Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete
letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo
chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si
sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso
non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra,
muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se
ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per
esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni
ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione
criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.
Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si
sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che
declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e
politiche.
Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il
suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione
e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno
preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e
discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono
dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico
l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il
manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come
fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello
spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o
quel che è) sono imbarazzanti. Per esempio ho notato che in tutta
l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia
zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola
Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano
davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario,
ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle
piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv.
Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per
capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché? Il barbiere, col suo rasoio filosofico,
ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri.
Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere
la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite
come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti
americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare
che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi
elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing. Amen, conclude il barbiere.
Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di
libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali
e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica
strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene
comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad
avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con
coscienza.
Si sono presi
tutto. Per decenni, con la destrezza semantica delle parole-chiave, ribaltando
concetti e sbandierando principi ineluttabili e di progresso a fronte di un
sistema di appropriazione di diritti e di risorse. Dalla sanità alla scuola,
dal lavoro all’informazione passando per la visione del mondo nelle sue
declinazioni geopolitiche a celare un’ingiustizia diffusa.
Negli ultimi tre
anni hanno preso atto che la lotta di classe è finita con il loro totale
successo. Quindi, perché fingere libertà, diritti
internazionali, coscienza e democrazia da esportare qua e là, quando è più
semplice e pratico l’uso della brutalità arrogante e feroce? I poteri forti,
come dicevamo saggiamente e inascoltati nello scorso millennio, possiedono più
ricchezze degli Stati. Sono le multinazionali che speculano su tutto, quindi
vivono investendo e depredando, guidando i mercati e colonizzando i paesi
satelliti. Rappresentano la punta avanzata di quel turbocapitalismo che
distruggerà se stesso, noi, la terra.
Se
prevale la loro visione, e sta accadendo, dobbiamo sperare che esista un Dio
clemente.
Qui
da noi comandano i sovranisti, quelli che parlano di onore, di nazione; che si rifanno a quello del solco tracciato dall’aratro difeso
dal ferro della spada. Insomma, i peggiori, sotto tanti aspetti. Perché sono
eredi politici e culturali di chi ha già messo in ginocchio il nostro Paese.
Ma, saltando il passato, mi piacerebbe sapere di che onore farfugliano, se sul
piano internazionale fingono di vedere iniquità e genocidio, e obbediscono
acriticamente ai voleri di Trump e di Netanyahu, dei fondi speculativi, del
sistema di dominio che ci impoverisce con una certa evidenza.
Intanto
oggi l’aratro è delle multinazionali e dei fondi di investimento che fanno il
bello e il cattivo tempo, e decidono le politiche industriali e anche quelle
legate all’energia sostenibile. Ma il nostro sistema politico ha anche affidato
agli stessi poteri forti la sicurezza e la difesa, quindi la spada.
Però
in cambio i sovranisti infelici possono devastare a piacimento la sanità, la
scuola, il lavoro, i diritti, per recuperare il consenso degli imbecilli che
sono contenti del fatto che i super ricchi del mondo e anche in Italia abbiano
decuplicato le loro ricchezze e che le sfoggino occupando anche i nostri mari
con yacht grandi quanti un paese e che valgono centinaia di milioni.
Alla faccia nostra, mentre i media cantori del lusso, non fanno
altro che magnificarli sulle loro pagine. Con i nostri poveri cittadini che
faticano ad arrivare a fine mese, pagano la benzina uno sproposito, aspettano
un anno per una Tac, vedono le scuole crollare e la cultura scomparire e con la
cultura le conoscenze pubbliche che sarebbero così utili per creare un argine
contro lo sfrenato successo dei mediocri al Potere, con i loro manganelli
simbolici, e al servizio di un potere criminale è distruttivo.
Un tipo, nei giorni scorsi, non è voluto entrare nella
nostra libreria-avamposto culturale Vald’O perché in vetrina abbiamo il libro
di Maria Elena Delia, “Global Sumud Flotilla”.
Ha fatto bene: entrare in uno spazio del
dialogo, dichiaratamente dalla parte di chi cura e dei coraggiosi che vanno in
soccorso di chi soffre, può incutere spavento. Se poi quel posto è pieno di
libri pericolosamente indipendenti, peggio ancora. Meglio tenersi alla larga.
La conoscenza mette ansia, meglio quel sano conformismo rigido che si riempie
la bocca di grandi ideali vuoti e slogan tagliati con l’accetta di chi
preferisce ignorare.
Ha fatto
bene l’ignorante (dal
verbo latino ignoro, non conosco) a restare fuori dalla libreria. D’altra parte
dentro abbiamo anche testimonianze della nostra vicinanza con Emergency, libri
sulla Resistenza civile e armata nel nostro territorio, analisi sul
necro-capitalismo che ci sta trascinando alla catastrofe finale; ci sono i libri
di Simone Weil, di Hannah Arendt, di Bell Hooks, di Ilan Pappé. E poi Beppe
Fenoglio, i classici russi, la letteratura latina, Marc Bloch, gli scritti
corsari di Pasolini, e un sacco di opere che fanno bene al cuore, che aiutano a
mettersi in discussione, a cercare di pensare a un mondo migliore. Chi lo
preferisce peggiore che entra a fare?
D’altra
parte la cultura, a
differenza dall’intrattenimento culturale che rappresenta un vuoto a perdere,
serve a questo, ad attivare il pensiero critico, a capire quello che è davanti
ai nostri occhi e per conformismo o mancanza di informazioni non vediamo. O
fingiamo di non vedere per convenienza ottusa o per cattiveria. In ogni caso
entrare in una libreria indipendente, realmente indipendente, è sempre un bagno
di libertà.
Però,
rovesciando il discorso, è interessante che la copertina di libro che racconta l’ardito viaggio
dei coraggiosi della Global Sumud Flotilla, armati di amore per il prossimo
(che i cristiani ne tengano conto), di cibo e aiuti sanitari per chi soffre, di
corpi nudi a testimoniare che la solidarietà è possibile, a fronte di governi
pavidi e inermi, faccia questo effetto. Vuol dire che i palestinesi, i poveri,
gli sfruttati, i senza voce non hanno ancora perso le speranze. E che
l’attivismo vero (non lo sciocchezzaio social) serve eccome!
Nella
libreria abbiamo
anche una consigliatissima pubblicazione di John Berger, “Modi di vedere”. Tra
le pagine c’è il drammatico racconto di una settimana di incontri a Ramallah,
nel 2003, con intellettuali, artisti, poeti palestinesi. “Uno sguardo… dove
l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia è più evidente”, ha scritto Maria
Nadotti.
Anno 2003. Cioè ventitré anni fa.
Leggerlo oggi è avere un pugno sulla coscienza: come è possibile che
l’Occidente nelle sue declinazioni politiche di destra o sinistra sia stato
muto. E oggi lo sia ancora di più?
Che fare? Non farsi prendere dalle reti
infingarde dell’epoca, direbbe il barbiere anarchico rurale. Continueremo a
remare contro, ostinati e coerenti. Soprattutto ora che il mondo cade a pezzi e
i colpevoli sono lì in cattedra a spiegarci che cosa fare per renderlo sicuro
con le loro regole feroci. Con i loro adepti che preferiscono non vedere, non
sapere, non porsi domande.
Che cosa ci
dicono queste settimane di guerra in Iran?
Che
le previsioni di vittoria facile facile, con tanto di insurrezione
popolare, soffiate nell’orecchio instabile e cinico di Trump dal criminale
feroce alla guida di Israele, erano sbagliate. Cioè, sbagliate per i
desideri folli del presidente Usa, troppo affascinato dall’uccisione del
leader religioso e militare dell’Iran e dal possibile Nobel per la Pace,
per ascoltare i suoi più consapevoli consiglieri. Ma utili al perfido
Netanyahu che ha come unico scopo la guerra per la guerra, lo sterminio
per lo sterminio.
Che
l’immagine degli Stati Uniti nel mondo è crollata ai minimi storici. Ora
appaiono a tutti (a noi da tanto tempo…) inaffidabili, guidati da un
sociopatico che per di più viene manipolato da uno psicopatico.
Che la Nato è impantanata nel
mare di follie legate alla pax trumpiana (si fa per dire), rappresentata
da un Rutte, adulatore del paparino. Probabilmente in futuro non servirà
più a niente, se non riorganizzandosi per difendere gli interessi europei
dalla crudele follia israelo-americana.
Che l’Europa è la vittima
sacrificale degli esperimenti di guerra mondiale permanente.
Che
il povero Papa Francesco ci aveva visto lungo. Inascoltato.
Che sul piano internazionale l’Italia delle mezze figure fa ridere i
polli, non sapendo più che cosa dire agli italiani per giustificare il ruolo di
tappetino della storia dove Israele e Usa possono pulirsi i piedi.
