilità anche a chi si propone di sovvertirne l’assetto attraverso un antagonismo accentuato e permanente. In caso contrario esse deperiscono fino a diventare – come si dice con un evidente e significativo ossimoro – “democrazie autoritarie”. È questa la posta in gioco delle politiche di ordine pubblico e di gestione dei conflitti (sociali, politici o ambientali che siano). E non è un buon segno la tendenza delle maggiori democrazie europee (dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania alla Spagna e all’Italia) a rispondere alla crisi di fiducia e di partecipazione che le attraversa con un crescendo di repressione e di politiche tese ad azzerare il conflitto e a rimuovere autoritativamente dalla scena pubblica i (reali o presunti) nemici.

Secondo. La gestione dell’ordine pubblico – dicono alcuni – non è una pratica per “educande” e l’esercizio della forza, definita “violenza legale”, è ad essa coessenziale. L’affermazione, pur contenente alcuni frammenti di verità, è, a bene guardare, fuorviante. Il problema, infatti, non sta in interventi circoscritti e specifici in situazioni deteriorate e non altrimenti risolvibili, ma nella definizione di una strategia generale di gestione del conflitto. Le scelte al riguardo possono essere (rectius, sono) assai diverse e valgono a definire una politica. Lo si vede agevolmente nella nostra storia nazionale. Nei primi decenni della Repubblica la difesa dello status quo avvenne con un uso indiscriminato della repressione: nelle piazze e nei tribunali. L’effetto fu devastante. Limitandosi al dato più eclatante, tra il 1946 e il 1977, il conflitto politico e sociale lasciò sulle strade e le piazze del Paese ben 157 morti (di cui 14 tra le forze di polizia e 143 tra i dimostranti). Poi, negli anni ‘80 e ‘90, in un diverso clima politico, la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia e il ricambio dei vertici degli apparati produssero una situazione diversa, pur nel drammatico contesto degli anni di piombo. In particolare si attenuò la strategia di controllo della piazza fondata sull’escalation nell’uso della forza, sostituita (almeno parzialmente) con una sorta di governo negoziato del conflitto nel quale – come è stato scritto – il diritto di manifestare pacificamente era considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta venivano tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia veniva considerata fondamentale per una evoluzione pacifica della protesta, si evitava il più possibile l’utilizzazione di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi. Tutto questo fu il frutto di una scelta politica più generale, favorita dall’amnistia politica concessa nel 1970 per chiudere la stagione dell’autunno caldo del 1969, seguita anche da un alleggerimento del sistema penale. Poi è arrivato il G8 di Genova del luglio 2001 e, con esso, la gestione muscolare e repressiva dell’ordine pubblico è tornata ad essere la regola.

Terzo. L’escalation dell’uso della forza e della repressione penale nelle politiche di ordine pubblico non solo non è necessitata ma è viziata da una pregiudiziale ideologica e mostra una insufficiente percezione delle dinamiche dei fenomeni sociali. Il conflitto infatti, come ogni fenomeno sociale, è fatto di relazioni. Non è una realtà statica in cui le parti si contrappongono con posizioni immodificabili ma una situazione in divenire nella quale le parti interagiscono con comportamenti che si influenzano e modificano reciprocamente. Così, ad atteggiamenti violenti corrispondono tendenzialmente reazioni violente, mentre a comportamenti dialoganti corrisponde, altrettanto tendenzialmente, un’accettazione del confronto. Anche qui soccorre l’esperienza: è un dato acquisito che, con la polizia disarmata, il livello dello scontro di piazza si abbassa (come dimostrano risalenti esperienze del Regno Unito e quella, recente, dei primi tempi del governo di Syriza in Grecia). Questa consapevolezza è particolarmente importante nell’attuale situazione italiana caratterizzata, nonostante l’elevato livello di sofferenza sociale, da un conflitto di bassa intensità, ben diverso da quello che ha destabilizzato il Paese in epoche neppur tanto lontane. Basti ricordare i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti del 1948, la sommossa di Genova del luglio 1960 e i successivi fatti di Reggio Emilia, le manifestazioni del 1962 in piazza Statuto a Torino, la “battaglia” di Valle Giulia del marzo 1968 a Roma e i successivi scontri di piazza Farnese (dove comparvero per la prima volta le bottiglie incendiarie), la rivolta di corso Traiano, a Torino, nel 1969 o, ancora, i moti di Reggio Calabria, organizzati dal movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971, paralizzò la città per sei mesi con sei morti, assalti alla questura e alla prefettura e lo schieramento, come risposta, dei carri armati sul lungo mare. Riportato il conflitto attuale alle sue dimensioni reali – si ripete, di bassa intensità – è agevole cogliere la praticabilità di una sua gestione pacifica e inclusiva, opposta a quella, violenta e conflittuale, che caratterizza l’odierna scena politica. Se ciò non accade non è per una caratteristica ontologica delle politiche di ordine pubblico ma perché quel che si vuole realizzare non è un governo razionale del conflitto ma un irrigidimento autoritario del sistema.

