Il New
York Times e il Washington Post sapevano dell’attacco
militare degli Stati Uniti contro il Venezuela diverse ore prima che
l’aggressione scattasse, ma hanno scelto di non pubblicare quello che sapevano,
dopo che l’amministrazione Trump li aveva avvertiti che la pubblicazione
avrebbe potuto mettere a rischio i soldati americani. A rivelare questo
retroscena è il media online Semafor, citando due fonti non
identificate, ma definite al corrente delle comunicazioni tra il governo
americano e le redazioni dei due più potenti quotidiani degli Stati Uniti.
La
“deferenza”, come la chiama Semafor, del New York Times e
del Washington Post nei confronti dell’amministrazione Trump
potrebbe sorprendere, considerando che da anni Donald Trump conduce una vera e
propria guerra contro i media tradizionali.
Gli Stati
Uniti non hanno un
sistema per cercare di impedire ai giornalisti di pubblicare una notizia
segreta di un’operazione militare. Il Regno Unito, ad esempio, ce l’ha: si
chiama Da Notice ed è uno strumento con cui il governo inglese
chiede alle redazioni di non pubblicare una certa informazione, perché la sua
divulgazione potrebbe danneggiare la “sicurezza” della nazione. Ma il Da
Notice è un strumento puramente consultivo e i giornalisti inglesi con
la spina dorsale rivendicano il loro diritto di decidere autonomamente cosa
pubblicare, anche se in alcuni rari casi lo scontro governo-redazioni ha
raggiunto livelli altissimi, come durante la pubblicazione dei file top secret
di Edward Snowden. In quell’occasione, il governo di sua maestà costrinse
il Guardian a distruggere la copia dei file in possesso del
giornale e a distruggere, sotto la supervisione dei servizi segreti del Gchq, i
computer su cui i documenti erano conservati.
Negli Stati
Uniti un meccanismo del genere non esiste e la stampa gode di protezione
costituzionale, grazie a quel formidabile scudo che è il first
amendment. Ma nonostante questa protezione, i grandi media americani si
sono spesso mostrati supini alle richieste e alle manipolazioni del loro
governo. Come quando, nel 2003, nei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq,
il New York Times pubblicò notizie infondate sui tentativi di
Saddam di procurarsi armi di distruzione di massa, un’assoluta fandonia, frutto
delle manipolazioni della Cia, che permise all’amministrazione di George W.
Bush di vendere all’opinione pubblica una guerra terribile.
O come quando, nel 2005, il Washington
Post venne a sapere che la Cia aveva prigioni segrete anche
nell’Europa dell’est, in cui torturava brutalmente, eppure il Washington
Post non pubblicò i nomi dei paesi europei su richiesta del governo
americano. O quando nel 2004 il New York Times tenne per un
anno nel cassetto lo scoop sulla Nsa che spiava le comunicazioni dei cittadini
americani senza un mandato. Fu proprio la “tradizione” di collaborazione tra le
grandi redazioni e il governo americano che venti anni fa spinse Julian Assange
a creare WikiLeaks.
Stefania Maurizi, John Goetz e Christian Mihr hanno partecipato alla
Libreria Georg Büchner di Berlino a un dibattito dal titolo: “Qual è lo scopo
del giornalismo se i crimini di guerra non si possono pubblicare?”. La piccola
libreria poteva ospitare solo 80 persone, ma molti altri avrebbero voluto
ascoltarli.
L’evento è stato organizzato da Assange Support Berlin in collaborazione
con Reporter senza frontiere, Georg Büchner Buchladen, Disruption Network Lab e
Boiling Head Media.
Qual è lo scopo del giornalismo se i crimini di guerra non si possono
pubblicare? Sempre più segretezza tra i potenti, sempre più sorveglianza dei
giornalisti.
Ottanta organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani di tutta
Europa si appellano al Consiglio dell’Unione Europea in una lettera congiunta
per proteggere i giornalisti dai software di sorveglianza. Il tanto atteso
regolamento contro Pegasus e altri spyware simili verrà ora ammorbidito: con la
giustificazione della “sicurezza nazionale” come eccezione, i “sofware
malevoli” di Stato contro la stampa saranno in definitiva legalizzati.
La giornalista investigativa tedesca Gaby Weber ha fatto causa per anni al
Servizio Federale di Intelligence per ottenere la pubblicazione dei file su
Eichmann; il servizio ha esteso il periodo di segretezza legale prima da 30 a
60 anni e poi a tempo indeterminato. Il pubblico e gli storici devono essere
tenuti lontani dalle vere circostanze del cosiddetto rapimento di Eichmann.
Come la sua collega tedesca, la giornalista investigativa italiana Stefania
Maurizi ha speso molte energie, tempo e denaro (donato e proprio) per fare
causa alle autorità per ottenere documenti segreti con il Freedom of
Information Act. È grazie alla Maurizi che sappiamo in parte quali autorità
sono responsabili della detenzione di Julian Assange e come. Anche Nils Melzer
ha collaborato alle sue ricerche.
