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venerdì 10 luglio 2026

La Casa bianca è un affare: Trump e 972 pagine di guadagni

 

Tutti i redditi del presidente. Ogni mese Donald Trump, 80 anni, incassa 6.484 dollari di pensione dalla Screen Actors Guild, il sindacato degli attori da cui ha dato le dimissioni nel 2021 dichiarando di non volervi più essere associato. Una pensione guadagnata grazie a una comparsata del 1992 in “Mamma, ho perso l’aereo 2” e ad alcuni camei televisivi. Questa pensione sindacale compare nel suo bilancio insieme a oltre due miliardi di dollari di entrate provenienti da altre fonti.

Office of Government Ethics

A rivelarlo è la divulgazione annuale obbligatoria dei redditi presidenziali, pubblicata dall’Office of Government Ethics, che copre il 2025, primo anno del secondo mandato di Trump, e si estende su 927 pagine: la più lunga mai presentata da un presidente americano. La lunghezza da sola è già una storia: la disclosure di Barack Obama era di 8 pagine, quella di Joe Biden di 11. Il dato chiave del documento è la ‘svolta crypto’ del 47° presidente, sottolinea Marina Catucci. Trump, che fino al 2024 aveva definito le criptovalute «una truffa», ha cambiato idea e nel 2025 ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari dal mondo digitale. Il singolo accordo più redditizio è stato un contratto di licenza con “Celebration Coins” per il suo «$TRUMP», lanciato tre giorni prima del suo insediamento che gli ha portato 635 milioni di dollari. A questi si aggiungono oltre 526 milioni dalle vendite legate a World Liberty Financial, la società crypto co-fondata dai figli Eric e Donald Jr. Le sole entrate da criptovalute del 2025 hanno più che raddoppiato l’intero patrimonio netto che, nel 2024, gli era stato attribuito da Forbes. Oggi Forbes stima il suo patrimonio netto a 6 miliardi di dollari.

6 miliardi, ma sempre ‘palazzinaro’

Il business tradizionale ha comunque continuato a girare: le proprietà immobiliari, i golf club e i resort hanno generato complessivamente oltre 500 milioni, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. La sola Mar-a-Lago ha incassato 77 milioni, contro i 50 del 2024. Ai profitti immobiliari si sommano 52 milioni in diritti di licenza per l’uso del nome Trump su proprietà estere, soprattutto in Medio Oriente, un business che Trump aveva congelato durante il primo mandato ma non nel secondo. Tra le voci minori, ci sono 4,7 milioni in royalties per i “Trump Watches”, 208mila dollari per la Bibbia a marchio presidenziale e oltre 86 milioni in accordi stragiudiziali con aziende mediatiche come Abc, Cbs, Meta e YouTube.

Conflitti di interesse

Richard Painter, già consigliere etico alla Casa Bianca sotto George W. Bush, ha dichiarato che «questo è il primo presidente dai tempi precedenti alla Guerra Civile con un conflitto di interessi sostanziale rispetto ai propri doveri ufficiali», sottolineando che il presidente è esentato per legge dalle principali norme sui conflitti di interesse. Il problema strutturale è evidente: mentre decideva le politiche Usa sulla crypto, Trump deteneva partecipazioni enormi nel settore. Quando ha firmato il Genius Act, la legge sulle stablecoin, ovvero una criptovaluta a valore fisso, la sua famiglia ne controllava già una, l’Usd1, emessa da World Liberty Financial. Uno dei maggiori investitori di World Liberty Financial è Justin Sun, un miliardario cinese della crypto che all’epoca era sotto indagine federale: il caso è stato poi archiviato.

Il sospettabilissimo insospettabile

Il 18 agosto 2025 il documento registra tre operazioni consecutive su Apple, Microsoft e Nvidia, ciascuna tra 5 e 25 milioni di dollari. L’acquisto di azioni Nvidia è arrivato esattamente una settimana dopo che Trump aveva annunciato l’accordo che ha permesso all’azienda di vendere chip H20 alla Cina, riaprendo un flusso di ricavi fondamentale per il titolo. La Casa bianca ha risposto con una dichiarazione della portavoce Anna Kelly: «Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse». Trump, interrogato dai giornalisti, ha risposto scrollando le spalle: «Ho dei fondi che gestiscono i miei soldi. Non mi occupo dei miei affari personali». E ha aggiunto: «Sto guadagnando perché il mercato azionario sale. Tutti stanno guadagnando. Grazie, presidente Trump». Amen.

La minaccia comunista

«Siamo il Paese più forte e potente della terra e, per grazia di Dio, gli Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità. Ed è un onore essere vostro presidente». Donald Trump, al Mount Rushmore, in South Dakota, per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. E il richiamo al patriottismo: «L’identità americana è sotto un nuovo attacco di radicali ed estremisti interni e, per questo, possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci comportiamo da stupidi».

«Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e lo è tuttora». Per fortuna c’è la redenzione Usa tra qualche contraddizione: «Tutti gli uomini sono creati uguali e possiedono il diritto sovrano alla Vita, alla Libertà e al perseguimento della Felicità». Tutti ma con abbondanti eccezioni che Trump non si stanca mai di sottolineare.

