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lunedì 12 febbraio 2024

Ernst Bloch: perché ci si alza la mattina? - Rocco Ronchi

Ci sono delle buone ragioni per sperare? Oppure, detto più prosaicamente ma anche in modo maledettamente più concreto, “perché ci si alza la mattina?”. Se nella notte ci si è rigirati insonni nel letto era proprio perché quella domanda non sembrava trovare risposta. La speranza in certe ore notturne è proprio come morta. “Perché ci si alza allora la mattina?” chiede il filosofo Ernst Bloch nella sua conversazione del 1964 con Theodor W. Adorno, da lui chiamato amichevolmente Teddy (Qualcosa manca… sulla contraddizione dell’anelito utopico contenuta in Ernst Bloch, Speranza e utopia, Conversazioni 1964-1975, a cura di R. Traub e H. Wieser, Mimesis, Milano 2022). Quali sono le radici metafisiche di quella folle speranza in un giorno migliore senza la quale l’esistenza sarebbe intollerabile? Il curatore italiano del libro Eliano Zigiotto, come Laura Boella, che lo correda con una breve e intensa post-fazione (dal titolo: Il coraggio di sperare e di disperare) insistono nel “datare” queste conversazioni: sono, ripetono, di cinquanta – sessanta anni fa quando il mondo era profondamente diverso, quando la guerra fredda imperava e la filosofia era praticata come atto critico e sovversivo.

Bloch e Adorno (per non parlare di György Lukács, compagno di studi filosofici del giovane Ernst, anche lui fugacemente presente in questi dialoghi) erano filosofi che nell’hegelo-marxismo avevano il loro orizzonte di riferimento teorico e nel socialismo quello pratico. Le loro strade certo divergono, anche drammaticamente, ma tutti condividono la speranza in una trasformazione radicale dello stato di cose, anzi il loro dissidio nasce proprio dai diversi modi in cui questa comune speranza può essere declinata.

Ora, quel mondo è indubbiamente tramontato al punto che nemmeno chi si propone di rinnovare la malmessa sinistra italiana osa pronunciare quella parola, “socialismo”, che per Ernst come per Teddy era pressoché un’ovvietà. “Socialismo” era per loro “il sogno di una cosa” latente nel “processo storico”, di cui si poteva discutere la praticabilità ma non certo la “necessità”.

Eppure quella domanda, “perché ci si alza la mattina?”, rimbomba più che mai nella nostra testa frastornata. Ciò si deve, forse, al fatto che quella domanda non ha a che fare con il tempo lineare degli eventi, piuttosto va alla radice del tempo, chiede di qualcosa che non è più tempo, qualcosa che se ne sta fuori dal tempo, come il celebre exaiphnes di cui parlava il Parmenide immaginato da Platone, un “improvviso” (così bisognerebbe tradurlo) che del cambiamento è l’origine senza essere parte del tempo (per questo la sua traduzione con “istante” è fuorviante).

Nella prima delle conversazioni raccolte nel volume (anch’essa del 1964), l’intervistatore Jurgen Rühle fa una domanda a bruciapelo a Bloch. Una vera domanda “giornalistica”. Gli chiede: lei che ha scritto Il Principio speranza (1959), lei che ha rimesso in circolazione la necessità dell’utopia, una nozione che gli stessi marxisti, volendo essere “scientifici”, disprezzavano, lei ci sa dire in due parole “qual è l’idea di fondo della sua filosofia?”.

Bloch non esita a rispondere. Da vero filosofo sa che ogni pensiero vivente si nutre di una sola intuizione sebbene occorrano migliaia di pagine e un’intera esistenza di ricerca per comunicare al mondo la sua ineffabilità di principio. Quel punto, dice, è l’“oscurità dell’attimo vissuto”, quel punto è la strana natura del presente, del “qui e ora”. Non bisogna alzare gli occhi al cielo per cercare il mistero. Ciò che è massimamente vicino, perché io lo sono, adesso, è in realtà l’enigma.

L’immediato, come lo chiamano i filosofi, è l’enigma, l’immediato è la sorgente costante dello stupore. “Una vita” denota il tempo speso nel tentativo di decifrarlo e la “storia degli uomini”, con i suoi conflitti, con le sue catastrofi e con le sue rivoluzioni, è il succedersi degli “esperimenti”, quasi sempre fallimentari, con cui l’umanità ha cercato di risolvere quella X incognita nell’equazione del presente vissuto. Il presente, a ben considerarlo, ha infatti una ben strana natura. Il presente è intimamente aporetico, è un vicolo cieco.

