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venerdì 26 giugno 2026

L'ascesa del Sud globale - Chris Hedges

La guerra contro l'Iran non solo si è conclusa con un'umiliante sconfitta per gli Stati Uniti, ma ha anche determinato un drammatico cambiamento negli equilibri di potere in Medio Oriente e nel Sud del mondo.

L'umiliante sconfitta di Israele e degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, insieme alla brutalità del genocidio in corso a Gaza, stanno inaugurando un nuovo ordine mondiale. Un ordine in cui le voci della ragione e della stabilità non provengono dall'Occidente – che ha speso decine di miliardi di dollari per sostenere il genocidio israeliano – ma dal Sud del mondo, Cina inclusa. È un ordine in cui le alleanze vengono rapidamente riconfigurate per proteggere i paesi da uno stato americano canaglia che si scaglia contro gli altri come una bestia ferita, mentre precipita verso un declino irreversibile.

La fine dell'impero statunitense, guidata da un impetuoso e incompetente Donald Trump, è irreversibile. Gli Stati Uniti hanno perso la sesta guerra in Medio Oriente in 25 anni. Il potere dell'Iran è aumentato non solo perché, insieme all'Oman, controlla lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto trasportati via mare a livello mondiale – ma anche perché ha inviato un messaggio inequivocabile, con i suoi droni e missili, agli alleati e alle basi statunitensi nella regione, mandando al contempo l'economia globale in rovina.

Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che a quanto pare ha attirato Trump nella guerra con visioni fantasiose di un facile cambio di regime in Iran dopo gli attacchi mirati contro il paese del 28 febbraio 2026, che includevano l'assassinio della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei e di altre figure politiche e militari, insieme a 168 studenti e ai loro insegnanti – potrebbero colpire di nuovo l'Iran. Sono disperati. Ma un nuovo bombardamento dell'Iran non funzionerà. La strategia di difesa a mosaico dell'Iran garantisce che tutti i comandanti politici e militari siano facilmente sostituibili.

L'Iran può strangolare l'economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Può aggravare ulteriormente la situazione convincendo i suoi alleati yemeniti, Ansar Allah, a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, proprio come fecero con le navi dirette in Israele quando difendevano i palestinesi dopo il 7 ottobre. Ciò potrebbe sfociare in un blocco totale. L'Arabia Saudita, con lo Stretto di Bab el-Mandeb aperto, è in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz ed esportare cinque milioni di barili al giorno attraverso il suo oleodotto fino alle petroliere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Se non si raggiungerà presto un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l'economia globale crollerà, forse entro poche settimane. Gli Stati Uniti e i loro alleati, come il Giappone , hanno rilasciato parte delle loro ingenti riserve strategiche di petrolio, ma queste non saranno in grado di sostenere i mercati indefinitamente. Le scorte della Riserva Strategica di Petrolio americana sono ai minimi storici da oltre 40 anni. Una volta esaurite, il prezzo del carburante salirà alle stelle. Se il prezzo del barile di petrolio raggiungerà i 200 dollari, il prezzo alla pompa potrebbe arrivare fino a 10 dollari al gallone. Questa situazione, unita alla carenza di altri prodotti petroliferi, nonché di fertilizzanti azotati, alluminio ed elio – un elemento indispensabile per la produzione di apparecchiature per la risonanza magnetica e semiconduttori – sta già causando la chiusura di industrie vitali e facendo aumentare i prezzi delle materie prime.

La Banca Mondiale prevede un aumento del 31% del costo dei soli fertilizzanti azotati, prodotti nel Golfo Persico e transitati attraverso lo Stretto di Hormuz, se la guerra dovesse continuare. Ciò comporterebbe un forte aumento del prezzo dei generi alimentari.

Trump è come un cane spinto contro la sua volontà in una gabbia. Quando sembra che un accordo con l'Iran sia vicino, ringhia e abbaia, sabotando la proposta di cessate il fuoco di 30-60 giorni. Gli scatti d'ira di Netanyahu riguardo a qualsiasi accordo che fermerebbe gli attacchi israeliani contro il Libano, insieme al potenziale sblocco di parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, alimentano la momentanea sfida di Trump.

Ma il tempo stringe. Rimane poco tempo. E più Trump aspetta, peggio andrà. Né Trump né Netanyahu sono i padroni di questo gioco. L'Iran ha le carte in mano.

Il sogno di Israele di formalizzare la propria egemonia sul Medio Oriente, codificato negli Accordi di Abramo durante il primo mandato di Trump – che normalizzarono le relazioni tra Israele e gli stati della regione – è morto. Questa guerra e il genocidio a Gaza lo hanno ucciso.

Trump sta tentando di rilanciarli inserendoli in un accordo per porre fine alla guerra contro l'Iran. Ha chiesto a stati precedentemente non coinvolti negli Accordi di Abramo, come il Pakistan e, in seguito, l'Iran, di aderire alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Il Pakistan, l'unico stato a rispondere pubblicamente, ha respinto l'invito a causa di quello che ha definito uno scontro con le "ideologie fondamentali" del paese. Tutti gli altri stati a cui Trump si è rivolto hanno reagito con un silenzio perplesso.

L'Iran chiede la revoca delle sanzioni e la fine del blocco navale – che , secondo la CIA, l'Iran può sopportare per mesi prima di subire gravi difficoltà economiche – in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. L'accordo proposto non menziona l'arsenale missilistico balistico iraniano, che, secondo il New York Times, funzionari militari e dell'intelligence statunitensi, si attesta ancora al 70% dei livelli prebellici.

Iran, Pakistan, Turchia e Qatar, quest'ultimo in prima linea nei negoziati con Hamas, sono i nuovi attori principali della scena politica regionale.

Il Pakistan non solo ha firmato un patto di difesa reciproca con l'Arabia Saudita nel 2025, ma ha anche schierato truppe, aerei e sistemi di difesa aerea nella dittatura del Golfo ad aprile. Inoltre, ha ospitato i colloqui per il cessate il fuoco tra i due negoziatori principali di Trump, definiti "stupidi e ancora più stupidi": il suo inetto genero Jared Kushner e il collega immobiliarista e compagno di golf Steve Witkoff.

La guerra ha accresciuto il prestigio e il potere della Cina, che, rispetto a Washington, è vista a livello globale come l'incarnazione di una leadership razionale, prudente e stabile. L'Iran, segno del nuovo ordine globale, permette alle petroliere cinesi e pakistane, insieme ad altre navi non alleate con Israele e gli Stati Uniti, di attraversare lo Stretto.

Israele, non essendo riuscito a convincere gli Stati Uniti a svolgere il lavoro sporco di bombardare l'Iran fino a ridurlo a uno stato fallito, mi aspetto che si scagli con rinnovata furia contro Gaza, forse occupando il restante 30% del territorio assediato. Continuerà la sua politica, simile a quella adottata a Gaza, di radere al suolo ogni struttura a sud del fiume Litani in Libano, bombardandola quotidianamente nonostante l'Iran affermi che gli attacchi al Libano violino l'attuale accordo di cessate il fuoco.

La ferocia e la spacconeria di Trump – che ha minacciato di "far saltare in aria" l'Oman se non si fosse "comportato bene" dopo le notizie sull'imposizione congiunta di pedaggi da parte dell'Oman e dell'Iran per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz – non possono nascondere l'impotenza degli Stati Uniti. Il rifiuto degli alleati americani di dare ascolto all'appello di Trump per aiutarlo a riaprire lo Stretto, insieme alla miseria economica che sta colpendo le nazioni alle prese con la carenza di risorse e l'aumento dei costi di energia e fertilizzanti, sono la prova lampante dell'isolamento di Washington.

Gli imperi, accecati dal mito della propria onnipotenza e superiorità militare, nelle fasi finali si ritrovano coinvolti in conflitti senza una chiara comprensione della loro destinazione. Si alienano gli alleati e inciampano da un disastro militare all'altro, come hanno fatto gli Stati Uniti per oltre due decenni in Medio Oriente.

Nel 1956, l'Impero britannico, già in rapido declino, subì un'umiliazione quando cospirò con Francia e Israele per impadronirsi del Canale di Suez, nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser. Gli Stati Uniti costrinsero tutti e tre i paesi a fermare l'invasione. La sterlina britannica cedette il passo al petrodollaro. Questo evento segnò la fine dell'Impero britannico.

La guerra contro l'Iran è la crisi di Suez di Washington.

Questa potrebbe non essere la fine dell'Impero americano, ma è l'inizio della fine.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-chris_hedges__lascesa_del_sud_globale/39602_67176/

lunedì 8 dicembre 2025

Il pregiudizio democratico - Piero Bevilacqua

 

Ci sono pochi dubbi sul fatto che analisti, esponenti politici, giornalisti del mondo occidentale fondano la propria scelta di campo (o coprono la loro malafede), sovrapponendo il proprio giudizio sul regime interno dei paesi alle loro posizioni di politica estera. Se gli stati non sono democratici – secondo gli standard decisi in occidente – qualunque sia il loro comportamento, in qualunque controversia, hanno torto in partenza, sono dalla parte sbagliata della storia. Il caso più recente di applicazione di tale criterio l’abbiamo osservato in occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran. Il fatto che il governo iraniano abbia sottoscritto il trattato di non proliferazione, si sia sottoposto per anni ai controlli degli ispettori dell’AIEA, abbia trattato da ultimo con l’amministrazione Trump non è stato sufficiente a evitare il bombardamento da parte di Israele e degli USA. Poiché l’Iran è uno stato teocratico (anche se la sua realtà effettiva non corrisponde alla caricatura che ne fanno i media occidentali) gran parte dei governanti e dei commentatori europei si è sentita autorizzata ad affermare, senza alcuna vergogna, che Israele – il quale possiede un arsenale nucleare e non si sottopone ad alcun controllo – “ha il diritto di difendersi” e dunque di bombardare chi crede.

Ma il doppio standard degli esponenti democratici non è solo fallace nel giudicare la politica estera degli stati sulla base dei loro ordinamenti interni. Alla luce dell’analisi storica esso appare ingiusto e infondato anche nel giudizio di merito sulla democrazia che si sceglie come criterio di valore. Prendiamo il caso di Israele. “L’unica democrazia del Medio Oriente”, ha effettivamente conosciuto, al suo interno, esperienze democratiche importanti, perfino socialistiche, con l’istituzione dei Kibbuz, e un certo cosmopolitismo tollerante. Ma queste si svolgevano, almeno a partire dalla guerra del 1967, sulla base dell’occupazione dei territori palestinesi, su una politica di apartheid di un altro popolo, violando il diritto internazionale. Che demo-crazia, potere del popolo, è quella che si fonda sull’oppressione di un altro popolo? Oggi, dopo l’involuzione autoritaria degli ultimi decenni, dopo che nel 2018 Israele è diventato lo “stato-nazione del popolo ebraico”, mentre consuma un genocidio a Gaza, definirlo una democrazia è un palese oltraggio alla verità.

Ancora più agevole sarebbe mostrare, solo restando nell’ambito degli ordinamenti interni, quanto sia inappropriato definire gli USA uno stato democratico. Emmanuel Todd lo definisce, a ragione, una “oligarchia liberale”, vale a dire uno stato di diritto, ma in mano a ristretti gruppi di potere. Basterebbe ricordare come in America perfino il rito elettorale sia diventato un affare per milionari. Del resto l’amministrazione Trump si è incaricata di rendere evidente questa realtà anche ai più distratti. Ma proprio gli USA mostrano quanto fallace e ingiusto sia elaborare criteri di valore e fare scelte di campo sulla base della della loro tradizione democratica. Come si fa a schierarsi con un paese perché lo si considera democratico, mentre opprime altri popoli che hanno diversi ordinamenti, frutto della propria particolare storia, cultura, colonizzazioni subite? È senza valore il fatto che gli USA non solo hanno “esportato” rovinose democrazie, ma molto più spesso hanno abbattuto regimi democratici per imporre dittature? Come ha ricordato un analista americano che ha potuto esaminare negli archivi le tabelle delle operazioni della CIA: «Gli Stati Uniti hanno supportato movimenti autoritari in almeno 44 su 64 operazioni segrete di cambio di regime, incluse almeno sei operazioni in cui cercarono di rimpiazzare governi democratici liberali con regimi autoritari illiberali» (A.O. Rourke, Covert regime change. America’s secret cold war, Cornell University Press, 2021).

