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mercoledì 4 giugno 2025

Nessun debitore può essere umiliato: difendersi è possibile, anche dai messaggi ingannevoli - Vincenzo Imperatore

 

I debitori non sono cittadini di serie B. Oggi esistono leggi, strumenti e percorsi per affrontare queste situazioni senza vergogna: ecco quali

 

In un Paese dove la narrazione dominante è quella del debitore sempre colpevole e del creditore sempre nel giusto, c’è una rivoluzione silenziosa che pochi conoscono ma che può cambiare il destino di migliaia di persone sopraffatte dai debiti. Il Decreto Legislativo 116 del 2024, entrato in vigore il 30 luglio dell’anno scorso, rappresenta una svolta epocale nella gestione dei crediti deteriorati. Una norma che recepisce la Direttiva Europea 2021/2167 e che modifica profondamente il Testo Unico Bancario (D.lgs. 385/1993), imponendo un cambio di paradigma: chi gestisce i crediti deteriorati (NPL) non potrà più agire con la sola logica del recupero a tutti i costi, ma dovrà tenere conto della storia, delle fragilità e delle possibilità di chi si trova inadempiente.

La legge obbliga infatti i servicer a comprendere le cause dell’inadempimento, a proporre soluzioni personalizzate e a prestare particolare attenzione alle situazioni di vulnerabilità, come la perdita del lavoro o problemi di salute. Prevede strumenti concreti come la sospensione delle rate, la riduzione degli interessi, la rinegoziazione del debito, l’estensione delle scadenze e persino la remissione parziale del credito. Tutto questo oggi è legge, ma è come se non esistesse: ignorata dai media, taciuta dalle banche, disattesa da troppi operatori del settore.

Eppure questa norma non è l’unico scudo a disposizione dei debitori vessati. Già dal 2012, con l’entrata in vigore della cosiddetta “legge salva suicidi”, è possibile accedere a percorsi giudiziali che permettono la ristrutturazione dei debiti, l’accordo con i creditori o, nei casi più gravi, la liquidazione controllata dei beni con possibilità di ripartire da zero. La legge 3 del 2012, confluita nel Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, è stata concepita per ridare respiro a consumatori, piccoli imprenditori e professionisti schiacciati da un sovraindebitamento senza vie d’uscita. Non si tratta di eludere le proprie responsabilità, ma di affrontarle in modo dignitoso, con il supporto del giudice e secondo criteri di equità e sostenibilità.

A tutto questo si aggiungono i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico che pongono limiti al potere dei creditori. Nessun debitore può essere umiliato o privato della possibilità di condurre una vita decorosa. La legge tutela alcuni beni ritenuti essenziali, impedisce pignoramenti totali e proibisce ai soggetti che si occupano del recupero crediti di adottare comportamenti aggressivi, intimidatori o lesivi della privacy. Contattare il debitore in orari inadeguati, esercitare pressioni continue o minacciare conseguenze infondate non è solo inaccettabile, ma può configurare una violazione perseguibile anche dinanzi all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Proprio l’AGCM, negli ultimi anni, ha acceso i riflettori su un altro aspetto troppo spesso trascurato: quello dei professionisti che, promettendo di “difendere i debitori”, finiscono per aggravarne le condizioni. Sono stati numerosi i casi di sanzioni inflitte a soggetti che offrivano servizi di mediazione o assistenza giuridica diffondendo messaggi ingannevoli o omettendo informazioni fondamentali. Per questo è cruciale, nel momento in cui si cerca aiuto, affidarsi solo a professionisti seri e qualificati.

I debitori non sono cittadini di serie B. La crisi economica, l’instabilità lavorativa, la fragilità familiare o sanitaria sono condizioni che possono colpire chiunque. Oggi esistono leggi, strumenti e percorsi per affrontare queste situazioni senza vergogna e senza dover cedere all’arroganza di chi specula sulla disperazione. È ora che queste tutele vengano conosciute, applicate e difese. È ora che si dica chiaramente che difendersi è possibile.

da qui

domenica 23 marzo 2025

Riarmo, recessione, debito: la sceneggiata e il gioco al massacro - Fabio Vighi

  

Per comprendere le ragioni della sceneggiata napoletana andata in onda nella sala ovale della Casa Bianca il 28 febbraio scorso, conviene guardare a quanto successo in Germania solo qualche ora più tardi: Friedrich Merz, cancelliere in pectore ed ex dirigente BlackRock, annunciava un pacchetto da 900 miliardi – il doppio del bilancio federale annuale – per difesa e infrastrutture. (In un bollettino del 24 febbraio, la stessa BlackRock prevedeva che il voto tedesco avrebbe consentito un aumento della spesa). Pochi giorni dopo, Merz confermava proposte “radicali” (la più grande revisione di politica monetaria dai tempi della riunificazione del paese, con annessa riforma costituzionale) mirate ad allentare le regole sull’accumulo di debito al fine di consentire una maggiore spesa per la difesa e rilanciare l’economia – in barba al rigore fiscale imposto more teutonico a tutti i paesi della UE negli ultimi 20 anni, con particolare riferimento all’accanimento sadistico sulla Grecia.  

Basta dunque unire i puntini, e prendere sul serio l’assunto per cui tutto ciò che accade oggi, soprattutto ma non solo in materia di geopolitica, dev’essere ricondotto al primum movens del capitalismo contemporaneo: il debito. Zelensky litiga con Trump a favore di telecamera (“questo sarà perfetto per la TV”, si lascia scappare the Donald). Passano poche ore e l’ex cabarettista torna in Europa per buttarsi (sempre a favore di telecamera) tra le braccia della “coalizione dei volenterosi” (sic!): un’ammucchiata di funerei governanti per l’occasione capitanata dal britannico Keir Starmer. Nel frattempo, come un cane di Pavlov, scatta l’indignazione (molto mediatica) dell’Europa progressista contro il tradimento dell’America illiberale, cialtrona, e populista di Trump e Vance. E, approfittando del clamore generale, in Germania si allentano i cordoni fiscali e si oliano le stampanti: più debito für uns und für alle! Come ai tempi del Covid non ci sono alternative, perché il nemico è alle porte.  

Mentre a Berlino si pensa a uno stimolo di quasi un trilione di euro, a Bruxelles Ursula von der Leyen estrae dal cilindro il progetto Re-Arm Europe. In sintonia, dunque, i cinici funzionari del capitalismo di crisi propongono di eliminare le restrizioni alla spesa in deficit se questa spesa viene utilizzata per la difesa. Re-Arm Europe, annuncia von der Leyen, potrebbe mobilitare qualcosa come 840 miliardi di euro per la nostra sicurezza, perché non si può abbandonare l’Ucraina nell’ora più buia (e che importa se la guerra è già persa, con inutile massacro di centinaia di migliaia di ucraini, e accordo tra le parti in dirittura d’arrivo); e non si può aspettare che Putin invada il Portogallo. (Si badi, questa non è ironia: sono, purtroppo, le idiozie con cui ci bombardano da tre anni a questa parte. Al netto dell’affaire Ucraina, su cui è inutile tornare a dilungarsi, basterebbe una domandina semplice semplice: perché mai i russi ambirebbero a invadere l’Europa, se è vero com’è vero che di terra e risorse da amministrare ne hanno già fin troppe?) A questo punto, se proprio vorranno riarmarsi, gli europei dovranno da una parte ridimensionare ulteriormente le spese per il welfare trasformandole in spese per il warfare (come ammonisce persino il Financial Times); e, dall’altra, comprare più armi dagli USA. Ricordiamo, per la cronaca, che già durante l’amministrazione Biden l’importo di armi USA in UE è salito del 35%.  

