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martedì 7 aprile 2026

L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust - Marco Boscolo

 


Il 10 febbraio scorso la Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari. Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali.

Teresa Ribera Rodriguez, commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che “Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato, quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain View. 

Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre autori definiscono “l’impero nascosto di Google”. 

Secondo gli autori – Aline Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni.

Google controlla oltre 6000 aziende

La base di dati principale usata nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google (DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa Bloomberg.

Dai dati risulta che negli ultimi 15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto, coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad alcun tipo di supervisione”.

Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024. 

I dati raccontano un incremento della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo. 
Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il radar delle autorità di controllo.

Delle quasi 6000 aziende in cui ha investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema.

Il risultato è una forma di “controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato. Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo, l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa grandemente senza incontrare ostacoli.

Il caso di DoubleClick

All’interno della strategia di Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante, nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick avvenuta nel 2007. 

DoubleClick era un’azienda americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta alta. 

In particolare, la Federal Trade Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo. Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti sanzioni dell’antitrust.

Secondo Blankertz e gli altri autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle “acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta troppo grossa, penalizzando la concorrenza. 

Le “acquisizioni verticali” sono invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo: “L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio ecosistema.

Il caso FitBit

Acquisire una tecnologia entrando in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e monitorando le loro abitudini. 

Seppure con alcune riserve, sia la Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei dispositivi indossabili. 

Google ha accettato senza troppi problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile.

Questo risultato suggerisce che l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”, neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema, quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia “classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie.

Il ruolo della politica e della policy

Attraverso questo “impero nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro. Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che viene rilevato.

Fino a pochi anni fa, Google provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI, dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche nell’acquisizione appena confermata di Wiz.

Inoltre, Google sta acquisendo ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso, “l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è intenzionata a operare Google.

Si può intervenire in termini di policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile.

da qui

lunedì 22 aprile 2024

Got bit Uns - Franco Berardi Bifo

Patetiche riflessioni su Google, Genocidio, e noi

 

 

Venerdì 19 aprile 2024. Credo che questa sia la giornata più significativa della mia vita.

E anche la più triste.

 

Sapete, sono un appassionato della piccole coincidenze, degli eventi minuscoli che contengono un universo intero di implicazioni e di significati.

Metafore letterarie, se volete. Ma per la mia mente paranoica questi piccoli eventi acquistano la potenza di un apologo, di un’allegoria, di una minacciosa irridente verità nascosta che si rivela: minime apocalissi.

Al risveglio ascoltiamo come sempre le notizie. Come sempre leggo il notiziario di www.anbamed.it.

“due fosse comuni nel complesso dell’ospedale Shifà. Sono stati riportati alla luce 30 cadaveri, di donne e anziani. Le due fosse comuni sono state scoperte nelle adiacenze del Pronto Soccorso e del reparto di dialisi. Tra i cadaveri sono stati riconosciuti sia malati ricoverati sia personale medico e sanitario. Alcuni corpi erano ammanettati mani e piedi e uccisi con un colpo alla nuca.”

Chiunque non si renda conto del fatto che ci troviamo di fronte a un genocidio la cui crudeltà supera la crudeltà di Himmler e di Heidrich è al di sotto del livello minimo di onestà intellettuale necessario per meritare il mio rispetto. I nazisti si accontentavano di dieci fucilazioni per ogni SS uccisa. I sionisti esigono un sacrificio umano di molte volte superiore.

Continuo a leggere le notizie. Sappiamo che Google ha un contratto per la fornitura di ordigni intelligenti a Israele.

Don’t be evil si è trasformato evidentemente in Got bit Uns.

Il dio bianco, armato di inconfutabili armate di bit, si erge spaventoso all’orizzonte di un secolo destinato a finire presto.

E’ il dio di Israele e della Silicon Valley, quello che ha iniziato un genocidio che non si fermerà a Gaza-Auschwitz, ma è destinato a estendersi progressivamente a territori sempre più vasti. Un genocidio di carestie, di siccità, di temperature infernali, di internamenti e deportazioni di proporzioni bibliche.

Bibliche, appunto. E’ il dio spietato della Bibbia, che si erge all’orizzonte digitale come promessa di sterminio dei non-bianchi. Noi tutti gli apparteniamo. Lo stato germanico, tra tutti il più esperto in genocidio, protegge con il suo scudo i nipoti delle sue vittime, che hanno imparato la lezione e si sono trasformate in sterminatori.

Lo sterminio di Gaza-Auschwitz è teletrasmesso nel mediascape globale. Non si nasconde più lo sterminio, si ostenta perché tutti sappiano, perché voi sappiate, perché voi tremiate, perché obbediate.

Un certo numero di lavoratori Google non hanno obbedito, non hanno accettato il contratto che rifornisce gli sterminatori di Sion di armi intelligenti per il genocidio iniziato e interminabile. Hanno detto di no, firmandosi “No Tech for Apartheid”.

La risposta del Gigante non si è fatta attendere. In un memo inviato a tutti i dipendenti Chris Rackow, direttore della sicurezza globale di Google, scrive:

“Questo tipo di comportamento non ha spazio nella nostra organizzazione e non lo tollereremo.” (qui sotto potete leggere il comunicato nella sua interezza)

Il tono di Rackow è minaccioso, dispotico, inflessibile. Ventotto lavoratori cognitivi dipendenti di Google sono stati licenziati ieri.

Il Padrone Assoluto della mente globale non ammette deviazioni né tentennamenti. Il genocidio è cosa nostra, è la massima espressione contemporanea del dominio bianco declinante ma iper-aggressivo che nel sionismo trova la sua avanguardia.

Fin qui il Grande Mondo. Ora veniamo a quello piccolo. Per timore di un fishing, una settimana fa ho dovuto bloccare la mia carta di credito e successivamente ho dovuto attivarne una nuova. Questo ha impedito il pagamento di qualche utenza. Stamattina mi è arrivata la comunicazione di google one, cui ogni mese pago un euro virgola nove per estendere lo spazio di archiviazione che mi rende possibile continuare l’uso di gmail. Il mese di marzo risulta non pagato, mi dice con tono benevolo il Padrone Assoluto, e mi ingiunge di rimediare alla mia inadempienza.

Nello stesso giorno in cui ventotto cognitari sono licenziati, nello stesso giorno in cui in una fossa comune si trovano i medici e i pazienti assassinati con un colpo alla nuca dagli sterminatori sionisti, il Padrone Assoluto, che rifornisce di congegni intelligenti gli sterminatori, mi chiede gentilmente di pagare il tributo.

L’ho pagato.

E il Padrone Assoluto mi ha risposto immantinente: grazie.

Se non l’avessi pagato non sarei qui a spedire questo inutile patetico commento a un evento minuscolo.

So bene che Seneca avrebbe riempito una vasca di acqua calda e avrebbe chiesto al suo famulus di aiutarlo a recidere le vene, ma non mi pare il caso di aggiungere il melodramma all’orrore.

da qui 


domenica 6 giugno 2021

Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico - Renato Curcio(*)

 

Con l’inizio del terzo millennio l’espansione del continente digitale planetario ha investito l’Italia e coinvolto nell’erosione progressiva dello spazio pubblico gran parte dei suoi cittadini. Con “spazio pubblico” non intendo soltanto quell’insieme di luoghi aperti e reali, ovvero non virtuali, entro cui lo Stato dovrebbe garantire a tutti la libertà di esercitare apertamente i diritti di cittadinanza, d’informazione, di attività culturale e politica in tutte le varianti. Ancora prima, infatti, lo si dovrebbe considerare come uno spazio strategico per la maturazione e il consolidamento delle nostre abilità relazionali; delle capacità di progettazione comune, di collaborazione empatica e di operatività condivisa. Come una grande rete di luoghi immaginati, voluti e liberamente istituiti da aggregazioni sociali autonome e autogestite. Luoghi aperti, dunque, in virtù dei quali possano svilupparsi e assumere una forma storica i momenti di confronto e le forme sorgive della creatività e del mutamento sociale. Nella seconda metà del Novecento gli spazi pubblici post-bellici avevano vissuto in questo Paese un importante scossone. Le deboli attrezzature associative istituite per via burocratica dallo Stato dovettero cedere il passo a nuove esigenze culturali portate avanti da un fermento generazionale e laico nato in alternativa anche ad altre istituzioni robustamente sostenute da enti religiosi o privati. Negli anni ‘60 e ‘70 si è data infatti una fioritura rigogliosa di energie istituenti e ha preso vita un vasto arcipelago di inedite associazioni culturali, formazioni politiche, fermenti sindacali, centri sociali e movimenti extra-parlamentari accomunati, pur nella loro varietà spesso conflittuale, a forti attese di progresso sociale. Negli ultimi vent’anni, gran parte di questo processo si è tuttavia inaridito confluendo nella grande ragnatela di internet e nei suoi incanti; ragnatela che ha saputo presentarsi al mondo come un’offerta di libertà per tutti pur che si fossero dotati di dispositivi mobili e avessero aperto profili e account nelle sue maglie. Abbiamo visto così un grande esodo verso le nuove community disseminate nello spazio virtuale messo a disposizione “gratuitamente” dalle piattaforme e sapientemente mitizzato dalle loro agenzie di marketing prodighe di allettanti inviti ad esplorare le sue meraviglie. Lentamente rispetto ad altre aree del mondo, ma velocemente per i tempi del rinnovamento sociale che caratterizzano i processi storici dell’Italia, molti cittadini hanno così aperto profili social su questa o quella piattaforma e trasferito lì gran parte delle loro pubbliche attività.Non si può dire che questa migrazione, avvenuta in ordine sparso, sia stata accompagnata da una riflessione critica e matura. Al contrario la penetrazione delle imprese digitali planetarie è stata ingenuamente accolta come una gradita ventata di progresso e all’invito a trasferirsi “online” si è obbedito senza aver contezza di ciò che ne sarebbe conseguito. Confondendo il progresso tecnologico con il progresso sociale, sia lo Stato, sia un gran numero di cittadini hanno in tal modo attivamente contribuito al declino e alla degradazione degli spazi pubblici in lande virtuali dove la vita di relazione viene sempre più confusa con le pratiche di connessione. In poco meno di vent’anni, questo sdoppiamento digitale, infine, è riuscito a consolidare un nuovo contesto societario colonizzato dai padroni delle piattaforme entro cui gli attori mentre si illudono di agire vengono invece agiti. Dicendolo con un paradosso: ha generato un simil-spazio pubblico radicalmente privatizzato.

