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martedì 11 agosto 2026

La frontiera ha vinto anche a sinistra - Osservatorio Repressione


Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre. Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere, limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.

 

Ottantaquattro morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare: invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.

È questo il dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di “governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata vinta ben prima di quella elettorale.

Le destre hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia. Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il fumo ignorando deliberatamente l’incendio.

Questa operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale fattore di instabilità sociale.

È un rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile, sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che hanno origini completamente diverse.

È in questo quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.

La risposta politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello. Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri, di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di attraversare pochi metri di mare?

La risposta a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa. Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione delle persone.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire. Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa culturale e politica.

La crisi della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e non come una minaccia all’ordine pubblico.

Quella impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore giuridico, economico e politico di una persona.

Quel patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli, sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini esterni dell’Unione.

È una differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace. Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale: quello della gestione della frontiera.

È probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle procedure previste dal diritto internazionale.

Si tratta di differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro dell’intero sistema.

L’esempio della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni criminali che gestirebbero i flussi migratori.

Contemporaneamente, lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie contemporanee.

Quelle regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a una domanda del mercato del lavoro.

Questo significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve, si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito molto più sofisticato di selezionarla.

È un meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre, secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni. In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le esigenze del mercato.

Ed è proprio questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote, di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente, costruisce gli strumenti destinati a controllarle.

È forse questa la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.

L’errore più grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Per comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi, amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e aumentare il margine di profitto.

È in questa prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori, ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile, disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria economica, non identitaria.

Questo significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che condividono la stessa condizione di sfruttamento.

Le frontiere svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia, turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.

Le procedure di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno, l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.

La vicenda di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le convenienze del sistema produttivo.

Ed è precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.

La vera questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al resto della società.

Per questo Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica. È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa. Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.

È in questo senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.

Oggi la vera emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere, ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità culturale, che nessun essere umano può essere illegale.

 

Note:

Karl Marx, Il Capitale, Libro I (esercito industriale di riserva).

Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine coloniale e violenza strutturale).

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).

 

da qui

lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

da qui

mercoledì 21 luglio 2021

Rapimenti, abusi, corruzione: l’antiterrorismo ai confini d’Europa - Ruslan Trad

 

 

Tra il 2017 e il 2020 in Bulgaria sono state arrestate decine di persone durante retate antiterrorismo. I media si sono limitati a riportare le dichiarazioni ufficiali della procura, senza porre domande importanti sulla natura di queste operazioni. Ben presto l’interesse è svanito, mentre la vita degli arrestati è cambiata per sempre. Ad oggi, nessuna di queste persone risulta essere appartenente a gruppi legati all’estremismo islamico. Secondo una nostra fonte nella polizia bulgara, queste operazioni condotte tramite “testimoni segreti” “servono per farsi belli davanti ai partner internazionali”. Del resto si tratta di detenzioni finanziate anche con i fondi stanziati dall’UE. (English version)

 

Avete sentito parlare di un’operazione su vasta scala in cui la polizia bulgara ha arrestato 43 persone accusate di finanziare gruppi terroristici? Se non siete bulgari o non seguite le notizie sui Balcani, è molto improbabile. Nel gennaio 2019 è stata la notizia principale nei media locali per alcuni giorni, per poi finire presto nel dimenticatoio. Proprio come era accaduto con precedenti operazioni analoghe compiute dalle autorità bulgare contro presunti “terroristi”. Per diversi anni, tra il 2017 e il 2020, la procura bulgara ha condotto azioni antiterrorismo che hanno portato a una coltre di eventi poco chiari corredati da dichiarazioni fumose. Le autorità non ne vogliono parlare e non spiegano se le decine di arresti fossero dovute a un meticoloso lavoro di intelligence o se, al contrario, queste operazioni non fossero il risultato di un sistema corrotto, della decadenza delle agenzie di intelligence e di una prassi di abusi.