Che
adesso servirà un nuovo decreto fascistoide per impedire qualunque
articolazione pubblica di pensiero con un’altezza diversa dal tappetino.
Che la nostra informazione, a
dire il vero, è adeguata al tappetino. Infatti le cose che è meglio celare
finiscono sotto, come polvere della storia spinta da scope mediatiche
obbedienti.
Che la comunicazione iraniana
sta asfaltando ogni tipo di retorica bellica americana, prendendo per i
fondelli con cartoni animati assai efficaci Trump borioso e sotto
l’incomprensibile influsso del suo amico criminale israeliano.
Che
l’efficace ricchissimo e perfido progetto di “hasbara” israeliana continua
a plagiare politici e istituzioni, raccontando balle cotonate ad uso di
boccaloni. Balle che sono servite a fare guerre, ad ammazzare centinaia di
migliaia di persone, a massacrare senza ritegno i palestinesi in
Cisgiordania, a devastare indegnamente Gaza, ad attaccare senza scrupoli
paesi sovrani, a bombardare Beirut. Balle incredibilmente efficaci, che
servono a condizionare le scelte dei governi, a mettere a tacere
coscienze, a garantire impunità di fronte a crimini efferati.
Che probabilmente siamo oltre
il concetto di balle e di “hasbara”, ma che il sistema Epstein che governa
il mondo, fatto di pedofilia e disprezzo per l’umanità, cela una rete di
ricatti talmente efficaci da convincere i potenti a darsi una regolata e
ad accettare come perle di saggezza giudiziaria e politica le balle.
Altrimenti come spiegare questa follia?
Che al governo di destra di
Israele va bene così. Il fine è la guerra.
Che, però, le persone normali, quelle che continuano a pensare che al
mondo si possa vivere senza le armi in pugno a decidere quello che è giusto o
no, cominciano a scendere in piazza. A farsi sentire. E non basteranno
repressione, Ice, o fascisteria manganellante a spegnere le voci che si stanno
alzando.
Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della
Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di
Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi
dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il barbiere.
Chi vende armi ha bisogno di chi, scientificamente, le propaganda e promuove
come fossero fiori di campo della democrazia sparati col cannone
dell’imperialismo. E le guerre, da che mondo è mondo, sono giuste, se a deciderlo
sono quelli che ammazzano, depredano, devastano. Lo sono meno se viste dal
punto di vista di chi resta sotto le macerie di una scuola bombardata dai
missili israeliani e a stelle a striscia. O dal punto di vista dei morti
innocenti che non potranno neanche cantare le lodi dei criminali, nonostante
questo sia il gioco.
Perché il sussiegoso esperto della fondazione di Leonardo, armi ed
affini, non mette in dubbio il diritto di chi ha un arsenale straordinariamente
potente e mortale di potersi esercitare sulla povera gente e contro uno stato
sovrano. No, l’ovvio per certi fenomeni mediatici è ovvio. La domanda che sorge
spontanea nell’esperto è: sapranno gli iraniani schiavi sollevarsi grazie a
questa occasione bombardata loro dagli esportatori belluini di semi di libertà?
L’imperialismo funziona così. I media sono complici, sono strumenti
paramilitari in tempi di guerra e anche in tempi di pace. I nostri grandi
quotidiani riportano da settimane, senza porsi un dubbio, le veline di Trump,
di Rubio e dell’Idf che, evidentemente, per il nostro governo e per i media che
ne supportano le posizioni pavide, rappresentano legge scritta sulla pietra.
Così funziona il potere. Germoglia sul terreno fertile delle menzogne.
Ma noi perché ci soffriamo di fronte al mentire plastico e classico del
sistema di potere capitalista, suprematista e fondamentalista religioso? La
colpa è dei nostri padri. Avevano tempo da perdere, meno salottini televisivi,
zero social, quindi ci raccontavano della guerra, della fame, della crudeltà
naziste, del collaborazionismo dei fascisti, delle battaglie sindacali, della
libertà. Ci parlavano di quanto fosse deprecabile la schiavitù, di come
l’ingiustizia sociale fosse un male e di come ogni discriminazione fosse
inaccettabile. Ci hanno fatto crescere con senso critico e senso di giustizia,
credendo che la legalità internazionale fosse una conquista della storia.
Poi niente. Il tracollo. Tutti sanno tutto, tutti scrollano da mattina a sera sul telefonino
dopo aver passato decenni a guardare la tv. E nessuno capisce più quello che
accade. Un’accettazione passiva ha sostituito la coscienza che frigge di fronte
all’ingiustizia.
Pazienza. Continueremo a batterci per la bellezza, la giustizia sociale e
la libertà. Ed anche a detestare i criminali, gli sfruttatori, i mentecatti
obbedienti dei media, gli esperti pacifisti a libro paga dei venditori di armi,
quelli che non pensano più perché è fatica: chi ha rinunciato a difendere i
diritti di tutti per quieto vivere, o chi non lo fa per piccole ottuse
convenienze.
La coscienza non si vende al mercato mediatico degli sciacalli.
Parafrasando Hannah Arendt,
lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna
è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per
affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema
capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.
Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce
a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione
dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su
sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte
sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto
stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del
potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica
e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del
Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La
conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali
e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle
efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).
Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni
politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia,
ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa,
ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e
semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo
fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano
andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la
democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole
e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di
moda.
Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia
uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e
altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al
mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di
collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura
gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e
alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare,
armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una
forma di verità indiscutibile.
Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si
poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo
eccetera.
Sta a noi che siamo
cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia
l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci
rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo
contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.
Ps - Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del
barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta
e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso
sarà nel vento per nuove rosse primavere.
Certe volte occorre scuotere le persone. Ero partito formulando questa
frase nella testa: come è possibile non cogliere il baratro etico in cui stiamo
precipitando? Come è possibile accettare che un’intera popolazione venga
sterminata, che bambini vengano lasciati morire di fame. Come è possibile
essere democratici e far finta di non vedere che lo Stato Canaglia bombarda a
piacimento in giro per il mondo, senza remore, con la certezza che nessuno
interverrà?
Però poi penso che sì, le persone vanno anche un po’ scosse, ma
andrebbero prima informate. E non mi sembra che accada con correttezza e
continuità. E non da oggi.
Perché non conviene, così risponde il barbiere anarchico e alchimista
rurale, che in sintesi dice: i media sono di proprietà di qualcuno che
mediamente ha rapporti stretti con i poteri reali, con la politica, con la
finanza. I cani da guardia della democrazia spesso si sono trasformati in
canetti da riporto o da compagnia… Poi il Paese Italia, fregandosi le mani e fregandosene delle
conseguenze, continua a fare affari con Israele, sia sul piano della vendita
delle armi che sugli scambi commerciali o sul piano dei controlli dei servizi
segreti. I turisti vengono a gruppi, per disintossicarsi dalle brutture che
vedono (e qualcuno pratica). Insomma, il sistema in un modo o nell’altro ha
buonissime relazioni con Israele e non ha nessuna intenzione di fare una scelta
basata su valori etici e non su quelli economici. Una vergogna, ma è così. Per non dire della politica. Chi si mette contro Trump e il suo
innominabile alleato criminale? Mi pare che nessuno in Italia abbia il coraggio
di Pedro Sánchez. Il governo Meloni farfuglia scuse e vaghe prese di posizioni
supine. I miracolati del circo barnum fascistoide, un tempo ferocemente
antisemiti, oggi cantano le lodi della pulizia etnica baciando acriticamente
nuove obbedienze, chiamiamole così. Con un’adesione di antichi sentimenti a una
forma nuova e violenta di fascismo e suprematismo.
Quindi, le
persone potrebbero scuotersi, certo: ma chi scuote un sistema pavido di piccole becere
convenienze che non si schiodano neanche di fronte ai campi di concentramento
che vediamo in diretta e che non si opporrebbero neanche dovessero vedere a due
passi bruciare vivo un bambino palestinese? Perché gli arroganti, i prepotenti,
i manganellatori alla fine dei conti sono pavidi. Non hanno neanche il coraggio
di porsi un dubbio, se questo dubbio non favorisce il padrone di turno.
Tappetini della storia su cui il potere (quello vero) può comodamente pulirsi i
piedi.
Per aiutare
i popoli oppressi, per lottare per la Palestina libera, dobbiamo aiutare la nostra
coscienza civile e politica, dobbiamo lottare perché i criminali non siano al
potere nei nostri Paesi, perché le obbedienze al capitalismo feroce che
calpesta diritti, opprime e cancella la nostra storia, vengano superate.
Dobbiamo riprenderci la democrazia, sottrarla dalle mani dei furbetti
intolleranti che con i portafogli gonfi, e lo schiavismo come riferimento
culturale, stanno beatamente occupandola in tutti i suoi aspetti.