 

Le simulazioni del privato in veste pubblica

Naturalmente, in questa deriva del pubblico sulle piattaforme private, anche i cittadini hanno fatto la loro parte. La nascita e la crescita della politica digitalizzata e lo sconfortante conteggio dei “Mi piace” e degli “indici di gradimento” hanno ormai preso il sopravvento. Ai leader che lanciano slogan, proclami e anatemi dai balconcini virtuali, i militanti degradati a “follower”, ammiratori, rispondono riprendendo, ritwittando e moltiplicando pedissequamente i “meme” sui loro profili. Così, se per un verso ci capita di assistere allo scatenarsi di infuocate battaglie “virali”, per un altro dobbiamo constatare la chiusura progressiva dei luoghi d’incontro in presenza. Senza neppure rendersene conto l’attività politica pubblica, così vivace nel secondo Novecento, armi e bagagli si è infatti trasferita sulle piattaforme private delle Big Tech statunitensi e, sfidando il ridicolo, perfino sulla “Rousseau” di un’azienda nostrana. E tutto ciò ha dato vita a un curioso e grottesco paradosso: il travestimento del privato in veste pubblica. Prendendo atto di questa deriva, e certo per spingerla ancora più in basso, alcuni commentatori hanno poi cominciato a sostenere che le piattaforme private come Facebook, Twitter, TikTok e via elencando svolgono, bontà loro, un vero e proprio servizio pubblico. Basterà al riguardo una sola citazione: “I social network americani sono servizi divenuti pubblici e globali che hanno ottenuto un successo straordinario senza precedenti. Aziende fondate e gestite da privati che rispondono agli azionisti: non appartengono né a chi le frequenta né ad organi statali. Una condizione peculiare con la quale bisogna fare i conti. È questa la differenza fra l’Internet decentralizzato dei primi tempi e il web dei social network” [NOTA 1] Ora, che una piattaforma privata non sia uno spazio pubblico dovrebbe essere di per sé lapalissiano. Ma ci sono voluti il clamoroso scontro tra il presidente in carica al tempo dei fatti, Donald Trump, e Twitter e quello non meno significativo tra Facebook & Google e il Parlamento australiano per far lievitare almeno qualche dubbio. Vediamo dunque cosa possiamo apprendere da questi avvenimenti.

 

Da Capitol Hill all’Australia

La prima storia si è svolta a cavallo tra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti d’America. Riassumo anzitutto l’antefatto. Dopo un’infuocata campagna elettorale per il rinnovo della carica di Presidente degli Stati Uniti, gli organi di controllo istituzionali e le istanze competenti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano hanno riconosciuto infine la vittoria a Joe Biden. Donald Trump, campione dei repubblicani e presidente ancora in carica degli Stati Uniti, tuttavia, contesta il risultato e, anzi, in modo esplicito accusa con veemenza il Partito Democratico di aver compiuto dei “brogli”. In seguito a queste accuse – non meglio documentate ma negli ultimi mesi della campagna elettorale già cucinate con insistenza e a fuoco lento come una probabile eventualità – egli si rifiuta di “concedere” al Partito Democratico la vittoria e di cooperare al passaggio rituale delle funzioni presidenziali e dei suoi segreti. La ritrosia di Trump inaugura così un “tempo sospeso” in cui il presidente sconfitto rimane in carica temporeggiando e Biden, pur essendo stato confermato vincitore dal Congresso USA, non ottiene, come stabilito dalla tradizione, il riconoscimento dal suo avversario. In questo tempo irrituale, il 6 gennaio 2021 gli eventi precipitano e un consistente numero di sostenitori di Donald Trump accerchia Capitol Hill, la sede del Congresso degli USA, e si spinge al suo interno occupandone per alcune ore uffici e locali. Questa irruzione avviene sotto gli occhi di mezzo mondo poiché in quel momento cruciale erano sul luogo giornalisti e televisioni di tutti i continenti. A sgombero avvenuto si contano sei morti e un certo numero di feriti – anche tra le forze di polizia – sull’identità dei quali tuttavia viene mantenuto un imbarazzato per non dire curioso e perdurante silenzio istituzionale. Veniamo dunque a ciò che ci interessa. Sulla soglia dell’irruzione, all’acme della tensione, in un messaggio inviato ai manifestanti, ai 75 milioni di elettori che lo avevano votato e agli 89 milioni di follower dichiarati sulla piattaforma di Twitter, Donald Trump ( @realDonaldTrump ) ribadisce le sue posizioni sulla “vittoria rubata” dai democratici, inneggia apertamente alle buone ragioni dell’adunata in suo sostegno ed esprime tutto il suo “amore” per i manifestanti. Più blandamente, tuttavia, invita anche gli attivisti a tornarsene a casa per poter proseguire nei giorni a venire la loro sacrosanta iniziativa di lotta. In risposta a questo suo tweet, sostenendo che le parole del presidente avevano violato la “policy” del servizio, Mark Zuckerberg per la piattaforma di Facebook decide di bloccare temporaneamente il profilo di Trump e dichiara: “Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata”. [NOTA 2]. Quasi in contemporanea una analoga decisione viene presa dalla piattaforma Twitter che, in quel momento, sospende il profilo personale di Trump per 12 ore. Donald Trump, ancora formalmente presidente degli Stati Uniti, risponde a questa mossa spostando i suoi messaggi sull’account presidenziale #POTUS, ospitato anch’esso sulla piattaforma Twitter. Ma Jack Dorsey, CEO di Twitter, con una ulteriore progressione, decide a quel punto di bannare “a tempo indeterminato” anche #POTUS adducendo come motivazione “il rischio concreto che (Trump) inciti alla violenza anche il prossimo 27 gennaio”; data in cui rumor insistenti, soprattutto sui “social”, annunciavano una nuova manifestazione pubblica dei sostenitori di Trump. Ecco, ho riportato le prese di posizione di Facebook e di Twitter perché in qualche modo esse fanno emergere, oltre allo scontro tra repubblicani e democratici, tra seguaci di Trump e istituzioni politiche, anche una tensione la cui qualità specifica sembra destinata a proiettarsi ben oltre gli Stati Uniti. L’aperto conflitto tra l’esponente in carica di uno Stato e la coalizione di un certo numero di piattaforme digitali della Silicon Valley che si stringe in alleanza per togliergli visibilità e parola nel continente digitale ci offre infatti l’anteprima di uno scontro di potere che da allora abbiamo già visto riprodursi sempre più velocemente e in più varianti in molte altre parti del mondo: in Australia, in Uganda [NOTA 3], nel Myanmar [NOTA 4]; e i cui sintomi già si erano mostrati perfino in Europa [NOTA 5].