Si tratta insomma di dare una doppia passata di vernice verde-militare a un’economia europea con l’acqua alla gola, facendo pagare il nobile sacrificio ai soliti poveracci (visto che i soldi del riarmo verranno sottratti allo stato sociale: educazione, infrastrutture, sanità, pensioni, ecc.). Avrete notato la nonchalance con cui si è passati dall’impegno per la sostenibilità ambientale (investimenti ESG) alla retorica guerrafondaia sul potenziamento del complesso militare-industriale. Costruiranno forse armi eco-sostenibili? Evidentemente, green è un significante ambiguo, fluido, perfettamente adattabile alle esigenze di mercato, buono sia per l’ambiente che per i cannoni. Detto diversamente, siamo di fronte a un’altra irresistibile emergenza (la minaccia russa), un alibi il cui scopo improrogabile è far sì che il mercato prezzi un bazooka di debito comune che dia garanzie di rifinanziamento a tutta l’infrastruttura speculativa grondante di criticità. A meno che non vogliamo continuare a farci prendere per i fondelli da Ursula e compagnia cantante. Perché la vera emergenza, puntualmente rimossa, è una sola: il mostro a due teste chiamato stagflazione strutturale. È questo mostro – non il fantasma dei cosacchi a San Pietro – che spinge i maestri pupari a giocare col fuoco per generare, dal nulla economico, montagne di credito da far piovere su un ingranaggio rotto, ma tenuto in vita artificiale dal “polmone finanziario” cui appunto i pupari rispondono. Si grida all’armi, si lanciano anatemi come fossero coriandoli, e lo si fa, sostanzialmente, per creare altro debito quale “sano ricostituente” per Stati membri debilitati, Germania in primis; magari in vista della dissoluzione dell’eurozona.

Poi c’è la Gran Bretagna, che, come di consueto, trama nella penombra. Poiché le finanze britanniche versano in uno stato particolarmente pietoso, anche Londra è alla disperata ricerca non solo di un casus belli per pompare debito nel suo comparto militare-industriale, ma anche di collaterale attraverso cui garantire la credibilità di un nuovo ciclo creditizio. È probabile che, senza le risorse dell’Ucraina – con la quale ha firmato un partenariato di 100 anni il 16 gennaio scorso (quattro giorni prima dell’inaugurazione di Donald Trump), che non è un atto caritatevole ma la continuazione di un investimento economico che avrebbe al suo centro proprio un accordo segreto sulle terre rare – il ricorso alle stampanti rischi di provocare una fiammata inflattiva immediata, potenzialmente letale per la sterlina.

Piuttosto che riflettere sulle ragioni profonde del declino, l’Europa dei tecnocrati gioca dunque la carta delirante della sfida geopolitica collegata alla spesa in deficit. La verità è che l’occidente non ha più “miracoli economici” da spendere. I tassi di crescita sono da tempo stagnanti, il lavoro è precario, il denaro fiat si svaluta, l’indebitamento è strutturale, e le bolle finanziarie che ne derivano si “gestiscono”, appunto, attraverso il surreale ricorso al binomio guerra-debito. Siamo di fronte a dispositivi emergenziali ideati per amministrare dall’alto l’accelerata implosiva. In questo senso, la corsa al riarmo puzza di ultima spiaggia, oltre a confermare il carattere elitario e antidemocratico della leadership europea. Si tratta peraltro di un azzardo che potrebbe innescare, qualora non producesse risultati, un assalto all’euro di dimensioni epocali – eventualità tutt’altro che remota se consideriamo che, da uomo BlackRock, Merz è fedele soprattutto alle lobby del capitale finanziario transnazionale. Se i rendimenti del debito europeo dovessero esplodere – come per i Bund tedeschi nella giornata di mercoledì 5 marzo, ma soprattutto per qualche Stato membro considerato a rischio (tipo l’Italia) – la deriva difficilmente verrebbe arginata. E la mobilitazione bellica non sarebbe più solo un volano propagandistico per prolungare la credito-dipendenza di sistema, ma un vero e proprio gioco al massacro. 

Per il momento, agitare l’ennesimo fantasma geopolitico per proteggere a suon di debito la “vera democrazia” permette al regime cleptocratico-finanziario di rifiatare, anche rispolverando slogan desueti e imbarazzanti sull’unità del mondo dei giusti minacciato da dittatori incarogniti. Inutile aggiungere, hegelianamente, che il male è lo sguardo stesso che vede il male ovunque attorno a sé. È molto probabile che arriveremo alla barbarie senza averci capito nulla: il declino di una civiltà si evince soprattutto dalla sua avversione all’introspezione. L’inadeguatezza dei pupari al potere non è un’eccezione, ma la corretta espressione della fase storica in cui Homo economicus giunge al collasso per overdose di sé stesso. Perché l’implosione delle leggi oggettive di sistema che ci determinano – in primis, la rottura del contratto sociale tra lavoro e capitale su cui si fonda il moderno ordine liberale – non può che generare campioni di cinismo istituzionale. E non c’è nulla di più ideologico che scambiare questo effetto per la causa del nostro male. Se ci limitiamo a inorridire dinanzi a una classe politico-manageriale psicopatica, probabilmente lo facciamo per non raggelare di horror vacui dinanzi al fallimento di un’intera civiltà.  

Per prima cosa, dovremmo aver un minimo di memoria storica. Partire, cioè, dal cambio di paradigma di fine anni ’80 del secolo scorso, quando la globalizzazione decretò la vittoria di un capitalismo fondato sul modello occidentale di economia di mercato ad alta composizione finanziaria. Ci fu detto che stavamo entrando nell’era del dividendo di pace e della prosperità globale, che molti ritennero non dovesse finire mai. Ma quella pallida utopia è durata la miseria di una decina d’anni. A inizio millennio è infatti riemerso, puntuale, tutto il rimosso, ovvero la realtà di un ecosistema socioeconomico cresciuto su una solida base di violenza, saccheggio, e manipolazione. Eppure l’ottimismo ideologico dei sostenitori del “capitalismo per sempre”, sia a destra che a sinistra di sovrastrutture politiche obsolete, preferì ignorare tanto le nuove zone di povertà di massa prodotte dall’impulso alla globalizzazione, quanto le guerre con cui l’occidente telecomandato dagli USA s’insigniva del ruolo di paladino dell’ordine planetario. La fase terminale della civiltà capitalistica è in effetti iniziata con il ritorno in pompa magna del bellicismo occidentale (la “guerra al terrore”), accompagnato da sempre più frequenti convulsioni finanziarie (dot.com nel 2000, subprime nel 2007-08) che ora vengono apertamente manipolate (come ha dimostrato, per chi ha ancora un centesimo di pensiero critico da spendere, il recente colpo di stato finanziario globale passato alla storia come “pandemia”). Il modo di produzione capitalistico si è da tempo palesato per ciò che da sempre è: un modo di distruzione. 

Siamo ora di fronte a una gestione caotica delle fragilità dell’impianto finanziario del capitalismo senile, indebitato fino al collo perché strutturalmente obsoleto, incapace di creare legame sociale attraverso l’estrazione di valore dal lavoro (come scrisse Don DeLillo in Cosmopolis, ‘il denaro ha perso la sua qualità narrativa’). Nel frattempo, il progetto di globalizzazione a guida USA è fallito. Nella competizione interplanetaria, l’occidente perde ormai su tutti i fronti: economico, militare, politico-diplomatico. La stessa politica estera americana, ora basata su una retorica ostile all’universalismo progressista, nasce dalla consapevolezza che gli ormai insostenibili livelli d’indebitamento vanificano qualsiasi pretesa di egemonia globale, che gli ultimi governi USA ancora cercavano stancamente di perseguire. Con l’elezione di Trump (effetto, non causa del cambio di direzione), si è deciso di passare dal presunto monopolio della forza economica e militare, travestita da missione universalista, alla gestione di una crisi debitoria interna potenzialmente devastante. Ciò presuppone abbracciare il principio di realtà: accettare il ridimensionamento USA all’interno di una costellazione multicentrica in cui la caratteristica comune è il declino. 

Negli Stati Uniti, la principale urgenza è ridurre i rendimenti dei Treasury (certificati di debito pubblico) in modo che l’aumento dei loro prezzi li renda nuovamente appetibili. Ricordiamo che entro la fine del 2025 zio Sam dovrà rifinanziare la bellezza di 9.2mila miliardi di debito in scadenza, emesso quando il rendimento del decennale era poco sopra il 2%, circa la metà di quello attuale. Considerando l’onere debitorio complessivo di 36mila miliardi abbondanti, e in continuo aumento, appare del tutto evidente che, oltreoceano, l’unica reale priorità è trovare il modo di abbassare rapidamente i rendimenti così da fornire almeno una parvenza di sostenibilità al debito pubblico. E quale maniera migliore di ottenere tale risultato che forzare la mano della banca centrale (Federal Reserve) alimentando il fantasma di un crash finanziario accompagnato da violenta recessione? Fantasma che, in effetti, già aleggia un po’ ovunque. Una recessione conclamata, e giustificata creativamente, potrebbe rivelarsi il meccanismo di gran lunga più efficace per alleggerire il peso del debito.