Una conclusione è, alla luce di quanto precede, possibile: conflitto e ordine pubblico sono concetti polivalenti che si prestano a declinazioni e pratiche diverse. Il punto è l’obiettivo che si persegue…

giovedì 14 dicembre 2023

paese che vai polizia che trovi!

Picchiata dalla polizia insieme ai miei studenti - Alessandra Algostino

La repressione del dissenso provata sulla testa. La testimonianza della Professoressa Alessandra Algostino delle cariche della polizia all’università di Torino

(da il manifesto)

Poco più di un mese fa la polizia in assetto antisommossa saliva le scale del Campus Luigi Einaudi, università di Torino. Un’immagine forte, inquietante, per chi, come chi scrive, insegna, studia, lavora in università.

Seguivano cariche. Tutto “a protezione” di un’iniziativa del Fuan con la presenza dell’assessore regionale di Fratelli d’Italia. Il diritto di contestazione impedito, studenti bloccati nelle aule, lezioni interrotte.

La risposta è stata una assemblea antifascista, viva e intensa, partecipatissima da studenti e anche docenti, mentre, come si suol dire, assordante era stato il silenzio del rappresentante della comunità accademica, il rettore.

Martedì 5 dicembre, la scena si è ripetuta, questa volta appena fuori dai cancelli dell’università. Mentre gli agenti della Digos riprendevano dai locali dell’università (domanda: chi li ha autorizzati?), null’altro che inizialmente il normale passaggio di persone in un campus universitario, un ingente schieramento di polizia bloccava la strada. A quanto abbiamo appreso, erano stati chiamati dal Fuan che intendeva distribuire volantini, e prontamente accorsi; chiamati a priori, prima di qualsivoglia necessità di intervento a tutela dell’ordine pubblico, ovvero della sicurezza di tutti – e sottolineo tutti. Una sorta di scorta personale? Solo una considerazione, particolarmente dolorosa nel giorno dei funerali di Giulia Cecchettin: la stessa solerzia non c’è quando le donne chiamano temendo una violenza.

Abbiamo provato ad intervenire identificandoci come docenti e interloquendo con la dirigente di piazza, per poi frapporci fisicamente tra la polizia e gli studenti, con l’intento, forse un po’ ingenuo, ma doveroso verso gli studenti, di contribuire a garantire l’esercizio del diritto di contestazione senza violenza, senza interventi violenti della polizia, come da poco avvenuto. Sembrava tutto finito, il Fuan si era allontanato, gli studenti avevano intonato “Bella ciao” e stavamo per tornare al nostro lavoro, quando improvvisamente la carica, gli scudi e i manganelli addosso. La storia mia e della collega, Alice Cauduro, finisce al pronto soccorso, con sette giorni di prognosi, come quella di una studentessa con il braccio rotto; le cariche sono proseguite, altri studenti sono stati picchiati, uno studente è stato fermato e rilasciato all’alba.

Sporgeremo denuncia per l’aggressione violenta e gratuita subita da parte delle forze dell’ordine e chiediamo, sin d’ora, al rettore di intervenire presso la questura.

I due fatti, non isolati, ma scene ripetute, a Torino, come altrove, indicano una chiusura degli spazi di protesta e una repressione del dissenso che si inasprisce di decreto sicurezza in decreto sicurezza, e si è aggravata con un governo che, dal primo decreto sui rave, ha adottato un numero impressionante di decreti che criminalizzano la solidarietà, puniscono dissenso, migranti e disagio sociale; per tacere di un clima bellico, che delegittima il “nemico” e nega possibilità di espressione al pluralismo, al conflitto, alla critica, al ragionamento complesso.