Vediamo ora la seconda storia. Nel febbraio del 2021 il Governo australiano mette in discussione una proposta di legge intesa a obbligare le grandi piattaforme digitali a pagare i diritti agli editori per i link che conducono agli articoli pubblicati dai media australiani. In risposta a ciò, prima ancora che il Parlamento sia giunto a una decisione, Facebook e Google rendono invisibili i link di collegamento alle pagine dei giornali australiani bloccando in tal modo l’accesso degli utenti. In questo blocco restano ovviamente coinvolte anche un gran numero di “informazioni essenziali sui servizi sanitari e di emergenza” [NOTA 6] che di quel motore di ricerca e di quella piattaforma abitualmente si servono. E questo, in tempo di Covid, rafforza la potenza del ricatto. A questo punto, commentando la vicenda, il premier australiano Scott Morrison, si fa portavoce delle “preoccupazioni che sempre più Paesi esprimono sul comportamento delle aziende Big Tech, società che pensano di essere più grandi e influenti dei governi e ritengono di essere al di sopra delle regole”. Al conflitto tra Big Tech e governi, già ben delineato nella prima storia, si affianca qui quello tra settori diversi del capitalismo e tra monopoli e imprese minori. Più precisamente: tra il capitalismo digitale emergente e i grandi (e piccoli) gruppi dell’editoria cartacea. Una contraddizione che ha in palio la marea di miliardi che vengono ogni giorno spesi in pubblicità. Contraddizione, tuttavia, che non ha faticato a trovare soluzione con gli accordi stipulati sia da Google che da Facebook con News Corp di Rupert Murdoch, il gruppo monopolistico più forte della carta stampata australiana (controlla il 70% delle testate) e con Seven West Media, a totale scapito naturalmente dei piccoli editori [NOTA 7].

Le poche scene in cui ho riassunto i passaggi salienti della contraddizione in corso tra il dominio digitale delle grandi piattaforme e il potere politico degli Stati e di altri governi ci offre l’occasione di mettere meglio a fuoco anche la metamorfosi in atto nello spazio pubblico locale oggetto di questo scritto poiché non riguardano soltanto o principalmente ciò che è avvenuto negli USA, in Australia, in Uganda, nel Myanmar o in Spagna in un momento particolare della loro storia interna, ma proiettano il loro significato sull’intero continente digitale. Ci riguardano nella misura in cui gli account, le pagine e i profili che vengono aperti in qualsiasi parte del mondo su quelle piattaforme sono da esse gestiti – tenuti aperti, momentaneamente oscurati oppure chiusi – in piena autonomia o comunque in accordo coperto con questa o quella fazione politica del potere politico locale che volta a volta maggiormente tutela i loro interessi economici e solo quelli.

 

Tre domande fondamentali

Tornando alla deriva privatistica dello spazio pubblico italiano cui ho fatto cenno nella prima parte di questo scritto e tenendo conto dei fatti sopra riportati penso che tre domande ce le dovremmo pur fare.

La prima: fino a che punto gli interessi privati dell’oligarchia digitale possono già oggi condizionare quelli di uno Stato?

La seconda: fino a che punto gli interessi di uno Stato sono ancora in grado di tenere a freno le ambizioni strategiche di Big Tech?

La terza: fino a che punto le piattaforme private svolgono effettivamente la funzione di un vero e proprio spazio pubblico?

Per bocca del suo portavoce Steffen Seiber, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accennato una risposta definendo “problematica” la chiusura degli account sui social network del presidente americano. “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale” [NOTA 8]. Il filosofo Massimo Cacciari, a sua volta, è entrato in argomento stigmatizzando come “inaudito” che imprenditori privati quali Dorsey e Zuckerberg, padroni delle reti, possano controllare e decidere se i messaggi circolanti in rete siano o meno osceni. Anche per lui, insomma, “dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per la concorrenza, per la privacy, che decide ‘questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza’ e così via.” [NOTA 9]. L’economista Luigi Zingales, dopo aver definito l’esclusione di Trump dalle piattaforme di Facebook e di Twitter “una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private” ha ulteriormente precisato che questo “colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale” [NOTA 10].

Potremmo fare altri esempi ma ci possiamo accontentare perché i tre precedenti esprimono l’essenziale della discussione in corso tanto ricca di buoni propositi quanto, credo di poter dire, “fuori misura”. Posta su quel piano, infatti, la riflessione resta assai lontana dalla radice più profonda del problema. Non mette in discussione l’essenziale. Che non può essere ridotto all’arroganza monopolistica di queste imprese planetarie senza chiamare in causa la loro sostanza capitalistica. L’antitrust o l’Authority per la difesa della privacy non sono altro che pallidi palliativi, peraltro impotenti vista la radicalità dell’espropriazione di dati sensibili che aziende come Google, Microsoft, Facebook e Amazon da almeno vent’anni portano avanti disdegnando platealmente le tiratine d’orecchie dei benevoli Stati d’Occidente. Inoltre, se mai si potesse porre la museruola alla smisurata ambizione di addentare dati e di incrementare le posizioni di dominio dell’oligarchia digitale non per questo si riuscirebbe a incidere sul codice sorgente del rapporto di produzione capitalistico. Questa è da sempre l’illusione delle democrazie liberali e delle socialdemocrazie europee in tutte le versioni storiche che negli ultimi cento anni hanno assunto. Ed è da sempre anche una illusione sconfitta. Ma l’obiezione può essere spinta perfino più a fondo. Essa non tiene conto, infatti, del mito originario su cui poggia il web. Quel mito autorevolmente rilanciato di recente da Tim Berners-Lee – l’inventore del WEB – quando, riferendosi alla legge poi approvata dal Parlamento australiano per far pagare a Google e a Facebook i collegamenti che consentono la visualizzazione delle notizie pubblicate dai media cartacei ha voluto ribadire il principio fondamentale del suo credo: la libertà assoluta di collegarsi senza alcun vincolo o pedaggio sul web; principio che se venisse anche solo scalfito, egli ha detto, farebbe precipitare il web nel disastro. Insomma, senza questa possibilità per chiunque di linkare liberamente “il web ne uscirebbe minato alla radice” [NOTA 11]. Come si permettono dunque gli staterelli locali del pianeta e i sostenitori a vario titolo delle museruole d’insistere su questo punto? Secondo questa mitologia delle origini, apparentemente libertaria, imporre vincoli ai link di condivisione delle news comporterebbe una minaccia per i diritti degli avatar che popolano il continente virtuale e per l’immensa rete delle reti costituirebbe una malattia mortale. In effetti, come abbiamo visto in Australia il blocco dei link colpisce un po’ tutti ma sono anzitutto e soprattutto i frequentatori singoli delle piattaforme e i piccoli editori ad essere penalizzati perché i gruppi monopolistici tra loro trovano quasi sempre il modo di venire a patti stipulando accordi commerciali di reciproca convenienza. E, quando non li trovano, il pesce grosso si mangia con piacere quello più piccolo. D’altra parte, piaccia o non piaccia a Tim Berners-Lee, che i colonizzatori del web abbiano creato i più grandi monopoli mai esistiti sul pianeta e proprio da questa sua mitologia traggano gli argomenti per legittimare gli enormi profitti ricavati è un dato di fatto. La malattia mortale del web in questa prospettiva non è portata dai governi che cercano in modo dopo tutto assai delicato di regolamentare in qualche modo lo strapotere delle piattaforme, bensì è la radice capitalistica che fin dalla loro origine ne costituisce il codice sorgente. In una tale cornice la risposta alla terza domanda cammina sulla corda dei funamboli senza rete. Un solo passo falso e si va giù. La libertà di link e di parola sotto il monitoraggio permanente di algoritmi censori – e perfino di “moderatori di contenuti”, lavoratori umani a contratto precario – vista l’incertezza degli attuali algoritmi nel saper distinguere con chiarezza intenzioni e significati attribuiti alle parole dei post, ai messaggi e alle immagini, dagli iscritti alle piattaforme e dagli inserzionisti, ricorda molto la condizione carceraria dove per far fronte alla censura i detenuti più presenti a sé stessi nel migliore dei casi finiscono per imporsi consapevolmente l’autocensura permanente. In entrambi i casi, del resto, la comunicazione avviene in un contesto obbligante e, francamente, sottoporre la propria parola al carceriere, agli algoritmi censori di Google-Facebook-Twitter o ai loro “moderatori di contenuti”, non fa proprio alcuna differenza. Ciò che agli uni o agli altri non nuocerà verrà lasciato libero di circolare, ciò che invece in qualche modo verrà ritenuto nocivo genererà conseguenze. Ma rispetto al carcere la sorveglianza delle piattaforme è anche peggiore. Esse, infatti, si approprieranno comunque di tutti i dati in esse riversati. D’altra parte, è anche vero che attualmente la quasi totalità della comunicazione politica avviene ormai proprio su quelle piattaforme ovvero all’interno di quella che potremmo chiamare l’area di sorveglianza e di tolleranza della “grande élite” digitale. Il che ci chiede di spendere ancora due parole sull’Intelligenza artificiale.

 

Intermezzo: dalle grandi élite alla Intelligenza Artificiale

Nel 1956, Charles Wright Mills, in un saggio sociologico molto acuto [NOTA 12] cercò di mettere in evidenza il modo in cui le forze motrici del capitalismo industriale – oligarchie digitali, finanziarie, militari e politiche – intrecciavano le loro relazioni strategiche in luoghi non dichiarati e sovranazionali. In quei luoghi le “grandi élite del potere” maturavano i loro confronti e le loro decisioni invisibili; i contenuti forti della loro azione egemonica. Inutile dire che quel metalivello di ingegnerizzazione delle dinamiche sociali restava coperto allo sguardo dei cittadini e per chi poteva avere accesso a quei confronti non era conveniente farne parola altrove.