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venerdì 12 giugno 2026

La marea giovane di Mélenchon contro la destra in Europa - Massimo Nava

Il dibattito politico in Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In Gran Bretagna è di questi giorni è di questi giorni il successo di Nigel Farage alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava 

Tutta destra ovunque?

Ma intanto, in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon, intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan contro i padroni avevano un senso.

Nessun fantasma rosso

Mélenchon tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso (e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi. Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.

Possibile presidente dopo lo sbiadito Macron

Mélenchon si è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen, con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste, la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera, propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia, sogna una completa riformazione della Ue.

The Economist: residui di ‘68

Secondo l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione, deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici dell’estrema destra.

Ovviamente anche molto detestato

Per certi suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela, Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la Repubblica.

Ai milioni di francesi scontenti ed esclusi

Oggi, a milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali, succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi» che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni, aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio Continente.

La Nato e la politica estera

Mélenchon definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche, perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di Mélenchon.

D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.

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sabato 6 giugno 2026

L’assalto coloniale dell’intelligenza artificiale in Africa - Massimo Nava


Futuro migliore o mostro da temere?

L’Enciclica papale sui pericoli dell’Intelligenza Artificiale è un po’ la somma delle riflessioni che finalmente cominciano ad affiorare fra scienziati, politici e opinione pubblica e persino fra gli artefici del nuovo modello cognitivo. Hanno partorito un «mostro» o il «mostro» può anche contribuire al progresso del genere umano? Domanda ultima, teologica, che tuttavia va declinata in vari ambiti del sapere, dell’economia, della società civile, della politica.

Forse il bene, ma a quale prezzo?

Non ci sono dubbi sugli sviluppi positivi ad esempio nel campo della medicina. Ma basterebbe chiedersi, mentre ci angosciamo per la crisi energetica aperta dalla guerra di Hormuz, quanta energia sarà necessaria in tempi brevi per mantenere i giganteschi data center utili al funzionamento della IA. E di conseguenza, collegare i conflitti attuali e la competitività fra grandi potenze con la necessità di accumulare il più possibile di terre rare e fonti energetiche.

Mentre l’intelligenza umana cala

Oppure interrogarci sul comportamento dei nativi digitali, nel momento in cui tutti gli organismi competenti della scuola e delle università denunciano il preoccupante calo della soglia di attenzione e la profonda trasformazione già in atto dei modelli cognitivi. Al punto che anche frequenti episodi di cronaca nera, come scontri all’arma bianca o aggressioni di docenti filmate con il cellulare, dimostrerebbero una drammatica disconnessione di molti giovanissimi dalla realtà, in quanto precipitati in una realtà virtuale e deresponsabilizzante.

Dall’Africa la denuncia dell’onnipotenza miliardaria

Un’interessante denuncia (e allarme) ci arriva dall’Africa, grazie alla coraggiosa campagna intrapresa da una ex ricercatrice della Silicon Valley, licenziata appunto per avere denunciato le distorsioni del «mostro» che lei stessa aveva contribuito a creare. Timnit Gebru, etiope, non è una ricercatrice qualsiasi. È una rinomata ingegnere informatica, che ha lavorato ad Apple e Microsoft ed è stata allontanata da Google, dove peraltro era in minoranza come donna e ancora di più come ricercatrice di colore. In un’intervista al settimanale sudafricano «The Continent», spiega i disastri del «dio onnisciente». Sostiene che il futuro del mondo è nelle mani di una manciata di miliardari che controllano il settore tecnologico. Cosa risaputa, meno esplorato il dato che si tratta di miliardari bianchi, i quali hanno di fatto uniformato il meccanismo di funzionamento della IA secondo canoni bianchi, ovvero riproducendo l’approccio culturale dell’epoca coloniale. Un approccio che ha probabilmente ispirato anche le decisioni dell’Amministrazione Trump di interrompere gran parte delle attività dell’agenzia Usaid, con il risultato di condizionare lo sviluppo dei Paesi coinvolti agli interessi americani, soprattutto nel campo della ricerca e della sanità.

Convinzioni radice e sogni infranti

«È impossibile comprendere la rivoluzione che stanno cercando di avviare– né orientarsi in questo mondo in mutamento – senza comprendere la loro dottrina», sostiene la Gebru. Le sue ricerche sulle convinzioni radicali che animano la maggior parte dei dirigenti della Silicon Valley l’hanno resa una delle critiche più influenti – sebbene a volte isolata – nei confronti delle Big Tech. «Per molto tempo ho sognato di essere una ricercatrice discreta, che passasse totalmente inosservata e facesse come tutti gli altri – racconta – Poi ho capito che ciò significava fare del male ai miei cari e sminuire me stessa».