Dagli attivisti del clima ai lavoratori della logistica agli interventi contro le occupazioni abitative, tra nuovi reati e abuso degli strumenti penali esistenti, la morsa si stringe.

L’espressione del dissenso è elemento costitutivo e imprescindibile della democrazia, come lo è l’esercizio del diritto di sciopero negato dalle precettazioni.

L’antifascismo è il fondamento della Repubblica e attraversa tutta la Costituzione: gli studenti in presidio lo stavano difendendo. L’università deve essere un luogo – antifascista – di costruzione di sapere critico, aperto alla partecipazione e al dissenso.

È un mondo a rovescio, non permettiamo che diventi la norma.

da qui

 

 

Bologna: Studentessa colpita con un calcio al pube. I collettivi accusano polizia

E’ successo durante le proteste che mercoledì hanno risposto agli sgomberi di via Corticella e via Filopanti: è “una violenza sessuale praticata da un uomo, nel corso dello svolgimento di un’attività in divisa”, affermano Cua e Plat, annunciando l’intenzione di “denunciare questo poliziotto, il suo caposquadra, il questore ed il ministro”.

da zic.it

 

E’ la denuncia diffusa dal Cua e da Plat sui social. “Lo scorso mercoledì 6 dicembre la città di Bologna si è svegliata con lo sgombero di due occupazioni abitative“, GlitcHousing in via Filopanti e Radical Housing Project in via Corticella: “Decine di donne, bambin3, lavoratrici, migranti, student3 sono stat3 privat3 della propria casa. Un problema di ordine sociale – la violenza sistemica che quotidianamente parla di aggressione alle povertà, solitudine, sfruttamento e patriarcato – è stato trasformato in questione di ordine pubblico. La muraglia solidale che si è erta a difesa del diritto ad una vita degna è stata colpita dai manganelli di stato. La scellerata aggressione poliziesca si è mostrata in tutta la sua violenza, in un trionfo di machismo e testosterone. In una giornata in cui la violenza di stato ha colpito in tanti modi chi lotta ogni giorno per la propria sopravvivenza, l’abuso poliziesco si è spinto ad assaltare un corteo alle spalle, prendendo di mira in modo particolare e reiterato le giovani compagne presenti, arrivando a sferrare calci nella vagina/nelle parti intime una studentessa”.

Per questo “domani alle 11 ci vediamo all’incrocio tra via Irnerio e via Centotrecento, uno dei teatri degli abusi di polizia dello scorso mercoledì, per denunciare pubblicamente quanto avvenuto. Al grido di ‘Mai più zitte, mai più sole!’, non possono farla franca!”, scrivono i collettivi, sottolineando che l’agente ha “perpetrato un’aggressione sessuale a danno di una studentessa, con un calcio tirato violentemente sul pube con gli anfibi dalle punte rinforzate”. Per le/gli attiviste/i, che pubblicano una foto dell’episodio alquanto esplicita, “questi gesti non possono essere classificati come legittima procedura di ordine pubblico, ma rappresentano una violenza sessuale praticata da un uomo, nel corso dello svolgimento di un’attività in divisa per conto della Stato, ad una ragazza disarmata”. Da qui la decisione di “denunciare questo poliziotto, il suo caposquadra, il questore ed il ministro, tutti responsabili delle procedure di ordine pubblico: il primo per aver agito e gli altri come responsabili e civilmente obbligati per i danni causati dal proprio personale”.

L’audio della conferenza stampa a cura dalla redazione emiliano romagnola di Radio Onda d’Urto. Ascolta o Scarica

da qui

 

 

Torino: Ispezione al centro sociale Askatasuna. Meloni e Salvini ordinano, la Questura esegue

Operazione di polizia al centro sociale occupato Askatasuna di Torino. Alle 7 del mattino di lunedì 11 dicembre, digos, celere, carabinieri hanno raggiunto lo stabile di corso Regina Margherita e circondato l’isolato con i blindati, accompagnati anche da Asl e Vigili del fuoco.