Anche ai nostri giorni le “grandi élite” del capitalismo digitale planetario continuano a intrecciare relazioni indicibili tra sé e con governi o Stati ma, a differenza degli anni in cui scriveva Mills, la catena di comando trova oggi nuove linee di occultamento e si disperde in quel complesso sistema che l’etichetta Intelligenza Artificiale indica e nasconde. Tanto per evitare equivoci di ascendenza heideggeriana va chiarito allora che di quel complesso l’oligarchia digitale ha saldamente in pugno i brevetti e il monopolio delle intenzioni oggettivate nei dispositivi. L’Intelligenza Artificiale, debole o forte che sia, in altri termini, non manifesta un “dominio della tecnica” ma trasmette, come sempre è stato nelle società capitalistiche, gli interessi e le intenzioni dei magnati di Big Tech e dei loro azionisti. I dispositivi sistemici dell’Intelligenza artificiale, intendo dire, non stanno affatto rendendosi autonomi dalla gestione umana. All’origine della loro operatività troviamo ancora, come sempre, matematici, informatici, ingegneri sociali e, prima ancora, consigli di amministrazione, azionisti e padroni (parola abbandonata ma più che mai attuale). Detto questo, è anche vero però che il grado di autonomia relativa dei sistemi di Intelligenza artificiale oggettivati sta guadagnando giorno dopo giorno terreno; e che la loro operatività ordinaria tende a eliminare via via un numero crescente di intermediazioni umane. Quando ci rechiamo a un bancomat, chiediamo consigli a un navigatore, scegliamo un film su Netflix, clicchiamo like, lanciamo tweet, scriviamo mail, poniamo “query” a Google, tra noi e la risposta gli umani sono assenti. Oggi, per farla breve, le “grandi élite” si stanno oggettivando nei nostri dispositivi personali, negli smartphone e negli iPhone che maneggiamo compulsivamente e, sotto forma di algoritmi, dal loro interno, mentre amichevolmente ci assecondano o ci consigliano, inoculano nelle nostre identità di connessione un quid di quell’intenzionalità capitalistica di cui sono espressione. Ecco, questa gestione disciplinare degli umani digitalizzati mediante l’intelligenza artificiale disseminata, come ha scritto Miguel Benasayag, mentre annuncia il ritorno del totalitarismo [NOTA 13] ma in una veste nuova, procede alla distruzione sistematica di un grande numero di ambiti relazionali. E, nel quadro della nostra riflessione, questa distruzione ha di mira anzitutto proprio quello che un tempo veniva percepito come “spazio pubblico”. Si tratta infatti di una distruzione per annessione: per acquisirne i luoghi, sussumerli nella dimensione digitale riproposta in una nuova versione scorporata, de-umanizzata e virtuale, per seminare gli standard di una nuova e automatica obbedienza. Con tutto ciò la nostra ormai esangue libertà di decisione – quello spazio di libertà che Hannah Arendt ha messo a fondamento della nozione stessa di libertà – dovrà ora sempre più confrontarsi.

 

Contro la colonizzazione dello spazio pubblico

La colonizzazione dello spazio pubblico da parte delle aziende digitali private, se solo rivolgiamo lo sguardo ai luoghi d’incontro effettivi, si mostra ai nostri occhi sia come mancanza di luoghi reali garantiti dalle istituzioni e utilizzabili dai cittadini reali per socializzare, agire il confronto politico, far musica, teatro, cultura e quant’altro possa contribuire a produrre intreccio, discussione, coinvolgimento e costruzione collettiva del tessuto sociale; sia come sublimazione digitale di questi luoghi, attrezzata con piattaforme private specializzate nella rapina di ogni genere di dati e nella loro vendita ai mercanti del marketing commerciale o politico. Una doppia espropriazione in seguito alla quale i nostri corpi e le relazioni di cui si nutrono per soddisfare i loro desideri sociali vengono radicalmente disconfermati per lasciare spazio all’incorporea leggerezza delle identità di connessione. Identità, lo ribadisco, oggetto e mira di azioni e di intenzioni intrinsecamente alienanti. Va detto anche però che un ruolo rilevante in questa devitalizzazione dello spazio pubblico e del suo stravolgimento digitale l’hanno assunta quelle figure politiche che in questa direzione si sono spinte in prima linea. Leader di partiti politici, primi ministri, capi di Stato. Su Twitter, ad esempio, Donald Trump, prima di essere bannato “nei quattro anni della sua pre-sidenza ha postato 26.557 tweet, in media 18 al giorno” [NOTA 14]. Giuseppe Conte, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ha ripetutamente dato i suoi appuntamenti pubblici con i cittadini dal balconcino di Facebook. Come se per ascoltare le motivazioni dei suoi DPCM fosse necessario aprirsi un profilo sulla piattaforma americana. Intendo dire che queste, come molte altre figure pubbliche di primo piano, per accreditare sé stesse hanno scelto di eleggere le piattaforme digitali private come spazi pubblici. Non interessano qui le considerazioni personali o politiche che li hanno spinti a fare questo passo. Quello di cui va preso atto è che l’hanno fatto e, così facendo, hanno degradato e umiliato la comunicazione istituzionale e lo spazio pubblico alla condizione di account su una piattaforma digitale privata.

Certo, in quest’ultimo anno, la chiusura per decreto di una gran parte dei luoghi pubblici residuali – circoli culturali, spazi d’incontro, centri sociali, musei, teatri – peraltro bollati come “non essenziali” o “non vitali”, ha contribuito a rafforzare questa tendenza. Ma sarebbe un errore ritenere che l’assalto alle piattaforme digitali sia di questa “emergenza” soltanto una conseguenza. Sappiamo tutti per esperienza diretta che lo spazio pubblico si va dissolvendo anche per scelta di quei cittadini che trovano più comodo scambiare messaggi infuocati in un gruppo WhatsApp, oppure post al vetriolo sulla piattaforma di Facebook o ancora immagini dissacranti su Instagram, piuttosto che calarsi in carne e ossa nei luoghi vivi e faticosi del consorzio umano dove la tensione dialogica deve fare i conti con gli interlocutori in presenza. Come pure sappiamo che post, messaggi e videoconferenze sulle piattaforme non smuovono di un micron i rapporti di proprietà, ovvero i rapporti di produzione materiale della vita. Anzi, li riconfermano come i ricavi e i profitti di Facebook, Twitter, Google, Microsoft e altri ancora, impietosamente e in modo ostentato sono lì a dimostrare.

 

In difesa dello spazio pubblico

La difesa dello spazio pubblico e dei luoghi pubblici aperti a tutti cittadini e finalizzati all’esercizio del loro benessere relazionale e del loro diritto di coltivare incontri, confronti, atti-tudini e progetti, oggi pesantemente minacciato dall’abbandono delle istituzioni e dal processo di colonizzazione aggressiva trainato dell’oligarchia digitale chiede ad un tempo una disposizione antropologica e un immaginario istituente. La prima riguarda la difesa del primato delle relazioni sociali e interpersonali sulle connessioni digitali; una battaglia contro il proprio personale e acritico sdoppiamento. Va da sé che in quest’epoca sono gli stessi contesti istituzionali che ci inducono, quando non ci obbligano, a operare in prevalenza con le nostre identità di connessione nei luoghi digitali: lavoro a distanza, didattica a distanza, esami a distanza, conferenze a distanza e così via. Non è però egualmente scontato che questi luoghi abbiano la stessa valenza di quelli in cui si affermano e si cimentano le nostre identità relazionali. La disposizione antropologica di cui parlo è allora quella che, pur non rinunciando ad operare in connessione, si batte per non subordinare o perdere il proprio ancoraggio relazionale; perché lì e soltanto lì la specificità dell’umano vive o muore. L’immaginario istituente, invece, ci è richiesto dalla presa d’atto del sempre più profondo malessere personale e dall’accrescersi esponenziale delle disuguaglianze sociali verso cui il modo di produzione capitalistico, ancor più nella sua fase digitale, ci sta conducendo e precipitando. Non è vero che l’innovazione digitale porta a maturazione l’anima progressista del capitalismo. Il progresso dell’Intelligenza Artificiale, degli algoritmi predittivi, e così via è direttamente proporzionale al conseguimento delle intenzionalità di profitto e di dominio in essi oggettivato. Altra cosa è la prospettiva del progresso sociale che oggi si misura sulla nostra capacità di acquisire coscienza delle istituzioni, degli ambienti e dei contesti che ci attraversano e dai quali dipendiamo, così come dal nostro impegno in prima persona nell’azione di gruppo per trovare insieme vie di fuga e di emancipazione dall’atomizzazione digitale e burocratica che ci paralizza.