Cosi oggi quello che ormai appare come un vero pregiudizio, la democrazia presunta quale criterio di valore per giudicare le relazioni internazionali, impedisce a molti intellettuali e osservatori onesti di scorgere nell’organizzazione dei Brics il fronte di un nuovo, equo, pacifico, ordine mondiale. Com’è nel loro programma, solennemente riproposto a Kazan nel 2024 e a Rio de Janeiro il 6-7 luglio scorso, i grandi paesi che la compongono perseguono una relazione economica paritaria e cooperativa tra gli stati del globo, che sfugga al dominio unipolare degli USA. Un progetto, dunque, di assetto multilaterale, unica via per impedire un conflitto mondiale. Il fatto che gran parte di questi paesi siano regimi illiberali è ragione sufficiente per non guardare con interesse e favore al loro progetto, visto che quello dell’Unione Europea è la guerra contro la Russia e quello degli USA il conflitto contro la Cina?

https://volerelaluna.it/politica/2025/08/05/il-pregiudizio-democratico/

martedì 16 settembre 2025

Cosa resterà dell'ONU

di Francesco Masala

L’ONU nasce come uno strumento degli Usa, Francia e Gran Bretagna per continuare a comandare nel mondo come sempre. Dovettero far entrare nel Consiglio di Sicurezza Unione Sovietica e Cina, che aveva fermato il Nazismo e il Fascismo con decine di miliardi di morti.

I paesi imperialisti e colonialisti avevano comunque la maggioranza del Consiglio di Sicurezza, dove ogni paese aveva il diritto di veto.

Funzionò così, i paesi occidentali cercavano l’unanimità nel Consiglio di Sicurezza, soprattutto quando c’era l’Unione Sovietica, ma tanto avevano la maggioranza. Dopo la crisi e la polverizzazione dell’Unione Sovietica i paesi occidentali (e la Nato) fecero tutte le guerre e invasioni che volevano, con l’accordo dell’Onu, ma se non esisteva l’accordo dell’Onu le facevano lo stesso.

Il segretario generale viene nominato dall’Assemblea generale, su proposta del Consiglio di Sicurezza, la cui maggioranza è dei paesi occidentali, ecco perchè sono sempre contenti .

Abbiamo visto cose che gridano vendetta, come l’omicidio, secondo l’opinione di Truman, di Dag Hammarskjold (anche Enrico Mattei, a distanza di pochi mesi, fu ucciso in un incidente aereo, come pure il presidente iraniano Raisi, nel 2024, ma questo è un altro discorso, la sicurezza dei voli quando scoppia una bomba).

Abbiamo “subito” anche un segretario generale che era stato un ufficiale nazista, Kurt Waldheim, lui disse di non essersi mai accordo dei crimini di guerra.

L’Onu ha anche un esercito, i caschi blu, che si comportarono in maniera vergognosa in Somalia, a Srebrenica, in Ruanda, e non sono intervenuti nel genocidio di Gaza.

Chi comanda all’ONU sono gli Usa, al punto che il presidente degli Usa può decidere chi può partecipare e chi no all’Assemblea Generale, visto che la sede dell’ONU è a New York

Una macchia indelebile per l’ONU sarà il genocidio di Gaza, da parte di un paese che è stato “autorizzato” a nascere dall’ONU, che non ha voluto contenere quel paese nei territori attribuiti dall’Onu.

 

Dell’ONU resterà poco, vi propongo alcuni discorsi memorabili:

 

 

 

 

 

 

 

 

anche Nicolai Lilin parla della fine dell’ONU:

 

Cosa verrà dopo l’ONU come lo conosciamo adesso arriverà dalle idee dei Brics, e non potrà essere peggio di adesso.


da qui

mercoledì 16 luglio 2025

Il messaggio dei Brics al mondo che ha terrorizzato Trump - Pepe Escobar

 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Eccoci qua. Le classi dirigenti dell'Impero del Caos, insieme all'attuale e buffo capocirco, hanno finalmente capito che i BRICS rappresentano una seria minaccia strategica – e una sfida esistenziale – al loro dominio unilaterale sull'attuale sistema di relazioni internazionali.

Non sono giunti a questa conclusione dopo aver esaminato attentamente il vertice annuale dei BRICS a Rio – né il rivoluzionario vertice dello scorso anno a Kazan: sono pessimi nel fare i compiti di base.

È più probabile che siano stati risvegliati dal loro torpore dal sentire sulla propria pelle da che parte tira il vento – globale –, in termini di tutti i tipi di modelli che vengono testati per aggirare il dollaro statunitense e il controllo ferreo delle istituzioni di Bretton Woods.

La conclusione era inevitabile: i BRICS hanno superato l'ultima linea rossa. Basta con i discorsi da bravi ragazzi. La dichiarazione di Rio di oltre 130 punti, rilasciata il primo giorno del vertice, lo dice chiaramente, in modo educato ma deciso: questo è ciò che siamo, un'alternativa sistemica; e scriveremo le regole del nuovo sistema a modo nostro.

Costruire la Geopolitica della Sovranità

Il vertice BRICS 2025 a Rio è stato una sorpresa sbalorditiva. Le aspettative iniziali erano basse – se si confronta la mite presidenza brasiliana con l'enorme lavoro svolto dalla Russia nel 2024 in vista di Kazan.

Eppure, alla fine, Rio ha concretizzato ciò che Kazan aveva annunciato: il nuovo sistema emergente sarà incentrato sulla sovranità, l'uguaglianza e l'equità – con un'enfasi sull'integrazione economica a livello continentale, il commercio in valute nazionali, un ruolo ampliato per le nuove istituzioni finanziarie globali come la NDB (la banca dei BRICS) e una miriade di piattaforme per lo sviluppo sostenibile.

Una Geopolitica della Sovranità deve essere costruita strutturalmente: il ferro e il cemento per il nuovo sistema proverranno da una nuova interconnessione del commercio in valute nazionali, sistemi di pagamento/regolamento indipendenti e nuove piattaforme di investimento.

Dal punto di vista geoeconomico, BRICS è già in pieno svolgimento. Basta dare una rapida occhiata a una mappa dell'Eurasia e dell'Afro-Eurasia per rendersi conto dell'interconnessione esistente ed emergente tra connettività, logistica e corridoi della catena di approvvigionamento. In tutti i paesi BRICS, questi collegamenti legano fonti energetiche, giacimenti di terre rare e una ricchezza di prodotti agricoli.

Per citare il Padrino del Soul James Bown, Papa's got a brand new (BRICS) bag [Papà ha una borsa nuova di zecca (BRICS)].

Non c'è quindi da stupirsi che una versione squallida del White Man's Burden [il fardello dell'uomo bianco], il direttore del circo, abbia scatenato una Guerra Totale contro i BRICS e i loro partner – con minacce, tariffe doganali e persino un certificato di morte (all'epoca era ancora più all'oscuro di cosa fossero i BRICS).

La seriale Tempesta Tariffaria Trumpiana (TTT) è ovviamente un'altra manifestazione del principio “divide et impera”, che cerca di far esplodere i BRICS dall'interno. E ora siamo saliti di diversi livelli, con una caratteristica lettera infantile che minaccia tariffe del 50% su tutti i prodotti Made in Brazil esportati negli Stati Uniti – più tariffe “settoriali” aggiuntivi.

Eppure questo non ha nulla a che vedere con il commercio. Negli ultimi 15 anni, il surplus commerciale degli Stati Uniti con il Brasile ha superato una cifra considerevole di 400 miliardi di dollari. Qualche sottoposto di Trump 2.0 avrebbe dovuto sussurrare questa cifra all'orecchio del suo capo.

Ma anche se lo avessero fatto, sarebbe irrilevante. Perché l'ultimo espediente costituisce in realtà una grossolana interferenza straniera nella politica interna di un'altra nazione e nella prossima corsa presidenziale, che è illegale e prevedibilmente ancora una volta una presa in giro del diritto internazionale.

Il capocirco ha iniziato urlando nei suoi post che il governo Lula – e il sistema giudiziario indipendente brasiliano – erano stati coinvolti in una caccia alle streghe contro il suo socio, l'ex presidente Jair Bolsonaro, che è stato perseguito legalmente con l'accusa di aver organizzato un colpo di stato per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2022 e impedire a Lula di prendere il potere.

È toccato al non tanto maestro della persuasione Steve Bannon svelare l'intero squallido gioco: se abbandonate il procedimento contro Bolsonaro, noi abbandoniamo i dazi del 50%.

La risposta del presidente Lula è stata misurata, ma ferma: “Il commercio del Brasile con gli Stati Uniti rappresenta solo l'1,7% del nostro PIL. Non si può definire questi dati vitali (...) Cercheremo altri partner.”

Naturalmente si farà molto duro. Una tariffa del 50% è come un uragano mortale. Esempio: il Brasile è il più grande esportatore mondiale di succo d'arancia. Il 95% della produzione interna viene esportato, quasi la metà negli Stati Uniti. Ci vorrà del tempo e molto duro lavoro per trovare “altri partner”. La soluzione potrebbe trovarsi nei paesi BRICS. Col tempo, dovrebbero esserci molti candidati per le principali esportazioni brasiliane come petrolio, acciaio, ferro, aerei e componenti, caffè, legname, carne e soia.

Sindacalizzare tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori statunitensi

Parallelamente, i due principali attori dei BRICS, Cina e Russia – entrambi già soggetti a innumerevoli sanzioni (Russia) e tariffe commerciali (Cina) – vedono la TTT di Trump come una spettacolare opportunità per minare ancora più rapidamente il controllo unilaterale degli Stati Uniti sui sistemi commerciali e valutari.

La guerra contro i BRICS è passata al livello successivo, ora che Russia, Cina, Iran e Brasile sono tutti confermati come obiettivi illegittimi. Spetta a questo punto di vista dello Sri Lanka riassumere in modo delizioso la posta in gioco:

“Trump ha efficacemente sindacalizzato tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori americani.” Si tratta di un'equazione piuttosto semplice: “Se imponi una tariffa a una persona, hai più potere. Ma se imponi una tariffa a tutti, più potere a noi.”

“Più potere a noi” si traduce nel fatto che i BRICS e il più ampio Sud Globale sono perfettamente consapevoli che non c'è via d'uscita se non quella di andare avanti a tutta velocità con il progetto BRICS, che culminerà nella completa de-dollarizzazione. Da Kazan a Rio e oltre, è ormai chiaro che la TTT fuori controllo prenderà di mira qualsiasi nazione o partner che si allinei con i BRICS “anti-americani”.

Volete la guerra? Fatevi sotto.

da qui



mercoledì 6 novembre 2024

La sconfitta dell’Occidente oligarchico e nichilista. La profezia di Emmanuel Todd – Alessandro Scassellati


Lo storico, demografo, antropologo e sociologo neo-weberiano Emmanuel Todd, allievo dello storico inglese Peter Laslett a Cambridge e noto per aver predetto con diversi anni di anticipo il crollo dell’URSS1, ha scritto un libro importante e molto ambizioso, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi Editore, Roma 2024), pieno di spunti geniali, ipotesi ardite e brillanti e scomode provocazioni2. Insomma, un libro da leggere con gusto. È stato scritto tra il luglio e il settembre del 2023 (durante l’estate della fallita controffensiva ucraina pianificata dal Pentagono), ma è uscito in Italia in settembre con una prefazione scritta nel giugno 2024.