L’operazione, terminata a metà mattinata, ha portato al prelievo di alcune bombole di gas vuote dalla cucina ma niente è stato sequestrato, al contrario di quanto accaduto lo scorso gennaio – quando durante una perquisizione erano stati sequestrati gli impianti audio per le serate musicali ed erano stati posti i sigilli ad alcuni locali dell’edificio – o lo scorso giugno, quando un blitz analogo era terminato con i sigilli al Csa Murazzi.

La corrispondenza da Torino di Radio Onda d’Urto e il commento di Martina, del centro sociale Askatasuna. Ascolta o scarica.

Il comunicato del Centro Sociale Askatasuna

Ci risiamo. La questura di Torino non riesce a dormire sonni tranquilli sapendo che il centro sociale Askatasuna rischi di avere qualche difetto strutturale, che i muri abbiano qualche crepa, che l’impianto elettrico non sia a norma, che tutte quelle bombole del gas possano mettere in pericolo la nostra incolumità. E così, di buon mattino, per dare una sveglia e un buon natale dopo esser rimasti un po’ male per il successo del week end di lotta in val di Susa, sono arrivati per circondare il – fatiscente a nostra insaputa – centro sociale. Chiuso l’isolato, per evitare che mamme coi passeggini potessero avvicinarsi a un luogo tanto insicuro, con celere e carabinieri, decine di agenti della Digos accompagnati da vigili del fuoco, Asl e Servizio Prevenzione e Sicurezza del Lavoro sono entrati a ispezionare piano per piano il centro sociale. Non hanno portato via niente, se non i vuoti delle bombole del gas che servono per cucinare, hanno però ispezionato con solerzia con l’obiettivo di stabilire lo stato di agibilità e sicurezza dell’immobile. Perché se il risultato di questo passaggio sarà una dichiarazione di inagibilità la questura avrà campo libero per – infine – mettere sotto sequestro tutto l’edificio, mettere i sigilli ed effettuare così lo sgombero tanto agognato. Non a caso succede oggi, quando i titoli dei giornali di questi giorni sbandierano la visita di un “non intimorito dai notav” Salvini che andrà a ispezionare il cantiere di Chiomonte il prossimo lunedì in occasione dell’avvio dei nuovi lavori. Insomma, c’è chi ispeziona cantieri e c’è chi ispeziona edifici, in un’atmosfera di minaccia nemmeno tanto velata da parte di chi subisce il fascino dei pagliacci leghisti che arrivano da lontano.

Le conosciamo ormai queste mosse da vigili urbani della questura torinese, proprio qualche mese fa stessa sorte è toccata al csa Murazzi che, dopo ispezione e dichiarazione di inagibilità, è stato messo sotto sequestro quest’estate, chiudendo uno spazio storico della città di Torino simbolo della cultura e della musica alternative in questa città. Adesso la questura di Torino dovrebbe spiegarci da dove nasce questa morbosa attenzione alla sicurezza per lo stabile di corso Regina Margherita 47 perché, a nostro modo di vedere, ci sarebbero tanti posti che necessiterebbero di un’accurata ispezione e messa in sicurezza: pensiamo all’ospedale di Tivoli in cui sono morte tre persone a seguito di un incendio, pensiamo ai tetti delle scuole che crollano in testa agli studenti, pensiamo ai treni che deragliano o che investono gli operai stessi che lavorano sui binari, pensiamo ai morti per la mancanza di sicurezza sul lavoro o a scuola per l’alternanza scuola-lavoro. Ci sembra che questa storiella dei rischi per la sicurezza all’interno degli spazi sociali sia una bella invenzione di una qualche mente contorta che, non sapendo più a quale santo rivolgersi per ottenere lo sgombero del centro sociale Askatasuna, debba ricorrere a cavilli burocratici che farebbero ridere un qualsiasi gestore di un locale pubblico, a scorciatoie giudiziarie per evitare di tirare fuori l’asso nella manica e usare la forza bruta per mettere fine all’esperienza pluridecennale del centro sociale.

