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giovedì 21 maggio 2026

Il moralismo europeo, un lasciapassare per i peggiori crimini - George Orwell

“…non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra."

 

Questo articolo di George Orwell fu pubblicato su Tribune il 31 marzo 1944, e rappresenta, come spesso accade con Orwell, un documento storico quasi inquietante per la sua bruciante attualità. Cambiano i nomi, cambiano le contingenze, ma le questioni di fondo sono tutte, ancora, vive e agenti: dal sentimento di vendetta non nasce la giustizia, e l’odio contro le popolazioni ritenute collettivamente colpevoli non è la strada per impedire che altre popolazioni, o quelle stesse, possano riproporre gli stessi crimini in un futuro, magari contro nuove vittime. Spesso anzi non è che una scappatoia moralista che lascia impuniti i colpevoli effettivi. È esattamente ciò che noi europei, che ci siamo retoricamente flagellati per i crimini della Seconda guerra mondiale – mentre al contempo, come in Italia, i fascisti godevano di larghe amnistie – stiamo oggi facendo nei confronti dei palestinesi e delle popolazioni del Vicino Oriente: consentire che gli stessi orrori che abbiamo avallato verso gli ebrei e le popolazioni occupate durante il nazismo oggi possano essere applicati verso i palestinesi, e verso nuove popolazioni, da parte del sionismo.

Le traduzioni dall’inglese della nostra rubrica Orwell sono tutte affidate alla penna attenta e scrupolosa della traduttrice letteraria Anna Martini.


La politica non può fondarsi sull’odio

L’altro giorno ho assistito a una conferenza stampa in cui un francese arrivato da poco, presentato come un “illustre giurista” — avendo famiglia in Francia, non poteva rivelare il proprio nome né altri dettagli — ha esposto il punto di vista francese sulla recente esecuzione capitale di Pucheu[1]. Mi ha sorpreso notare che era evidentemente sulla difensiva e sembrava convinto che la fucilazione di Pucheu richiedesse, agli occhi britannici e americani, più di una giustificazione. Ha insistito su un punto: Pucheu non è stato fucilato per ragioni politiche, ma per il comune reato di “collaborazione con il nemico”, che per la legge francese è sempre stato punibile con la morte.

Un corrispondente americano ha domandato: “La collaborazione col nemico sarebbe lo stesso genere di reato anche se si trattasse di un piccolo funzionario — un ispettore di polizia, per esempio?” “Sì, sarebbe la stessa cosa”, ha risposto il francese. Essendo appena arrivato dalla Francia, si presume che desse voce all’opinione francese, ma in pratica si può presumere che verranno messi a morte soltanto i collaborazionisti più attivi. Un vero massacro su larga scala, se avvenisse, sarebbe più che altro una punizione di colpevoli da parte di altri colpevoli. Esistono infatti diverse prove che larghe fette della popolazione francese nel 1940 fossero più o meno filotedesche, e abbiano cambiato idea soltanto quando hanno capito com’erano fatti i tedeschi.

Non voglio che persone come Pucheu restino impunite, ma sono stati fucilati anche alcuni quisling assai oscuri, fra cui un paio di arabi, e la questione della vendetta sui traditori e sui nemici catturati solleva problemi che sono strategici, oltre che morali. Il punto è che, se adesso fuciliamo troppi pesci piccoli, forse quando verrà il momento non avremo più lo stomaco per occuparci di quelli grossi. È difficile credere che i regimi fascisti si possano schiacciare completamente senza uccidere i singoli responsabili, che ammontano a qualche centinaio o anche migliaia in ciascun paese. Ma è ben possibile che, alla fine, tutti i veri colpevoli riescano a sfuggire, solo perché all’opinione pubblica saranno venuti a nausea i processi ipocriti e le esecuzioni a sangue freddo.

Nella guerra passata avvenne proprio questo. Chi ha vissuto quegli anni non ricorda forse l’odio maniacale per il Kaiser che veniva fomentato nel nostro paese? Egli doveva essere la causa di tutti i nostri mali, come Hitler in questa guerra. Nessuno dubitava che, non appena catturato, sarebbe stato giustiziato; gli unici dubbi riguardavano il metodo. In certi articoli di riviste si analizzavano attentamente i vantaggi della bollitura nell’olio, dello squartamento e del supplizio della ruota. Le esposizioni alla Royal Academy erano piene di quadri allegorici di incredibile cattivo gusto, raffiguranti il Kaiser scaraventato all’Inferno. E come finì? Il Kaiser si ritirò in Olanda e (sebbene nel 1915 stesse già “morendo di cancro”) visse altri ventidue anni come uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Lo stesso accadde a tutti gli altri “criminali di guerra”. Dopo tutte le minacce e le promesse, nessun criminale di guerra fu processato: o, per l’esattezza, una dozzina ebbe un processo e condanne al carcere, ma furono presto rilasciati. E benché, naturalmente, il mancato annientamento della casta militare tedesca sia stato effetto di una politica deliberata dei capi alleati (terrorizzati all’idea di una rivoluzione in Germania), a renderlo possibile fu anche il rovesciamento di sentimenti della gente comune. Quando ebbero il potere di vendicarsi, non vollero farlo. Le atrocità belghe, Miss Cavell[2], i comandanti degli U-boat che avevano affondato senza preavviso navi passeggeri e mitragliato i superstiti… In un modo o nell’altro, tutto questo fu dimenticato. Dieci milioni di innocenti erano stati uccisi, e a questo fatto nessuno volle far seguire l’uccisione di qualche migliaio di colpevoli.