Nessun ‘tacnofobo’

Timnit Gebru non è affatto «tecnofoba». Ingegnere informatico di formazione, ha contribuito allo sviluppo di software di riconoscimento facciale. E proprio in questo ambito, aveva denunciato il fatto che il software su cui lavorava era molto più efficace nel riconoscere i volti bianchi rispetto a quelli neri. Inoltre, il suprematismo coltivato negli Usa negli ultimi anni e immagazzinato nei data center fa sì che molte delle risposte fornite dalla IA non rispettino la parità di genere.

I rischi non vanno nascosti

Nel 2018, Google l’aveva nominata co-direttrice della nuova unità sull’etica dell’IA. Due anni dopo, l’ha costretta a fare i bagagli per aver partecipato a una pubblicazione accademica che metteva in luce diversi rischi connessi alla IA: l’impatto ambientale e finanziario, nonché gli stereotipi sessisti e razziali prodotti da contenuti a partire da banche dati grezze. «Si suppone che Gemini (il modello di Google) possa fare tutto. Come una sorta di dio onnisciente in grado di rispondere a tutte le tue domande, risolvere tutti i tuoi problemi, organizzare tutta la tua vita quotidiana. È così che viene presentato. Se siamo arrivati a questo è perché un piccolo gruppo di uomini bianchi ha deciso di creare quella che viene chiamata “intelligenza artificiale”, che è più o meno un dio robotizzato».

Nuova era dell’umanità-macchina

Timnit Gebru ha fondato una sua struttura, il Distributed AI Research Institute (Dair). Con il suo collega, il filosofo Émile P. Torres, ha coniato l’acronimo Tescreal (transumanesimo, estropianesimo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace e long-termismo). Queste diverse terminologie, secondo la ricercatrice, partono dal principio che il progresso tecnologico permetterà di sviluppare l’intelligenza umana, di risolvere i problemi sociali e darà vita a una nuova era dell’umanità – nella quale forse ci trasformeremo in macchine, o fonderemo con esse. Diverse figure di spicco dell’IA hanno adottato alcuni aspetti di queste ideologie. Basti pensare a Elon Musk, Sam Altman, il capo di OpenAI, e Peter Thiel, quello di Palantir.

I neri sono più stupidi dei bianchi?

Ma queste visioni tecno-utopistiche integrano anche idee eugenetiche e razziste, sottolinea Gebru. «I neri sono più stupidi dei bianchi. Mi piace questa frase e penso che sia vera», scriveva così Nick Bostrom, filosofo dell’Università di Oxford i cui lavori hanno ispirato i teorici del long-termismo, nel 1996. Nel 2015, Elon Musk ha donato un milione di dollari al Bostrom Institute for the Future of Humanity, affiliato all’Università di Oxford. La sua piattaforma di IA ripropone regolarmente elementi di linguaggio derivati dal suprematismo bianco. Occorre invece promuovere una visione diversa di un futuro tecnologico. Una strada ormai in salita, come teme il «pentito» Bill Gates, perché l’immensa fortuna dei magnati della tecnologia «può farli sembrare invulnerabili, tanto che è difficile, sia per gli utenti medi di Internet che per i responsabili politici, impegnarsi su un’altra strada».

Africa delle sorprese con propri strumenti di IA

Secondo la ricercatrice etiope, l’Africa dispone delle competenze e della lungimiranza necessarie per creare i propri strumenti di IA. Il suo istituto, ad esempio, collabora con piccole imprese del settore che operano a difesa delle lingue africane. E mette in guardia i decisori africani dai bei discorsi della Silicon Valley, tracciando un parallelo con la retorica utilizzata dagli imperi coloniali per giustificare la propria espansione.

«Anche loro avevano un discorso benevolo, spiegavano che i popoli locali non sapevano autogovernarsi, che bisognava aiutarli a elevarsi. Oggi, i governi africani firmano accordi con Microsoft, Anthropic o OpenAI», conclude la ricercatrice. «Mi sembra assurdo che ci sia un sacco di gente molto competente anche qui, che tuttavia non chiede altro che sviluppare queste tecnologie e che i propri governi non vogliano aiutarli a farlo»

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giovedì 16 aprile 2026

La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers

 

«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.

Dopo Gaza l’Iran

«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».

La mappa e le sorprese possibili

«La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.

«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica».

Iain Chambers testualmente

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Oriente, una costruzione immaginaria

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.

In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

Le mappe-prigione e l’Iran persiano

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

L’Iran democratico

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Colonialismo e repressione

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Netanyahu genocida

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Le diverse democrazie per Gaza, Iran o Ucraina

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone.

Una geografia coloniale

È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.

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domenica 1 marzo 2026

La coscienza non è in vendita - Antonio Cipriani

Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il barbiere. Chi vende armi ha bisogno di chi, scientificamente, le propaganda e promuove come fossero fiori di campo della democrazia sparati col cannone dell’imperialismo. E le guerre, da che mondo è mondo, sono giuste, se a deciderlo sono quelli che ammazzano, depredano, devastano. Lo sono meno se viste dal punto di vista di chi resta sotto le macerie di una scuola bombardata dai missili israeliani e a stelle a striscia. O dal punto di vista dei morti innocenti che non potranno neanche cantare le lodi dei criminali, nonostante questo sia il gioco.