Ci stiamo
provando, ci dicono i nostri giovani ribelli. Ce lo dicono quelli che impugnano
la bandiera della solidarietà veleggiando con la Sumud Flottilla, sfidando gli
assassini che possono colpire, assaltare, fare pirateria nel silenzio roboante
della politica occidentale e dei suoi media di regime.
Ci stiamo
provando e continueremo a farlo. Ci sono settori della vita sociale che sono
scesi in piazza e tanto, lavoratori che hanno bloccato i porti, giovani e
giovanissimi che hanno preso mazzate dalla polizia pur di protestare. Ci sono
persone che si sono attivate, in un modo o nell’altro, che hanno scelto di
partecipare in questa difesa della democrazia, della libertà, contro l’oppressione
nazista e razzista. Anche in nome delle altre persone che si sono defilate: per un turista
in più, per non metterci la faccia, per tenersi buona anche la parte crudele
che distrugge tutti i diritti, per mettere nelle mani di pochi criminali i
destini dell’umanità, così come il futuro e il bene comune dei territori.
D’altra parte il potere feroce vuole solo sudditi obbedienti, non
cittadini consapevoli, istruiti, che comprendono quello che accade davanti ai
loro occhi e che hanno quel quid di senso critico per capire che parteggiare
per chi ti rapina diritti e futuro è un suicidio.
Continuiamo a batterci, quindi, nei luoghi in cui abitiamo civilmente,
per far sentire attraverso di noi la voce dei popoli oppressi, degli sfruttati,
degli ultimi della società mai così a rischio come adesso. Per tenere accesa la
fiammella della conoscenza contro la bufera dell’ignoranza arrogante, strumento
perfetto di dominio.
Ci sono momenti in cui le contraddizioni che innervano la perfidia feroce
di questa epoca appaiono evidenti, un orizzonte chiaro al diradarsi della
nebbia.
Momenti di perfetta chiarezza che giungono come consapevolezza e dolore.
Si snodano tra le dita del ricordo, rosario di occasioni mancate, di fiducia
riposta maldestramente. Sogni spezzati sull’altare di una modernità che
sembrava ineluttabile e scintillante, una specie di conquista delle coscienze
che inavvertitamente lasciavano cadere il carico ideale del passato in cambio
di un niente sotto vuoto spinto. Un niente che ci ha portato in questa risacca
etica.
Che cosa abbiamo fatto in questi decenni mentre il mondo indossava la
camicia nera culturale, in chi abbiamo creduto, chi abbiamo votato come il meno
peggio della serie?
In quale deriva scivolosa abbiamo fatto inaridire le speranze di un mondo
migliore, l’idea che la libertà è partecipazione?
E oggi siamo inermi, senza rappresentanza, delusi, frustrati. Però sappiamo che la storia
insegna, anche se ci vogliono far credere che non insegni. Insegna che sempre i
poteri esagerati, crudeli, ottusi e intangibili crollano. Perché sono giganti
con i piedi d’argilla e i granelli siamo noi. E noi granelli abbiamo soltanto
questo potere enorme: far crollare il gigante, e non importa quanto ricco,
quando potente, quanto armato. Crollerà.
Per farlo occorre mettersi in strada. Facendo del pensiero un’azione, anche se è
scomodo uscire dal coro, anche se fuori piove, anche se la società truce dello
spettacolo ha capito che le persone tendono a non capire più ciò che è vero e
ciò che è falso. Anche se siamo in pochi, anche se ci sembra che tutto intorno
le persone si godano l’assuefazione all’ingiustizia, al conformismo, al rumore
crescente che martella la mente e impedisce di pensare.
Non bastano più il rito sterile dell’indignazione, il telecomando e i
social come scuse virtuali inutili per dirsi che ci stiamo battendo. Occorre
sottrarre granelli di argilla dai piedi del gigante.
Ed è quello che lentamente sta avvenendo. Sulla soglia del nostro essere umani, della nostra
resistenza civile, dí ciò che possiamo davvero fare per non essere complici.
Sta già avvenendo, e la speranza di un mondo migliore veleggia in queste
ore su piccole barche di libertà e coscienza. Per non essere complici dei
criminali che governano il mondo.
Per restare umani. Anzi, per ricominciare a essere umani.
ma “lo faranno le sanzioni contro Israele”, dice Gideon Levy
Un dossier con articoli di Djarah Kan, Antonio Cipriani, Gideon Levy, Turi Comito, Enrico Campofreda, Ofer Cassif, Marwan Abdel-Al, Alberto Negri, Daniele Fiori, Appello dei giuristi contro il genocidio, Francesco Masala, e la campagna di “Terra e verità” in difesa del quotidiano Haaretz. Con video di Chris Hedges e Roger Waters, disegno di Mr Fish, foto di Ahmed al-Arini,
Il dito nella piaga – Antonio Cipriani
Mi ha incuriosito, ho letto tutto il testo in cui Djarah Kan parla del “mettere il dito nella piaga”, riferendosi all’episodio del Vangelo di Giovanni in cui San Tommaso, discepolo di Gesù, non crede al miracolo della resurrezione fin quando non tocca con mano, non mette il dito nella piaga del risorto. Ecco, scrive la scrittrice: “Mettere le dita nella piaga di uno scrittore israeliano famoso in tutto il mondo al fine di essere sicuri di poter affermare che c’è un genocidio senza essere criticati o accusati di antisemitismo, è qualcosa di immensamente triste. La morte del pensiero critico e del coraggio. Coraggio che dovrebbe avere qualsiasi giornalista, filosofo o scrittore voglia fregiarsi di questo titolo. Quelli che oggi festeggiano ricondividendo la piaga di un intellettuale israeliano che deve arrendersi di fronte all’evidenza dei fatti, chiamando questo massacro con il suo legittimo nome, dovrebbero farsi venti giorni di vergogna, in un angolino dove fa sempre freddo e non batte mai il sole. Mentre la società civile vi implorava di mettere il dito nella piaga dei palestinesi, per conoscere e credere nella loro sofferenza oltre ogni irragionevole dubbio, voi sceglievate di non credere, di non informarvi, di non ascoltare i bollettini di guerra, le interviste dei giornalisti fatti saltare in aria. Tutto questo per la paura di perdere potere”. “L’intellettuale che sceglie il caldo braccio del consenso culturale, non è un vero pensatore, ma un artigiano della propaganda pagato a cottimo, incapace sia di guardarsi dentro, che di guardare gli altri. Non c’era alcun bisogno di sentirsi moralmente protetti da un intellettuale israeliano per poter stare dalla parte di una popolazione disarmata di cui si sta progettando la totale cancellazione. Dicono che l’Occidente sia il luogo in cui sono depositate le più grandi riserve di libertà di pensiero del globo terrestre. Eppure avete dovuto aspettare che i proprietari ufficiali della parola genocidio vi slacciasse la museruola e allentassero il collare che fa di voi servi liberi di dire, ma contenti di servire”.
Parole dure? Beh, che altro dire nella patetica situazione italiana in cui i fascistelli eredi delle leggi razziali e della collaborazione attiva e criminale con le SS tedesche, antisemiti per costituzione, oggi possono accusare liberamente di antisemitismo chiunque non sia allineato e coperto con il governo genocida di Netanyahu? E che dire sui silenzi e le omissioni di personalità della cultura e del giornalismo che da anni fingono che sia tutto normale e titolano sui loro giornali “Guerra tra Israele e Hamas”, come se sparare in testa e ai testicoli di bambini affamati, inermi, in fila per un po’ di acqua e di farina non sia un crimine, ma guerra.
Beh, occorre far rumore. Con tutti i mezzi a disposizione, svegliare le coscienze, renderci conto che se non si pone un argine avanzerà l’efferatezza dei suprematisti, dei razzisti, dei padroni del mondo che fanno affari costruendo sempre più perfette macchine di morte da sperimentare, come fosse un videogioco osceno, sui corpi martoriati e indifesi dei palestinesi.
E prendere parte. Non genericamente, come certi profeti sgonfi di etica, per la pace per tutti. Ma per le vittime, per gli indifesi, per i bambini, per gli affamati, per chi è chiuso in un campo di concentramento. E contro il generone cultural-mediatico nazionale sempre pronto e mellifluo a scegliersi le battaglie comode, quelle sì urlate e super propagandate; quelle in cui, gira che ti rigira, non vengono intaccati gli interessi dei padroni del mondo… dei padroni in genere.
Riconoscere la Palestina non fermerà il genocidio a Gaza: lo faranno le sanzioni contro Israele – Gideon Levy
Il riconoscimento europeo della Palestina è un gesto vuoto che lascia Israele impunito. Senza sanzioni per fermare il Massacro a Gaza, non si tratta di diplomazia, ma di Complicità.
Il riconoscimento internazionale di uno Stato Palestinese premia Israele, che dovrebbe ringraziare ogni singolo Paese che lo fa, poiché tale riconoscimento rappresenta un’alternativa fuorviante a ciò che dovrebbe essere effettivamente fatto: imporre sanzioni.
