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venerdì 26 gennaio 2018

ricordo di Nicanor Parra

ÚLTIMO BRINDIS
Lo queramos o no
Sólo tenemos tres alternativas:
El ayer, el presente y el mañana.
Y ni siquiera tres
Porque como dice el filósofo
El ayer es ayer
Nos pertenece sólo en el recuerdo:
A la rosa que ya se deshojó
No se le puede sacar otro pétalo.
Las cartas por jugar
Son solamente dos:
El presente y el día de mañana.
Y ni siquiera dos
Porque es un hecho bien establecido
Que el presente no existe
Sino en la medida en que se hace pasado
Y ya pasó…,
como la juventud
En resumidas cuentas
Sólo nos va quedando el mañana:
Yo levanto mi copa
Por ese día que no llega nunca
Pero que es lo único
De lo que realmente disponemos.
.
ULTIMO BRINDISI
Che lo vogliamo o no
Abbiamo solo tre alternative:
Ieri, il presente e il domani.
E neppure tre
Perché come dice il filosofo
Ieri è ieri
Ci appartiene solo nel ricordo:
Alla rosa che si è già sfogliata
Non si può tirar fuori un altro petalo.
Le carte da giocare
Sono solamente due
Il presente e il giorno di domani.
E neppure due
Perché è un fatto ormai assodato
Che il presente non esiste
Se non nella misura in cui si fa passato
Ed è già passato…,
come la gioventù.
Riassumendo
Ci rimane solo il domani
Io sollevo il mio calice
Per quel giorno che non arriva mai
Perché è l’unica cosa
Di cui realmente disponiamo.

EL HOMBRE IMAGINARIO
El hombre imaginario
vive en una mansión imaginaria
rodeada de árboles imaginarios
a la orilla de un río imaginario
De los muros que son imaginarios
penden antiguos cuadros imaginarios
irreparables grietas imaginarias
que representan hechos imaginarios
ocurridos en mundos imaginarios
en lugares y tiempos imaginarios
Todas las tardes tardes imaginarias
sube las escaleras imaginarias
y se asoma al balcón imaginario
a mirar el paisaje imaginario
que consiste en un valle imaginario
circundado de cerros imaginarios
Sombras imaginarias
vienen por el camino imaginario
entonando canciones imaginarias
a la muerte del sol imaginario
Y en las noches de luna imaginaria
sueña con la mujer imaginaria
que le brindó su amor imaginario
vuelve a sentir ese mismo dolor
ese mismo placer imaginario
y vuelve a palpitar
el corazón del hombre imaginario
.
L’UOMO IMMAGINARIO
L’uomo immaginario
vive in una dimora immaginaria
circondata da alberi immaginari
sulla riva di un fiume immaginario
Ai muri che sono immaginari
sono appesi antichi quadri immaginari
irreparabili crepe immaginarie
che rappresentano fatti immaginar
accaduti in mondi immaginari
in luoghi e tempi immaginari
Tutte le sere sere immaginarie
sale le scale immaginarie
e si affaccia al balcone immaginario
a guardare il paesaggio immaginario
che consiste in una valle immaginaria
circondata da colline immaginarie
Ombre immaginarie
vengono per il cammino immaginario
cantando canzoni immaginarie
alla morte del sole immaginario
E nelle notti di luna immaginaria
sogna la donna immaginaria
che le offrì il suo amore immaginario
torna a sentire quello stesso odore
quello stesso piacere immaginario
e torna a palpitare
il cuore dell’uomo immaginario
 
(Traduzione di Gianni Darconza)


ATTO D’INDIPENDENZA
Indipendentemente
dai disegni della Chiesa Cattolica
mi dichiaro paese indipendente.
A quarantanov’anni di sua età
un cittadino ha perfetto diritto
di ribellarsi alla Chiesa Cattolica.
Che m’inghiotta la terra se mentisco.
Gli è che mi sento davvero felice
sotto l’ombra di queste acacie in fiore
fatte sulla misura del mio corpo.
Felice quanto più non si potrebbe
alla luce di queste farfalle fluorescenti
che sembrano tagliate con le forbici
fatte a misura dell’anima mia.
Voglia scusarmi il Comité Centrale
In Santiago del Cile
ventinove novembre
del millenovecensessantatre;
pienamente cosciente dei miei atti.