L’Europa, nel frattempo, non sembra saper far altro che nascondere la propria debolezza dietro una grottesca e anacronistica corsa alle armi mirata a supportare le bolle di capitale finanziario. Sono questi gli ultimi atti di una lunga stagione di mistificazioni, iniziata con la fuga in avanti della finanziarizzazione neoliberista, che a fine secolo scorso ha sì fornito uno stimolo al potere d’acquisto, soprattutto negli USA e in Europa, ma senza alcun valore reale sottostante. Ora la coperta sempre più corta del capitalismo a trazione finanziario-speculativa ci sta presentando il conto. Gli eventi geo/biopolitici degli ultimi anni non hanno alcun potenziale causativo: sono semplicemente sintomi morbosi di un collasso di civiltà che colpisce per primo l’occidente iper-indebitato e improduttivo.  

Se, in qualunque forma, il risultato delle politiche di gestione della crisi non può che continuare a essere la svalutazione monetaria (inflattiva o deflattiva che sia), forse dovremmo partire proprio dalla sconfitta del feticcio-denaro per provare finalmente a guardare oltre il moderno sistema produttore di merci. Tutte le tradizionali politiche di riforma, inclusi i contorsionismi della sinistra, sono sempre più assurde e socialmente repressive a fronte della tossicodipendenza da debito che disintegra le valute. L’unica speranza sembrerebbe essere la nascita di un movimento di resistenza e transizione, magari fondato sul ripudio della guerra, che sappia sviluppare una nuova consapevolezza delle ingestibili contraddizioni che determinano le condizioni di vita sotto il capitalismo – e che cerchi di superarle.

da qui

lunedì 22 maggio 2023

L’economia dei paesi più poveri sta crollando a causa del rimborso dei debiti con la Cina

 

Un’analisi condotta dall’Associated Press su una dozzina di paesi altamente indebitati con la Cina ha rivelato che il pagamento di quel debito sta consumando una percentuale sempre maggiore delle entrate fiscali necessarie per mantenere servizi essenziali come scuole, elettricità, cibo e carburante.

Questo processo sta anche prosciugando le riserve di valuta estera di questi paesi, che vengono utilizzate per pagare gli interessi sui prestiti cinesi, lasciando a molti di loro solo pochi mesi prima che i fondi si esauriscano.

La Cina ha adottato una posizione di riluttanza nel condonare il debito e ha mantenuto estrema segretezza sulle cifre e sulle condizioni dei prestiti concessi, il che ha impedito ad altri importanti prestatori di intervenire per fornire aiuto. Inoltre, è emerso che ai paesi debitori è stato richiesto di depositare contanti in conti di deposito a garanzia segreti, il che ha posto la Cina in cima alla lista dei creditori da soddisfare.

Nell’analisi dell’AP, i paesi presi in considerazione avevano fino al 50% dei loro prestiti esteri provenienti dalla Cina, e la maggior parte di essi destinava più di un terzo delle entrate governative per il rimborso del debito estero.

Due di questi paesi, lo Zambia e lo Sri Lanka, sono già in default, incapaci persino di pagare gli interessi sui prestiti che finanziano progetti infrastrutturali come porti, miniere e centrali elettriche.

Nel contesto di queste problematiche, si stanno verificando gravi conseguenze sociali ed economiche. Ad esempio, in Pakistan, milioni di lavoratori nel settore tessile sono stati licenziati a causa dell’elevato debito estero del paese, che impedisce al governo di fornire energia elettrica sufficiente per far funzionare le fabbriche.

In Kenya, il governo ha trattenuto gli stipendi dei dipendenti pubblici al fine di risparmiare denaro per il rimborso dei prestiti esteri. Questa situazione ha portato il capo consigliere economico del presidente a twittare: “Stipendi o default? Fai la tua scelta.”

Le conseguenze negative si estendono anche alla popolazione generale di questi paesi. Nel caso dello Sri Lanka, ad esempio, dopo essere andato in default un anno fa, il paese ha sperimentato una perdita di mezzo milione di posti di lavoro, un tasso di inflazione superiore al 50% e un aumento della povertà in molte regioni.

Gli esperti avvertono che se la Cina non adotterà una posizione più flessibile riguardo ai prestiti ai paesi più poveri, si potrebbe verificare un’ulteriore ondata di insolvenze e instabilità politica. Attualmente, molte di queste nazioni stanno affrontando una carenza di valuta estera, inflazione elevata, alti tassi di disoccupazione e diffusa fame.

In passato i grandi istituti di credito governativi come Stati Uniti, Giappone e Francia spesso negoziavano condoni del debito, con ogni prestatore che comunicava chiaramente l’importo e le condizioni del debito, evitando così sentimenti di inganno.

Tuttavia, la Cina non ha seguito queste pratiche. All’inizio, si è persino rifiutata di partecipare a negoziati multinazionali, preferendo trattare separatamente con i paesi come lo Zambia e mantenendo un alto grado di segretezza che impediva agli altri prestatori non cinesi di conoscere i termini dei prestiti e se la Cina aveva previsto una via per il rimborso.

La Cina ha mostrato riluttanza nel subire ingenti perdite sui suoi prestiti, nonostante le richieste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ciò ha fatto sì che molti paesi rimanessero intrappolati nel ciclo del rimborso degli interessi, ostacolando la crescita economica che potrebbe aiutarli a liberarsi del debito.

Le riserve di valuta estera di molti paesi, tra quelli presi in considerazione dall’AP, sono diminuite, con una media del 25% in meno nell’arco di un anno. In alcuni casi, come in Pakistan e nella Repubblica del Congo, le riserve sono diminuite di oltre il 50%.

Senza un piano di salvataggio, molti paesi dispongono di solo pochi mesi di riserve estere per pagare importazioni essenziali come cibo e carburante. Ad esempio, alla Mongolia restano solo otto mesi, mentre a Pakistan ed Etiopia circa due.

I paesi più poveri hanno affrontato in passato carenze di valuta estera, inflazione elevata, alti tassi di disoccupazione e fame diffusa, ma mai come nell’ultimo anno.

Oltre ai problemi strutturali come la cattiva gestione del governo e la corruzione, due eventi imprevisti hanno contribuito a questa crisi: la guerra in Ucraina, che ha portato all’aumento dei prezzi del grano e del petrolio, e la decisione della Federal Reserve americana di aumentare i tassi di interesse per ben dieci volte consecutivamente, l’ultima volta proprio questo mese. Ciò ha reso i prestiti a tasso variabile improvvisamente più costosi per questi paesi.

Alcuni paesi hanno preso decisioni drastiche per far fronte alla crisi. Ad esempio, l’Honduras, pesantemente indebitato, ha stabilito relazioni diplomatiche formali con la Cina e ha interrotto i legami con Taiwan, citando “pressioni finanziarie” come ragione.

Il Pakistan, invece, per evitare nuovi black-out, ha recentemente raggiunto un accordo per l’acquisto di petrolio scontato dalla Russia, rompendo con gli sforzi guidati dagli Stati Uniti per isolare finanziariamente il presidente Vladimir Putin.

In Sri Lanka, le proteste hanno scosso il paese lo scorso luglio, con incendi alle case dei ministri del governo e l’assalto al palazzo presidenziale da parte dei manifestanti. Queste proteste sono state scatenate dalla rabbia popolare nei confronti dei pesanti accordi con la Cina.

In risposta alle critiche, il Ministero degli Affari Esteri cinese ha respinto l’idea che la Cina sia un prestatore senza scrupoli e ha attribuito la colpa principalmente alla Federal Reserve. Hanno sostenuto di aver offerto aiuto attraverso la proroga delle scadenze dei prestiti, l’erogazione di prestiti di emergenza e il supporto a programmi temporanei di sospensione dei pagamenti degli interessi durante la pandemia di coronavirus. Inoltre, hanno affermato di aver condonato 23 prestiti senza interessi a paesi africani, sebbene gli esperti siano scettici sulla portata e l’impatto effettivo di tali condoni.

Gli esperti avvertono che se la Cina non sarà disposta ad adottare una posizione più flessibile nei confronti dei suoi prestiti ai paesi più poveri, ci potrebbe essere un’ulteriore ondata di insolvenze e instabilità politica.

