Visualizzazione post con etichetta statue. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta statue. Mostra tutti i post

martedì 18 agosto 2020

La memoria, i monumenti e la dimenticanza – Francesco Cataluccio

 

Alla periferia di Cracovia, nel quartiere operaio di Nowa Huta (“Nuova Acciaieria”: quello costruito dagli anni Cinquanta dagli “uomini di marmo” del celebre film di Andrzej Wajda), si ergeva nella piazza principale (oggi chiamata Piazza Reagan) una statua di Lenin, oggetto nel corso dei decenni di ripetuti “atti vandalici”.

Agli inizi degli anni Novanta fu abbattuta e svenduta a uno svedese, Bengt Tage Erling Erlandsson, detto Big Bengt (1922-2016), fondatore del grande parco divertimenti “Chaparral” a Hillersturp, nella regione di Småland. La statua è stata esposta pubblicamente una sola volta, nel 2008, e sarebbe poi stata venduta a un’asta.

Altro destino hanno avuto le statue di Lenin (ma anche di Marx, Béla Kun, eroi del lavoro, soldati dell’Amata Rossa) che si ergevano nelle piazze ungheresi. In mezzo alla campagna, a 10 chilometri da Budapest, è stato istituito, nel 1993, il Memento Park, che raccoglie 42 statue realizzate durante l’epoca comunista. Nel 2006 vi è stata collocata anche una copia della statua degli stivali di Stalin: nel 1956 la gente in rivolta si era sfogata contro l’enorme statua del dittatore sovietico, in Dózsa György út, facendola crollare a terra e lasciando sul piedistallo solo gli stivali. Nei parchi, queste statue, che a sempre meno persone ricordano qualcosa, hanno così l’opportunità di una nuova, e più tranquilla, vita, al riparo degli attacchi degli iconoclasti.

Un monumento è un documento, ha scritto lo storico francese Jacques Le Goff, (Documento/Monumento, Enciclopedia Einaudi, vol. 5). La testimonianza di un fatto che si è deciso (mai all’unanimità!) di considerare degno di memoria e di lezione/ammonimento per le generazioni future. Un documento che serve agli storici della mentalità per ricostruire un particolare sentire (che è quasi sempre quello dei vincitori o dei rappresentanti di una cultura in quel momento egemone). Questo ovviamente non ha nulla a che fare con un’oggettiva (sempre che sia possibile) valutazione del valore di un personaggio. Né tanto meno con la Verità, che in greco antico significava: non-dimenticanza (áletheia).

I monumenti hanno molto a che fare con la nostalgia. Nel linguaggio comune la nostalgia è quel particolare moto di commozione per il passato, per ciò che si è vissuto, ma anche che non si è vissuto, se non retrospettivamente, ovvero come rimpianto, che è diventato tipico della cultura contemporanea. Jean Starobinski notò che mentre nel passato la nostalgia designava uno spazio e un paesaggio concreti, le nozioni contemporanee designano soprattutto persone (o le loro immagini, o ancora i loro sostituti simbolici) e una persistenza soggettiva del passato vissuto (cfr. La leçon de la nostalgie, 1966).

I monumenti, in quanto appunto “sostituti simbolici” del nostro rimpianto per qualcuno o qualche fatto accaduto, sono la rappresentazione di una memoria nostalgica che nulla ha a che fare con la verità storica. Per questo motivo i monumenti sono sempre stati oggetto di attacchi e distruzioni, in occasione di rivoluzioni, controrivoluzioni, cambiamenti del comune sentire o obbiettivi dello sfogo della rabbia di alcuni gruppi di persone. Facendo parte delle mille controversie e conflitti che caratterizzano la Storia, i monumenti sono quindi destinati ad essere abbattuti.

Adriano Sofri ha quindi ironicamente sostenuto: “È dovere dei governi e delle autorità pubbliche continuare e moltiplicare l’erezione di statue, in considerazione delle generazioni future. Le generazioni future non devono restare senza niente da abbattere. Innalziamo statue. Investiamo sull’avvenire in cui, più o meno remoto che sia, esse saranno abbattute o demolite o almeno traslocate in qualche periferia. È infatti un futile pregiudizio che si innalzino statue per assicurare un’immortalità: da 40mila anni le statue servono solo a prolungare il tempo degli umani e specialmente dei più notabili e potenti fra loro. I quali, a differenza della moltitudine degli anonimi (almeno fino a quando non è stato universalizzato il quarto d’ora di notorietà) sono destinati a una doppia mortalità: prima in quanto corpi, poi in quanto statue” (A. Sofri, Anche le statue muoiono, in “il Foglio”, 29/VI/2020).

Si parla ovviamente di statue agiografiche: monumenti dedicati a uomini politici ed eroi militari. Oppure a personaggi controversi: come il brutto e immeritato, a mio parere, monumento a Indro Montanelli nei Giardini di Porta Venezia a Milano. Altro discorso va fatto per i monumenti che ricordano le Vittime, i Giusti e i benemeriti della Cultura. Oltre a statue in ricordo di chi è stato ammazzato, torturato, bruciato vivo (come Giordano Bruno), o ha salvato altre persone, le piazze delle città e dei paesi dovrebbero essere piene di monumenti dedicati a poeti, musicisti, artisti, filosofi. Oppure abbellite con opere d’arte.

Trovo bellissima, ad esempio, a Milano, la statua del dito medio, opera di Maurizio Cattelan, davanti alla vecchia sede della Borsa. La statua di Cattelan ricorda il colosso di Costantino, conservato in frammenti nel cortile del Palazzo dei Conservatori nel Campidoglio, a Roma. Il dito (in questo caso il medio) è l’ultima scheggia della statua dell’Imperatore che misurava dodici metri in altezza. Il dito ritto, più che un monito a non perdere di vista ciò che è superiore o un insulto, è soltanto una patetica manifestazione di trionfo, come quando lo usano certi calciatori dopo aver segnato un goal.

I monumenti che celebrano personaggi politici storici (quando non siano delle opere d’arte degne quindi di esser collocate nei musei), dovrebbero essere rimosse e collocate in appositi parchi, come nell’Est Europa. Si immagini, ad esempio, tutte le statute equestri di Vittorio Emanuele o Garibaldi come potrebbero abbellire un prato in una spettacolare cavalcata di bronzi.

I monumenti, in quanto rappresentazioni, in fondo hanno a che fare solo marginalmente con la Memoria. La memoria condivisa è un’utopia. E anche la Verità storica. Nel 1992 si tentò di produrre un testo scolastico di storia su scala europea, radunando un gruppo di dodici storici in rappresentanza di altrettanti Stati europei. Il risultato è stato un fallimentare libro, pubblicato in francese nell’edizione originale: la Storia dell’Europa. Popoli e Paesi.

Nonostante le Raccomandazioni per i Professori di Storia, emanate nel 2001 dal Consiglio d’Europa, ci si è dovuti accorgere che, proprio a partire da quell’anno, l’interesse politico per un approccio storiografico di tipo nazionale andava rapidamente crescendo nei curricola scolastici di molti Paesi, con una conseguente diminuzione d’interesse per le tematiche europee. Dopo secoli di guerre e massacri, confini che si sono spostati decine di volte, la Memoria degli europei è frammentata come i linguaggi dopo il crollo della Torre di Babele. È impossibile avere una memoria comune e cercare di aiutarla scrivendo una Storia dell’Europa che metta d’accordo e accontenti tutti. La complessità è tale che non si fa ridurre e risolvere con dei compromessi. Così come molto rari sono appunto i “monumenti comuni” europei.