Il riconoscimento è un sostituto errato dei boicottaggi e delle misure punitive che dovrebbero essere adottate contro un Paese che perpetua il Genocidio. Il riconoscimento è un vuoto velo di approvazione che i governi europei, esitanti e deboli, stanno usando per dimostrare al loro pubblico infuriato che non hanno intenzione di tacere.
Riconoscere uno Stato Palestinese, che non esiste e non esisterà nel prossimo futuro, se mai esisterà, è un silenzio vergognoso. La gente di Gaza muore di fame e la reazione dell’Europa è riconoscere uno Stato Palestinese. Questo salverà gli abitanti di Gaza che muoiono di fame? Israele può ignorare queste dichiarazioni con il sostegno degli Stati Uniti.
Si parla di un “maremoto” diplomatico in Israele, nella consapevolezza che non raggiungerà le coste israeliane, finché il riconoscimento non sarà accompagnato dall’imposizione di un prezzo per il Genocidio.
A superare se stesso è stato il Primo Ministro britannico Keir Starmer, uno dei primi a riconoscere la Palestina nell’attuale ondata, dopo la Francia. Si è affrettato a presentare la sua decisione come una punizione (condizionale), adempiendo così al suo dovere. Se Israele si comporterà bene, ha promesso, il suo dito medio verrà ritirato.
Che tipo di punizione è questa, signor Primo Ministro? Se il riconoscimento della Palestina promuoverà una soluzione, secondo lei, perché presentarlo come una sanzione? E se è una misura punitiva, dov’è?
È così quando la paura di Donald Trump si abbatte sull’Europa e la paralizza, quando è chiaro che chiunque imponga sanzioni a Israele ne pagherà le conseguenze. Il mondo preferisce proclami verbali per ora. Le sanzioni sono una buona cosa quando si tratta di invasioni russe, non di quelle israeliane.
La mossa di Starmer ha portato molti altri a seguirne l’esempio, che viene presentato in Israele come una frana diplomatica, un maremoto. Questo non fermerà il Genocidio, che non sarà fermato senza misure concrete da parte della comunità internazionale. Queste sono insopportabilmente urgenti poiché le uccisioni e la fame intensa a Gaza continuano.
Il riconoscimento non porterà alla creazione di uno Stato. Come ha detto una volta la rappresentante dei coloni Daniella Weiss, dopo una precedente ondata di riconoscimenti? “Apro la finestra e non vedo nessuno Stato Palestinese”. E non ne vedrà uno neanche a breve.
Nell’immediato, Israele trae beneficio da questa ondata di riconoscimenti perché sostituisce la punizione che merita. Nel lungo termine, potrebbe esserci qualche vantaggio nel riconoscere uno Stato immaginario, poiché solleva la necessità di trovare una soluzione.
Ma ci vuole una dose folle di ottimismo e ingenuità per credere che il riconoscimento sia ancora rilevante. Non c’è mai stato un momento peggiore; il riconoscimento ora è come fischiare nel buio. I palestinesi sono senza guida e i dirigenti israeliani hanno fatto tutto il possibile per ostacolare un simile Stato e ci sono riusciti.
È bello che il 10 di Downing Street (residenza del Primo Ministro britannico) voglia uno Stato Palestinese, ma finché Gerusalemme non lo farà, con l’insediamento estremista di Yitzhar impegnato a distruggere le proprietà palestinesi e sempre più forte con Washington che sostiene ciecamente Israele, questo non accadrà.
Quando la destra in Israele è all’apice del suo potere e il centro israeliano vota alla Knesset (Parlamento) per l’annessione e contro la creazione di uno Stato Palestinese, quando Hamas è l’entità politica più forte che i palestinesi hanno e i coloni e i loro sostenitori sono l’organizzazione più forte in Israele, di quale Stato Palestinese stiamo parlando? Dove sarebbe?
Una tempesta in un bicchier d’acqua. Il mondo adempie al suo dovere mentre Israele distrugge e affama. Il Piano di Pulizia Etnica sostenuto dal governo israeliano si sta realizzando prima a Gaza. Non si possono immaginare condizioni peggiori per coltivare sogni di statualità.
Dove verrebbe fondato? In un tunnel scavato tra Yitzhar e Itamar? Esiste una forza che potrebbe evacuare centinaia di migliaia di coloni? Quale? Esiste un campo politico disposto a lottare per questo?
Sarebbe meglio se prima si adottassero misure punitive concrete, costringendo Israele a porre fine alla guerra, l’Europa ne ha i mezzi, e poi si introducesse all’ordine del giorno l’unica soluzione rimasta: una democrazia tra il Mediterraneo e il fiume Giordano; una persona, un voto. Apartheid o democrazia. Con nostro orrore, non esiste più una terza via.
Non c’è alcuna possibilità che esista uno stato palestinese – Turi Comito
In estrema sintesi: non c’è alcuna possibilità che esista uno stato palestinese. Neppure se gli USA decidessero, perché qualche dio gli illumina quel poco di cervello che hanno, che debba essercene uno.
È ormai letteralmente impossibile.
Perché la quasi totalità del territorio della Cisgiordania è in mano agli israeliani. Perché Gaza non esiste più. Perché quel che resta dei gazawi è una moltitudine di persone disarmate, piegate e piagate fisicamente e moralmente. Perché i palestinesi di Cisgiordania dipendono totalmente, per la loro sopravvivenza, da quel che decidono i coloni e l’ignobile esercito che li assiste.
Il riconoscimento dello stato di Palestina, in queste condizioni, è, nel migliore dei casi, un gesto di solidarietà per una popolazione annichilita e nel peggiore un ipocrita gesto politico. In entrambi i casi non produce nessun effetto pratico rilevante dal punto di vista della politica internazionale.
Nessuno.
Se così non fosse oggi i paesi che hanno riconosciuto lo stato di Palestina sarebbero in guerra con Israele o avrebbero rotto ogni rapporto diplomatico e economico con esso.
Vi risulta che la Russia o la Cina o la Svezia o chiunque altro sia in cattivi rapporti con Israele?
No. Non vi risulta perché tutti hanno rapporti diplomatici ed economici ottimi con Israele. Pur riconoscendo lo Stato di Palestina.
Cosa resta allora per i Palestinesi?
Poco.
Due cose, a mio parere.
Posto che non vi è più possibilità di creare uno stato, posto che è letteralmente impossibile deportare i palestinesi in qualche altro paese della regione o disperderli in giro per il mondo (sono troppi) in pochi mesi o nel giro di qualche anno, posto che sterminarli tutti, benché possibile, è tecnicamente una operazione lunghissima e carica di incognite e rischi, credo restino due sole ipotesi sul campo.
La prima.
Continuare a sfiancare i palestinesi con l’apartheid, con le angherie, con i bombardamenti, con ogni sorta di privazione di beni materiali, di diritti e di dignità. In questo modo è assai probabile che nel giro di una ventina di anni i palestinesi scompaiano, per morte o per migrazione, da quella terra.
Nel frattempo ci si indigna, si fa il tifo, si piange e si ride. Sempre che un imprevisto (chessò un Iran che impazzisce e lancia qualche bomba nucleare su Tel Aviv) non ci trascini tutti nel baratro.
La seconda.
I palestinesi sono oggi – tra gazawi (2 milioni) cisgiordani (3 milioni) e cittadini israeliani (2 milioni) – circa 7 milioni.
Gli israeliani all’incirca 8 milioni. Nessuna di queste due componenti può essere cancellata. Nessuno, se non costretto con forze immani, se ne andrà da dove sta. Se non è possibile evacuare i palestinesi che sono disarmati, figuriamoci gli israeliani che sono armati fino ai denti (questo lo dico per quelli convinti che dalla Palestina debbano andarsene gli ebrei).
Epperò questi numeri, questo sostanziale equilibrio, suggeriscono una ipotesi di lavoro, già ottanta anni fa presa in considerazione e poi – stupidamente e colpevolmente – scartata.
Uno stato unitario.
O multinazionale, chiamatelo come vi pare.
Laico, senza riferimenti a etnie e religioni se non nella misura in cui queste sono eguali giuridicamente di fronte allo Stato. Con istituzioni politiche (parlamento e governo in primis) che tengano conto della composizione demografica e quindi della storia, degli usi, delle lingue che caratterizzano l’insieme delle etnie che compongono la sua popolazione.
Con leggi che garantiscano libertà e diritti umani, civili, sociali a tutti.
Questo Stato, non nazionale e non etnico ma plurinazionale o plurietnico, non può essere Israele poiché esso è fondato sull’idea della esclusività.
Deve essere un’altra cosa.
Deve essere rifondato e per un certo tempo militarmente e amministrativamente controllato da forze esterne neutrali e non sospettabili di simpatie verso chicchessia. Fino a che il nuovo stato non sarà un grado di camminare con le sue gambe dovesse, questo stato di cose, durare anche cinquanta anni.