Ad esso non posso sottrarmi – provatevi, se ci riuscite, a fuoriuscire dal suo orizzonte claustrofobico… –, in esso tutto passa e, tuttavia, il presente resta a me, mentre lo sono, ignoto: per vedere qualcosa, per sentire qualcosa, per sapere qualcosa non bisogna forse fare sempre un passo indietro, articolare una distanza, esiliarsi in un “punto di vista” necessariamente esterno alla “cosa” che si ha di fronte? Come recita il proverbio tedesco, ai piedi del faro che illumina il mare c’è il buio e la visione, spiegano i fisiologi, è debitrice di una macchia cieca al fondo della retina. “Utopia” è allora il nome “preciso” che la speranza umana ha dato al momento apicale in cui quell’equazione sarà finalmente risolta, all’attimo immenso in cui il presente potrà dirsi veramente vissuto in pienezza. È un nome “preciso” perché utopia significa al contempo nessun luogo (ou-topos) e il luogo del bene (eu-topos).

Bloch, nelle sue conversazioni, non cita Proust, ma a Proust quella dinamica era assai familiare. Il motore della Recherche non è forse l’“oscurità dell’attimo vissuto”? La memoria involontaria non è una facoltà a disposizione del soggetto. La memoria è il laboratorio nel quale si conducono esperimenti, degni di un dottor Frankenstein, per estrarre dal presente opaco quel senso o quell’aroma spirituale che mentre era in atto non era “dato”. Come ben sa il lettore di Proust, occorrono migliaia di pagine perché il tempo finalmente ritorni e il “perduto” sia “ritrovato”. Immediatamente il presente è cieco. Mentre scorre si perde come neve al sole. Per farlo permanere occorre, come scrive Bloch, che “ruoti fuori”, che faccia segno di sé in un altro.

In Proust l’infanzia si dà così a vedere in un biscotto intinto nel thè da un adulto, “i mattini di Doncières (il passato) nei gorgoglii (presenti) dei nostri caloriferi ad acqua”. Nel filosofo marxista Bloch ad essere ritrovato nella lotta del proletariato per il socialismo era la speranza oscuramente insistente nella esperienza di generazioni di oppressi nel passato e nelle loro vane ribellioni. Per entrambi l’immediato contiene una latenza di futuro che spetta alla prassi esplicitare: nel caso di Proust a incaricarsene sarà la scrittura “messa in forma” dalla memoria involontaria, in quello di Bloch sarà l’azione trasformatrice dello stato di cose presente “messa in forma” dal pensiero critico.

Per entrambi Il cerchio del tempo da qualche parte deve chiudersi e ciò che pareva perso deve essere integralmente restituito, senza che vi siano residui che screzierebbero il cristallo. Entrambi sanno anche, però, che tutto questo è solo il “sogno di una cosa” e non la “cosa stessa”. Ci sono in Proust reminiscenze che non portano da nessuna parte e che lasciano all’esperienza che sembrano evocare la sua cecità di principio, proprio come avviene, scrive Proust, quando ci protendiamo verso “quegli oggetti situati troppo lontano di cui le nostre dita, allungandosi in cima al braccio teso, sfiorano solo per un istante l’involucro senza arrivare a prendere nulla”. Ci sono, insomma, tempi per sempre perduti e mai ritrovati. E a Bloch, filosofo della speranza, è chiaro, come ripete sovente in queste conversazioni, che la delusione sia l’habitat naturale della speranza. Una speranza che non potesse essere anche delusa non sarebbe infatti tale.

Ne risulta uno statuto tutto sommato deludente per l’utopia blochiana. Ridotta a semplice ideale regolativo dell’azione, non si capisce come possa infiammare gli animi, competendo, come Bloch auspica in pagine di raro acume storico, con la demagogia dei nazisti di ieri e, si potrebbe aggiungere, dei “sovranisti” di oggi. Certamente non è con un’arida razionalità ristretta all’“economico” che si può contendere nell’arena politica con i dispensatori di suggestioni identitarie, ma l’utopia è arma spuntata quando si presenta “razionalmente” come “principio speranza” anche se a colorarla emotivamente sono le fiabe e le luci del luna-park così care a Bloch. Per l’oratore nazista, della cui performance Bloch era stato testimone, “sangue e suolo” non è affatto utopia ma solidissima realtà (si veda la conversazione su Non-contemporaneità. Provincia e propaganda). Se il suo pubblico resta affascinato e da socialista che era diventa immantinente nazista è perché gliela fa toccare con mano, mentre è difficile toccare con mano quella che resta, dopotutto, un’idea generata dal pensiero critico. Bisognerebbe riflettere su quanto “frigida” sia una speranza che è divenuta un “principio” nel senso quasi fichteano del termine…