Non è quindi dalla Storia che si può pensare di creare una coscienza europea condivisa. Bisogna partire dai Valori comuni e comprendere come il Nazionalismo, facendo leva sulla Memoria e sulla Lingua, ha sì generato, alle origini, emancipazione, autonomia e indipendenza dei popoli, creando appartenenza e identità (e monumenti!), ma i suoi prodotti peggiori, lo stato nazionale, il populismo, il totalitarismo, hanno assunto l’altro, il diverso, prima come straniero poi come nemico, e infine gli hanno negato, con la discriminazione razzista e la guerra, il diritto ad esistere. Il nazionalismo, del quale molti monumenti sono espressione, ha portato ad Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, a Srebrenica.

da qui

lunedì 27 luglio 2020

#BlackLivesMatter, la Storia, i Washington Redskins e il Museo di storia naturale di New York - Gennaro Carotenuto


Il fertile dibattito sviluppatosi intorno a #BlackLivesMatter, a partire dall’assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto suprematista bianco con precedenti specifici per razzismo, e poi slittato su questioni collaterali, quali (in Italia) le vestigia del fascismo o una presunta egemonia del cosiddetto “politicamente corretto”, tocca a mio avviso aspetti cardine del rapporto tra gli storici e le fonti altre rispetto al documento tradizionale. Sento il bisogno di fare delle considerazioni iniziali e infine soffermarmi su quello che per me è un caso di scuola: l’American Museum of Natural History di New York, interessante ben oltre la statua di Theodore Roosevelt che è stato deciso di rimuovere. Anticipo un punto: non è il vecchio Teddy in discussione, è la statua a essere impresentabile.
Anche all’interno della SISSCO, la società scientifica degli storici contemporaneisti, si discute, in particolare partendo da due interventi dell’ex-presidente Raffaele Romanelli, trascesi sulla stampa nazionale. Preferisco però riflettere sul nostro rapporto con le fonti per studiare il passato più che sul documento dell’Harper’s Magazine, noto anche come #cancelculture, che con le più grandi firme egemonizza da giorni il dibattito del mainstream, in meritoria difesa del free speech, come faceva prima di George Floyd e continuerà a fare domani, in genere senza contradittorio. Tale dibattito rischia di occultare il fatto che ci troviamo di fronte a una inestimabile opportunità di riflettere sull’intenzionalità di agenti di memoria e di storia quali l’architettura, i monumenti, la toponomastica, la museografia, per tacere dell’universo audiovisuale, ben rappresentato dal caso “Via col vento”, sul quale l’americanista Arnaldo Testi ha ricordato cose a mio parere sostanziali. Non è da oggi, non è una moda, non è dalla nostra sensibilità del XXI secolo che le “rappresentazioni discriminatorie” siano considerate inaccettabili. In questo senso le richieste di #BLM sono tutt’altro che presentiste, ma frutto di una riflessione e di una militanza di lungo periodo, spesso sottovalutate, che metterebbero insieme Frederick Douglass con Martin Luther King e i ragazzi di oggi, compresi i neo-italiani privati di cittadinanza, sulla base di impostazioni e perfino di piattaforme comuni. Infine, in qualunque contesto umano, ma in particolare in quello discriminatorio è fondamentale ricordare che chi non è vittima di discriminazione, anche se aperto e sensibile e probabilmente ha letto più libri, visto più mondo e conosce la grammatica meglio di chi è discriminato, ha comunque difficoltà a capire cosa duole, cosa faccia davvero male al discriminato stesso.
La professione di storico si sta modificando. Si è sempre modificata – come tutto – ma negli ultimi decenni è andato mutando l’oggetto di attenzione degli storici e lo stesso statuto epistemologico della disciplina. Eravamo la “Scienza della Nazione”, ora siamo una scienza del passato che dialoga col presente e con altri saperi. I nostri colleghi del passato avevano probabilmente un atteggiamento più pacificato del nostro. La Storia, ancora fino all’altro ieri, era innanzitutto incarnata dai “grandi uomini della Nazione”. Tra archivio e monumento c’era una relazione diretta: se in una piazza c’era un monumento equestre, allora doveva esserci un archivio che parlava di quel cavaliere. Da tempo non è più così. Molti di noi si occupano d’altro, di masse, genere, consumi, differenze, incontri più che di scontri, diritti conquistati e diritti conculcati, temi transnazionali; soprattutto molti di noi si occupano di soggettività non egemoni, che non lasciano tracce né negli archivi né nella toponomastica. È proprio lo studio di tali soggettività a riconsiderare criticamente la consacrazione che avviene attraverso la monumentalità celebrativa, ovvero i grandi uomini e/o il “popolo di eroi” identificato con le forze armate. Non è un caso che, a tale monumentalità, se ne sia affiancata una commemorativa. Penso ovviamente ai muri della memoria (o alle pietre d’inciampo), con la restituzione almeno del nome alle vittime; della Shoah, dei linciaggi negli USA, del Piano Condor in America latina, della pulizia etnica a Srebrenica. A volte dobbiamo prendere atto che i grandi uomini da celebrare siano gli stessi che hanno lasciato anche lunghe liste di vittime da commemorare.
Tale riformulazione, sulla quale nelle università credo si possa riflettere tranquillamente, ha il grave difetto di non essere affatto condivisa (e forse neanche compresa) da una società della comunicazione e un’opinione pubblica che sembrano andare da tutt’altra parte, afferrandosi ai “grandi uomini” come unico strumento di sintesi che paiono in grado di decodificare. Per stare all’Italia unita, sembra non esserci altro che Benito Mussolini e poco più. La dinamica è binaria, e non sai più se a discutere con te sia un essere umano o un troll programmato dalla Bestia: “if Montanelli then Pasolini”, “if Marzabotto then foibe”. Più la società chiede di tagliare con l’accetta, per santificare o dannare senza mediazioni, è anche il caso di #BLM, più il ruolo degli storici diviene interstiziale tra complessità e semplificazione. Siamo obbligati a dialogare con entrambe, non foss’altro perché altrimenti la pubblicistica ci renderebbe ancora più marginali.
Trovandoci di fronte ad agenti di memoria diversi, elaborare una teoria generale è ben difficile: gli edifici si usano e raccontano a volte più e più storie sovrapposte, i monumenti celebrano e disegnano egemonie politiche e culturali, i musei ieri conservavano e oggi insegnano.
Un edificio racconta proprio perché ha un valore d’uso, che può cessare, modificarsi o divenire inadeguato. Un monumento, come la toponomastica, serve a celebrare, onorare, glorificare. Non sono d’accordo che serva a “riflettere sul passato”, altrimenti molti di noi avrebbero un bel busto di Mussolini in soggiorno. L’ambito pubblico che produce monumenti esprime un “esprit du temps” che dobbiamo identificare, studiare e preservare, ma anche l’iconoclastia è legittima espressione di un altro spirito del tempo, a volte controegemonico, a volte espressione di una nuova egemonia. 