 

NOTE

1 Sreenath Sreenivasan intervistato da Jaime D’A-lessandro; Repubblica, 10/01/21

2 https://www.ansa.it/sito/notizie/mon-do/2021/01/07/zuckerberg-blocca-trump-su-face-book-e-instagram-rischio-troppo-grande_a27b-b6c2-1bf1-4448-aa89-49f08242eb6a.html

3 All’inizio di gennaio il governo ugandese ha bloccato l’accesso a Facebook e ad altre piattaforme accusandole di consentite la manipolazione del processo elettorale in corso. A elezioni avvenute le piattaforme oscurate sono state riaperte, ma non quella di Facebook.

4 Nel Myanmar, Facebook ha disattivato profili e pagine dei sostenitori dei generali che il 1 febbraio avevano assunto con un atto di forza il potere dello Stato. E questi, pochi giorni dopo, hanno limitato a loro volta gli accessi a Facebook

5 Spagna: il 16 dicembre 2014 Google aveva indirizzato agli utenti spagnoli questo messaggio: “Google News ha chiuso in Spagna (…), in seguito ai recenti cambiamenti nella legislazione spagnola, le pubblicazioni degli editori spagnoli non compaiono più in ‘Google noticias’”.

6 fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/02/18/facebook-oscura-lau-stralia-scontro-sulla-nuova-legge_1aebb-b45-0367-44ec-ba33-fb1911dfca13.html

7 Kewin Carboni, Wired, 16/03/21: https://www.wi-red.it/attualita/media/2021/03/16/facebook-austra-lia-murdoch-news-corp-notizie/?refresh_ce=

8 Repubblica, 1/11/21

9 Massimo Cacciari, Agenzia Adnkronos, 8/01/21

10 http://vocidallestero.blogspot.com/2021/01/zin-gales-il-colpo-di-stato-silenzioso.html

11 https://www.theguardian.com/media/2021/jan/20/australias-proposed-media-code-could-break-the-world-wide-web-says-the-man-who-invented-it; Carlo Bonini (a cura di), La guerra mondiale delle News, Longform, Rep, 7/03/21

12 Charles Wright Mills, The Power Elite, Oxford, University Press, New York, 1956.

13 Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e pensiero, 2020

14 Enrico Pedemonte, Trump e i social asociali; in Limes 1-2001

 

(*) testo ripreso da “Su la testa” di maggio.

 

da qui

lunedì 18 gennaio 2021

L’algoritmo sovrano - Renato Curcio

 

Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico

Questo ultimo libro, L’algoritmo sovrano, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.

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Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione.

Quando parliamo di internet parliamo quindi di una società artificiale, non naturale, e questo è un punto importante, perché man mano che questa rete si è espansa ha portato con sé lo stigma dei suoi iniziatori, quindi una bandiera, che è quella degli Stati Uniti, alzata con due mani: una è militare e una è di imprese audaci che già lavoravano con i computer, che però fino a quel momento erano solo dei calcolatori e da lì iniziano a diventare delle entità che entrano in una relazione tra di loro, cioè costruiscono rete.

In questo continente che si è sviluppato a una velocità spaventosa, a cui noi come umani non siamo abituati, siamo entrati progressivamente; per quel che riguarda l’Occidente, in trent’anni siamo arrivati a contare circa l’80-85% delle persone coinvolte nella rete, in relazione nel lavoro, nella comunicazione, nelle attività di qualunque genere, persone che ormai operano più ore nella rete che al di fuori. In questo nuovo continente siamo entrati pian piano considerandolo normale, ma anche sedotti dagli aspetti di comodità, affascinati dalle molte operazioni possibili che questo territorio ci consente di fare: mandare una mail, fare un gruppo Whatsapp, dire quel che pensiamo su un social, Facebook ecc., fare circolare delle fotografie. In trent’anni questo territorio è diventato un continente estremamente esteso e presuntuoso, al punto da chiamarsi world wide web, darsi dunque una dimensione mondiale, “noi siamo il mondo di internet”; è assolutamente falso. Non è vero che internet è il mondo, è un mondo, ed è il mondo americano; c’è anche un mondo altrettanto potente, quello cinese, dove navigano circa un miliardo di persone, che non funziona con il codice americano, ha strutture simili nell’ambito della ricerca, dei social ecc. ma fa capo a un altro continente e a un’altra bandiera, quella cinese appunto. E c’è anche un terzo continente, quello russo, ad altissimo livello tecnologico. Se dovessimo fare delle graduatorie non sapremmo oggi quali di questi mondi è il più potente. Quando si parla di cyberwar si parla di questo, del fatto che tra questi continenti, che riguardano ormai la grande maggioranza della popolazione mondiale, c’è un conflitto ampio ed estremamente profondo perché riguarda il potere, chi lo eserciterà, chi riuscirà a colonizzare i territori che gli altri stanno colonizzando. E qui entro nel secondo punto.

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Un continente si sviluppa nella misura in cui dei coloni istituiscono al suo interno delle colonie. Per esempio i greci nell’VIII secolo a.C. decisero di fondare una serie di colonie nel sud Italia, ad Agrigento, Crotone, Catania ecc. Costruire una colonia, da un punto di vista tecnico, significa compiere un atto materiale molto preciso: prendere degli uomini, una barca, metterla in mare, andare in un posto, stabilirsi, dire: “Qui adesso ci sto io. Chi vuole può entrare nella mia colonia, se qualcuno si oppone gli taglio le testa”. Le colonie hanno sempre funzionato così, noi europei abbiamo una grandissima storia di colonie, da Cristoforo Colombo in poi abbiamo colonizzato quasi tutti gli altri continenti. Anche l’Italia ha una lunga storia di colonie atroci, per esempio siamo andati in Eritrea, in Somalia, in Libia, tra la fine dell’Ottocento e la fine del fascismo, abbiamo portato le camicie nere, i soldati. Fare una colonia significa quindi impiantarsi materialmente su un territorio.

Non appena è nato il territorio di internet, e sono stati i militari a renderlo un territorio possibile per operatori non militari, quindi dal 1990 in poi con il passaggio tecnico dell’http, il protocollo di internet, una serie di aziende ha cominciato a impiantare colonie. I primi tempi sono state fondate con una strategia, perché quel continente inesplorato appena nato bisognava frequentarlo e sapere come fare, non bastava aprire una propria ‘postazione’ perché senza un sistema di relazione non succedeva nulla; i primissimi anni sono stati infatti caratterizzati da un duro scontro tra una serie di imprese che cercavano di impiantare dei motori di ricerca. È quella che è stata chiamata “la guerra dei motori di ricerca”, un processo che progressivamente ha fatto fuori i concorrenti finché le aziende più potenti, come Google, si sono affermate e oggi sono il crocevia attraverso il quale noi entriamo in relazione con informazioni, documenti, situazioni, indirizzi ecc.

Questi motori di ricerca esplorano una porzione di mondo, e sono in una posizione strategica, nel senso che tutte le nostre transazioni passano attraverso una domanda che gli poniamo. Si inventano dunque una strategia di scambio diseguale molto interessante. Dicono: io mi sono impiantato, posso raggiungere questo continente o gran parte di esso, più divento forte più raggiungerò altri indirizzi, sono in grado quindi di fare questo servizio, se tu lo vuoi mi fai una domanda e io ti rendo possibile questa operazione di connessione, ma in cambio mi dai i tuoi dati e metadati. I dati sono la domanda che scrivi in Google, i metadati sono il dispositivo da cui fai la domanda, l’ora, il luogo, il tempo che stai su quel territorio. A molti è sembrata una cosa logica, non se ne sono visti i pericoli per molto tempo, e quindi anche le piattaforme che progressivamente si sono affermate, come Facebook, hanno iniziato a ragionare nello stesso modo: io ti do uno spazio in una piattaforma tu in cambio mi dai i tuoi dati, cioè i contenuti che carichi e tutto ciò che riguarda il tempo, il giorno, l’ora, il dispositivo con cui fai queste operazioni. È uno scambio diseguale perché quando queste strutture si sono affermate hanno offerto un servizio gratuito e si sono prese dei dati che noi abbiamo dato gratuitamente, però se facciamo un bilancio lo scambio non è affatto gratuito perché noi siamo rimasti dei cittadini in braghe di tela e queste strutture in pochissimi anni sono diventate le prime company del mondo per fatturato e capitalizzazione; quindi ciò che gli abbiamo dato è stato il materiale attraverso cui loro hanno costruito una profonda penetrazione nel mondo capitalistico, sia dal lato della raccolta del denaro connesso all’utilizzo di questi dati, sia dal punto di vista della capitalizzazione vera e propria, gioco di Borsa e di tutto ciò che ne è seguito. Scambio diseguale dunque, questo è il secondo punto. La colonizzazione quindi è impiantare una colonia per realizzare uno scambio diseguale attraverso il quale realizzare un profitto mastodontico, e nello stesso tempo un controllo delle informazioni di tutti coloro che vivono su quel continente.