Allora perché continuare a sperare? Perché alzarsi alla mattina? Curiosamente a fornire elementi per una risposta ancora positiva a questa domanda è l’amico Adorno, il maestro del pensiero critico-negativo. Guidato dalla sua incontenibile vis dialettica, ma anche dalla simpatia che provava per Ernst e per il suo anelito utopico, Teddy va subito al dunque, vale a dire all’elemento propriamente scandaloso e raramente enunciato del principio utopico.

“La domanda sull’abolizione della morte”, dice, è il “punto nevralgico” dell’utopia. L’utopia rivoluzionaria è molto spinoziana (e, aggiungerei, per niente critico-negativa…): è l’utopia di una vita che vive, qui e ora, e che della morte, del negativo, del nulla, non ne sa proprio nulla. “Lo possiamo constatare molto facilmente – continua Adorno –, basta sollevare qualche volta la questione della possibilità di abolire la morte con i cosiddetti «benpensanti»”, la reazione sarà la stessa che si avrebbe “se si lanciasse un sasso contro un commissariato di polizia”. L’indignazione è infatti generalizzata, non solo per l’enormità della pretesa avanzata, ma perché ad essere minacciato è un principio d’ordine, che nel memento mori ha il suo cardine metafisico.

“Direi che questo tipo di reazione rappresenta il massimo contrasto con la coscienza utopica. L’identificazione con la morte oltrepassa di gran lunga e prolunga l’identificazione degli esseri umani con le condizioni sociali esistenti”. E Adorno non può esimersi a questo proposito da una stoccata al suo avversario di sempre, Martin Heidegger, responsabile con la sua ontologia della finitezza di aver “consacrato” e “assolutizzato” la morte, fornendo alla parte maggioritaria della filosofia novecentesca il pensiero-guida. Ancora oggi, del resto, a quale istanza sovrana fanno riferimento, “in ultima analisi”, i “benpensanti” quando stigmatizzano il presente denunciando la rimozione o l’oblio della finitezza che lo caratterizzerebbe? Se c’è una lezione da apprendere dalla pandemia, dicono tutti, concordemente, da destra a sinistra, senza quasi eccezioni, questa lezione magistrale non è altro che il vecchio e caro memento mori, eterna legge trascendente che regola ogni comunità umana.

Dimenticarlo introdurrebbe, secondo loro, all’anarchia e l’anarchia è il peggiore dei mali, peggiore del morire che dell’anarchia è il rimedio naturale. Inutile dire che lo stesso pensiero di Adorno avrebbe potuto trarre beneficio dalla iniezione di una siffatta coscienza utopica perché è proprio al suo côté critico-negativo che i “benpensanti” attingono a piene mani per screditare un presente u-topico e immemore del morire (la falsa promessa di immortalità generata dal sogno tecnologico, la società dello spettacolo, la mutazione antropologica, l’imperativo capitalista del godimento ecc. ecc.).

Perché allora ci si alza la mattina? Perché ci si affida ciecamente alla potenza irrazionale della “speranza” nonostante le lezioni di duro realismo che la notte ci ha impartito? Perché l’oscurità dell’attimo vissuto, alla quale, in quanto viventi, non possiamo sottrarci, si dice contemporaneamente in due sensi. Da un lato è certamente la latenza del possibile, la tensione verso il futuro del suo compimento (verso il “tempo ritrovato”), che Bloch ha meravigliosamente descritto nei suoi libri (soprattutto in Experimentum mundi del 1975). L’immediato è il suo trascendersi, è il suo protendere verso una pienezza di soddisfazione, che molto spesso sarà mancata. L’immediato è storia in nuce. Dall’altro, però, l’oscurità dell’attimo vissuto è, proprio a causa della cecità al senso che lo caratterizza, l’indice e la certezza di un radicamento nell’essere che niente potrà scuotere (se stiamo a Cartesio, nemmeno le macchinazioni di un Dio onnipotente che ci vuole male lo potrebbe).