Vi fu uno spirito del tempo che elevò statue a Saddam Hussein o a Francisco Franco e un altro che le rimosse. Se una cosa non ho visto rimarcare nel dibattito è il grande potere riparatorio dell’abbattimento dei simboli dei carnefici. Per le vittime è enorme, taumaturgico, e può elaborare lutti e sanare ferite aperte da decenni, se non intergenerazionali. Possiamo allora tenerci o rimuovere Cristoforo Colombo, a patto di sapere che i motivi per i quali si celebra il Columbus day sulla Quinta strada non abbiano alcuna attinenza né con quelli per i quali lo celebrò Karol Wojtyla nel 1992 a Santo Domingo, né con quella italianista dello spirito magno. E possiamo tenerlo e abbatterlo a patto di sapere che vi siano infiniti argomenti e riflessioni anche nelle controcelebrazioni e nelle richieste di rimozione perché queste possano essere liquidate come violente o illiberali (Cfr. L. Ruberto, J. Sciorra, ‘Columbus might be dwarfed to obscurity’: Italian Americans’ Engagement with Columbus Monuments in a Time of Decolonization, Palgrave 2019).
Vado dunque al mio punto: l’American Museum of Natural History di New York. Per capirci è quello del dinosauro in biglietteria, affacciato su Central Park West. Come detto, nel nostro presente, il museo ha modificato la sua funzione, per organizzare vestigia del passato per trasmetterne la conoscenza. Per tanti nostri laureati è uno sbocco professionale possibile, anche nel contesto della Public History. Concepito nei decenni a cavallo del 1900, fondato nel ’69 e terminato nel ’36, ospita in centinaia di sale dalla storia della paleontologia a quella delle esplorazioni spaziali. È visitato da cinque milioni di persone l’anno e, per i bambini o adolescenti di mezzi Stati Uniti, è un luogo emozionante, votato a svelare e toccare con mano i segreti del mondo. Fin dall’uscio vi è il celebre monumento equestre a Theodore Roosevelt del quale le proteste di #BlackLivesMatter hanno ottenuto la rimozione dopo decenni di polemiche: Teodoro a cavallo, con l’elemento nativo e quello afrodiscendente in posizione indiscutibilmente subalterna. Il monumento è purtroppo solo il preludio. L’intero museo è, nel suo insieme, un inno alla supremazia dell’uomo bianco, unico protagonista della Storia ed eroico dominatore della Natura.
Non lo dice chi scrive: il bello (o il brutto) è che siano tutti coscienti da decenni dell’insostenibilità di tale impalcatura discriminatoria, se è vero che basta aggirarsi per le sale per scoprire che i curatori siano già intervenuti in decine di punti a spiegare, contestualizzare, giustificare, perfino scusarsi nel rattoppare quella visione di mondo, e coprire le vergogne come il Braghettone fece con i nudi della Cappella Sistina. Un solo esempio: a fianco di un enorme affresco che, in modo per nulla todoroviano, rappresenta l’incontro tra europei e nativi, c’è un cartellino. Vi si legge in piccolo (vado a memoria): “Non è vero che gli indiani Lenape (quelli che popolavano Manhattan) fossero nudi quando sbarcarono gli olandesi; si sarebbero ibernati. Neanche gli olandesi erano vestiti così eleganti, anzi. Quando fu fatto l’affresco si rappresentavano gli uni e gli altri così per far capire chi comandava e la legittimità della costruzione razzista della società”.
Immagino che, se tutto va bene, la precisazione sia letta e compresa da una frazione di quanti si soffermano sull’affresco (peraltro di scarso valore artistico). Per tutti gli altri continua a essere vigente la narrazione nazionale discriminatoria. Questo schema si ripete in decine di punti del Museo, anche in relazione ad Asia, Africa e Americhe. Chi ha contezza delle polemiche intorno al Museo del Quai Branly a Parigi, ch’è di tutt’altro impianto ed epoca, già che fu inaugurato nel 2006, può moltiplicarle per cento. È evidente che l’intero impianto del Museo sia oggi più che pericolante, e quella funzione eminentemente didattica di quelle sale dove tutti i giorni dell’anno scorrazzano decine di migliaia di ragazzi non possa prescindere da una radicale revisione della “costruzione di senso” pensata dai fondatori, e che guardi a un presente dove la costruzione di una visione discriminatoria non abbia alcuno spazio. 
È un po’ come per i Washington Redskins, la celeberrima squadra di football. Se non ti duole nella carne viva ti domanderai perché mai avranno deciso di cambiare un nome così simpatico e apparentemente neutro. Peccato che quel nome identificasse i nativi come “nostro nemico” in diecimila film. E che la nostra scienza, in particolare l’antropologia evoluzionista, li ha identificati a lungo come selvaggi per antonomasia, ovvero il gradino più basso della natura umana, e che già dal 1850 in alcuni dizionari l’espressione pellerossa venisse considerata offensiva. Allora, cosa c’è che non va – se non ti duole personalmente – nel dare del pellerossa a un pellerossa o del terrone a un terrone? 
In quanto storici possiamo essere molto interessati a una ricostruzione filologica degli imbarazzi vissuti dai curatori del museo nei decenni, ma non c’è alcun motivo logico del perché un bambino discendente dei nativi Delaware debba vedersi tirato il sasso di una costruzione sociale nella quale lui è rappresentato come inferiore, perché così la pensavano i padri pellegrini, e in piccolo si nasconda la mano con una toppa che ammette che quella narrazione sociale sia discriminatoria. E lo stesso vale per un ragazzo afrodiscendente di Harlem erede di Frederick Douglass. O per un bianco Knickerbocker dell’Upper East Side, che magari è proprietario di un intero isolato di Manhattan da duecento anni, ma deve pur capire che non è padrone del mondo intero. O per un ashkenazita di Brooklyn, venuto tre o quattro generazioni fa dalla Bielorussia o per un turista cinese o brasiliano. Possiamo, e concludo, discutere sull’opportunità o meno che mezza capitale d’Europa sia intitolata a un genocida come Leopoldo, che sicuramente “avrà fatto anche cose buone”, o sulla Disneyland del fascismo di Predappio (meno sul mausoleo a Graziani che può solo essere abbattuto essendo un’offesa e un crimine revanscista in sé). Ma non possiamo accettare che la costruzione discriminatoria si poggi sull’intangibilità della supremazia del maschio bianco perché tale supremazia sarebbe vestigia del passato in sé e come tale da preservare. È la statua di Teodoro a nascere discriminatoria, come l’intero Museo, indipendentemente dalla complessità del personaggio o di Woodrow Wilson e non possiamo permettere che la discriminazione continui a essere agente educativo per il presente. Dobbiamo accettare che vi siano vestigia che non sono né neutre né in buona fede e, soprattutto, non siano più adeguate né ai tempi né all’educazione delle nuove generazioni. E non ci dovrebbe essere bisogno che ci versino sopra della vernice rosa per considerarle disfunzionali.