Il libro cerca di fare il punto sulla disastrosa condizione presente e la tesi centrale è che l’Occidente, più che essere sotto attacco da parte della Russia, “si sta distruggendo da sé”: la crisi endogena dell’Occidente è il motore del momento storico che stiamo vivendo. “A mettere a rischio l’equilibrio del pianeta è una crisi occidentale, e più precisamente una crisi terminale degli Stati Uniti, le cui onde più periferiche sono andate a schiantarsi contro la banchina della resistenza russa, contro un classico Stato-nazione conservatore” (pag. 38).

L’Occidente è diventato totalmente autoreferenziale, convinto che avrebbe potuto facilmente imporre il suo modello al resto del mondo. “Il sistema occidentale odierno ambisce a rappresentare la totalità del mondo e non ammette più l’esistenza dell’altro. Tuttavia, … se non riconosciamo più l’esistenza dell’altro, legittimamente tale, alla fine cessiamo di essere noi stessi” (pag. 51). Ogni civiltà è viva e capace di agire con coerenza, se ha una identità dialettica. Secondo Todd, l’America di Eisenhower negli anni ’50, grazie ai lavori di alcuni antropologi e scienziati politici (Margaret Mead, Ruth Benedict, Edward Banfield, etc.) era ancora capace di riconoscere “l’altro” (ossia la diversità socio-culturale del mondo), in particolare la specificità delle culture russa, giapponese o dell’Italia meridionale (pp. 72-73). Ora, prevale una concezione uniforme dei popoli.

In larga parte, si tratta di un’analisi geopolitica classica che prende in considerazione diversi elementi – tenore di vita, forza del dollaro, meccanismi di sfruttamento, rapporti di forza militari oggettivi – più o meno razionali in superficie, “tuttavia, abbandonerò l’ipotesi esclusiva di una ragione ‘ragionevole’ e proporrò, invece, una visione più ampia della geopolitica e della storia, integrando meglio quel che è assolutamente irrazionale nell’uomo, in particolare i suoi bisogni spirituali” (pag. 49). Con questo Todd intende dare rilevanza ad una serie di elementi culturali ed ideologici che rientrano in un approccio olistico weberiano che cerca di tenere insieme quello che i marxisti intendono per rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura, anche se Todd tende a considerare alcuni elementi culturologici sovrastrutturali, a cominciare dalla religione protestante, come i veri motori della storia umana, nel bene e nel male.

Cosa è l’Occidente

Così per definire cosa è l’Occidente, Todd non ricorre al 1492 (la data emblematica della “scoperta” del continente americano da parte di Colombo che ha dato avvio alla conquista europea del resto del mondo), né al capitalismo mercantile e industriale, né alla democrazia liberale3, mentre riserva un’importanza cruciale al ruolo della religione. “All’origine e al centro dello sviluppo occidentale non troviamo il mercato, l’industria e la tecnologia, bensì una religione in particolare il protestantesimo. Mi sto dunque muovendo da bravo allievo di Max Weber, il quale poneva la religione di Lutero e di Calvino all’origine di quella che, all’epoca, sembrava essere la superiorità dell’Occidente. Tuttavia, a oltre un secolo dalla pubblicazione di L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, avvenuta nel 1904 e nel 1905, possiamo spingerci al di là di Weber in maniera affatto inedita. Se, come egli afferma, il protestantesimo è stato davvero la matrice del decollo dell’Occidente, allora è la sua morte, oggi, a causarne la dissoluzione, e più prosaicamente la sconfitta” (pp. 147-148).

Come l’ebraismo, il “protestantesimo alfabetizza” le popolazioni su cui domina, sottolinea Todd, dal momento che tutti i fedeli devono avere accesso diretto alle Sacre Scritture, non attraverso l’intermediazione della Chiesa come solitamente avviene tra i cattolici. E una popolazione alfabetizzata è capace di progredire a livello sia tecnologico sia economico. La religione protestante ha dunque contribuito a forgiare una forza lavoro altamente efficiente. Inoltre, sul piano delle concezioni sociali, l’alfabetizzazione “alimenta un sentimento di uguaglianza quasi metafisica tra tutti i cittadini” (pag. 156).

Allo stesso tempo, però, il mondo protestante condivideva l’idea, ereditata dalla dottrina della predestinazione calvinista, secondo cui alcuni sono eletti e altri dannati, per cui gli uomini non sono tutti uguali. Un’idea che si contrapponeva a quella cattolica e ortodossa dell’uguaglianza fondamentale di tutti gli uomini, mondati dal peccato originale attraverso il battesimo. “Non sorprende, dunque, che le due forme più potenti o durevoli di razzismo siano emerse nei paesi protestanti. Il nazismo si è radicato nelle regioni luterane della Germania … Quanto alla fissazione americana per i neri, ha anch’essa molto a che vedere con il protestantesimo. Infine, non vanno dimenticate l’eugenetica e le sterilizzazioni forzate, in particolare nella Germania nazista, in Svezia tra il 1935 e il 1976 e negli Stati Uniti tra il 1907 e il 1981: sono il logico risultato di un ambiente protestante che non riconosce tutti i diritti fondamentali a ogni singolo individuo” (pag. 150-151).

Todd sostiene che “una nazione è un popolo reso cosciente da un credo collettivo e una élite che lo governa in base a tali convinzioni” (pag. 181), per cui ci tiene a sottolineare che il protestantesimo “è stato anche il motore principale dello sviluppo degli Stati-nazionali. … Effettivamente, esigendo la traduzione della Bibbia in lingua volgare, Lutero e i suoi seguaci hanno contribuito in maniera determinante alla formazione di culture nazionali e di Stati potenti, bellicosi e consapevoli di sé: l’Inghilterra di Cromwell, la Svezia di Gustavo Adolfo e la Prussia di Federico II. Il protestantesimo ha dato origine a dei popoli che, a furia di leggere troppo la Bibbia, hanno finito con credersi eletti da Dio” (pag. 151) e predicare il proprio eccezionalismo.

Se il protestantesimo originario di Lutero era di stampo autoritario (predicava la sottomissione assoluta dell’individuo allo Stato), secondo Todd questo è stato dovuto ad una predisposizione antropologica: la famiglia ceppo o multipla verticale tedesca (che per Todd “ha reso possibile il nazismo” – pag. 153) prevedeva che solo uno dei figli era chiamato a vivere con il padre e ad ereditare (non vi era uguaglianza tra i fratelli). Ma al protestantesimo autoritario tedesco si è contrapposto quello “democratico liberale” dell’Inghilterra, dove “la famiglia nucleare assoluta non era mai composta da più di una coppia e dai propri figli, i quali si separavano dai genitori una volta diventati adolescenti … Questo sistema preparava gli individui alla libertà e instillava persino in loro un inconscio liberale che i coloni inglesi esportarono in America” (pag. 152). La Francia cattolica, “per contiguità” è riuscita a mantenersi nella sfera più sviluppata dell’Occidente, che è essenzialmente protestante, e nonostante che nel bacino parigino la famiglia nucleare fosse di tipo egalitario, dal momento che fratelli e sorelle ereditavano in egual misura, laddove nel mondo anglosassone non esisteva affatto una simile regola di uguaglianza tra i figli. La Rivoluzione francese ha tratto la sua ispirazione egualitaria proprio dalla regione di Parigi (ma anche da Marsiglia e dalla regione mediterranea) dove prevaleva questa struttura familiare in cui i fratelli ereditavano in modo egualitario i beni del padre e dove la popolazione ha abbandonato la Chiesa in favore di Marianne, l’incarnazione della libertà e della ragione repubblicana. Questo, mentre le regioni francesi con strutture familiari autoritarie e inegualitarie – come la Vandea – erano ancora sotto l’influenza della Vergine Maria, ossia di un cattolicesimo teologicamente e socialmente reazionario.

Todd sostiene che esistono due definizioni di Occidente. La prima è una definizione ampia che considera il fiorire dell’istruzione, l’affermazione dell’economia capitalistica e del sistema di potere statunitense, che arriva a comprendere paesi come Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Giappone. “Questo è l’Occidente dei politici e dei giornalisti di oggi, e di una NATO allargata al protettorato giapponese” (pag. 148). In questo Occidente allargato, il decollo dello sviluppo economico rispetto al resto del mondo è stato determinato da due rivoluzioni culturali: il Rinascimento italiano e la Riforma protestante tedesca.

La seconda è più ristretta e “assume come criterio di inclusione la partecipazione alla rivoluzione liberale e democratica. In tal caso, si ottiene un gruppo più ristretto, in cui rimangono solamente Inghilterra, Stati Uniti e Francia. La Glorious Revolution inglese del 1688 (con la deposizione del re Giovanni II e la conferma del primato del Parlamento sulla Corona sia in Inghilterra che in Scozia), la Dichiarazione di indipendenza americana del 1776 e la Rivoluzione francese del 1789 (con la decapitazione di Luigi XVI e di sua moglie Maria Antonietta) sono gli eventi su cui si fonda questo Occidente liberale ristretto.

In senso lato, dunque, l’Occidente non è storicamente “liberale”, poiché ha generato anche il fascismo italiano, il nazismo tedesco e il militarismo giapponese” (pag. 148). Si potrebbe aggiungere che tra i mostri che questo Occidente (sia lato sia ristretto) ha generato nel corso degli ultimi 500 anni di storia ci sono anche la conquista violenta dell’America e del sud del mondo, il genocidio dei popoli nativi, lo schiavismo degli africani e di altri popoli indigeni, il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo, il patriarcato, l’odio di classe, il razzismo, l’apartheid e il suprematismo bianco.

Todd è un convinto sostenitore della tesi che ritiene che le democrazie occidentali siano in una crisi terminale e che stiamo vivendo in una postdemocrazia (cita tutti i testi più rilevanti sul dibattito della crisi della “democrazia liberale” pubblicati negli ultimi due decenni, da Cristopher Lasch a Colin Crouch – pp. 153-155) e non sopporta la narrazione mainstream incentrata sulla contrapposizione tra le “democrazie liberali” occidentali e le “autocrazie”. Todd considera paradossale che l’Occidente pretenda di rappresentare la “democrazia liberale” in contrapposizione alle “autocrazie”, come quella russa, proprio mentre il suo nucleo anglo-americano-francese, quello che ha inventato tale forma di democrazia, è in una crisi profonda, forse terminale. Semmai, per Todd, si tratta di “un confronto tra le oligarchie liberali occidentali e la democrazia autoritaria russa” (pag. 158).

La teoria di Todd dello sviluppo dei sistemi politici in rapporto alle strutture antropologiche e alla stratificazione educativa

Oltre ad utilizzare un approccio neo-weberiano che fa leva sul ruolo della religione (protestantesimo), Todd utilizza alcuni dati antropologici, in particolare relativi alle strutture familiari e ai sistemi di parentela, insieme ad una teoria della stratificazione educativa, per spiegare le peculiarità dello sviluppo dei sistemi politici. Istruttivo il seguente passaggio: “A livello empirico, possiamo associare la diffusione di un carattere democratico primario, sotto varie forme – liberale o autoritario, egualitario o inegualitario – a seconda delle strutture antropologiche di ciascun paese, al superamento del 50% di individui alfabetizzati. Nel mondo angloamericano, questa transizione ha dato origine al liberalismo puro tra il XVII e il XVIII secolo, in Francia al liberalismo egualitario a partire dal XVIII secolo, in Germania alla socialdemocrazia e al nazismo nel XIX e nel XX secolo, e in Russia al comunismo. Allo stesso modo, l’accesso all’istruzione superiore del 20-25% degli studenti per generazione ha portato allo sgretolamento di queste ideologie primarie legate alla fase di alfabetizzazione di massa. Ha preso quindi forma una nuova stratificazione delle società [con l’emersione di una classe media]; il rapporto con la parola scritta e con l’ideologia è divenuto più critico, la parola di Dio, gli incantesimi del Führer, le istruzioni del Partito, o anche dei partiti, hanno perduto la propria trascendenza. La Russia ha raggiunto questa soglia tra il 1985 e il 1990 (negli Stati Uniti ciò è avvenuto intorno al 1965)” (pp. 67-68).