***

L’ulteriore domanda che ci possiamo porre a questo punto è: qual è l’interesse di un’impresa a impiantare una colonia all’interno di questo continente? Ce ne sono due: il primo molto materiale, che abbiamo analizzato prima – prendo i tuoi dati, li vendo a strutture industriali, di servizi ecc. che possono avere interesse a fare pubblicità, ricerche di mercato e via di seguito –; il secondo è invece un’operazione più complessa di questa: incidere sui processi identitari delle persone che entrano nel mio continente.

Se entri nel mio continente e mi dai le tue informazioni, io ho una opzione di potere su di te: non solo ti porto via il tempo e i dati, ma inizio a conoscerti. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra ma fa capire il meccanismo. Nel 2020 in Nuova Zelanda un robot chiamato Sam si presenterà alle elezioni politiche. È un robot dotato di un dispositivo di intelligenza artificiale, prodotto dall’università di Wellington insieme a due aziende private. Questo robot dice: “Io mi presento alle elezioni politiche ma non ho alcun programma, questa è la mia forza. Vengo da voi e vi dico: sarò il politico che vi rappresenta, non ho nessuna idea. Il gioco funziona così: fatemi una domanda, cosa vi interesserebbe?” Una persona risponde portare l’acqua nel rione tale, e Sam incamera questa informazione; poi un’altra e un’altra ancora e le elabora, le divide in categorie e stabilisce delle priorità e delle maggiori incidenze di alcune richieste su altre, e restituisce un programma politico che è sicuramente vincente perché sarà il punto di vista della maggioranza su ciascun problema che le persone hanno posto. Quindi alle elezioni avrà una fortissima possibilità di vincere. Questo esempio ci interessa anche per un altro punto di questa mia analisi, che vedremo, ma intanto voglio farvi riflettere sul fatto qui non siamo davanti a una realtà che si propone di vendere delle informazioni, neanche di utilizzarle a fini pubblicitari, ma di vincere delle elezioni; vale a dire fare un gioco di potere partendo da un dispositivo di intelligenza artificiale.

Questo punto ci pone un problema tecnico immediato che è un problema di linguaggio, espressioni che vengono utilizzate quando si parla di queste cose; per esempio, ‘identità digitale’. Se cerco il significato di questa definizione ne trovo venti, trenta, e ne ricavo una grande confusione di idee perché non riesco a capire se si intende Renato Curcio, cioè una persona, oppure il mio dispositivo, lo smartphone che ho in tasca. È un aspetto fondamentale perché, come dicevo all’inizio, su internet sono le macchine a comunicare, e non comunicano con me ma con il mio dispositivo. È importante avere ben chiaro che quando io vado su internet siamo un due ad andarci, io e il dispositivo che utilizzo. Quindi ci sono due identità, ed è importante distinguerle. Esistono dei sistemi di controllo, che vedremo, che prima che alle persone sono interessati ai loro dispositivi, ed è molto importante perché è un tipo di tecnologia, poi c’è il problema dell’identità di Renato Curcio.

Facciamo gli esempi di Facebook. Se apro un profilo sulla piattaforma, sul libro delle facce, posso mettere la mia fotografia, quella del mio cane, di qualcun altro, di una signora che non conosco ma così mi garba, nessuno mi dirà niente. Facebook identifica il mio dispositivo e mi dà l’autorizzazione ad aprire un profilo, in quanto ha l’IP da cui partono i messaggi, e quello gli interessa; che poi io mi chiami Renato o Filippo o addirittura al femminile, per Facebook è irrilevante. Anzi, è rilevantissimo, ma da un punto di vista di studi di psicologia sociale: io so che il proprietario di quel dispositivo è Filippo, e so che si presenta al femminile e comincia a intrattenere delle relazioni con il mondo. Questo è uno straordinario scenario per chi vuole fare un lavoro sulle molteplicità identitarie delle persone e soprattutto sui giochetti identitari che le persone fanno tra di loro, su Facebook o su qualunque altro social network. Se registro e storicizzo quei dati, mi danno l’insieme di due tagli di lettura: uno possiamo chiamarlo il taglio della ‘dissonanza identitaria’, l’altro lo ‘storico delle dissonanze’ di una certa persona. È una questione fondamentale perché le dissonanze identitarie sono la caratteristica della nostra vita, noi viviamo di dissonanze identitarie, Bauman parlava del “guardaroba identitario”: in ufficio vesto un’identità, con gli amici un’altra, nel privato ancora un’altra e sui media non ne parliamo.

La distinzione tra l’identificazione del dispositivo e i processi identitari è quindi molto importante, ed è una situazione che potremmo definire di doppia sovranità. Nel continente virtuale ci troviamo infatti di fronte a due interessi, che corrispondono alle due forze che l’hanno creato, e abbiamo visto che una è quella militare, interessata innanzitutto ai dispositivi, molto meno alle identità: le istituzioni di sorveglianza vogliono sapere dov’è un certo dispositivo. Per questa ragione gli Stati Uniti hanno vietato per legge che i militari americani, di qualunque ordine e grado, utilizzino uno smartphone Huawei, dichiarando che non possono avere in tasca un dispositivo cinese che li localizza, perché significa dire alla Cina dove sono dislocati i militari statunitensi. Con ciò ammettendo che i dispositivi hanno dei sensori che comunicano e possono dire a un’altra macchina dove sono. Questo è vero anche per Samsung, Apple, per qualunque smartphone: le case produttrici possono tranquillamente identificarli nello spazio e nel tempo.

Quindi il volto di internet legato alla mano militare comincia a presentarsi come un volto inquietante, perché legato all’idea di sorveglianza totale, poiché fin dall’inizio ha come intenzione pratica, assolutamente oggettiva, quella di far circolare dispositivi che le persone utilizzano per la comunicazione, il lavoro, l’acquisto ecc., che sono identificati nello spazio e nel tempo.

Questo sistema di sorveglianza totale si muove su più piani. Uno è quello della categorizzazione delle persone che frequentano il continente. L’uso commerciale è facilmente comprensibile: se ho tutti i dati delle persone dai 16 ai 18 anni di sesso femminile nell’area romana che si interessano di musica, posso avere una rapida algoritmica elaborazione dei gusti di quella popolazione femminile ed è un’informazione che può essere di straordinario interesse per le industrie che producono musica. Posso raggruppare i dati per classi di età, gruppi regionali, aree cittadine, qualunque cosa, anche per tipologia politica, come il comunistometro o anarchistometro, un rilevatore dei libri che compriamo su internet che qualcuno ha definito così, divertendosi: è chiaro che se per due anni continuo a comprare i libri di Proudhon avrò un certo tipo di orientamento e se compro i libro di Hitler ne avrò un altro, non sono rilevazioni difficili da fare. Ne è interessato Amazon o anche Netflix. Chi ha quest’ultimo, sa che prima di potervi accedere ha dovuto rispondere a una domanda semplice e banale: quali sono le categorie di film e di serie televisive che ti interessano di più? Netflix in pratica fa l’operazione di Sam: non so niente di te ma da questo momento comincio a studiarti. Tu dici che ti piace Philip Dick, oppure Manzoni, Netflix ti categorizza con un certo tipo di orientamento e poi lo verifica: se il giorno dopo compri l’opposto ti classificherà come uno spettatore vago e indistinto, ma se poi continui a cercare le stesse serie televisive saprà quali hai visto e quali no, quelle che ha in catalogo e come offrirtele, e aumenterà le probabilità di venderti un prodotto.

Abbiamo dunque due percorsi, quello dell’identità dei dispositivi e quello dell’identità delle persone, che puntano a cose diverse ma si incontrano entrambi con due problemi piuttosto sconvolgenti.

Il primo è che se andiamo a vedere i dispositivi, ci accorgiamo che esiste un’infinità di macchine che sono state taroccate, un’infinità di smartphone che non si fanno identificare, di computer che ti rimandano da server a server ma non sai dove, che ci sono addirittura dei computer zombi che non solo non sono da nessuna parte ma sono nel tuo computer, e tu non lo sai. Un hacker può impiantare nel tuo computer un computer fantasma, collegare questo zombi con tanti altri e fare un’operazione di hackeraggio, rendendo impossibile risalire al computer da cui è partita. Questi oggetti operativi ma non identificabili sono quelli utilizzati nelle campagne di fishing, ma non solo, perché interessano molto anche la politica.