Il cane da guardia della Fortezza Europa, ignorato dai media europei

I Balcani entrano raramente nel flusso delle notizie globali, e se ciò accade è nel contesto di processi geopolitici più ampi. In fondo, un cittadino medio europeo avrebbe difficoltà a dire cosa sia successo recentemente nel versante sudorientale del continente. Le eccezioni potrebbero riguardare la Grecia, a causa del crollo finanziario, e probabilmente la Serbia, a causa del suo peso storico e politico. Per il resto i Balcani tendono a evocare il ricordo delle guerre jugoslave.

Dove si colloca la Bulgaria in questo contesto? Sofia rimane fuori dal più ampio dibattito sui Balcani. Una leggera inversione di tendenza c’è stata con le sporadiche proteste nel paese tra il 2013 e il 2020, e con l’evoluzione del complesso rapporto con la Macedonia del Nord. Sebbene dagli anni ’90 vi siano stati dei progressi, le istituzioni in Bulgaria, e soprattutto il sistema giudiziario, giacciono ancora nella corruzione e nel lobbismo. Durante questo periodo diversi governi – in primis quello del GERB, il partito dell’uscente premier Boyko Borisov – hanno realizzato delle riforme, che però si sono rivelate limitate e insufficienti e hanno provocato critiche da parte dell’UE.

La crisi dei rifugiati causata dalle massicce offensive militari in Siria e dalle repressioni del regime di Bashar al-Assad ha creato una situazione nuova per gli stati dell’Unione. Chi fugge dalla guerra cerca di raggiungere le coste europee attraverso il Mediterraneo o via terra lungo i confini Turchia-Bulgaria e Turchia-Grecia. I governi europei si sono dimostrati impreparati, mentre le ondate migratorie colpivano i paesi periferici come la Bulgaria.

 

La mancanza di politiche adeguate alle nuove sfide ha portato a un aumento del populismo e del nazionalismo; a Sofia, con le promesse di “affrontare l’invasione dei migranti”, dei gruppi xenofobi sono diventate parte del governo. Anche diversi altri paesi europei – che durante l’ondata di rifugiati del 2015-2016 erano in forte crisi interna – hanno registrato dinamiche simili. Ma la situazione nell’Europa sud-orientale è particolarmente emblematica. I governi locali usano le circostanze per dimostrare all’Europa di essere dei partner leali, in modo che Bruxelles possa fermare le critiche rivolte a loro. La protezione delle frontiere si sta rivelando però non solo un’opportunità politica, ma anche finanziaria, con le forze di polizia di frontiera che vengono rafforzate grazie ai fondi europei.

In questa atmosfera tesa, anche la lotta contro il terrorismo viene alla ribalta. Gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles hanno sollevato sentimenti anti-immigrati che le élite politiche non sempre cercano di contrastare; anzi, si rivelano una buona opportunità per rafforzare i consensi elettorali. E sebbene vi sia un pericolo reale di radicalismo e terrorismo, il rischio effettivo non è lo stesso in ogni paese. In Bulgaria, dove questa possibilità è significativamente più bassa rispetto alla Francia, decine di persone sono state arrestate con l’accusa di essere legate ad attività terroristiche senza alcuna prova credibile diffusa dall’intelligence. Gli arresti di massa del 2019 citati a inizio articolo sono indicativi e mostrano ancora una volta perché sia necessario concentrarsi più spesso sulla regione. Dall’ufficio del procuratore non è trapelata alcuna informazione significativa, nonostante ben cinque persone arrestate siano rimaste successivamente in custodia. I media hanno riportato le dichiarazioni ufficiale della procura senza porre domande importanti sulla natura delle operazioni. In pochi giorni l’interesse è svanito, mentre la vita di una decina di persone è cambiata per sempre.