Che noi fuciliamo o no i fascisti e i quisling che ci cadano fra le mani, probabilmente non è tanto importante di per sé. L’importante è che vendetta e “punizione” non dovrebbero aver parte nella nostra politica, e nemmeno nelle nostre fantasie. Fino a oggi, uno dei fattori attenuanti di questa guerra è che nel nostro paese abbiamo avuto ben poco odio. Non si è vista traccia del razzismo insensato dell’ultima volta: nessuno, per esempio, ha cercato di convincerci che tutti i tedeschi hanno facce da maiali. Nemmeno la parola “crucco”[3] è riuscita davvero a imporsi. I tedeschi che si trovano nel nostro paese, per lo più profughi, non sono stati trattati con grande riguardo, ma neppure sono stati perseguitati con la cattiveria dell’ultima volta. Nella guerra passata, per esempio, parlare tedesco in una strada di Londra sarebbe stata una grossa imprudenza. Agli sventurati fornai e parrucchieri tedeschi, la folla inferocita devastò le botteghe; la musica tedesca cadde in disgrazia; perfino i dachshund, i bassotti tedeschi, quasi scomparvero dalla circolazione perché nessuno voleva avere un “cane tedesco”. E la scarsa risolutezza degli inglesi, quando è cominciato il riarmo tedesco, è direttamente legata a quelle assurdità degli anni della guerra.

La politica non può fondarsi sull’odio, il quale, stranamente, può condurre a un’eccessiva morbidezza ma anche a un’eccessiva durezza. Nella guerra del 1914-18 il popolo britannico fu aizzato a un’orrenda frenesia d’odio, gli furono ammannite assurde menzogne su bambini belgi crocifissi e fabbriche tedesche dove dai cadaveri si ricavava la margarina; e poi, appena finita la guerra, vi fu una naturale reazione di rigetto, tanto più forte perché i soldati tornarono a casa, come sono soliti fare i britannici, pieni di calorosa ammirazione per il nemico. Di conseguenza si ebbe un’esagerata reazione filotedesca, a partire dal 1920 e finché Hitler non fu saldamente in sella. In quegli anni, tutte le opinioni “illuminate” (si veda, per esempio, un qualsiasi numero del Daily Herald prima del 1929) tenevano per articolo di fede che la Germania non avesse alcuna responsabilità per la guerra. Treitschke, Bernhardi, i pangermanisti, il mito “nordico”, le sfacciate millanterie su Der Tag[4] propinate dai tedeschi fin dal 1900 — tutto questo non servì a niente. Il trattato di Versailles era la più grande infamia mai vista al mondo; di Brest-Litovsk, pochi avevano sentito parlare. Ecco il prezzo di quell’orgia di menzogne e di odio durata quattro anni.

Chiunque abbia cercato di ridestare l’opinione pubblica negli anni dell’aggressione fascista, dal 1933 in avanti, conosce le conseguenze di quella propaganda d’odio. “Atrocità” sembrava diventato sinonimo di “falsità”. Ma i racconti sui campi di concentramento tedeschi erano racconti di atrocità: dunque erano falsi — così ragionava l’uomo medio. Quelli che da sinistra hanno cercato di mostrare al pubblico che il fascismo era un orrore indicibile si sono trovati a combattere contro la loro stessa propaganda degli ultimi quindici anni.

Ecco perché — anche se non salverei individui come Pucheu, neanche se potessi — non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra. Se sia più facile ottenerlo con la spietatezza o con la generosità, non saprei; ma di certo so che in un caso o nell’altro sarà più difficile, se ci lasciamo influenzare dall’odio.


[1] Pierre Pucheu, ex ministro del governo di Vichy, fu giustiziato il 20 marzo 1944 ad Algeri. Fu il primo a essere processato in seguito all’editto del Comitato francese di liberazione nazionale, emanato nel settembre del 1943, che dichiarava colpevoli di tradimento tutti i membri del governo di Vichy. Fu inoltre il primo collaborazionista giustiziato direttamente sotto l’autorità del generale Charles de Gaulle. (NdT)

[2] Edith Cavell, infermiera britannica ricordata per aver aiutato, durante la Prima guerra mondiale, soldati di ambo le fazioni in Belgio, e per aver favorito la fuga dal Paese di circa duecento soldati alleati; fu perciò giustiziata dai tedeschi, e il fatto provocò notevoli reazioni di protesta a livello internazionale. (NdT)

[3] Qui Orwell usa Hun, che in italiano sarebbe, letteralmente, “Unno”. (NdT)

[4] In tedesco “Il giorno”: quello dello scontro decisivo, in cui la Germania avrebbe militarmente sbaragliato la Gran Bretagna. (NdT)

da qui

sabato 5 luglio 2025

I Ruttiani - Alberto Bradanini

 

1. Come ogni anno al termine del Vertice Nato, eccoci qui a commentare ancora una volta la galleria degli orrori che emerge dal Comunicato Finale firmato dai sedicenti “Capi di Stato e di Governo dell'Alleanza del Nord Atlantico”. Tali autoproclamatisi padroni del mondo fanno venire le palpitazioni già nell’esordio, quando affermano che cotanta Alleanza è la più forte della storia, nobile e pacifico concetto questo, su cui si è successivamente dilungato l’attuale segretario generale Marc Rutte, un secondo omen nomen, dopo quello del suo predecessore Stoltemberg, entrambi reclutati per la loro capacità di rendere ancor più umiliante il vassallaggio europeo nei confronti del dominus atlantico.

Prima ancora di entrare nel merito, la domanda su cui pone l’accento il resto del mondo (6,4 miliardi di individui), al quale la citata distensiva riflessione filosofica è manifestamente rivolta, ha riguardato la tipologia di sostanze stupefacenti di cui fanno uso tali eccelse autorità. Con tale lessico corrosivo, infatti, cotanto raggruppamento di individui, cui anche un medico alle prime armi consiglierebbe un urgente trattamento disintossicante, mira a incutere terrore alle nazioni che si ostinano a resistere al saccheggio universale da parte dell’Impero del Bene, guidato dalle oligarchie statunitensi con accompagnamento ancillare della servitù europea.