Perché il sussiegoso esperto della fondazione di Leonardo, armi ed affini, non mette in dubbio il diritto di chi ha un arsenale straordinariamente potente e mortale di potersi esercitare sulla povera gente e contro uno stato sovrano. No, l’ovvio per certi fenomeni mediatici è ovvio. La domanda che sorge spontanea nell’esperto è: sapranno gli iraniani schiavi sollevarsi grazie a questa occasione bombardata loro dagli esportatori belluini di semi di libertà?

L’imperialismo funziona così. I media sono complici, sono strumenti paramilitari in tempi di guerra e anche in tempi di pace. I nostri grandi quotidiani riportano da settimane, senza porsi un dubbio, le veline di Trump, di Rubio e dell’Idf che, evidentemente, per il nostro governo e per i media che ne supportano le posizioni pavide, rappresentano legge scritta sulla pietra.

Così funziona il potere. Germoglia sul terreno fertile delle menzogne.

Ma noi perché ci soffriamo di fronte al mentire plastico e classico del sistema di potere capitalista, suprematista e fondamentalista religioso? La colpa è dei nostri padri. Avevano tempo da perdere, meno salottini televisivi, zero social, quindi ci raccontavano della guerra, della fame, della crudeltà naziste, del collaborazionismo dei fascisti, delle battaglie sindacali, della libertà. Ci parlavano di quanto fosse deprecabile la schiavitù, di come l’ingiustizia sociale fosse un male e di come ogni discriminazione fosse inaccettabile. Ci hanno fatto crescere con senso critico e senso di giustizia, credendo che la legalità internazionale fosse una conquista della storia.

Poi niente. Il tracollo. Tutti sanno tutto, tutti scrollano da mattina a sera sul telefonino dopo aver passato decenni a guardare la tv. E nessuno capisce più quello che accade. Un’accettazione passiva ha sostituito la coscienza che frigge di fronte all’ingiustizia.

Pazienza. Continueremo a batterci per la bellezza, la giustizia sociale e la libertà. Ed anche a detestare i criminali, gli sfruttatori, i mentecatti obbedienti dei media, gli esperti pacifisti a libro paga dei venditori di armi, quelli che non pensano più perché è fatica: chi ha rinunciato a difendere i diritti di tutti per quieto vivere, o chi non lo fa per piccole ottuse convenienze.

La coscienza non si vende al mercato mediatico degli sciacalli.

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giovedì 20 novembre 2025

La distruzione definitiva della Palestina

 

Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” – Gisella Ruccia

“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803 su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.

Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura “talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione, osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”, cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi “divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.

Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel, lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.

Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente, non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese, dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.

Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.

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L’Onu e la seconda Nakba dei palestinesi - Alberto Negri

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due Stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a una comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.

Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due Stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione. La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno Stato palestinese. La pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman – quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul – intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.

Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.

Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma, come oggi, nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.

Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione (articoli di Michele Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).

È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.

Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota.

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Genocidio senza sanzione? - Domenico Gallo

Pubblichiamo alcuni stralci della introduzione di Domenico Gallo al libro dell’editore Edimedia dal titolo: “Genocidio, la verità dell’ONU su Gaza” (con la Convenzione e i rapporti dell’ONU sul genocidio):

1. Genocidio: la parola che non c’era

Le parole non sono solo dei segni che ci aiutano a orientarci nella mappa concettuale dei significati. La parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva.

Costituita dal prefisso greco genos (tribù, popolo) e dal suffisso latino caedo (l’atto di uccidere), la parola genocidio illustra la metodica e glaciale intenzionalità di cancellare un intero gruppo nazionale assieme alle condizioni basilari per la sua esistenza: cultura, religione, istituzioni, costumi, salute, dignità.

E’ stata proprio la parola “genocidio”, coniata mentre i campi di sterminio lavoravano a pieno regime, a consentirci di guardare dentro l’orrore per distinguere la specificità di questa tecnologia del massacro, che dispiega nella Storia umana la geometrica potenza delle energie distruttrici.

[…] il 6 agosto 1945, il tragico fungo atomico di Hiroshima annunziava che la notte di orrore dell’umanità non era passata e che la belva aveva ripreso a ruggire.

4. Da Auschwitz a Hiroshima, dal Tribunale di Norimberga alla Convenzione internazionale per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.

Ha scritto il premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “E’ Auschwitz che genererà Hiroshima, e se il genere umano scomparirà a causa della bomba atomica, questo sarà il castigo di Auschwitz, dove, nella cenere, si spensero le promesse dell’uomo.”[1]

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio è il capostipite dei Trattati internazionali sui diritti umani che saranno sviluppati in seguito nell’ambito dell’ONU. Infatti la Convenzione, in quanto primo strumento giuridicamente impegnativo, idoneo a limitare la potestà d’imperio degli Stati sui propri cittadini, ha aperto la strada all’elaborazione di tutta la successiva normativa pattizia sui diritti umani. Essa  fu approvata con voto unanime dall’Assemblea generale il 9 dicembre 1948, in stretto rapporto con la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo di cui costituisce un’appendice ideale. Entrambi questi documenti concorrono a delineare il quadro con cui la Comunità internazionale, appena uscita della Seconda guerra mondiale, promise alle generazioni future che quella barbarie che aveva sconvolto il mondo non sarebbe ritornata mai più. 

6. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

La Convenzione consta di un preambolo e XIX articoli. Nel preambolo le Alte Parti Contraenti prendono atto che “l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella Risoluzione 96/1. dell’11 dicembre 1946 ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile”. Pertanto: “riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”, si dichiarano convinte “che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso”.

La Convenzione conferma che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale, che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a punire, definisce la nozione di genocidio e identifica le condotte punibili che contribuiscono a realizzarlo o ad agevolarlo negli articoli II e III, che conviene riportare per intero.

Articolo II.

Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Articolo III.

Saranno puniti i seguenti atti:

a) il genocidio;

b) l’intesa mirante a commettere genocidio;

c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;

d) il tentativo di genocidio;

e) la complicità nel genocidio.

Nell’articolo IV sono previste le categorie degli autori dei reati che gli stati si impegnano a punire; non solo gli individui privati ma anche i governanti ed i pubblici funzionari.

Le norme successive riguardano le disposizioni relative alla repressione del genocidio: obbligo degli Stati contraenti di emanare delle norme interne necessarie a dare attuazione alla Convenzione (art.V); competenza a giudicare dei tribunali interni e del Tribunale penale internazionale (art. VI); esclusione del carattere politico del delitto di genocidio ai fini dell’estradizione (art. VII); garanzie internazionali della Convenzione (art. VIII e IX). Seguono poi le norme procedurali e finali.

La Convenzione è stata ratificata dall’Italia con la legge n. 153 dell’11 marzo 1952 ma la sua effettiva esecuzione in Italia è rimasta sospesa per 15 anni… Con la legge 9 ottobre 1967 n. 962 è stata data piena attuazione della Convenzione nel nostro ordinamento.

Il problema più arduo che la Convenzione ha dovuto superare è stato quello della punibilità del genocidio in concreto. Prevedere l’obbligo degli Stati parte di emanare una legislazione che assicurasse la punizione dei responsabili di atti di genocidio è un passaggio obbligato ma si tratta sostanzialmente di un’arma spuntata. Il genocidio può provenire soltanto da un’organizzazione statale ed implica necessariamente delle responsabilità governative; sarebbe ingenuo prevedere la responsabilità dei governanti e dei funzionari pubblici rimettendo esclusivamente agli organi nazionali la repressione dei relativi atti delittuosi.[2]

Con un atto di creatività giuridica e di lungimiranza la Convenzione ha previsto che il delitto di genocidio, in alternativa ai Tribunali nazionali, potesse essere giudicato da un Tribunale penale internazionale, che all’epoca non esisteva.

9. Il contrasto di USA e Israele alla Corte penale internazionale.

Il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo, firmato il 2 agosto 2002 dal Presidente George W. Bush, denominato: American Service members’  Protection Act (ASPA), che contiene disposizioni volte a impedire che militari statunitensi (e certe altre persone legate al governo USA) possano essere consegnati o giudicati dalla Corte Penale Internazionale.

Il provvedimento autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad usare “tutti i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito USA (o persone alleate) detenute per conto della Corte Pe nale Internazionale.  Per questo motivo è talvolta chiamato “Hague Invasion Act”.

Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei crimini di guerra commessi da tutte le parti in Afganistan, immediata è scattata la rappresaglia americana.

Nell’era del primo mandato di Trump sono partite le minacce e le sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgessero il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il 2 settembre 2020 il Segretario di Stato dell’epoca Mike Pompeo ha annunciato che gli USA avrebbero applicato delle sanzioni contro la Corte penale internazionale definita come “un’istituzione totalmente perduta e corrotta”.  Tutto questo sulla base dell’Ordine Esecutivo 13928, firmato da Donald Trump l’11 giugno 2020, intitolato “Blocking Property of Certain Persons Associated With the International Criminal Court”.  L’ordine dichiara che la CPI — con l’autorizzazione di indagini contro personale statunitense o personale di Paesi alleati senza consenso del governo USA — rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Le sanzioni erano dirette contro la Procuratrice dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Le agenzie ci informarono che l’ordine esecutivo emesso da Trump era stato concordato con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si congratulò con l’amico americano per la decisione di imporre sanzioni alla “corrotta e faziosa Corte penale internazionale”, da lui definita: “una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani “. Netanyahu accusò la Corte di aver inventato “accuse stravaganti”, come quella secondo cui “gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra”. Questa viscerale critica di Netanyahu ora come allora si fondava evidentemente sulla concezione che il territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina fosse stato assegnato direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha competenza in materia di diritto biblico, trae la sua legittimazione dalle fonti del diritto internazionale, fra cui  la terza Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta ad una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione nei territori occupati.