All’inizio del terzo millennio, nota Todd, il sentimento di uguaglianza democratica basilare sembra essersi esaurito. Storicamente, la diffusione dell’alfabetizzazione universale è stato un motore di democratizzazione e un potente solvente di pregiudizi e disuguaglianze, soprattutto tra i sessi, ma lo sviluppo dell’istruzione superiore (lauree e dottorati) “ha finito per dare al 30 o 40% di una generazione la sensazione di essere veramente superiore: un élite di massa, un ossimoro che ben introduce la stranezza della situazione” (pag. 156). In questa generazione si è fatta strada l’idea di possedere una superiorità intrinseca: al sogno dell’uguaglianza è subentrata una legittimazione della disuguaglianza, anche grazie alla manipolazione dell’ideologia del “merito”. La globalizzazione ha esacerbato questa divisione, perché le persone con un’istruzione superiore si sono schierate con l’élite ricca nella mal riposta speranza di condividerne i guadagni. D’altra parte, i “bifolchi” diffidano di questa élite. “Il rappresentante del popolo, un membro dell’élite di massa e con un’istruzione superiore non ha più rispetto per chi possiede un’istruzione primaria e secondaria e, di fondo, qualunque sia la sua etichetta di partito, non può fare a meno di sentire i valori delle persone più istruite come gli unici legittimi. È uno di loro, quei valori sono lui stesso e, ai suoi occhi, tutto il resto è privo di significato, vuoto: egli non potrà mai rappresentare alcun genere di alternativa” (pag. 157). L’aumento delle disuguaglianze negli ultimi decenni, un fenomeno associato alla globalizzazione economica (accelerata dal NAFTA, dagli accordi free trade e dall’entrata della Cina nel WTO nel 2001) e al neoliberismo (un fenomeno ideologico con drammatici effetti economici di cui Todd parla poco4), “ha frantumato le classi tradizionali, ma ha anche peggiorato le condizioni materiali e l’accesso all’occupazione degli operai e delle stesse classi medie” (pag. 157). Una evoluzione che ha contribuito alla nascita di movimenti e partiti identitari, xenofobi, di estrema destra, populisti e a far spostare a destra movimenti e partiti centristi e di centro-sinistra.

Secondo Todd, “l’antropologia delle strutture familiari ci aiuta a comprendere per quale ragione e in che modo l’Inghilterra, gli Stati Uniti e la Francia [l’Occidente ristretto] abbiano contribuito alla nascita della democrazia liberale. In questi paesi, infatti, lo sfondo familiare nucleare poteva alimentare un liberalismo istintivo” (pag. 152) e una cultura individualistica.

In Germania e in Giappone, invece, i valori fondamentali della famiglia ceppo erano l’autorità (del padre sui figli) e la disuguaglianza (tra fratelli). “L’ineguaglianza dei fratelli è diventata la disuguaglianza degli uomini e dei popoli. L’autorità diviene invece il diritto di dominare i popoli più deboli” (pag. 183). Diventa possibile per i governanti arrivare a pensare che il loro paese è superiore a tutti gli altri e che questi devono obbedienza.

Infine, Todd avanza anche l’ipotesi di un nesso tra il comunismo e la famiglia contadina comunitaria (la grande famiglia patriarcale) che secondo lui è riscontrabile in Russia, Cina, Serbia, Toscana [la famiglia mezzadrile], Vietnam, Lettonia, Estonia e nelle regioni interne della Finlandia5. “Questo tipo di famiglia patrilineare, che riunisce il padre e i suoi figli sposati in un’azienda agricola, trasmetteva valori di autorità (del padre sui figli) e di uguaglianza (dei fratelli tra loro). Nel caso della Russia, esso aveva la particolarità di essere un fenomeno recente, dal momento che qui aveva interessato i contadini solamente a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, come pure la servitù della gleba. Non aveva quindi ancora ridotto in maniera significativa la condizione delle donne, come avvenuto ad esempio in Cina. Ancora oggi, in Russia, il principio patrilineare viene simbolicamente perpetuato dal sistema dei tre nomi: nome proprio, patronimico, nome di famiglia” (pp. 69-70). L’uguaglianza dei fratelli diventa l’uguaglianza degli uomini e dei popoli (e finanche una predilezione per un sistema “multipolare” di relazioni internazionali, “in cui ogni ‘polo’ è uguale agli altri, ma autoritario nella propria sfera di influenza” – pag. 183). Todd arriva a stabilire anche una relazione diretta tra il comunitarismo familiare e il comunismo in Russia. “Il comunismo non è nato dalla creatività del cervello di Lenin per poi venire imposto da una minoranza attiva; è stato il risultato della disgregazione della famiglia contadina tradizionale. L’abolizione della servitù della gleba nel 1861, l’urbanizzazione e l’alfabetizzazione hanno liberato l’individuo dalla soffocante famiglia comunitaria. Tuttavia, una volta libero l’individuo si è ritrovato completamente disorientato e si è quindi rivolto al Partito, all’economia centralizzata e al KGB in quanto sostituti della potestà paterna. Si potrebbe affermare che il KGB fosse in un certo senso l’istituzione più prossima alla famiglia tradizionale, in quanto si occupava personalmente delle persone, nei minimi dettagli” (pag. 70).

La crisi irreversibile degli Stati Uniti

La tesi di Todd è che gli Stati Uniti soffrono per “la scomparsa di una cultura nazionale condivisa dalle masse e dalle classi dirigenti” (pag. 45). La conseguenza dell’implosione della cultura WASP – White Anglo-Saxon Protestant, ovvero ‘bianca, anglosassone e protestante’6 – a partire dagli anni ’60, con un’accelerazione dopo il 1980, che ha portato al “trionfo dell’ingiustizia”7 (con il progressivo smontaggio del New Deal di Roosevelt) e “ha generato un impero privo di un centro e di un progetto, un organismo essenzialmente militare guidato da un gruppo privo di cultura (in senso antropologico), i cui unici valori fondamentali sono il potere, la violenza e un individualismo assoluto capace di attuare solo i personali interessi economici e di potere immediati8. Questo gruppo viene genericamente definito mediante l’espressione ‘neocons’’, ‘neoconservatori’ [che Todd considera “gli eredi trionfalistici del maccartismo” (pag. 74)]. Si tratta di un gruppo alquanto ristretto, ma che si muove all’interno di una classe alta atomizzata e anomica, e che possiede una capacità notevole di provocare danni geopolitici e storici”. L’élite WASP è stata sostituita da bande di insider di Washington, il cui unico legame è la loro dipendenza dal protagonismo militare e dai profitti derivanti dalle rendite dell’impero.

Secondo Todd, la crisi degli Stati Uniti è determinata dalla “completa scomparsa del substrato cristiano” che ha provocato “la polverizzazione delle classi dirigenti americane” (pag. 47). Il fatto è che il protestantesimo, il credo religioso che secondo Todd, seguendo Max Weber, aveva sostenuto la forza economica dell’Occidente e, soprattutto, degli Stati Uniti, “è ormai morto” (pag. 47). Questa è per Todd “la chiave esplicativa decisiva delle turbolenze che oggi scuotono il mondo”.

La disintegrazione terminale della matrice cristiana (nella versione protestante) negli Stati Uniti ha fatto emergere un “nichilismo”, condito dall’ossessione per il denaro e da una tendenza all’autodistruzione (esemplificata dalle stragi dei mass-shooting e alla “epidemia da oppioidi”), al militarismo, al ritorno di razzismo e segregazione, al più alto tasso di reclusione al mondo, e a una negatività endemica. Per Todd, un sintomo centrale del nichilismo è l’ideologia transgender che porta le classi medio-alte a voler credere che un uomo possa diventare una donna e una donna un uomo. Per Todd, questa è un’affermazione del falso, perché la biologia del codice genetico ci dice che questo è impossibile.

Quello che Todd chiama “stato zero della religione”, ossia la fase della dissoluzione della morale cristiana9, infatti, produce “nichilismo”, “una deificazione del vuoto” (pag. 49)10. Per nichilismo Todd intende un atteggiamento culturale con due dimensioni fondamentali: una pulsione alla distruzione di cose e persone; e una dimensione di natura concettuale che tende irresistibilmente a distruggere la nozione stessa di verità, a vietare qualsiasi descrizione ragionevole del mondo (un cinismo e “un’amoralità derivante dall’assenza di valori”). È “la negazione della realtà” (pag. 252).

Per Todd, gli Stati Uniti non possono più essere considerati né una democrazia liberale, ma sono una “democrazia oligarchica” o una “oligarchia liberale” (“giacché nell’Ovest la protezione delle minoranze è divenuta un’ossessione”, a cominciare da quella dei ricchi – pag. 158), con gli oligarchi (i grandi capitalisti/finanzieri, come Donald Trump e Elon Musk) che possono intervenire pesantemente nel sistema politico11 (pag. 77), né uno Stato-nazione, come “erano stati nella loro fase imperiale positiva, dal 1945 al 1990, di fronte all’URSS” (pag. 48), perché, seppure possiedono ancora un gigantesco apparato statale e militare e abbiano l’oligopolio GAFAM del capitalismo digitale (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e il gas del fracking, il tenore di vita degli statunitensi dipende da un numero di importazioni che le esportazioni non riescono più a coprire, non hanno più una classe dirigente nazionale in senso classico e neanche una cultura centrale ben definita. Dal punto di vista della composizione sociale, la classe operaia americana è crollata di fronte all’afflusso di merci cinesi ed “è emersa una società polarizzata tra una plebe economicamente inutile e una plutocrazia predatrice” (pag. 47). Non sono uno Stato imperiale, neppure uno Stato di basso impero, ma uno Stato postimperiale, emanazione di un impero in disfacimento, divenuto impermeabile al concetto di sovranità nazionale. “Benché mantenga l’apparato militare di un impero, l’America non ha più al suo centro una cultura portatrice di discernimento, motivo per cui nella pratica si lancia in azioni sconsiderate e contraddittorie, come un’intensa espansione diplomatica e militare in un momento di massiccia contrazione della propria base industriale. E questo tenendo presente che una ‘guerra moderna senza industria’ è un ossimoro” (pag. 47).

Per Todd, una delle maggiori sorprese emerse dalla guerra in Ucraina è che l’industria americana – il mitico complesso militare-industriale, tanto foraggiato con i soldi del governo federale – è insufficiente, incapace di stare al passo con la produzione bellica russa: “la superpotenza mondiale non è più in grado di assicurare la fornitura di granate – o di qualunque altra cosa – al suo protetto ucraino” (pag. 35). Gli Stati Uniti non hanno più i mezzi industriali per mantenere le promesse fatte in politica estera. Biden ha menzionato nelle sue memorie del 2017 che il presidente Barack Obama lo metteva in guardia dal “fare troppe promesse al governo ucraino”. Ora capiamo perché.

Secondo Todd, “l’ipotesi di una ripresa militare-industriale degli Stati Uniti è da escludere in forza della scarsità di ingegneri a loro disposizione [per cui importano milioni di STEM workers dal resto del mondo] e della loro insuperabile predilezione per la produzione di denaro anziché di macchinari12. … Più in generale, però, il collasso morale e sociale che deriva dallo stato zero del protestantesimo – la teoria di base di questo saggio – ci assicura che il declino americano è ormai irreversibile. Questo libro è stato scritto da chi legge Max Weber, non Clausewitz o Sun Tzu” (pag. 12).