È del tutto evidente che Israele, di sua sponte, non acconsentirà mai ad una ipotesi del genere ed essendo uno stato con armi nucleari è praticamente impossibile convincerlo con atti intimidatori di tipo militare.
Resterebbe solo una cosa da fare. Convincerlo con altri mezzi. Sanzioni devastanti. Espulsione da qualunque consesso internazionale di cui è membro pieno o associato a vario titolo (ONU, WTO, Unione europea, ecc.), disconoscimento internazionale della sua esistenza. Insomma ogni mezzo pur di obbligarlo ad accettare una soluzione, l’unica ragionevole per quanto mi riguarda, e a consentire l’ingresso di forze di pace nel suo territorio e, se non il disarmo del suo esercito, almeno la sua subordinazione ad un comando internazionale.
Lo so. È una ipotesi inverosimile.
Ma lo è tanto quanto quella che prevede di restituire la Cisgiordania ai palestinesi da lì espulsi e vessati ogni giorno da ottanta anni, di unirla con una strada a quel che resta di Gaza, di denominare una entità senza indipendenza politica ed economica “Stato”, di creare altre barriere e frontiere che nessuno potrà mai sorvegliare perché tutte dentro lo stato di Israele.
Forse se di cominciasse a parlare – nei circoli intellettuali e politici e anche nelle sedi istituzionali a Parigi a Roma a Mosca a Pechino ad Amman a Ryad e perfino a New York dove è gentilmente ospitata dagli USA l’ONU – di un solo stato fatto di cittadini con eguali diritti e doveri, forse, molti israeliani e molti ebrei e molti palestinesi e molti arabi che pensano ad un futuro pacifico si unirebbero attorno ad una proposta simile. Forse perfino le parti più fanatiche e violente e quelle più violentate si arrenderebbero all’idea che è necessario trovare una via, anche difficile e dolorosa, ma pur sempre migliore di quella che prevede il continuare per altre tre o cinque o cinquanta generazioni a vivere una vita così miserabile fatta di aggressioni, di vendette, di faide, di soprusi e di odio.
In ogni caso, per quanto questa idea dello Stato unitario possa essere considerata stupida o intelligente resto di questa opinione: o si inventa qualcosa di diverso dalle solite scemenze (due stati due popoli), dal solito inutile temporeggiare, dalla solita vile ipocrisia oppure continueremo ad assistere a tentativi fallimentari di sterminio che, una volta esauriti, produrranno altre violenze, altri attentati, altre esplosioni di odio. In un circolo vizioso ostinato e senza fine, sempre più intollerabile e pieno di rischi di trascinare il mondo in un inferno peggiore di quello che vediamo oggi.”
Più della luce, in perfetto chiaroscuro caravaggesco, è il dramma assoluto quello che mostrano gli scatti di Ahmed al-Arini, il fotografo che dalla Striscia testimonia attraverso media e agenzie internazionali (France Presse, Bbc, Le Monde, Anadolu) la tortura per fame inflitta da Israele ai due milioni di gazawi. Fra loro, se non scheletrici come Muhammad Zakariya Ayyoub al-Motouq il figliolo ritratto in braccio alla madre, un quarto dei bambini è malnutrito, ha denunciato ancora oggi “Medici senza Frontiere”. Ma se tanti politici ascoltano e, a parole, si rammaricano, la perversa catena di morte non viene fermata. Da nessuno. A poco servono tardivi riconoscimenti d’una casa-Stato palestinese che non esiste più né nella Gaza rasa al suolo, né nella Cisgiordania stritolata da coloni sanguinari e militari loro protettori. La coppia del genocidio Netanyahu-Trump cammina dritta per ripulire la Striscia dai suoi abitanti e usa ogni misura: innanzitutto lo scorrere del tempo, che fa languire chi vive soffocato da tanta crudeltà criminale. Poi l’arma dell’estinzione indiretta per fame, e sempre ordigni e pallottole che quotidianamente mietono vittime anche fra chi s’affanna a recuperare una ciotola di cous-cous, una manciata di farina, una scorta d’acqua potabile. Lo Stato d’Israele non recede dalla pratica che pure cinici militaristi dichiarano fuori da qualsiasi protocollo bellico. Ha l’alibi del nemico terrorista, che accusa di non voler restituire i prigionieri ancora sotto la sua giurisdizione (cinquantanove di cui forse la metà in vita), mentre Hamas con l’intermediazione di Egitto e Qatar per quella restituzione rilancia un accordo con cessate il fuoco duraturo e la liberazione di duecento prigionieri palestinesi. Per ora non c’è luce. E gli spiragli che s’intravvedono, da sotto le tende dove giacciono corpi martirizzati, baciano le membra emaciate di chi non sopravvive a una miseria incancrenita per ragione di guerra. Un realismo così crudo, un dolore così immenso, un tormento così profondo non compariva in nessuna tela scenografica e teatrale del Maestro del chiaroscuro barocco. Quella precarietà esistenziale nella quale Caravaggio sceglieva umili, diseredati, reietti per trasferirli nei suoi dipinti a omaggiare santi o a incarnarne le figure, non riproducevano supplizi simili a quelli che abbiamo sotto gli occhi con questo sterminio.
Ofer Cassif è stato allontanato con la forza dal podio del parlamento israeliano (vedi qui)
Ofer è un deputato comunista israeliano, l’unico di religione ebraica tra i cinque parlamentari della lista Hadash-Taal, nata dall’alleanza di due partiti arabi di sinistra. Cassif è stato appena sospeso dalla Knesset, il Parlamento israeliano, per la terza volta dal 7 ottobre 2023, perché denuncia regolarmente il genocidio in corso a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e l’apatia della società israeliana di fronte ai crimini commessi. Clothilde Mraffko: “Il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso di riconoscere lo Stato di Palestina durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre. Come valuta questo annuncio e come è stato accolto in Israele?” Ofer Cassif: “Ovviamente, per quanto mi riguarda, lo apprezzo. Ma basta parole, è il momento di agire! Bisogna riconoscere lo Stato di Palestina ora, senza più rimandare! Il governo israeliano, e purtroppo gran parte dei leader dell’opposizione, contesta la decisione di Macron affermando che in questo modo Parigi premia il terrorismo. Ma non c’è da stupirsi, i criminali accusano gli altri di perseguitarli e di mentire… Per quanto riguarda l’opinione pubblica israeliana, non ci sono state reazioni particolari perché Macron ha già tenuto in passato dichiarazioni simili, che quindi non hanno più alcun effetto. Ora bisogna agire!” CM: “Gli abitanti di Gaza non sono né morti né vivi, sono cadaveri ambulanti”, ha dichiarato Philippe Lazzarini, il commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA). Israele, che ha parzialmente levato il blocco all’ingresso degli aiuti a Gaza, imposto dal 2 marzo scorso, ha di fatto ridotto l’enclave palestinese alla fame. Come reagisce l’opinione pubblica israeliana?” OC: “Purtroppo sembra che la maggioranza degli israeliani sia indifferente o neghi la realtà. Tanti sostengono che la crisi alimentare, se c’è, è una conseguenza della guerra e che quindi è colpa dei palestinesi o, più precisamente, di Hamas. Alcuni addirittura se ne rallegrano. E se altri si indignano, la maggioranza è semplicemente indifferente. A mio avviso, la responsabilità è dei politici. In primo luogo del governo, del primo ministro Benjamin Netanyahu e della sua coalizione, ma anche di una parte dell’opposizione che ha incitato all’odio contro i palestinesi e giustifica le atrocità commesse da Israele. Su 120 deputati, 52 sono all’opposizione, ma solo in cinque ci siamo opposti, e sin dall’inizio, sia ai massacri commessi da Hamas che a quelli perpetrati da Israele dal 7 ottobre. Finalmente il partito islamista Ra’am si è unito alla nostra condanna. Alcuni mesi fa, anche i laburisti hanno cominciato ad esprimersi su Gaza. Ma loro non parlano né di crimini di guerra né di genocidio. Parlano di “pregiudizi” causati a civili innocenti di Gaza. Il resto dell’opposizione, 38 deputati, chiede la liberazione degli ostaggi, ma in generale sostiene l’azione del governo. Quindi, in pratica, non c’è opposizione.” CM: “Lei è stato sospeso più volte dal Parlamento per aver denunciato il genocidio a Gaza…” OC: “La prima volta nell’ottobre 2023 per 45 giorni perché in un’intervista avevo affermato che il governo israeliano aveva utilizzato il massacro di Hamas come pretesto per giustificare l’attuazione del piano “decisivo” presentato nel 2017 da Bezalel Smotrich. Un piano genocida che si basa su tre principi: Israele deve annettere i territori palestinesi occupati senza accordare i diritti fondamentali ai palestinesi, instaurando, per definizione, un regime di apartheid; i palestinesi che si opporranno al piano saranno espulsi dalla loro terra natale; quelli che resisteranno al nuovo regime di apartheid saranno uccisi. All’inizio del 2024 hanno tentato di destituirmi, perché avevo