[trad Federico Guerrini]


mercoledì 29 marzo 2017

Intervista a Luis Sepulveda

(di Alba Vastano)


Lo incontro ad una festa in casa di amici. Era settembre scorso. Qualcuno mi dice “C’è Sepulveda”. Mi avvicino e non faccio altro che abbracciarlo. Lo riconosco come l’uomo che ha combattuto per il suo Cile, in quei drammatici giorni della fine di Allende. Lui era lì. Ha combattuto per la libertà dei popoli dell’America latina, con Le Brigate internazionali Simon Bolivar. Un mito nel mito. Lo riconosco anche come l’uomo del volo della gabbianella dalla cattedrale di Amburgo, quella gabbianella che non voleva essere tale, che non aveva il coraggio di volare. Lui, Luis, l’autore della storia, con la sua fantasia e una fiducia infinita “nei puri di cuore”, non l’ha buttata giù dalla torre più alta. L’ha convinta che avrebbe potuta farcela ad essere se stessa. Le ha dato fiducia. E la gabbianella, “metafora dell’identità e della libertà ritrovata” ce l’ha fatta a riconoscersi tale e ha spiccato il volo. Questa è la forza dell’amore. La fiducia che si trasforma in coraggio e si assapora la libertà, quella vera. È la liberazione. Luis Sepulveda è l’uomo della liberazione, è l’uomo del volo. È davanti a me sorridente, stretto alla sua Carmen. La sua forza, la sua musa. Non posso che inseguirlo per mesi con la mia intervista. È in giro per il mondo. Non può rispondere. Infine eccola…
Maestro, qual è la sua idea sul concetto di libertà e di liberazione? La libertà è un valore fondamentale, ma senza il processo concreto e impegnativo di liberazione resta un’idea astratta. Quanto è difficile, essere veramente liberi? E quali i costi?
Si possono scrivere migliaia di pagine sul concetto di libertà, sull’essere liberi e sui suoi costi. Io so solo, per mia esperienza, che solo gli uomini liberi lottano per la libertà di tutti. Chi lotta per la libertà, lotta e combatte per non dimenticare di essere un uomo o una donna liberi.
I suoi trascorsi in America latina, schierandosi dalla parte dei più deboli e dei diritti umani e civili, l’hanno vista un uomo che ha vissuto una forte compromissione della libertà. Lei oggi si sente uomo libero?
Sono sempre stato un uomo libero. Conosco le limitazioni che il sistema capitalista cerca di porre alla mia libertà, ma non le accetto proprio perché sono un uomo libero.
Quanto, in questa liberazione, l’hanno aiutata anche la sua creatività e in seguito il riconoscimento mondiale verso la sua produzione letteraria? Il riconoscimento pubblico e la notorietà favoriscono un percorso di liberazione personale o in realtà la liberazione è un processo solo individuale?
Per quanto mi riguarda, essere un uomo libero certamente ha aiutato le mie capacità creative, di artista e di scrittore. La notorietà e il successo non sono stati determinanti in questo. Quando partecipo socialmente, lo faccio perché lo sento come un dovere di uomo, di cittadino, di chi assume una posizione etica di fronte alla vita e alla società. Io prima di tutto sono un cittadino e solo dopo sono uno scrittore.
Maestro, un tasto importante nella sua vita. Fra i suoi ricordi che l’hanno segnata come uomo, come politico e forse anche come scrittore. Un accenno al suo Cile, a quando era vicino ad Allende, a quella tragedia che lei ha vissuto in prima persona , pagando anche un caro prezzo. Come e quanto hanno influito nella sua vita quei drammatici giorni della fine di Allende e le conseguenze di questa drammatica vicenda nella sua storia personale?
Tutto ciò è parte della mia vita, della mia memoria, della mia storia. Tutto ciò che ho vissuto, ha influito nella mia vita ma non in forma traumatica o patetica. So perché ho fatto tutto quello che ho fatto e sono in pace con me stesso.
Il 1979 la vede a combattere con le brigate internazionali Simon Bolivar. La sua militanza per la liberazione dei popoli oppressi è davvero incredibile. Cosa è rimasto in lei, nella sua anima, di quel periodo? Rifarebbe ancora lo stesso percorso?