Il suo libro “Potere segreto” spiega come Wikileaks abbia cambiato
il giornalismo e qual è il suo stato attuale, in un momento in cui la
pubblicazione di crimini di guerra segreti è criminalizzata per tutti dalla
prigionia infinita di Julian Assange. Maurizi termina il suo libro con la
seguente conclusione:
“Voglio vivere in una società in cui è possibile rivelare crimini di guerra
e torture senza finire in prigione e arrivare tre volte sull’orlo del suicidio,
come è successo a Chelsea Manning. Senza scappare in Russia, come è stato
costretto a fare Edward Snowden. Senza perdere la libertà per oltre dieci anni
e rischiare il suicidio, come accaduto a Julian Assange. Voglio vivere in una
società in cui il potere segreto risponde alla legge e all’opinione pubblica
delle sue atrocità. Dove ad andare in galera sono i criminali di guerra, non
chi ha la coscienza e il coraggio di denunciarli e i giornalisti che ne
rivelano la criminalità. Oggi una società così autenticamente democratica non
esiste. E nessuno la creerà per noi. Sta a noi combattere per arrivarci. Per quelli
che c’erano, per quelli che non c’erano e anche per quelli che erano contro”.
Stefania Maurizi, John Goetz e Christian Mihr discutono in questo video i
passi da compiere per raggiungere questo obiettivo.
Nelle prossime elezioni britanniche i sondaggi danno di gran lunga vincenti i laburisti.
Dopo Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak anche la Sfinge di Taharqa (che si trova nel British Museum di Londra, rubata, gli inglesi sono bravi a rubare) vincerebbe le prossime elezioni inglesi senza nessun problema.
Quello che non si capisce (vedi qui) è la gioia del ritorno della sinistra al governo.
SINISTRA?
Il punto è che i laburisti inglesi dono la seconda ala destra del sistema politico inglese, come se qualcuno dicesse, da noi, che Calenda e Renzi sono di sinistra.
Da qualche anno il Labour party inglese è guidata da Sir Keir Starmer.
Forse non tutti sanno che l’accusa (Crown Prosecution Service) contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.
Keir Starmer è stato così “bravo” che nel 2020 riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn, per antisemitismo, un’accusa passepartout, anche Ken Loach è stato cacciato dal Labour. Altra missione compiuta, dopo Assange, via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.
Tutti abbiamo i governanti che ci meritiamo, nel Natostan (un tempo si chiamava anche Europa) governano, senza opposizione, i servi (neanche troppo intelligenti, non è necessario esserlo) di Washington, servi a loro volta di poteri più alti.
scrive Ken Loach nella prefazione a ‘Il potere segreto’, di Stefania Maurizi
…In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.
qui (in inglese) un articolo che riporta l’opinione di Ken Loach su Starmer.
CORBYN ACCUSATO di ANTISEMITISMO
A lanciare la durissima accusa nei confronti del capo del Labour Party Jeremy Corbin è stato il rabbino-capo britannico Ephraim Mirvis, massima autorità ebraica nazionale, che ha definito Corbyn “incapace di governare” aggiungendo che “il modo col quale i vertici del partito hanno trattato il razzismo anti-ebraico non è conciliabile con i valori britannici dei quali siamo così orgogliosi…” invitando a votare “secondo la propria coscienza”. E’ l’ennesimo attacco, certo il più grave, anche perché arriva a poche settimane dal voto. Il leader laburista ha reagito immediatamente dichiarando che nel Labour Party “non c’è posto per l’antisemitismo e non verrà tollerato”. Anche l’arcivescovo di Canterbury, leader spirituale della chiesa anglicana, sembra appoggiare le critiche del rabbino-capo. E’ almeno dal 2015 che il Labour Party viene accusato di antisemitismo: diversi membri di primo piano hanno accusato Corbyn di aver fatto nascere sentimenti anti-ebraici tra le sue fila in particolare per quanto riguarda la questione israelo-palestinese con attacchi portati allo Stato ebraico. In realtà i socialisti in tutta l’Europa hanno sempre manifestato contro lo Stato israeliano per non rispettare i diritti della minoranza palestinese. Anche l’ONU – se non fosse intervenuto più di una volta l’alleato USA – ha avuto parole dure di condanna contro lo Stato ebraico per la repressione del popolo palestinese. E’ stato lo stesso Papa Bergoglio a consigliare i responsabili israeliani di favorire una riconciliazione tra ebrei e palestinesi. “Due popoli e un solo Stato” è stato per anni il punto di vista di tutta la sinistra in Europa, in particolare nei partiti socialisti e social-democratici. Nel momento in cui veniva condannata la politica di repressione dell’attuale Stato ebraico, non può dirsi che essi potessero essere ritenuti antisemiti. Una cosa è la politica del moderno Stato israeliano, accusato giustamente per la persecuzione della minoranza palestinese ed un’altra cosa è il sentimento antisemita. Si può essere convinti assertori del principio di uguaglianza