firmato una petizione a sostegno della denuncia del Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Servivano 90 voti, ne sono stati raccolti 86. Sono stato poi sospeso per sei mesi dal comitato etico del Parlamento e ora sarò nuovamente sospeso per due mesi, da ottobre a dicembre, perché ho denunciato i crimini in una lettera alla Corte penale internazionale dell’Aia.” CM: “Ogni settimana ci sono manifestazioni per chiedere il rilascio degli ostaggi, in particolare a Tel Aviv. Quale è la posizioni di questi oppositori?” OC: “Loro dicono che è una “guerra”, dal mio punto di vista invece è un genocidio. Una guerra implica una sorta di simmetria, che in questo caso non c’è. La maggior parte dei manifestanti chiede la fine della guerra per portare in salvo gli ostaggi e evitare che muoiano altri soldati. La maggior parte non fa neanche riferimento ai palestinesi. Eppure qualche cambiamento c’è stato. Quelli che parlano delle sofferenze dei palestinesi sono sempre più numerosi. Non sono abbastanza ed in ogni caso è troppo tardi. Ma sempre più persone stanno cominciando a capire che non si può separare il destino degli ostaggi e dei soldati israeliani da quello dei palestinesi di Gaza. La situazione è così drammatica che non si può ignorare. I media sono in gran parte responsabili. A parte il quotidiano Haaretz, in pochi parlano di ciò che sta accadendo a Gaza e non si vedono immagini. CM: “Alcuni sostengono che Israele sia “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Come descriverebbe il sistema politico del suo Paese?” OC: “Dal mio punto di vista, Israele non è mai stata una democrazia. È una “etnocrazia”, perché costruita sulla supremazia etnica degli ebrei. Per decenni la supremazia è stata essenzialmente politica, ma negli ultimi anni, in particolare sotto Netanyahu, si è trasformata in supremazia razziale. D’altra parte, Israele non è mai stata neanche una vera dittatura. Ha un sistema non democratico con alcuni elementi democratici. E questi ultimi vengono progressivamente distrutti da questo governo. Dal 1967 Israele controlla, domina e governa milioni di palestinesi che non hanno alcun diritto politico, civile e sociale. Assomiglia più ad una tirannia che a una democrazia. È un’impostura, il classico esempio di colonialismo e dominio razziale.” CM: “In che modo il genocidio e la politica del governo israeliano influenzano la società? Qual è il prezzo da pagare per chi, come lei, si oppone?” OC: “Il 19 luglio io e il deputato Ayman Odeh, il nostro capolista, siamo stati quasi linciati durante una manifestazione. Oltre al genocidio a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania, esiste un vero e proprio fascismo violento all’interno dello stesso Stato di Israele, che include la legittimazione e la normalizzazione della violenza omicida contro i dissidenti, in particolare gli arabi. Ricevo minacce quotidianamente, soprattutto sui social. Sono stato aggredito mentre ero dal parrucchiere tre anni fa, e un’altra volta mentre facevo la spesa. Sono disposto a pagare questo prezzo perché la mia lotta è fondamentale. Al di là delle mie convinzioni socialiste, delle mie credenze umanistiche e del mio impegno per la democrazia, ho l’impressione che i miei antenati ebrei mi stiano chiamando dalle loro tombe chiedendomi di combattere contro il razzismo e il genocidio. Nella mia famiglia, in molti sono stati uccisi dai nazisti. Questo mi ha reso molto sensibile alle discriminazioni razziali e alle persecuzioni. Sul breve termine sono molto pessimista: anche quando questi crimini cesseranno – e un giorno cesseranno – ci saranno profonde ripercussioni sulla società israeliana. Il tasso di suicidi tra i soldati che hanno prestato servizio a Gaza per esempio è terribilmente alto. Devono essere puniti per i crimini che hanno commesso, ma il carnefice è a volte anche vittima. Alcuni soldati hanno visto cose atroci laggiù. Forse ne hanno anche fatte. Ne escono come minimo psicologicamente distrutti. Tra il 14 e il 21 luglio sono stati registrati quattro casi di suicidio. Sul lungo termine, invece, sono ottimista, perché credo che sempre più persone finiranno per ascoltarci. Le ferite della società cominceranno a cicatrizzare, ma ci vorrà molto tempo. La società israeliana ha bisogno di guarire. Ma per poter guarire l’occupazione deve finire e il popolo palestinese deve essere liberato. E questo accadrà, è inevitabile. Quando il genocidio a Gaza sarà finito, penso che anche la comunità internazionale e i governi che hanno sostenuto Israele dovranno fare i conti con la propria coscienza.” Traduzione Luana De Micco Da Il Fatto Quotidiano
Il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della PalestinaMarwan Abdel-Al a L’Humanité
La cosiddetta conferenza per la soluzione dei due Stati non è tanto un’iniziativa di pace quanto il riciclaggio di un’illusione politica che la realtà ha superato. La conferenza, per formato e tempistica, assomiglia a un funerale ufficiale per una soluzione che non esiste più se non nelle dichiarazioni diplomatiche. Ciò che viene presentato oggi sotto il titolo di “soluzione dei due Stati” non costituisce un progetto di liberazione, ma piuttosto una gestione permanente di una tragedia coloniale.
L’Europa, compresa la Francia, può ora teoricamente riconoscere uno Stato palestinese, ma in realtà finanzia progetti di coesistenza con l’occupazione, finanzia la guerra – che è la madre della bomba nucleare – ed evita qualsiasi misura reale contro gli insediamenti, l’assedio o la cessazione del genocidio.
I palestinesi non hanno bisogno di altre parole, ma di azioni politiche chiare: il riconoscimento di uno Stato sovrano e indipendente, la rimozione dell’occupazione e la fine delle partnership coloniali occidentali con il regime di apartheid “israeliano”.
La vera soluzione inizia con il cambiamento degli equilibri di potere sul terreno. Il nostro popolo vuole la fine dell’occupazione… non un’assoluzione internazionale.
La maggior parte dei palestinesi – soprattutto la nuova generazione – è arrivata a considerare questa soluzione una trappola politica. Come si può parlare di “due Stati” quando ci sono progetti di annientamento, pulizia etnica, annessione ed espansione, e ci sono più di 700.000 coloni in Cisgiordania?
Dov’è lo Stato all’ombra di un muro che separa le famiglie e con attraversamenti gestiti a piacimento dai soldati dell’occupazione?
Non chiediamo un’entità simbolica sotto la sovranità “israeliana”; vogliamo piuttosto una vera liberazione, il diritto al ritorno e la giustizia storica.
La maggioranza dei palestinesi, in patria e nella diaspora, ha capito che si tratta di un’illusione. Come possiamo parlare di “due Stati”? La questione è andata oltre il riconoscimento simbolico e si è trasformata in una questione di giustizia, di diritto al ritorno e di smantellamento del sistema di apartheid.
L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è il prodotto di un’esperienza nazionale e il fondamento dell’azione nazionale palestinese, e la sua pandemia nasce da questa base.
[Qual è l’alternativa?]
L’alternativa è lo smantellamento del sistema coloniale dalle sue radici. L’alternativa non è una ricetta pronta, ma un lungo percorso liberatorio. Inizia, tuttavia, con il riconoscimento che Israele non è uno Stato “democratico” ma un regime coloniale, come è accaduto in Sudafrica. Non rifiutiamo la “soluzione a due Stati” perché siamo radicali, ma perché non è più praticabile.
L’alternativa è un unico Stato democratico su tutto il territorio, dove tutte le persone siano uguali senza discriminazioni religiose o etniche. O, come minimo, un quadro di liberazione che apra le porte a tutte le opzioni, lontano dalla logica della “pace in cambio di sottomissione”.
La Palestina oggi è uno specchio per il mondo: tra il diritto internazionale e la forza delle armi, tra la vittima e la propaganda. Stare dalla parte della Palestina è una prova di coscienza umana, non solo una posizione politica. Non vogliamo che il sistema coloniale utilizzi la proposta di una soluzione a due Stati per sbiancare il suo passato o la sua inazione. Ciò richiede che la sinistra francese si liberi dalla pressione dei media imperialisti dominanti o dalla paura del ricatto morale. Ci aspettiamo che la sinistra recuperi il suo linguaggio radicale: che dica che quello che sta accadendo in Palestina non è un conflitto, ma colonialismo e genocidio sistematico. E che si schieri con la verità, senza una falsa equivalenza tra assassino e vittima. Non c’è neutralità di fronte al genocidio.
Non chiediamo una solidarietà emotiva, ma un impegno politico e morale. La Palestina oggi non è solo la causa di un popolo che viene massacrato, ma una questione universale in cui la nostra umanità è messa alla prova.