Per Todd, è l’estinzione religiosa (la morte del protestantesimo) che ha condotto alla scomparsa della morale sociale e del sentimento collettivo. Indicatori di questo processo sono, oltre al basso numero di giovani che studiano per diventare ingegneri, “l’aumento della mortalità americana, in particolare negli Stati interni repubblicani e trumpiani, nello stesso momento in cui centinaia di miliardi di dollari fluiscono verso Kiev” (pag. 48). Un’alta mortalità infantile (5,4 su 1000 nascite) e una riduzione dell’aspettativa di vita, fenomeni documentati da Anne Case e Angus Deaton nel libro-inchiesta “Deaths of despair and the future of capitalism” (“Morti di disperazione e il futuro del capitalismo”) del 2020. L’aumento della mortalità, in particolare tra i bianchi di 45-54 anni – per alcolismo, suicidio, uso di armi da fuoco, obesità e dipendenza da oppioidi (come il fentanil) – ha fatto registrare un calo complessivo dell’aspettativa di vita (unico tra i paesi avanzati): da 78,8 anni nel 2014 a 76,3 anni nel 2021. Tutto questo in presenza della spesa sanitaria più alta del mondo (pari al 18,8% del PIL).

Gli Stati Uniti sono stati trascinati in conflitti sanguinosi che minano il loro status di prima potenza mondiale da due alleati radicalizzati – Ucraina e Israele – che loro stessi hanno contribuito a formare (pag. 17). Todd ritiene che gli USA siano stati indotti in una trappola strategica dal regime nazionalista di Kiev. Se la determinazione “suicida” dei nazionalisti ucraini di riprendersi la Crimea e di sottomettere il Donbass ha portato alla guerra (stanno cercando di “mantenere la propria sovranità sulle popolazioni di un’altra nazione, una nazione molto più potente di loro”), il loro “nichilismo” l’ha perpetuata e solo gli aiuti occidentali hanno finora consentito loro di continuare a combattere. Per oltre un decennio, l’America aveva individuato nella Cina il suo nemico principale e a Washington l’ostilità nei confronti di Pechino era ed è trasversale e, probabilmente costituisce l’unico punto su cui democratici e repubblicani sono in grado di trovare un’intesa. Adesso invece, per il tramite dei nazionalisti ucraini, stiamo assistendo ad un confronto tra Stati Uniti e Russia.

La guerra a Gaza, iniziata prima che Todd ha scritto la postfazione e la prefazione dell’edizione italiana del suo libro, sta confermando alcune delle sue tesi centrali. Il sostegno incondizionato dell’anziana élite politica americana all’invasione di Israele suggerisce davvero che sono in preda a una crisi psichica che trova espressione in un “nichilismo” che ha “bisogno di violenza”. La “semplicità infantile” con cui il presidente Biden ha paragonato Israele all’Ucraina come bastioni assediati della libertà mostra quanto rapidamente i valori occidentali possano essere screditati dai loro confusi difensori. L’impegno “irrazionale” del materiale militare americano nella distruzione delle città di Gaza (e ora anche del Libano meridionale), che ha incontrato la prolungata, seppur inquieta, acquiescenza dei suoi alleati europei e dei media mainstream, suggerisce che non tutto va bene nell’Occidente e, soprattutto, negli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina

La spiegazione dell’entrata in guerra della Russia contro il regime ucraino fornita da Todd è che, come detto da Putin a partire dal 2007 (discorso alla conferenza di Monaco sulla sicurezza del 10 febbraio), Mosca non avrebbe acconsentito passivamente all’integrazione dell’Ucraina nella NATO. “La continua espansione delle infrastrutture dell’Alleanza Atlantica e lo sviluppo militare del territorio ucraino sono per noi inaccettabili”, ha detto Putin13. L’Ucraina stava per diventare un membro de facto della NATO per cui la questione ucraina era diventata esistenziale per la Russia. Il 24 febbraio 2022 Putin ha considerato che era stata superata la “linea rossa” e che “non era più possibile consentire che in Ucraina si sviluppasse una ’’anti-Russia’” (pag. 31) e così ha dato avvio alla “operazione militare speciale”14.

La feroce resistenza militare dell’Ucraina è stata una sorpresa. Era considerato uno “Stato fallito” o quantomeno sulla via del fallimento, che dalla sua indipendenza nel 1991 aveva perso 11 milioni di abitanti (passando da 52 a 41) per via dell’emigrazione verso la Russia (la popolazione russofona è emigrata in massa, soprattutto la classe media e gli operai industriali qualificati, dopo che ha perso ogni rappresentanza politica con la cosiddetta rivoluzione di Maidan del 2014) o l’Europa occidentale e del calo della fertilità (scesa a 1,2 figli per donna). L’Ucraina è un pasticcio di diversi tipi di strutture familiari. A partire dalla Rivoluzione arancione del 2004, l’ovest rurale contadino ha cercato di imporre la sua lingua all’est urbanizzato e industrializzato, che naturalmente preferiva la lingua russa della scienza e dell’alta cultura. L’Ucraina è stata dominata dagli oligarchi, dalla corruzione e l’intero paese e il suo popolo sembravano essere ormai in vendita. Todd nota che, alla vigilia della guerra, “l’Ucraina era infatti divenuta la terra promessa per la maternità surrogata a basso costo” (pag. 33), detenendo il 25% del mercato mondiale. La stessa Russia probabilmente si attendeva una resa o addirittura il crollo del regime ucraino. Il paese era stato equipaggiato con missili anticarro Javelin da parte della NATO e, fin dallo scoppio della guerra, disponeva di sistemi di osservazione e guida statunitensi. Ma “quello che nessuno poteva prevedere è che proprio nella guerra, l’Ucraina avrebbe trovato una ragione di vita e una giustificazione alla propria esistenza” (pag. 33). La nascita vera a propria della nazione ucraina è avvenuta attraverso l’alleanza tra l’ultranazionalismo banderista dell’ovest (di Leopoli e della Galizia) e l’anarco-militarismo del centro (di Kiev e del suo intorno) contrapposti alla parte russofila del paese, ormai indebolita dalla fuga della sua élite e classe media.

Un’altra sorpresa è stata la solidità e la resistenza economica della Russia (che alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, insieme alla Bielorussia, rappresentava il 3,3% appena del PIL occidentale). “Ci è stato annunciato che le sanzioni, in particolare l’esclusione delle banche russe dal sistema di scambio interbancario SWIFT, avrebbe messo in ginocchio il paese. Se però qualche mente curiosa tra i nostri politici e giornalisti si fosse presa la briga di leggere il testo di David Teurtrie, “Russie. Le retour de la puissance” (“Russia, il ritorno della potenza”), pubblicato pochi mesi prima della guerra, avremmo evitato di porre tutta questa ridicola fiducia nella nostra onnipotenza finanziaria. Come infatti segnalato da Teurtrie, i russi si erano adattati alle sanzioni del 2014 ed erano ormai pronti a essere autonomi nel settore sia informatico che bancario. Dal suo libro emerge una Russia moderna, lontana dalla rigida autocrazia neostalinista che la stampa ci propone giorno dopo giorno, e capace invece di grande flessibilità tecnica, economica e sociale. In sostanza, un avversario da prendere sul serio” (pp. 33-34).

Todd si domanda perché mai gli occidentali hanno sottovalutato a tal punto il loro avversario, dato che non vi era nulla di segreto riguardo alle sue risorse e i suoi dati erano accessibili. Un clamoroso errore di percezione che si è protratto per tutti gli anni (dal 1999) in cui Putin è stato al potere e che ha evitato di vedere una stabilizzazione riuscita della società russa, con una economia che funziona. In Russia c’è un attaccamento viscerale all’economia di mercato, nonostante il ruolo centrale svolto dallo Stato. Il “sistema Putin” è “un prodotto della storia russa e non l’opera di un solo uomo”. Questo è esemplificato sia dalla “statistica morale” – una riduzione dei tassi dei decessi legati all’alcol, ai suicidi, agli omicidi e alla mortalità infantile (4,4 per mille nel 2020, al di sotto del tasso americano del 5,4) – sia degli indicatori socio-economici come un aumento del tenore di vita, una riduzione del tasso di disoccupazione, un aumento delle produzioni agricole che ha permesso l’autosufficienza alimentare e che ha portato la Russia a diventare uno dei maggiori esportatori di prodotti agricoli al mondo (cereali, piante oleifere e carne), un aumento delle esportazioni di armi (secondo esportatore mondiale, dopo gli USA), lo status di primo esportatore mondiale di centrali nucleari, un forte dinamismo nel mondo internet con dei “campioni nazionali”. Progressi tangibili che hanno avuto un’accelerazione dopo il 2014, dopo l’imposizione delle sanzioni da parte dell’Occidente dopo la prima crisi ucraina e l’annessione della Crimea, e una sostanziale svalutazione del rublo. Da allora sono state portate a termine una serie di riconversioni economiche che hanno permesso alla Russia di riacquistare la propria autonomia rispetto al mercato occidentale (l’embargo ha consentito di ristabilire una politica fortemente protezionistica). Todd sottolinea che “le persone con un’istruzione superiore che scelgono di studiare Ingegneria intorno al 2020 erano il 23,4% rispetto al 7,2% negli Stati Uniti” (pag. 65), ossia 2 milioni di ingegneri contro 1,35 milioni15.

Putin ha messo alle strette gli oligarchi dall’ottobre 2003 (con l’arresto di Michail Chodorkovskij che aveva rapporti con la ExxonMobil e aspirazioni politiche), fa leva su una classe media e medio-alta plasmata dall’istruzione (che è anche il maggiore bacino di russi ostili al suo regime) e presta una grande attenzione alle richieste dei lavoratori e degli ambienti popolari (che d’altra parte ancora accettano una certa forma di autoritarismo e di aspirazione a un’omogeneità sociale). Ha preservato la libertà di movimento, lasciando la totale libertà di abbandonare il proprio paese. C’è una totale assenza di antisemitismo. È stato impedito lo sviluppo di un individualismo assoluto.

Certo, la Russia è per Todd una “democrazia autoritaria”: si tengono elezioni, sebbene siano in una certa misura truccate; autoritaria poiché il regime non soddisfa il criterio essenziale per una democrazia liberale, del rispetto dei diritti delle minoranze (poi ci sono anche le restrizioni della libertà di stampa). “In Russia permangono valori comunitari – autoritari e egualitari sufficienti affinché sopravviva l’ideale di una nazione compatta e perché riemerga una particolare forma di patriottismo” (pp. 75-76). Con qualche amarezza Todd nota che “l’attuale narrazione occidentale relega la Russia, e soltanto lei, a un dispotismo eterno che oscilla tra l’autocrazia zarista e il totalitarismo stalinista. Quando non viene equiparato al demonio, Putin è il nuovo Stalin oppure un novello zar. Se applicassimo all’Occidente (in senso lato) gli stessi criteri astorici che negano alla Russia il proprio diritto a evolversi, scopriremmo che esso si trova ben lontano dall’immagine che ha di sé oggi” (pag. 149).

Il vero fattore di debolezza della Russia è il suo basso indice di fertilità (ora intorno all’1,5 figli per donna), una caratteristica che però condivide con tutto il mondo maggiormente sviluppato. Questo è stato in parte compensato dall’annessione di territori e popolazioni che un tempo appartenevano all’Ucraina (per cui si è passati da 144 a 146 milioni). Secondo Todd, l’esercito russo ha scelto di condurre una guerra lenta per risparmiare uomini, per perdere il minor numero possibile di soldati (inizialmente in Ucraina, un paese di 600 mila kmq, sono stati schierati solo 120 mila soldati russi e sono stati utilizzati reparti della Wagner e milizie cecene), dandosi come tempo massimo per una vittoria 5 anni, entro il 2027, quando la coorte di uomini idonei al servizio militare sarà troppo piccola. La priorità della Russia non è conquistare il massimo del territorio, ma perdere il minimo degli uomini.