Non mi considero una persona straordinaria per tutto questo. Io, come molti altri compagni, ho fatto quanto dovevo fare nel momento giusto. Essere un rivoluzionario latinoamericano negli anni ‘60 e ‘70 era un’attitudine etica e si praticava in base a quella etica. “Rifarebbe ancora lo stesso percorso?” Per questo non ho una risposta perché questa possibilità non esiste.
Parliamo di amore, di amore per una donna, quello vero. Lei ha avuto una esperienza importante in tal senso che ha attraversato tutta la sua vita. Cosa ha rappresentato e rappresentato per lei Carmen, Yanez, la poetessa, la compagna di una vita che le è ancora oggi accanto? L’amore può cambiare le persone?
L’amore è un qualcosa che si costruisce giorno per giorno. Il rapporto di coppia si basa sul rispetto, ma non solo come un fatto intimo: il vero rispetto nasce quando si condivide un’attitudine etica nei confronti della vita.
Sepulveda e la scrittura. Cosa rappresenta oggi poter lasciare al mondo che legge le sue opere una parte della sua anima e della sua sensibilità? Quando scrive, Sepulveda si emoziona sempre?
Ho sempre inteso la letteratura come una forma di condivisione di un qualcosa, del mio modo di vedere, di immaginare, di creare o ricreare la storia. Scrivo sulla base della mia sensibilità e dei miei sentimenti e mi piace pensare che i miei lettori abbiano sensibilità e sentimenti simili ai miei.
L’opera di Sepulveda che ama di più e perché?
Sono affezionato a tutti i miei libri perché sono tutti una parte di me.
Parliamo della più famosa forse, notissima a docenti e allievi. Un’opera di grande insegnamento per tutti, attualissima perché tratta dell’accoglienza al diverso. Parlo della gabbianella. “Vola solo chi osa farlo”. Ci vuole coraggio per raggiungere l’autonomia. Ma si fa prima e si osa di più se ci sente accolti ed amati.
Credo che il libro spieghi chiaramente il significato della metafora di “volare”. Non voglio aggiungere interpretazioni a ciò che è già chiaro.
Se trasferiamo il concetto di diversità al problema attuale dell’accoglienza al migrante la questione si complica un po’. I migranti che fuggono dalle guerre osano volare alto, attraversando il mare e sfidando la morte, ma… Qui non ci siamo. Perché l’uomo è solipsista e malvagio, per sua natura?
I migranti che muoiono nel Mediterraneo o alla frontiera tra il Messico e gli Usa, i migranti che prendono il mare alla ricerca di un rifugio in Europa, non volano. Lo fanno per cercare ciò che un giorno gli permetterà di volare. Non credo che l’uomo sia malvagio per natura. C’è una mentalità egoista, un’idea della vita per cui importa solo accumulare ricchezza, una perdita intenzionale di memoria che fa dimenticare agli Europei che anche loro sono stati migranti. Abbiamo un sistema perverso che mira a soffocare quei valori che ci rendono umani.
L’economia mondiale è in mano alle potenze imperialiste che giocano a scacchi sul possesso delle risorse naturali del Medio Oriente e foraggiano il terrorismo islamico. Parliamo di stragi, Charlie-Hebdo, del Bataclan, di Nizza, degli ultimi attentati terroristici in Germania. Follia umana, autodistruzione. Siamo alla terza guerra mondiale? Come si ferma questo processo di distruzione dell’umanità?
Possiamo parlare, leggere, vedere la tv e dire “com’è terribile il terrorismo islamico!”. Ovviamente gli jihadisti sono semplicemente criminali, però dimentichiamo perché esistono. Cosa hanno fatto le potenze coloniali europee, occidentali, con il mondo arabo, quando è caduto l’impero ottomano? La ragione del fondamentalismo islamico non va ricercata nel Corano - anche se il Corano così come la Bibbia, non sono esattamente dei monumenti ai diritti umani -, ma nel disprezzo dell’occidente nei confronti del mondo arabo. Oggi è facile condannare i musulmani e dire che tutti sono terroristi, anche se sappiamo che non è vero. Non siamo alla terza guerra mondiale: stiamo combattendo le stesse guerre fomentate dal colonialismo e dall’imperialismo.