Questa crisi del debito sta mettendo a dura prova l’economia di molti paesi, costringendoli a tagliare la spesa per settori cruciali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Senza interventi significativi e un coordinamento globale, le conseguenze a lungo termine potrebbero essere catastrofiche per i paesi indebitati e per l’intero sistema finanziario internazionale.

da qui

giovedì 22 dicembre 2022

Rimetti a noi i nostri debiti - Giorgio Agamben

La preghiera per eccellenza – quella che Gesù stesso ci ha dettato («pregate così») – contiene un passo che il nostro tempo s’ingegna a ogni costo di contraddire e che sarà bene pertanto ricordare, proprio oggi che tutto sembra ridursi all’unica feroce legge a due facce: credito/debito. Dimitte nobis debita nostra… «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». L’originale greco è ancora più perentorio: aphes emin ta opheilemata emon, «lascia andare, rimuovi da noi i nostri debiti». Riflettendo nel 1941, in piena guerra mondiale, su queste parole, un grande giurista italiano, Francesco Carnelutti, osservava che, se è una verità del mondo fisico che non si può cancellare ciò che è avvenuto, lo stesso non può dirsi per il mondo morale, che si definisce appunto attraverso la possibilità di rimettere e perdonare.

Occorre innanzitutto sfatare il pregiudizio che in questione nel debito sia una legge genuinamente economica. Anche prescindendo dal problema di che cosa s’intenda quando si parla di una «legge» economica, una sommaria inchiesta genealogica mostra che l’origine del concetto di debito non è economica, ma giuridica e religiosa – due dimensioni che quanto più si retrocede verso la preistoria tanto più tendono a confondersi. Se, come ha mostrato Carl Schmitt, la nozione di Schuld, che in tedesco significa tanto debito che colpa, è alla base dell’edificio del diritto, non meno convincente è l’intuizione di un grande storico delle religioni, David Flüsser. Mentre un giorno stava riflettendo in una piazza di Atene sul significato della parola pistis, che è il termine che nei Vangeli significa «fede», vide davanti a sé la scritta a caratteri cubitali trapeza tes pisteos. Non gli ci volle molto a rendersi conto che si trovava di fronte all’insegna di una banca (Banco di credito) e nello stesso istante comprese che il significato della parola su cui rifletteva da anni aveva a che fare col credito – il credito di cui godiamo presso Dio e di cui Dio gode presso di noi, dal momento che crediamo in lui. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che «la fede è sostanza di cose sperate»: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un credito esiste solo nella misura in cui la nostra fede riesce a dargli sostanza.

Il mondo in cui oggi viviamo si è appropriato di questo concetto giuridico e religioso e lo ha trasformato in un dispositivo letale e implacabile, di fronte al quale ogni esigenza umana deve inchinarsi. Questo dispositivo, in cui è stata catturata tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede, è il denaro, inteso come la forma stessa del credito/debito. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che l’emergenza vuole sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
La cosiddetta emergenza che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama emergenza, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l’organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.

Se oggi un governo – in Italia come altrove – vuole davvero muoversi in una direzione diversa da quella che si cerca ovunque di imporre, è innanzitutto il dispositivo denaro/credito/debito che deve mettere risolutamente in questione come sistema di governo. Solo in questo modo una politica diventerà nuovamente possibile – una politica che non accetti di farsi strozzare dal falso dogma – pseudoreligioso e non economico – del debito universale e irrevocabile e restituisca agli uomini la memoria e la fede nelle parole che hanno tante volte recitato da bambini: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

da qui

sabato 19 settembre 2020

La trappola del debito africano

ne scrivono Carlo Formenti (nel 2020) e Serge Latouche (nel 2012)

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Liberare l'Africa dalla trappola del debito - Carlo Formenti

La pandemia e il suo impatto su un’economia che non si era ancora ripresa dalla crisi del 2008 hanno ridotto l’attenzione di media e partiti politici sul tema dell’immigrazione. Negli anni precedenti questa questione aveva tenuto banco, opponendo la propaganda delle destre xenofobe agli appelli moralisti delle sinistre “no border”. Impegnati  a mobilitare i rispettivi elettorati facendo leva su moti “di pancia” (da destra) e “di cuore” (da sinistra), entrambi gli schieramenti hanno sistematicamente eluso i problemi reali, come l’uso sistematico da parte delle classi imprenditoriali del fenomeno migratorio per scatenare una guerra fra poveri finalizzata a imporre tassi di sfruttamento disumani della forza lavoro straniera, indebolendo nel contempo il potere contrattuale della forza lavoro autoctona, o il peggioramento delle condizioni di vita delle periferie, già impoverite dalla crisi, provocato dall’invasione di masse ancora più miserabili.

Semplificando drasticamente, si potrebbe dire che le sinistre, mentre da un lato hanno colpevolmente sottovalutato quest’ultimo aspetto, regalando alla destra la chance di tingere di nero la rabbia delle periferie, dall’altro non si sono impegnate ad analizzare seriamente l’impatto sui livelli retributivi e occupazionali della guerra fra poveri di cui sopra, né a elaborare politiche orientate alla ricomposizione degli interessi delle classi subalterne. È mancato totalmente, in particolare, un adeguato sforzo di comprensione delle cause profonde dell’ondata migratoria, sforzo che la crisi pandemica renderebbe ancora più urgente e necessario proprio nel momento in cui l’attenzione sul fenomeno tende a calare, come già ricordato, perché la crisi non solo non frenerà il flusso ma tenderà, al contrario, a renderne ancora più drammatici sia le dimensioni che gli effetti socioeconomici e politici.

Una Lettera Aperta firmata da cinque economisti di vari Paesi africani, e già sottoscritta da centinaia di intellettuali di tutto il mondo (la lettera è consultabile a questa pagina web dove si trovano le sue traduzioni in varie lingue e il link per sottoscriverla e consultare l’elenco dei firmatari) provvede a ricordarci la necessità e l’urgenza del compito appena evocato, ma soprattutto ci induce a spostare l’attenzione dalle spiagge su cui sbarcano i migranti africani ai problemi che affliggono i Paesi da cui provengono.

Il continente africano, scrivono gli autori della Lettera, dispone di risorse tali che gli consentirebbero di offrire condizioni di vita dignitose a tutti i suoi abitanti (assistenza sanitaria, istruzione, occupazione e salari decenti). Se ciò non avviene è perché decenni di sconvolgimento socioeconomico coloniale e post coloniale, esacerbato dalla svolta neoliberista imposta dai Paesi occidentali, hanno incastrato i Paesi africani in un circolo vizioso che ha generato una serie di croniche deficienze strutturali quali: la mancanza si sovranità alimentare, la mancanza di sovranità energetica e un modello di (sotto)sviluppo fondato sul manifatturiero a basso valore aggiunto e sulle industrie estrattive.

Per far fronte ai problemi provocati da questo circolo vizioso i governi africani hanno dovuto indebitarsi sempre di più, accettando le condizioni capestro imposte dal fondo Monetario Internazionale e dai Paesi creditori, e subendo in questo modo ulteriori riduzioni della propria sovranità economica e politica. Per mettere una pezza a questa situazione si sono adottate cinque strategie che, invece di migliorarla, la hanno ulteriormente aggravata: 1) crescita orientata alle esportazioni (che ha provocato l’aumento di importazioni di energia, beni strumentali a elevato valore aggiunto a fronte dell’esportazione di prodotti a basso valore aggiunto); 2) liberalizzazione degli investimenti diretti esteri (che ha scatenato la concorrenza al ribasso fra governi per attirare  gli investitori stranieri tramite sgravi fiscali, sussidi, e riduzione delle tutele dei lavoratori e dell’ambiente); 3) sovrainvestimenti nel settore turistico (che aumenta le importazioni di energia e di cibo e contribuisce al deterioramento dell’ambiente); 4) privatizzazioni di imprese pubbliche nei settori strategici (con conseguente degrado delle reti di protezione sociale); 5) liberalizzazione dei mercati finanziari (che alimenta investimenti puramente speculativi e predatori senza contribuire allo sviluppo dei Paesi in cui vengono effettuati).

