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giovedì 19 marzo 2026

Giornali e giornalisti - Loris Campetti

  

A chi mi chiede “che lavoro fai”, talvolta mi viene spontaneo rispondere “pensionato”. In passato rispondevo così quando chiedevo il visto per andare in paesi dove ai giornalisti non viene riservata una calda accoglienza, oppure me la cavavo dicendo che volevo andare, per fare un esempio in Iran per turismo, per visitare Persepoli. Adesso mi capita più spesso di qualificarmi come pensionato, come se provassi vergogna per il mio amato mestiere di giornalista. Per come è ridotto. È un’ipocrisia, certamente, forse pavidità. Il fatto è che non solo a Teheran o a Damasco o a Tel Aviv la stima per i giornalisti lascia notevolmente a desiderare, perché anche nel ‘democratico Occidente’ tra la gente comune scatta una sorta di diffidenza. Una ragione ci sarà. Oppure può capitare che tra tanta disistima da parte di chi disprezza i ‘pennivendoli’ si alzino al contrario lodi sperticate per i giornalisti, neanche fossero eroi. Una categoria, quella di cui faccio parte, schiacciata tra embedded e martiri.

Partiamo dai martiri. Secondo i dati forniti dall’Onu, dall’ottobre del 2023 ad agosto del 2025 nella striscia di Gaza sono stati ammazzati da bombe, missili e droni dell’esercito israeliano o in esecuzioni sommarie 247 giornalisti. Un numero spaventoso, certificato dalle Nazioni unite che ti fa chiedere se l’impero del male sia Hamas oppure il Governo di Israele. Potremmo rispondere entrambi, ma con una forza distruttrice decisamente diversa e quindi un diverso grado di responsabilità tra chi teorizzava la fine di Israele (in realtà Hamas ha tolto dal suo statuto ogni riferimento alla cancellazione dello Stato ebraico) e chi pratica il genocidio dei palestinesi. A Gaza scarseggiano persino i giornalisti embedded, o meglio non ci sono più gli embedded di una volta che erano pur sempre giornalisti, giornalisti prezzolati e al guinzaglio degli eserciti. Oggi ci sono solo gli scherani che indossano la divisa militare con le stellette da ufficiale, le uniche informazioni, foto, filmini che possono circolare nel mondo sono quelli costruiti dall’Idf. Se qualcosa di diverso, di indipendente esce ancora dalle rovine di Gaza è grazie ai pochi giornalisti lì presenti superstiti, quelli sì eroi che rischiano di essere trasformati in ogni momento in martiri perché raccontano la guerra dalla parte delle vittime.

Lasciamo stare il Vietnam, troppo lontano nel tempo e avviciniamoci ai tempi nostri. Chi ricorda le immagini della prima guerra del Golfo, 35 anni fa? C’erano i video cinematografici sulle prodezze demolitrici americane ma anche i reportage di qualche giornalista perbene girati sotto le bombe tra le vittime della guerra e trasmessi dalle televisioni e dai giornali di tutto il mondo. Cito due nomi: Peter Arnett della Cnn e Stefano Chiarini del manifesto. Mi chiedo anche se oggi sarebbe possibile andare in Turchia a seguire i processi a Ocalan e al Pkk come riuscivo a fare insieme a tanti colleghi 25 anni fa, magari prendendomi le manganellate della polizia e i pugni dei genitori dei giovani soldati turchi – i mehmetcik – morti nella guerra contro i curdi. Credo proprio di no. Immagini e reportage di un altro secolo. Oggi è punibile con la morte chi mostra o racconta gli effetti delle risposte del regime iraniano all’aggressore israelo-statunitense, non è dato vedere se non di sfuggita le basi Usa in fiamme o i villaggi israeliani colpiti dall’esercito iraniano o da Hezbollah. E ancora, chi ha visto immagini del massacro di 165 bambine della scuola iraniana cancellata dagli Stati uniti, quanti editoriali indignati sono stati scritti nei nostri quotidiani? Bambine cancellate due volte. Giornalismo cancellato due volte, con la complicità di chi governa l’informazione dalle nostre parti che non vuole conoscere e diffondere notizie, immagini, inchieste dissonanti rispetto al punto di vista dominante che mediamente coincide non con quello delle vittime ma dei carnefici. Per esempio, guai alla complessità, cioè guai a chiedersi cosa c’è stato prima del 7 ottobre in Palestina, bisogna dimenticare la Naqba, l’occupazione israeliana. Se te lo chiedi stai con Hamas. Guai a chiedersi cosa capitava nel Donbass prima dell’aggressione russa dell’Ucraina, o raccontare la fine dei sindacalisti bruciati vivi a Odessa. Se te lo chiedi stai con Putin. Dal 2014 al 2022, quando il carnefice parlava ucraino e la vittima russo, quante testate giornalistiche o televisive hanno mandato reporter a fare inchiesta in quei territori? Eppure gli operatori dei media, in Italia o in Europa non vivono sotto minaccia come nei paesi in cui pretendiamo di esportare democrazia e pluralismo, non rischiano la vita come i loro colleghi a Gaza. Da noi è il main stream a consigliare ai padroni dei media di schierarsi dalla parte dei potenti. A volte non capiscono il senso dell’ordine subliminare, ma si adeguano. Anche da noi ci sono giornalisti coraggiosi, persino giornalisti capaci di fare inchiesta sul campo, ma in troppi si adeguano e finiscono per essere arruolati dal pensiero dominante. C’è la censura ma purtroppo anche l’autocensura. Parigi – la carriera – val bene una messa.

I giornalisti scomodi vengono querelati dal potere politico e da quello economico se raccontano verità indigeste. Per esempio, nel racconto sulle numerosissime guerre di Israele l’inviato Rai Nico Piro continua a raccogliere querele e denunce. L’accusa? È antisemita. E ti pareva. Lo strumento della querela è determinante per imporre il silenzio e limitare il diritto di informazione. Fioccano i dossieraggi e le pressioni sulle testate locali da parte dei politici contro giornalisti che fanno il loro mestiere senza inginocchiarsi e altri politici: in Liguria il presidente di destra della regione contro la sindaca di centrosinistra di Genova cerca di imporre al proprietario e al direttore del Secolo XIX una linea giornalistica a lui favorevole. Sono progressivamente diminuite fino quasi scomparire le inchieste, e non parliamo soltanto degli scenari di guerra. Parliamo di economia, parliamo di lavoro, di sfruttamento, di caporalato. Potremmo parlare di immigrazione, dove spesso sono giornalisti freelance senza tutele e contributi a salvare dall’oblio storie, persone, nomi di chi cerca di raggiungere a nuoto una speranza di vita. Chi salva esseri umani e chi racconta quei salvataggi finisce sotto il controllo spionistico di stato – ricordate il nome Paragon, strumento made in Israele e usato dal nostro governo per intercettare dunque spiare i volontari di Mediterranea prete di bordo compreso e il giornalista Francesco Cancellato di Wikipedia? Così come la guerra è entrata nella normalità delle cose, così come i migranti affogati in mare non si contano neanche più, anche morire sul lavoro è diventato normale. Cosa resta degli operai siderurgici e braccianti e rider e trasportatori e muratori uccisi quotidianamente sul lavoro, tre al giorno? Soltanto numeri da pubblicare ogni tanto sul giornale, mezza pagina quando muoiono in più d’uno sullo stesso posto, al massimo un editoriale in caso di stragi. I giornalisti troppo spesso si adeguano, in troppi si adeguano. Come una bella fetta di opinione pubblica, purtroppo. Il giornalismo subisce il clima generale, al tempo stesso lo crea.