È vero. “Vola solo chi osa farlo” e chi lotta per la libertà non si sente mai suddito, ma è già un uomo libero. Grazie Maestro.

venerdì 17 marzo 2017

dice Nicanor Parra

«Los cuatro grandes poetas de Chile
son tres
Alonso de Ercilla y Rubén Darío».

El inigualable Nicanor Parra resumió en este “artefacto” de tres versos toda la controversia respecto a la literatura chilena y la zanjó con un duro golpe de cinismo. El sarcasmo al usar a Ercilla y Darío —español y nicaragüense respectivamente— como máximos exponentes poéticos de Chile, viene de la importancia que las obras de estos dos hombres ejercieron en su pueblo y, además, de la ridícula disputa originada al intentar crear un listado de cuatro nombres cuando son cinco los grandes poetas que han nacido en Chile: Mistral, Huidobro, Pablo de Rokha, Parra y Neruda. Obviamente todo dependía de lo conservador que fuera el clasificador a la hora de dejar fuera a uno u otro. Lo único claro es que Neruda, y puede que Mistral, fueran los dos únicos nombres que se mantuvieran constantes en todas las versiones. Neruda es irrefutable, ya lo dijo, una vez más, su “frenemy” Nicanor en su discurso de bienvenida a la Facultad de Filosofía y Educación de la Universidad de Chile: «Hay dos maneras de refutar a Neruda: una es no leyéndolo, la otra es leyéndolo de mala fe. Yo he practicado ambas, pero ninguna me dio resultado».

giovedì 14 luglio 2016

Ho paura torero - Pedro Lemebel

quando prendi un libro in mano speri che meriti di essere letto.
una storia di omosessuali, di generali e mogli di generali, di sarte, di guerriglieri, di Carlos e di Fata.
ambientato a Santiago e in Cile nel 1986, quando Pinochet era al potere ormai da 13 anni, è un romanzo che non ti stanchi di leggere.
è l'unico romanzo di Pedro Lemebel, e ti fa respirare l'aria di quei giorni, quando i guerriglieri del Fronte Patriottico Manuel Rodríguez, il 7 settembre 1986, hanno provato, senza successo, ad ammazzare il tiranno.
ma è anche una storia d'amore, di tenerezza, di solidarietà e di attese, una storia politica, una storia alla quale ti affezioni, e vorrai bene a Fata e Carlos.
vuoiti bene, leggi questo libro - franz






Inizia così:
Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, ai lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i fermo lì stronzo, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro. Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e da tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. 
Poi c’era la casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale che portava in soffitta. Da lì si poteva vedere la città in penombra, coronata da un velo torbido di polvere. Era una piccionaia, una ringhiera per stendere le lenzuola, le tovaglie e le mutande inalberate dalle mani marimbe della Fata dell’angolo. Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava “Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”. 
Tutto il quartiere sapeva che il nuovo vicino era così, una novellina dell’isolato un po’ troppo fissata con quella costruzione in rovina. Una mammoletta dalle sopracciglia increspate che venne a chiedere se per caso affittavano quel rudere terremotato all’angolo…




…Ho paura torero fa ricorso al sarcasmo, alla comicità, al donchisciottismo straccione e picaresco, alla sfrenata e provocatoria alchimia dei colori ­ sete e tele e fiori si accampano a coprire il “corpo del reato” dei
cospiratori nella povera casa della Fata ­ a creare un esplosivo corto circuito, laddove il realismo si accende svaporando verso uno sfondo fantastico e tuttavia laconico, affermativo, verticale. Di fatto, nel racconto di questa vicenda nella quale si intrecciano amore, travestitismo, emulazione da set hollywoodiano, canto e discanto popolare e, non da ultimo, vocazione sovversiva, il lettore non perde nulla in quanto ad allucinata crudezza. Il camp, in altri termini, incontra qui l’attivismo rivoluzionario…

…Ho paura torero, un romanzo dal titolo così strano (che verrà svelato nel corso della narrazione), è un libro che mi porterò nel cuore di lettrice. La scrittura di Pedro Lemebel è spesso un connubio riuscitissimo a tratti raffinata e a tratti più forte, senza mai cadere nel volgare. L’assenza di segni di punteggiatura nei dialoghi non rende incomprensibile il testo, anzi, sembra essere un espediente per far leggere al lettore le parole tutte d’un fiato, una di fila all’altra, come tante piccole perle.
La Fata dell’angolo, personaggio spesso triste e discriminato ci insegna che l’affetto e l’amore può andare oltre le differenze e soprattutto le difficoltà. Per renderla felice, Carlos è disposto anche a piccole pazzie, perché in cuor suo sa di volerle bene più di un pochino. Il ritratto che Lemebel fa di Pinochet e della moglie Lucia è tragicomico, la satira pungente di chi – finalmente – può scrivere la sua a proposito del dittatore che ha tenuto in scacco il Cile per troppo tempo…

Iniziamo subito con il dire che Ho paura torero è un libro stupendo. Lo dico nel caso, con la mia recensione, non riesca a farlo capire in modo convincente. 
E' difficile recensire un libro così. E' difficile raccontare con parole che non siano quelle dell'autore, questo Pedro Lemebel che, prima di trovare per puro caso questo libro nascosto da una pila di altri libri in un mercatino dell'usato, nemmeno conoscevo. 
Mai avrei pensato che quelle tre parole in copertina, semplici e, a prima vista, anche abbastanza incomprensibili, potessero significare e trasmettere tanto. 
Ho paura torero, tre parole che possono essere cantate, urlate o sussurrate. Tre parole che significano amore, passione, e anche un po' di erotismo. Ma che significano pure ribellione, sofferenza, paura, rivoluzione…