Netanyahu aveva ben motivo di dolersi dell’ingerenza della CPI nelle vicende del Medio-Oriente perché l’Autorità nazionale palestinese il 2 gennaio 2015 ha aderito allo Statuto della Corte penale internazionale. Il 5 febbraio 2021 la Pre-Trial Chamber, accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto».

Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali. «La Corte – ha commentato  – ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto (.) – aggiungendo che la decisione – va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze».

10. Il mandato di cattura a Netanyahu e Gallant e le sanzioni USA.

Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli imputati siano responsabili penalmente del crimine del ricorso alla fame come metodo di guerra; e dei crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani. Più specificamente la Corte ha ritenuto che Netanyahu e Gallant: “abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicinali e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità, almeno dall’8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024. Tale conclusione si basa sul ruolo svolto da Netanyahu e Gallant nell’impedire gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale umanitario e sulla loro incapacità di agevolare i soccorsi con tutti i mezzi a loro disposizione. La Corte ha rilevato che la loro condotta ha compromesso la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire cibo e altri beni essenziali alla popolazione bisognosa di Gaza. Le suddette restrizioni, unitamente all’interruzione dell’elettricità e alla riduzione della fornitura di carburante, hanno avuto un impatto significativo anche sulla disponibilità di acqua a Gaza e sulla capacità degli ospedali di fornire assistenza medica.”

Le reazioni di Netanyahu sono state immediate. In un video diffuso sui social, Netanyahu ha detto: “Oggi è un giorno oscuro nella storia dell’umanità(..) la Corte internazionale dell’Aia, che è stata inventata per proteggere l’umanità, è oggi divenuta il nemico dell’umanità.” Ha aggiunto che il mandato è un “passo antisemita” la cui funzione è intimidire Israele e impedirgli di difendersi.

Ciò ha provocato la reazione indispettita di Trump che ha accusato la Corte di lesa maestà per aver osato incriminare il suo alleato. La preoccupazione principale degli Stati Uniti è stata quella di spegnere la voce della giurisdizione internazionale per consentire ad Israele di portare avanti indisturbato il suo programma di massacri e pulizia etnica della popolazione palestinese. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald Trump. si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti e Israele affermando che la Corte ha abusato del proprio potere emettendo mandati di arresto infondati contro Netanyahu e Gallant. Secondo Trump la Corte penale internazionale non ha alcun motivo per indagare su USA e Israele perché «entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra». Proseguendo, Trump annuncia: «qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia. […] Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti». L’ordine esecutivo ha sanzionato direttamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, ma Trump non si ferma qui e ha delegato il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI. Dopo il Capo della Procura, sono stati sanzionati a cascata altri otto magistrati: il 5 giugno 2025 quattro giudici della CPI: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia); e il successivo 20 agosto due ulteriori giudici – Nicolas Guillou (Francia) e Kimberly Prost (Canada) – e due vice-procuratori – Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

Seguendo questo filone a Francesca Albanese sono state applicate, con un decreto di Marco Rubio del 9 luglio 2025, le medesime sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale  del Consiglio (ONU) dei Diritti umani sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati da Israele nel 1967: «ha manifestato uno sfacciato antisemitismo, ha espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di cattura contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant». Nel suo decreto Rubio lamenta, inoltre, che Albanese «di recente ha intensificato questa azione scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti». Quindi Rubio conclude: «Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale. Gli Stati Uniti continueranno a intraprendere tutte le azioni che riterranno necessarie […] per controllare e prevenire gli abusi di potere e gli abusi illegittimi della CPI e per proteggere la nostra sovranità e quella dei nostri alleati». Cosa significano queste sanzioni lo ha spiegato Francesca Albanese in una conferenza stampa il 4 settembre 2025.

Le sanzioni USA alla CPI hanno suscitato un’immediata ondata di indignazione a livello globale. In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma, il 7 febbraio 2025, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando il loro «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI» perché «la Corte rappresenta un pilastro fondamentale del sistema giudiziario internazionale, garantendo l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali più gravi e la giustizia per le vittime». La Dichiarazione è stata firmata da tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne l’Italia, la Repubblica ceca e l’Ungheria (che ha avviato la procedura per ritirarsi dalla CPI). Evidentemente l’insofferenza del Governo Meloni per la giurisdizione non si arresta alle frontiere nazionali e non esita a rovesciare le tradizioni costituzionali del nostro paese che è stato capofila dell’iniziativa diplomatica sfociata nella sottoscrizione a Roma, il 17 luglio 1998, dello Statuto della CPI.

La pretesa di bloccare l’operatività della Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia a un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità degli Stati si è data per cercare di rafforzare la debole trama del diritto internazionale dei diritti umani.   

11. Israele accusata di genocidio: il processo dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia

Il 28 dicembre 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia la richiesta di istituire un procedimento contro Israele.