Sei siriano e vendi automobili? Questo basta per sbatterti in galera

Anche quel poco che è stato mostrato finora è insufficiente e discutibile quale base per una seria operazione antiterrorismo. In questo caso, come nei precedenti arresti dello stesso tipo, la trasparenza non fa parte del modo di operare dell’accusa. Possiamo fare un paragone con le cause contro gli autori degli attentati di Bruxelles e Parigi, così come gli arresti in altre parti d’Europa dove la polizia ha sempre preferito mostrare il più possibile e tempestivamente i dettagli delle operazioni, anche per non provocare speculazioni. Nei casi bulgari viene a mancare tutto questo, probabilmente perché non si tratta di vere operazioni contro il terrorismo. Delle cinque persone mostrate in televisione, due sono siriani con cittadinanza bulgara—un curdo e un arabo con posizioni riconducibili all’opposizione. Entrambi godono di una buona reputazione nelle rispettive comunità, vivono in Bulgaria da molto tempo e non hanno avuto precedenti penali. Dalle informazioni ufficiali non si evince in modo chiaro quali (e di quali paesi) siano questi gruppi che i detenuti avrebbero finanziato. Abbiamo incontrato i familiari di alcune delle persone arrestate, per capirne di più; si sono però rifiutati di fornire ulteriori informazioni sul caso, per timore di subire ritorsioni dalle autorità.

La maggior parte degli arrestati è stata rilasciata entro 24 ore. Come accennato, cinque persone sono però rimaste in custodia, con un sesto elemento ricercato. Questo sesto uomo – anch’egli di origine siriana – si trovava in Turchia al momento delle retate. Tornato in Bulgaria volontariamente, ha quindi informato la polizia che avrebbe incontrato le forze dell’ordine se necessario. Questa parte della storia non è stata affatto riportata dai media locali. Ricordo ancora che i detenuti sono stati dichiarati “sponsor del terrorismo” e potenzialmente in connessione con Al Qaeda. Secondo fonti interne ai servizi segreti bulgari, gli altri detenuti erano coinvolti nella vendita di automobili in Siria, e questo è il motivo principale che ha portato alle accuse. La vendita di automobili non è un’attività illegale in sé, ma ha attirato l’attenzione dei media e delle autorità dopo lo scoppio della guerra civile. Per quasi quattro anni, c’è stata una forte rete di rivenditori di auto che vendevano vecchie auto di immatricolazione bulgara in Siria, transitando dalla Turchia. Alcune di queste auto sono diventate note per essere state usate in attacchi da gruppi legati ad al Qaeda e allo Stato Islamico.

 

“Sappiamo che due di loro [i detenuti, nda] sono stati accusati di vendere automobili”, dichiara T.H., una nostra fonte all’interno di una delle agenzie di sicurezza legate alla polizia. “È un campo minato, basta un passo falso e tutto salta in aria. Ma sappiamo tutti che questo commercio va avanti da anni”. In realtà, il venditore non ha idea di chi sia l’acquirente dell’auto; una volta avvenuta la transazione, il veicolo viene consegnato al confine e, attraverso degli intermediari, può arrivare nelle mani di chiunque. Anche molti bulgari sono coinvolti in questo traffico di auto, non solo i siriani; nessun bulgaro è stato però arrestato finora – perlomeno, nessuno che non appartenesse alla comunità rom, o che non fosse di origine straniera – nonostante siano state vendute migliaia di auto dirette in Siria. Per quattro anni, questo commercio è andato a gonfie vele senza alcun intervento del governo. Cosa ha portato allora agli arresti all’inizio del 2019? Secondo le informazioni rivelateci dal nostro contatto nelle forze di sicurezza, si tratterebbe di uno specchietto per le allodole già utilizzato due anni prima in un arresto simile e legato all’epurazione degli informatori “disobbedienti” da parte del principale servizio di intelligence bulgaro, l’Agenzia statale per la sicurezza nazionale. Il caso del cosiddetto “comandante dello Stato Islamico”, arrestato a gran voce a Sofia nel 2017 e poi tranquillamente rilasciato otto mesi dopo il suo arresto, è emblematico. L’uomo ha in seguito intentato una causa contro la Bulgaria per l’intera operazione e per essere stato prelevato davanti agli occhi della sua famiglia. La nostra fonte all’interno dei servizi di sicurezza ha aggiunto che i media non hanno mostrato alcun interesse per il caso in sé, se non per gli aspetti scandalistici della storia.