Pedro Lemebel rappresenta un caso del tutto anomalo nel panorama letterario cileno e latinoamericano di fine Novecento. Personaggio molto noto negli ambienti teatrali della Santiago degli anni ottanta, attivista del movimento gay e portatore fiero dell'estetica en travesti in piena dittatura militare, fondatore del Colectivo de Arte Las Yeguas del Apocalipsis, attore, fotografo, cineasta, Lemebel scopre le sue carte di scrittore dotato di un irresistibile stile trasgressivo negli anni novanta, quando insieme a pochi altri non si rassegna ad accettare passivamente le strettoie di una democrazia davvero molto più formale che reale. In quel contesto culturale e letterario irrigidito, quasi paralizzato dalla mediocrità imperante, la scrittura di Lemebel irrompe come un fermento sorprendentemente vivo fatto di cultura plebea urbana e alta tradizione barocca ispanoamericana che si dava per morto e sepolto dopo decenni di predominio di un realismo più o meno magico, e comunque ormai mummificato. Con gli anni la sua prosa dissacrante e divertente, che sovente si tramuta in antica e umile sacralità, si è dispiegata in innumerevoli pubblicazioni: articoli, testi teatrali, romanzi, cronache di vita urbana, saggi di critica culturale, reportage incentrati su questioni di grande urgenza come la lotta contro l'Aids.
Il/la protagonista del romanzo Ho paura torero in realtà pensa e parla un linguaggio la cui cifra principale è il coraggio, la " valentía ", essendo la sua paura nient'altro che il riconoscimento della pericolosità del nemico. A ragione, perché innamorandosi di un giovane incontrato per caso nelle strade del quartiere comincerà presto a sospettare di essere immerso fino al collo in una congiura clandestina, in realtà destinata, a sua insaputa, a uccidere il dittatore Pinochet. La sua povera casa, "dove volteggiano utopie elettriche nella notte purpurea", che con l'arrivo della bella stagione diventa "un palazzo orientale, con tende di seta crespa appese al soffitto e vecchi manichini rinati angeli dell'apocalisse o centurioni custodi della sua fantasia da femminella tulipano", sarà infatti il luogo scelto dal gruppo di temerari per pianificare i dettagli dell'attentato e immagazzinare grandi quantità di strane casse molto pesanti. Lui/lei, la Fata, continua imperterrita a lavorare e a portare ogni giorno i suoi preziosi e delicati lavori di ricamo alle signore dei quartieri alti, comprese le donne dei generali e la logorroica insopportabile moglie dello stesso Pinochet, mentre Carlos, l'amato, arriva puntualmente ogni notte con i simpatici amici che vogliono far tremare il mondo, ma non si accorge neanche un po' dei tremori della sua anima. La sera in cui le voci sull'attentato a Pinochet sui pendii della cordigliera raggiungono la sbalordita città ancor prima che la radio annunci che il dittatore l'ha scampata per un pelo e che lui stesso proclami di essere stato salvato dalla Madonna ("l'unica cosa carina che ha detto in quindici anni"), la Fata prepara un nuovo incontro con Carlos nel clima di consapevolezza e di crescente paura che invade il paese. Ma non c'è da aver paura, Principe, lo rassicurerà, finalmente ottimista, io ti proteggerò per sempre.
Lo scenario è la Santiago cupa e isolata della dittatura, dove, sotto l'apparente rassegnazione resisteva una corrente continua di miracolosa vitalità, concentrata in quei castigati quartieri popolari che sfidavano senza sosta, un'altra intifada di pietre e lacrimogeni, le postazioni del potere. A differenza dei molti narratori cileni che cercheranno inutilmente di descrivere con poveri tratti realisti questo mondo demograficamente sterminato e socialmente emarginato, la cui centralità peraltro nessuno di loro osa negare, Lemebel ce ne parla da dentro con una proprietà di linguaggio che può essere spiegata appunto con le categorie di una doppia appartenenza, ai quartieri dove abita la lingua e a una lunga tradizione letteraria con radici persistenti anche nei meandri polverosi della metropoli latinoamericana moderna.
Inevitabile un commento sulla traduzione di questo romanzo, il primo di Lemebel tradotto in italiano. Il compito non era facile, certo, la lingua di Lemebel è straordinariamente ricca e mobile, piena di rimandi a diversi livelli di realtà e di interpretazione (da Juana Inés de la Cruz a Severo Sarduy), dolente e tragica e al contempo allegra e festiva. Ma troppo di tutto ciò impallidisce nella versione italiana, colpa di un appiattimento lessicale che finisce per depositare sul testo un velo incolore, una confusione normalizzante dei registri e delle sfumature messi in gioco dall'autore, punto di forza di una scrittura che si muove sempre sul filo di una pungente polivalenza sessuale, sociale, politica. Forse la responsabilità non è in questo caso esclusivamente dei traduttori, ma anche dello stesso autore, una responsabilità che è un merito, Lemebel si sottrae infatti di netto alle tendenze letterarie che forse con un occhio alle traduzioni agevoli continuano a impoverire la lingua, un tempo così ricca e imprevedibile, della tradizione moderna ispanoamericana.