L’immediato, in questo caso, è attualità per la quale non c’è opposto e che letteralmente non muore mai. L’immediato è immanenza assoluta, è utopia realissima, quotidianamente frequentata. Che questa non sia una sofisticheria generata da una ipertrofia intellettualistica (o, come si suole dire, una “sega mentale”…) lo verifica il fatto semplicissimo che noi al mattino ci alziamo, magari per abitudine, magari controvoglia, sicuramente disillusi, ma ci alziamo. E per quanto invecchiando, ammalandoci e consumandoci procediamo a grandi falcate verso la meta stabilita, è nell’immediatezza del presente immemore del morire che restiamo sempre saldamente installati fino alla fine. Da quel presente senza confini trae alimento una speranza che non ha nel tempo il suo orizzonte e nella morte la sua smentita.

da qui

giovedì 15 luglio 2021

Come gli hippy hanno salvato la letteratura - Claudio Castellacci

 

Gli anni sessanta sembrano non finire mai. Ritornano. E a cicli sempre più brevi. Di quegli anni ritornano i miti. Mai superati, sorpassati, surclassati. E anche se non c’era niente di eroico nell’essere giovani allora, i Baby Boomers si struggono ancora di nostalgia per averli vissuti in prima persona, mentre i Millennials e le generazioni seguenti (X, Y, Z, Alpha), ne scoprono e, sotto sotto, ne invidiano l’irripetibile stagione di creatività. 

E se in musica sembra proprio che the times they are [NOT] a-changin’ – lo hanno dimostrato i recenti festeggiamenti per gli ottant’anni di Bob Dylan, sessanta dei quali li abbiamo passati in compagnia della colonna sonora delle sue ballate – nel campo delle arti visive, a Firenze, a Palazzo Strozzi, si festeggia un quarantennio di American Art 1961-2001, dove a farla da divo, già dal manifesto, sono l’imperituro Andy Warhol e la Pop Art nelle sue caleidoscopiche varianti. Questo mentre in letteratura atterrano sui banchi delle nostre librerie due titoli freschissimi di stampa, vanti della controcultura: il primo, un inedito (per l’Italia) di Ken Kesey, A volte una bella pensata, che le edizioni Black Coffee pubblicano in occasione del ventennale della morte dell’autore (era uscito negli Stati Uniti nel 1964, due anni dopo Qualcuno volò sul nido del cuculo, l’opera che aveva reso famoso Kesey).

 

Il secondo è una nuova edizione, e relativa traduzione, di Vineland (Einaudi) – opera di culto, come si suol dire in questi casi – dell’elusivo Thomas Pynchon, leggendario recluso, o desaparecido se preferite, della letteratura (titolo che condivide con il J.D. Salinger del Giovane Holden) annoverato tra i massimi scrittori americani viventi, idolo e icona della controcultura, che in questo libro dipinge un affresco della stagione post hippy che gira intorno al personaggio di Zoyd Wheeler, residuato umano degli anni sessanta, anni dalla cui influenza e fascinazione, come dicevamo, non ci siamo ancora ripresi. 

E dire che il decennio di love and peace era “finito” più volte, purtroppo sempre nel sangue: nel 1963 con l’assassinio del presidente John F. Kennedy, nel 1968 con gli assassinii del reverendo Martin Luther King e del senatore Bob Kennedy, nel 1969 con il pluri-omicidio-mattanza che avrà, fra le sue vittime, l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, compiuto da adepti della setta capitanata da Charles Manson – fondamentalmente un cantante fallito a cui l’LSD e tutte le droghe del mondo avevano bruciato il cervello. 

 

Un illetterato altamente talentuoso

 

Ad avere a che fare con l’LSD fra i tanti artisti (e non) che proveranno l’ebbrezza e gli effetti non sempre creativi dell’acido lisergico ci sarà, in prima fila, Ken Kesey (1935-2001), ex lottatore quasi olimpionico la cui carriera fu fermata da un infortunio alla spalla, che per mantenersi agli studi di scrittura all’Università di Stanford (fu allievo di Wallace Earle Stegner, il “Decano degli scrittori occidentali”, che era solito definire Kesey un “illetterato altamente talentuoso”) si sottopose, da volontario, agli esperimenti che si svolgevano al Veteran Hospital di Menlo Park, nel cuore di quella che è oggi la Silicon Valley, sugli effetti psicotropi dell’LSD e per l’uso che se ne sarebbe potuto fare in ambito medico come antidolorifico, ad esempio in pazienti terminali, ma soprattutto in campo psichiatrico come strumento per lo studio delle psicosi. Progetti che, in parallelo, e nella massima segretezza, l’intelligence e l’esercito degli Stati Uniti approfondivano per scopi molto meno nobili, come arma psicochimica.