Naturalmente, anche di fronte a questo atto Netanyahu ha reagito con rabbia definendo il processo innanzi alla CIG “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”, ma non ha potuto sottrarsi al procedimento perché la giurisdizione della Corte è obbligatoria per tutti gli Stati che abbiano sottoscritto la Convenzione

13. I segnali d’allarme provenienti dalla società israeliana.

E significativo registrare come anche in Israele si sono levate voci dalla società civile che hanno con coraggio denunciato i crimini commessi dal proprio paese e non hanno esitato a ricorrere al concetto di genocidio. L’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), Medici per i diritti umani-Israele, ha pubblicato il 2 luglio 2025 un documento intitolato “A Health Analysis of the Gaza Genocide” (una analisi sanitario del genocidio di Gaza). Questo documento esamina le azioni israeliane a Gaza negli ultimi 22 mesi, sostenendo che la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie e le condizioni di vita imposte alla popolazione costituiscono atti di genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.  Il rapporto documenta l’attacco a 33 dei 36 ospedali e cliniche di Gaza, l’evacuazione forzata di 22 ospedali nel nord e a Gaza City, e l’uccisione o detenzione di oltre 1.800 operatori sanitari. Il rapporto evidenzia, inoltre, le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di forniture mediche essenziali, come analgesici, disinfettanti, strumenti chirurgici e latte in polvere, che hanno contribuito a sofferenze e decessi evitabili. Sottolinea la creazione deliberata di condizioni di vita destinate a distruggere la popolazione palestinese, inclusi l’accesso limitato a cibo, acqua e assistenza sanitaria, e l’erosione dei determinanti sociali della salute. Secondo PHRI le azioni israeliane soddisfano almeno tre dei criteri stabiliti dall’Articolo II della Convenzione sul genocidio: a) uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo c) imporre deliberatamente condizioni di vita destinate a distruggere il gruppo. In conclusione, l’organizzazione invita la comunità internazionale a intraprendere le opportune azioni per fermare il genocidio e garantire la protezione dei diritti umani a Gaza.

Ancora più perentoria risulta la conclusione del rapporto “il nostro genocidio” pubblicato Il 28 luglio 2025, da B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Con questo rapporto, B’Tselem documenta ciò che tutti i governi occidentali, a partire da quello italiano, fingono di non vedere: ovvero che da quasi due anni Israele sta portando avanti un genocidio a Gaza. Un genocidio deliberato e sistematico con uccisioni di massa, creando enormi danni fisici e mentali alla popolazione, usando la fame come arma di guerra e creando condizioni generali che impediscono ai palestinesi di continuare a vivere a Gaza. Israele sta pianificando e organizzando la pulizia etnica dei palestinesi. Per B’Tselem, il genocidio è stato sviluppato “cogliendo l’opportunità del 7 ottobre 2023” e, dopo oltre 21 mesi, continua a Gaza e, in forme specifiche, anche in Cisgiordania e all’interno di Israele. Ma non solo, fa parte della storia dello Stato israeliano, del patrimonio politico sionista. La politica dominante, di centro destra e di centro sinistra, in Europa, nel mondo occidentale, ma non solo (vedi i cosiddetti “Paesi fratelli” del mondo arabo e musulmano),non fa nulla di “reale” per fermare questo genocidio. Discute oziosamente di “eccessi”, di sanzioni contro Israele, parla di riconoscimento dello Stato di Israele quando per oltre 30 anni, dagli Accordi di Oslo, ha finto di non vedere che questi servivano ad aumentare l’oppressione e l’espropriazione territoriale dei palestinesi, rendendo impraticabile qualsiasi possibilità di “due popoli, due stati”. Intanto accordi militari, economici, politici, armi, materie prime e merci “dual use”, continuano a essere sottoscritti e a fluire verso Israele. Un genocidio dei palestinesi che avviene con l’attiva complicità dei paesi occidentali, ma anche con l’inesistente opposizione dei capitalismi russo e cinese, loro rivali nella spartizione del mondo.

15. L’accordo firmato in Egitto ferma il genocidio ma le sue conseguenze restano.

Il 10 ottobre finalmente si è giunti ad un cessate il fuoco, a seguito dell’accettazione da parte di Israele e di Hamas del piano di pace in 20 punti proposto da Donald Trump, il 29 settembre, con il supporto di Egitto, Qatar e Turchia. Il 13 ottobre, avvenuta la liberazione dei 25 ostaggi israeliani e di circa 2.000 detenuti palestinesi ostaggio di Israele, Trump è stato accolto trionfalmente alla Knesset dove ha celebrato il suo piano di pace come “l’Alba di un nuovo Medio Oriente”, annunciando che “Israele vivrà in pace per l’eternità”. 
Ma il genocidio rimane.
Ha scritto da Gaza la scrittrice Lina Ghassan Abu Zayed: “Quando le bombe smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace. Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un confronto con il vero dolore”.

Domenico Gallo


[1] Elie Wiesel, l’ebreo errante, Firenze, 1986

[2] Roberto Barsotti, voce Genocidio in Codice degli atti internazionali sui diritti dell’uomo, Giuffrè, 1981

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PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE - Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.

Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.

Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.

 

Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.

E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.

Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

 

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.

In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.

Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.

La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.

Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.