Reclutati con l’estorsione, “eliminati” perché scomodi

Alla fine del 2017, le autorità bulgare annunciarono di aver sgominato una cellula terroristica. Il caso aveva guadagnato popolarità internazionale, seppur non erano stati rivelati i dettagli dell’operazione. In seguito, si è scoperto che non si trattava di un gruppo catturato dalla polizia, ma di un uomo siriano con cittadinanza bulgara. Ahmed, questo il suo nome, era tornato in Siria nel 2013 e, secondo le accuse, sarebbe diventato parte dello Stato Islamico. Successivamente, ha aggiunto la procura, avrebbe anche assunto funzioni “di comando” nel gruppo. È interessante notare che questo fantomatico “comandante dell’ISIS” è un commerciante di tabacco per narghilè, attività su cui nessuno ha mai fatto mistero. Il suo rilascio – avvenuto dopo otto mesi – non è stato affatto coperto dai media. La domanda logica è: perché una persona presumibilmente associata allo Stato Islamico viene rilasciata in un periodo così breve? Secondo M.E., un nostro contatto in una delle agenzie di intelligence di Sofia, la risposta è che Ahmed non avrebbe nulla a che fare con lo Stato Islamico, ma che la stessa Agenzia statale per la sicurezza nazionale l’avrebbe inviato nella città di Jarablus, in Siria, per un’operazione poi rivelatasi fallimentare. I problemi di Ahmed sarebbero iniziati dopo che l’agente incaricato alla sua sorveglianza lo avrebbe accusato di condividere con gli amici dettagli sull’operazione. “Quello che è stato arrestato era un informatore della DANS (l’agenzia di sicurezza nazionale bulgara, nda). Lo sapevamo tutti”, aggiunge M.E. “Il problema è che parlava molto”.

All’epoca a cui risalgono gli avvenimenti, i servizi di sicurezza in Bulgaria erano soliti rivolgersi a membri della comunità araba locale per questo genere di incarichi. In cambio di alcuni favori ovviamente, il più delle volte legati all’ottenimento di documenti e alla possibilità di condurre senza impedimenti i propri affari. È un segreto di Pulcinella che un certo numero di negozi arabi a Sofia esistano in virtù di una “percentuale” richiesta da membri corrotti delle forze di sicurezza. Questa pratica è legata al problema del rilascio di documenti a persone provenienti dal Medio Oriente. Ufficialmente, chiunque soddisfi i criteri di base per acquisire la residenza permanente può ottenere i relativi documenti. Nella realtà dei fatti, le cose sono molto diverse. Le autorità possono espellere chiunque vogliano e, secondo una fonte dell’Agenzia di Stato per i Rifugiati presso il Consiglio dei Ministri, le autorità bulgare rifiutano deliberatamente di accettare documenti di siriani, iracheni e afghani. Il motivo per cui esistano tali disposizioni interne non è chiaro, ma è probabilmente legato alle politiche per limitare il flusso di migranti verso la Bulgaria.

 

Alcuni rappresentanti della comunità araba sostengono che per rilasciare una carta d’identità il Ministero degli Interni richieda dei contributi addizionali non previsti dalla legge. A volte, il prezzo da pagare è diventare un informatore. In questo modo, sia la polizia che i servizi di sicurezza creano una vasta rete di persone ad essi affiliate che non solo monitorano le rispettive comunità, ma che sono anche a capo di attività commerciali. Bisogna dire che in Bulgaria la legislazione antiterrorismo è a un livello embrionale ed è stata creata rapidamente sullo sfondo degli attacchi di Parigi e Bruxelles. Secondo queste leggi, una persona accusata di terrorismo può rimanere in custodia speciale per otto mesi senza andare a processo. Questo periodo può essere esteso per altri otto mesi a discrezione delle autorità. Per l’espletamento di queste prassi, le agenzie di sicurezza e i tribunali coinvolti ricevono finanziamenti aggiuntivi, erogati sia dallo stato bulgaro che dall’Unione europea. Il tribunale ha rifiutato di ascoltare i casi contro i detenuti a causa di prove insufficienti; tuttavia, l’accusa non ha descritto questo nelle informazioni pubbliche.