Dopo l’immancabile richiamo all’art. 5 del Trattato di Washington, che riafferma il ferreo impegno alla difesa collettiva - su cui a decidere, sia detto en passant, sarà in ogni caso sempre e solo la Casa Bianca (che se fosse chiamata Nera renderebbe meglio l’idea!) - il documento sottolinea la saldezza della determinazione a proteggere la sicurezza di quel miliardo di cittadini che fanno parte dell’Alleanza (e che nessuno beninteso minaccia) e a salvaguardare la libertà e la democrazia in Occidente (invero in forte declino proprio a causa del liberticismo degli impopolari governi euro-atlantici), un Occidente che i restanti 7 miliardi di individui al mondo percepiscono per quello che è, una minaccia alla pace e alla loro indipendenza.


2. Il Comunicato afferma quindi che i paesi Nato sono più che mai uniti di fronte alle serie intimidazioni, minacce e sfide alla sicurezza, in particolare quelle di lungo termine provenienti dalla Russia. Ora, cosa mai nasconda la precisazione “di lungo termine” l’hanno forse in mente i cupi amanuensi della Cia, perché son loro che redigono e impongono ogni virgola di tali documenti al resto della platea atlantica, la quale si limita di norma a firmarli, qualche volta persino dopo averli letti. Su cosa fondino poi il convincimento che la Russia minacci di invadere paesi Nato, anche questo resta un mistero che sarà magari risolto dopo che siffatte personalità (si fa per dire!) politiche saranno trapassate, se non biologicamente almeno politicamente, mentre tale fabbricato convincimento viene frantumato da infinite e argomentate analisi di fonti alternative (il web ne è ricco per chi ha curiosità), fondate su logica e dati di fatto (che prendiamo la libertà di omettere, nell’assunto che a leggere queste righe non siano bambini di cinque anni, con ritardo conclamato).

Un’altra perla emergente dal documento in parola è costituita dal riferimento alla persistente minaccia del terrorismo, contro cui l’Alleanza è chiamata a rafforzare le sue difese, senza che tale sottolineatura abbia punto vaghezza ai citati governanti di riflettere sul profilo professionale dell’attuale leader di un paese chiamato Siria, Ahmad Husayn al-Shara, noto a suo tempo col nome di battaglia di Abu Muhammad al Jawlani (semplificato in al-Julani), che fino al novembre 2024 gli Stati Uniti (e quindi anche gli europei) avevano qualificato come spietato tagliagole di cristiani, al servizio di Isis, al-Qaida, al-Nusra e altre confraternite mediorientali dedite al bene comune.

L’oblio strategico imposto sui trascorsi passatempi del terrorista al-Julani da parte dell’Impero Atlantico, d’intesa con i compagni di merende, la Turchia del parolaio Erdogan e l’Usa-fratello Stato Ebraico, consente di risparmiare 10 milioni di dollari di taglia che nel maggio 2013 gli Stati Uniti avevano posto sulla sua testa, nel perseguimento del superiore obiettivo di smembrare la Siria e dividerne le spoglie tra i menzionati saccheggiatori. È così che, per caduta gravitazionale imposta, i ministri europei (tra i quali il cattolicissimo italiano) si precipitano a stringere la mano al fratello Julani. Non si può credere, facce di tola che più di tola di così difficile trovarne nel sistema solare!


3. Ma eccoci al clou del papier in questione, quello che sottolinea - con vivo compiacimento! - che gli alleati si impegnano a investire ogni anno nel settore della difesa il 5% del loro Pil entro il 2035 (una cifra astronomica di cui i paesi europei non avranno mai, dicesi, mai, a disposizione), per dare immaginifica attuazione agli obblighi collettivi ai sensi dell'art. 3 del Trattato, il quale beninteso non fa riferimento ad alcuna percentuale, ma ormai tutto può essere contraffatto o contraddetto, poiché il popolo conta un secco fico, non legge, non ascolta non chiede ragione di ciò né ora, né alle prossime elezioni. Democrazia dolce stil novo!

Mentre dovremmo rimpinguare le tasche già piene dei produttori di morte, vengono però totalmente obliterati gli obblighi contenuti nel Trattato di Non Proliferazione (TNP, sottoscritto da tutti i paesi rappresentati), che impongono di ridurre le spese della cosiddetta difesa, perché – oltre a comprimere i beni pubblici, scuole, ospedali e via dicendo - più si spende in armi più crescono le probabilità di un conflitto. Lo stesso TNP imporrebbe altresì alle potenze nucleari militari di ridurre i loro arsenali atomici, ma ahimé solo il padreterno può imporre a una potenza nucleare di fare alcunché. Se così stanno le cose, allora lorsignori, per favore, non disturbate i nostri timpani con termini nobili quali democrazia, diritto alla vita, convivenza pacifica, diritto internazionale, Trattati, convenzioni e via intortando: del resto, il cittadino-mondo, frastornato da smartphone e diavolerie varie, ha altro a cui pensare. D’altro canto, se i governanti di nazioni che si pretendono civili seguono la legge che vige nelle profondità della foresta amazzonica – che noi per semplificare chiamiamo della giungla – beh, allora tutto è drammaticamente chiaro.

Per tornare al tema, gli ingenti (e come detto velleitari) investimenti nelle armi dovrebbero garantire – secondo quei superiori cervelli - forza, capacità, risorse, infrastrutture, prontezza bellica e resilienza (non poteva mancare tale neologismo confondente) al fine di scoraggiare i nemici (?) e difenderci da essi (?), in linea con i tre compiti fondamentali di a) deterrenza e difesa, b) prevenzione, c) gestione delle crisi e sicurezza cooperativa. Stiamo freschi.