Poi c’è un altro giornalismo ancora, quello dei talk show che riguarda l’élite, absit iniura verbis, della mia categoria. È il giornalismo di chi pretende di ricoprire un ruolo di supplenza rispetto a una politica che sta vivendo la sua peggiore crisi di identità (e di dignità). Sono i maîtres à penser che impazzano nei nostri dopocena tv. Ma è giornalismo, quello? Ecco perché mi capita di presentarmi al mondo come pensionato. Perché lo sono anche nel modo di pensare e vivere un mestiere. Poi, come dicevo all’inizio, per vergogna.

Faccio male, però, sono ingiusto soprattutto nei confronti di chi fa informazione con onestà che non vuol dire neutralità bensì passione nel rispetto della verità che non è mai neutrale. Anche il giornalismo di parte è legittimo – tutti i giornali sono di parte, c’è chi lo rivendica e chi tenta di nasconderlo – purché non si facciano sconti alla propria parte. Non sono eroi ma giornalisti perbene quelli che sfidano la censura, che rifiutano i diktat, che in nome dell’autonomia mettono a rischio la carriera. E ce ne sono, persino nel precariato sempre più esteso nel mondo dell’informazione, e precariato vuol dire lavorare anche in zone a rischio senza protezione, e un domani senza pensione. Per rispetto di questi giornalisti con la schiena dritta d’ora in poi cercherò di rispondere sempre a chi me lo chiede che sono un giornalista. Nonostante tutto.

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venerdì 18 aprile 2025

"Qualcosa in Italia sembra essersi rotto". Maria Zakharova commenta così il premio “Per la libertà di stampa 2025”

Zakharova: “Libertà di stampa” in italiano oggi è la libertà di chiamare i nazisti eroi e di ricevere premi in nome delle loro vittime? Nell'anno dell'80° anniversario della Grande Vittoria in Italia, non ci sono forse una dozzina di giornalisti antifascisti che scriverebbero del neonazismo in Ucraina?

 

La portavoce del Ministero degli esteri, Maria Zakharova, ha definito "un baccanale" l'assegnazione del premio "Libertà di stampa" all'inviata speciale italiana Battistini per i suoi materiali sulla copertura dei crimini del regime di Kiev. "Libertà di stampa" in italiano oggi: è la libertà di chiamare eroi i fascisti e di ricevere onorificenze in nome delle loro vittime?", ha scritto. E ancora: "È davvero vero che nell'anno dell'80° anniversario della Grande Vittoria in Italia non ci saranno ancora una dozzina di giornalisti antifascisti che scriveranno del neonazismo in Ucraina?"



IL TESTO COMPLETO E TRADOTTO DEL SUO POST SU TELEGRAM:

L'11 aprile 2025 nella città italiana di Fossoli, nell'ex campo di concentramento, l'inviata speciale della RAI Stefania Battistini ha ricevuto in pompa magna il Premio Odoardo Focherini “Per la libertà di stampa 2025”. Per i materiali provenienti dall'Ucraina e dalla regione di Kursk.

Si potrebbe pensare che sia stata premiata per i suoi coraggiosi reportage antifascisti che denunciano la natura neonazista del regime di Kiev, che raccontano della mobilitazione forzata nell'AFU, della rinascita del culto degli scagnozzi di Hitler in Ucraina, che glorificano i banderiti e che erigono loro monumenti in tutto il Paese.

Ma qualcosa in Italia sembra essersi rotto. Perché dal febbraio 2022 Battistini gira regolarmente materiale esclusivamente propagandistico, il cui scopo è spostare la responsabilità dei crimini di guerra commessi dalle Forze Armate ucraine sulla parte russa, oltre a diffondere massicciamente la disinformazione sulla Russia. Inoltre, nell'agosto 2024, si è recata con i combattenti dell'AFU a bordo di attrezzature militari nella Sudzha occupata, dove ha filmato una serie di servizi nello spirito dei video “Wochenschau” di Goebels che esaltavano i combattenti ucraini che avevano invaso il territorio russo.

Contro Batistini e il cameraman che l'accompagnava è stato aperto un procedimento penale per aver attraversato illegalmente il confine di Stato russo. Poco dopo, entrambi i colpevoli sono stati inseriti nella lista dei ricercati internazionali. 

Il luogo in cui è stato assegnato il premio rende ancora più surreale l'intera situazione. Il campo di prigionia della città di Fossoli, istituito nel 1942, fu utilizzato dai fascisti italiani della Repubblica di Salò e dai nazisti delle SS come campo di concentramento. Per oltre 5.000 persone (di cui 2.800 ebrei) fu l'ultima tappa prima di essere inviati al campo di sterminio di Auschwitz.

La storia di questo luogo criminale comprendeva esecuzioni pubbliche di massa dei prigionieri. È degno di nota il fatto che le guardie del campo fossero costituite da 40 italiani, ai quali nell'estate del 1944 si aggiunsero cinque ucraini (!) per rinforzo. A quanto pare, queste guardie di Bandera supervisionavano anche il sacerdote italiano Odoardo Focherini, di cui il premio ora citato porta il nome. Durante gli anni della guerra aiutò gli ebrei a nascondersi dai nazisti, fu arrestato e detenuto nel luglio 1944 nel campo di concentramento di Fossoli. Nel 2013 è stato beatificato dalla Chiesa cattolica.

“Libertà di stampa” in italiano oggi è la libertà di chiamare i nazisti eroi e di ricevere premi in nome delle loro vittime? Nell'anno dell'80° anniversario della Grande Vittoria in Italia, non ci sono forse una dozzina di giornalisti antifascisti che scriverebbero del neonazismo in Ucraina? I premi per la libertà di parola andranno solo ai “propagandisti in camicia nera”? Il prossimo servizio di Battistini riguarderà, a quanto pare, gli sgargianti ragazzi italiani e ucraini “costretti a sorvegliare gli untermenschen” nel campo di Fossoli, e la necessità di assegnare loro medaglie “per l'esemplare servizio d'ordine”.

Tutta questa storia è un vero e proprio baccanale, niente di meno che un grossolano e imperdonabile insulto alla memoria delle vittime del fascismo italiano e del nazismo tedesco, una presa in giro dei loro ideali, commessa letteralmente sulle loro tombe.

da qui

sabato 1 marzo 2025

Wael Al Dahdouh, il giornalismo sotto le bombe - Giuseppe Gagliano


C’è chi, di fronte a una tragedia, sceglie il silenzio. E poi c’è chi, come Wael Al Dahdouh, trasforma il dolore in un megafono per il mondo. Caporedattore di Al Jazeera a Gaza, ha perso dodici familiari sotto i bombardamenti israeliani, inclusi tre figli e la moglie, eppure continua a raccontare. Lui, che da anni documenta l’inferno quotidiano nella Striscia, sa bene che il giornalismo a Gaza non è una professione: è una condanna.