Difficile parlare di questo romanzo particolarissimo, ma una cosa è certa, di storie come Ho Paura Torero non ne leggerete più. O meglio, non leggerete più storie scritte in questo modo.
Per un attimo ho avuto il timore che lo stile ricco e piumato di Lemebel potesse nuocere alla fluidità della narrazione, invece è incredibile come, nonostante il carico di fronzoli, tutto risulti incredibilmente poetico e travolgente. Ed è stata proprio la sua penna tagliente, grottesca e surreale il punto forte dell'intero libro. Una penna che da una parte si diverte a infiocchettare con passione e nostalgia una storia d'amore impossibile e dall'altra ridicolizza con arguzia e ilarità la classe sociale che detiene il potere politico del Paese…

martedì 3 febbraio 2015

ricordo di Pedro Lemebel

Pedro Lemebel era nato negli anni Cinquanta, come gli piaceva dire.
È stato un grande scrittore, un militante autentico, coraggioso e leale.
È rimasto in Cile durante la dittatura e ha combattuto il regime con la sua presenza, con le sue parole, con le performance sovversive del collettivo artistico “Yeguas del Apocalipsis”.
È un riferimento fondamentale del movimento internazionale di liberazione omosessuale, ha lottato fino all’ultimo giorno contro ingiustizie e ipocrisia. Lemebel ebbe il merito, e il coraggio, di sollevare il tema dell’omosessualità nella sfera pubblica. Il suo primo atto politico lo mise in atto da giovane, quando decise di adottare il cognome di sua madre, Lemebel appunto, al posto di Mardones: si trattò della sua prima scelta in direzione femminile. Ciò che ricorre nei lavori di Pedo Lemebel è il tema della marginalità, unita alla rivendicazione della lotta di classe e all’orgoglio di autodefinirsi pobre y maricón,appropriandosi cioè di quel termine utilizzato fino ad allora in termini negativi. Fino agli anni Novanta, in Cile, l’omosessualità era punita con il carcere. Lemebel fu costretto a lottare non solo contro una società machista come quella cilena, ma anche all’interno del Partito Comunista del suo paese, di cui nonostante tutto era militante, per quanto fuori linea. Se alcuni settori della sinistra erano maggiormente progressisti, il Movimiento de Liberación y Integración Homosexual (Movilh) era visto con un certo sospetto anche dai militanti comunisti. Al tempo stesso, Lemebel sapeva spiazzare e stupire i suoi interlocutori. Pochi giorni prima della sua morte lo andò a trovare il deputato comunista Hugo Gutiérrez, Lemebel lo accolse con con una falce e u martello: allo stesso modo, comprese delle scarpe dai tacchi altissimi, aveva partecipato ad una riunione della sinistra cilena nel 1986. Lemebel aveva svolto un ruolo di primo piano anche nel dibattito sul Pacto de Unión Civil attualmente in discussione alla Camera dei Deputati ed anticamera del progetto di legge che  potrebbe consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La ministra della Cultura Claudia Barattini lo ha salutato dichiarando: “Ci aperto il cammino verso la libertà aiutandoci a comprendere un Cile complesso e diverso. Le sue opere letterarie sono di enorme rilievo, ma la verità è che ci ha aiutato a cambiare il nostro modo di pensare.
Era una persona dolcissima, spiritosa, sottile.
L’abbiamo visto a Santiago, dove è un personaggio leggendario, e la gente lo fermava per strada per stringergli la mano.
Lo ricordiamo al festival di Mantova, con il suo buffo fazzoletto in testa, e in scooter per le vie di Roma.
Ci lascia il suo romanzo straordinario, Ho paura torero, le sue moltissime cronache, poetiche e politiche, e il ricordo indelebile della persona straordinaria che è stato.
A capodanno ha mandato a tutti un messaggio su facebook, ci ha salutato così:
Carissimi amici,
la mia malattia non mi permette di scrivere su altra pagina che non sia questa.
Vi mando queste parole in questo ultimo giorno di questo misero e prospero anno.
L’orologio ruota frenetico verso la mezzanotte.
Per alcuni quest’anno è stato fortunato. Per altri non tanto, come per esempio per la mia amica ministro, Helia Molina, che la destra perfida, golpista, ipocrita e vigliacca ha fatto cacciare. Non meritano di essere cileni, perché quel che Helia ha detto l’abbiamo pensato tutti mille volte.
Bene, l’orologio continua a girare.
Non fa né freddo né caldo, e allargo la mia voce come un abbraccio anticipato per tutti voi.
Sarò sempre con voi; con chi se lo merita, naturalmente.
Ho vissuto in questo paese bellissimo che ho tanto amato con Gladys, con mia madre, con Sergio Parra, con la sinistra dura, che non si è mai piegata.
Poi c’è la gente, gli amici, e i miei desaparecidos, che non vanno lasciati fuori da questa lista.
L’orologio continua a girare verso un futuro florido e caldo.
Non sono riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto scrivere, ma potete immaginare voi, miei lettori, che cosa manca, che sfoghi, che baci, che canzoni non ho potuto cantare.
Il cancro maledetto mi ha rubato la voce (stonata o intonata che fosse).
Un bacio a tutti, e a chi ha diviso con me qualche notte torbida.
Arrivederci, ovunque sia.
Pedro Lemebel