Hawala, l’antichissima tradizione araba bersagliata dai segugi dell’antiterrorismo

Torniamo agli arresti del gennaio 2019. Come nel caso del presunto “comandante dello Stato Islamico” arrestato nel 2017, anche dopo le retate del 2019 sono apparse in televisione numerose analisi su cosa fosse successo e chi fossero le persone coinvolte. Il livello di molti esperti di sicurezza era piuttosto basso, dato che alcuni degli interlocutori non sapevano nemmeno pronunciare la parola hawala, un antico sistema mediorientale di trasferimento informale di valori che i detenuti usavano per trasferire denaro e a causa del quale sono stati accusati di finanziare gruppi terroristici. In quel periodo furono pubblicati diversi articoli sulla questione, e il pubblico bulgaro apprese per la prima volta questa strana parola. La parola hawala è diventata nota a osservatori e analisti esterni solo negli ultimi decenni, con l’ascesa di al Qaeda e poi dello Stato Islamico. In realtà, però, si tratta di una tradizione secolare. Il sistema permette il trasferimento di denaro, ma senza le tracce tipiche di un vero e proprio trasferimento bancario. Quest’ultimo è anche il motivo principale per cui le organizzazioni terroristiche usano l’hawala. Il sistema fa parte della vita quotidiana di molte persone in Medio Oriente e chiunque abbia viaggiato in questa regione del mondo vi è entrato in contatto, in un momento o nell’altro. Diffusosi dall’VIII secolo tra i commercianti che viaggiavano sulla Via della Seta, la hawala continua a esistere ancora oggi ed è uno dei metodi più comuni con cui la popolazione locale in vari territori – dall’Africa al sud-est asiatico – trasferisce denaro a parenti, partner commerciali o per uso personale. Per esempio, secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e il Governo pakistano, i fondi che entrano in Pakistan mediante la hawala sono stimati a quasi 7 miliardi di dollari ogni anno. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato del 2015, in Afghanistan circa il 90% delle transazioni finanziarie sono alimentate dalle reti hawala.

 



Negli ultimi anni, il pubblico bulgaro ha sentito più volte parlare di queste operazioni “anti-terrorismo” sotto la supervisione dell’Agenzia per la Sicurezza dello Stato e degli uffici del Procuratore Generale. Quante di queste azioni sono dirette contro persone che sono una minaccia reale e sono membri provati di gruppi radicali? Finora, nessuna. Il risultato rimane sempre nell’ombra, così come le vere ragioni degli arresti. T.H., una delle nostre fonti nella polizia, offre comunque una possibile ragione: “A volte serve mostrarsi belli agli occhi dei partner [europei, ndr], soprattutto quando c’è un problema interno. Sembra cinico? Le cose stanno così”. L’ultima volta che la procura ha detto che un “comandante dello Stato Islamico” era stato arrestato durante un’operazione, si è scoperto che i DANS avevano epurato degli informatori di cui non erano contenti. La motivazione di queste operazioni plateali è profondamente connessa con la prassi menzionata sopra, diffusa in alcuni corridoi del Ministero dell’Interno, di rilasciare documenti in cambio di una percentuale sugli affari o del ricoprire il ruolo di talpa in determinati ambienti. Per ottenere questi documenti molti sono disposti a pedinare amici e colleghi, e quando diventano inutili vengono epurati con queste operazioni. Una delle fonti che ha condiviso alcune delle informazioni utilizzate per questo articolo, e che lavora per l’Agenzia statale per i rifugiati e per la polizia, è stata molto chiara: “Se sei un arabo o vieni dal Medio Oriente sei nelle nostre mani. Possiamo cacciarti quando vogliamo, ma non lo facciamo perché puoi esserci utile. Se ti occupi di compravendita di automobili sei un bersaglio ideale per noi. Come facciamo a sapere che tu non stia vendendo ai jihadisti? Non serve che lo faccia davvero, l’importante è che sembri plausibile che tu possa farlo”.