Ora, questo 5% comprende due categorie di investimenti, il 3,5% per esigenze dirette della difesa e il raggiungimento degli obiettivi di capacità Nato, e il restante 1,5% per costruire o proteggere infrastrutture critiche. Davanti alla trovata furbesca di molti paesi - tra cui l’Italia, con il Ponte di Messina – di inserirvi investimenti civili estranei alla cosiddetta difesa, per salvare la cosiddetta faccia, i padroni americani hanno manifestato visibile irritazione, non accettando di essere presi per il fondo schiena. In ogni caso, difendere le reti, garantire la preparazione civile e resilienza (ancora!), innovazione e industria della difesa, sono tutti ambiti che saranno riesaminato nel 2029, alla luce dell’evolversi degli eventi (e da parte di altre persone politiche, poiché quelle attuali saranno tutte, o quasi, defunte).

 Gli alleati – ecco una delle principali consegne imposte ai maggiordomi europei, più o meno ruttiani – s’impegnano altresì a eliminare le barriere commerciali e a favorire partnership industriali nel settore difesa, una consegna che, tradotto in lessico comprensibile, sta a significare che gli europei dovranno comprare le armi in questione soprattutto dai produttori americani e, dopo averle in qualche modo utilizzate, comprarne ancora e ancora, in un cerchio mortale senza deadline.


4. Se dunque il recente vertice Nato dell’Aja ha quest’anno partorito un comunicato asciutto, privo di quelle concettualizzazioni di alta programmazione strategica che avevano caratterizzato i deliranti vertici precedenti, prolissi e incomprensibili quanto una Bibbia in greco antico, non per questo, tuttavia, esso deve considerarsi un capitolo aggiuntivo del Vangelo secondo san Marco.

Sul tema Ucraina, sebbene non si parli (come ai Vertici 2022-23-24) di ingresso nella Nato, gli alleati riaffermano l’impegno a difenderne la sicurezza, perché questo contribuisce a sostenere la nostra (ma quando mai?), e a includere contributi diretti a quel governo (il più corrotto del sistema solare) nel calcolo delle spese. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. E dunque la strategia dei diabolici gnomi della Cia-Mi6 e dintorni, potrebbe essere più sottile. Se occorre rafforzare l’impianto trumpiano che prima o poi sarà necessario giungere a un compromesso con Mosca, che ne fa una questione pregiudiziale, per spostare il fronte imperiale in Estremo Oriente contro la Cina, allora è necessario ribadire “niente Nato per Kiev”. Mosca, però, non sarà per questo diventata amica, ma al massimo una nazione non nemica, essendo vista quale perenne alleata di Pechino, a sua volta vera sfidante dell’egemone unipolare.

Quanto all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, questo resta un obiettivo, anzi nel sotto-pensiero vonderLeyenesco, l’obiettivo cruciale dell’impianto di sicurezza europea (in mancanza dell’altro, che gli Usa non vogliono), di cui invero la bellicosa tedesca non avrebbe nemmeno titolo di occuparsi, essendo la difesa competenza primaria dei paesi membri e non della Ue.

Se l’ingresso nella Ue di Kiev è falsificato in termini di costi (enormi) e di qualificazioni richieste (discriminazione di coloro che parlano russo, ungherese, rumeno, polacco e altro) – esprimo qui l’auspicio che i gendarmi europei si rechino un giorno a casa vonderLeyen per sequestrarle tutti i beni fino al quarto grado di parentela e affinità – vi è un altro aspetto ancora più inquietante.

L’art. 42, punto 7, del Trattato di Lisbona, infatti, così recita: “qualora uno stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri stati membri sono tenuti a prestagli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità con l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni stati membri”. Mentre l’art. 5 della Nato è più chiaro, quello europeo è più involuto, ma nella sostanza dice la medesima cosa: se un paese viene aggredito, gli altri sono tenuti a intervenire. Sulla nozione di aggressione si potranno poi infiocchettare operazioni false flag o provocazioni Cia-Mi6 a non finire, basta volerlo! Quindi se l’Ucraina pur non entrando nella Nato, entrerà però nella UE, il rischio di una guerra allargata in Europa - in un mondo affollato di missili nucleari intercontinentali e altre diavoleria distruttive – sarà lo stesso, con buona pace dei confusi pacifisti euroinomani e persino, su un altro fronte, delle neutrali Austria e Irlanda.


5. Per concludere - dopo aver rivolto un pensiero ai martiri palestinesi che muoiono ogni giorno sotto le bombe disumane del macellaio B. Netanyahu, affiancato dal complice cripto-macellaio D. Trump e dai silenti complici europei, anch’essi quasi tutti aiuto-macellai – avvertiamo l’impulso di rivolgere una supplica a una mente eccelsa, da tempo non più in vita: caro George (Orwell), sempre ti saremo grati per gli ammonimenti e le riflessioni che hai avuto premura di lasciarci in eredità prima di entrare nei Campi Elisi. Oggi, tuttavia, più che mai avremmo bisogno del tuo intelletto per orientarci in un mondo dove ci sentiamo perduti. Trova dunque modo, dovunque tu sia, di fare qualcosa, perché, caro George, ci manchi tanto, ma proprio tanto!

da qui

giovedì 30 gennaio 2025

Nazisti su Marte - Marco Sommariva

 

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi o a chi ha deciso di deportare in massa su un pianeta-penitenziario, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società.

 

Leggo che ieri, 20 gennaio 2025, Donald Trump ha detto e poi ripetuto che “l’età dell’oro dell’America comincia in questo momento”; l’ha fatto all’inizio e alla fine del discorso d’inaugurazione che voleva celebrare la rinascita di un Paese “forte, ricco, sicuro, in crescita e in espansione territoriale, e che nessuno potrà fermare”.