sabato 27 giugno 2020

STATUE E MONUMENTI: CRIMINI, OBLIO, SENSO COMUNE



Statue e monumenti, soluzione alla tedesca? - Claudio Geymonat (*)
In Germania molte opere d’arte discusse e discutibili sono affiancate da pannelli che ne spiegano il contesto e l’origine, nel tentativo non semplice di contestualizzarne la genesi
Fra iconoclastia e tutela ad ogni costo delle statue in quanto rappresentazione della storia collettiva, anche se spesso senza la S maisucola, la Germania da tempo ha scelto una via mediana, che pur non esente a intervalli regolari da critiche, può rappresentare una concreta modalità di gestione delle diverse tensioni. 
Da tempo a fianco di alcuni monumenti e statue i cui soggetti sono stati protagonisti di vicende anche tragiche del passato sono state apposte delle targhe esplicative, che riportano spiegazioni utili a contestualizzare i protagonisti e le vicende rappresentate. Non una giustificazione di alcunché, ma un aiuto a comprendere perché in un dato periodo storico si era sentita la necessità di innalzare una testimonianza concreta a questo o a quel personaggio.
Non tutto è stato ovviamente salvato nel tempo: le opere dedicate ai terribili anni del nazismo sono state in larga parte abbattute, ma col passare degli anni alcune strutture sono state risparmiate, in primis per la loro funzionalità, come il centro congressi di Norimberga, teatro delle oceaniche adunate del reich, mentre le recenti scoperte di campane con frasi o simboli che si rifanno all’identità nazista sono state o spostate in musei accompagnate da targhe esplicative o eliminate, segnale di differenti tensioni su temi che toccano la carne viva del passato tedesco, seppur con una intensità di dibattito decisamente attenuata rispetto a un tempo. L’idea oggi è per lo più che il rischio di un’idolatria postuma sia scongiurata. Quanto questa visione, e previsione, sia corretta, viene spesso da dubitarne.
Stessi dibattiti attorno ai cosiddetti “Judensau”, bassorilievi antisemiti datati Medioevo (anno 1305 quello sulla chiesa di Wittenberg ad esempio), che rappresentano una scrofa che allatta dei giovani ebrei mentre un rabbino è intento a scrutare le natiche dell’animale. Oggi una simile opera ci fa sobbalzare sulla sedia, o almeno dovrebbe. A più riprese in questi anni sono state intentate delle cause per giungere alla loro rimozione (sono una trentina in Germania e un paio in Francia), ma ancora nei giorni scorsi un tribunale ne ha rigettato l’ultima in ordine di tempo, con la motivazione che la scultura è parte di un monumento censito come storico a rilevanza nazionale, per cui non sottoponibile a revisioni di sorta, e aggiungendo che la targa esplicativa (collocata nel 1988) è sufficiente per contestualizzare il suo messaggio offensivo.
Le reazioni indignate continuano a essere molte e migliaia di firme sta collezionando una apposita petizione on line lanciata oramai alcuni anni fa che chiede la rimozione delle Judensau, così come fanno a gran voce il consiglio parrocchiale e lo stesso pastore della chiesa.
Altro aspetto è quello dei monumenti legati al passato coloniale tedesco: anche in questo caso il commissario culturale evangelico Johann Hinrich Claussen ha supplicato di lasciarli il ​​più possibile in piedi e di commentarli storicamente e artisticamente. «È importante ripensare la presentazione insieme, perché molte persone vivono in Germania e hanno una storia di migrazione dalle ex aree coloniali», ha detto Claussen all’Evangelical Press Service (Epd). «Finora, i monumenti coloniali non sono stati al centro dell’attenzione e in questi ultimi anni finalmente qualcosa sta cambiando».
«Abbiamo un grande compito educativo davanti a noi» ha proseguito Claussen. «I monumenti potrebbero svolgere un ruolo importante in questo contesto. Portano un tema scomodo nello spazio pubblico, in modo problematico. Ci sono molti modi comprovati e creativi per fare corretta informazione a riguardo».
In considerazione della richiesta da parte di alcuni gruppi interessati di abolire monumenti o altre forme di memoria come i nomi delle strade, che sono visti in relazione alle accuse di antisemitismo, razzismo o sessismo, Claussen ha dichiarato: «Dobbiamo decidere caso per caso. A volte tali monumenti sono semplicemente sbagliati. e stupidi, altri sono veramente delle ferite, altri vengono attaccati a torto». 
L’associazione Berlin Postkolonial da vari anni sta tentando di far cambiare molti nomi delle vie della capitale tedesca e di altre città. L’ Afrikanisches Viertel di Berlino, il quartiere africano, nei nomi delle sue vie riflette il coinvolgimento coloniale tedesco a cavallo fra XIX e XX secolo: la Wissmannstraße, deriva dall’esploratore Hermann von Wissmann, inviato dal Re Leopoldo II di Belgio in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo vista la sua abilità nel piegare interi villaggi al volere Europeo, bruciandoli; la Lüderitzstraße da Adolf Lüderitz, mercante e personaggio politico nella colonia dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest, corrispondente oggi allo stato della Namibia, sfruttò e prese il controllo delle risorse e terre dei locali. Come riporta il portale Berlino Magazine tutt’oggi in Namibia esiste la cittadina di Lüderitz, soprannominata anche la “Monaco del Deserto”. Stesso discorso per Gustav Nachtingal, Carl Peters o Carl Hagenbeck che commerciava leoni e tigri per il circo di P.T. Barnum e progettò di allestire lo zoo come vetrina per gli animali provenienti dai possedimenti africani della Germania. Seguendo il modello del parco esistente ad Amburgo, il sito avrebbe probabilmente anche ospitato uno zoo umano in cui esibire popolazioni non europee come se fossero una specie di fauna selvatica. Quello zoo non si è mai aperto, ma la sua concezione si rifletteva nei nomi delle strade vicine. Ancora oggi, ci si ritrova a passeggiare lungo Togostrasse, attraversando la Kamerunerstrasse per imbattersi nel piccolo parco sulla Kongostrasse. 
Dibattiti su dibattiti ma i nomi delle vie sono ancora quelli.
La damnatio memoriae non l’abbiamo certo inventata nel XXI secolo e le soluzioni non appaiono semplici, anche in Italia. Come ricordava il pastore Peter Ciaccio, guardiamo al dibattito anche acceso in corso nelle altre nazioni con in fondo un certo distacco, e non sappiamo cogliere che «ci sono, infatti, ancora strade, gallerie, ponti, scuole, caserme, ospedali, addirittura la Biblioteca Nazionale di Napoli, che sono intitolati a Vittorio Emanuele III. Questo nome è legato alle Leggi Razziali: Vittorio Emanuele III fu il sovrano che, firmandole e promulgandole, tradì quei cittadini ebrei delle cui vite era il massimo responsabile in terra.
È un momento buio nella nostra storia, forse il momento più buio del già oscuro Ventennio fascista. Le Leggi Razziali declassarono a nemici della razza italica — qualunque cosa questa espressione volesse dire — uomini, donne e bambini ebrei, che erano fino a quel momento sudditi e cittadini della monarchia, persone che contribuivano al destino del nostro paese.
Ancora oggi, a 75 anni dalla liberazione, il nome di Vittorio Emanuele III appare su decine, forse centinaia di luoghi pubblici: sarebbe ora che quel nome fosse sostituito con i nomi di ben altri italiani, magari proprio di ebrei espulsi dalla vita pubblica italiana a causa di quelle leggi.
Non si tratta di rimuovere la storia o di buttare giù monumenti, quanto piuttosto di prendere atto della storia, di come sono andate le cose. Si tratta di rendere giustizia alla storia, alle cittadine e e ai cittadini ebrei italiani che persero ogni diritto in maniera arbitraria da un giorno all’altro. Sarebbe un gesto di riparazione importante dopo che tanti italiani non ebrei approfittarono come dei rapaci nel ricoprire i posti di lavoro che gli italiani ebrei furono costretti a lasciare liberi, nelle università, nei tribunali, nell’esercito. Sarebbe un importante atto di riconciliazione nazionale. Sarebbe una battaglia che potremmo fare insieme come chiese e comunità religiose, come associazioni laiche che promuovono un’Italia dove non ci sia più spazio per il razzismo. Sarebbe una possibilità di azione comune, di unità».
(*) ripreso da riforma.it