Lo chiamano Al Jabal, la montagna. E non solo per la sua stazza. Perché per restare in piedi dopo quello che ha vissuto, servono radici profonde. Eppure, davanti a lui, ci si sente piccoli. Piccoli e colpevoli. Dov’eravamo mentre tutto questo accadeva?

Il giornalismo a Gaza: un mestiere di morte

“Dovevamo raccontare a chi stava fuori” dice, con una voce che sembra portare il peso di cento guerre. Non si è fermato nemmeno quando, in diretta TV, ha visto la sua famiglia spazzata via dai missili. Dodici morti. Tre figli. La moglie.

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Non si è fermato nemmeno quando ha recuperato il corpicino del nipote di sei mesi dalle macerie, senza sapere che lì sotto c’erano anche i suoi figli. Non si è fermato nemmeno quando il suo collega Samer Abu Daqqa è stato ammazzato a sangue freddo a Khan Yunis, mentre cercava di documentare un bombardamento.

La sua testimonianza, raccolta l’11 febbraio alla Camera dei deputati, ha lasciato il silenzio nelle sale del potere. Ospite della conferenza “Dentro Gaza. Testimonianza dal fronte”, organizzata dalla deputata Stefania Ascari, ha parlato con una freddezza che nasconde l’inferno.

“Più di duecento giornalisti sono stati uccisi” ha detto. “Noi non siamo in guerra, siamo professionisti. Eppure ci ammazzano come nemici.”

Se nel resto del mondo il giornalismo è fastidio, a Gaza è una sentenza di morte.

Il diritto di raccontare, la condanna a morire

Dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas e l’operazione israeliana “Spade di Ferro”, Gaza è diventata un buco nero dell’informazione. Israele ha blindato la Striscia, impedendo ai giornalisti internazionali di entrare e bersagliando quelli che già erano dentro. Cioè i palestinesi.

Al Dahdouh poteva andarsene, chiedere un permesso speciale, salvare la pelle. “Sarebbe stato facile” racconta. Ma non lo ha fatto.

“Dovevamo raccontare. Tutto. Fino all’ultimo.”

E lo ha fatto a costo della vita. A costo di perdere tutto.

Gli hanno detto che la sua famiglia era al sicuro. Hanno evacuato, come tutti. Poi è arrivato il missile.

Al buio, senza elettricità, senza soccorsi, ha scavato a mani nude. Ha trovato Adam, sei mesi, il nipote, e lo ha portato in ambulanza. Solo dopo ha scoperto che sotto le macerie c’erano anche sua moglie, suo figlio, sua figlia.

“Ho perso dodici familiari, ma in quel momento non sapevo neanche chi fosse morto” dice, con una lucidità che fa gelare il sangue.

L’esplosione ha scaraventato sua figlia sotto un lavandino. Sentiva la sua voce. Era viva. Ma ci sono voluti mesi per convincerla a vivere di nuovo sotto un tetto di cemento.

La guerra vera? Non è nei numeri, è nelle vite spezzate

Al Dahdouh racconta della moglie, che si è sacrificata per permettergli di fare il giornalista. Racconta di Mahmoud, il figlio che studiava giornalismo e che ha fatto il suo ultimo video da sotto le macerie.

Non riesce nemmeno a parlare di Hamza, l’altro figlio. Giornalista anche lui. Ucciso da un drone mentre era in auto con un collega.

Si interrompe. Respira. Poi dice:

“Racconto tutto questo per farvi capire il dolore che può prendere le nostre anime.”

Ma a Gaza, il dolore non è un’eccezione. È la normalità.

“La guerra vera non è solo nelle bombe. È nei dettagli. Nei bagni che non ci sono. Nelle tende che volano via col vento. Nei bambini che dormono in macchina. Nella paura di costruire di nuovo una casa, perché domani potrebbe sparire.”

Il problema, dice, è che nessuna telecamera al mondo potrà mai raccontare davvero la vita di chi è stato costretto a fuggire.

“Non sono un portavoce di Hamas” risponde a chi gli chiede se il movimento islamista sia ancora vivo a Gaza. “Sono un uomo. E un giornalista. Ho cercato solo di fare il mio lavoro.”

Il muro di gomma dell’Occidente

Dopo aver raccontato l’orrore, Al Dahdouh se ne va in silenzio.

Non rilascia interviste. È troppo stanco. Chiede solo un bicchiere d’acqua prima di affrontare altri incontri diplomatici.

L’ex premier Giuseppe Conte lo riceve a porte chiuse. Per dire cosa? Per ascoltare cosa?

Dall’altra parte del mondo, i governi occidentali continuano a far finta di niente. Gaza è una ferita aperta, ma non per tutti.

Dahdouh lo sa. E lo dice chiaro:

“Le montagne vengono colpite. Possono crollare. Ma non si spostano.”

Come i palestinesi di Gaza.

da qui

lunedì 20 gennaio 2025

giornalisti senza paura

 

Il giornalista di The Gray Zone Max Bluementhal ha avuto l'occasione di mandare questo messaggio al Segretario di Stato Blinken








domenica 29 dicembre 2024

La realtà dei conflitti mondiali oltre la propaganda e le rimozioni - Alberto Bradanini

 

1. Il deprimente riflesso dei media occidentali – ai quali ci sforziamo di sfuggire quanto possibile – ci condurrebbe alla più profonda depressione, se non fossimo soccorsi dalla fede nell’avanzare dell’autocoscienza dell’uomo nella storia, poiché nel tempo breve non v’è alcuna speranza di intravedere nemmeno l’ombra di un orizzonte più sereno. Più vivo – affermava G. B. Shaw – più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo. Ed è difficile dargli torto. Eppure, se occorre dar senso al tempo che rimane da vivere, esso è quello di distruggere con l’arma della verità tutto ciò che può essere distrutto.

Non passa giorno che Israele non uccida intenzionalmente giornalisti palestinesi a Gaza[1] (196 negli ultimi 14 mesi, tra i 45.000 palestinesi uccisi e 150.000 feriti!), mentre impedisce a chi è fuori di entrare nella Striscia per nascondere i disumani massacri di cui si rende colpevole davanti all’umanità, alla giustizia internazionale, all’etica delle nazioni e alla storia, protetto e armato dai loro complici occulti, gli Stati Uniti d’America.