Fra le tante cose, “Trump ha anche promesso di «riprendersi il canale di Panama» […] di mettere fine alle politiche ecologiche del New deal verde (e alle quote di veicoli elettrici fissate da Joe Biden) per dichiarare una «emergenza energetica nazionale» che autorizzerà la più grande trivellazione di petrolio e gas della storia [e che questa] ondata di «oro liquido» finanzierà a sua volta un’espansione dell’apparato militare americano che metterà gli Stati Uniti in condizione di «vincere come non mai»”.

Non che quanto sopra m’abbia sorpreso, sia chiaro: duranti i mesi scorsi, spesso s’era letto delle intenzioni del tycoon, deportazione di massa compresa.

In un articolo pubblicato il novembre scorso su Avvenire  avevo letto che, durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso che la deportazione di massa non porterà che benefici: “Ci libereremo dai criminali e i salari dei cittadini statunitensi smetteranno di scendere” – la deportazione di massa in questione prevedeva l’arresto, detenzione ed espulsione dagli Stati Uniti di circa undici milioni d’immigrati.

L’articolo proseguiva facendo presente che gli esperti di immigrazione mettevano in dubbio la riuscita di un’operazione del genere, sottolineando il fatto che presentava ostacoli, costi ed effetti negativi enormi.

Non vorrei dilungarmi troppo su ostacoli, costi ed effetti negativi, ma ammetto di non esser rimasto indifferente nel leggere che, logisticamente, arrestare detenere ed espellere undici milioni circa di persone è “un’impresa ciclopica, impossibile da realizzare nei quattro anni di mandato di Trump” – parole di Aaron Reichlin-Melnick, direttore dell’American Immigration Council – e che, più nello specifico, ogni anno, per deportare un milione di immigrati, servirebbero ottantotto miliardi di dollari.

Mi ha pure impressionato leggere che “se effettivamente l’operazione riuscisse, i ricercatori concordano che equivarrebbe a un «disastro economico» per gli Stati Uniti. La rimozione dalla forza lavoro di così tante persone comporterebbe infatti perdite di decine di miliardi di dollari in tasse federali e statali e in contributi previdenziali, oltre a 256 miliardi di dollari di potere di spesa degli immigrati stessi” oltre al fatto che “il contraccolpo dell’assenza di manodopera sarebbe sentito con forza anche nell’ambito dell’ospitalità, delle pulizie, della produzione manifatturiera e dei servizi agli anziani […] le cucine dei ristoranti si svuoterebbero, e nessuno pulirebbe più le stanze degli alberghi”.

Ma la cosa che più di tutto mi ha spaventato è stato l’utilizzo della parola deportazione: “President-elect Donald Trump intends to launch a «light speed» mass deportation campaign as soon as he «puts his hand on that Bible and takes the oath of office», top aide Stephen Miller has boasted”, ossia, “Il presidente eletto Donald Trump intende lanciare una campagna di deportazioni di massa «alla velocità della luce» non appena «metterà mano su quella Bibbia e presterà giuramento», si è vantato il principale aiutante Stephen Miller”.

Per la Treccani, il significato di deportazione è la “pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria”, e a questo punto mi vengono in mente le parole di Albert Camus che, nel ’58, scrisse: “Per ristabilire la giustizia necessaria, esistono altre vie che non siano la sostituzione di un’ingiustizia con un’altra ingiustizia” – una frase presa da un libro intitolato Ribellione e morte, che raccoglie diversi suoi saggi politici.

Di questo volume vale la pena ricordare altre due affermazioni dello scrittore e filosofo francese, stavolta datate 1948: “Tutti, con poche eccezioni di mala fede, da sinistra a destra, pensano che la propria verità sia la più adatta a rendere felici gli uomini. Tuttavia, tutte queste buone volontà congiunte mettono capo a un mondo infernale dove gli uomini sono ancora uccisi, minacciati, deportati, dove si prepara la guerra e dove è impossibile dire una parola senza essere subito insultati o traditi” e “Soffochiamo tra gente che crede di aver assolutamente ragione, ragione in nome delle macchine o delle idee”.

Ricordo bene le deportazioni di milioni di persone in lager, gulag e strutture similari, ma ho deciso di non avventurarmi in qualsivoglia parallelismo perché sono certo finirei col commettere errori e sono altrettanto sicuro che, coi tempi che corrono, a nulla servirebbe spiegare la mia buonafede.

Detto questo, torno a ragionare sulla “deportazione” chiedendo aiuto alla letteratura. Nel 1971 viene pubblicato un romanzo di Friedrich Dürrenmatt, La caduta; è un libro spietato in cui l’autore mette a nudo le ipocrisie e le ambiguità delle strutture al potere, dove gli uomini più potenti di un partito al potere di un paese imprecisato ne decidono le sorti stando comodamente seduti intorno a un tavolo: “I tredici del segretariato politico disponevano di un potere immane. Decidevano le sorti di quell’immenso impero, mandavano innumerevoli persone in esilio, in carcere e alla morte, intervenivano nell’esistenza di milioni di cittadini, facevano nascere industrie intere dal nulla, deportavano famiglie e popoli, fondavano grandi città, reclutavano eserciti innumerevoli, imponevano la guerra o la pace, ma poiché il loro istinto di conservazione li costringeva a spiarsi a vicenda, le simpatie e le antipatie che provavano l’uno per l’altro influenzavano le loro decisioni assai più che i conflitti politici e le circostanze economiche a cui si trovavano di fronte. Il potere e di conseguenza il terrore reciproco erano troppo grandi per poter fare della pura politica. La ragione non riusciva a spuntarla”.