Il tempo è tiranno, si sa, eppure addirittura la magistratura, che sappiamo bene quanto ci tenga a mantere una corsia preferenziale per concludere in tutta fretta i procedimenti a carico dei notav e dei movimenti sociali, lascerà passare un anno prima della prossima udienza per il processo di associazione a delinquere. E qui c’è qualcuno che ha molta fretta, probabilmente per potersi togliere quel sassolino dalla scarpa che sta diventando un macigno perché nel frattempo la rete a sostegno del centro sociale Askatasuna si allarga, la legittimità della partecipazione alle lotte in città da parte dei compagni e delle compagne che fanno parte di questa realtà è forte e il governo a guida Meloni tira dritto nonostante un’insofferenza sociale diffusa e inascoltata. In questi ultimi mesi abbiamo visto come siano stati messi svariati tasselli per andare nella direzione di uno sgombero senza dover fare brutte figure, dalla perquisizione e messa sotto sequestro dell’impianto audio e dei frigoriferi dell’aska, ai sigilli al csa Murazzi, dalle multe di centinaia di migliaia di euro per i concerti e le feste, alle denunce per aver organizzato degli eventi pubblici, la fantasia galoppa. Non sappiamo quale sarà il risultato dell’ispezione di questa mattina ma a conti fatti ci sembra molto probabile l’opzione di una messa sotto sequestro dell’intero spazio che non sappiamo in che tempi avverrà.

Per questo motivo invitiamo tutti e tutte a partecipare numerosi all’appuntamento di venerdì 15 dicembre al centro sociale Askatasuna per un momento di incontro e confronto su quanto sta accadendo in occasione della consueta apertura del centro per il dopolavoro. Pensiamo che nonostante questi innumerevoli tentativi di mettere i bastoni fra le ruote atti a chiudere spazi di aggregazione, socialità e lotta la nostra priorità debba essere non perdere tempo dietro a questi attacchi, ma concentrarci sulle necessità che il presente che viviamo impone, continuare a incontrarci, unirci nelle lotte come unica possibilità per contrastare questo impianto repressivo generalizzato. Parlano di agibilità degli edifici per nascondersi dietro al dito della motivazione profonda che spinge a effettuare queste operazioni: qui si tratta di voler impedire qualsiasi agibilità politica in città e non solo, per sopire le spinte contrarie a un sistema di profitto che ci vorrebbe silenti e a testa bassa a lavorare.

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Extinction rebellion: fogli di via da Venezia di 4 anni dopo l’azione sul canal grande

 L’azione di Extinction Rebellion sul Canale di Venezia si conclude con 28 denunce, 5 fogli di via, 2 DASPO urbano di 48 ore e il sequestro di tutti i materiali. “Un fatto gravissimo che viola i nostri stessi principi democratici: fogli di via illegittimi dati anche a studentesse della Ca Foscari, denunciati tutti i fotografi e videomaker, portato in questura anche un turista

di Extinction Rebellion

Dopo l’azione di ieri di Extinction Rebellion, in cui sono state tinte di verde le acque del Canal Grande e di altri fiumi e canali italiani, 28 persone sono state portate in Questura, a Venezia, e rilasciate dopo 6 ore. Sono state tutte denunciate per manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS), interruzione di pubblico servizio (art. 340 cp), sversamento di sostanze pericolose (art. 674 cp) in concorso (art. 110 cp). A cinque di loro è stato rilasciato un foglio di via obbligatorio di 4 anni e a 3 persone un DASPO urbano di 48 ore. Sequestrati tutti i materiali, comprese anche alcune macchine fotografiche.

“Denunce completamente pretestuose, che non hanno nessun legame con i fatti realmente commessi. Denunce notificate indiscriminatamente a tutte le persone identificate” riporta Extinction Rebellion. Tra le persone portate in questura vi era infatti anche un turista, che si trovava a Venezia per due giorni, e quattro persone dell’ufficio stampa, compresi i fotografi e videomaker. Ad eccezione del turista (graziato nonostante le 6 ore di fermo in questura), tutte le altre persone sono state denunciate per tutti e quattro i capi d’accusa. Anche chi dava volantini o, appunto, faceva foto e video. Il fatto più grave, tuttavia, è che cinque persone siano state espulse da Venezia per 4 anni, nonostante alcune di loro siano studentesse alla Ca’ Foscari di Venezia. Si tratta infatti di una applicazione illegittima di un provvedimento pensato per reati di mafia e che, secondo la legge stessa, non può essere notificata a chi ha un legame con la città.