Perché stupirsi dunque, se gli effetti di queste strategie che i Paesi occidentali hanno imposto a quelli africani hanno provocato l’effetto boomerang dell’ondata migratoria (che, non a caso, vede come protagonisti non solo persone disperate e ridotte in miseria, ma anche forza lavoro ad alto livello di qualificazione che non trova sbocco nei modelli di sviluppo appena descritti). I firmatari della Lettera tracciano le linee dei mutamenti di strategia che gli Stati africani dovrebbero effettuare per rivendicare la propria sovranità monetaria ed economica, e per ristrutturare le proprie economie adottando politiche industriali centrate sul manifatturiero a elevato valore aggiunto. Ma soprattutto presentano il conto alle potenze ex coloniali e post coloniali che hanno contribuito a intrappolarli nella gabbia dell’economia del debito: non volete che le migliaia di migranti che oggi vi invadono diventino domani milioni? Prendete atto che l’unico modo per riuscirci è sviluppare nuove forme di cooperazione che rimpiazzino la vecchia logica degli “aiuti” con quella della cancellazione dei debiti sovrani.

Non mi illudo che la lettura di questa Lettera, anche se il numero dei firmatari dovesse aumentare esponenzialmente, possa cambiare l’inerzia di decenni di politiche neoliberiste, spero solo che aiuti qualcuno a smetterla di pensare alle persone che approdano sulle nostre coste come a singoli individui, vittime o invasori a seconda degli opposti pregiudizi ideologici, per iniziare a vederli come esponenti di comunità smembrate dalle dinamiche che stanno distruggendo i loro Paesi e di cui non possiamo non sentirci corresponsabili (nel senso squisitamente politico e non moralistico del termine).

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L’Africa è in debito? Serge Latouche

 

La mondializzazione o globalizzazione, come dicono gli anglosassoni, è un concetto alla moda, imposto dalle recenti evoluzioni. Fa parte dello spirito del tempo. In pochi anni, se non in pochi mesi, tutti i problemi sono divenuti globali: la finanza e gli scambi economici anzitutto, ma anche l’ambiente, la tecnica, la comunicazione, la pubblicità, la cultura e persino la politica. Soprattutto negli Stati Uniti, l’aggettivo globale è stato all’improvviso affibbiato a tutti questi settori.

Si parla di inquinamenti globali, della televisione globale, della globalizzazione dello spazio politico, della società civile globale, del governo globale, del tecnoglobalismo, ecc.

Non c’è dubbio che il fenomeno nascosto dietro tali parole non è così nuovo come si vuol far credere. Alcune voci profetiche, come quella di Marshall Mc Luhan, annunciavano già da diversi decenni l’avvento di un “villaggio planetario” (global village). Alcuni specialisti hanno parlato di occidentalizzazione, di uniformazione o di modernizzazione del mondo e gli storici ne hanno scoperto tutti i sintomi dentro evoluzioni di lunga durata. Ma che cosa di nuovo?

La mondializzazione, sotto l’apparenza di una constatazione neutra del fenomeno, è anche, invece, uno slogan che incita e orienta ad agire in vista di una trasformazione considerata come auspicabile per tutti. Il termine che non è affatto “innocente”, lascia anzi intendere che ci si trova di fronte ad un processo anonimo e universale benefico per l’umanità e non invece che si è trascinati in una impresa, auspicata da certe persone, per i loro interessi, impresa che presenta rischi enormi e pericoli considerevoli per tutti, particolarmente per i popoli del Sud del mondo.

Come il capitale al quale è intimamente legata, la mondializzazione è in realtà un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento nella scala planetaria.

Dietro l’anonimato del processo, ci sono dei beneficiari e delle vittime, i padroni e gli schiavi.

I principali rappresentati della megamacchina senza volto si chiamano G7, Club de Paris, complesso FMI/Banca Mondiale/OMC (W.T.O.), l’OCSE, la Camera di Commercio Internazionale, forum di Davos, ma vi sono anche delle istituzioni meno note, dalle sigle esoteriche, ma di enorme influenza: il Comitato di Bali per la supervisione bancaria e l’IOSCO (International Organisation of Securities Commissions), che è l’organizzazione internazionale delle Commissioni nazionali emettitrici di titoli obbligatori, l’ISMA (International Securities Market Association), che ha un noto equivalente per i titoli obbligatori, l’ISO (Industrial Standard Organisation), che l’incarico di definire gli standard industriali.

Infine, non si possono trascurare le grandi imprese, i grandi uffici di consulenza, i grandi studi legali e le fondazioni private. Società come Price e Watherhouse, Peat Marwick, Ernst e Yung o Arthur Andersen sono protagoniste essenziali della mondializzazione, anche se a prima vista il loro ruolo, come la certificazione della contabilità delle imprese, può apparire puramente tecnico.

E’ del tutto evidente che, lasciando credere che il fenomeno, buono o cattivo, sia incontrastabile, ci si rende complici del fatto che accada.

Una volta compreso quello che si nasconde dietro la sua manifestazione, non vi è alcun motivo di ritenere che il fenomeno sia irresistibile e in arginabile.

La mondializzazione non è positiva per tutto il mondo ed è pienamente possibile concepire un altro destino.

Bisogna dunque tentare di vedere i pericoli del mercato mondiale specialmente per i paesi del Sud del Mondo, analizzare la trappola del debito e, finalmente, come far fronte a questi pericoli.

 

I Le conseguenze negative per il Sud dell’economicizzazione del mondo

Sin dall’origine, il funzionamento del mercato è sopranazionale se non addirittura mondiale. Il trionfo recente del mercato non è altro che il trionfo del tout marché (tutto è mercato): Si tratta dell’ultima metamorfosi di una lunghissima storia mondiale.

La prima mondializzazione porta la data della conquista dell’America, quando l’Occidente prese coscienza della rotondità della Terra per scoprirla e imporre le proprie conquiste: Quando, secondo la formula di Paul Valery, “comincia il tempo del mondo finito”: Questa prima mondializzazione è stata forse più determinante delle successive: Con la conquista europea delle Americhe, sono stati accelerati gli scambi di piante, di animali, ma anche di malattie.

Una seconda mondializzazione risalirebbe alla Conferenza di Berlino e alla spartizione dell’Africa fra il 1885 ed il 1887,

Una terza sarebbe cominciata con la decolonizzazione e l’era degli “sviluppi”.

La globalizzazione, proprio perché è anzitutto globalizzazione dei mercati, allarga il campo della competitività e la intensifica fino al parossismo. In conseguenza, costringe le intrepresi ad una flessibilità più forte.

Sotto l’egida delle istituzioni di Bretton Woods, il mercato mondiale sta distruggendo il pianeta. Ritratta di una banale constatazione, confermata in modo uniforme dallo spettacolo quotidiano: i comportamenti delle multinazionali, le delocalizzazioni massicce (di impieghi, attività, eccetera), il genocidio degli indigeni dell’Amazzonia, la distruzione delle identità culturali e i conflitti etnici ricorrenti, la collusione tra i narcotrafficanti e i poteri pubblici in quasi tutti i paesi, l’eliminazione programmata degli organismi nazionali ed internazionali (il FMI, la Banca mondiale o quella dei regolamenti internazionali), degli ultimi freni alla flessibilità dei salari, la smantellamento dei sistemi di protezione sociale nei paesi del Nord, la scomparsa delle foreste, la desertificazione, l’agonia degli oceani e così via. Dietro tutti questi fenomeni, direttamente o indirettamente, si ritrova la mano invisibile del mercato mondiale.

Tuttavia, con la mondializzazione dell’economia, la concorrenza della miseria del Sud si ritorce contro il Nord e sta a sua volta per distruggerlo. Parti consistenti del tessuto industriale sono già lacerate; certe economie, certe regioni sono veramente devastate, e non ancora finita.

Mentre si continua a distruggere l’agricoltura alimentare e l’allevamento nei paesi africani, esportandovi a basso prezzo l’eccedenza dei nostri prodotti agricoli (peraltro sovvenzionati), i pescatori, o comunque le zone costiere di quegli stessi paesi, rovinano la nostra pesca, esportando a loro volta del pesce miserabile.

Di conseguenza, vengono dilapidati i modi di vita e i patrimoni sociali che si sono costituiti attraverso l’accumulazione di saperi tradizionali e di relazioni e si spezzano gli equilibri ecologici.