tra tutti i popoli della terra e condannare lo Stato di Israele senza timore di essere accusati di antisemitismo. E’ questa la posizione dei laburisti inglesi, anche se oggi – in campagna elettorale – i membri della potente lobby pro-Israele e la Chiesa anglicana vogliono ergersi a paladini della democrazia e della libertà religiosa nel tentativo di bloccare gli avversari del partito conservatore. Al contrario, la politica del governo conservatore contro gli immigrati provenienti dal resto d’Europa, il tentativo di discriminarli sul piano salariale e previdenziale rispetto ai lavoratori inglesi può essere considerato una posizione discriminatoria che va combattuta perché essa finisce per creare spaccature all’interno della classe operaia inglese. Corbyn ha anche lui commesso una serie di errori, può essere accusato di non aver avuto fermezza nel combattere la battaglia della Brexit. Questa posizione può avere certamente una conseguenza nel corso di questa campagna elettorale ma non può essere accusato di essere un razzista ed un antisemita. Semmai è il partito conservatore che dovrebbe spiegare ai propri cittadini perché continua a sostenere militarmente Israele nella sua lotta contro la minoranza araba che è costretta a sopravvivere in una striscia di territorio e a subire quotidianamente la politica di apartheid dello Stato sionista. Lo sterminio del popolo ebraico nel corso della seconda guerra mondiale non può giustificare la politica di sterminio dello Stato d’Israele oggi. L’antisemitismo va combattuto senza esitazione così come la lotta del popolo palestinese contro lo Stato d’Israele va appoggiata con uguale fermezza, chiedendo l’applicazione immediata delle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che Israele ha rifiutato di eseguire. Sono pronti i governi europei a far rispettare e applicare queste risoluzioni? Se c’è qualcuno disposto a farlo, faccia un passo avanti ma credo che non ci sia che l’urlo del silenzio a rispondere…
…Keir does have plenty to say that is critical of the supporters of Julian Assange:
‘…all those in the Assange case or any other case, who say it’s all a big conspiracy are either missing the point that this is an independent judge-made decision or they are implying that our High Court judiciary is corrupt’…
Il Celtic punisce i suoi tifosi che sostengono la Palestina
Un gruppo di tifosi del Celtic ha accusato la dirigenza del club di agire in modo vergognoso per “aver cercato di censurare e punire la solidarietà verso il popolo palestinese da parte dei tifosi”.
Secondo il sito web della BBC, gli abbonamenti sono stati ritirati ai tifosi delle Green Brigades, un gruppo di tifosi del Celtic, che hanno mostrato il loro sostegno alla Palestina, soprattutto durante la partita di Champions League della squadra contro l’Atletico Madrid.
Il Celtic FC ha descritto il comportamento dei tifosi della Green Brigade come una “pericolosa escalation” di comportamenti inaccettabili.
La Green Brigade ha risposto con una dichiarazione in cui affermava che la “serie di accuse inconsistenti” era stata usata per punire ingiustamente i suoi membri.
“È innegabile che le sanzioni imposte ai membri della Green Brigade siano state il risultato della palese solidarietà del gruppo con la Palestina”, ha detto il gruppo in una dichiarazione.
“È chiaro che le sanzioni applicate, in particolare il divieto collettivo, sono ingiuste”.
“Neghiamo categoricamente le accuse sinistre e diffamatorie di ‘intrusione’, ‘intimidazione, minacce e comportamenti abusivi nei confronti del personale’.
La Green Brigade, che occupa parte della Tribuna Nord del Celtic Park Stadium, di solito organizza artisticamente il tabellone del tifo, per la squadra, durante le grandi partite.
« Capisco chi dice che il contante è problematico per evasione e
criminalità, ma i pagamenti elettronici sono una forma di controllo assoluto
sull’individuo e sui media: se dissenti, ti rovino. Il blocco delle donazioni a
un media, dalla sera alla mattina, senza alcuna base legale, deve dare una
misura di quanto sono problematici i servizi di pagamento elettronici ».
E’ quanto scrive la nota giornalista Stefania Maurizi sul
proprio account Twitter [1] rilanciando una vicenda cui lei
stessa ha dato visibilità in Italia raccontandola su “Il Fatto Quotidiano”
[2].
Gofundme blocca la raccolta fondi su
richiesta servizi Ucraina?
Cosa è successo?
Il giornale online statunitense “The Grayzone”, in un suo
recente articolo [3], ha denunciato che « il sito di
crowdfunding della Silicon Valley Gofundme ha congelato tutti i soldi raccolti
nella nostra recente raccolta fondi ».
« Avevamo raccolto oltre 90.000 dollari da oltre 1100
contributori », precisano da parte di “The Grayzone”.
Che aggiungono: « ora, Gofundme sta tenendo in ostaggio le
donazioni, rifiutandosi di trasferirle a noi. Il sabotaggio finanziario di
Gofundme segue le sanzioni de facto imposte da Venmo e Paypal ».