Todd nota che non solo è stato Putin a scegliere il momento in cui scatenare l’attacco (allorquando la Russia aveva ormai acquisito la superiorità strategica garantitale dal possesso di missili ipersonici nel 2018-2019), ma che la dottrina militare russa prevede che in caso di minaccia alla nazione e allo Stato, la Russia autorizzerà alcuni attacchi nucleari tattici, vale a dire sul campo di battaglia. Questa dottrina nasce dalla notevole superiorità demografica dell’Occidente dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (887 milioni contro 144). I governanti occidentali conoscono questa dottrina militare russa, ma negano la possibilità della pace come se rappresentasse una minaccia ancora più grave di uno scontro termonucleare. Todd considera degli “’squilibrati’ mentali tutti quei politici, giornalisti e accademici europei convinti che la Russia, con la sua popolazione di 144 milioni di individui in calo e che fatica a occupare tutti i suoi 17 milioni di chilometri quadrati di territorio, voglia realmente espandersi ad ovest” (pag. 14)16. Per spiegare l’atteggiamento occidentale, Todd parla della componente nichilista scaturita dallo “stato zero della religione”, “uno dei concetti fondamentali del mio libro” (pag. 13).

Il problema cruciale è che “la pace alle condizioni imposte dai russi significherebbe la fine dell’era americana nel mondo e il declino del dollaro (come moneta di riserva mondiale) e della capacità statunitense di vivere del lavoro complessivo del pianeta. In geopolitica la messa in ridicolo è letale” (pp. 18; 350). Secondo Todd, si arriverebbe alla disintegrazione della NATO e, soprattutto, a quello che gli Stati Uniti temono di più: la riconciliazione tra Russia e Germania. In un’Europa a bassa fertilità, con la sua popolazione che invecchia, la cosa fisiologica è la complementarità tra l’industria tedesca e le risorse energetiche e minerarie russe. Soprattutto, il ruolo dell’Europa potrebbe diventare quello di distogliere le grandi potenze dalla rivalità geopolitica e di adoperarsi per tenere unito il mondo, mantenere a un livello gestibile le inevitabili tensioni di un mondo multipolare ed evitare che una normale competizione si trasformi in una rivalità ostile, cercando il consenso su una serie di regole fondamentali per le relazioni fra gli Stati.

Todd ricorda (pp. 180-181) come l’opposizione degli Stati Uniti ad un riavvicinamento tra Russia e Germania sia stata chiarita dal polacco-statunitense Zbigniew Brzezinski in “La grande scacchiera” nel 1997. Dopo la caduta del comunismo sovietico, l’ex consigliere di Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1968 ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter dal 1977 al 1981, sottolineava come per Washington si poneva il problema strategico che la presenza americana sul continente europeo o in Asia, non era più giustificata. L’Eurasia si sarebbe quindi potuta unificare, marginalizzando gli Stati Uniti. Per uno stratega come Brzezinski, l’alleanza russo-tedesca rappresentava un incubo assoluto. Brzezinski suggeriva di strappare l’Ucraina dalla Russia per privarle per sempre il suo status imperiale e impedire il controllo sull’Eurasia di un nuovo asse russo-tedesco. “Dal punto di vista statunitense, la guerra deve quindi continuare, non per salvare la ‘democrazia’ ucraina, ma per mantenere il controllo sull’Europa occidentale e sull’Estremo Oriente” (pag. 19).

Si tratta di vedere fino a quando le oligarchie europee saranno capaci di mantenere i loro popoli ostili alla Russia o addirittura trascinarli in una guerra diretta in un contesto politico che vede l’ascesa del populismo (meno ostile alla Russia rispetto all’elitismo centrista) o dell’estrema destra. La difesa della vita economica e la tenuta degli interessi popolari nei diversi paesi dipende, secondo Todd, dal grado di finanziarizzazione delle borghesie nazionali e da quanto sono organicamente integrate a quelle del mondo angloamericano. Le sanzioni occidentali, concepite per danneggiare l’economia russa, hanno generato difficoltà ancora maggiori per l’Europa occidentale che si è vista privata delle risorse naturali (gas e altre materie prime). Mentre l’Europa dell’ovest soffre, con la Germania che si deindustrializza, l’economia russa sta completando la propria ristrutturazione verso l’autonomia e il proprio riorientamento verso l’Asia.

La subordinazione dell’Europa agli Stati Uniti: un suicidio assistito

Secondo Todd, gli Stati Uniti hanno rinunciato al controllo militare del mondo nel 2008. Da allora, il loro obiettivo, più limitato, è stato quello di mantenere l’impero creato all’indomani della seconda guerra mondiale: il controllo dell’Europa occidentale (oggi allargatosi alle ex democrazie popolari dell’Europa centro-orientale), del Giappone, della Corea del Sud e di Taiwan. “In questi paesi, la concentrazione delle risorse industriali occidentali è ormai eccezionale. Il disequilibrio della bilancia commerciale statunitense con la parte dominata dell’’Occidente collettivo’, 405 miliardi di dollari nel 2023, è maggiore di quella con la Cina pari a 279 miliardi di dollari. La sopravvivenza materiale degli Stati Uniti dipende dunque dal controllo dei propri vassalli”17 (pag. 18). L’aumento del deficit commerciale persiste nonostante la svolta protezionistica ufficiale della politica economica avviata sotto Obama, rafforzata da Trump e da Biden. “Perdere il controllo delle loro risorse esterne provocherebbe un calo del tenore di vita, già poco brillante, della popolazione” (pag. 239).

Il capitolo 5 è intitolato “Il suicidio assistito dell’Europa”. Todd ritiene che Mosca e Washington sono perfettamente concordi nel percepire i leader europei “alla stregua di vassalli, come dei servitori che hanno perduto ogni capacità di azione autonoma. E in quanto tali vengono disprezzati” (pag. 19). L’Europa si trova impegnata in una guerra profondamente contraria ai suoi interessi e autodistruttiva. “L’Unione Europea ha abbandonato in poco tempo ogni velleità di difendere i propri interessi. Questa si è infatti privata del partner energetico e (più in generale) commerciale russo, punendo se stessa sempre più duramente. La Germania ha accettato senza battere ciglio il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream ”ad opera del “suo ‘protettore’ americano di concerto, per l’occasione, con la Norvegia”18 (pag. 34). Ma Todd segnala anche l’evaporazione della Francia di Emmanuel Macron dalla scena internazionale, mentre la Polonia è diventata “il principale agente di Washington in seno all’Unione Europea, rimpiazzando in tal ruolo il Regno Unito”.

In Europa, l’asse Berlino-Parigi (che, insieme a Mosca, si era opposto alla guerra in Iraq voluta dagli USA nel 2003) è saltato a partire dalla crisi del 2007-2008, sostituito prima dall’egemonia tedesca e poi dall’asse Londra-Varsavia-Kiev guidato da Washington. L’identificazione con gli Stati Uniti (invece che con l’UE) è ormai prevalente nel Regno Unito (che ha fatto “da mosca cocchiera all’interno della NATO [e] si è subito scagliato contro la Russia come uno di quei cagnetti ringhiosi” – pag. 35, ma si veda anche il capitolo 6, “In Gran Bretagna: verso la nazione zero” – pp. 198-22919), in Scandinavia (per lungo tempo una regione pacifica e più incline alla neutralità che al combattimento), in Polonia e nei paesi baltici. Tutti paesi caratterizzati da un altissimo livello di russofobia, ossia sopraffatti da una forma acuta di paranoia anti-russa, e da una sopravvalutazione delle loro capacità economiche e militari. Todd dedica un’analisi di paesi come Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia (questi ultimi hanno aderito alla NATO di recente), come parti essenziali del meccanismo di controllo degli Stati Uniti sull’Europa: la Norvegia per le azioni militari (come la distruzione del gasdotto Nord Stream II) e la Danimarca per la sorveglianza dei capi europei (il sistema NSA). Arriva a considerare “la Norvegia e la Danimarca come delle gigantesche portaerei americane ormeggiate al nostro continente, proprio come lo Stato di Israele è una portaerei statunitense ormeggiata al Medio Oriente” (pag. 20).

Per Todd, il progetto oligarchico europeo (quello del superamento/distruzione delle nazionalità) è imploso. Il Trattato di Maastricht e poi l’euro – la moneta vista come l’unico valore di coesione possibile – hanno prodotto effetti completamente diversi da quelli promessi. Oggi, abbiamo un’Unione Europea che non funziona, si sono accentuati gli squilibri tra i paesi, allargate le disuguaglianze sociali e distrutti i sistemi industriali.  Per questo “l’attacco russo all’Ucraina è stato quasi una manna dal cielo” per le élite e le classi medie europee, fornendo un nemico esterno per ricompattarsi e dare, quindi, un nuovo significato alla costruzione dell’Europa (pp. 173- 174), ad esempio attraverso la costruzione di una economia di guerra.

Inoltre, il sistema della NATO, molto più che una protezione contro la Russia, rappresenta un meccanismo di controllo da parte di Washington sulle élite e sugli eserciti suoi vassalli (pag. 197). Poi, ci sono dei meccanismi finanziari e informatici fondamentali attraverso cui si esercita il dominio statunitense sulle oligarchie europee. Rispetto a questo, la tesi di Todd è che la soggezione delle oligarchie europee ai voleri degli Stati Uniti sia spiegabile con il controllo che questi ultimi esercitano attraverso il dollaro e gli strumenti finanziari ed informatici sugli enormi movimenti di capitali di queste élite verso il dollaro come valuta rifugio e verso i paradisi fiscali che hanno sostituito la Svizzera e che sono controllati dalle banche e dalle agenzie statunitensi (come FED e National Security Agency – NSA) in collaborazione con quelle del Regno Unito (pp. 187-195). Sulla base di quanto emerso nel libro di Glenn Greenwald, “No place to hide” (2012), in cui il giornalista aveva reso pubbliche le informazioni fornite da Edward Snowden, l’informatico prima della CIA e poi della NSA che ha ottenuto asilo politico in Russia nel luglio 2013, Todd sostiene che “gli obiettivi prioritari della NSA non sono i nemici degli Stati Uniti, bensì i loro alleati europei, giapponesi, coreani e latinoamericani. Le rivelazioni sulle intercettazioni telefoniche compiute sul cellulare di Angela Merkel hanno iniziato a mettere in allarme l’opinione pubblica. Leggendo il libro di Greenwald ci si rende conto che l’impero americano non è un’astrazione e che non è semplicemente un’espressione della volontà di democratici consenzienti: si basa invece su meccanismi molto concreti di controllo degli individui” (pag. 193). Un’attività spionistica condotta con la collaborazione degli altri paesi della rete Five Eyes (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada), alla quale si sono aggiunti la Danimarca (pag. 232) e altri paesi.

La solitudine ideologica dell’Occidente

Una delle sorprese emerse a seguito della guerra in Ucraina è, secondo Todd, “la solitudine ideologica dell’Occidente e l’inconsapevolezza del proprio isolamento. Essendosi abituati a dettare i valori a cui il mondo deve aderire, gli occidentali credevano sinceramente, e stupidamente, che il pianeta intero fosse pronto a condividere la loro indignazione nei confronti della Russia. La loro aspettativa è rimasta delusa” (pag. 36). L’incapacità occidentale di distinguere i fatti dai desideri stupisce Todd. Così, la speranza americana all’inizio della guerra che la Cina potesse cooperare in un regime di sanzioni contro la Russia, aiutando così gli Stati Uniti a perfezionare un’arma che un giorno sarebbe stata puntata contro la Cina stessa, per Todd, è un “delirio”20.