Se la Palestina cade, gli standard internazionali e la giustizia cadono con lei. Da Parigi a Gaza, la battaglia è una sola: contro il fascismo e il nuovo razzismo, e contro la memoria coloniale che non è ancora morta.
Palestina e lo Stato fantasma dell’alibi internazionale – Alberto Negri
‘Palestina, l’isola che non c’è’ , titolava ieri il manifesto. Una riflessione di Alberto Negri da riproporre rispetto all’orrore di Gaza che nessuno sa, vuole o riesce a fermare e all’impotenza della comunità internazionale rispetto agli strapoteri armati statunitensi e israeliani. E sullo Stato di Palestina, Gaza è solo l’ultimo capitolo di questa storia
Al balcone ad assistere all’eccidio
Su una collina a sud di Israele, Givat Kobi, arrivano ogni giorno centinaia di israeliani per vedere i bombardamenti su Gaza. Si affittano anche i binocoli per vedere meglio le macerie. Il genocidio di un popolo viene guardato e trasmesso in diretta ma il suo diritto all’autodeterminazione, alla giustizia e alla vita, va sempre in differita, da decenni. È come l’isola che non c’è di Edoardo Bennato.
Lo Stato presto senza popolazione
Anche oggi in Europa e in Italia ci arroghiamo il diritto, da cancellerie e salotti vari, di discettare se sia più o meno giusto – il giusto lo decidiamo noi naturalmente – riconoscere uno stato palestinese. Per altro in ritardo su 150 Paesi, tra cui il Vaticano, che lo hanno già fatto. È quello che qualche giorno fa Chiara Cruciati sul manifesto definiva «un suprematismo bianco» che oggi appare assai fuori tempo massimo.
Dichiarazioni simbolo ed armi sottobanco
Se Francia e Gran Bretagna vogliono andare oltre le dichiarazioni simboliche sullo stato palestinese, avrebbero molto da fare in concreto. Per esempio sospendere le esportazioni di armi verso Israele e chiedere un’indagine internazionale sui crimini di guerra dello stato ebraico. Inoltre potrebbero usare la propria influenza per punire la colonizzazione e il blocco imposto a Gaza, sostenendo direttamente i palestinesi.
In realtà quello che possiamo scrutare oggi dalla collina di Givat Kobi sono il passato e il presente di una mentalità distorta, segno dei tempi ma anche di una vicenda che non vogliamo sentirci raccontare.
Occidente coloniale e i due criminali capo
La nostra mentalità coloniale, con godimento massimo di Netanyahu e Trump, non ci abbandona mai. Rafforzata da quasi ottant’anni di menzogne. Da quel 14 maggio 1948 che decreta la nascita di uno stato israeliano, avvenuta non con una guerra di indipendenza, come vuole la narrazione dominante, ma sulla base di una conquista coloniale e della pulizia etnica, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé.
Pulizia etnica dal 1948
Gaza è solo l’ultimo capitolo di questa storia. Lo storico racconta che il piano di pulizia etnica (Piano Dalet) era stato elaborato il 10 marzo 1948, due mesi prima dello scoppio del conflitto israelo-arabo e le forze ebraiche erano già riuscite a espellere 250mila arabi. Un anno dopo l’80% dei palestinesi era stata relegato in campi profughi, sparsi tra la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Libano, la Giordania e la Siria. Israele aveva così conquistato un terzo del territorio in più di quello previsto dal piano di spartizione dell’Onu del 1947, occupando il 78% della Palestina storica. La Nakba, la catastrofe, si era compiuta. A questo si sarebbe aggiunto un altro 22% di territori palestinesi in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967.
Nakba infinita
Ma la Nakba non è mai finita, neppure per un giorno, e continua oggi. Lo dicono le espulsioni massa condotte in tutto il Paese, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Neppure gli accordi di Oslo del 1993, che allora sollevarono speranze per i palestinesi ma anche tra gli israeliani che puntavano alla pace, furono in grado di cambiare la tendenza alla colonizzazione forzata e alla pulizia etnica. Fallirono sulla scorta dell’assassinio del premier Rabin ma anche di un’ideologia, il sionismo, diventata sempre più estrema, segnata dal radicalismo religioso.
I numeri della verità e della vergogna
Ecco il risultato. La Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa, conta adesso oltre 300 insediamenti israeliani e 750mila coloni a fronte di 3,3 milioni di palestinesi: ai tempi degli accordi di Oslo, i coloni erano 100mila. Che cosa è stato fatto per evitarlo? Nulla. Israele ha potuto impunemente violare il diritto internazionale, gli accordi di Oslo e sbeffeggiare ogni iniziativa internazionale. L’orribile strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023 – per altro il prodotto di decenni di oppressione – è servita al governo di Netanyahu per stare in sella e continuare una politica di occupazione e di stragi a Gaza dove oltre il 60% della popolazione, due milioni, ha meno di 25 anni ed ha conosciuto solo l’assedio in una prigione a cielo aperto.
Impunità garantita dagli Stati Uniti
Ancora oggi dalla comunità occidentale arriva il solito messaggio: la pulizia etnica della Palestina, per quanto illegale e immorale, sarà tollerata come in passato, che venga o meno riconosciuto uno stato. Se il Sud globale con il Gruppo dell’Aja a Bogotà si è schierato con i palestinesi (peraltro con conseguenze reali limitate), il regime israeliano conta pur sempre sull’impunità garantita da decenni dagli Stati uniti e dall’Unione europea. Lo stesso mantra “due popoli due stati” che le diplomazie ripetono ipocritamente fino alla noia è ancora praticabile e materialmente possibile? Se non si discute nel concreto rimane uno slogan, visto che la tendenza israeliana, come scriveva ieri Michele Giorgio, è quella di insediare nuove colonie a Gaza ed espellere la popolazione.
‘Mai una sanzione contro Tel Aviv’
Il vero mantra per noi è: “mai una sanzione contro Tel Aviv”. La stessa recentissima proposta della Commissione europea di sospendere parzialmente Israele dal fondo di ricerca Horizon Europe – con l’esclusione da sovvenzioni e investimenti per 200 milioni di euro – non ha ottenuto la maggioranza necessaria. Berlino e Roma come sempre prendono tempo [Berlino poi cede, NdR], e la Meloni, appaltata la nostra cybersecurity a Israele nel marzo 2023, ha troppo timore della sua ombra israeliana e del suo passato per fare qualche cosa di concreto. Nonostante le importanti parole di Mattarella, Israele ci tiene al guinzaglio.
Appello dei giuristi contro il genocidio e per la Palestina
Come giuristi impegnati contro il genocidio del popolo palestinese abbiamo messo a punto in questi ultimi tragici mesi varie iniziative di stampo giudiziario in sede nazionale, europea e internazionale, incentrate anche e soprattutto sulle sempre più evidenti responsabilità italiane in questo orrendo crimine. Tali iniziative continueranno finché i responsabili israeliani del genocidio e i loro complici internazionali all’interno di governi , a partire dal governo italiano, imprese e media non saranno messi in stato di accusa anche formale in tutte le sedi possibili. Riteniamo tuttavia che a tali nostra iniziative debba accompagnarsi una mobilitazione popolare di massa e unitaria che abbia al suo centro le seguenti parole d’ordine: basta col genocidio, punizione immediata dei responsabili, fine della complicità con Israele, riconoscimento dello Stato di Palestina. Rivolgiamo quindi un appello al movimento di solidarietà colla Palestina, ad associazioni, sindacati, partiti ed altre espressioni della società civile affinché siano promosse fin da subito ovunque in Italia iniziative su questi temi per arrivare appena possibile a un giorno di sciopero generale con manifestazione nazionale a Roma.
Iniziativa in corso: “Terra e verità – Rassegna stampa sull’altra Israele”
A cura del comitato Resistenza Radicale Azione Nonviolenta
Gaza.
Silenzio su un genocidio in atto.
Nella Palestina occupata, nello Stato di Israele che questo genocidio sta portando avanti, una sola voce ha il coraggio di denunciarlo: quella di Haaretz, il quotidiano di opposizione che da decenni documenta le sofferenze inflitte al popolo palestinese e le brutalità dell’esercito israeliano. Oggi, Haaretz racconta al mondo i crimini di guerra dell’IDF a Gaza e prosegue il lavoro di critica all’interno di una società stordita dalla paura e dalla propaganda. Per questo, Netanyahu gli ha indebitamente negato accesso ai fondi pubblici per la stampa e ostacola le inserzioni private, sperando di portarlo alla chiusura.
E per questo, Resistenza Radicale e il Sindacato FISI sostengono Haaretz, ritenendolo una voce preziosa per la pace e la democrazia.
Da marzo 2025 abbiamo dato il via a una nuova importante iniziativa: “Terra e Verità. Rassegna stampa dall’altra Israele”.