Se la piattaforma Gofundme non fornisce alcuna spiegazione
precisa, la redazione “The Grayzone” ritiene di poter inquadrare l’azione
in un più ampio boicottaggio del giornale che sarebbe oggetto
di “attenzione” per le sue posizioni sulla guerra in Ucraina
difformi dalla posizione delpotere dominante.
Il collaboratore « Kit Klarenberg è stato arrestato e interrogato
sui suoi rapporti investigativi per The Grayzone da parte della polizia
britannica antiterrorismo all’aeroporto internazionale di Luton questo maggio »,
ricordano. E poi aggiungono come il « servizio di sicurezza della SBU ucraina [si
sia attivato] per bandire Aaron Mate di The Grayzone da Twitter sulla
base del fatto che erano “sospetti dall’SBU nel diffondere paura e
disinformazione” ».
« Quindi – conclude “The Grayzone” – , anche se
non abbiamo informazioni concrete sull’identità delle “forze esterne” che hanno
fatto pressioni con successo Gofundme per congelare le nostre donazioni,
abbiamo forti ragioni per sospettare l’interferenza del governo
ucraino e i suoi sponsor a Washington sono alla radice del sabotaggio ».
Insomma, a loro dire, si tratterebbe di un tentativo di censurare il
giornale ricattandolo economicamente.
La vicenda non rappresenta un caso isolato; il caso più noto è quello di
Wikileaks.
Stefania Maurizi: Anche chi non ti piace
ha diritto di espressione!
« Può non piacere il giornalismo del media online americano “TheGrayzoneNews”,
fondato da MaxBlumenthal ( figlio del noto consigliere di Hillary Clinton,
Sydney Blumenthal ) e molto critico della politica estera USA, ma in democrazia
come si può accettare il blocco delle donazioni dei lettori a un media che
apprezzano? », conclude Stefania Maurizi nel proprio post.
Una domanda, e un concetto di libertà di espressione, che merita un
dibattito.
Perché, chiosa la Maurizi, «non combatti per i diritti di coloro che ti
piacciono e non combatti per coloro che non ti piacciono, combatti per i
diritti, non importa di chi siano. Il diritto di pubblicare è al centro della
democrazia, non importa se ti piace o meno l’editore» [1].
Dal 2010, quando WikiLeaks ha
rivelato i documenti segreti del governo americano sui crimini di guerre e
torture, il suo fondatore, Julian Assange, non ha più conosciuto la libertà. E,
negli ultimi due anni, il lavoro dell’organizzazione è stato risucchiato dal
tentativo di salvargli la vita: chissà quante rivelazioni avrebbero potuto
farci sulla guerra in Ucraina e, più in generale, sul complesso
militare-industriale, che non risponde a un controllo democratico perché spesso
le informazioni sono coperte da segreto e avvolte in una fitta coltre di
disinformazione.
Il giornalista islandese Kristinn Hrafnsson è il direttore di WikiLeaks. Il Fatto lo ha
intervistato mentre è in Italia, per la conferenza internazionale su pace,
guerra e informazione, che si tiene oggi al comune di Assisi, organizzata da
Beppe Giulietti e dalla Federazione Nazionale della Stampa, dalla Tavola della
Pace di Flavio Lotti e da Articolo 21.
Dal 2010 Assange non sa più che cosa è la libertà.
Crede che ci siamo fidati troppo delle democrazie occidentali e del sistema dei
media?
Avevo l’impressione che, come WikiLeaks, ci avrebbero sostenuto a
sufficienza, soprattutto considerando che lavoravamo in collaborazione con
media partner che erano tra i giornali più potenti del mondo. È stata una
grande delusione vedere il fallimento del mainstream su
tutti i fronti. Avevo già maturato diffidenza nei confronti dei media mainstream, soprattutto dopo l’11 settembre e nei dieci
anni che ne erano seguiti.
In particolare a cosa si riferisce?
Avevo visto le loro complicità nel coprire crimini orrendi durante le
guerre; la loro mancanza di spirito critico nei confronti del potere, soprattutto
della superpotenza, gli Stati Uniti; avevo visto cosa era accaduto con la
guerra in Iraq, quando la maggior parte di loro aveva ripetuto le assurde
falsità usate per giustificare l’invasione. La spirale discendente del mainstream era continuata e non abbiamo ancora
avviato un processo di recupero, questo è preoccupante.
È in questo contesto che è stata creata WikiLeaks.
Che cosa state facendo ora?
In questi ultimi due anni non abbiamo pubblicato, ma il governo degli Stati
Uniti è deciso a silenziare e fare a pezzi WikiLeaks perché
odia l’ideale di una verità che non può abbattere. È quello che teme di più:
per il potere è troppo importante controllare il flusso delle informazioni.
Lei lavora per WikiLeaks dal 2010,
dopo aver lavorato per molti anni per la tv pubblica islandese. Si è mai
pentito?
Assolutamente no. E mi considero fortunato, anche se è stata dura,
soprattutto per Julian Assange, ovviamente, ma anche per gli altri che sono
parte del progetto.
Lei ha fatto visita a Julian Assange in carcere di
recente. Come sta?