In Siria, in contemporanea, l’esercito d’Israele, che insieme ai conniventi americani e turchi, ha dato il via libera ai tagliagole jihadisti, si espande oltre il Golan – che occupava illegalmente dal 1967 – e invade altre terre siriane (che B. Netanyahu dichiara non verranno restituite mai più!) nel garbato silenzio di Usa ed Europa, vocianti propugnatori del Diritto Internazionale. Non solo, mentre sulla carta firma il cessate il fuoco con Hezbollah, lo Stato Ebraico non smette di bombardare villaggi libanesi già martoriati, facendo ogni santo giorno decine di vittime. Tutto ciò sotto lo sguardo appagato della presidente della Commissione Ue, la tossica von der Leyen, caporal maggiore del cupo esercito Nato e la cui unica caratteristica degna di nota è l’obbedienza al globalismo atlantico. Nella Nato, si pensava di aver toccato il fondo con il tramonto di Jens Stoltenberg, dal nome altamente evocativo, ma non è così! Al suo posto quale Segretario Generale abbiamo ora tale Marc Rutte, anch’egli con un nome onomatopeico, che dispone per nostro conto di ridurre gli stanziamenti a pensioni e sanità per produrre armi destinate, secondo cotanta testa, a sconfiggere la Russia! Ecco, in un mondo coerente, la stirpe dei Rutte dovrebbe dare il buon esempio, abdicando alle cure dei superbi ospedali Nato, rinunciando sin d’ora a percepire le ricche pensioni che aspettano i camerieri come lui e partire subito per il fronte a salvare l’Europa!

Davanti a tale turpitudine, la replica dei nostri governanti è stata fiera e indignata. Essi hanno immediatamente reagito agli spropositi ruttiani, qualificando tutto ciò per quello che è, vale a dire un ulteriore affronto alla nostra Costituzione e alla nostra (ahimè perduta!) sovranità. Tanto più che, come qualcuno lassù ha affermato, l’Italia sa notoriamente badare a sé stessa. Un concetto che tradotto in linguaggio fattuale sta per: non c’è bisogno di un Rutte qualunque per impoverire la nostra gente e ingrassare i produttori di armi, sappiamo farlo da soli.

2. A dispetto del diluvio di propaganda, salta agli occhi che gli orchestrali di turno sono guidati dalla malata plutocrazia dell’impero, un impero in declino, ma ahimè non rassegnato. Il modus è collaudato: quando taluno si attenta a sollevare una domanda impertinente, questa è sbeffeggiata, screditata o semplicemente occultata. Se poi insiste a riemergere, viene sommersa da un effluvio di inutili notiziole che riempiono uno spazio che potrebbe essere occupato da interrogativi seri.

Nessuno discute nemmeno più di rispetto di minimo comun denominatore di una democrazia, che le evolute nazioni dell’Occidente concepiscono solo come una religione formale. I mezzi di disinformazione di massa aggrediscono rumeni, georgiani e moldavi, colpevoli solo di essersi svegliati dal Lungo Sonno, insieme ai venezuelani, che in mezzo a mille difficoltà, sanzioni e minacce, cercano a modo loro di uscire dal sottosviluppo senza piegarsi agli ordini imperiali. A proposito di Venezuela, il 17 dicembre scorso, la Presidente dell’impalpabile Europarlamento, Roberta Metsola, ha consegneto il Premio Sacharov 2024 per la libertà di pensiero a María Corina Machado e a Edmundo González Urrutia, quest’ultimo riconosciuto presidente legittimo e democraticamente eletto del Venezuela. Invece dei cittadini venezuelani, nel distopico pianeta Terra sono i parlamentari di altri continenti a decidere chi ha vinto le elezioni in un paese lontano che nessuno ha nemmeno visitato una volta. Ridicolo e oltraggioso! Forse qualcuno potrebbe sospettare che l’ostilità statunitense nei confronti della minacciosa nazione venezuelana abbia a che fare con tutto ciò. Si tratta solo di un sospetto, beninteso. In tale scena angosciante, d’altra parte, a nessuno importa qualcosa di Nazioni Unite, diritto internazionale, principio di coesistenza pacifica e non interferenza negli affari altrui.

3. Se persino bambini di cinque anni, per far felici i genitori, fingono di credere alle fiabe ascoltate prima di addormentarsi, resta un doloroso mistero irrisolto che milioni di individui adulti, in apparente salute mentale, possano piegare l’intelletto davanti alla montagna di menzogne che sfida quotidianamente le leggi della fisica. In un infinito elenco, proviamo a illustrane alcune.

Nel 2020, l’ex-futuro presidente degli Stati Uniti confessava con candore (l’intervista è ascoltabile sul web[2]) di aver ordinato alle truppe americane (in Siria dal 2011, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, del principio di non interferenza e di ogni norma immaginabile) di non abbandonare quella terra, perché lì c’era il petrolio! Chi legge ritiene forse che l’espressione sia esagerata, che la riflessione di quell’autorevole capo di stato fosse più articolata. Invece no, si è espresso proprio così. Anzi, per paura di non essere compreso, D. Trump ha ripetuto più volte petrolio, petrolio (!), affinché anche ai sordi fosse chiara la ragione per la quale i soldati americani venivano lasciati in Siria (dove si trovano tuttora, raddoppiati a 2000 unità).

Quel petrolio – dimenticava di precisare l’allora inquilino della Casa Nera (il colore bianco, nel nostro immaginario, si addice ad altri luoghi) – era di proprietà del governo siriano, un dettaglio insignificante, sfuggito al Principe Atlantico, nobile guida della sola nazione indispensabile al mondo (B. Clinton, 1999). Non fa meraviglia che la Siria – colpita da dure sanzioni sin dal 2011 – non sia stata in grado di difendersi dai terroristi armati e pagati dal reo-confesso saccheggiatore di petrolio altrui.

Sebbene fosse un paese multietnico e multireligioso, perla rara in Medioriente, la Siria di al-Assad non era certo una democrazia scandinava. E proprio per questo andava aiutata a progredire attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici e culturali. Nessuno può ora escludere che la storia si prenda la sua vendetta, tramutando in veleno la gustosa pietanza iniziale. I terroristi oggi diversamente colorati potrebbero rendere pan per focaccia agli invasori turchi (i mercenari si vendono al primo offerente!), agli israeliani (quanto potrà durare la tregua dell’odio che li anima contro i figli di Sion?) e agli americani (riusciranno questi a trattenere i turchi intenzionati a liberarsi una volta per tutte dei curdi del Rojava?). A sua volta, è plausibile sia coinvolto anche l’Iraq, un paese che ha già pagato con una guerra insensata e ingiustificata che ha fatto un milione di morti, una guerra voluta dagli Stati Uniti per servire insieme Israele e la loro patologia di dominio universale, una guerra che gli smemorati ambienti occidentali tengono nascosta sotto un vergognoso tappeto.

Pensavamo di essere vaccinati davanti a tante menzogne. Continuiamo invece a stupirci all’ascolto del megafono mediatico, le maschere interscambiabili della politica, i venerabili predicatori televisivi, le maggioranze silenziose, queste sempre inquiete, tuttavia. In un effluvio assordante di vocaboli e concetti, tra cause ed effetti, etica e realismo, storia e leggenda, si staglia maestoso il faro celestiale del Regno del Bene propugnatore di Pace, valori umani, Progresso, libertà di pensiero, difesa di Costituzioni proprie e altrui, e via angelicando.

Magari in tale mondo incantato, come riconoscono persino i suoi più ortodossi difensori, non manca qualche difetto, ma – vivaddio! – la perfezione non è di questo mondo. Sappiamo bene – echeggia quella Voce dall’alto – che il mondo non va nel migliore di modi e che dovrebbe andar meglio, ma attenzione, potrebbe anche andar peggio, anzi molto peggio, ed è una fortuna che lassù vi sia qualcuno capace di contenere caos e barbarie: l’amichevole consiglio è dunque quello di giudicare con moderazione le vicende del mondo e non agitarsi troppo!