         “Il Questore di Venezia – in linea con il sindaco Brugnaro e il ministro delle Infrastrutture Salvini – ha quindi deciso arbitrariamente che alcune persone che hanno semplicemente partecipato ad una manifestazione siano colpevoli di reati gravissimi, che le renderebbe “persone pericolose” e per questo debbano essere allontanate dalla città per quattro anni, il massimo possibile, violando il loro diritto costituzionale alla manifestazione del pensiero” commenta ancora Extinction Rebellion. Negli ultimi mesi, in Italia, le persone che scendono in strada per denunciare l’incapacità dei governi mondiali e del governo italiano nell’affrontare la crisi climatica vengono definite, dalle questure delle città, “un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico”, e per questo vengono sistematicamente espulsi dalle città senza ormai aspettare più nemmeno i processi. “Giorno dopo giorno, le Questure di tutta Italia notificano denunce pretestuose per reati non commessi, costruendo una narrazione che definisce chi aderisce ai movimenti climatici come ecoterrorista, ecovandalo e criminale” denuncia Margherita, una delle persone espulse da Venezia. Denunce che vengono puntualmente non perseguite dai magistrati o per le quali viene chiesta l’archiviazione, “ma che sono un chiaro tentativo di spaventare, intimidire e isolare che esprime dissenso” conclude.

A Venezia il livello del mare si sta alzando sempre di più. Tre persone si sono calate con imbraghi da un ponte per ricordarlo a tutti i cittadini, e sono state denunciate, espulse dalla città per 4 anni e umiliate pubblicamente dal Sindaco e da un Ministro del Governo italiano.

Chi accuseranno quando il Canal Grande sarà davvero bloccato perché il mare avrà invaso Venezia?

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domenica 3 aprile 2022

Quando la concorrenza è contro la Costituzione - Alessandra Algostino

 

 

Numerosi enti locali (fra i quali, da ultimo, il 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, il comune di Roma Capitale) hanno adottato mozioni in opposizione all’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza (A.S. 2469, Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021). Attraverso la campagna per lo stralcio dell’art. 6 passa lo scontro tra due visioni del mondo: da un lato la prospettiva, che ha la sua trascrizione giuridica nella Costituzione, che pone al centro la persona inserita in una rete di relazioni, la dignità, i diritti, la partecipazione, la solidarietà; dall’altro, la «lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere» (Gallino). L’orizzonte del disegno di legge, che costituisce una riforma “abilitante” del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è ordoliberale: innanzitutto vengono il privato, l’impresa, gli investimenti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/12/il-disegno-di-legge-concorrenza-ovvero-la-festa-delle-privatizzazioni/). È dall’economia di mercato che possono discendere eventuali benefici sociali: il soggetto e l’oggetto sono l’impresa. L’art. 6 prevede una delega in materia di servizi pubblici locali, per «armonizzare la normativa nazionale», nell’intento di «ribadire, in primo luogo, il doppio fine della tutela e della promozione della concorrenza menzionato nel PNRR: quello dell’efficienza economica e quello della giustizia sociale» (così nella Relazione che accompagna il disegno di legge). Scorrendo i principi e i criteri direttivi del futuro decreto legislativo, tuttavia, a dominare è la concorrenza intesa come obiettivo autoreferenziale; obiettivo perseguito a discapito del progetto costituzionale di emancipazione e del ruolo dei Comuni (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/11/12/draghi-allassalto-dei-servizi-pubblici-locali/).

Il dominio della concorrenza è coerente con la Costituzione?