L’attuale mondializzazione sta completando l’opera di distruzione dell’Oikos planetario. Non fosse altro perché la concorrenza esacerbata spinge i paesi del Nord a manipolare la natura senza alcun controllo, e quelli del Sud ad esaurire le risorse non rinnovabili. In agricoltura, l’uso intensivo di concimi chimici e pesticidi, nonché l’irrigazione sistematica e il ricorso ad organismi geneticamente modificati, hanno avuto come conseguenza la distruzione dei suoli, l’esaurimento o l’inquinamento delle falde freatiche, la desertificazione, la diffusione dei parassiti, il rischio di epidemie catastrofiche….

I misfatti del liberismo economico sul Terzo mondo non sono certo nuovi né sconosciuti. Risalgono all’epoca in cui gli occidentali si sono arrogati il diritto di aprire a cannonate la via al libero commercio. Dalle guerre dell’oppio all’ammiraglio Perry, passando per l’eliminazione dei tessitori indiani, l’analisi delle disastrose conseguenze per i paesi deboli della divisione del lavoro non resta certo da fare. I processi attuali, stimolati dal Fondo monetario internazionale e dai piani di aggiustamento strutturale, i comportamenti della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio sono una nuova versione della medesima tendenza. L’importazione massiccio di riso in Senegal, a scapito della risicoltura locale, e più in generale in Africa, i tentativi di smantellamento dell’uso collettivo della terra, poiché non consentono i prestiti ipotecari e la modernizzazione dell’agricoltura, fanno parte di questo schieramento di mezzi per garantire all’Africa una morte sicura.

Meriterebbe riflettere bene su due casi, quello del cacao e quello delle banane, per comprendere gli effetti della globalizzazione nel Sud. Quando il prezzo mondiale del cacao era al suo minimo, negli anni ’80, e le economie del Ghana e della Costa d’Avorio erano perciò immerse in una crisi drammatica, gli esperti della banca mondiale non trovarono niente di meglio che incoraggiare e finanziare la piantagione di migliaia di ettari di alberi di cacao in Indonesia, Malaysia e Filippine. Se ne poteva ancora trarre profitto speculando sulla miseria dei lavoratori di questi paesi, e a detrimento della natura..

Per coronare l’opera, gli europei di Bruxelles, allineandosi sulla sola Inghilterra, hanno capitolato davanti alla “lobby” del cioccolato. Definendo il cioccolato come un prodotto che può contenere fino al 15% di grassi vegetali (e ciò senza verifica possibile) oltre che burro di cacao, hanno fatto perdere alla Costa d’Avorio e al Ghana alcuni miliardi. Bisogna scandalizzarsi se alcuni piantatori hanno tolto le piante per rimpiazzarle con l’hashish?

Il caso delle banane è legato allo stabex, il meccanismo di garanzia di introiti da esportazione concesso dai paesi del mercato comune ai paesi A.C.P. (Africo, Carabo, Pacifico). Quel sistema messo in piedi delle convenzioni di Lome (da 1 a 5) era stato salutato come l’inizio di un nuovo ordine economico internazionale. Il prezzo della banana acquistata in Guadalupa, in Martinica, nelle Canarie o nell’Africa nera permette ai produttori locali di sopravvivere (in situazioni diversissime, ovviamente….). Senza essere nulli, i risultati sono stati modesti, con un certo numero di effetti perversi. Ad ogni modo, era ancora troppo. Spinti dalle multinazionali nordamericane, come la Chiquita Brands (ex United Fruit) e la Castel e Cooke, che controllano la gran parte della produzione e della distribuzione delle repubbliche delle banane e delle piantagioni della Colombia, i paesi dell’America Centrale hanno trascinato l’Europa davanti ai panels del GATT, poi del W.T.O., e denunciato le barriere e gli ostacoli al libero gioco del mercato. Vogliono ad ogni costo aumentare la loro quota di mercato grazie ai bassissimi salari dei contadini, centinaia dei quali sono morti in seguito al folle uso di pesticidi (contro i nematodi). Il W.T.O. ha dato loro ragione. “State conducendo la peggiore delle guerre economiche contro un popolo senza difesa. Importate le nostre banane e ci lasciate nella miseria, nei conflitti e nella sofferenza”, ha dichiarato il presidente dei piantatori di banane della piccola isola di Santa Lucia, commentando il verdetto e condannando la campagna politicamente scorretta dell’amministrazione Clinton: Evidentemente, i Tedeschi, grandi consumatori, per nulla intenzionati a pagare le loro banane ad un prezzo un po’ più alto di quelle della Colombia, non sono stati degli alleati a prova di bomba in quest’affare. A Jacques Chirac che rimproverava quel tradimento all’amico Kohl, e denunciava le conseguenze della produzione “ancora peggiori della schiavitù” sulle piantagioni americane, il cancelliere tedesco ha risposto: “La morale è una cosa, gli affari un’altra”.

Con la deregulation in tutti i paesi del mondo, con lo smantellamento delle regolamentazioni nazionali, non vi è più alcun limite alla riduzione dei costi e al circolo vizioso suicida. E’ un vero e proprio gioco al massacro tra individui e tra popoli, a spese della natura.

Infine, l’attuale mercificazione totale non risparmia l’Africa. Qui essa assume la forma particolare della “zairizzazione”, vale a dire della mercificazione e la privatizzazione integrale della vita politica. I rapporti sociali, il notabilato e l’accesso al potere sono inglobati ad ogni livello nella sfera mercantile. Il mercato colonizza lo Stato, molto di più di quanto non avvenga il contrario. L’esito di questo processo è ciò che Jean-Francois Bayard chiama “via somala allo sviluppo”, fondata sul traffico di droga, criminalità di Stato, stoccaggio di rifiuti tossici industriali, e così via.

 

II La trappola del debito e lo strangolamento dell’Africa

E’ in questo contesto dei rapporti “imperialisti” di dominazione Nord-Sud che occorre collocare il problema del debito. Il debito non è che uno degli elementi dell’insieme che contribuisce al soffocamento dell’Africa: “C’è una vera ipocrisia nel pretendere di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e nel medesimo tempo saccheggiarli senza vergogna” dice André Franqueville. Aggiunge: ” Le due facce del saccheggio attuale del Sud da parte dei paesi ricchi sono conosciute: da una parte, un rimborso esatto senza pietà di un debito esterno in realtà inestinguibile perché aumenta in proporzione alla restituzione, grazie a un ingranaggio finanziario davvero machiavellico, d’altra parte, un saccheggio delle risorse naturali, materie prime, minerali e energetiche, produzioni agricole (e in conseguenza rovina dei suoli) per obbligare a questa restituzione.

Inoltre, questo saccheggio si trova rinforzato dalla svalutazione dei pressi di queste materie prime, saggiamente organizzata sul mercato internazionale e dichiarata ineluttabile, e sottomessa all’ingiunzione neo-liberista di esportare sempre di più purché nuovi prestiti siano accordati. Dalle conquiste coloniali il saccheggio continua; la sua ultima forma è quella dell’accaparramento delle risorse genetiche di questi paesi grazie al deposito di brevetti usurpati, come quello dei Nord-Americani sulla quinoa in Bolivia”(1).

Non verranno qui sviluppati commenti sul modo in cui la trappola del debito s’è innescata, tra riciclaggio di petroldollari da parte delle banche dopo il 1974 ed innalzamento congiunturale dei tassi di interesse per finanziare il debito americano. I miti dello sviluppo basato sul credito diffusi dal Nord, spesso in perfetta buona fede, e le illusioni dello scambio indebitamento-crescita nutrite al Sud sono stati nel medesimo tempo alibi e prove del dramma. Così, come dicono Fottorino, Guillemin e Orsenna: “L’Africa è un cimitero di elefanti bianchi (…).

A differenza dei veri pachidermi, ahimè non sono però in via di estinzione. Si tratta di costruzioni sontuose, inutili, costose, che in più hanno la facoltà di aggravare il debito dei paesi africani, di non funzionare, di trasformarsi nel giro di pochi anni in rovine, in ruggine o in fantasmi: Dighe, cementifici, alberghi nel deserto, zuccherifici, centrali elettriche, i branchi di elefanti bianchi calpestano l’Africa, spremono la finanza pubblica, arricchiscono le imprese occidentali con la compiacenza, se non l’incoraggiamento, delle organizzazioni internazionali” (2). La perversione intrinseca dell’anatocismo (3) (interessi composti) strangola il debitore dal momento che questo utilizza il denaro per finanziare spese improduttive (armamenti o consumi) oppure fa cattivi affari. Ricordiamo che un soldo prestato al 3% all’epoca di Carlo Magno renderebbe oggi pianeti d’oro.