Dal 2021, la Casa Nera ha poi avuto un nuovo inquilino (che lì rimarrà fino al 20 gennaio 2025), un anziano signore il cui idioma è compreso solo dagli esquimesi, se escludiamo gli studiosi di sanscrito, e che sarà ricordato dai posteri per le atrocità contro il popolo palestinese di cui è corresponsabile insieme a Israele, per la guerra contro la Russia con il sangue e il territorio ucraini, per le coperture delle furfanterie figliolesche, per l’inclinazione a inciampare sulla scaletta degli aerei e la perdita d’orientamento al termine delle conferenze-stampa. Ci scapperebbe un sorriso pacificatore, se non avessimo a che fare con morti e devastazioni, e se quell’anziano signore non fosse portatore di una valigetta che può mettere la parola fine al genere umano. Quando si solleva timidamente tale questione, i difensori dell’Impero del Bene replicano seccati che in realtà quella valigetta si trova nelle mani di persone con la testa sulle spalle. Ma se è davvero così, di grazia, chi sono costoro, chi controlla siffatti controllori, chi ha loro delegato tale gigantesca responsabilità? Interrogativi che restano drammaticamente senza risposta.

3. Un’altra tra le infinite perle del Padrone Unipolare ci conduce a tale Pompeo Mike, ex-direttore della CIA (2017-2018) e segretario di stato (2018-2021), che in un momento di inattesa verità ammette[3] pubblicamente che la CIA è pagata per rubare, ingannare, frodare. Ascoltando tale insolita confessione, il pubblico presente (Università del Texas!), invece di chiamare la forza pubblica, esplode in una empatica risata seguita da un affettuoso applauso. Di tutta evidenza, non solo per il reo-confesso, ma anche per l’etica accademica americana rubare, ingannare e frodare è considerato un prestigioso compito istituzionale di un corpo dello stato.

Tra le nazioni che a tutela della loro sicurezza fruiscono dei disinteressati servigi dell’Impero Occidentale troviamo beninteso l’Ucraina. Accantoniamo pure il complesso di onnipotenza insieme all’infantile rimozione che un paese entrato in guerra per la sua sopravvivenza e che dispone di 6500 testate nucleare, prima di essere sconfitto ricorrerebbe all’arma atomica. L’Ucraina resta comunque una nazione devastata, governata da un mediocre attore comico, vincitore di un’elezione con un programma di pace, appassionatosi poi alla guerra con il sostegno di una miracolosa polverina bianca. Costui, arresosi alle carezze nostalgiche di una neodemocrazia dalla croce uncinata, insieme ai nobili valori atlantici (i dollari), quando non è in crociera per il mondo vestito da furiere (al fronte è bene che ci vadano gli altri!) trascorre il tempo a intitolare piazze e strade ai veneratori del padre della patria ucraina, l’eroico massacratore di polacchi ed ebrei, Stepan Bandera. L’orologio batte tutto, la memoria svanisce, la coscienza tace.

Ma facciamo un passo indietro. Nel marzo 2007, Wesley Clark, ex-generale a quattro stelle, comandante NATO nella guerra in Kosovo, rilascia un’intervista[4] che andrebbe letta e meditata. Il 20 settembre 2001, dopo un colloquio con il Segretario alla Difesa Rumsfeld e il suo vice Wolfowitz, Clark viene informato (da un suo superiore di cui tace il nome) che gli Stati Uniti intendono attaccare l’Iraq. Al suo sconcerto: “Stiamo aggredendo l’Iraq? perché?”, gli viene risposto: “Non lo so, forse non sanno cos’altro fare”. “hanno trovato qualche prova che collega Saddam ad al-Qaeda?” “No, non c’è niente di nuovo. La decisione di andare in guerra con l’Iraq è stata presa perché, immagino non sappiano bene cosa fare dopo l’11 settembre. Se si ha a disposizione un martello, si vedono chiodi dappertutto”.

In un altro incontro, qualche settimana dopo, Clark chiede: “ma davvero faremo la guerra all’Iraq?” E l’altro: “Oh, è peggio di così” e allungando la mano sulla scrivania, prende un foglio di carta e dice: “Me l’hanno dato poco fa all’ufficio del Segretario alla Difesa. Si tratta di un memo che descrive come far fuori sette paesi in cinque anni, prima Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine l’Iran”. Prima di congedarsi, Clark chiede: “ma si tratta di un documento classificato?” e l’altro: “certamente”. “Beh, allora non farmelo vedere”. Dopo un anno, Clark incontra di nuovo quel generale e chiede: “Ti ricordi di quel promemoria?” e l’altro: “ma che dici? Non ti ho mai fatto vedere quel promemoria!”. Clark termina l’intervista affermando: “se ripenso a tale episodio e vedo quanto accade in Medioriente, beh allora tutto si chiarisce”.

Sei di quei paesi sono stati invasi/destabilizzati, milioni di morti, feriti e rifugiati, infrastrutture rase al suolo e un’ambiente sociale restituito alla mera sopravvivenza. Ne manca solo uno all’appello, l’Iran, e sentiamo già battere i tamburi. L’aggressione a quel paese, ammesso che Teheran non si doti prima dell’arma nucleare, incendierebbe il Medioriente, colpirebbe a morte le economie occidentali, farebbe milioni di morti, ma andrebbe a beneficio di chi siede in cima alla piramide e all’espansionismo coloniale israeliano, nell’orgoglio compiaciuto di una nazione, gli Usa, che in 250 anni è vissuta in uno stato di pace solo 16 anni e che con il 4,3% della popolazione mondiale intende dominare un pianeta di 8 miliardi di individui!

4. Quanto alla Libia, fino al 2011 per le Nazioni Unite quel paese era quello col più alto indice di sviluppo umano di tutta l’Africa. In quell’anno, il paese viene bombardato e destrutturato dalla Nato senza alcuna plausibile ragione e beninteso in barba al diritto internazionale, per di più contro gli interessi europei e in particolare dell’Italia, all’epoca legata da vantaggiose relazioni con M. Gheddafi, aprendo per di più la porta a un’immigrazione da allora fuori controllo. Per gli Usa quella guerra era in linea con il cosiddetto ordine basato sulle regole (rules-based order), principio che definire comico è un complimento, basato sulla quotidiana volubilità delle gerarchie imperiali e citato a manetta dall’algido blateratore di falsità, Blinken Antony – tra i peggiori segretari di stato che la storia americana ricordi, in coppia con il suo compagno di merende, il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan Jake, anche lui in fondo alla lista della sua categoria. Un ordine incantevole quello basato sulle regole, difesa anche dalla Presidente del Consiglio italiana in visita a Pechino alcuni mesi orsono, chissà, forse nel convincimento che i cinesi avessero l’anello al naso e prendessero sul serio il suo arguto ragionare di geopolitica mondiale.