È così, non c’è dubbio, chi dispone di un potere immane può intervenire nell’esistenza di milioni di persone, deportare popoli interi. È così, la Storia lo insegna. Il problema è che siamo noi a non essere in grado d’imparare, e alla fine commettiamo sempre gli stessi errori, consegniamo poteri immani nelle mani di qualcuno.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi, così come racconta l’argentino Adolfo Bioy Casares nel suo romanzo del ’69, Diario della Guerra al Maiale, dove i giovani di Buenos Aires decidono un bel giorno che chiunque abbia più di cinquant’anni è inutile alla società scatenando, così, una strana e misteriosa guerra durante la quale, per una settimana, i giovani s’impegnano a dare la caccia ai vecchi, e a sterminarli: persino il loro erotismo verrà considerato pura perversione, un’oscenità da eliminare. Nel Diario della Guerra del Maiale i vecchi si vedono costretti a improvvisare una difesa disperata: imparano a muoversi per la città in orari improbabili e a vivere nascondendosi dai giovani, compresi i loro figli: “In questi giorni ho sentito parlare di un progetto di compensazione: l’offerta, alla gente anziana, di terre nel Sud”, “Lo dicano chiaramente e direttamente che vogliono deportare in massa i vecchi”.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa su un altro pianeta i ribelli, i criminali, i non-conformisti, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società, tutti quanti spediti su un pianeta-penitenziario e qui, magari, lasciati in totale libertà, nessuna prigione, niente celle, sbarre o carcerieri, si regolino a loro piacere, s’ammazzino pure: sarà mica per questo che, durante il suo discorso d’insediamento, Trump ha nuovamente ricordato che gli U.S.A. pianteranno la loro bandiera su Marte? Gli appassionati di fantascienza avranno già capito che questa mia elucubrazione s’è ampiamente ispirata al romanzo del 1960 di Robert Sheckley, Gli orrori di Omega, dove, tra le altre cose, si racconta di astronavi che pattugliano l’orbita del pianeta-penitenziario perché i galeotti non abbandonino il mondo su cui son stati esiliati: sarà mica per questo che due amici di Trump – Jeff Bezos ed Elon Musk – hanno dato vita alla corsa allo spazio, a una sfida stellare?

Dico che Bezos e Musk sono amici di Trump perché, insieme a Mark Zuckerberg e Tim Cook, c’erano anche loro accanto al tycoon durante l’Inauguration Day. Spero mi perdonerete se vi confido che quest’immagine del neopresidente degli Stati Uniti e di questi quattro signori, mi ha fatto venire in mente il discorso d’insediamento a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler quando, a Berlino, nel febbraio del 1933, orbitavano intorno al fuhrer personaggi quali Josef Goebbels, Hermann Goering, Heinrich Himmler e Rudolf Hess; chiedo sinceramente scusa per questo mio corto circuito, ma credo sia scaturito per via del fatto che, così come Hitler nel ‘33 preannunciava durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande la Germania, similmente Trump ha preannunciato durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande gli Stati Uniti d’America; ma, molto probabilmente, la più grande responsabilità di questa mia fantasia poco ortodossa e assai irrispettosa, lo ammetto, sarebbe da addebitare all’aver assistito al saluto romano di Musk dal palco di Washington dopo il discorso di Trump. Anche se, alla fin fine, “quel gesto, che alcuni hanno scambiato per un saluto nazista, è semplicemente Elon, che è autistico, che esprime i suoi sentimenti”, come dice il referente di Musk in Italia, Andrea Stroppa.

E nulla cambia se, alla fine, i saluti col braccio destro alzato e il palmo della mano rivolto verso il basso dovessero risultare due e non uno: sono certo nulla c’entrino simpatie come quella dimostrata verso l’Alternative für Deutschland – partito politico tedesco di estrema destra –, ma che si tratti di sana e genuina esternazione di entusiasmo e felicità, insomma, di semplice espressione di sentimenti.

La grandezza della Germania… quella degli Stati Uniti d’America… le deportazioni di massa… mi viene in mente cosa scrisse Orwell: “Tutti i nazionalisti hanno la straordinaria capacità di non cogliere la rassomiglianza tra serie simili di fatti. […] Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione” – frase tratta da una raccolta di suoi saggi intitolata Nel ventre della balena.

Data la mia personalissima impressione che le nuove ideologie sembrino assomigliarsi sempre più a quelle vecchie, chiuderei con un’altra frase di Camus, anche questa del ‘48: “non si tratterebbe di edificare una nuova ideologia, ma soltanto di ricercare uno stile di vita. […] per parlare con più concretezza […] opporre, in ogni circostanza, l’esempio alla forza, la predicazione alla dominazione, il dialogo all’insulto e il semplice onore all’astuzia […]”.

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sabato 24 agosto 2024

Le osservazioni crudeli e orwelliane di Biden su Gaza al DNC - Norman Solomon

  

Un’osservazione di George Orwell – “coloro che controllano il presente, controllano il passato e coloro che controllano il passato controllano il futuro” – è estremamente rilevante per il modo in cui il presidente Joe Biden ha parlato di Gaza durante il suo discorso alla convention democratica lunedì sera.

Le sue parole si inseriscono in un modello di messaggio giunto ormai all'undicesimo mese, che descrive il governo degli Stati Uniti come un instancabile ricercatore della pace, mentre fornisce le armi e le bombe che hanno permesso a Israele massacro continuo di civili.

"Continueremo a lavorare per riportare a casa gli ostaggi, porre fine alla guerra a Gaza e portare pace e sicurezza in Medio Oriente", Biden detto i delegati esultanti. “Come sapete, ho scritto un trattato di pace per Gaza. Qualche giorno fa ho avanzato una proposta che ci ha portato più vicini a farlo di quanto abbiamo fatto dal 7 ottobre”.

È stato un viaggio in un universo alternativo di astuzia politica da parte di un presidente che solo sei giorni prima lo aveva fatto approvato inviare altre armi per un valore di 20 miliardi di dollari Israele. Eppure i delegati di Biden nella sala congressi hanno risposto con un crescendo di fragorosa ammirazione.