Manifiesto (Hablo por mi diferencia) 
No soy Pasolini pidiendo explicaciones
No soy Ginsberg expulsado de Cuba
No soy un marica disfrazado de poeta
No necesito disfraz
Aquí está mi cara
Hablo por mi diferencia
Defiendo lo que soy
Y no soy tan raro
Me apesta la injusticia
Y sospecho de esta cueca democrática
Pero no me hable del proletariado
Porque ser pobre y maricón es peor
Hay que ser ácido para soportarlo
Es darle un rodeo a los machitos de la esquina
Es un padre que te odia
Porque al hijo se le dobla la patita
Es tener una madre de manos tajeadas por el cloro
Envejecidas de limpieza
Acunándote de enfermo
Por malas costumbres
Por mala suerte
Como la dictadura
Peor que la dictadura
Porque la dictadura pasa
Y viene la democracia
Y detrasito el socialismo
¿Y entonces?
¿Qué harán con nosotros compañero?
¿Nos amarrarán de las trenzas en fardos
con destino a un sidario cubano?
Nos meterán en algún tren de ninguna parte
Como en el barco del general Ibáñez
Donde aprendimos a nadar
Pero ninguno llegó a la costa
Por eso Valparaíso apagó sus luces rojas
Por eso las casas de caramba
Le brindaron una lágrima negra
A los colizas comidos por las jaibas
Ese año que la Comisión de Derechos Humanos
no recuerda
Por eso compañero le pregunto
¿Existe aún el tren siberiano
de la propaganda reaccionaria?
Ese tren que pasa por sus pupilas
Cuando mi voz se pone demasiado dulce
¿Y usted?
¿Qué hará con ese recuerdo de niños
Pajeándonos y otras cosas
En las vacaciones de Cartagena?
¿El futuro será en blanco y negro?
¿El tiempo en noche y día laboral
sin ambigüedades?
¿No habrá un maricón en alguna esquina
desequilibrando el futuro de su hombre nuevo?
¿Van a dejarnos bordar de pájaros
las banderas de la patria libre?
El fusil se lo dejo a usted
Que tiene la sangre fría
Y no es miedo
El miedo se me fue pasando
De atajar cuchillos
En los sótanos sexuales donde anduve
Y no se sienta agredido
Si le hablo de estas cosas
Y le miro el bulto
No soy hipócrita
¿Acaso las tetas de una mujer
no lo hacen bajar la vista?
¿No cree usted
que solos en la sierra
algo se nos iba a ocurrir?
Aunque después me odie
Por corromper su moral revolucionaria
¿Tiene miedo que se homosexualice la vida?
Y no hablo de meterlo y sacarlo
Y sacarlo y meterlo solamente
Hablo de ternura compañero
Usted no sabe
Cómo cuesta encontrar el amor
En estas condiciones
Usted no sabe
Qué es cargar con esta lepra
La gente guarda las distancias
La gente comprende y dice:
Es marica pero escribe bien
Es marica pero es buen amigo
Súper-buena-onda
Yo no soy buena onda
Yo acepto al mundo
Sin pedirle esa buena onda
Pero igual se ríen
Tengo cicatrices de risas en la espalda
Usted cree que pienso con el poto
Y que al primer parrillazo de la CNI
Lo iba a soltar todo
No sabe que la hombría
Nunca la aprendí en los cuarteles
Mi hombría me la enseñó la noche
Detrás de un poste
Esa hombría de la que usted se jacta
Se la metieron en el regimiento
Un milico asesino
De esos que aún están en el poder
Mi hombría no la recibí del partido
Porque me rechazaron con risitas
Muchas veces
Mi hombría la aprendí participando
En la dura de esos años
Y se rieron de mi voz amariconada
Gritando: Y va a caer, y va a caer
Y aunque usted grita como hombre
No ha conseguido que se vaya
Mi hombría fue la mordaza
No fue ir al estadio
Y agarrarme a combos por el Colo Colo
El fútbol es otra homosexualidad tapada
Como el box, la política y el vino
Mi hombría fue morderme las burlas
Comer rabia para no matar a todo el mundo
Mi hombría es aceptarme diferente
Ser cobarde es mucho más duro
Yo no pongo la otra mejilla
Pongo el culo compañero
Y ésa es mi venganza
Mi hombría espera paciente
Que los machos se hagan viejos
Porque a esta altura del partido
La izquierda tranza su culo lacio
En el parlamento
Mi hombría fue difícil
Por eso a este tren no me subo
Sin saber dónde va
Yo no voy a cambiar por el marxismo
Que me rechazó tantas veces
No necesito cambiar
Soy más subversivo que usted
No voy a cambiar solamente
Porque los pobres y los ricos
A otro perro con ese hueso
Tampoco porque el capitalismo es injusto
En Nueva York los maricas se besan en la calle
Pero esa parte se la dejo a usted
Que tanto le interesa
Que la revolución no se pudra del todo
A usted le doy este mensaje
Y no es por mí
Yo estoy viejo
Y su utopía es para las generaciones futuras
Hay tantos niños que van a nacer
Con una alíta rota
Y yo quiero que vuelen compañero
Que su revolución
Les dé un pedazo de cielo rojo
Para que puedan volar.