Ha una grande resistenza, ma c’è un limite: la sua incarcerazione deve
finire subito. L’unica ragione per cui sopravvive è la convinzione di essere
detenuto per un motivo ingiusto e di combattere una battaglia per una causa più
grande della sua vita. Negli ultimi mesi abbiamo visto i media partner
originali (New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, ndr) pubblicare una
dichiarazione congiunta in suo favore. Abbiamo visto l’Attorney General degli
Stati Uniti, Garland, introdurre nuove linee guida per i media, che lo
esonererebbero dalle accuse. È assurdo che, nonostante ciò, il caso vada
avanti. Ho incontrato cinque presidenti in America Latina: quelli di Messico,
Colombia, Brasile, Bolivia, Argentina. Tutti hanno capito benissimo
l’importanza del caso e chiesto la liberazione di Julian. Il primo ministro
dell’Australia, Albanese, ha fatto dichiarazioni pubbliche di recente, dopo
averne discusso di persona con il presidente Biden, e si è detto molto
contrariato per il fatto che non ci siano progressi. Julian deve essere
liberato. La resistenza contro la sua liberazione è impressionante e porta a
chiedersi: chi beneficia della sua incarcerazione? È chiaro che
l’amministrazione Biden vorrebbe porvi fine, perché la danneggerebbe, se
dovesse andare avanti. Anche membri del Congresso del Partito democratico di
Biden, come Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, ne hanno chiesto la fine.
Possiamo solo presumere che le forze oscure siano così forti che il caso non è
stato risolto. Mi riferisco alle agenzie di intelligence degli
Stati Uniti. Queste sono le forze che ci troviamo contro, come anche l’establishment militare. Ma non possiamo lasciare
che vincano.
Il leader laburista britannico, Keir Starmer, ha cacciato di fatto dal
partito il suo predecessore e, virtualmente il politico più popolare della
sinistra d’oltremanica, Jeremy Corbyn. La decisione rappresenta la logica
conseguenza di una penosa involuzione del “Labour” dopo che la leadership dello
stesso Corbyn aveva fatto intravedere, sia pure per un periodo molto breve, una
possibile svolta progressista dello storico partito britannico.
La deriva destrorsa dei laburisti è stata a tutti gli effetti ammessa da
Starmer nel discorso con cui questa settimana ha liquidato Corbyn. Starmer ha
affermato che “il Partito Laburista odierno non è più quello del 2019 [sotto la
guida di Corbyn] e non tornerà mai più indietro”. In altre parole, il “Labour”
ha operato una svolta definitiva verso destra, liberandosi di tutti i residui
di progressismo che ancora lo caratterizzavano, quanto meno all’interno della
propria leadership.
Rivolgendosi direttamente all’ex numero uno e ai suoi alleati, Starmer ha
aggiunto: “Se non vi piace [questa nuova realtà]; se non vi piacciono i
cambiamenti che abbiamo fatto, la porta è aperta e potete andarvene”.
La resa dei conti tra i laburisti è stata possibile, almeno a livello
formale, grazie alla colossale caccia alle streghe contro la sinistra del
partito in base all’accusa, interamente fabbricata, di anti-semitismo. Ovvero
una campagna ferocissima condotto contro membri del partito di qualsiasi
livello che, come Corbyn, hanno espresso nel corso degli anni anche una minima
critica nei confronti di Israele o un qualche sostegno alla causa palestinese.
Un’indagine altamente politicizzata della commissione britannica per
l’Uguaglianza e i Diritti Umani era stata avviata nel 2020 ed aveva appunto
accertato l’esistenza del problema dell’antisemitismo nel partito, favorito
anche dall’atteggiamento troppo permissivo dei suoi vertici, ovviamente nel
periodo in cui Corbyn ne era il segretario. La commissione aveva indicato una
serie di provvedimenti da adottare per risolvere il presunto problema e proprio
questa settimana ha stabilito che la leadership laburista ha fatto a
sufficienza per mettere fine alla sorta di periodo di supervisione che durava
da oltre due anni.
Starmer ha dunque stabilito che Jeremy Corbyn non sarà candidato dal
Partito Laburista nelle prossime elezioni parlamentari in Gran Bretagna. L’ex
leader, da parte sua, ha emesso un comunicato per condannare il provvedimento
nei suoi confronti, lasciando intendere che potrebbe essere presentato un
qualche ricorso nel prossimo futuro. Corbyn era già stato rimosso dal gruppo
parlamentare laburista nell’ottobre del 2020 sempre per il suo atteggiamento
ritenuto troppo permissivo nei confronti della “piaga” dell’anti-semitismo nel
partito.
Nel suo intervento pubblico, Starmer ha spiegato le differenze tra il suo
partito e quello di Corbyn. Quello attuale non sarebbe più il partito del
“dogmatismo”, ma del “patriottismo”, non più un partito “di protesta”, ma “del
servizio pubblico”. Inoltre, nonostante la dedizione assoluta di Starmer e la
sua leadership ai poteri forti, agli Stati Uniti e alla NATO, a suo dire il
“Labour” non sarà “mai più ostaggio di interessi particolari”.