Realizziamo video in più lingue con l’aiuto di una squadra di volontari: scegliamo gli articoli, li traduciamo, li presentiamo al pubblico con un commento video, al momento a cura di Davide Tutino, Giada Caracristi, Fabio Bucca (presto nuovi partecipanti). Divulghiamo informazione e critica prodotta da quella parte di società israeliana che non vuole la guerra, riconosce i palestinesi e la Palestina e si oppone agli abusi del proprio Stato.
I video sono in italiano, inglese, francese, spagnolo ed esperanto. Escono a cadenza settimanale. Finora sono stati trattati diversi argomenti, sempre tratti dalle pagine del quotidiano: la Nakba palestinese, i rapporti di Israele con la Germania, il tentativo di commemorazioni comuni tra israeliani e palestinesi, il sionismo e il razzismo, la denuncia presso la Knesset di rituali sanguinari e abusi infantili, e altro. Uno degli ultimi contributi ha denunciato l’ordine ai soldati dell’IDF di sparare sulla folla in fila per il pane: questa notizia è riuscita a superare il muro di silenzio della stampa italiana e internazionale, proprio mentre lavoravamo al video in tema, e questo ci conferma che Haaretz è una voce da sostenere.
Attraverso la diffusione di questa preziosa voce contro, rifiutiamo la menzogna e rifiutiamo la forma mentis della guerra: ebrei, palestinesi, arabi non sono nemici in quanto tali. Siamo tutti un popolo sotto attacco da élite potenti e spietate. Quando la legge viene rovesciata, quando i principi democratici vengono traditi, quando il potere diventa autoritario senza incontrare opposizione, siamo tutti in pericolo.
Siamo uniti per opporci a queste derive e aperti ad accogliere ogni tipo di collaborazione.
Chi siamo
Resistenza Radicale Azione Nonviolenta è un comitato informale di cittadini nato a dicembre 2021 per opporsi in modo nonviolento alle politiche pandemiche di limitazione delle libertà costituzionali. Ha messo in atto azioni di disobbedienza civile, sciopero della fame, marce, raduni, assemblee. Sin da allora ha denunciato il pericolo legato alla militarizzazione della società e alla propaganda bellica legata all’emergenzialismo, puntando il dito contro le numerose illegalità governative.
Il FISI – Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali è un laboratorio di idee, azioni e proposte, una palestra di democrazia volta a migliorare la situazione politica con il ripristino dei diritti fondamentali. Durante il biennio 2020-2022, il FISI ha preso fortemente posizione contro la deriva antidemocratica del nostro Paese ed è stato tra i più severi critici verso la dittatura sanitaria; ha indetto uno sciopero generale di tutti i comparti, allo scopo di denunciare le azioni coercitive e discriminatorie nei confronti dei cittadini che hanno scelto di non vaccinarsi e ai quali è stata negata la libertà di scelta e il diritto al lavoro e a una equa retribuzione.
La feroce protesta dei tifosi blocca il trasferimento dell’israeliano Weissman al Fortuna Düsseldorf. Aveva scritto: “Cancellare Gaza dalla mappa” – Daniele Fiori
Non appena il suo nome ha cominciato a circolare, nella tarda serata di lunedì, la protesta dei tifosi ha cominciato a montare nel giro di pochi minuti. Prima online, ovviamente, poi anche in piazza. Una rabbia feroce, quella dei sostenitori del Fortuna Düsseldorf, che ha costretto il club tedesco di Zweite Bundesliga (la Serie B in Germania) a fare subito marcia indietro e annullare il trasferimento dell’attaccante israeliano ShonWeissman. Ultima stagione al Granada, un’annata anche in Italia con la maglia della Salernitana, Weissman è finito nel mirino dei tifosi per quei terribili post scritti dopo il 7 ottobre. Due esempi: “CancellareGaza dalla mappa” e “sganciare 200 tonnellate di bombe” sulla Striscia. Post poi rimossi, ma il web non dimentica. E nemmeno i tifosi tedeschi.
“Abbiamo studiato il profilo del giocatore, ma alla fine abbiamo deciso di non prenderlo“, la breve nota diffusa dal Fortuna Düsseldorf, in evidente imbarazzo. In realtà l’affare era concluso, come riportato dal tabloid Bild e dal portale israeliano Sport5 Israel: Weissman aveva già svolto le visiti mediche ed era pronto a firmare il contratto. La protesta dei tifosi ha fermato tutto, anche perché è intervenuto perfino il consiglio di sorveglianza del club. in Germania, dove vige la regola del 50+1 che impedisce a un singolo investitore di possedere la maggioranza di una società di calcio, il consiglio di sorveglianza è un organo di controllo che ha il compito di monitorare appunto l’operato del consiglio di amministrazione e tutelare gli interessi del membri del club, che sono rappresentati al suo interno.
Le mail al cda, la petizione già lanciata online su change.org, la protesta per le strade. In poco tempo la veemente reazione dei tifosi all’acquisto di Weissman è diventato un caso in tutta la Germania. Anche perché rappresenta un cambio di paradigma. Due anni fa, dopo il 7 ottobre e l’invasione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, avevano fatto scalpore i casi di alcuni calciatori palestinesi o arabi cacciati dai club tedeschi per le loro posizioni pro-Palestina emerse dai social. El Ghazi, ad esempio, era stato licenziato dal Mainz per aver scritto: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. Uno slogan usato anche da Hamas, vero, ma all’interno di un post che noninneggiava alla violenza. Ora invece, nonostante la sua storia imponga alla Germania una sensibilità particolare riguardo alla tematica Israele, il clima sembra essere cambiato. Almeno quello dei sostenitori e appassionati di calcio: chiedono che il genocidio in corso a Gaza non venga ignorato e non accettano compromessi.
Il fatto che il Fortuna Düsseldorf volesse ingaggiare Weissman nonostante le sue posizioni è ritenuto dai tifosi talmente grave che è già prevista una protesta sugli spalti durante la partita di sabato contro l’Hannover, la prima ufficiale della nuova stagione di Zweite Bundesliga. Il fatto che l’acquisto sia saltato ha calmato gli animi, ma non ha placato la rabbia. Il Rheinische Post sottolinea come l’euforia dell’ambiente per un’estate di sogni, con l’obiettivo dichiarato di tornare in Bundesliga, sia di colpo svanita. Anzi, l’atmosfera è tesa e non è escluso che il già citato consiglio di sorveglianza non possa prendere altri provvedimenti. Intanto Weissman ha provato a spiegare le sue ragioni: “Pur accettando tutte le critiche, mi dispiace che non sia stato preso in considerazione il contesto generale“, ha scritto sui suoi profili social.
Non tutte le occupazioni sono uguali – Francesco Masala
Se qualcuno non ha ancora chiaro cosa significa il concetto di doppio standard, potrebbe dare un’occhiata alle variazioni del Codice penale Italiano, a causa del Decreto Sicurezza, sul tema delle occupazioni di altrui proprietà, faccia lo sforzo di leggere le righe sotto, fra parentesi:
(La fattispecie di nuovo conio vuole differenziarsi da alcuni reati simili già previsti dall’ordinamento. Il primo è quello di invasione di terreni o edifici (articolo 633 c.p.) che punisce a querela l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui privati o pubblici al fine di occuparli o trarne profitto e che diventa punibile d’ufficio quando il fatto è commesso da più di cinque persone o da persona palesemente armata…
…L’art. 634 bis vuole punire con la reclusione da 2 a 7 anni la condotta commessa con violenza o minaccia di occupazione o detenzione senza titolo di immobile destinato a domicilio altrui, e di impedimento al rientro del proprietario o del legittimo detentore nell’immobile e la condotta commessa con artifizi o raggiri di appropriazione dell’altrui immobile o di cessione ad altri dell’immobile occupato. L’acquisizione fraudolenta, nel testo del nuovo articolo, sembra riferita a tutti gli immobili altrui, mentre la condotta di occupazione violenta si limita a quelli destinati a domicilio del proprietario. In sede referente è stata estesa l’applicazione della fattispecie all’occupazione o appropriazione fraudolenta delle pertinenze dell’immobile.
Il secondo comma dell’art. 634 bis applica la stessa pena a chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile (al di fuori dei casi di concorso), ovvero riceve o corrisponde denaro o altra utilità per l’occupazione… da qui)
Il governo Meloni ha deciso che ci saranno fino a sette anni di galera per chi occupa una proprietà altrui e per chi coopera nell’occupazione dell’immobile, in Italia.
Provate a pensare quanti anni di galera dovrebbe fare ogni singolo componente del governo italiano, che coopera nell’occupazione, non solo di un immobile, ma di una nazione, e nel genocidio di un popolo intero, se applicassero la legge in maniera ampia.
Sicuramente nel governo Meloni pensano che una singola morte (in Ucraina) è una tragedia, un milione di morti (in Palestina) sono una statistica.