Gli applausi si sono moltiplicati mentre Biden continuava:

“Stiamo lavorando 24 ore su 24, mio ​​Segretario di Stato, per prevenire una guerra più ampia e riunire gli ostaggi con le loro famiglie, e aumentare subito l’assistenza umanitaria sanitaria e alimentare a Gaza, per porre fine alle sofferenze civili del popolo palestinese e finalmente , infine, stabilire finalmente un cessate il fuoco e porre fine a questa guerra”.

Allo United Center di Chicago, il presidente si è crogiolato nell’adulazione affermando di essere un pacificatore nonostante il suo record di aver reso letteralmente possibili i metodici massacri di decine di migliaia dei civili palestinesi.

Orwell avrebbe capito. Un riflesso politico è stato messo in moto dai massimi leader statunitensi, che affermavano di essere in cerca di pace mentre aiutavano e incoraggiavano il massacro. La normalizzazione dell’inganno sul passato stabilisce un modello per perpetrare tale inganno in futuro.

 

E così, lavorando all’interno del paradigma descritto da Orwell, Biden esercita il controllo sul presente, si sforza di controllare le narrazioni sul passato e cerca di far sembrare tutto normale, prefigurando il futuro.

L'entusiasmo dei delegati di tifare per la narrazione mendacemente assurda di Biden sulle politiche della sua amministrazione nei confronti di Gaza è stato, in un contesto più ampio, la festa dell'amore della convenzione per lo zoppo presidente.

Alcune ore prima dell'apertura della convention, Peter Beinart ha pubblicato un breve video saggio anticipando la fervente adulazione.

"Non penso proprio che quando si analizza una presidenza o una persona, si sequestri ciò che è successo a Gaza", ha disse. “Voglio dire, se sei una persona di mentalità liberale, credi che il genocidio sia semplicemente la cosa peggiore che un paese possa fare, ed è proprio la cosa peggiore che il tuo paese può fare se il tuo paese sta armando un genocidio. "

Beinart continuò:

“E non è più così controverso il fatto che questo possa essere considerato un genocidio. Ho letto gli scritti accademici su questo. Non vedo nessun vero studioso del diritto internazionale dei diritti umani che affermi che in realtà non esiste. . . . Se vuoi dire qualcosa su Joe Biden, il presidente, Joe Biden, l'uomo, devi tenere conto di ciò che Joe Biden, il presidente, Joe Biden, l'uomo, ha fatto nei confronti di Gaza.

È fondamentale per la sua eredità. È fondamentale per il suo personaggio. E se non lo fai, allora stai dicendo che le vite dei palestinesi semplicemente non contano, o almeno non contano in questo particolare giorno, e penso che sia disumano. Non penso che potremo mai dire che la vita di alcuni gruppi di persone semplicemente non ha importanza perché è scomodo per noi parlarne in un particolare momento”.

A sottolineare la grottesca ottusità morale dal palco della convention è stata la gioiosa esibizione di generazioni mentre il presidente lodava e abbracciava la sua prole.

Joe Biden è uscito dal palco tenendo per mano il suo adorabile nipotino, un bambino prezioso, non più prezioso di chiunque altro molte migliaia di bambini il presidente ha aiutato Israele a uccidere.

Norman Solomon è il direttore nazionale di RootsAction.org e direttore esecutivo dell'Institute for Public Accuracy. Il suo nuovo libro, La guerra resa invisibile: come l'America nasconde il bilancio umano della sua macchina militare, è stato pubblicato nel giugno 2023 da The New Press.

Questo articolo è di Common Dreams.

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venerdì 15 marzo 2024

Il complesso militare industriale politico finanziario criminale

di Francesco Masala

Di solito l’incontro annuale si svolge in un attico di New York, ma nel 2023 si è tenuto a Charleston (Carolina del sud), patria di massoni (1a), di mercanti di schiavi (1b), di costruttori di armi (1c), di suprematisti bianchi (1d), in una grande dimora di schiavisti si sono riuniti i rappresentanti del quella famosa cupola che è il complesso militare industriale politico finanziario criminale (che esiste davvero, citato per la prima volta da Eisenhower (2a), il 17 gennaio 1961), per celebrare, analizzare e prendere decisioni che riguardano il mondo intero.

Quello che sembra un gigantesco risiko, su una grande parete, è in realtà la mappa del pianeta.

I componenti del conglomerato criminale sono avvolti da una nebbia fitta, ma si possono provare a individuare studiando i tanti indizi visibili.

Ci sono le grandi imprese di produzione di armi, quelle che si dedicano al furto di risorse e alla ricostruzione dei danni delle guerre, le grandi banche d’affari e negli ultimi anni sono apparsi, in subordine, i grandi fondi d’investimento e come consulenti alcuni centri studi (2b).

E come non ricordare la Massoneria di rito scozzese (Supremo consiglio madre del mondo, fondato nel 1801) (3a-3b) , arrivata in America con le navi europee, cariche di poveracci alla ricerca di fortuna e di chi andava a comandare, e dell’ordine segreto dei Rosacroce (4), come anche di divinità europee (come racconta Neil Gaiman, in American Gods).

La Massoneria controlla, tra l’altro, anche la Mafia (5), che quindi fa parte del club esclusivo, in maniera indiretta, come sicario, al bisogno.

Non sono da dimenticare la CIA, il Pentagono e FBI, ca va sans dire.

In un angolo c’è un prestigioso trono riservato al Presidente degli Usa, che a volte viene convocato per prendere gli ordini, dopo JF Kennedy nessuno ha più preteso di dare ordini (6).

Il dogma assoluto è il suprematismo bianco (7), e quindi nella cupola, formata da WASP (8) non sono ammessi i non bianchi (tranne quelli che in una cerimonia massonica abiurano alla loro storia e alla loro appartenenza etnica).

Gli altri dogmi sono il colonialismo, la menzogna, il tradimento, la schiavitù, l’inganno, il genocidio, l’umiliazione, lo sfruttamento, la rapina, tutti questi dogmi sono l’orgoglio dei paesi occidentali, e strumenti della loro missione civilizzatrice.