In un racconto di fantascienza intitolato “interesse composto” si immagina un eroe, che viaggia nel passato, proprio al fine di investire qualche spicciolo i cui interessi gli serviranno a costruire la sua macchina per risalire il tempo (4). Questa situazione potrebbe valere fino ad un certo punto per i fondi di pensione, non certo per l’Africa! Certamente anche la crescita obbedisce in teoria alla medesima legge, in un secolo il PIL sarebbe moltiplicato per 867 al tasso del 10%! Ma ahimè i piani di aggiustamento strutturale imposti dal FMI lasciano poche speranze di raggiungere stabilmente tassi simili! Bisogna esportare sempre più e far circolare le entrate da esportazione, il che però porta al risultato di far abbassare i corsi (svalutazione). Come per Sisifo, bisogna risalire una china senza fine ed il carico diventa sempre più pesante.

Anche se le entrate da esportazione faticosamente ottenute fossero confiscate, i nuovi prestiti non arriverebbero a liquidare gli interessi maturati. Una volta attivato, lo strangolamento si rafforza, il debito nutre il debito. La terapia infernale delle istituzioni finanziarie internazionali dà il colpo di grazia al malato, pretendendo di guarirlo. L’antica rappresentazione del vampirismo degli usurai viene rinnovata. La morsa del debito (per riprendere il titolo del libro di Aminata Traore) costituisce un eccellente mezzo per mantenere i paesi del Sud in stretta subordinazione.

“Grazie alla morsa del debito esterno e dell’abbassamento dei prezzi delle materie prime, scrive André Franqueville, una riconolizzazione si è messa in atto sotto il giogo degli organismi internazionali di cui gli Stati Uniti sono il capo” (5).

E’ stata proclamata con grande pubblicità la possibilità di annullare l’80% del debito dei paesi poveri nel giugno 1996 nel corso del G7 di Lione, poi in quello di Colonia il sacrificio dei ricchi è salito al 90%. Tuttavia, dietro l’annuncio ad effetto, si nasconde una grande truffa.

I dati sono impietosi e mettono in luce l’indecenza, o meglio l’oscenità della pretesa generosità. Tra il 1982 ed il1998 i paesi del Sud hanno rimborsato quattro volte l’ammontare del debito. Tuttavia, questo era quattro volte più elevato che nel 1982 ed arrivava a 1950 miliardi di dollari! Il Terzo mondo rimborsa ogni anno più di 200 miliardi di dollari, quando gli aiuti pubblici allo sviluppo (compresi prestiti rimborsabili) non oltrepassano i 45 miliardi di dollari l’anno. L’Africa subsahariana, dal canto suo, spende per rimborsare il suo debito quattro volte di più di quanto spenda per la salute e per l’istruzione.

Le misure d’annullamento rasentano l’effetto della peggior vaselina. Occorre, in effetti, distinguere tre tipi di debito: quello verso la Banca Mondiale ed il FMI, che non è negoziabile, ma che per i paesi africani rappresenta dal 30 al 75% dell’indebitamento; quello verso le istituzioni private che non è proprio questione d’annullare e che rappresenta più del 50% dell’indebitamento dei paesi latino-americani ed asiatici; quello infine tra Stato e Stato che è il solo per il quale è pensabile l’annullamento. Questo, per i paesi poveri e più indebitati, deve essere negoziato caso per caso con il Club di Parigi. In tal modo un paese dell’Africa nera che deve, per esempio, quattro miliardi di dollari, di cui due a Banca Mondiale-FMI ed uno a banche private, può sperare nell’annullamento dell’80-90% del restante miliardo dovuto al Club di Parigi.

Tuttavia un artificio tecnico riduce ancor di più quest’ultimo ammontare. Se ha già avuto luogo, com’è probabile, un riscaglionamento del debito (per esempio su 600 milioni), l’annullamento non riguarderà che la parte non scaglionata, al massimo relativa a 360 milioni, ovvero il 9% del totale del debito. E’ così che, fino ad oggi, l’ammontare annullato rappresenta 25 miliardi di dollari, ossia meno del 2% del totale! (6). Siamo ben lontani dall’iniziativa Jubilée 2000 che riguarderebbe circa 300 miliardi e che è ben al di qua dell’ampiezza del problema.

Anche se tutti i debiti fossero davvero annullati, tutti i “meccanismi” che hanno generato questa situazione perversa resterebbero al loro posto. La partita ricomincerebbe ancora più dura. Non è l’indebitamento che crea la povertà, ma è vero il contrario. A dispetto di quello che ci fanno credere, rifiutare il debito, come ho sempre sostenuto, non avrebbe probabilmente grossi effetti pregiudizievoli sul piano economico per i paesi interessati, anzi il ontrario. L’irrealismo della proposta è altrove. Per i paesi dell’Africa, in ogni caso, sarebbe semplicemente suicida: la loro indipendenza è infatti totalmente fittizia. Se il Cile di Allende, per aver toccato gli interessi americani, è stato vittima di un colpo si stato fomentato dalla CIA e dall’ATT, si consideri che tutti i regimi dell’Africa, infinitamente più fragili, sono sotto stretta sorveglianza. Essi debbono “filare a bacchetta”. Dal momento che la resistenza è votata alla sconfitta, non resta loro che la dissidenza.

 

III Far fronte: le lezioni dell’altra Africa (come laboratorio del doposviluppo)

L’economia mondiale, con l’aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha escuso dalle campagne milioni e milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita tradizionale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e ammucchiarli nelle “bidonville” nelle periferie del Terzo Mondo. Sono questi i “naufraghi dello sviluppo”. Condannati, nella logica dominante, a scomparire, non hanno altra scelta per sopravvivere che organizzarsi secondo un’altra logica. Devono inventare, e certi lo fanno davvero, un altro sistema, un’altra vita.

Vedere l’altra Africa come un laboratorio del doposviluppo, significa vedere l’informale in positivo, vederlo positivamente, di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.

Si tratta di vedere con occhio diverso il modo stupefacente in cui sopravvivono gli esclusi dal mondo ufficiale. Nell’informale che ci interessa, non si in un’economia, sia pure altra, si è in un’altra società. L’economico non si è autonomizzato in quanto tale. Esso è dissolto, incorporato (embedded) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell’Africa. Per questo il termine di società vernacolare è più appropriato per parlare di questa realtà di quello di economia informale.

Tuttavia la società vernacolare non è sicuramente un paradiso ritrovato. Prima di tutto, si tratta dei modi in cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono ( o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono nelle reti. I “collegati” (reliés) formano dei “grappoli” (grappes). In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile si “cassetti” (tiroirs) sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia.

Così la società vernacolare ( o l’oikonomia neo clanica come la chiamo nel libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali.

Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravivenza reinventando il legame sociale e facendo funzionare tale legame sociale. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche.

Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l’osservatore attento ai “grappoli” di “collegati” della società vernacolare è l’importanza del tempo, dell’energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Se si dispiega un’attività intensa, sarebbe abusivo nella maggior parte dei casi parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi, occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno, al gioco… “La festa, osserva Eric de Rosny, occupa un posto smisurato in proporzione ai mezzi finanziari della popolazione, tutti gli economisti lo dicono, ma essa è appropriata ai suoi bisogni affettivi” (7).

Si sarà riconosciuta facilmente in questo funzionamento della società neoclanica una logica molto diversa della logica mercantile, quella del dono e dei rituali oblativi. Qui, come ovunque, il legame sociale funziona sulla base dello scambio: m lo scambio, con o senza moneta, si basa più sul dono che sul mercato. Ci si trova di fronte al triplice obbligo di donare, ricevere e restituire così come lo analizza Marcel Mauss. La cosa centrale e fondamentale in questa logica del dono è il fatto che il legame sostituisce il bene.

 

Conclusione

La società vernacolare, ma anche in Europa le banche del tempo, i LETS (local exchange trade system), i SEL (systémes d’échange locaux) sono forme di dissenso dalla norma. Questi ultimi più coscienti, ma anche più fragili della società vernacolare. Sono anche forme di resistenza alla mondializzazione dell’economia e all’economicizzazione del mondo. Sono tutti dei laboratori del futuro, laboratori del dopo sviluppo.