Processato per delle foto postate su Facebook: il caso del wrestler Mohammed Abdulqader

Sembra che questa logica si sia ripetuta anche nell’ultimo caso di questo tipo, risalente all’estate 2020. Il 1 luglio, alle 6 del mattino, agenti mascherati dell’Agenzia di sicurezza nazionale bulgara hanno fatto irruzione nel piccolo appartamento in cui si trovavano Anelia Petrova e suo figlio Mohammed Abdulqader, nella città portuale di Burgas. Dopo un’accurata perquisizione, hanno confiscato tutti i telefoni cellulari e i computer portatili e hanno preso in custodia tutti i residenti: Petrova, suo figlio, sua sorella e la sua famiglia. Poi sono stati tutti rilasciati, tranne il 21enne Abdulqader, che è stato arrestato con l’accusa di terrorismo. L’ufficio del procuratore specializzato ha detto che Abdulqader, un cittadino bulgaro nato da madre bulgara e padre siriano, avrebbe partecipato ad “attività terroristiche” in Siria. Come prova, i procuratori hanno fatto riferimento a numerose foto dalla Siria che Abdulqader ha postato sui social media e all’appartenenza di suo padre al gruppo armato Sultan Murad, operativo in Siria. Il gruppo era affiliato all’Esercito Siriano Libero, sostenuto dalla Coalizione Internazionale Amici della Siria, di cui la Bulgaria faceva parte. Non sono state fornite altre prove, e la vita di un promettente atleta (Abdulqader è un wrestler, tre volte vincitore del campionato nazionale giovanile della Bulgaria) è stata così distrutta.

Abdulqader è stata la prima persona processata in Bulgaria per “attività terroristica all’estero” secondo l’articolo 108A del codice penale bulgaro. Il procuratore capo Ivan Geshev ha riferito ai media che Abdulqader sarebbe stato “reclutato da suo padre, che è il leader di un’organizzazione terroristica”. Nel frattempo, davanti alle telecamere della televisione bulgara vari esperti hanno ipotizzato che Abdulqader e suo padre siano coinvolti nelle attività dello Stato Islamico, sebbene una delle quattro foto pubblicate dall’accusa mostri solo la bandiera rossa della divisione Sultan Murad. Anche se la Bulgaria è vicina alla Siria e ha una significativa comunità musulmana che costituisce più del 10% della popolazione (la più alta percentuale in uno stato membro dell’Unione europea), non ha visto un gran numero di suoi cittadini viaggiare in Siria e in Iraq per unirsi all’ISIS o ad altri gruppi armati. La Bulgaria inoltre, a differenza di altre regioni dei Balcani, non ha una storia di attività legate al fondamentalismo islamico. Il materiale di Al Jazeera mostra chiaramente che le accuse non possono essere considerate sostenute da prove serie e si basano sulle parole di un “testimone segreto”, una pratica nota in altre azioni simili della procura.

 

I casi in questione non fanno più parte del flusso di notizie. La Bulgaria ha vissuto crisi interne e proteste contro il governo di Boyko Borisov; sullo sfondo di questo, l’arresto di diverse persone di una nuova minoranza non ha attirato attenzione né simpatia. Il fatto che si parli del coinvolgimento delle agenzie di sicurezza dello stato rende i giornalisti ancora più cauti nei confronti dell’argomento, che finiscono per abbandonarlo in quanto secondario. Uno dei detenuti che abbiamo incontrato – rilasciato nel 2019 dopo mesi di prigionia – ci ha confidato: “Oggi siamo stati arrestati noi, ma chi può garantire che questo non accadrà di nuovo o che a essere arrestati in virtù di questa legislazione antiterrorismo non saranno dei bulgari?”. In effetti, non ci sono garanzie.


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