La «tutela della concorrenza» è esplicitamente menzionata nel testo costituzionale all’art. 117, comma 2, lett. e, e può essere ricondotta alla libertà economica di cui all’art. 41 (co. 1), ma questo non la svincola da un rapporto di necessaria conformità rispetto all’utilità sociale (art. 41, co. 2), che ne determina i limiti, in connessione con la previsione dell’attività legislativa di indirizzo e coordinamento a fini sociali (art. 41, co. 3). Nemmeno vale il richiamo all’ordinamento dell’Unione europea (nella Relazione si legge del «potenziamento delle regole pro-competitive» come «fortemente voluto dalle istituzioni dell’Unione europea»): a) se si considera la disciplina in tema di servizi di interesse economico generale, essa non contempla un obbligo generalizzato di liberalizzazione; b) se, andando alle radici, si cita l’inserimento fra gli obiettivi dell’Unione (art. 3.3 TUE) dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», restano i limiti e gli indirizzi in senso sociale dell’economia di cui all’art. 41 Costituzione, i quali, dato il loro stretto collegamento con l’art. 3, co. 2, integrano un principio fondamentale e, quindi, un controlimite, in caso di contrasto, rispetto al diritto dell’Unione europea. Non è la concorrenza il paradigma dei rapporti fra istituzioni e imprese, o fra politica ed economia, ma sono il progetto costituzionale di emancipazione personale e sociale e il principio personalista, che pone al centro la dignità della persona. La concorrenza non necessariamente, nel perseguire l’interesse individuale alla massimizzazione del profitto, è coerente con l’utilità sociale. L’utilità sociale non è veicolata di per sé dalla concorrenza, ma piuttosto della concorrenza costituisce un limite (rafforzato dal suo legame con l’art. 3, co. 2), nell’intento di concretizzare l’eguaglianza sostanziale e liberare tutte le persone da bisogni ed ostacoli al “pieno sviluppo”.

La concorrenza – può aggiungersi – è strutturalmente una modalità competitiva, che tende a creare diseguaglianza e a incrementarla. Essa può produrre ricchezza, ovvero profitti, ma questo non implica una redistribuzione o un miglior godimento dei diritti. Rimuovere gli ostacoli alla concorrenza – in una battuta – non equivale a rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza.

Infine, la concorrenza, nel disegno di legge, si accompagna a una razionalizzazione e a una semplificazione, che facilmente degradano in una de-regolamentazione; basti in proposito ricordare come Tocqueville (La democrazia in America, 1835) scrivesse come il «principale merito» delle forme «è di servire di barriera fra il forte e il debole, il governante e il governato…».  

Il senso costituzionale dell’autonomia locale

Il Testo unico delle leggi sugli ordinamenti locali (D. lgs. n. 267 del 2000), dopo aver proclamato che «il comune è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo» (art. 1, co. 1), stabilisce che «spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione e il territorio comunale», in particolare nei «servizi alla persona e alla comunità» (art. 13 TU). Il testo unico è coerente con gli articoli 118 (che attribuisce in via generale le funzioni amministrative ai Comuni) e 5 della Costituzione.

L’autonomia locale è inserita tra i principi fondamentali della Carta (art. 5), a sottolineare la connessione che esiste tra essa e principi quali democrazia, sovranità popolare, uguaglianza, solidarietà. L’autonomia è impregnata di tali principi e il riferimento all’unità, sempre nell’art. 5, ribadisce la sua inclusione in un comune orizzonte incardinato intorno alla dignità, ai diritti, all’emancipazione. È un’autonomia – quella costituzionale – che esprime un’idea di territorio come luogo vissuto, spazio di riconoscimento della pari dignità sociale, di esercizio dei diritti, di soddisfazione dei bisogni. Attraverso l’autonomia passano il pluralismo, la sovranità come appartenente al popolo e intrinsecamente plurale, la valorizzazione della partecipazione. La prossimità è vista come garanzia, attraverso la vicinanza e l’effettività, di concretizzazione dei diritti, in armonia e al servizio del progetto costituzionale di uguaglianza sostanziale (si ritorna all’art. 3, co. 2, Costituzione). I servizi pubblici locali sono strumento per la tutela della persona, della sua dignità, della sua emancipazione, dei suoi diritti: a questo sono finalizzati e a questo devono tendere, non al profitto, all’efficienza economica “what ever it takes” (fermo restando, peraltro, il rigetto della vulgata del “pubblico inefficiente”).

è un quadro in linea anche con quanto si legge nella Carta europea dell’autonomia locale (Strasburgo, 15 ottobre 1985): «per autonomia locale, s’intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare […] a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici» (art. 3). «A favore delle popolazioni», ovvero in stretta connessione con la centralità della persona, l’uguaglianza, la solidarietà, nella prospettiva dei diritti; e, per inciso, lontano da pulsioni territoriali egoistiche (il pensiero è all’autonomia differenziata).