Montanelli, non chiamateli errori: erano crimini - Nadira Haraigue (**)
 “Nessuno schiavo è più infelice di quello che mette al mondo figli destinati a essere schiavi.” (Esopo)
Il tema non è distruggere, rimuovere o salvare una statua perché quelle, aldilà del fatto assolutamente soggettivo che possano piacere o meno, non ci aiuta a guardare la realtà nel suo complesso. Una statua è una semplificazione; l’idealizzazione dei valori che un certo personaggio ha rappresentato che, per sua natura fredda ed asettica, non può cogliere la complessità dell’esistenza soggettiva. Ma l’uomo, evidentemente, ha bisogno di simboli. 
Nella vita, è necessario sapere mettere insieme sia la professionalità e quello che rappresenta, che la morale e l’etica. In politica invece, è utile saper mettere insieme ciò che è in linea con i nostri valori e ciò che non lo è. Altrimenti riabilitiamo il “ha fatto anche cose buone”, o “Italiani brava gente”, senza fare mai davvero i conti con le violenze, i soprusi ed il razzismo del nostro passato coloniale; e poiché non siamo qui a redimere le persone né i popoli, ciò che si è fatto nella vita e i segni che si sono lasciati nella storia, nel bene e nel male, rimangono. Non si può cancellare i capitoli del nostro passato che ci piacciono meno. Ognuno di noi, come individuo e come parte di un collettivo, si porta dietro un’eredità, un lascito del passato che non è possibile abbandonare per strada. Come uno zaino o, a volte, un fardello.
Se dobbiamo parlare dell’uomo Montanelli, è indispensabile precisare che non possiamo semplicemente perdonare tutto o, peggio ancora, inserire tutto in un contesto storico per trovare una scusante. Nella vita esistono i crimini ed esistono gli errori. Abusare di una bambina di dodici anni (a dodici anni si è ancora bambini) dopo averla comprata per “two cents” (e il riferimento non è assolutamente casuale) e chiamata “animaletto docile”, non è un errore, ma un crimine. Perché basato su un presupposto preciso, quello relativo alla superiorità razziale e di genere. D’altronde lo stesso Montanelli diceva: “non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.
Tre uomini bianchi e una donna nera. Un sorriso beffardo sulla bocca di uno di loro mentre la vittima urla e si dibatte tra le mani dei suoi carnefici, invano. È il famoso dipinto «Le viol de la négresse» dell’artista fiammingo Christiaen van Couwenbergh (XVII secolo), che descrive gli orrori del sistema colonialista e schiavista. Ci dimentichiamo o ci conviene dimenticare la violenza coloniale espressa tramite gli stupri. Gli inglesi, i francesi, gli italiani facevano spesso ricorso a queste pratiche sugli africani e, se allora non scioccava perché “si usava così”, giustificarlo oggi è inaccettabile. Contestualizzarlo significa giustificarlo e significa anche esserne complici o, semplicemente, girare lo sguardo da un’altra parte.
Nelle colonie in Africa in generale e nel Corno d’Africa in particolare, i popoli sono stati vittime di atrocità come deportazioni, incendi di villaggi, stupri e torture. Le donne “indigene” sono state particolarmente colpite perché considerate inferiori sia per la razza che per il genere e c’è poco da definire “animaletto docile” una bambina perché la superiorità del maschio bianco la si dimostrava con la forza e con la violenza ma nascosta dietro un piccolo compenso per scaricarsi la coscienza pensando di “aiutare i famigliari”.
Le differenti forme di violenza contro le donne africane si sommavano insidiosamente in un contesto nazionalista, razzista e maschilista che non è estraneo all’influenza di immagini stereotipate del colonialismo dei secoli passati come descrivere le colonie come territori esotici ed erotici che ha caratterizzato il colonialismo fascista in Africa. La colonia dipinta come spazio vergine da scoprire e da conquistare, un nuovo mondo da penetrare. Il discorso coloniale italiano, impregnato di queste immagini, faceva ricorso spesso a delle espressioni suggerite dall’associazione della colonia al corpo delle donne. L’erotizzazione delle colonie è stata inculcata nella mente del colonizzatore fino al XX secolo ed è stata, consciamente o inconsciamente, assimilata dai coloni. Schiavizzare le popolazioni, toglierne l’identità, seviziare, umiliare, stuprare e distruggere.
Le diverse forme di violenza perpetrata sulle ragazzine e le donne africane rivelano comportamenti tipici dei colonizzatori bianchi. Fin dall’inizio della politica coloniale mussoliniana, l’Italia si è inspirata al principio legato al ruolo del Paese portatore di civiltà come lo sono state le altre potenze imperialiste in Africa, sottolineando la sua volontà di impegnarsi in un processo di liberazione dalla schiavitù dei popoli. La schiavitù non fu mai abolita e i popoli mai liberati. Fu solo un passaggio di proprietà da un imperialista ad un altro.
“Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora si avvicina. Quando staremo vicino a te, noi te daremo un’altra legge e un altro Re. La legge nostra è schiavitù d’amore, ma è libertà de vita e de pensiere.”
La sposa bambina di Montanelli assume il profilo della Faccetta Nera di Micheli, canzone che era invisa al governo fascista, perché inneggiava alla mescolanza tra razze ma adorata dai coloni italiani perché, in essa, vedevano riconosciuto il proprio ruolo di civilizzatori e ci nascondevano i loro crimini. Non basta prendere le distanze da Mussolini e dal fascismo. Siamo stati un popolo razzista, suprematista e fautore della retorica del dominatore bianco. Soltanto elaborando gli errori del passato potremo eliminare definitivamente il nazionalismo ed il sovranismo dal nostro patrimonio sociale. È facile dire semplicemente che Mussolini era cattivo. È più complesso riconoscere dei tratti culturali che ci hanno definiti come popolo. Non esistono soltanto le colpe individuali, ma anche le responsabilità collettive. Montanelli e Mussolini sono stati chiamati a rispondere dei propri atti di violenza la cui colpa è ricaduta solo e soltanto su di loro. La responsabilità collettiva dello zeitgeist italiano di inizio 900, invece, ricade su tutti noi, che abbiamo il dovere di riconoscere e porre rimedio agli errori del nostro passato, come popolo e come civiltà.
Montanelli non sì è mai pentito e non ha nemmeno messo in discussione il proprio passato razzista, non ha fatto autocritica, non ha riconosciuto i propri crimini. In breve, aveva sfogato sul corpicino di una bambina i suoi istinti più primitivi e ne parlava con una sconcertante facilità. Guardando con condiscendenza al proprio passato ha riferito al pubblico e ai suoi lettori di essere stato un dominatore buono, amato ed adorato a tal punto dal suo animaletto, da aver condizionato la scelta del nome del figlio di quest’ultimo.
Come può un uomo istruito, un intellettuale, trovare qualcosa di attraente nel corpicino di una bambina ancora priva di forme? Come può, un uomo occidentale ed evoluto, parlare di lei come fosse priva di anima, di paure e di sentimenti? A quelle bambine lasciate pure incinte, hanno annientato ed annullato tutto. Per il semplice motivo che per secoli, il continente africano è stato considerato, ed è tutt’ora considerato, una sorgente di materie prime e schiavi da sfruttare e gettare nell’indifferenziata del mar mediterraneo.
Indro Montanelli era in Africa ai tempi del fascismo ma questi metodi sono stati usati fino a sessanta anni fa quando i coloni erano ancora padroni in terre indigene e durante le guerre di liberazione. Lo stupro come tortura e come tentativo di dimostrare la propria dominazione sul corpo di quelle donne che hanno osato sfidare il bianco per l’autodeterminazione del proprio paese. Lo stupro come punizione per dimostrare la propria superiorità come uomini bianchi. Lo stupro per dimostrare l’ancestrale convinzione della superiorità dell’uomo sulla donna. Lo stupro delle bambine invece è da relegare ad un’altra sfera. È pedofilia e non ci sarebbe nemmeno da discuterne.
A coloro che giustificano Montanelli con la scusa che negli anni trenta si faceva così, bisognerebbe ricordare che negli anni sessanta, scriveva, commentando le rivolte per l’iscrizione di un afroamericano all’università di Oxford: “Per quanto la sollevazione segregazionista fosse un errore, tuttavia questo errore e questo sopruso sono stati un eccesso di difesa ispirato da una preoccupazione che purtroppo è legittima: quella della salvaguardia biologica della razza bianca”. E sempre negli anni sessanta, quando un popolo nordafricano era in guerra contro il colonialismo francese per la propria indipendenza e per cancellare gli abusi, soprusi e stupri che i coloni perpetravano, Montanelli rilasciava un’intervista a Le Figaro Littéraire in cui diceva: “Ah! La Sicilia! Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia. Ma voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani.”
La statua di porta Venezia è dedicata al Montanelli giornalista o al Montanelli razzista? Siamo disposti a perdonare i crimini e le violenze di un uomo per il suo talento e la sua libertà di pensiero?
Parlare della statua sì o no è anacronistico. La statua fu una decisione del Sindaco Albertini e, allora, non ci furono tutte queste polemiche. Non a questo livello. Parlarne oggi ha avuto il clamoroso effetto di spostare lo sguardo da un fatto grave come l’uccisione di Floyd e del razzismo in generale su una questione poco rilevante come una statua. Ma ha avuto l’effetto di fare uscire allo scoperto coloro che, pur di attaccare l’asino dove dice il padrone e nel grottesco tentativo di difendere la figura del giornalista, di giustificare lo stupro, l’acquisto delle spose e la pedofilia.
E questo è inaccettabile.
(**) pubblicato il 22 giugno su “La voce metropolitana” e ripreso da “R-esistiamo” – del gruppo “DEPORTATI MAI PIU’ – dove continua a svilupparsi un dibattito estremamente interessante (e documentato) sulla questione Montanelli e sulle molte connessioni storiche.

Eurodeputata Fofana denuncia al Parlamento europeo la violenza della polizia (con video) - Doriana Goracci (***)




"La Vita dei Neri Conta", ha proclamato al Parlamento europeo l’ eurodeputata tedesca dei Verdi Europei, Pierrette Herzberger-Fofana nata a Bamako,capitale del Mali,71enne: “Quando ho detto al poliziotto che ero un membro del Parlamento europeo, non mi ha creduta”.