 

Quelli erano gli anni in cui Kesey, ispirato dal ruolo di cavia, aveva cominciato a scrivere il suo primo romanzo, quel “nido del cuculo” che uscirà nel 1962, ma che lo porterà alla ribalta internazionale solo anni più tardi grazie alla trasposizione cinematografica del 1975 del regista Miloš Forman che farà man bassa di Oscar come miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice e migliore sceneggiatura non originale, con un giovane rampante Jack Nicholson nella parte principale di Randle Patrick McMurphy, carcerato che per sfuggire alla prigione simula segni di pazzia. 

Da notare, fra parentesi, come anche Pynchon userà lo stesso espediente con il personaggio principale del suo Vineland, quello Zoyd Wheeler che ogni anno, per la gioia dei media locali, si lancia contro la vetrina di un bar della sua città per mostrare alle autorità di essere matto da legare e così poter ricevere il sussudio pubblico. Follia e anni sessanta sembrano essere un binomio da cui non si può prescindere.

 

Un tipo perfetto per un viaggio 

 

Dunque, ben prima di raccogliere i copiosi frutti del successo del “nido del cuculo”, Kesey si dedicò alla stesura di A volte una bella pensata, saga molto barocca e molto eccessiva, persino dal punto di vista cartaceo (consta di ben 848 pagine), anch’essa portata sul grande schermo, ma con minor successo, da Paul Newman e Henry Fonda come protagonisti. In Italia il film uscì con un titolo, Sfida senza paura, che faceva il verso alla coeva stagione degli spaghetti-western. Chissà, forse il distributore pensava di attirare al botteghino spettatori distratti che si aspettavano una storia di pistolettate. 

La vicenda si svolge a Wakonda, paesino sperduto nell’interno dell’Oregon le cui case, descritte da Kesey, sono disseminate lungo il fiume, “certe vicine alla nazionale, altre meno, sono graziosissime, e non si sospetta che vi alberghi una tremenda depressione, case che ispirano tutto fuorché disagio”. La saga gira intorno a una rivolta sindacale tra gli operai dell’industria del legno causata delle innovazioni tecnologiche introdotte dall’azienda monopolistica locale. I boscaioli devono però scontrarsi quotidianamente, e quasi più duramente, con una famiglia che non aderisce allo sciopero, gli Stamper, gente dura e rancorosa emigrata in Oregon dal Kansas il cui motto è “Mai cedere di un millimetro!”. In questa lotta tipicamente americana tra individualità e collettività non si intravede niente di buono all’orizzonte, certamente non un “happy ending”. Non a caso Marco Rossari, autore di una puntuale prefazione (Il fattore KK) scrive: «Non è una lettura facile, questo libro. Non è una passeggiata. È un cazzo di montagna. Bisogna applicarsi, sintonizzarsi, insistere, sentire la musica. E poi, chissà, può anche capitarvi come pare sia successo a qualcuno – di restare incantati».

 

Un momento chiave del romanzo è il viaggio coast-to-coast che uno dei personaggi intraprende da est verso ovest per raggiungere la famiglia a Waconda, lo stesso tragitto che compierà, però in senso inverso, Ken Kesey, nel 1964, per andare a presentare il romanzo a New York. Viaggerà insieme a un’accozzaglia di amici, i Merry Pranksters, gli Allegri Burloni, a bordo di un iconico scuola-bus battezzato “Furthur”, istoriato come un uovo di Pasqua a disegni psichedelici – arancione, verde, magenta, lavanda, blu cloro e via andare – che Tom Wolfe, nel libro, The Electric Kool-aid Acid Test, descrive “come se qualcuno avesse dato a Hyeronymus Bosch cinquanta secchi di vernice e uno scuola-bus International Harvester del 1939 e gli avesse detto di mettersi all’opera”. Ciliegina sul mito, alla guida di “Furthur” ci sarà nientemeno che quel Neal Cassady, ormai quarantenne, protagonista simbolo della Beat Generation a cui si era ispirato Jack Kerouac per il personaggio di Dean Moriarty di Sulla Strada (“un tipo perfetto per un viaggio”). 

 

Pynchon is back

 

Intanto, nel 1963, sul fronte Pynchon, il Maestro, da sempre rigorosamente invisibile, si apprestava a rivoluzionare la scrittura facendo la sua comparsa nell’universo editoriale con V. un labirinto di storie vorticose che avrebbe dato il via a quella corrente letteraria che il critico e saggista Leslie Fiedler definì con il termine epocale di “post-moderna”. 