(post a quattro mani, David Lifodi e io)

martedì 24 luglio 2012

Il Terzo Reich - Roberto Bolaño

un libro che avvince, dove molto non viene detto, la fine è precipitosa, non c'era tempo.
mi ha ricordato questo.
è un libro imperfetto, ma non ti stacchi.
essercene libri così imperfetti  - franz




…Stiamo parlando dunque di un libro composto da un Bolano giovane, o quasi, già arrivato in pianta stabile in Spagna, e che in quei periodi si era trasferito da Barcellona a Blanes. Sappiamo che aveva cominciato a scrivere senza sapere dove sarebbe andato a parare, e che in seguito avrebbe giurato di non accingersi mai più in vita sua, per nessun motivo, ad approcciare un lavoro di scrittura con quelle premesse. Tornando al giudizio impietoso del suo autore, Il Terzo Reich non è "una vera merda", nella maniera più assoluta. Al contrario, per buona parte sfiora il capolavoro…

…Terzo Reich è giustappunto un gioco, un wargame, che ripropone gli scenari della Seconda guerra mondiale e del quale Udo Berger, giovanotto tedesco in vacanza in un piccolo centro sulla Costa Brava in compagnia della sua bella fidanzata, è un profondo conoscitore. Come avviene nei romanzi di Dick, la cappa sonnacchiosa di questo luogo di villeggiatura si colora a poco a poco di un mistero indefinibile. Gli eventi ci vengono riferiti, in forma diaristica e non aliena da una certa pedanteria, da Udo in persona, il quale, anziché godersi il mare e l’amore, preferisce starsene chiuso in albergo a elaborare nuove strategie. L’immersione in questo mondo speculativo lo aliena dal mondo circostante rendendolo un narratore inaffidabile, per cui ci è impossibile stabilire in quale misura gli strani personaggi che entrano in scena siano reali o un parto della maniacale fantasia di Udo. Fatto sta che nel giro di poche pagine, senza quasi capire come, l’albergo ci appare come un luogo da fare invidia al sinistro Overlook Hotel di Shining…