La campagna che Starmer ha fatto propria fin dall’inizio del suo mandato
nella primavera del 2020 è sostanzialmente un affare dei vertici del Partito
Laburista e trova poco seguito tra gli iscritti. Tant’è vero che dalla sua
elezione alla guida del partito, i laburisti hanno perso almeno 140 mila
tesserati. Questa emorragia era seguita all’impennata dell’entusiasmo per il
successo a valanga di Corbyn nel 2015. Contro la sua leadership era però subito
iniziata una campagna di boicottaggio promossa dall’ala “blairita” del partito,
culminata nel tracollo elettorale del 2019.
Corbyn non aveva peraltro mai rivolto nessun appello alla base del partito
per combattere seriamente la destra del “Labour”. Al contrario, la sua
strategia mirava a un compromesso con gli oppositori interni, ma le continue
concessioni per allentare la pressione erano sfociate in attacchi ancora sempre
più feroci. Dopo l’arrivo di Starmer alla segreteria, l’offensiva contro la
sinistra interna non si è fermata e svariati esponenti del partito sono stati
espulsi con la solita assurda accusa di anti-semitismo.
I parlamentari più vicini a Corbyn si sono nel frattempo in buona parte
piegati alla linea di Starmer e, dopo una spaccatura del gruppo “socialista”,
si è verificato un sostanziale allineamento alle posizione ultra-atlantiste
della leadership in seguito all’esplosione del conflitto in Ucraina nel
febbraio dello scorso anno. Nonostante la sua storia di militante pacifista e
anti-NATO, Corbyn non ha mai rinunciato a cercare la riammissione in un partito
spostatosi nettamente a destra, né ha mostrato interesse a promuovere un
movimento alternativo malgrado il seguito che aveva raccolto ai tempi del suo
mandato alla guida del “Labour”.
L’attitudine complessiva nei confronti della vicenda Corbyn degli ambienti
generalmente riconducibili alla sinistra del Partito Laburista è stata in
definitiva scoraggiante nei giorni scorsi. Il clima soffocante aggravatosi
dall’inizio delle operazioni militari russe ha finito per estinguere quasi del
tutto l’opposizione alla leadership di Starmer e al pensiero unico pro-NATO.
Ciò che prevale sono per lo più sterili appelli all’unità del partito che fanno
emergere opportunismo e disfattismo politico, nel tentativo di accreditare il
“Labour”, agli occhi dei poteri forti in Gran Bretagna e a Washington, come
forza di governo “responsabile” votata, né più né meno dei conservatori,
all’austerity e al militarismo.
ps (mio): chi ha letto Il potere segreto, di Stefania Maurizi, sa che a Londra l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, innocente, probabilmente Keir Starmer era solo un sicario il cui mandante era la Cia.
Keir Starmer è stato così bravo che è diventato segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.
articoli, video, disegni di Barbara Spinelli, Andrea Puccio, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Irina Alksnis, Piero Orteca, Turi Palidda, Gloria Ferrari, Piero Pagliani, Marco Ghisetti, Demostenes Floros, Stefania Maurizi, Seymour Hersh, Mao Valpiana, Giovanni Punzo, Andrew Napolitano, Paul Schreyer, Carlo Bellisai, Fabio Mini, Alessandro Di Battista, Pepe Escobar, Thierry Meyssan, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Alfredo Tocchi, Patrick Boylan, Sergei Lavrov, Peppe Sini, Fabrizio Verde, Giulietto Chiesa, Carlos Latuff
Strage di Brescia : il Comando Nato (prima puntata)
Strage di Brescia :
Primo livello: gli esecutori, due nuovi nomi
Secondo livello: confidenti, infiltrati, servizi segreti, generali e forze dell’ordine.
Terzo livello: il Comando Nato.
…Di seguito la prima parte dell’articolo di Carlo Bonini e Massimo Pisa apparsa su la Repubblica del 27 gennaio 2022.
Terzo livello ( 1a puntata)
La nuova inchiesta sulla strage neofascista di Brescia porta lì dove nessuno poteva immaginare. Il comando Nato di Verona.
Quando l’hanno battuta le agenzie, poco prima di Natale, la notizia ha faticato a conquistarsi una breve. Due chiusure indagini per la strage di piazza della Loggia e due nuovi e semisconosciuti estremisti di destra accusati di aver messo la bomba che dilaniò Brescia alla fine del maggio di 48 anni fa, uccise otto persone, ne ferì un centinaio, inaugurò l’ennesima stagione dello stragismo di mano neonazista con la complicità di pezzi dello Stato. Già perché ha già due colpevoli, quell’attentato, arrivati però soltanto con la sentenza di Cassazione del 2017. Uno, Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” nel Triveneto, è morto l’anno dopo. L’altro, Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone” del Sid (l’allora servizio segreto militare), sta ancora combattendo la sua battaglia per la revisione del processo. Per questo, le storie di Marco Toffaloni e Roberto Zorzi – che sono appunto i due accusati dell’ennesima indagine della Procura di Brescia – potrebbero benissimo essere due note a margine della storia nera d’Italia. Invece, nelle 280mila pagine (mal contate) di atti depositati in altro. C’è la consueta ricerca documentale del “secondo livello” (quello degli uomini incardinati nelle istituzioni italiane) e ci sono nomi e cognomi di ufficiali degli apparati: Sid, Carabinieri, Polizia. Ma c’è, soprattutto, l’indicazione di un inedito terzo livello. Parliamo del Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa – leggi: Nato – il cui cuore sarebbe stato a Palazzo Carli, a Verona, la città di Toffaloni e Zorzi. Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista.