L’Occidente e i suoi alleati nelle sanzioni contro la Russia non rappresentano che il 12% della popolazione mondiale. Ma, soprattutto, le sanzioni hanno avuto l’effetto di estendere il campo delle operazioni e hanno dato alla guerra una dimensione mondiale, nonostante che la maggior parte dei paesi del Sud del mondo non ha applicato queste misure coercitive. Hanno sostenuto la Russia nei suoi sforzi per smantellare la NATO, continuando a comprare petrolio, gas e cereali dalla Russia, fornendole attrezzature e pezzi di ricambio necessari per portare avanti la guerra e per funzionare come società civile senza troppi patimenti.

Russia, Cina e il gruppo dei BRICS+ sono ormai impegnati a costruire un’alternativa produttiva, finanziaria, commerciale e in prospettiva monetaria all’area del dollaro. E, tra l’altro, come nota Todd, “il sequestro illegale dei beni russi all’estero ha scatenato un’ondata di terrore tra le classi alte del Resto del mondo. Tracciando il denaro e gli yacht degli oligarchi russi, gli Stati Uniti (e i suoi vassalli) hanno di fatto minacciato le proprietà di tutti gli oligarchi del mondo, dei paesi grandi così come di quelli piccoli. Sfuggire allo Stato predatore americano è diventata ovunque un’ossessione e sottrarsi all’impero del dollaro è diventato un obiettivo ragionevole per tutti, anche se ciò richiede di procedere in maniera cauta e graduale” (pag. 311).

Todd nota che la Cina e il “Resto del mondo” (che patisce a causa delle sanzioni, dell’estrattivismo e degli interessi sul debito finanziario), le cui popolazioni sono ormai state in gran parte trasformate in un proletariato generalizzato a basso costo al servizio delle global corporations e dei consumatori occidentali (in una relazione strutturale neocoloniale che rientra nel paradigma dell’imperialismo descritto da Hobson, Lenin, Luxemburg e Amin), preferiscono sempre più chiaramente la Russia (tra questi paesi ci sono India e Turchia, oltre quelli del BRICS+ in via di rapido allargamento). Mettono in discussione il predominio dell’Occidente dimostrando di non essere disposti a cedere alle pressioni. L’influenza e impazienza del Resto del mondo è crescente: rappresenta la maggioranza della popolazione mondiale e una quota sempre maggiore dell’economia globale. Il PIL combinato delle nazioni del G7 – Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada – è sceso dal 67% nel 1994 al 44% nel 2022, mentre quello della Cina è quadruplicato oltre al 20% nello stesso periodo. Il nuovo ordine mondiale, imposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati a partire dagli anni ’90, avrebbe dovuto produrre prosperità per tutti, ma non è riuscito a ottenerlo. Secondo la Banca Mondiale, i progressi nella lotta contro la povertà globale si sono bloccati a causa di guerre, aumento del debito, pandemia e cambiamento climatico. I paesi occidentali sono incapaci o non vogliono rispondere a questa policrisi. Il G7 e l’Occidente in generale si comportano come se fossero ancora potenti come lo erano nel 1944, quando la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale furono creati dalla conferenza di Bretton Woods. Ma questa è ora un’economia globale diversa e il dominio dell’Occidente è messo in discussione come non è mai stato negli ultimi 500 anni.

Anche “l’immoralità dell’Occidente di fronte alla questione palestinese non ha fatto che rafforzare l’ostilità del Resto del mondo” (pag. 12). In particolare, ha spinto l’intero mondo musulmano (sunnita e sciita) dalla parte dei russi (con l’Arabia Saudita, Mosca gestisce il petrolio, mentre con l’Iran ha un’alleanza stabile, anche di tipo militare)21. Negli ultimi due anni, così, “la Russia è tornata a ricoprire un ruolo centrale nel mondo”, sostenuta dal Resto del mondo nella sua sfida all’egemonia unipolare dominata dall’America e all’“ordine internazionale liberale”.

Todd sottolinea anche che ci sia un antagonismo antropologico tra l’Occidente e la maggior parte dei paesi del Resto del mondo: strutture familiari e sistemi di parentela opposti a quelli dell’Occidente (pag. 300). Gran parte dell’Occidente ha un sistema parentale bilaterale, per cui gli ascendenti e i discendenti del padre, da una parte, e quelli della madre, dall’altro, hanno lo stesso peso nel determinare lo status sociale del figlio/a; la famiglia, incentrata sulla coppia, è nucleare. Il Resto del mondo è in gran parte differente (dall’Africa occidentale alla Cina settentrionale, attraversando il mondo arabo-persiano e includendo l’intera Russia): è patrilineare. Lo status sociale fondamentale del figlio/a è definito unicamente dalla parentela del padre. Il principio patrilineare coabita spesso con un sistema familiare comunitario, poco o per nulla individualista. Un mondo tendenzialmente conservatore, patriarcale e maschilista, che si oppone a emancipazione delle donne (femminismo), omosessualità, diritti transgender e matrimoni tra persone dello stesso sesso (pp. 312-322).

Secondo Todd, tutto questo aiuta a comprendere il nuovo soft power conservatore russo. “Gli occidentali considerano arretrati tutti i paesi ostili all’ideologia LGBT. Sicuri di incarnare la modernità universale, non hanno capito che si stavano rendendo sospetti al mondo patrilineare, omofobo e di fatto contrapposto alla rivoluzione occidentale dei costumi. In un simile contesto, accusare con veemenza la Russia di essere scandalosamente anti-LGBT, significa fare il gioco di Putin” (pag. 317). Todd insiste sul fatto che le culture tradizionali hanno molto da temere dalle varie tendenze progressiste dell’Occidente e resistono ad allearsi in politica estera con gli occidentali che le sposano. In modo simile, durante la Guerra Fredda, l’ateismo ufficiale dell’Unione Sovietica era un fattore decisivo per molti regimi e popolazioni che altrimenti avrebbero potuto essere ben disposte verso il comunismo. Il soft power rivoluzionario del comunismo è stato sostituito dal soft power conservatore dell’era Putin.