Della cupa Unione Europea abbiam detto più volte, un’entità colonizzata e assuefatta alla violazione di rilevanti principi di etica pubblica e privata. Aiuta ad attenuare la depressione la circostanza che essa non sia più, da tempo, protagonista della scena internazionale. Quanto all’Italia, il solo aspetto degno di nota è la cura che i suoi dirigenti riservano nella lucidatura dei bottoni della livrea da maggiordomo, che indossano però, questo non può essere sottaciuto, con gran dignità! È motivo di relativa consolazione che il Sud nel mondo – le nazioni resistenti e/o emergenti – sia in ricerca di altri orizzonti, verso un mondo plurale e multipolare non più asservito alla finanza globalista guidata dalle corporazioni americane e dallo stato profondo e bellicista degli Stati Uniti. I Brics, la Sco, l’Unione economica eurasiatica, la Rcep e altri raggruppamenti continentali costituiscono un’incoraggiante manifestazione di recupero di quella sovranità di ciascun popolo che un giorno potrebbe proiettare una benefica influenza persino sull’Occidente.

Il trucco c’è, dunque, si vede ma non importa niente a nessuno! Distrazione, offuscamento dell’intelletto, confusione prefabbricata, affollamento di notizie, scetticismo pervasivo e altro ancora è tuttavia condito dal convincimento che la società è un dato immodificabile. E questo è un male.

Eppure, mentre una palingenesi della società americana non è alle viste, resta quindi la speranza di un bilanciamento che l’asse della resistenza potrà indurre attraverso il consolidamento della barricata di resistenza. Non possiamo anticipare i tempi, ma prima o poi gli uomini di buona volontà vedranno l’’alba di un nuovo orizzonte. Noi non ci saremo, pazienza. Sarà sufficiente il ricordo che anche noi abbiamo contributo.

Dove prevale la menzogna, la verità incute terrore, genera disordine, annienta l’illusione solipsista del Potere, emerge come un gigantesco salto nel buio. Essa resta d’altra parte imprescindibile per chi cerca la salvezza. Se l’uomo vorrà distruggere il mondo dei fabbricatori di morte e sopravvivere, non potrà sottarsi a quell’orizzonte. La verità annienterà quel che deve essere annientato. Lorsignori possono starne certi.

“A bloccare la via – affermava J. M. Keynes, il grande economista liberale del XX secolo, difensore di un’economia etica a favore del benessere condiviso e dei bisogni essenziali degli uomini.- vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.

In una società dove la maggioranza appare rassegnata alla schiavitù di un’alienazione pervasiva, narcotizzata nel torpore smartfonico e davanti a uno schermo televisivo, soccorre il pensiero salvifico di Franz Grillparzer: se poi il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare.


[1] https://www.caitlinjohnst.one/p/that-which-can-be-destroyed-by-the?utm_source=post-email-title&publication_id=82124&post_id=153183786&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=13lc4d&triedRedirect=true&utm_medium=email

[2] https://www.newsweek.com/donald-trump-us-troops-syria-oil-bashar-al-assad-kurds-wisconsin-rally-1482250

[3] https://www.youtube.com/watch?v=ZCjWAq7563I

[4] https://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166 https://genius.com/General-wesley-clark-seven-countries-in-five-years-annotated

 

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domenica 28 gennaio 2024

Stati sovrani e protettorati - Giorgio Agamben

 

I discorsi di coloro che parlano sui media di questioni di politica estera in Italia sono privi di ogni fondamento, perché fingono di ignorare che l’Italia non è una nazione sovrana, ma un protettorato. Secondo il diritto internazionale, una nazione che ospita sul suo territorio un numero di basi (alcune delle quali segrete e piene di bombe atomiche) pari a quello che gli Stati uniti intrattengono in Italia non ha sovranità sulla sua politica estera, ma solo sulla sua politica interna; è, cioè, tecnicamente un protettorato.

Questo spiega perché il nuovo governo, che, definendosi di destra, avrebbe dovuto innanzitutto rivendicare uno statuto di piena sovranità, si è semplicemente uniformato, rispetto alla guerra in Ucraina, alle direttive dello Stato protettore. Lasciamo immaginare a chi ne ha voglia che cosa avverrebbe, infatti, a un capo di stato che aprisse una vertenza sulla presenza delle basi degli Stati Uniti sul nostro territorio. Eppure la questione va ben al di là di un problema di sovranità, dal momento che essa implica che, nel caso di una nuova guerra mondiale, l’Italia sarebbe il primo paese a subire un bombardamento nucleare che la distruggerebbe interamente. È purtroppo inutile sperare che i giornalisti pagati dal potere per ora ancora dominante si pongano questo genere di problemi.

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venerdì 22 settembre 2023

Ariane Lavrilleux libera!

 

La giornalista francese Ariane Lavrilleux in custodia cautelare per la sua inchiesta sull’operazione Sirli in Egitto - Alekos Prete

La giornalista del quotidiano investigativo Disclose, Ariane Lavrilleux, collaboratrice di RFI, è stata arrestata martedì 19 settembre. All’origine del suo arresto le rivelazioni della sua inchiesta del 2021 sull’operazione militare Sirli in Egitto e sui suoi legami con le forze armate francesi.

“Sono sconvolta e preoccupata per l’escalation degli attacchi alla libertà d’informazione e per le misure coercitive adottate contro la giornalista di Disclose”, ha dichiarato Virginie Marquet, avvocato di Ariane Lavrilleux e dei media investigativi. “Questa perquisizione rischia di ledere gravemente la riservatezza delle fonti dei giornalisti, che posso legittimamente temere sia stata completamente violata da questa mattina. Disclose proteggerà i giornalisti che hanno rivelato solo informazioni di interesse pubblico”, ha aggiunto.

L’operazione, affidata alla DGSI, nasce da un’indagine giudiziaria in corso dal luglio 2022 aperta dalla procura di Parigi e che anticipa di poche settimane gli Stati Generali dell’informazione voluti dall’Eliseo. Intanto France.tv, l’azienda che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo in Francia, ha pubblicato l’inchiesta integrale sul proprio sito. “È un affare di Stato – si legge su France.tv -denunciato da un informatore che non poteva più tacere. Rivela come la Francia avrebbe fornito a un regime autoritario, l’Egitto, informazioni utilizzate per commettere crimini, il tutto in nome di un interesse commerciale più alto: la vendita di armi”.

Numerosi organi di stampa e giornalisti, nonché Reporter Senza Frontiere (RSF), hanno espresso la loro indignazione sui social network, definendo l’operazione di polizia un “ostacolo inaccettabile alla libertà di informazione”. Secondo Pierre Isnard-Dupuy, portavoce del collettivo di giornalisti indipendenti Presse-Papiers: “Informare non può essere un reato. È una libertà fondamentale e questo non riguarda solo i giornalisti, ma tutti i cittadini, la salute della nostra democrazia”.