Questo e altro -da ascoltare e vedere nel video,- ha dichiarato Pierrette Herzberger-Fofana, mercoledì 17 giugno nella sessione plenaria del Parlamento europeo, dopo aver presentato una denuncia come “vittima della violenza della polizia” il giorno dopo l’umiliante trattamento avuto.
Lei, eurodeputata tedesca dei Verdi, davanti al Parlamento europeo ha dichiarato di essere stata vittima della violenza della polizia a Bruxelles mentre stava fotografando con  il suo smartphone,un intervento che considerava un abuso.Ha desiderato condannare l’ “atto discriminatorio con tendenza razzista” che ha subito la non più giovane signora quando ha lasciato la Gare du Nord a Bruxelles: “Ho visto nove agenti di polizia che molestavano due giovani neri.”L’eurodeputata ha spiegato che aveva il telefono in mano, ha scattato una foto della scena,e che farlo era legale: “La polizia mi ha preso il telefono dalle mani. Quattro dei nove poliziotti armati mi hanno spinto brutalmente contro il muro. Hanno preso violentemente la mia borsa. Mi hanno messo al muro a gambe divaricate ” e secondo la sua versione, contestata dalla polizia belga, quest’ultima non ha creduto alla sua funzione di deputato al Parlamento europeo e ha richiesto la sua carta di soggiorno in Belgio malgrado abbia prodotto il passaporto tedesco con il pass del Parlamento europeo.
Il presidente del parlamento David Sassoli le ha assicurato il sostegno delle istituzioni e l’ha invitata a chiarire le circostanze al fine di chiedere una spiegazione alle autorità belghe e  ha inviato una lettera al primo ministro belga Sophie Wilmès chiedendole di adottare “misure immediate e necessarie” e condannando la violenza della polizia:
“Come presidente di questa istituzione e in nome di tutti i parlamentari europei, condanno fermamente tutti gli usi eccessivi della violenza, in particolare da parte della polizia”.
“Il colore della pelle della nostra collega non è estraneo al fatto stesso che è stata arrestata e alla brutalità e alla mancanza di rispetto che ha sofferto” ha dichiarato Philippe Lamberts, copresidente del gruppo politico (Verts-ALE) a cui appartiene Pierrette Herzberger-Fofana.
La polizia di Bruxelles ha negato di aver usato la violenza e ha riferito di comportamenti “aggressivi” della stessa che hanno portato alla stesura di un rapporto per “disprezzo” nei loro confronti : ”Voleva interferire nell’intervento, stava girando la scena e inizialmente si è rifiutata di identificarsi ha dichiarato Audrey Dereymaeker, portavoce della zona di polizia di Bruxelles-Nord. “È vero anche che c’è stata una ricerca di sicurezza con una breve privazione della libertà, nel tempo di verificare la sua identità, e seguire la solita procedura da una poliziotta.”
Ha spiegato che il deputato in realtà aveva “il diritto di filmare l’intervento”: “Ma lì, è stata coinvolta nell’intervento perché la polizia interviene e interferisce per effettuare un controllo di identità. “Ha aggiunto che è stato redatto un documento per “le parole pronunciate dal membro dell’ Europarlamento e il modo in cui si è rivolta alla polizia che hanno portato il magistrato a chiedere alla polizia stessa di redigere una risposta”.
Descrive questa esperienza come “traumatica e umiliante”. E ritiene che abbia un’eco particolare per ciò che sta accadendo nel mondo dalla morte di George Floyd negli Stati Uniti. Pierrette Herzberger-Fofana invita il Parlamento europeo ad adottare “misure concrete per un buon numero di persone che non sono qui e che non sono state in grado di sfuggire alla violenza della polizia”.
L’avvocato di Pierrette Herzberger-Fofanan, Alexis Deswaef, ha confermato che è stata presentata una regolare denuncia.
In questo modo la deputata ha voluto anche stabilire un collegamento con la mobilitazione contro la violenza della polizia in seguito alla morte di George Floyd negli Stati Uniti, anche durante un dibattito sull’argomento che stava per aprirsi nell’emiciclo. Michel Wieviorka, sociologo, si augura che “Questa mobilitazione planetaria contro la violenza della polizia e il razzismo, possa spostare le sue linee di azione se riesce a mantenere il suo carattere universalista”.
Il Parlamento europeo è stato coinvolto nel movimento globale contro il razzismo quando venerdì sera adottando una risoluzione che dichiara il traffico di schiavi “un crimine contro l’umanità” e viene usato usa lo slogan “Black Lives Matter La vita dei neri contaLa vita dei neri conta “, riprendendo lo slogan “Black Lives Matter” del movimento mondiale partito dagli Stati Uniti contro il razzismo e la violenza della polizia.
Anche i deputati europei dichiarano in questa risoluzione, adottata con 493 voti a favore, 104 contrari e 67 astensioni, che il traffico di schiavi è “un crimine contro l’umanità”. Questa risoluzione è una risposta diretta alle proteste che si sono moltiplicate dopo la morte di George Floyd, morto asfissiato durante il suo arresto da parte della polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti.Nel suo testo, il Parlamento “condanna fermamente la morte spaventosa di George Floyd negli Stati Uniti, così come altri omicidi simili in altre parti del mondo”. Mostra il suo sostegno alle recenti manifestazioni contro il razzismo e la discriminazione e condanna il “suprematismo bianco in tutte le sue forme”.
Nota bene: Gli eurodeputati della Lega e di Fratelli d’Italia hanno votato contro la risoluzione al Parlamento europeo che condanna ogni forma di razzismo dopo la morte di George Floyd. A favore della risoluzione gli europarlamentari del Pd, del M5S, Forza Italia e Italia Viva.
Ringrazio l’amica Marcelline Bangoura, cittadina italiana nata in Guinea che mi ha inviato il video che allego e per il quale ho scritto questo post. La stessa eurodeputata il 13 febbraio 2020 aveva portato a Strasburgo, un documento sulle violenze eseguite sui manifestanti proprio in Guinea, nel quale concludeva così: “È importante che l’Unione europea sviluppi bene il nostro partenariato con l’Africa, qualifichi e moltiplichi le nostre relazioni con attori diversificati, per sostenere lo stato di diritto, i diritti umani e il cosiddetto processo democratico e inclusivo in patria. e con i nostri partner in Africa.”
Su Facebook la signora Pierrette Herzberger-Fofana scrive: “A tutti coloro che hanno inviato un messaggio di sostegno e solidarietà; Grazie! Insieme combatteremo contro la violenza della polizia. – abbiamo bisogno di giustizia per tutti!”
Ringrazio anche io e l’abbraccio – Doriana Goracci

N.B. Pierrette Herzberger-Fofana, nata a Bamako il 20 marzo del 1949, cresciuta in Senegal, ottenne una laurea a Parigi in sociolinguistica tedesca e presso l’università di Treviri in letteratura, presso l’università Friedrich-Alexander di Erlangen-Norimberga un dottorato in scienze politiche; svolse la professione di lettrice presso le scuole superiori di Erlangen e in alcune università. Dagli anni 90 promuove varie campagne per tutelare i diritti umani in Germania e in altre nazioni, tra cui il Senegal. In particolar modo, ha avviato campagne contro le mutilazioni genitali femminili, il razzismo, per la tutela dei diritti delle donne e degli immigrati. E’ madre di tre figli. Alle elezioni europee del 2019, viene eletta europarlamentare con il partito Alleanza 90/I Verdi. Ricopre l’incarico di vicepresidente della delegazione per le relazioni con il parlamento panafricano e della commissione per lo sviluppo. Durante la sua attività parlamentare, ha chiesto l’intervento dell’UE a sostegno della Nigeria, per garantire la sicurezza nel paese, colpito dagli attacchi di Boko Haram a danno delle comunità locali per motivi religiosi, e per il problema della malnutrizione infantile. Ha, inoltre, preso posizione contro gli atti di violenza perpetrati in Guinea nel febbraio del 2020.



mercoledì 6 settembre 2017

I vincitori scrivono la storia, non la verità - Giovanni Dall'Orto

Dopo l’attentato nazista che a Charlotteville ha causato morti e feriti, sono stato inghiottito mio malgrado dalle polemiche per una questione marginale se non irrilevante, ossia l’oltraggio che ho espresso, in quanto storico, di fronte all’idea che sia “progressista” o comunque scusabile vandalizzare opere d’arte solo perché rappresentano personaggi “odiosi”, come un soldato del Sud nella Guerra di Secessione americana.
In quanto storico io vado in panico al solo sentire parlare di “distruggere” un documento, sia esso un testo o una statua. Mi viene subito in mente che anche i cristiani provavano un giusto oltraggio di fronte alle statue religiose dei pagani (che li avevano perseguitati per secoli) scolpite da Prassitele o Fidia, e le sfasciavano. Come questo volto di Afrodite, copia da Prassitele, sfigurato da un cristiano che incise la croce sul volto e il naso per cancellare un passato “ignobile”, a beneficio dei posteri.
Una premura per cui noi, i posteri, gli siamo tutti grati… vero?