Alessandro Scassellati

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  1. In “La chute finale: Essai sur la decomposition de la sphere soviétique” (1976) Todd analizzò la mortalità infantile, i tassi di suicidio, la produttività economica e altri indicatori, e concluse che la lunga stagnazione dell’URSS sarebbe presto culminata nel collasso.[↩]
  2. In Francia, il libro di Todd ha ricevuto l’attenzione mediatica degna di una celebrità: lunghe interviste su programmi televisivi di alto livello che hanno ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Da gennaio il libro è in cima alla classifica dei best-seller francesi. Sebbene Le Monde lo abbia liquidato come “un profeta dagli occhi chiusi” che “non è il primo a diffondere la propaganda del Cremlino in Francia”, Todd è irremovibile nel dire di non essere un putinofilo. La sua è l’analisi di uno storico della longue durée, che considera le tendenze dei fattori strutturali a lungo termine con distacco ideologico.
  3. L’idealtipo della democrazia liberale è per Todd un sistema politico in uno Stato-nazione in cui “si svolgono delle elezioni a suffragio universale e vengono garantiti il pluralismo dei partiti, la libertà di espressione e la libertà di stampa. Infine, una caratteristica fondamentale è l’applicazione della regola della maggioranza, pur garantendo la tutela delle minoranze” (pag. 156). Tuttavia, Todd riconosce che non bastano delle leggi formali. “Queste devono essere attivate, incarnate e vissute dalla grazia dei costumi democratici. I rappresentanti eletti mediante il suffragio universale devono, assolutamente, considerarsi i rappresentanti dei cittadini che li hanno eletti” (pag. 156). A questo proposito, Todd nota come dall’inizio del terzo millennio sia emersa la contrapposizione tra “elitismo” e “populismo” e conclude che “se il popolo e l’élite non riescono più ad accordarsi per lavorare insieme, il concetto di democrazia rappresentativa perde ogni significato: si finisce con l’avere una élite che non vuole più rappresentare il popolo e un popolo che non è più rappresentato” (pp. 156-157). Secondo Todd, le democrazie liberali occidentali formalmente sono ancora tali, dotate del suffragio universale, di Parlamenti e talvolta di presidenti eletti, nonché di una stampa libera, ma “a sparire sono stati invece i costumi democratici” (pag. 159). Todd sostiene che si sono ora trasformate in “democrazie oligarchiche” o in “oligarchie liberali” (con oligarchie di censo), per cui “il popolo deve essere ingannato”, ossia deve essere tenuto fuori della gestione economica e della distribuzione della ricchezza (pag. 160).
  4. Negli anni Novanta si è affermata l’utopia neoliberista: si parlava di un mondo senza Stati in cui denaro, beni e persone si sarebbero mossi liberamente senza ostacoli. I controlli sui capitali furono rimossi. Banche centrali indipendenti dalla politica stabilirono i tassi di interesse. L’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe dovuto abbattere le barriere commerciali e sorvegliato il sistema commerciale globale. Un’utopia che presto si è trasformata in distopia. Todd analizza le conseguenze del neoliberismo soprattutto in relazione a quanto avvenuto nel Regno Unito negli ultimi 40 anni, sottolineando la distruzione della sua base produttiva e dei servizi pubblici, l’enorme finanziarizzazione e la situazione economica critica delle classi medie e popolari. La sua condanna è ferma: “Il neoliberismo ha cercato di fondare un capitalismo non weberiano, il cui ‘spirito’ avrebbe finito per emanciparsi dall’etica protestante. Al di là del suo semplicismo intellettuale, la rivoluzione neoliberista tradisce una carenza morale” (pag. 213). “Il vuoto religioso è la verità ultima del neoliberismo” (pag. 214).
  5. Per un approfondimento si veda, Emmanuel Todd, “Il terzo pianeta. Strutture familiari e sistemi ideologici”, Armando Editore, Roma 1985.
  6. Todd sembra avere una certa nostalgia della “Power élite” descritta magistralmente dal sociologo Charles Wright Mills nel 1956, nel pieno della presidenza Eisenhower. Una benevola élite privilegiata interamente composta di WASP di alta estrazione. Un establishment episcopale educato in scuole e collegi privati, come Groton e Andover, prima di proseguire gli studi ad Harvard, Princeton e Yale. Secondo Todd questa era ”una classe depositaria di una morale e di un dovere” (pag. 248).
  7. Il riferimento è al libro di Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, “Le triomphe de l’injustice. Richesse, évasion fiscal et dèmocratie”, Seuil, Paris 2020.
  8. Due libri fondamentali dello storico Richard Hofstadter, Anti-Intellectualism in American Life e The Paranoid Style in American Politics, furono scritti negli anni ’60 ed esplorarono molti dei conflitti che in seguito si sarebbero propagati attraverso il trumpismo, tra cui l’intolleranza populista e la demonizzazione delle competenze.
  9. L’analisi di Todd della religione cristiana utilizza uno schema evolutivo-involutivo (nella traiettoria verso la secolarizzazione) che si articola in tre fasi (ciascuna con i suoi indicatori riferiti a valori e pratiche): 1. la fase primaria vitale in cui la religione viene osservata ed è determinante nel formare la mentalità collettiva; 2. la fase “zombi” (tra il XVIII e il XX secolo) durante la quale “perdurava la maggior parte dei costumi e dei valori della religione ormai scomparsa” (pag. 162), ma si sono affermate delle “credenze collettive sostitutive”, ossia delle ideologie politiche forti che organizzano e strutturano gli individui nello stesso modo in cui lo faceva la religione: la nazione (e il nazionalismo), la classe, il liberalismo, il socialismo, il comunismo, la socialdemocrazia, il laburismo, il nazismo, il fascismo, il gollismo, il conservatorismo, la democrazia cristiana, il welfare state e il femminismo radicale (pp. 161; 318); 3. la fase attuale dello “stato zero”: “un vuoto religioso assoluto, in cui gli individui sono privi di qualsiasi credenza collettiva sostitutiva. Ciò avviene allorché lo Stato-nazione si dissolve e trionfa la globalizzazione, in società atomizzate dove non è più neanche concepibile che lo Stato possa agire efficacemente” (pag. 163). Con la dissoluzione del credo collettivo della nazione, però non scompare anche il popolo, “a svanire è solamente la sua capacità di agire” come agente storico consapevole ed efficace (pag. 181) (a questo proposito Todd distingue tra “nazione attiva” e “nazione inerte” – pag. 182). L’indicatore scelto da Todd per identificare l’inizio di questa fase, oltre all’atteggiamento permissivo nei confronti dell’omosessualità e del transgenderismo, è la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, avvenuta a partire dal 2001 nei Paesi Bassi e poi in quasi tutti i paesi occidentali (pag. 161-162). “In maniera precisa e assoluta possiamo quindi definire gli anni Duemila come il momento della scomparsa effettiva del cristianesimo in Occidente” (pag. 165). L’emergere dello “stato zero” della religione, secondo Todd, “ha spazzato via il sentimento nazionale, l’etica del lavoro, il concetto di una morale sociale vincolante, la capacità di sacrificarsi per la comunità” (pag. 163). Il boom evangelico (dei born again) degli anni ’70 negli Stati Uniti, è terminato agli inizi degli anni ’90 e, comunque, seguendo Ross Douthat (“Bad religion. How we became a nation of heretics” del 2013), Todd sostiene che l’evangelismo è un’eresia che non ha un reale legame con il protestantesimo classico. Calvinismo e luteranesimo erano rigorosi, esigevano che l’uomo osservasse una condotta morale, economica e sociale per esempio, e avevano dato vita al progresso” (pag. 250). Il boom evangelico, oltre ad aver consentito ai suoi ispiratori di fare molti soldi, ha fatto emergere una lettura letterale della Bibbia, una mentalità generalmente antiscientifica e, soprattutto, un narcisismo patologico.
  10. A questo proposito, Todd cita Peter Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubettino, Soveria Mannelli 2016, che considera l’autore che ha meglio descritto questa decomposizione della politica, in cui la società si disgrega in individui, mentre l’apparato statale assume un’importanza speciale. Una evoluzione che Todd considera deleteria e distruttiva in quanto “l’individuo può essere grande solamente all’interno di e attraverso una comunità. Da solo, è destinato per natura a ridursi” (pag. 165). L’approdo è, per Todd, il nichilismo, che idolatra il nulla (pp. 166-167).
  11. Per decenni, il patto centrista con il capitale ha funzionato nel modo seguente: possiamo cercare senza convinzione di migliorare la vita delle persone in basso, ma non faremo quasi nulla per tenere sotto controllo quelle in alto. Come tattica a breve termine ha funzionato: Rupert Murdoch e altri membri della classe dei plutocrati hanno stretto una tregua precaria con Tony Blair, Bill Clinton e i loro simili. Ma il risultato a lungo termine è che gli ultra-ricchi sono diventati così ricchi da poter ormai rappresentare una minaccia diretta per gli Stati sovrani, persino per quello più potente di tutti. Una società altamente diseguale, qualunque siano i suoi livelli assoluti di ricchezza e povertà, è devastante per i risultati sociali, per il benessere, la coesione e la democrazia. Ma il “pragmatismo” centrista ha prevalso per decenni, e si è rivelato per niente pragmatico. Lo slittamento dalla democrazia all’oligarchia oggi non dovrebbe sorprendere nessuno.
  12. Todd definisce “parassita” la massa di avvocati strapagati e broker spregiudicati che ha una capacità di predazione superiore alla ricchezza prodotta dal sistema (pp. 272-273) e che contribuisce ad inflazionare in modo smisurato il valore di un PIL in parte fittizio (perché gonfiato da un elefantiaco settore dei servizi alla persona). Sottolinea come solo il 5% della produzione di denaro è opera della FED, mentre il restante 95% proviene da prestiti che le banche concedono a privati o in base ad accordi tra loro. Ma se c’è una crisi finanziaria, come nel 2008, è la FED che deve intervenire per salvare il sistema.
  13. Da notare che nel 1999, quando Putin arriva al potere, la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria entrano a far parte della NATO. Sempre nel 1999, da marzo a giugno (per 78 giorni), la NATO bombarda la Serbia, colpendo anche l’ambasciata cinese a Belgrado. Nel 2004 la NATO integra la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia, la Bulgaria e la Romania. Al vertice di Bucarest della NATO nell’aprile 2008, Georgia e Ucraina vengono invitati ad aderire all’alleanza. Infine, nel 2017 la NATO assorbe il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord.
  14. Todd nota come uno dei pochi analisti occidentali a denunciare la trappola in cui l’Occidente si era andato a cacciare sia stato John Mearsheimer, professore di geopolitica all’Università di Chicago e uno dei maggiori esponenti della scuola “realista”, ossia di una scuola di pensiero che vede le relazioni internazionali come frutto di rapporti di forza egoistici tra Stati-nazione sovrani (ossia come Stati radicati in una cultura, dotati di valori condivisi e capaci di definire le proprie politiche interne ed estere in maniera indipendente, senza alcuna ingerenza o influenza esterna). Una scuola che ha avuto come precursore l’autore della teoria del “contenimento”, George Kennan che nel febbraio 1946 invitava da Mosca gli Stati Uniti e i loro alleati ad affrontare la minaccia sovietica attraverso il confronto diplomatico, evitando lo scontro militare aperto. Mearsheimer sosteneva che proprio perché la questione ucraina era esistenziale per la Russia, ma non per gli occidentali, a vincere sarebbe stata la Russia. Per Todd, l’analisi di Mearsheimer ha il limite di essere meccanica e di consentire la comprensione unicamente del comportamento di Putin (che il campo occidentale considera un folle), in quanto vede gli Stati-nazione come elementi compatti e stabili. Mearsheimer spiega bene il realismo strategico dello Stato-nazione Russia, mentre resta da spiegare l’irrazionalità e l’irresponsabilità dell’Occidente. Secondo Todd, “le azioni militari dell’Ucraina hanno trascinato gli Stati Uniti in una trappola. … L’immagine che mi viene in mente è quella di un giocatore di poker che, dopo essere stato indotto da un amico ad alzare la posta, finisce per giocarsi il tutto per tutto con una coppia di due. E questo mentre di fronte a lui c’è uno scacchista che, per quanto perplesso, sta vincendo” (pp. 39-40). “In futuro gli storici guarderanno a questo piano condotto dal regime di Kiev (sotto la direzione tecnica del Pentagono) per sottomettere le popolazioni russe come al segno distintivo di una guerra di aggressione promossa dall’Occidente” (pag. 13). Per Todd, la questione centrale è che “in Occidente lo Stato-nazione ha cessato di esistere” (pag. 42). I loro scambi commerciali esteri non sono equilibrati, ma in deficit, e le loro classi medie si sono disintegrate. Per Todd, uno Stato-nazione “può funzionare solamente in virtù di una classe media forte, che irriga e nutre lo Stato” (pag. 44) e che vive nelle città “da cui si genera un certo grado di coscienza collettiva” (pag. 97). Nel caso dell’UE, poi, il superamento della nazione “è centrale nel progetto europeo”, che Todd considera un progetto oligarchico (pp. 186-187), anche se “a risultare curiosa è la pretesa delle élite europee di far coesistere il superamento della nazione con la sua persistenza” (pp. 44-45).
  15. Todd nota che in questo la Russia non è sola: in Giappone il 18,5% degli studenti universitari sono iscritti ad Ingegneria, in Germania il 24,2%, in Francia il 14,1%.
  16. Questo anche se Todd ammette (pag. 15) che nel frattempo gli obiettivi di Mosca vanno oltre la neutralizzazione dell’Ucraina e l’annessione del Donbass, per includere l’esclusione dell’Ucraina dal Mar Nero (con la conquista dell’oblast di Odessa), la conquista del territorio ucraino fino alla riva sinistra del Dnepr, e la creazione di una posizione di forza “tecnica” e definitiva (l’instaurazione a Kiev di un regime “amico”) considerata come l’unica tutela da una ripresa dell’espansione della NATO (dato che l’Occidente viene considerato inaffidabile). Poi, ci sarebbe da capire come Mosca pensa di risolvere il problema delle minoranze russofone vessate in Estonia (25%) e Lettonia (25%), e quello della Lituania che blocca l’accesso all’exclave russa di Kaliningrad (pag. 16).
  17. Mentre negli Stati Uniti il settore industriale rappresenta il 19,3% della popolazione attiva, in Germania il 28%, in Italia il 27%, in Francia il 19%, in Svezia e nel Regno Unito il 18%. Nell’Europa dell’Est, dove soprattutto la Germania ha delocalizzato una parte rilevante delle sue catene di fornitura dopo l’espansione dei confini di Unione Europea e NATO, le percentuali sono addirittura superiori: in Slovenia e Romania il 30%; in Macedonia del Nord, Bulgaria, Polonia e Ungheria il 31%; nella Repubblica Ceca e in Slovacchia il 37%. “Per una Germania demograficamente depressa [con un tasso di fertilità dell’1,5 figli per donna], le popolazioni attive dell’Est, ben formate dal comunismo sul piano dell’istruzione, sono state un vero e proprio dono della storia” (pag. 176), in termini sia di immigrazione sia di delocalizzazioni produttive. Secondo Todd, la Germania è ormai diventata una “società-macchina”, una “nazione inerte” priva di coscienza e in preda ad “un’ossessione per l’efficienza economica fine a se stessa” (pag. 177)per le risultanze dell’inchiesta di Seymour Hersh che ha indicato le forze militari speciali statunitensi come principali responsabili dell’azione con la collaborazione della Norvegia (pag. 171). Todd sottolinea che la Norvegia è ora diventata uno dei principali fornitori di gas per l’Unione e che il suo surplus commerciale ha raggiunto proporzioni colossali (pp. 171-172).
  18. Secondo Todd, l’Inghilterra ha fomentato e abbracciato con entusiasmo la guerra Ucraina contro la Russia in una riattualizzazione immaginaria del vecchio conflitto imperiale con la Russia, associato alla rimozione della propria insignificanza economica e militare, frutto di decenni di deindustrializzazione, deficit commerciali e privatizzazioni.
  19. Come ha notato Christopher Caldwell nella sua recensione del libro di Todd sul New York Times: “Per gli studiosi della guerra del Vietnam, c’è molto nel libro di Todd che ricorda il classico del 1985 dello storico Loren Baritz, “Backfire“, che attingeva alla cultura popolare, alla mitologia patriottica e alla teoria del management per spiegare cosa aveva portato gli Stati Uniti fuori strada in Vietnam. Baritz concludeva: “Noi siamo ciò che è andato storto in Vietnam”. Se Lyndon Johnson fosse riuscito a imporre la sua volontà ai vietnamiti, rifletteva Baritz, “un’intera cultura sarebbe stata completamente distrutta dalla bontà del cuore americano”.
  20. Tra l’altro, se l’ostilità all’immigrazione, e quindi all’Islam (islamofobia), è ormai un dato che accomuna le classi dirigenti e i populisti europei, questo atteggiamento non caratterizza il regime conservatore di Putin che ha posto l’ideale della sovranità nazionale al di sopra di ogni cosa e, pertanto, esso ritiene essenziale per la nazione il successo dell’integrazione del 15% della popolazione musulmana presente nella Federazione Russa.

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