Intervenuta con un comunicato anche la Federazione Internazionale della Stampa: “L’IFJ l’EFJ e i loro affiliati francesi si uniscono a Disclose nel denunciare l’intervento della DGSI come “un altro inaccettabile episodio di intimidazione”. Le federazioni condannano un’operazione chiaramente mirata a identificare le fonti che hanno permesso di rivelare la complicità della Francia nei crimini di Stato in Egitto . “Il governo francese, che ha appena scandalosamente modificato il progetto di regolamento europeo EMFA per legalizzare lo spionaggio dei giornalisti, è il segno di una politica ostile alla stampa e al diritto di accesso dei cittadini all’informazione. Chiediamo il rilascio immediato di Ariane Lavrilleux e la cancellazione di ogni accusa contro di lei”, ha dichiarato martedì il segretario generale dell’EFJ Ricardo Gutiérrez .

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Arianne Lavrilleux è stata liberata grazie all’immediata mobilitazione

Dopo quasi 40 ore, il fermo di polizia della giornalista Ariane Lavrilleux è stata revocato mercoledì sera. La marsigliese ha annunciato sul suo account X: “Sono libera, grazie mille per il vostro sostegno!”

Immediatamente dopo il suo fermo giornalisti e persone comuni si erano radunate per protestare contro l’evidente intimidazione di una giornalista scomoda, sottolineando il tema della libertà di stampa.

Martedì mattina, la sua casa di Marsiglia era stata perquisita a lungo da agenti della DGSI (agenzia di intelligence nazionale francese). “Viene trattata come una criminale quando tutto ciò che ha fatto è il suo lavoro”, ha dichiarato indignato  Disclose, media per il quale ha pubblicato una serie di inchieste sul coinvolgimento dello stato francese nell’esecuzione di civili sotto la dittatura del generale Al Sissi in Egitto e sulla vendita di armi ed equipaggiamenti militari a Paesi come Russia, Libia e Arabia Saudita.

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giovedì 7 settembre 2023

Eritrea: che fine ha fatto Dawit Isaak? - Antonella Sinopoli



 

È il giornalista detenuto da più tempo al mondo. Fu gettato in carcere in regime di segregazione 22 anni fa senza accuse, assistenza legale né processo

 

Da oltre due decenni di lui non si sa più nulla. Ma non è stato dimenticato. Un blocco di organizzazioni internazionali e il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria del Consiglio ONU per i diritti umani chiedono al regime eritreo di rivelare se sia vivo e, in questo caso, il suo rilascio immediato. Ma chiedono anche che contro Isaias Afwerki e il suo governo si alzi la voce unanime, forte e chiara della comunità internazionale

 

È il giornalista detenuto da più tempo al mondo. Si tratta di Dawit Isaak, eritreo con cittadinanza svedese che nel 2001 venne prelevato da casa davanti a tutta la famiglia. E in quella casa non ha fatto più ritorno. Aveva 36 anni.

In quei giorni vennero arrestati anche un’altra decina di giornalisti trattenuti in tutto questo tempo nelle carceri eritree senza una formale accusa e senza ricevere alcun processo.

Tutti in stato cosiddetto incommunicado, vale a dire segregati, senza accesso alla famiglia, all’assistenza consolare o al diritto all’assistenza legale.

Una detenzione assolutamente arbitraria e in violazione a qualunque norma sul diritto e alle carte internazionali sui diritti umani.

Alcuni di questi giornalisti sono morti durante la detenzione, ma di Dawit non si è saputo più nulla.

Il giornalista non è stato però dimenticato, né – ovviamente – dalla famiglia, né da chi negli anni ha continuato a tenere alta l’attenzione su questa vicenda.

Qualche giorno fa, è intervenuto anche il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

E questo in seguito di una vigorosa campagna da parte di una coalizione internazionale di ong e organizzazioni per i diritti umani, esperti, avvocati, giornalisti.

Tra questi Reporter Senza Frontiere (RSF), il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), l’International Bar Association’s Human Rights Institute (IBHARI), il Parliamentarians for Global Action (PGA), PEN International, Defend Defenders, Human Rights Foundation (HRF).

Tutti chiedono al governo eritreo di rivelare dove sia ora in custodia – ammesso che sia ancora vivo – il giornalista.

E, naturalmente, il rilascio immediato e incondizionato.

In questi anni, ormai 22, sono state molte le sollecitazioni e gli appelli ma con zero risultati.

Una dimostrazione, questa, della diffusa cultura dell’impunità in un paese dove nulla si muove (o sfugge) al dittatore Isaias Afwerki.

Un regime, il suo, improntato ad abusi e violenze, che va avanti dal 1993.

Contro di lui e contro il suo governo, le organizzazioni per i diritti umani chiedono che si alzi la voce unanime forte e chiara della comunità internazionale e che vengano emesse sanzioni – nell’ambito del Magnitsky Act – contro gli alti funzionari responsabili di questi crimini e fino a quando Dawit e i suoi colleghi non saranno rilasciati.

Quello del giornalista eritreo è un caso emblematico di un regime corrotto e criminale – dicono i firmatari del nuovo documento per la liberazione di Dawit – e del disprezzo della libertà di stampa.

All’epoca Dawit Isaak lavorava per il primo giornale indipendente dell’Eritrea, Setit, che oggi pubblica online dal Texas e nel 2001, l’anno degli arresti dei giornalisti e di una brutale repressione verso gli oppositori, aveva pubblicato molte lettere aperte di condanna del regime.

Gli articoli di Dawit disturbavano parecchio il governo e, con il senno di poi, avrebbe fatto meglio a non tornare in patria.

Il giornalista, infatti, si era rifugiato in Svezia nel 1987 mentre era in atto la guerra contro l’Etiopia, ma nel 2001 era ritornato in Eritrea.

Quando arrivarono in casa per arrestarlo la famiglia stava facendo colazione.

Lui e la moglie offrirono una sedia intorno al tavolo ad ognuno degli uomini che erano andati a prenderlo – probabilmente anche per non impaurire i figli allora piccoli – poi andò con loro.

L’ultima volta che hanno avuto contatti si è trattato di una breve telefonata. Era il 2005.

Il giornalista esortò la famiglia a lasciare il paese e tornare in Svezia. Troppo pericoloso per loro restare. E anche inutile, visti i divieti di farli visita.

Oggi la figlia Betlehem Dawit Isaak è una giornalista, come il padre. Di cui continua a ricordare la figura e il destino.

In un’intervista al giornale canadese The Globe and Mail ha ripercorso quei giorni terribili, ma ha anche espresso la sua rabbia verso chi non fa nulla.

I paesi occidentali, ha detto, potrebbero fare molto di più per fare pressioni sul regime e difendere i diritti umani in Eritrea.

L’Occidente ha in gran parte ignorato le sue atrocità, compresi i massacri ampiamente documentati di tigrini da parte delle truppe eritree nel nord dell’Etiopia nel 2020 e nel 2021, ha affermato.

«Sono arrabbiata con il mondo per non aver reagito con forza. Ho pensato: ‘Mio Dio, siamo soli in questo’».

Ma lei persevera nella sua battaglia: «Sento che sto facendo un lavoro importante. È un ruolo che mi è stato assegnato. Ne facciamo tutti parte. E tanti eritrei stanno portando avanti la stessa lotta».