D’istinto, lo si direbbe un romanzo fantasy costruito su migliaia di informative, verbali, intercettazioni, pedinamenti e vecchi faldoni, recuperati dalla magistratura negli archivi dei nostri Servizi e in quelli degli Stati Maggiori dei nostri apparati militari e della sicurezza a forza di decreti di esibizione, e in cui si dipana anche la storia di un pugno di ragazzi figli di quel tempo. Con la passione per il calcio, le moto, i giochi da adulti, l’esoterismo. Un mondo popolato da donne bellissime e attori, svastiche e orge, agenti doppi e vendette. Per una vicenda tragica che ha fatto morti prima di quel terribile 28 maggio 1974, e forse continua a farne. Già, perché chi indaga sulla strage di Brescia si è sempre trovato di fronte a due nodi da sciogliere. A due bombe. La prima, esplosa nove giorni prima, alle 3 di notte, falciò un ragazzo di vent’anni in Vespa. Si chiamava Silvio Ferrari, era un neofascista che aveva già commesso attentati e andava a far saltare l’uscio della sede della Cisl. Ma non fece in tempo. Saltò in aria all’imbocco di piazza Mercato. Fatalità, errore umano o trappola? Uno dei migliori amici di Ferrari, Arturo Gussago, finì a processo accusato di strage, e come tutti i coimputati fu assolto. Faceva l’avvocato. Il 24 dicembre, quattro giorni dopo la chiusura di questa inchiesta, un infarto lo ha stroncato. Il supertestimone che ha guidato gli investigatori tra i segreti bresciani e fino al comando Nato di Verona (lo chiameremo “Alfa”, per motivi di sicurezza, e sarà l’unico nome che non faremo) ha fatto tanti nomi di persone coinvolte nella strage.Quello di Gussago è stato l’ultimo, pochi mesi fa…
qui la seconda parte dell’articolo di Carlo Bonini e Massimo Pisa.
Visti però gli incombenti “ Venti di Guerra” in Ucraina, ci piace aprire questo post con una foto che sintetizza il ruolo della NATO oggi, quella stessa alleanza atlantica che con il proprio comando supremo sembra aver ispirato lo stragismo di Ordine Nuovo in Italia.
(Ucraina: membri del Battaglione Azov espongono la propria bandiera unitamente a quelle nazista e della NATO)
A PROPOSITO DI NATO: IL RUOLO DEL COMANDO DI VERONA NELLA STRAGE DI PIAZZA LOGGIA – BORTOCAL
…una nuova inchiesta sulla strage porta infatti al comando NATO di Verona: il giovane neofascista Silvio Ferrari, dilaniato da un ordigno che trasportava nella notte il 19 maggio 1974, era un informatore del vicequestore Lamanna della questura di Brescia, e aveva partecipato, assieme a Delfino, a riunioni a Verona a Palazzo Carli, sede del Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa, quindi anche con ufficiali americani; lì si sarebbe preparata la strategia stragista.
Carlo Digilio era l’esperto di armi ed esplosivi dell’organizzazione fascista “Ordine nuovo” che preparò e mise in sicurezza la bomba che poi arrivò a Brescia ed esplose in Piazza Loggia, ma nello stesso tempo era un agente informatore al servizio delle basi nato del Veneto, così come Maurizio Tramonte, condannato per la strage insieme al leader di Ordine Nuovo veneto Carlo Maria Maggi, era un informatore del Sid (servizio segreto militare del tempo) con il nome in codice di “Fonte Tritone”.
“Viene accertato lo stesso meccanismo socio-politico che abbiamo già visto operante anche a Piazza Fontana, cioè gruppi neofascisti che vengono inquadrati da frange istituzionali, militari e non, e ritenuti utilizzabili, utili per compiere quelle operazioni sporche che talvolta sono necessarie al potere“…
Chi ha ucciso la pace in 12 mesi di guerra – Barbara Spinelli
Invece di insistere come ebeti su una distinzione del tutto scontata – il 24 febbraio 2022 ci fu un aggressore e un aggredito in Ucraina – converrebbe cominciare a porsi qualche domanda magari scomoda ma utile.
La più ovvia concerne l’opportunità di inviare a Kiev armi sempre più offensive, che troncano ogni trattativa. La risposta a questa domanda è negativa: è ormai evidente che accrescere l’armamento ucraino non genera tregue, ma aumenta il numero di morti e la possibilità di un conflitto nucleare. Per le industrie belliche occidentali è una manna, ma non per i cittadini, né aggrediti ucraini né europei, che pagano il prezzo della guerra.