Se andiamo invece a vedere l’identità abbiamo un altro problema. Dentro Facebook, per esempio, ci sono 200 milioni di profili inesistenti, falsi, costruiti solo per fare operazioni, così come il 20% di quelli su Twitter. E questa è ancora una microparte, perché poi abbiamo i casi come Telecom/Tim e le sim card legate a identità false, o le persone che si fanno passare per altre, come lo scrittore inglese Roger Jon Ellory, che sotto altra identità scriveva entusiastiche recensioni dei suoi libri su Amazon, o Tommasa Giovannoni Ottaviani, la moglie di Renato Brunetta, che sotto falso nome, Beatrice Di Maio, aveva aperto un profilo Twitter da cui lanciava a raffica tweet contro l’allora Presidente del Consiglio Renzi e contro il Presidente della Repubblica Mattarella; oppure anche il caso di Amina Arraf, la blogger che dalla Siria dava notizie in tempo reale, tenuta in gran conto per un po’ dall’informazione internazionale, finché non si è scoperto che era in realtà Tom MacMaster, un dottorando di Edimburgo, che scriveva dalla Scozia. Queste storie sono interessanti per riflettere sul fatto che quando ci muoviamo sul lato delle identità incontriamo territori sconosciuti. Su internet esistono siti che forniscono un’identità falsa completa: nome, cognome, professione, telefono, mail, via, nonni, curriculum ecc. Per non parlare dei morti ancora operativi con i loro profili, Pannella, per dirne uno.

Ricapitolando: sul piano dei dispositivi gli Stati sanno dove sono le macchine, le macchine non sono tutte identificabili; sul piano delle identità le aziende interessate ad avere dati sono poco interessate a sapere fino a che punto e a che gioco stai giocando, perché avendo uno storico possono facilmente profilare anche i falsi profili e vedere con si stemi di esclusioni quelli che servono per fare pubblicità e soldi e quelli che servono per fare numero – un aspetto importante perché più utenti ha una piattaforma, più raccoglie pubblicità.

***

Ora proviamo a fare un passo un po’ più inquietante, e consentitemi di fare un’operazione di tipo metodologico che Marx consigliava e che è stata poi sviluppata da Henri Lefebvre, e si chiama ‘metodo regressivo progressivo’: per guardare un certo problema può essere utile fare tre passi indietro e un piccolo esercizio di specchio.

Se scendiamo nel momento totalitario per eccellenza del Novecento, quindi nazismo e anche fascismo – e qui utilizzo una nozione di totalitarismo in modo tecnico, non mi addento nella polemica tra storici se il fascismo sia stato totalitario o meno – e utilizzo l’analisi profonda che ne hanno fatto soprattutto Hannah Arendt e Bauman, vedo che tre punti fondamentali dei sistemi totalitari li ritroviamo nel continente di internet.

Primo: quando andiamo a vedere la base sociale ci troviamo di fronte a persone singolarizzate. I sistemi totalitari rompono i sistemi organizzativi e di legami, rompono l’idea stessa di classe. Non ci può essere una classe perché c’è una dimensione plebiscitaria, in piazza Venezia a un comizio del duce non ho una differenza tra operai e padroni, prefetti, poliziotti e chiunque altro: indipendentemente dai loro interessi singolari, sono uniti in una solitudine totale, siamo in una folla di persone solitarie non unite da legami reali di interessi comuni. Questo è un aspetto che ritroviamo sia nel nazismo che nel fascismo.

Secondo: la negazione delle differenze di classe. È un punto importante perché Casaleggio, o anche Salvini, affermano che non c’è più né destra né sinistra. È una tesi di Mussolini. Arendt l’ha scritta e documentata nei tre volumi sul totalitarismo, nel secondo. Oggi ritroviamo questa polverizzazione dei concetti e delle relazioni. Populismo è una parola priva di senso, perché non c’è nessun popolo in una situazione di insieme quando gli interessi sono i più diversi: il proprietario della piattaforma Foodora e il fattorino di Foodora potranno stare accanto in una manifestazione ma non hanno un interesse comune sul piano politico, perché quest’ultimo prevede la rappresentanza degli interessi di qualcuno, e in un contesto capitalistico gli interessi del fattorino e gli interessi di chi ha piattaforma non corrispondono.

Terzo: quello che Arendt chiama la “fuga nella finzione”, ed è un corollario del punto precedente. È chiaro che se i tuoi interessi non sono comuni, devo creare una finzione dentro la quale questi interessi diventano comuni. La post-verità di oggi per esempio, una verità che è intenzionale, non reale, costruita perché funzionale a uno scopo. Oggi la creazione di finzioni è un’attività lavorativa, ci sono agenzie che lo fanno, per esempio la Casaleggio Associati è una struttura nata parecchi anni fa per fare marketing politico ed economico, e il marketing è la costruzione di una finzione che ti induca a comprare quella bambola, o una pubblicità che ti invogli a seguire una proposta di acquisto o una proposta politica.

Questi tre momenti si uniscono a un quarto, che è quello su cui voglio portare la vostra attenzione. Accennavo prima che il controllo sociale sta diventando molto predittivo e preventivo: perché devo aspettare che una persona rubi una mela se attraverso il monitoraggio dei profili posso individuare delle categorie di rischio che sono quelle che più probabilmente ruberanno una mela? Questa è un’idea positivista, nata negli anni Trenta durante il fascismo, ed è molto importante sia perché il positivismo paradossalmente veniva dal mondo socialista, e ha influenzato il pensiero moderno fino a oggi, sia perché è il fondamento del pensiero scientifico della rete. Oggi l’università di Google, la Singularity University, più di 100 sedi in moltissimi Paesi e aperta anche a Roma e a Milano, insegna esattamente questo: tu hai a che fare con dei numeri, una logica quantitativa, non con altri tipi di problemi; la rete è fatta di numeri e di algoritmi e funziona solo se stai dentro quel sistema, che è chiuso e positivo e devi quindi leggere con il criterio delle leggi delle scienze positive – la matematica, la fisica ecc. È importante questo nesso con il positivismo perché inventa l’idea di delitto possibile, che si sviluppa nel Novecento e dà origine in Italia alla nascita della polizia scientifica, ed è su questa base che viene inventato il cartellino Ottolenghi, il cartellino segnaletico. Ottolenghi era un positivista e l’approccio era questo: poniamo che se uno ha rubato una mela un giorno, è verosimile che la possa rubare ancora; quindi intanto gli prendiamo due cose, le impronte digitali, che mettiamo su un cartellino, e la fotografia; la prossima volta che qualcuno ruberà una mela, per prima cosa andremo a vedere quelli della categoria ‘rubatori di mele’, poi se non lo troviamo lì faremo delle indagini. Questa idea all’epoca aveva a che fare con la carta e con la fotografia, eravamo nel Novecento, oggi ha a che fare con la biometria. Vale a dire: visto che so che con la tua identità fai i giochi che vuoi, e te lo lascio fare perché mi può servire sul piano psicologico per fare delle profilazioni, per identificarti faccio delle operazioni più serie: ti prendo le impronte biometriche, le metto su un chip e le fisso su una carta elettronica, dopodiché ti attribuisco un numero unico, perché io lavoro con i numeri, e ti identifico nel mondo con un codice unico: quel codice, quel pattern facciale, quelle impronte digitali e quella scansione dell’iride. Non è fantascienza, sono sistemi politici reali che partono dall’India e arrivano all’Italia. Quattro esempi molto precisi.

Primo. L’India è un Paese di 1,3 miliardi di persone e ha un Ministero dell’Informatica tra i più avanzati del mondo, perché ci sono alcune università di informatica e matematica pura che sono tra le migliori a livello globale. Nel 2009 il ministro inventa una carta elettronica per la soluzione di un grande problema, il sistema delle sovvenzioni alle persone più povere. Si tratta di costruire un sistema che consenta di non dare due volte lo stesso contributo alla stessa persona, che caso mai si fa passare per un’altra. Viene creata una carta elettronica che comprende tre caratteristiche biometriche: le impronte, il pattern facciale e la scansione dell’iride. Viene detto agli indiani che la carta è volontaria, non c’è nessun obbligo, tuttavia chi ce l’ha sarà favorito, passerà per primo perché la sua richiesta di sovvenzioni può essere gestita con molta tranquillità. Averla viene quindi posto come vantaggio e si lascia ai cittadini la scelta. Oggi la Aadhaar Card è obbligatoria e non serve più per i contributi ma per pagare le tasse, acquistare una sim telefonica, prenotare un treno, per qualunque tipo di operazione.

Secondo. Nel 2014 la Cina, dopo aver studiato a lungo i pregi e i limiti di una struttura di questo genere, perfeziona il dispositivo e fa una carta che si chiama ‘carta di credito sociale’ e la propone volontariamente ai cittadini. Contiene gli stessi tre riferimenti biometrici, pattern facciale, impronte digitali e iride, e la presenta nel quadro di un gioco nazionale a premi, un gioco importante per la cittadinanza, un gioco democratico, che consiste nel fatto che chi si doterà di questa carta acquisirà un punteggio per le sue attività. Per esempio: paghi le bollette della luce regolarmente? Tutti i mesi ricevi 10 punti. Hai un curriculum scolastico perfettamente in regola? 10 punti. Hai perso un anno? 9 punti. Non hai pagato una bolletta? 8 punti. Un computer fa poi la somma in tempo reale e la popolazione cinese viene gerarchizzata in base a un punteggio chiamato ‘punteggio di affidabilità’. La genialità della proposta cinese sta nel fatto che il sistema a premi è quello dei videogiochi, di Facebook, i mi piace, e funziona perché è ciò con cui le ultime generazioni crescono. È un aspetto interessante perché è un dispositivo che fa giocare una partita in cui ti senti più cittadino di un altro se ottemperi a tutte le regole che gli algoritmi hanno stabilito. Ma le regole le ha fissate chi governa, e questo significa che sto costruendo un sistema di obbedienza al quale tu corrispondi oppure no; se non corrispondi a ciò che io, come Stato, reputo sia il bene, ti tolgo dei punti. E te li tolgo se frequenti tra i tuoi amici degli ex carcerati, frequentali pure ma perdi due punti; oppure te ne do se sei un ottimo lavoratore, ossia non ti rifiuti di fare ore in più se ti vengono richieste. Teniamo presente che questo sistema dei punti oggi esiste dentro la Fca, l’ex Fiat: a Melfi ci sono i cartelloni su cui in tempo reale i lavoratori vedono quanti punti di produttività hanno con i ritmi che stano seguendo.