Tre anni più tardi Pynchon, pur restando sempre celato nella sua bolla di anonimato mediatico, si rifaceva vivo con L’incanto del lotto 49, seguito da L’arcobaleno della gravità (del 1973). Poi, a parte una raccolta di racconti, il silenzio per diciassette anni, come se avesse trovato la risposta al dubbio amletico che lo tormentava, al pari di Nanni Moretti che nel film Ecce Bombo si chiedeva: «Mi si nota di più se vengo [alla festa] e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?».

 

Infine, nel 1990, il Grande Ritorno, annunciato da un recensore d’eccezione, Salman Rushdie, che dava avviso, dalle colonne del New York Times, che “Pynchon is back”, domandandosi anche perché diavolo ci avesse messo così tanto a scrivere questo Vineland.  Allo stesso tempo informava il lettore che a lui questo romanzo torrenziale, leggero e comico era piaciuto tanto e che si era fatto delle matte risate, fra l’altro per l’invenzione di certi nomi: uno per tutti quello di una ditta giapponese di microchip battezzata “Tokkata & Fuji”. La recensione entusiastica valse a Rushdie un invito a cena da parte dell’Uomo Invisibile, organizzata in territorio neutro, a casa dell’editore di Knopf, Sonny Mehta, a Manhattan. «L’ho trovato soddisfacentemente pynchonesco», raccontò Rushdie al Guardian «Dopo la cena mi dicevo, beh, siamo diventati amici, magari ogni tanto ci rivedremo. Però non mi ha mai richiamato». 

E se il critico del Washington Post si chiedeva se fosse valsa la pena aspettare diciassette anni per quel Vineland, i fan di mezzo mondo non ebbero dubbi nel rinnovargli la fiducia correndo ad acquistare il libro, così, come oggi, niente lo lascia dubitare, i devoti lettori italiani e i neofiti pynchoniani saranno gratificati da questa nuova edizione einaudiana.

 

Forever young

 

La trama del romanzo si dipana a Vineland, una contea della costa del nord della California, tanto inesistente quanto reale che, anche se non sei mai stato da quelle parti, te la puoi immaginare per aver assorbito quei paesaggi raccontati in così tanti film, telefilm, serial che, poi, quando la vedi sul serio ti senti confortevolmente a casa.

L’anno è il 1984, l’anno orwelliano in cui Ronald Reagan viene rieletto a valanga per un secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti (525 Grandi elettori contro i 13 del democratico Walter Mondale), e questo non piace ai personaggi di Pynchon che vedono nel suo programma politico un crescendo di distruzione e di ricostruzione del mondo a sua immagine e somiglianza: “smantellamento del New Deal, rovesciamento dell’esito della Seconda guerra mondiale, restaurazione del fascismo sia in America che nel resto del mondo”. Tutto ciò mentre, tra una pagina e l’altra, si appalesano Ufo, mostri tipo Godzilla, musiche “surfedeliche”, talpe dell’Fbi, in un continuo guizzo lisergico tra cultura alta e cultura bassa (mai, però, parassitariamente middlebrow), in un caleidoscopio postmoderno di citazioni, rimandi colti e accenni di fughe in avanti nell’avantpop. Ma soprattutto in una prosa esagerata dove “ognuno rincorre i suoi guai / ognuno col suo viaggio / ognuno diverso / e ognuno, in fondo, perso dentro i fatti suoi”.

Dicevamo che la storia si svolge a metà degli anni ottanta, ma non fatevi ingannare, qui tutto parla di anni sessanta, il periodo in cui tutti quei personaggi avevano vent’anni. Era l’epoca in cui fu inventata la categoria sociologica dei giovani, tutto accadeva e tutto era possibile. Anni in cui Philip Roth si chiedeva: “Ma sta accadendo veramente?” 

 

La contea di Vineland è il-paese-che-non-c’è, il rifugio dove hanno traslocato i Peter Pan che a Berkeley, Stanford, Ucla, protestavano contro la guerra in Vietnam, bruciavano le cartoline precetto e, allo stesso tempo, cavalcavano le onde del Pacifico in indimenticabili mercoledi da leoni. Ragazzi forever young che sapevano volare (magari con l’LSD) e che, da allora, non sono mai cresciuti.

Nella realtà degli anni ottanta in cui si svolge l’azione, gli effetti più esteriori del fenomeno hippy  – gonne a fiori o capelli lunghi – sono poco più di un ricordo. Lentamente la controcultura aveva perso il suo slancio rivoluzionario, ma non era sparita, si era trasformata.