Gli Indiani d’America dicevano che i bianchi hanno la lingua biforcuta, tutto il mondo lo sa, ma finora il mondo ha sempre dovuto subire.

Il complesso militare-industriale-politico finanziario criminale ha cinque motti, il Caos è Ordine, Muoia Sansone con tutti i filistei, Finché c’è guerra c’è speranza, Dio è con noi, Il futuro è oggi e La guerra è pace (George Orwell capirebbe più di tutti cosa significano quegli slogan).

Gli Usa (cioè il complesso militare-industriale-politico finanziario criminale) occupano con basi militari una gran parte del mondo (i paesi che si fanno occupare, evidentemente), ma soprattutto occupano l’immaginario dei cittadini del mondo.

Inoltre è necessario che negli stati influenzati dagli Usa, i candidati eletti in democratiche elezioni vengano scelti dagli Usa, il presidente eletto e i suoi avversari saranno sempre sciocchi sudditi degli Usa, come pure i nominati alla presidenza delle entità multinazionali, dall’Onu alla Nato (fra loro quelli del complesso li individuano tutti come gli inutili idioti).

I governanti dei paesi sudditi (ma anche gli oppositori più importanti) vanno formati dagli Usa, con un training propedeutico in banche d’affari o in organismi internazionali, o con ricatti vari.

E poi porteranno avanti le politiche degli Usa, spacciandole per loro.

In tutto il mondo esistono alcuni stati che sono micce pronte a incendiarsi, preparati allo scopo in anni e anni di faticoso lavoro. Tutte le volte che i colonialisti e gli imperialisti disegnano confini sempre li creano in maniera confusa, nel senso che all’interno devono esserci etnie e nazionalità spesso in conflitto.

Quando quelli del Complesso decidono di far scoppiare conflitti, per qualsiasi motivo, il terreno sarà già pronto.

Ucraina e Israele sono due, Taiwan e Kosovo sono altri due, fra gli altri, pronti a essere dinamitati.

Ci sono voluti decenni e guerre, ma l’Occidente è pronto per la guerra infinita contro il comunismo, avrebbero detto un tempo, ma lo pensano come se il tempo non fosse passato. Il loro obiettivo è fottere il mondo, rubare, violentare i paesi, e dopo abbandonarli, se non riescono a vincere (Iraq, Afghanistan, Ucraina, per esempio).

Alcuni di questi stati saranno distrutti, loro non lo sanno, i loro governanti sono e saranno burattini nelle mani del complesso militare-industriale-politico finanziario criminale.

Russia e Cina sono i grandi nemici per l’Occidente. Per colpa loro, hanno voluto essere comunisti e rifiutare l’Occidente e i suoi valori. Negli anni della caduta del Muro di Berlino la Russia è stata saccheggiata e umiliata, fino a che non è salito al potere Putin. La Cina è stata convertita nella fabbrica dell’Occidente dall’ultimo quarto del XX secolo, e i cinesi trattati come schiavi. Ora non vogliono più esserlo, non vogliono più essere umiliati (fra loro quelli del complesso li soprannominano tutti figli di puttana).

Un po’ di anni fa il Complesso ordinò agli Europei di implementare l’Alta Velocità, con lo slogan Da Lisbona a Kiev, gli europei pensarono alle esportazioni di bacalhau dal Portogallo verso l’Est e alle esportazioni di mozzarella di bufala in Europa. Il Complesso sapeva che l’Alta Velocità serve per mandare armi e soldati in Ucraina, per distruggere la Russia (o l’Europa), e per ripulire i soldi sporchi della mafia, e non solo.

Il tassello mancante in questo puzzle diabolico si chiama propaganda, dal cinema ai giornali, dalle tv a internet, secondo le auree regole di Joseph Goebbels (9).

Il mondo è tutto cosa nostra, dicono quelli del Complesso militare-industriale-politico finanziario criminale.

 

Note:

1a – https://it.wikipedia.org/wiki/Rito_scozzese_antico_ed_accettato

1 b – https:/www.iviaggidellanto.com/il-mercato-degli-schiavi-di-charleston/

1 c – https://pagineesteri.it/2024/03/11/in-evidenza/guerre-future-la-leonardo-partecipera-alla-costruzione-di-12-sottomarini-nucleari-usa/

1 d – https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Strage-Charleston-online-il-proclama-per-la-supremazia-bianca-e-le-foto-del-killer-54db07af-60c7-4e2b-9634-f4a460419d6c.html

2a – https://it.alphahistory.com/guerra-fredda/dwight-eisenhowers-discorso-d%27addio-1961/

2b – https://www.youtube.com/watch?v=nrP6VJa-qdM&ab_channel=PandoraTV

3a –https://illuminatobutindaro.org/confutazioni/massoneria/capitolo-4-riti-organizzazioni/rito-scozzese-antico-accettato-rsaa/

3b – nell’ultimo film di Martin Scorsese, Killers of the Flowers Moon, appaiono, a sorpresa, la Massoneria e i suoi rituali; in Gangs of New York invece Scorsese mostrava la nascita della classe dirigente degli Usa.

4 – https://it.wikipedia.org/wiki/Rosacroce

5 – https://www.youtube.com/watch?v=W8sqMZWFmlc&ab_channel=PierGiorgioCaria59

6 – https://www.youtube.com/watch?v=mLd96M-X71c&rco=1&ab_channel=luogocomune2

7 – https://transform-italia.it/siamo-nella-fase-storica-delliper-imperialismo-dei-suprematisti-bianchi-occidentali/

8 – WASP indica i “White Anglo-Saxon Protestants”, ovvero i Bianchi, Anglo-Sassoni, Protestanti

9 – https://www.samuelecorona.com/11-principi-della-propaganda-nazista-di-joseph-goebbels/


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