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martedì 1 agosto 2023

Smemoranda: Niger, uranio ‘torta gialla’, SISMI e guerra bugiarda a Saddam - Ennio Remondino

  

Allora -venti anni fa- fu il ‘Nigergate’, lo scandalo dei falsi documenti su presunti traffici di minerale di uranio, la ‘torta gialla’, tra Niger e Iraq per la fabbricazione di armi nucleari. Documenti ‘fatti scoprire’ in Italia  e subito girato agli alleati Usa. ‘Patacca’ per l’intelligence, scusa utile per la politica per la guerra all’Iraq già decisa. Dopo la ‘guerra umanitaria’ sulla Jugoslavia, la ‘guerra necessaria’ e sempre giusta.

La ‘yellowcake’ dal Niger

A metà del 2002 l’amministrazione Usa  reduce dal terribile 11 settembre delle Torri gemelle dell’anno prima, e a caccia di nemici a cui farla pagare, sosteneva che Saddam Hussein fosse in possesso di uranio e altro materiale necessario per la costruzione di una bomba atomica. In quel periodo il SISMI, il servizio segreto estero italiano (oggi Aise), era molto impegnato accanto alla Cia nella guerra al terrorismo, tra al Qaeda e altro. E ‘da quell’ambiente’ (ambiente di spie) -formula Wikipedia-, «sarebbero stati prodotti o rivelati i documenti che attestavano tentativi da parte di Saddam Hussein in Iraq di acquistare polvere di uranio, ‘yellowcake’ dal Niger». Sulla base di quei documenti e di altri falsi, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito (Bush jr, e Tony Blayr), accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, nel 2003 scatenarono la seconda guerra occidentale contro l’Iraq che ci concluse con la conquista del Paese, la cattura e la condanna a morte di Saddam Hussein e il caos ancora irrisolti in tutta l’area.

Le origini del falso

Con carte intestate e timbri dell’ambasciata nigerina a Roma, fu realizzato un falso protocollo d’intesa fra Niger e Iraq sull’uranio. Secondo le ricostruzioni di stampa (Financial Times, Sunday Times), il SISMI fu il primo ad avere l’informazione, ma l’aveva archiviata perché ritenuta inattendibile. L’informazione era arrivata da un faccendiere italiano, ex spia, Rocco Martino, che avrebbe poi venduto il documento ai servizi segreti francesi, ma anche lì ritenuta spazzatura. Nel 2001 Martino aveva consegnato il suo fascicolo al MI6 a Londra, con ‘qualche interesse politico in più’ sull’argomento. Dopo l’11 settembre 2001, l’informativa fu passata a Greg Thielmann della CIA.

Informativa tra Langley e Foggy Bottom

L’informativa passò da una scrivania all’altra: molti analisti della CIA denunciarono l’inconsistenza della storia. I servizi statunitensi cercavano prove e collegamenti tra gli attentati di New York e l’Iraq di Saddam Hussein, per cui ogni documento in qualche modo legato all’allora rais iracheno era attentamente studiato, compreso il fascicolo di Martino. Ne nacque un ‘dossier’ che ipotizzava un accordo fra Iraq e Niger sulla fornitura di 500 tonnellate di uranio l’anno. Il dossier venne subito contestato, sia per incongruità interne (prima l’incapacità delle miniere nigerine a produrre più di 300 tonnellate all’anno), sia per riscontri diretti sul campo.

A George Tenet, la ‘Torta gialla’ piaceva

Ma George Tenet, allora direttore della CIA, decise di non ignorare il ‘dossier’ (Tenet, di origine albanese, era già stato decisivo nell’intervento Nato contro la Jugoslavia per il Kosovo). Nonostante la diffidenza sul dossier all’interno della CIA fosse forte, una ‘torta di disinformazione’ finita sulle pagine del New York Times. E persino una ‘dissenting opinion’ della ‘National Intelligence Estimate’ e una del dipartimento di Stato, secondo cui «tutta la questione era altamente sospetta», perché l’uranio del Niger era controllato direttamente dalla Francia. Nel momento in cui la CIA frenava, il falso documento di Martino fu pubblicato sul settimanale Mondadori ‘Panorama’ (di proprietà dell’allora premier Berlusconi).

La torta avvelenata e le 16 parole della vergogna

Il 24 settembre 2002, guerra pronta a partire, Tony Blair annuncia di essere in possesso di un dossier secondo il quale l’Iraq si era dotato di strumenti per fabbricare armi di distruzione di massa, pur senza citare l’uranio del Niger. Il 26 settembre è Colin Powell al Senato Usa a rinforzare la menzogna. Il 28 gennaio 2003 George W. Bush nel discorso ‘State of the Union’ annuncia che il governo britannico era in possesso di prove sulla presenza, in Iraq, di uranio utile per armi di distruzione di massa. «The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa». Sedici parole per una menzogna storica.

A guerra ancora in corso le prime inchieste giornalistiche statunitensi e, alla fine del 2003, l’amministrazione ammise che le prove a sostegno della dichiarazione presidenziale del gennaio «erano inconcludenti e che quelle sedici parole non avrebbero mai dovuto essere incluse nel discorso presidenziale», addebitandone l’errore alla CIA.

Bonini e D’Avanzo su Repubblica

La vicenda fu raccontata in Italia nel 2004 e i fatti furono ricostruiti l’anno seguente da un’inchiesta svolta dai giornalisti Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, del quotidiano La Repubblica (ottobre 2005). Il 31 ottobre 2005 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo l’incontro con il presidente George W. Bush alla Casa Bianca, affermò che Bush aveva confermato di non aver ricevuto alcuna informazione dall’Italia. Tuttavia, il presidente statunitense non si è mai espresso apertamente sulla vicenda. Inoltre, Berlusconi allora premier, ha sostenuto che l’informazione sarebbe arrivata dagli inglesi, i quali, però, l’avrebbero ricevuta dagli italiani.

Operazione disinformazione

Brani di una inchiesta. «Silvio Berlusconi e George W. Bush. Dopo l’11 settembre la Casa Bianca chiese a tutti gli alleati, e in particolare all’Italia, notizie e prove che evidenziassero la pericolosità sociale di Saddam Hussein».

  • «ROMA – L’intervento militare in Iraq è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger per arricchirlo con centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa. Alla costruzione delle due ‘bufale’ collaborano il governo italiano e la sua intelligence militare».
  • «La farina di questo sacco è romana. Il coinvolgimento italiano negli eventi che precedono l’invasione dell’Iraq ha, sin qui, trovato nella distrazione generale un solitario e grottesco protagonista in un tale che si chiama Rocco Martino, ‘di Raffaele e America Ventrici, nato a Tropea (Catanzaro) il 20 settembre 1938’».
  • «Smascherato dalla stampa inglese (Financial Times, Sunday Times) nell’estate del 2004, Rocco Martino vuota il sacco: ‘E’ vero, c’è la mia mano nella disseminazione di quei documenti (sull’uranio nigerino), ma io sono stato ingannato. Dietro questa storia ci sono, insieme, americani e italiani. Si è trattato di un’operazione di disinformazione».

Bonini e D’Avanzo e altra stampa allora impegnata, approfondirono e svelarono, toccando il tema scottante del rapporto tra disinformazione truffaldina (Martino) e disinformazione di Stato con avallo politico, mai risolta. Disinformazione anche italiana oltre che statunitense per una guerra feroce.

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