 

Alcuni, come Zoyd Wheeler continuavano a vivere di sussidi pubblici, altri si apprestavano a diventare milionari grazie alla strada aperta dall’intuizione visionaria di un imprenditore hippy come Steve Jobs. Altri ancora sparivano dai radar istallandosi in comunità eterogenee come quella di Topanga – nelle immediate vicinanze di Los Angeles, che per il fascino del suo sciattume rurale condito con punte di estremo snobismo metropolitano, gli è stato affibbiato il soprannome di “Greenwich Village delle colline” – o, a nord, a Big Sur, un’area boschiva prospicente l’oceano, molto conosciuta, letterariamente parlando, per essere stata il feudo di Henri Miller e compagni, per la sua stretta vicinanza alla San Francisco della Beat Generation. 

Entrambi giardini dell’Eden di un’innocenza perduta ai cui abitanti l’acido aveva aperto le porte a visioni di Palme Vibranti, Macchine Poucutron, cristiani rinati della Cia e ora ne tiravano le somme, proprio come i personaggi del pynchonesco luna park della contea di Vineland. 

 

da qui

mercoledì 29 gennaio 2020

Censura e autocensura in Cina - Andrea Berrini


Ho vissuto due anni e mezzo a Pechino. Ed ero affascinato, sì, dalle trasformazioni, dalla città che si espandeva all’esterno come una macchia d’olio costruendo quartieri moderni e fabbriche e dormitori per milioni di giovani immigrati dalle campagne, diventando loro operai da contadini poveri che erano, e tanti altri ceto medio in corsa verso nuove vite così simili alle nostre, oltre il terzo mondo e la subalternità all’occidente che durava da secoli. Il mondo multipolare, le nuove società, le grandi metropoli d’Oriente mi facevano gola, avevo voglia di vedere e di capire, di esserci. Ma da scrittore e editore che incontrava scrittori e editori in Cina non ho potuto fare a meno di incocciare la censura, la repressione furente delle idee, le lamentele di alcuni, la malinconia di chi lasciava le pagine scritte nel cassetto o era obbligato a cercare una pubblicazione all’estero, la frustrazione nel dover ammettere che sì, certi pensieri e sensazioni erano ormai espunti dalle proprie pagine. Nel 2014, quando arrivò la notizia della prima rivoluzione degli ombrelli a Hong Kong, i partecipanti a una riunione di artisti a Pechino autoconvocatisi per discuterne, erano stati arrestati a grappoli e non si sapeva più niente di loro, e a qualche giornalista occidentale era stato chiesto di lasciare il paese, ma i loro assistenti cinesi pure erano spariti. Qualche ricercatore mi raccontava i problemi del lavoro in fabbrica, le mille e mille rivolte ambientali e operaie nel paese che si concludevano così spesso con arresti e deportazioni. Insomma sì, tutto molto bello a Pechino e fascinoso, in movimento, ma sotto a una cappa opprimente di negazione della libertà di pensiero e azione.



A distanza di anni il fascino resta, e soprattutto può essere condiviso: c’è finalmente un’onda montante di attenzione per il gigante cinese destinato a divenire il gigante assoluto. Sono lontani gli anni in cui i corrispondenti a Pechino lamentavano la difficoltà di far passare in redazione una notizia, un racconto. Dovevano inventarsi ogni volta la stranezza, la curiosità, lo spunto. Oggi la Cina ci viene finalmente sbattuta in faccia già dai notiziari del mattino, se non altro perché il braccio di ferro è iniziato – Trump, i dazi – e quindi c’è n’è da parlare di risulta, e poi c’è questo fantasma, la Via della Seta, i Memorandum of Understanding che il nostro governo firma o non firma, e la stampa ricorda quanto la Cina stia penetrando il nostro sistema di infrastrutture, il porto di Savona, forse quello di Trieste, la Pirelli, fino a tutto il dibattito sul 5G gestito, chissà, da aziende cinesi. Insomma, la Cina è sulle pagine dei nostri giornali. Ebbene, come conciliare l’entusiasmo di tutti noi che di Cina ci occupiamo in vario modo, con la necessità imprescindibile di criticare il regime, di prendere distanze dalla repressione feroce della minoranza musulmana in Xinjiang e del movimento democratico a Hong Kong, dal modello oligarchico di dominazione della società, di sfruttamento micidiale della manodopera salariata?