Nel caso dei SEL, si tratta invece piuttosto di una risposta locale a una sfida globale. Come dicono i fondatori del SEL dell’Ariege; “In qualche modo noi rispondiamo a problemi mondiali con una soluzione locale”. Un SEL stimola la produzione locale e risponde a bisogni locali. Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l’inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli “informali” dell’altra Africa non fanno nulla di diverso.

C’è una lezione dell’esperienza africana della società vernacolare che può servire anche per tutti coloro che sono impiegati in imprese alternative.

La nostra riflessione conduce alla realizzazione di una coerenza globale dell’insieme delle innovazioni alternative: cooperative autogestite, comunità neo-rurali, LETS (Local Exchange Trade Systems) e SEL (Systémes d’Echange Locaux), auto-organizzazione degli esclusi al Sud. Queste esperienze ci interessano soprattutto in quanto forme di resistenza e di dissidenza al processo di crescita e potenziamento dell’omnimercificazione del mondo. Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative volontarie è, infatti, di rinchiudersi nella fortezza che ha permesso loro di nascere e svilupparsi invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di una nicchia. La “fortezza” è un concetto di strategia militare di conquista e di aggressione, legata alla nazionalità economica dominante.

Ciò che può fare vivere l’impresa alternativa è piuttosto la nicchia, un concetto ecologico molto più vicino all’antica prudenza (la phronesis di Aristotele) e a una concezione sociale dell’efficacia, estranea all’efficienza economica. L’impresa alternativa sopravvive in un contesto che è e deve essere diverso dal mercato mondializzato.

E’ questo contesto dissidente che occorre definire, proteggere, mantenere, rinforzare e sviluppare per la resistenza. Invece di battersi disperatamente per conservare la propria fortezza all’interno del mercato mondiale, occorre militare per ingrandire e approfondire la nicchia a margine dell’economia globale. Riuscire a imporre i prodotti del commercio equo-solidale o dell’agricoltura biologica sugli scaffali dei supermercati, a fianco dei prodotti “non equi” o “anti-biologici” non è un obbiettivo in sé. Va inscritto più in una strategia di fortezza che nell’ottica del rafforzamento della nicchia.

E’ più importante assicurarsi del carattere equo della totalità del processo, dal trasporto alla commercializzazione, cosa che esclude in prima battuta il supermercato e allarga il tessuto organizzativo. L’estensione e l’approfondimento della rete di complicità è il segreto di riuscita e deve essere la preoccupazione principale di queste imprese. I Consum-attori (consumatori e cittadini) non sono che un elemento di un insieme che deve essere articolato: SEL, produttori alternativi, neo-rurali, movimenti associativi impegnati su questa strada. E’ questa coerenza che rappresenta vera alternativa al sistema. Si tratta di coordinare la protesta sociale con la protesta ecologica, con la solidarietà verso gli esclusi del Nord e del Sud, tramite tutte le iniziative per articolare la resistenza e la dissidenza e per sfociare, in fine, in una società autonoma. Non si tratta di concepire la “nicchia” come un’oasi conviviale nel deserto umano del mercato mondiale, ma come un organismo in crescita che fa arretrare il deserto.

(1) – André Franqueville, op. cit. Pp. 17-18

(2) – E. Fattorino, Chr. Guillemin, E. Orsenna, “Besoin d’Afrique », Paris, Fayard 1992, pp 32-33

(3) – Anatocismo : il fatto che gli interessi già scaduti (cioè maturati) e non pagati diventino bene capitale e come suscettibili di produrre interesse a loro volta (dal greco anatokismos = usura). Ndt.

(4) – Citato da Rex Butler in “Acheter le temps”, Traverscs n° 33-34, Politique fin de siécle, Paris 1982

(5) – Anurée Franqueville, “Du Cameroun à la Bolivie. Retours sur u itinèraire », Karthala, Paris 2000, p. 13

(6) – Eric Toussaint, « Briser la spirale infernale de la dette », Le Monde diplomatique, Paris, septembre 1999

(7) – La nuit les yeux ouverts, Seuil 1996, p. 276

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giovedì 21 giugno 2018

Fondi avvoltoio, «aiutiamoli a casa loro» - Marco Bersani



Mentre col cuore siamo a bordo dell’Acquarius e con la mente sognamo una manifestazione nazionale che abbia come striscione di apertura: “Stranieri, non lasciateci soli con questi italiani”, ecco un modo immediato e concreto di “aiutarli a casa loro”: fare come in Belgio e dire un chiaro stop ai Fondi avvoltoio.
E’ di questi giorni la notizia della sentenza della Corte Costituzionale belga che, respingendo il ricorso di Nml Capital, fondo avvoltoio con base alle isole Cayman e di proprietà del colosso statunitense Elliott (recentemente entrato nel capitale sociale di Tim), conferma la legge approvata all’unanimità dal Parlamento belga nel 2015.
La legge applica una raccomandazione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che “impegna gli Stati a implementare quadri giuridici che restringano le attività predatrici dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni”; in particolare, impedisce ai fondi di ottenere rimborsi superiori al prezzo di acquisto dei titoli bloccando di fatto ogni possibilità di speculazione.
Ma cosa sono i fondi avvoltoio e come operano?
Tecnicamente si tratta di fondi di investimento specializzati in “investimenti in difficoltà” ma gli addetti ai lavori li chiamano vulture funds, ovvero fondi avvoltoio, perché se iniziano a volteggiare su una società è perchè sentono l’odore delle carogne, siano esse i crediti in sofferenza delle banche o le compagnie industriali sull’orlo della bancarotta.
Una delle attivtà su cui si sono specializzati, sempre con le medesime modalità, è l’acquisto a prezzo scontato del debito pubblico di Stati in default, per poter poi citarli in giudizio ed ottenere il rimborso integrale del valore nozionale del debito e degli interessi conseguenti.
L’esempio più famoso riguarda il defalut argentino, quando alla fine del 2001, il governo Kirchner dichiarò bancarotta e avviò una drastica riduzione del debito di circa il 70% (l’operazione si chiama tecnicamente concambio, ovvero la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimento inferiore e a scadenza differita). Solo il 7% dei creditori non accettò la nuova offerta. Fu a quel punto che arrivarono i fondi avvoltoio – Nml Capital in primis – che acquistarono i bond argentini a prezzi stracciati, fecero causa al governo argentino, presso la corte distrettuale di New York, e la vinsero. L’operazione fruttò ai fondi avvoltoio profitti del 1600%. D’altronde il motto di Paul Singer, miliardario e proprietario del fondo Elliott, è “mettere pressione sulla preda”.
Ma innumerevoli sono le situazioni in cui questa formula si è ripetuta, mettendo in ginocchio interi Stati e popolazioni: basti pensare alla Repubblica del Congo che, nel 2002, dovette pagare ai fondi Kensington e FG Hemisphere l’equivalente di 7 punti percentuali di Pil e circa un quarto della propria spesa pubblica.
La sentenza della Corte Costizionale belga è dunque fondamentale per la lotta contro i creditori illegittimi, che a livello internazionale è da anni attiva e che ha già ottenuto importanti risoluzioni: dalla cosiddetta Addis Abeba Action Agenda adottata dall’Onu nel 2015 alla recente risoluzione del Parlamento Europeo (17 aprile 2018) che chiede espressamente agli Stati membri dell’Unione Europea di legiferare contro le speculazioni dei fondi avvoltoio, ispirandosi direttamente alla legge belga.
Ecco un modo immediato per “aiutarli a casa loro”: approvare un provvedimento normativo il cui testo è disponibile con un semplice copia-incolla e il cui costo sarebbe oltretutto pari a zero.
Missione forse impossibile per chi ha fatto della forza coi deboli e della debolezza coi forti la propria cifra di governo.
Con Valencia nel cuore.

venerdì 11 maggio 2018

PERCHÉ NON TI FANNO RIPAGARE IL DEBITO - Marco Bersani





C’è vita oltre il debito? - Marco Bersani

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil). Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.
Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream. Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.
D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.
Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.
Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà. Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.
La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare. Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro. Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.
C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:
“La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .
È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).
Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vscomune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.
Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare. Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.
Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene. Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.