L’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza si inserisce in opposizione, in distonia, rispetto a questo quadro. Da un lato, il focus è, come anticipato, sulla tutela della concorrenza e non sul servizio teso ad assicurare il godimento dei diritti (fra i quali, in primis, il «diritto umano all’acqua», come è definito nella Risoluzione del 2010 delle Nazioni Unite). L’art. 6 (co. 2, lett. a) del disegno di legge concorrenza si premura in primo luogo di precisare che l’individuazione delle «attività di interesse generale», necessarie per «assicurare la soddisfazione delle esigenze delle comunità locali», è «da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza». Dall’altro, dal complesso delle varie disposizioni dell’articolo 6 si evince un processo di privatizzazione che ha la sua apoteosi nella lettera f del comma 2, dove si prevede l’obbligo per l’ente locale di una «motivazione anticipata e qualificata per la scelta o la conferma del modello dell’autoproduzione». Il pubblico viene configurato come recessivo: per esistere deve giustificarsi. Il modello è il mercato, è il privato, è la concorrenza. Il testo è chiaro: «oltre la motivazione anticipata e qualificata», in caso di opzione per l’autoproduzione, si richiede che la relativa decisione sia trasmessa «tempestivamente» all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e si prevede che sia soggetta a «sistemi di monitoraggio dei costi» (art. 6, co. 2, lett. g e h). Non solo: alla lett. q si prevede una «revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica»: una perifrasi per alludere a vendita di beni pubblici e, di nuovo, privatizzazione?

Il fine perseguito non pare, come pur recita il disegno di legge, «la soddisfazione delle esigenze delle comunità locali», nella prospettiva – si può aggiungere – della rimozione degli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona e alla sua effettiva partecipazione alla vita del Paese (art. 3, co. 2, Costituzione), ma quella «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali» indicata come «necessaria» nella nota lettera della Banca Centrale Europea, a firma di Draghi e Trichet, inviata al “Primo ministro” (così testualmente) il 5 agosto del 2011.

Attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, si svuota l’autonomia territoriale, si restringono gli spazi di scelta politica degli enti locali, con un vulnus alla sovranità popolare, alla sua espressione plurale, alla partecipazione: non nel nome, dunque della Costituzione, ma in linea con una governance – per inciso, una brutta parola – del PNRR, top-down, locuzione quest’ultima à la page per sottolineare l’accentramento di poteri, a discapito delle autonomie territoriali, relegando i comuni in un compito di attuazione ed escludendoli dal processo decisionale. Ancora: con la privatizzazione si indebolisce il senso costituzionale di un’autonomia locale concepita in stretta connessione con la garanzia dei diritti e la concretizzazione di un progetto di emancipazione sociale, si svuota la funzione sociale dei comuni e si abbandona il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli, il cuore del progetto costituzionale. Un compito – si può annotare – che era stato difeso dai cittadini, quando con il referendum del 12-13 giugno 2011, il 95,35% dei votanti (affluenza 57.04% del corpo elettorale) si era espresso per l’abrogazione di norme che consentivano di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati. Un primo tentativo di aggirare l’esito referendario, attraverso il sostanziale ripristino della normativa abrogata, era stato respinto dalla Corte costituzionale (sentenza n. 199 del 2012); oggi ritorna l’arroganza di chi vuole stracciare la volontà popolare e neutralizzare la Costituzione sostituendola con una razionalità altra, neoliberista.

L’art. 6 del disegno di legge sulla concorrenza manifesta una volta di più la prassi di agire “come se la Costituzione non esistesse”; una prassi invero pervasiva, che dilaga nei rapporti fra gli organi costituzionali, si esprime nell’abbandono del progetto di emancipazione, nella rimozione del conflitto sociale e nell’egemonia dell’economia sulla politica. L’invito allora è a opporsi ad un disegno di legge che assume come grundnorm la competitività, per tornare alla Costituzione, a un progetto che pone al centro la persona e la sua emancipazione, per ragionare – per dirlo con Pasolini – non di sviluppo, ma di progresso.

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