Questo interrogativo mi si pone anche a livello spicciolo. Ricordo una cena con amici, nella quale magnificavo l’apertura al futuro della Cina, e mi dicevo felice di frequentare un paese nel quale le tematiche sociali erano a fior di pelle, lo sviluppo, l’emigrazione interna, la costituzione di una classe media, e quindi lo shock degli individui per trasformazioni che li portano nello spazio di trent’anni dal villaggio povero in campagna alla metropoli avveniristica. Paragonavo la ricchezza del discutere di Cina in Cina con l’irrealtà di ogni discussione sull’Italia in Italia, i temi farlocchi imposti al dibattito da piccole convenienze politiche, l’incapacità di prendere atto delle difficoltà del vivere e farne oggetto di riflessione, le occasioni per sfoghi verbali senza nessuna capacità né voglia di approfondire le questioni, di ragionarne in modo piano. E mi capitò di dire che sì, in Cina poi c’era la censura e questo era straordinario perché ogni scrittore doveva misurarsi con essa, fatto concretissimo che svelava le attitudini di ciascuno, la sua stoffa. Mi brillavano gli occhi, e stavo parlando di censura: venni ripreso da un amico, giustamente.



Altrove accadde il contrario: quando discutevo con sinologi, persone che con la Cina lavorano. C’è una rivista che porta in Italia, in lingua italiana, racconti di autori contemporanei cinesi, ma è la traduzione in forma antologica di una rivista cinese, pubblicata come è naturale da un organo dello stato cinese e quindi composta secondo criteri di censura: insomma, ci si trova a valle di scelte repressive della libertà di pensiero. Quando feci notare la cosa alle due stimatissime amiche che la curano, l’inevitabile risposta fu: ma come, sono anni che ci battiamo perché si parli di Cina in Italia, e ora tu critichi questa occasione. 
Beninteso, non si pensi che la censura sugli scrittori in Cina comporti l’ostracismo assoluto o il gulag per legioni di autori. Anzi, negli ultimi anni perfino a voci scomode e critiche è stato consentito di venire a galla, anche sulle pagine della rivista in questione, sempre però con testi dai quali fosse espunta ogni critica. A me vengono in mente i metodi che utilizzava il fascismo in Italia: era ovvio che molti fossero critici nei confronti del regime, e non finivano certo tutti in galera. Ma ad esempio quando si impose ai docenti universitari l’obbligo di prendere la tessera del Partito Fascista, solo una manciata di questi rifiutò, e perse il posto. In Cina la repressione delle idee prende analogamente la forma di un’autocensura previa di ciascuno sul proprio operare, e di un’autocensura delle case editrici, in questo caso delle riviste. Una repressione subdola, perché difficile da identificare con chiarezza, non c’è mai una linea definita.

Si tratta di fare spallucce, e dimenticare certi temi, e certi toni, e magari di abbandonare al loro destino di paria i colleghi meno fortunati, per non parlare di quelli che passano la vita agli arresti domiciliari.
Anche in Italia, di fronte agli interrogativi etici sul proprio operare e cooperare con una dittatura, si finisce con il fare spallucce. Insomma proprio noi, che dell’emergenza di una nuova Cina e di una nuova Asia abbiamo fatto oggetto di discussione, noi che indichiamo all’italietta nostrana spazi inesplorati, suggestioni, declinazioni differenti di temi consueti, noi che affermiamo stentorei: guardate gente, guardate laggiù perché da quei paesi non più lontani abbiamo molto da imparare per la loro vivacità, perché molto si muovono e si agitano, perché svolgono a modo loro il compito sul quale noi ci siamo arenati, insomma proprio noi rischiamo di chiudere gli occhi davanti allo scempio dei diritti umani e sociali.

È partito nei mesi scorsi un accenno di dibattito, tra gli operatori culturali legati alla Cina. Qualche voce coraggiosa (in Italia non si rischia certo la galera, ma il posto di lavoro si) ha provato a mettere sul piatto bocconi succulenti che molto poco sono stati raccolti. L’occasione era, certo, la rivolta di Hong Kong: lì si vive ora una pausa di riflessione, e qui allora il dibattito si è spento, peccato. Ma la responsabilità degli operatori culturali è immensa, in questioni siffatte: proprio noi dovremmo essere capaci di stare all’avanguardia. E considerando le fatiche degli editori, degli autori, degli operatori culturali in Cina, in qualche modo avremmo il dovere di essere all’altezza. 
La trappola autoritaria è quella di sempre: beh, in fondo non sono io l’unico a comportarmi in un certo modo, lo fanno tutti. E sì, certo, io critico, ma non c’è bisogno che alzi poi troppo la voce. Inutile farmi notare, no?