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L’omesso e il nascosto nella risoluzione Usa su Gaza all’Onu

«Il Consiglio di Sicurezza ha detto sì, ma ciò che resta sul tavolo somiglia più a un involucro che a un accordo di pace», introduce con efficacia il cattolico Avvenire. «La risoluzione americana su Gaza, approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Mosca e Pechino, segna certo un passaggio diplomatico rilevante, ma non offre alcun riferimento concreto all’unico sbocco riconosciuto dalla comunità internazionale come credibile: la soluzione a due Stati».

Assenza decisiva, lo Stato di Palestina

Dal premier Netanyahu l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese costretta dalla diplomazia. Senza ritegno il suo governo di estremisti. «La missione della mia vita è impedire la creazione di uno stato palestinese nel cuore della nostra terra», dichiara il ministro delle finanze Bezalel Smotrich. Peggio Itamar Ben Gvir, sottolinea il manifesto, che vorrebbe far fuori tutti i leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Se accelerano il riconoscimento dello stato palestinese, e l’Onu lo riconosce, dovrebbero essere ordinati omicidi mirati di alti funzionari dell’Anp». Per il 90enne  Abu Mazen, «C’è una cella di isolamento pronta per lui nella prigione di Ketziot», ha minacciato il suprematista ebraico. Un altro personaggio su cui la Corte penale dell’Aja continua ad essere distratta.

Ringhi elettorale ma di Stato Palestinese non c’è traccia

Ma Israele sa bene che nella risoluzione che gli Stati uniti hanno portato all’Onu non esiste un progetto chiaro per la nascita di uno stato palestinese. Il riferimento è stato inserito per volontà dei governi arabi, ma solo per non irritare l’alleato, e l’arzigogolo Trump: «percorso verso l’autodeterminazione». Il non dire per mai fare. Nella striscia intanto Israele continua a uccidere. Ad al-Daraj,sganciato un ordigno su una scuola-rifugio, ferendo 13 persone, tra cui diversi bambini. Almeno due palestinesi sono stati uccisi dai militari vicino alla ‘linea gialla. Nella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e automobili palestinesi vicino a Betlemme, mentre a Tzur Misgavi a centinaia hanno attaccato persino la polizia israeliana che tentava di sgomberare un avamposto illegale, denuncia Eliana Riva.

L’invenzione Onu

«Una forza internazionale sarà incaricata di stabilizzare la Striscia e disarmare Hamas. Donald Trump esulta, definendo il voto ‘storico’ e annunciando la creazione di un Board of Peace che guiderà personalmente». Oltre le sparate ormai caricaturali del personaggio che s’indora, i fatti purtroppo dicono altro.

Rigoroso Giulio Isola su Avvenire

«Un entusiasmo che stride con il contenuto del documento, nel quale la prospettiva della statualità palestinese viene solo evocata in forma condizionale e rinviata a un futuro indeterminato, subordinata a riforme dell’Autorità Palestinese e a un avanzamento della ricostruzione. Una formula di circostanza che non definisce tempi, garanzie né competenze».

Più diplomazia che contenuti

Russia e Cina, inizialmente pronte a mettere il veto, hanno scelto l’astensione, pur criticando l’opacità del processo. Mosca aveva depositato nei giorni scorsi una bozza alternativa: niente smilitarizzazione obbligatoria, nessun Board of Peace presieduto dallo stesso Trump, e una forza internazionale affidata alla supervisione del segretario generale dell’Onu, non a Washington. Posizioni condivise da Pechino e dall’Algeria, rimaste però isolate di fronte alla compatta pressione dei principali Paesi arabo-musulmani — Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Pakistan e Turchia — determinati a non rallentare la fase due del piano, dopo il cessate il fuoco, la liberazione dei prigionieri e il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia. L’Autorità Palestinese ha salutato con ‘soddisfazione’ il voto e chiesto una «attuazione immediata».

L’assenza di impegni chiari nel testo

La reazione dei diretti interessati denuncia la fragilità del tutto. Hamas ha respinto la risoluzione definendola un passo verso una tutela straniera su Gaza degli interessi israeliani, rifiutando ogni riferimento al disarmo. Netanyahu, stretto tra pressioni interne e la prospettiva di una governance internazionale della Striscia, ha ribadito che Israele «resta contrario allo Stato palestinese» e che la smilitarizzazione di Gaza sarà perseguita «con le buone o con le cattive». Sul terreno la tensione resta alta: gli scontri con i coloni nell’avamposto di Tzur Misgavi e le violenze a Jaba’a, vicino Betlemme, confermano che la Cisgiordania continua a essere un banco di prova instabile e infiammabile.

Russia e Cina astenuti ma arrabbiati

Da Mosca e Pechino, pur scegliendo l’astensione, molte critiche. Il rappresentante russo ha denunciato l’affrettatezza del processo e l’assenza di un impegno reale verso due Stati. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha parlato di un documento che «non riflette una visione adeguata per una soluzione politica complessiva» e che consegna agli Usa un ruolo dominante attraverso il Board of Peace e l’International Stabilization Force, di cui «non si conoscono né mandato né limiti».

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