La seconda domanda riguarda le ragioni del conflitto. Dopo i negoziati con Gorbaciov del 1991 e negli anni che vanno dalla Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 a quella Arancione in Ucraina del 2014, è stato fatto tutto il necessario, per rassicurare Mosca che pure aveva sciolto l’Urss aprendosi all’Occidente? Niente affatto, visto che dopo poco tempo l’Occidente decise, per volontà degli Stati Uniti e dell’Est europeo, di espandere la zona di influenza Usa-Nato fino alle porte russe. La menzogna più dura a morire è quella che ritrae Vladimir Putin nelle vesti di zar imperiale. I veri imperiali sono gli occidentali, guidati da Washington. È ormai palese che l’ottocentesca dottrina Monroe (nessuna interferenza è tollerata nelle aree attorno agli Usa) si applica oggi all’Europa sino alle frontiere russe. Non aver capito che tale estensione ha non solo infranto le promesse fatte a Gorbaciov nel ’91, ma ha rappresentato una micidiale provocazione è il peccato originale dell’Occidente. Mosca è l’aggressore e Kiev l’aggredito, ma questo non implica che la guerra fosse “non-provocata” e inevitabile.
Terza domanda, legata alla seconda: i giornali europei mainstream hanno fatto abbastanza per capire le radici della guerra cominciata nel 2014 in Donbass, ben prima del febbraio 2022? La risposta è no. I media scritti e parlati non fanno il loro mestiere di cani da guardia. Non sono al servizio dei cittadini-lettori, ma degli interessi geostrategici Nato. Esercitandosi in censura e autocensura giungono sino ad accusare di disinformazione uno dei massimi giornalisti occidentali – Seymour Hersh, premio Pulitzer, noto per aver rivelato la strage di My Lay del 1968, i retroscena dell’assassinio nel 2011 di Bin Laden, le torture nelle carceri di Abu Ghraib nella guerra in Iraq – che l’8 febbraio ha svelato con dovizia di fonti gli autori – governo Usa, aiutato da Norvegia e Svezia – del sabotaggio che nel giugno scorso ha distrutto i due gasdotti Nord Stream.
Fu un atto di guerra preparato molti mesi prima del 24 febbraio ’22, e scatenato non solo contro Mosca, ma anche contro la Germania e contro i rapporti energetici Europa-Russia (uno degli obiettivi è facilitare la dipendenza Ue dal gas liquefatto Usa).
Le rivelazioni sono occultate non solo da giornali e Tv, ma anche da Facebook, dove la notizia viene segnalata come fake news (segnaliamo che il fact checker di Facebook per l’Italia è Open di Enrico Mentana).
Hersh è accusato di nascondere le fonti. Sappiamo che fine farebbero queste ultime, se rivelate: la fine di Snowden e Assange.
La domanda da porsi dentro questa terza domanda è se i cittadini siano pronti a proteste massicce, come fecero per il Vietnam e un po’ per l’Iraq (non per le guerre di Corea o Afghanistan)...
Adesso Stoltenberg ammette che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014 – Andrea Puccio
Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha detto oggi a Bruxelles che il conflitto tra Ucraina e Russia non è iniziato nel 2022, ma nove anni fa. “La guerra non è iniziata nel febbraio dell’anno scorso, la guerra è iniziata nel 2014. E dal 2014 che gli alleati della NATO stanno fornendo sostegno all’Ucraina con addestramento e attrezzature, quindi le forze ucraine sono state molto più forti nel 2022 di quanto non fossero nel 2014”, ha detto il capo dell’Alleanza Atlantica prima della riunione dei ministri della difesa del blocco.
Allo stesso tempo, Stoltenberg ha detto che né la Nato né i suoi alleati fanno parte del conflitto, tuttavia, ha notato che continueranno a fornire armi più avanzate e moderne, assicurando che la consegna di carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e munizioni sono ora una priorità della NATO. “Il tipo di sostegno che abbiamo, che stiamo fornendo all’Ucraina, è cambiato e si è evoluto nel tempo. E continuerà a cambiare ed evolversi”, ha aggiunto, riporta RT.
Credo che ogni commento sia superfluo ma la domanda che mi faccio è perché solo adesso, ad un anno dall’inizio dell’operazione speciale in Ucraina da parte della Russia, i vertici della Nato hanno deciso di gettare la maschera e riferire quanto molti di noi dicono da tempo.
Inoltre mi chiedo, dopo aver ascoltato queste parole, come è possibile che i nostri mezzi di informazioni continuino a propagandare la retorica che è stata la Russia ad iniziare il conflitto? Se la guerra è iniziata nel 2014 chi è stato ad iniziarla la Nato o la Russia che si è trovata nella condizione di difendersi?
Aprite gli occhi per favore prima che la spregiudicatezza di questa classe politica non ci porti davvero alla terza guerra mondiale.