Terzo. Da un paio d’anni in Svezia tutti hanno una carta elettronica biometrica, il Ministero del Futuro l’ha inventata dicendo ai cittadini: perché siete così sciocchi da tenervi la carta d’identità, la carta di credito, il passaporto, tanti documenti dentro un portafoglio quando potete averne uno solo, un codice unico con i dati biometrici e un microchip con tutte le operazioni che vi riguardano? Pochi mesi fa il Ministero del Futuro se n’è inventata un’altra. Ha detto: la carta elettronica si può perdere. Ha quindi fatto una proposta per 3.000 volontari che si sottoponessero a un esperimento, trasferire la carta digitale sottopelle – in Svezia non è una novità, da tempo si possono anche prenotare i treni con un microchip sottopelle e in fabbriche e università ci sono lavoratori e docenti che ce l’hanno. Ebbene, il Ministero ha dovuto chiudere l’e sperimento dopo pochissimo tempo perché si sono presentate molte più persone.

Ora veniamo all’Italia, dove dal 2014 esiste la carta d’identità elettronica. Le cose vanno talmente a rilento che non sono state neanche discusse. Se andate all’ufficio anagrafe portando una fotografia formato tessera fatta a una macchinetta qualsiasi non va bene, bisogna farla con quella del municipio, perché deve avere delle caratteristiche specifiche, di fatto il pattern facciale; vi chiedono poi di mettere i polpastrelli del dito indice di entrambe le mani in uno scanner, e sono le impronte digitali; vi assegnano infine un numero, che non è il numero della carta d’identità, come una volta. Il Ministero dell’Interno invia poi un documento a casa con due parti di codice, per attivarla, e c’è scritto che il micro chip ad altissima tecnologia contenuto nella carta d’identità elettronica consentirà di fare tutte le operazioni con l’amministrazione dello Stato. In conclusione c’è un codice PIN e un codice PUC, un codice unico e le impronte biometriche. Siamo esattamente nell’arco di Cina e India.

Questo sistema è importante perché farà saltare tutti i sistemi di falsificazione identitaria, trasferendo in tasca con uno smartphone, o prima o poi sottopelle, l’identificazione non l’identità, il processo di verificazione.

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Definisco questo percorso ‘tendenzialmente totalitario’. ‘Tendenzialmente’ perché a differenza degli scienziati e dei docenti che insegnano l’intelligenza artificiale, che sono assolutamente convinti che entro gli anni Venti/Trenta del 2000 i sistemi AI riusciranno a gestire per intero la società artificiale, e quindi la AI sarà così potente da rendere l’intelligenza umana assolutamente subalterna, e il sistema macchinico prenderà il sopravvento sull’umano così come lo conosciamo dall’homo sapiens a oggi, io non sono invece affatto convinto che l’homo sapiens sia arrivato alla fine della sua storia. Per due ragioni.

La prima è legata a un’osservazione generica della storia di questa specie. Negli ultimi 7-8000 anni, che sono quelli che storicamente possiamo valutare con più attendibilità, la nostra specie ha fatto molti passi, sicuramente nel campo tecnologico ma anche psico-sociale e di sistemi, ma non è ancora riuscita, per esempio, a risolvere il problema della convivenza; siamo una specie che non sa convivere, facciamo guerre di tutti i tipi, ci ammazziamo l’un l’altro, siamo dentro sistemi conflittuali ancora fortemente primitivi, ancora pensiamo che se uno viene da un altro Paese del mondo gli chiudiamo le porte in faccia. Quindi penso che questa specie deve fare ancora tanti passi evolutivi che sono la condizione stessa della sua crescita e realizzazione, e credo che voler delegare a una intelligenza macchinica il destino e la vita della nostra specie sia la più atroce delle prospettive totalitarie.

Seconda cosa, ho ancora fiducia che le persone, gli umani, sappiano fare un ragionamento molto semplice intorno all’uso della tecnologia, vale a dire che non si tratta di essere contro, io non sono contro la tecnologia, sono felice che l’umanità abbia inventato la scrittura, la ruota, l’elettricità, la macchina e qualsiasi altra cosa, quello che non mi rende felice è ciò che non ha fatto felice milioni di persone, ossia che questo oggi avvenga all’interno di un sistema capitalistico, che è un modo di produzione assolutamente barbaro, arcaico, superato dalle sensibilità comuni.

Ci dobbiamo quindi sbarazzare di queste prospettive partendo dal territorio degli umani, ricomponendo un sistema di legami che ci facciano capire che dobbiamo affrontare insieme i problemi del nostro sviluppo senza chiudere le porte in faccia a nessuno, e anzi dotandoci delle tecnologie idonee a sfruttare nel modo migliore le risorse del mondo per stare bene tutti. Quindi il punto è una prospettiva diversa, non un uso diverso degli strumenti, e non è una polemica banale sull’intelligenza artificiale, è una polemica che riguarda la specie, non la tecnologia. Questo è il senso del mio ragionamento, ed è anche il senso per cui ritengo che continuare a sviluppare questo tipo di ricerca e di riflessione sia un’esigenza sociale profonda.

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Chiudo lanciando un allarme che è politico e riguarda la metamorfosi del sistema italiano. Siamo all’interno di un processo di trasformazione del sistema politico da sistema politico novecentesco a un sistema digitale, e questa trasformazione ha una caratteristica: il soggetto politico delle campagne elettorali non sono più i politici, non sono più gli umani, ma sono delle agenzie. In Italia ci sono due agenzie potenti. Una è la Casaleggio Associati, ed è l’agenzia del Movimento 5 stelle, l’altra è Sistemi Intranet, ed è l’agenzia di Salvini, molto meno nota ma altrettanto potente. Sono agenzie per le quali lavorano moltissimi tecnici e studiosi dei sistemi digitali, quella di Salvini è gestita da Luca Morisi, un digital philosopher, e quella di Casaleggio prima da Gianroberto Casaleggio e ora dal figlio. Casaleggio padre era uno dei massimi conoscitori e tecnici delle reti internet, e precedentemente di quelle aziendali – è stato dentro Olivetti. Ha lavorato con l’Italia dei valori di Di Pietro, per costruire il primo sistema informatico sperimentale che però non ha funzionato molto bene, e ha inventato un sistema più complesso, il sistema 5 stelle, che è quello in cui ci troviamo. Non mi interessa entrare nel merito delle politiche dei due partiti, ma dei dispositivi.

Queste strutture, che lavorano sia sul piano dell’identificazione dei dispositivi sia su quello della manipolazione dell’identità, sono agenzie che operano a un unico scopo: profilare le identità politiche del corpo elettorale per realizzare dei sistemi di intervento personalizzato, di micro-target, per la manipolazione delle scelte. È qualcosa che abbiamo già visto all’opera negli Stati Uniti con la campagna presidenziale di Obama ma soprattutto in quella di Trump, e che abbiamo visto sotto forma di un grande scandalo, quello della Cambridge Analytica, che aveva a che fare con Steve Bannon, uno dei massimi esponenti del suprematismo bianco della destra radicale americana e dei grandi capitalisti che hanno portato al potere Trump. A Bruxelles Bannon ha aperto una sede, The Movement, che ha lo scopo di connettere e collegare le agenzie che in Europa lavorano per partiti consimili, e la prospettiva sono le elezioni europee del 2019. Siamo quindi dentro una grandissima campagna elettorale che riguarderà tutti i Paesi della Ue. Queste operazioni non le fa Salvini e non le fa Di Maio, non le fanno i singoli politici ma delle agenzie, che sono legate a università che hanno dei nomi molto forti; Link Campus, per esempio, da cui proviene l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Sono università che lavorano con i Paesi e i servizi di tutto il mondo, con i contractor e con i militari.

Stiamo insomma andando in una certa direzione. Io vi propongo di non guardarla soltanto nella sua quotidianità, battute e controbattute dell’uno contro l’altro, ma nelle sue strutture profonde, vale a dire in chi organizza questa operazione sul web, sul continente virtuale, per catturare attenzione e voti e manipolare le scelte dei sistemi elettorali.

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