Riesco a capire che un popolo in rivolta abbatta d’istinto, senza pensarci, le statue dei tiranni. Ma so già cosa risponderebbero oggi i bolognesi alla domanda se sono fieri del fatto che  i loro avi hanno fatto a pezzi la statua in bronzo di papa Giulio II, modellata da Michelangelo. Se invece di farla a pezzi l’avessero spostata in un sottoscala in cui non avrebbe dato fastidio a nessuno, non sarebbero tutti più contenti, oggi? Giusto per dire, eh?
Del resto, l’arte è da sempre schiava del potere e della ricchezza: l’arte “rivoluzionaria” è solo una strategia di marketing per vendere ai potenti e ai ricchi “rivoluzionari”.
L’Isis e i talebani lo hanno compreso fin troppo bene. Tuttavia, non credo che metterci al loro livello, agendo come loro, ci qualifichi molto.
Il problema che ho riscontato nei miei oppositori (che me ne hanno dette di tutti i colori, da “ignorante” a “amico di Trump” a “succube della propaganda neonazista”) è che a quanto pare a sinistra ristagna una visione arcaica e “storicistica“, ossia ottocentesca, della storia.
Nella visione dei “kompagni” che mi contestano, infatti, la storia è un lento, costante progresso evolutivo dal passato (barbaro e inferiore) verso il Radioso Presente, che avendo raggiunto le vette del Politicamente Corretto, ha finalmente raggiunto per la prima volta nella storia umana, il livello della Civiltà Autoevidente. L’idea che la storia possa essere conflitto dialettico tra classi ed interessi contrastanti, anziché fra Buoni e Cattivi, è morta e sepolta dopo il trionfo della narrazione neoliberista, con il suo delirio sul raggiungimento della fine – e del fine – della Storia.
Secondo tale modello non può esistere conflitto tra modelli diversi di società, dato che siamo infine arrivati alla vetta del solo modello di società concepibile, quello liberista. “TINA” – There is no alternative.
Il passato è ormai solo una Epoca Oscura, infestata da persone che non conoscendo il Politicamente Corretto erano bruti, e di cui ci vergogniamo al punto da volerle cancellare, in modo da cancellare la vergogna che ci provoca l’assenza della perfezione di cui noi siamo i radiosi rappresentanti, “splendidi e unici come fiocchi di neve“.
Per compiere questa operazione di riscrittura della storia (che è poi il lavoro a cui era addetto il protagonista di 1984 di George Orwell!), occorre distruggere i monumenti che smentiscono la nostra visione.
Nel corso della discussione ho fatto notare che se vanno abbattute le statue degli schiavisti, allora le prime da abbattere sono quelle dei “padri fondatori” degli Usa: George Washington possedeva ben 317 schiavi, Thomas Jefferson addirittura 600, eccetera.
Questa mia obiezione non ha avuto risposte, ma solo insulti (“Ragioni come il KuKluxKlan“): il massimo che ho ottenuto è una magniloquente dichiarazione sul fatto che sarebbe “scorretto” paragonare costoro, che si limitarono a possedere schiavi (adorabile autolimitazione!) laddove il generale Lee difese attivamente la causa degli schiavisti. (Altre risposte sono ancora più patetiche: per esempio che non sono paragonabili perché Jefferson lottava per la parte giusta, mentre Lee lottava per quella sbagliata, come ci fa sapere l’ineffabile “Washington Post”. Immagino che agli schiavi di Jefferson questo dettaglio sia stato di smisurata consolazione, quando furono tutti venduti per pagare i suoi debiti…).
Ebbene, certo che è scorretto paragonarli, dato che Lee si limitò a fare il suo (sporco)  lavoro come soldato, mentre Washington e Jefferson scatenarono la rivoluzione proprio in quantoschiavisti, per paura che la Corona inglese finisse per decretare l’abolizione della schiavitù (come in effetti avvenne di lì a non troppi anni), almeno a voler dar retta allo stimolante saggio d’uno storico afroamericano, Gerald Horne: The counter-Revolution of 1776: slave resistance and the origins of the United States of America (NYU Press, New York 2014).
Questo saggio si apre con un interessantissimo excursus sulla resistenza dei neri allo schiavismo, per secoli, demolendo il santino zuccheroso d’una manica di bianchi generosi, altruisti, insomma “politicamente corretti”, che sacrificarono le loro vite e i loro beni pur di regalare ai “boveri negri” la libertà!
Invece i primi antischiavisti, in ogni secolo, furono i neri, uomini e donne, i cui nomi (come quelli di Sojourner Truth) nessuno di noi conosce, mentre tutti conoscono quello del generale Lee, se non altro per averlo visto in qualche filmone americano. In una società davvero attenta ai valori umani, invece, tutti saprebbero chi fosse Sojourner Truth, e il nome del generale Lee sarebbe noto solo a qualche specialista di storia militare. Tant’è che la questione delle statue “razziste” sarebbe a mio parere risolta meglio costruendo ovunque statue dei neri che lottarono per la libertà e affiancandole a quelle dei loro aguzzini, piuttosto che sfasciando statue al grido di “scordammoce ‘o passato“.
Non è detto che le posizioni di Horne siano destinate a diventare ortodossia storica, per carità: la storia tende sempre ad essere molto più “polifonica” di quanto un approccio “zoomato” su un solo aspetto permetta di apprezzare – e questo vale anche per i miei libri di storia dell’omosessualità, ovviamente. Pertanto non sono pronto a mettere la mano sul fuoco per difendere il pur stimolante argomento centrale di questo libro, ossia che quella americana del 1776 non fu una “Rivoluzione”, bensì una “controrivoluzione preventiva” per scongiurare il rischio dell’abolizione della schiavitù, simile alla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe) nel 1965.
Tuttavia resta il fatto che un interessante corollario della tesi di Horne è che, letta in quest’ottica, la Secessione del 1861 non fu altro che la ripetizione di quanto avvenuto nel 1776, la prima volta con successo, la seconda, per mutate condizioni storiche, no.
Ripeto, è raro che un solo evento (a meno che si tratti della caduta di un asteroide su una città!) spieghi da solo un processo storico, tuttavia solo uno sciocco oggi può credere alla favola bella della Guerra di Secessione come lotta fra schiavisti cattivi ed antischiavisti buoni ed altruisti.
La Secessione, infatti, avvenne chiaramente per proteggere il “diritto” a possedere schiavi, e il modello economico che si basava su di essi. Tuttavia la Guerra fu scatenata, dal Nord, per impedire la secessione, non la schiavitù.
Se la liberazione degli schiavi divenne rapidamente il motivo proclamato per mandare al fronte i giovani a morire, furono altre le motivazioni (che come sempre nella storia erano di tipo economico) che spinsero il Nord a invadere il Sud. Il Sud voleva sì mantenere gli schiavi, ma anche esportare le merci da essi prodotte in cambio di manufatti industriali inglesi, più a buon mercato di quelli prodotti nel Nord, che invece voleva venderli al Sud in un regime di protezionismo doganale. (Perché, sapete, fino alla Prima guerra mondiale gli inglesi erano liberoscambisti, mentre gli Usa costruirono le loro industrie grazie a impenetrabili barriere doganali e un disprezzo sovrano della “proprietà intellettuale” altrui, in primis quella inglese. Il bello della storia è che le sorprese non finiscono mai…)
Ancora il 18 settembre 1858 Abramo Lincoln (sì, il Liberatore della Razza Negra) riteneva politicamente opportuno rassicurare pubblicamente:
“Dirò che io non sono, né sono mai stato, favorevole a mettere in atto in qualsiasi modo l’eguaglianza sociale e politica  della razza bianca e della razza nera, che io non sono né sono mai stato favorevole di fare dei negri elettori o giurati, né permettere loro di ricoprire cariche, né di sposarsi con individui bianchi; ed aggiungerò a questo che esiste una differenza fisica tra le razze bianca e negra che credo che impedirà per sempre alle due razze di vivere assieme in termini di uguaglianza sociale e politica.
E in quanto non possono vivere in tal modo, fino a quando rimangono mescolate deve esistere la posizione di superiore e inferiore, ed io come qualsiasi altro uomo sono a favore di far sì che la posizione superiore sia assegnata alla razza bianca.
Aggiungo però che non sento che solo perché l’uomo bianco deve avere la posizione superiore, allora al negro debba essere negato tutto.
Con ciò non voglio dire che siccome non voglio una donna negra come schiava, io debba necessariamente volerla come moglie…”.
Esistono due possibilità.
O Lincoln non pensava queste cose e le affermava solo per opportunismo politico, ossia per ingraziarsi i presenti al comizio, e questo ci mostra fino a che punto nel 1858, prima di diventare il paladino dell’abolizione, perfino un Abramo Lincoln giudicasse lecito il razzismo dichiarato.
Oppure Lincoln le pensava. Come milioni di suoi contemporanei. Incluso il generale Lee.
In entrambi i casi, diventa palese che non si può giudicare la storia coi criteri morali di oggi. La storia si studia, si comprende, si contestualizza. Non si cancella (anche perché è dentro di noi, come dimostra il razzismo traboccante degli antirazzisti americani!).
Del resto, le statue sono capaci di buttarle giù tutti, e il gioco si può giocare in entrambi i sensi. Vale la pena di innescarlo, allora? Pensate davvero che il reverendo Martin Luther King potesse essere favorevole ai matrimoni egualitari, per caso? E se scopriamo che non lo era, che facciamo, sfasciamo le sue statue? E come trattavano le loro donne, gli schiavi neri? E cosa ne pensavano dei trans, le schiave nere? E così via, all’infinito.
Fino a quando non resterà in piedi una sola statua. O una piramide, come ironizza questa vignetta:

Su Facebook sono stato accusato di riprendere gli argomenti dei razzisti americani filo-Sud, con un rimando a questa voce di… Wikipedia affinché io imparassi una buona volta come si fa a fare storia….
Ora, io non capisco perché la storiografia “filo-Sud” debba essere per forza di cose “filo-KKK”. Esiste una storiografia filo Sud-Italia, “neoborbonica”, che ha rimesso in discussione l’idea che l’unità d’Italia abbia per davvero costituito un atto di benevolenza del Piemonte per strappare generosamente all’oscurantismo borbonico il Sud, ma non per questo scrivere da questa prospettiva implica essere “filo-mafia”.  KKK e mafia sono infatti associazioni a delinquere, non i portavoce di un territorio.
Simmetricamente, la versione ufficiale dei vincitori non diventa quella “vera” solo perché è quella dei vincitori.
“I vincitori scrivono la storia“… non la verità.
Pezzi di ragione possono quindi stare nelle ragioni dei vinti. Sicuramente nel nostro caso fra questi pezzi di ragione non rientra la schiavitù, che era una istituzione che stava tramontando già nel 1776, figuriamoci nel 1860, in piena rivoluzione industriale. Ma sul fatto che Nord e Sud avessero interessi economici contrapposti, “stranamente” simili a quelli segnalati nel caso italiano dagli storici del Sud, non ci piove. E che il Sud avesse il diritto a difenderli, non ci piove neppure qui.
Dopo queste premesse, torniamo al tema che ha scatenato questa riflessione: la vandalica distruzione di un’opera d’arte per motivazioni di censura politica della storia passata. Siccome la storia passata non ci piace, allora distruggiamone i monumenti.
I quali invece, come sa chi capisce un minimo di storia, vanno contestualizzati ed anche risignificati, in modo che svolgano la loro funzione: dare un monito a chi viene dopo. Non necessariamente quello immaginato da chi li aveva costruiti.
Ci sono molti modi di risignificare un documento d’arte e di storia imbarazzante: il più banale è spostarlo (in un museo, per esempio, come è stato fatto con decine di monumenti comunisti nell’ex Urss). Migliaia di statue oggi nei nostri musei un tempo svettavano in piazza, o sugli altari, o su facciate che oggi ne fanno tranquillamente a meno.
Un altro modo, più costoso ma più utile, è modificare il contesto. Ad esempio, affiancando la statua della schiava ribelle a quella del generale schiavista, costringendo chiunque passi a chiedersi chi fosse quella donna e cosa abbia fatto. E questo, secondo me, è più utile, perché non è negando la storia che diventa possibile superarla. Occorre fare i conti con essa, e andare oltre alle storture che ci ha lasciato. Ma ammetto che la maggior parte delle volte limitarsi a portare in un museo o in un magazzino sia meno costoso e più rapido. E così sia allora: è  pur sempre meglio che distruggere una statua.
Purtroppo però si sta diffondendo come un incendio all’interno della sinistra un’intolleranza di stampo fascista che mostra come la sinistra anarco-capitalista, succhiando dalle stesse radici del fascismo, si avvii ad assomigliargli in tutto, ad eccezione della retorica, che resta ancorata alle parole del passato, sempre più vuote. Su Facebook, per provocazione, avevo proposto di demolire la Casa del Fascio di Como, capolavoro dell’architettura razionalista, in quanto documento d’un passato odioso. Ebbene, nove reazioni su dieci sono venute da persone che mi hanno preso sul serio. Segno questo del fatto che oggi proposte di questo genere non sono più considerate talmente demenziali da svelare immediatamente il loro carattere di paradosso. Viviamo insomma in un clima in cui l’idea di demolire quanto non ci è simpatico è sempre più familiare a tutti!
Del resto un tempo i roghi di libri erano prerogativa dei nazisti o di Torquemada, adesso invece sono sempre più spesso invocati dalla sedicente “sinistra”. Ma chi ha paura dei libri, da Pippi Calzelunghe alla Divina Commedia, ammette di essere cosciente del fatto di non avere argomenti per confutare eventuali contenuti sgraditi.
Io non ho paura dei fascisti con i gagliardetti, pochi nostalgici fermi a riti di un secolo fa, che la storia ha ormai digerito, e cacato. Io ho paura delle sinistre che vogliono manomettere la Costituzione italiana perché “troppa libertà ostacola la governabilità”. Sono loro, la nuova faccia del fascismo. Quando parlano di “riforma elettorale”, stanno parlando della “Legge Acerbo 2.0″.
Purtroppo la “sinistra” anarco-capitalista è capace di ragionare solo in termini di simboli ed astrazioni, nutrendo un disprezzo quasi fanatico per le volgari materialità della vita. E si è quindi lasciata incastrare dai neonazisti in una guerra stupida e inutile sulle statue, ossia sui simboli, che non cambierà di un millimetro le condizioni materiali e sociali degli afroamericani, anche se sparisse fino all’ultima statua contestata.
La condizione dei neri americani non è infatti causata dalle statue.
Sono semmai le statue erette a certi personaggini ad essere state possibili solo a causa delle condizioni dei neri americani (Georgij Plechanov, nel suo ingiustamente dimenticato La funzione della personalità nella storia, ironizzava su coloro che privilegiando lo Spirito rispetto alle condizioni materiali, credevano che “Il minuetto è stato la causa della rivoluzione francese“).
Ma negare che ciò sia avvenuto, significa nascondere la polvere sotto il tappeto. Significa parlare d’altro. Significa ciurlare nel manico con “armi di distrazione di massa”. Il “politicamente corretto” è infatti ciò che si fa invece di fare politica.
Gli Usa sono una nazione fondata in origine sulla schiavitù dei neri, sul genocidio dei nativi, e sul lavoro forzato dei bianchi indentured.
Fingere che le cose non siano andate in questo modo, solo perché si sbava davanti al “Destino Manifesto” della “Sola Nazione Indispensabile“, che ha dato al mondo gli hamburger all’olio di palma e Pamela Anderson, non è certo fare storia “da sinistra”.
Certo, gli americani nel 1945 hanno vinto la loro guerra contro l’Europa, quindi è inevitabile che si presentino in quel modo.
Ma in quanto vincitori, hanno scritto la storia. Non la verità.
======================================================================
Post scriptum del 30 agosto 2017
Fare i profeti ultimamente è diventato facilissimo.
Come previsto, sono già iniziati gli attacchi contro statue di Martin Luther King (troppo arrendevole coi bianchi), Cristoforo Colombo (che ha reso possibile lo sterminio degli indiani) e Giovanna d’Arco (che ha avuto il cattivo gusto di opporsi alla globalizzazione anglosassone).
Ci sono démoni che è meglio non evocare, illudendosi di poterli sfruttare per i propri scopi in quanto potenti e difficili da sconfiggere.
E’ esattamente perché sono potenti e difficili da sconfiggere che è destino che o prima o poi sfuggano di mano, e facciano guerra a chi li ha evocati.